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Bucce d’Arancia per Topo Pazzo

Bucce d’Arancia per Topo Pazzo

dscf6276Seduti al bar dietro ad una media TeoBrex e Josef mi danno il tormento, continuano a menarmela che andando con IvyBoy sto prendendo il vizio di arrampicare sull’erba, tra rovi e roccia marcia. Anche Gianni se la ride, visto dove continuo ad infilarmi, ormai è convinto che la “mastrufolata” sia la mia vera passione. Io provo a convincerli, senza risultati, che la Crestina Verde sarà un vero ed autentico spettacolo (anche se in scala ridotta). Poi, spazientito dal loro insistere, mi lancio in una proposta “Se volete davvero che mi allontani dalle mie cose dovete portarmi sul granito. Se volete menarmela con sta storia della roccia solida è con il granito che potrete convincermi: sul calcare sono affezionato alle mie piante…”. Detto fatto, Josef raccoglie la proposta: “Giovedì passo a prenderti a casa alle 6:30. Dove andiamo è una sorpresa!”

Josef è una mina vagante quando vuole, ero preoccupato di finire in Valle dell’Orco o sul Bianco (…sai le risate a trovarsi in ambiente a tirare di braccia senza saper usare bene i piedi!). Fortunatamente Josef è anche uno con le idee chiare: “Ci vuole un po’ di tempo per capire tipi di roccia diversa, bisogna prenderci confidenza prima di affrontare le difficoltà. Andiamo a Machaby: è Gneiss e non granito, ma vedrai che ti piacerà”. Onestamente ero un po’ dubbioso. Mattia c’era stato qualche settimana fa con il corso AR1: “Tutta quella strada per una salita affrontata da principianti?” Ma Josef era assolutamente sereno: ”Vedrai, oggi arrampichiamo al sole e ripetiamo una classica dei 100 nuovi mattini”.

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Eccoci quindi all’attacco di “Bucce d’Arancia”. Dal basso la osservo scettico, assomiglia alla placca di Onda d’Ombra con la differenza che qui è chiodata e non ci sono detriti. Quando però attacco i primi metri i miei riferimenti cambiano e le differenze oggettive cominciano a farsi evidenti. L’umidità del mattino non aiuta i miei piedi e le spalle sembrano preoccupate di come la partenza sia tutta sulla punta delle dita. Cerco di tenermi ben verticale e stretto alla roccia, così come arrampico sul calcare incerto, ma qui non si muove nulla e quel tipo di progressione, funzionale in altri ambiti, è ora oltremodo faticosa. “No, così non funziona, qui devi mollare gli ormeggi”. Curiosamente mi torna alla mente un filmato in bianco e nero di Comici sui rudimenti dell’arrampicata: “l’arrampicatore inesperto si muove in modo incerto”. Il barricentro si allontana dalla parete, i piedi si alzano, le posizione si fanno più ampie o più strette del solito. Le transizioni non possono essere lente e progressive, quasi al rallentatore, come faccio di solito: devo spingere cambiando posizione senza strappi ma rapidamente. Devi fidarti della roccia.

Più avanti due mondi a confronto. Alzo le mani su piccole tacce e sposto il peso su una delle due gambe in modo da potermi sollevare con uno “squat”: una gamba spinge verticale e l’altra controbilancia. Sul calcare con Ivan uso spesso questa tecnica, spingendo in modo graduale e continuo “ascoltando” se l’appoggio regge o molla di botto, pronto con le mani e con la gamba in appoggio a controbilanciare eventuali crolli. Un movimento apparentemente semplice ma in realtà abbastanza complesso, in cui tutto il corpo deve addattarsi ad un vettore di spinta costante e lineare su un singolo punto (precario). La corda del fachiro che si innalza su se stessa: un’ottima soluzione per sollevare i miei 84kg quando altre opzioni non sono disponibili. Curiosamente riuscivo a fare qualcosa di simile anche in appoggio sulle placche concatenando insieme più movimenti. A volte il calcare devi per forza spingerlo in un certo modo modo perchè non salti, curiosamente la stessa cosa mi sembrava avvenire con l’aderenza.

Se i primi tiri studiavo la qualità della roccia e la mia capacità di sfruttarla, nei tiri successivi studiavo come gli apritori erano riusciti a salire e a proteggere prima della moderna richiodatura. Josef all’imbrago aveva cinque rinvii e questo dovrebbe darvi l’idea della mole di spit che ignorava ad ogni tiro: tuttavia aveva percorso quella via già nel ‘87 (io avevo 11 anni all’epoca) quando la chiodatura originale non aveva più di due o tre chiodi per tiro. “Nella relazione del libro di Gogna erano riportati tutti i chiodi con una X lungo il tracciato della via …e erano davvero pochi!”. Nel diedro ad incastro cerco i segni di vecchi chiodi ma non trovo nulla: certo, avranno anche “mastrufolato” sull’erba interna al diedro ma di certo avevano un gran pelo nel passar su in quel modo. Per me che inseguo Josef con la corda dall’alto “Spit o Non Spit” non fa una gran differenza, tuttavia il trapano qui ha davvero coperto e cancellato un vivido e straordinario esempio di coraggio e capacità umana. Al mio livello, con la chiodatura originale sarebbe un ragguardevole vione tutt’altro che scontato nell’esito: ora è un capolavoro imbrattato di ketchup da fast food.

Tiro la sesta lunghezza ma quando mi volto vedo Josef che mi fa sicura sorridente con le braccia incrociate: meglio non dare troppe sicurezze ai miei vecchiacci e ripassare dietro! Con una corda da 80 metri gli ultimi tiri si fondono in una spettacolare cavalcata a corda libera che mi godo rimontando veloce una roccia sempre più amica e sempre meno impegnativa. Quando arrivo in cima trovo Josef a piedi nudi che mi fa sicura sorridente mentre strozza la corda su un ramo. Lo guardo divertito (e rassegnato) ripensando alle parole di Levanov il Greco: «Nell’alpinismo esiste una regola fondamentale che vale anche per gli aviatori, i trapezzisti e i soprammobili preziosi: non cadere.»

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Giunti al forte di Machaby per l’ora di pranzo ci abbuffiamo ingollando birra e maccheroni con pomodorini secchi ed acciughe: il sole coccola la nostra digestione e poi giù verso valle. Quando siamo alla macchina la luce inonda ancora la valle: “Ci facciamo un monotiro prima di andare?” Chiede Josef. “Certo, perchè no!”. Rispondo ingenuo io.

Ci spostiamo di poco con la macchina arrivando alla base di una grande torre.”Qui c’è scritto Topo Pazzo: 80 metri, 3 lunghezze” leggo su una targhetta. “Davvero? Tre tiri?” Mi risponde divertito Josef mentre inizia a salire. Io gli do corda sereno, poi possano i 30 metri, arrivano e vanno anche i segni neri della mezza corda, 45, 50, 60, 70… Josef non si ferma più: se prima ero preoccupato per i cinque rinvii ora lo sono perchè la corda sta per finire! “Davide! Bona!” Finalmente. Due medie in corpo ed una porzione abbondante di crema chantilly alle castagne e devo trascinarmi su per un monotiro di 80 metri: mai stato furbo in vita mia!

La roccia è un gruviera di buchi che si alternano a placche e spaccature. Visto che la corda è lasca e quasi libera posso arrampicare dove più mi piace spaziando tanto a destra quanto a sinistra, spesso incasinandomi inseguendo soluzioni facili!! Dopo sessanta metri filati inizio a sentire la fatica osservando come questa influenzi le mie scelte ed i miei movimenti: “Devi farne di strada Birillo se vuoi vedere come è grande il mondo!” Mormoro tra me e me.

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Finalmente arrivo in cima alla torre. Il sole ha superato le montagne, siamo in ombra e si è alzato un venticello più freddo che fresco. Il buon Birillo sarà anche un paracarro però arrampica sempre con lo zaino d’ordinanza: del sacco appaiono un paio di caldi Gilet in pile. Tre doppie e siamo nuovamente alla base della torre pronti per la prossima tappa al bar. Al caldo dietro un piatto di affettati chiamo Bruna chiedendole della visita specialistica con “l’ortopedico delle ballerine della Scala”. Fortunatamente le notizie sono buone: nonostante la fisioterapia fatta fin qui sia stata piuttosto discutibile (per non dire assolutamente inefficace) non c’è nulla di preoccupante o irrimediable nel suo ditone. Ora con il giusto trattamento per fine anno la bergamasca dovrebbe essere nuovamente abile ed arruolabile! “Bene, facciamo surf tra le difficoltà e gli squali, ma direi che non ce la caviamo male…” Ingollo la mia birra felice per una giornata di sole su roccia solida.

Davide “Birillo” Valsecchi

Raminghi nell’Impossibile

Raminghi nell’Impossibile

messner“Tramite sforzo, concentrazione, tensione e stress da paura, l’arrampicatore non diventa un maniaco in preda all’estasi, ma si fa sempre più attento e desto nel suo panorama in continua espansione. Vede le cose in un’ottica nuova, con una lucidità e vivacità mentale simile a quella che si raggiunge nella meditazione. Ma soprattutto vede se stesso in un nuovo rapporto con il mondo, e per un tempo limitato raggiunge uno stato di visione allargata, che modifica la sua concezione di “impossibile”. Queste esperienze diventano accessibili all’arrampicatore soprattutto in riferimento ai propri limiti di performance. Questo non significa che tali condizioni siano prerogativa esclusiva dell’estremo, niente affatto: ognuno, che operi nel secondo o nel sesto grado, può vivere questo tipo di esperienza”

Quando Ivan Guerini dice una cosa simile i benpensanti dell’arrampicata storcono il naso: “…è un milanese che parla di yoga, di meditazione e cibo vegetariano: uno hippy che è diventato famoso facendosi il 68 sulle placchette della Val di Mello.” Quando ho conosciuto Ivan ero stupito, stupito e disorientato di come e quanto infondate siano le maldicenze che girano sul suo conto. Non era affatto la persona che mi ero preparato ad incontrare e questo mi ha fatto riflettere ed ulteriormente allontanare dal “pensiero comune” che sembra permeare e dominare il mondo dell’arrampicata. Certo, strambo è strambo, ed io forse anche per questo mi sono affezionato, ma per quanto sia una fonte inesauribile di difetti non ne possiede nessuno di quelli che gli contestano: anzi, i suoi difetti sono molti di più e persino più pittoreschi!! (così come preziose sono le sue qualità).

Questa volta però Ivan non centra, questa volta parliamo di idee simili, forse coincidenti, ma interpretate da caratteri e personalità diverse. La frase con cui apre questo mio piccolo scritto è tratta da un libro del 2003 di Reinhold Messner. Già, vorrei proprio vederli i benpensanti dare del fricchettone ad uno come Messner! Sai le risate mentre li fa correre a gambe levate!!

In questi giorni ricorrono i 30 anni della conquista di tutti gli ottomila da parte di Reinhold Messner: confesso che per me è sempre stato l’uomo delle grandi montagne, sapevo poco e nulla delle sue grandi arrampicate e del suo vero punto di vista. Grazie ai suggerimenti di Ivan e Gianni sto scoprendo un mondo nuovo ed un Messner distante chilometri dalla figura che siamo abituati a conoscere. Forse anche nel suo caso le maldicenze oscurano gli aspetti più preziosi: forse è davvero necessario uno sforzo, un atto di volontà, per comprendere le persone che si sono spinte tanto oltre nei reami dell’impossibile.

Davide “Birillo” Valsecchi

“Al passaggio chiave del diedro Philipp pensai:”Adesso volo”, ma poi riuscii a sostenermi a delle minuscole asperità della roccia. Alcuni anni dopo, durante una solitaria su questa stessa via, in quello stesso punto ho trovato un chiodo ad espansione e altri tre chiodi di troppo. Il tiro che in origine era stato il più difficile, adesso è uno dei più facili e sicuri” Reinhold Messner

Libri di Ivan Guerini

Libri di Ivan Guerini

monicaUn mesetto fa, quando Bruna aveva ancora il piede bloccato, siamo andati a curiosare al Osservatorio Alpinistico Lecchese presso il palazzo delle Paure di Lecco. Il museo interattivo conserva documenti, fotografie e filmati della storia alpinistica lecchese ma anche lariana. Grazie alle cuffie è possibile ascoltare documentari interattivi: ovviamente il primo su ci siamo fiondati era quello dedicato ad Eugenio Fasana. Poi, curiosando nella cronistoria più recente ci siamo imbattuti in qualcosa che, nonostante la nostra ingenuità, era inevitabile: “Tra gli anni 70 ed 80 un personaggio eccentrico fa la sua comparsa a Lecco, è il milanese Ivan Guerini, il profeta di quel gioco arrampicata che aveva messo in pratica in Val di Mello: la filosofia dell’arrampicata su roccia slegata dagli schemi e dagli ideali di conquista dell’alpinismo classico. Muovendosi quasi in incognito tra le pareti che fanno da cornice al lago apre itinerari di straordinaria difficoltà e bellezza in arrampicata libera.” 

Per noi Ivan è soprattutto un buon amico, i Tassi ed il resto della nostra banda vivono davvero in una specie di isola alpinistica, spesso ignari ed inconsapevoli di quello che li circonda: forse però è proprio questa nostra genuina ingenuità ad aver colpito Ivan. Noi, d’altro canto, spesso dimentichiamo che lui è una specie di Gulliver tra noi lillipuziani: un anziano ed arzillo Jedi tra Ewok e Wookiee ribelli.

A ricordarcelo sono spesso le persone che incontrandolo gli chiedono una foto o notizie del suo nuovo libro. Buona parte della notorietà di Ivan deriva infatti anche dal libro che pubblicò nel 1979: Il gioco arrampicata della val di Mello, edito da Zanichelli ed oggi ormai introvabile. Un pubblicazione che, per linguaggio ed idee, segnò profondamente la visione dell’arrampicate dell’epoca. Questo sebbene oggi Ivan potrebbe lamentarsi di come, nonostante quel libro, l’arrampicata e la Val di Mello abbiano intrapreso una strada spesso in antitesi con le sue idee e le sue speranze. Anzi, i severi moniti espressi in quel libro da Monica Mazzucchi, moglie di Ivan e sua compagna di avventure, si sono trasformati in amare e puntuali premonizioni.

Negli anni successivi Ivan ha pubblicato altri articoli ed altri libri dedicati alla propria attività esplorativa. Tuttavia il carattere di Ivan non sempre è “contenibile o conciliabile” con le politiche o le esigenze editoriali: c’è poco da fare, nonostante gli anni è ancora uno spirito libero ed irrequieto. Per questo, con lo slancio che lo contraddistingue, si è tuffato nella sperimentazione di nuove forme di comunicazione: gli Ebook.

“L’ebook inflaziona assai meno l’attenzione e anche 200 pagine in Notebook/Tablet affaticano assai poco la vista. Tuttavia la nostra scelta è stata determinata da altre ragioni, inerenti gli editori che danno le responsabilità ai distributori che alla fine comandano gli autori.  Abbiamo pertanto eliminato tutti i problemi in un baleno, lasciando l’eventuale editore in compagnia del distributore senza più l’autore!” – Ivan Guerini

Nonostante qualche comprensibile difficoltà tecnica iniziale, negli ultimi due anni ha realizzato in modo indipendente due “libri digitali” reperibili attraverso Internet ed acquistabili a prezzi contenuti. I libri sono distribuiti da Google Play ed è possibile visualizzarli tanto sul computer quanto su smarthphone, tablet o Ebook Reader.

Il primo di questi libri digitali è:

Il Trono Remoto: Storia esplorativa del Sasso Manduino e del Pizzo di Prata.
trono_remoto“…la storia esplorativa delle due montagne insigni più isolate e lontane delle Alpi Centrali, il Sasso Manduino e il Pizzo di Prata. Monti archetipi per evidenza geografica, posizione paesaggistica, grandezza, delle loro pareti solari e adombrate. Ricostruisce la storia dei pionieri, permette di immedesimarsi in loro, raccontando anche le gesta degli esploratori successivi. Descrive la scoperta di queste montagne, le curiose concomitanze che hanno condotto i vari salitori a loro, unitamente alla loro natura verticale grandiosa e severa.Spiega la valenza della libera esplorativa che ha permesso anche in solitaria di percorrerle, la difficoltà ignota che è necessario superare, la sommità conoscitiva raggiunta attraverso queste salite impegnative e l’esperienza cristallizzata che ne è derivata. L’Ascesi mistica porta a risorgere trasformati, per essere restituiti al mondo cambiati, arrivando all’apice della vetta più alta e difficile quella da cui si discende definitivamente consapevoli.”

[Link GooglePlay: Il Trono Remoto] 

Il secondo, e più recente, è:
La valle degli specchi di pietra: Storia esplorativa inedita della Val di Mello

la-valle-degli-specchi“…Se è vero che la prima finalità di questo libro è quella di invitare i lettori ad approfondire la conoscenza territoriale, la seconda non è quella di indurli a ripetere gli itinerari raccolti ma di informarli della storia esplorativa avvenuta e della valenza esplorativa che ha caratterizzato la salita delle pareti. Proprio per questo, non sempre sono stati indicati gli avvicinamenti alle pareti ma solo la loro ubicazione, ed è stata data pari importanza sia alle pareti esplorate che a quelle impercorse. Ben considerando che: attrezzare pareti per predisporle alla frequentazione, corrisponde al loro sfruttamento non a valorizzarle.”

[Link GooglePlay: La valle degli specchi di pietra]

Dopo aver raccontato le mie recenti salite con Ivan in molti mi hanno scritto per avere informazioni sui suoi libri, quindi spero di fare cosa gradita ed utile nel indicarvi qui come e dove reperirli. Per acquistare un Ebook su Google Play è necessario avere un account Google (GMail, ecc) ed associare al proprio utente una carta di credito (anche ricaricabile) con cui effettuare l’acquisto. Automaticamente si avrà così a disposizione una propria biblioteca personale e virtuale in cui saranno conservati on-line tutti i propri libri. Google fornisce agli utenti istruzioni chiare ed in italiano su come usufruire ed utilizzare questo servizio.

Non essendoci stampa o costi di spedizione è possibile contenere il prezzo di distribuzione molto contenuto. Inoltre, in questo modo, i libri di Ivan non andranno più esauriti o fuori stampa ma saranno facilmente fruibili nel tempo. Spero che questi aspetti positivi possano consolare gli amanti della carta stampata. Nel futuro forse versioni cartecee prenderanno forma  ma, al momento, non vi sono certezze in tal senso.

Davide “Birillo” Valsecchi

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Onda d’Ombra

Onda d’Ombra

dscf6043La roccia è fredda e l’aria umida mentre arrampichiamo in ombra. Le dita per il freddo cominciano ad irrigidirsi, a farsi meno sensibili. L’ambiente che mi circonda è assolutamente ed inaspettatamente dolomitico: la nebbia ed il sole scivolano in un alternarsi di luci ed ombre tra grandi ed imponenti torrioni. Curiosamente con le dita infreddolite cerco prese e tacche sempre più piccole, questo sembra scaldarle un poco dandomi la sicurezza che la diminuita sensibilità non mi inganni su qualche roccia instabile. Mi muovo sciolto, lavorando in appoggio con i piedi, in un’arrampicata intensa ma non troppo faticosa. Mi guardo intorno studiando i passaggi, meravigliato da quello che mi circonda: “Questa è una delle più belle salite che io abbia mai fatto”.

Una placca di calcare grigio che risale per oltre duecento metri fino alla cresta sommitale, credo che sulle nostre montagne sia qualcosa di assolutamente raro se non addirittura unico. Sguero me ne aveva parlato a lungo di quelle placche e così, prima che l’inverno irrompa, abbiamo deciso di andare finalmente ad esplorarle. Lui e Giancarlo nelle settimane passate avevano aperto un’altra via in quella zona, affrontando un lungo diedro strapiombante sulla vicina bastionata: fortunatamente io ero piacevolmente dal dentista quel giorno!

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Quando arriviamo alla base della placca ci imbraghiamo distribuendo i vari materiali. Una piccola grotta formata da macigni incastrati segna il punto in cui rimontiamo il primo muretto attraverso una ripida spaccatura. Ci alziamo per trenta metri prima di piegare verso destra per altri trenta attraversando la cengia che porta al centro della prima grande placca. Guero ride, guarda in alto e parte. Io lascio scorrere la corda nel reverso mentre la osservo distendersi libera verso l’alto. La roccia è quasi monolitica, molto più compatta di quanto ci aspettassimo da lontano. Con la dovuta accortezza è davvero poco quello che sembra cedere, mentre richiede grande attenzione il pietrisco che, cadendo dall’alto si è appoggiato sulle placche. “Guero, aspetta un secondo che c’è un mezzo problema”. Un grosso sasso appoggiato sulla placca mi osserva da quando sono in sosta. Lui mi guarda dall’alto ed io lo tengo d’occhio dal basso: quando la corda ha cominciato ad avvicinarsi mi era chiaro il resto della trama. La corda sfiora il sasso che, quasi svegliandosi all’improvviso dal suo lungo letargo, si agita buttandosi spaventato di sotto. Un rimbalzo e poi giù per trenta metri. Come un giocatore di baseball ne osservo la traiettoria. Un’altro rimbalzo e poi impatta andando in pezzi sulla grande roccia che protegge la mia sosta. Le scaglie volano inoffensive tutto intorno mentre mi investe il profumo di roccia infranta: “Okay Guero, problema risolto” gli urlo allegro.

dscf6036Poi Guero, come una nave su un mappamondo, scompare dalla mia vista. Cinquantacinque metri più tardi sento il rumore di un martello su un chiodo: “Ecco la sosta”. La nebbia va e viene mentre la nostra voce rimbalza sulle grandi pareti alle nostre spalle. “Vengo!”. La corda è quasi libera, vincolata in sinuosi passaggi tra gli speroni e protetta sola da qualche friend nei passaggi più duri in diedro. Da secondo posso arrampicare quasi dove voglio e con un po’ di sfacciataggine raddrizzo la via del Guero ingaggiando verticale i passaggi più estetici. Certo, se “birlo di sotto” la corda avrà tutto il tempo di farmi passare la voglia di ridere prima di tendersi e bloccarmi, ma ormai mi sento quasi stregato dal quell’arrampicata. Non ho mai arrampicato su una placca di calcare tanto sconfinata, intensa ma anche docile e generosa. La maggior parte delle placche su calcare che ho affrontato in passato erano traversi su roccia liscia dove ho collezionato una buona ed inquietante serie di lunghi pendoli: la placca è solitamente la mia bestia nera, per questo ero assolutamente rapito dalla bellezza di questa salita.

La sosta è all’uscita sulla seconda grande cengia, un passaggio ben noto ai camosci che la attraversano orizzontalmente. Trenta metri verso destra e siamo alla base del grande canalone che rimonta verso la cima. Il cuore del canale è umido, reso viscido dal muschio e dall’acqua che cola: Guero vuole rimontare il primo tratto per poi tornare in placca verso sinistra. La roccia del canale è logorata dalle intemperie e cede al primo assaggio di Ivan. Una fettuccia, un friend e Guero passa oltre. Poi, sulla sinistra, trova un vecchio chiodo a foglia anni 60 che esce a mano. Incuriositi dal ritrovamento cerchiamo senza fortuna altre tracce di passaggio. Forse un tentativo o forse una salita invernale. Alla base delle placche, tra le rocce del canale sottostante, avevamo trovato i resti di un vecchio scarpone in cuoio e, con il senno di poi, quei due oggetti anni ‘60 potrebbero appartenere alla stessa storia. Purtroppo la montagna ed il tempo sono bravi a custodire i propri segreti, spesso nonostante le lapidi sbiadite sul fondo del canalone principale.

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Altri sessanta metri scorrono davanti a me prima che il suono del martello chiami l’imminente sosta. Quando riparto mi immergo nuovamente in un’arrampicata straordinaria. Distribuisco il peso, tegno piccole ed appaganti prese mentre i piedi si spalmano sugli appoggi in placca. Passaggi di forza che si alternano a passaggi delicati di appoggio: stupendo. Ogni tanto la corda fa fischiare qualche sasso dall’alto ma solo roba piccola, ormai mi sono abituato e mi muovo con la giusta lentezza perchè non colgano di sorpresa. Nel mezzo di un grande placca una lama verticale mi regala una Dulfer da collezione: stupendo! Poi dall’alto sento battere nuovamente il martello: “…o sta rinforzando la sosta oppure ha iniziato a schiodarla… in ogni caso è il momento di lasciar perdere i numeri ed arrampicare schiscio!” Gli ultimi passaggi si fanno sempre meno verticali e solo un diedrino rotto mi ingaggia prima della sosta.

Quando arrivo in sosta, una bella cengia, un bel chiodo ed un friend, Ivan mi sorride malandrino: “Venivi su bene ed ho iniziato a schiodare uno dei due chiodi”. Per arrivare sulla cresta manca solo una decina di metri ed un diedro aggettante. Potremmo aggirarlo verso destra ma, visto che il tempo ce lo permette, rimontiamo questo passaggio nonostante poco si accosti alle caratteristiche del resto della salita.

Sul sentiero di cresta ci sediamo finalmente al sole felici della salita. Monica, l’adorabile moglie di Ivan e sua compagna in numerose salite, guardando le foto delle placche aveva suggerito un nome per la via: “Onda d’Ombra”. I più attenti avranno compreso di quale montagna e di quale zona si tratti. Fortuntamente nessuno ha preso d’assalto con il trapano quelle bellissime ed atipiche placche e si spera che anche in futuro quel vecchio chiodo a foglia rimanga l’unica testimonianza del passaggio dell’uomo in una natura intatta.

Davide “Birillo” Valsecchi

Onda d’Ombra
7/10/2016 – Ivan Guerini, Davide “Birillo” Valsecchi, 5 lunghezze, NoSpitZone

Corno Occidentale: Giorgio e Renzo

Corno Occidentale: Giorgio e Renzo

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Era da un po’ che Mattia ed io non arrampicavamo più insieme, dai tempi della Gary Hemming ad Aprile. Nel frattempo è nato il piccolo Ivan, Bruna si è tirata un sasso su un piede ed un sacco di altri imprevisti hanno tenuto diviso il duo assese dei Corni di Canzo: bisognava per forza rimediare!

Così, nonostante le difficoltà logistiche, alle quattro del pomeriggio ci siamo finalmente ritrovati al crocefisso di legno sotto il versante ovest del Corno Occidentale. L’ora era alquanto tarda per attaccare una via ed un vento intenso presagiva qualcosa di oscuro nonostante il sole splendente in un cielo terso. Il vento rimontava gelido da Sud mentre nuvoloni bianchi rimontavano le Grigne dalle spalle coprendole dal Rosalba in sù. Le nuvole da nord spingevano l’aria fredda giù lungo il lago verso la pianura dove, per effetto del caldo, rimbalzava nuovamente verso nord attraverso l’Isola Senza Nome come vento gelido: “Amico mio sta girando: diamoci da fare!”

Quello che dovevamo affrontare era la prima ripetizione della nuova via di Giorgio Farina e Renzo Zappa, due veterani del Soccorso Alpino e dei Corni di Canzo. Qualche anno fa, già sessantenni, avevano aperto “Attenti a quei Due” sempre sul Corno Occidentale. Mattia e Serena avevano effettuato la prima ripetizione mentre Mattia ed Io avevamo fatto la prima invernale (…due asini a testa bassa su placca bagnata con neve tutto intorno!!). Quindi era obbligo rispettare la tradizione e scoprire dove, con caparbia tenacia, si erano nuovamente avventurati i nostri due beniamini.

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Era un po’ che non toccavo la roccia dei Corni e, nonostante l’esperienza maturata nel tempo, resta sempre tra le più impegnative che mi sia capitato di incontrare. Un colore grigio intenso costellato da piccole chiazze bianche, un dalmata smussato e sfuggente costellato da asperità quasi mai vive. “Accidenti, non si scherza con la roccia dei Corni! Davvero diversa da quella su cui arrampico in questo periodo!”

Giorgio e Renzo hanno trovato un passaggio molto logico attraverso un settore del Corno Occidentale in cui sembra improbabile trovare roccia buona: un buon compromesso tra difficoltà e solidità. La via è facile da leggere, aperta prevalentemente a chiodi e rinforzata con qualche spit piantato a mano laddove ci sono passaggi erbosi e roccia incollata da capire. Il primo ed il secondo tiro hanno bei passaggi su roccia lavorata ma da valutare, il terzo è un allungo sulla cengia erbosa ed il quarto è un bel diedro verticale abbastanza tecnico e protetto tutto a chiodi. Le soste sono tutte a catena tranne quella sull’albero.

Al primo tiro, facendo lo spiritoso da secondo, mi è saltata una presa su uno spostamento e quasi sbandiero passando di sotto: probabilmente i Corni ci tenevano a rimettermi in riga! Questo solo per dirvi come, nonostante il gran lavoro fatto dai nostri due, sia importante non sottovalutare un itinerario che, nonostante alcune protezioni a spit, conserva un carattere alpinistico. A differenza di “Attenti a quei due” non ci sono tiri esageratamente tecnici (come la bella placca a gocce) o troppo “ravanosi” (come l’attacco iniziale alla nicchia o l’uscita sui terrazzi erbosi). Nella cengia erbosa hanno piazzato un paio di fittoni proteggendo un passaggio spesso godibile solo agli “amanti del genere”.

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 Un po’ di placca “cornica”, un mezzo strapiombo obliquo non proprio semplice, un po’ di prato, un po’ di roccia non proprio compatta, un bel diedrino da spaccata, il tutto ben protetto ma in buona parte a chiodi. Con un po’ di attenzione, ma con facilità, si riesce a comprendere come gli apritori hanno salito la via e le scelte che hanno effettuato. Probabilmente questa via (di cui ancora non conosco il nome) può divenire il giusto compromesso per permettere a chi ha già un po’ di esperienza di approcciarsi ai Corni prima di affrontare le grandi classiche dell’Isola. Rispetto ad una “Cris” sulla parte Fasana questa è decisamente meno inquietante e più godibile per cominciare. Il diedrino finale è molto bello, non altissimo ma protetto a tre chiodi con un passaggio d’uscita su prato molto istruttivo: attenzione che la roccia incastrata nella terra non sempre tiene, mi raccomando!

Io e Mattia l’abbiamo trovata molto bella e, sicuri di guadagnarci qualche imprecazione dai futuri esploratori dei Corni, ci sentiamo di dire una frase quasi leggendaria da queste parti: “Ripetuta e consigliabile”.

Ovviamente, come è ormai tradizione da un po’, all’uscita dell’ultimo tiro ci è piombata addosso una nebbia scura e gelida che ci ha messo in fuga dall’imminente acquazzone. Detto questo questo non resta che aggiungere un’ultima cosa: Bravo Giorgio! Bravo Renzo!

Davide “Birillo” Valsecchi

Normale Dotazione Alpinistica, martello e qualche chiodo scaramantico attaccato all’imbrago, fettucce per allungare, un paio di friend piccoli per l’ansia. Ad eccezione dell’albero, dove la sosta va attrezzata, le altre fermate permettono la calata.  Una via dei Corni di Canzo, ben protetta ma da non prendere sottogamba.

Cimitero di Lumachine

Cimitero di Lumachine

dscf5767Quando usciamo dalla funivia sembra il pandemonio: l’elicottero del soccorso alpino si alza in volo in un fracasso di rotori mentre una comitiva di scolaretti delle elementari si raduna vociante nella piazzetta. L’elicottero continua a sorvolarci facendo la spola avanti ed indietro con i tecnici del soccorso che partecipano all’esercitazione. Il rumore rimbalza tra le pareti come in un bombardamento mentre le voci dei bambini rendono la situazione surreale proiettandoci in un dissennato film stile vietnam: “Charlie non fa surf!”

Con lo zaino carico ci avviamo lungo il sentiero come tre improbabili e baldanzosi remagi. I ragazzi del soccorsi si stanno esercitando in un canale ed il punto in cui l’elicottero scarica la squadra è poco distante dal nostro passaggio. Per questo, accucciati tra le piante con il soccorso, aspettiamo che l’elicottero droppi e riparta. In quel fracasso d’inferno riusciamo comunque a scherzare e a fare due chiacchiere con i tecnici. A differenza dei soliti gitanti non ci chiedono se andiamo a fare una ferrata: hanno capito chi è il vecchiaccio che capeggia la combriccola.

Il “Panz” scatta una foto con Ivan e ridendo glielo dice chiaro: “Ricorda quello che diceva Cassin: meglio un chiodo in più che un alpinista in meno”. Ed Ivan per tutta risposta: “Sì, ma quando poi ci siamo incontrati mi ha detto che facevo bene ad arrampicare come arrampico io”. Il Panz, Ivan, Cassin… gente troppo spessa perchè Birillo metta naso nella discussione. Speriamo però che un chiodo buono ogni tanto lo metta!

Quando riprendiamo a salire sono bello sereno. La giornata mi appare complessa il giusto. Stando al programma oggi si va ad esplorare un bel camino che ho indicato ad Ivan in una delle nostre precedenti uscite. Un bel camino di 40 metri al sole, avvicinamento un po’ complesso ma poi godibilissima salita ad incastro fino all’uscita, dove il camino si abbatte ed esce su una cengia erbosa. Due tiri al massimo, roba gestibile. Certo, ci sono mille incertezze ma un bel camino è un bel camino: non si sbaglia.

“Hey, ma di qui non si va al mio camino?!” chiedo distratto “No, no. Oggi è una bella giornata, è un peccato sprecarla con solo due tiri. Ci andiamo un’altra volta al camino. Oggi andiamo a quel diedrino che mi hai fatto vedere l’altra volta. Sai, hai ragione, è proprio bello: oggi andiamo a vederlo” Come? Cosa? Io? Cosa ho indicato cosa a chi? Ancora disorientato maledico la mia linguaccia restando assolutamente attonito quando capisco a cosa si riferiscono “O.H.M.E.R.D.A.!!!”

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SBAAMM. “Ma davvero volete farlo oggi?” Guardo la parete e la parete, leggermente illuminata dal sole, mi annichilisce con un’occhiata di riflesso. Lassù, in alto, c’è un diedro che esce strapiombate carico di promesse ad incastro. Ma la base è un tripudio verticale di roccia incerta e strapiombante sovrastata da erba altrettanto strapiombante. “Ma siete davero sicuri?” Quando arrampichiamo soli io ed Ivan probabilmente si ricorda che sono una matricola, quando c’è anche Giancarlo si gioca solo nella Major League. “Provo a vedere se trovo un passaggio logico per raggiungere l’attacco del diedro. Se è troppo terribile mi calo ed andiamo a vedere il tuo camino.” Mi dice Ivan sereno. Io con il naso all’insù faccio i conti: per arrivare al diedro su quel terreno servono almeno 3 o 4 tiri di corda, da fare corti ed affollati di chiodi. Serve un boato di tempo per affrontare quel disastro di erba e pilastrini. Questo prima ancora di dover affrontare il diedro. Sono quasi le undici e mezzo: dove accidenti vogliono andare?!

Ma Ivan parte, un primo traverso verso sinistra, poi un diedrino verso destra, si alza, trova un clessidrone poco rassicurante. Piazza un paio di friend e supera un traverso che spancia violento atterrando in un diedrino erboso. Poi riparte verso l’alto risalendo un torrente verde. Io, sbigottito, lo osservo. Arrampica costantemente con un piede sulla roccia ed uno sull’ebra, in strapiombo. L’ultima protezione è un friend che come un appendi abiti sorregge la corda che scorre ormai oltre una decina di metri oltre le sue spalle.

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Ivan ha 62 anni. Lo osservo muoversi. Non può essere forza, nè atleticità: è tecnica e puro equilibrio. Si muove con una lentezza infinita che diventa eleganza. Riesce ad essere “appoggiato” sopra un mondo instabile. La risultanza dei suoi gesti annulla il suo peso: incredibile. Resta immobile in posizioni che mi sembrano asfissianti riuscendo comunque a raccontarci quello che sta facendo: a volte ride da solo divertito di come le difficoltà gli complichino la salita. Cristo Santo… vorrei che piantasse un chiodo, vorrei che ci fosse qualcosa di razionalmente solido a cui potesse aggrapparsi, ma ormai mi è chiaro che se la sua mente cercasse rifugio in qualcosa di simile infrangerebbe quel suo incredibile equilibrio che è l’unica sola sicurezza possibile. L’unica certezza su quella parete è Ivan Guerini …ed io che me la faccio sotto per lui!

Le mie mezze corde sono da 50 e si distendono completamente prima che Ivan decida di fermarsi. Il sole illumina la parete ma noi siamo ancora in ombra. Le gambe mi tremano leggermente, forse è il freddo, forse l’immobilità… forse no.

Guardo verso l’alto mentre sento Ivan finalmente piantare un chiodo. Sono tutti tiri obliqui su strapiombi di misto. Riesco ad immaginare il mio respiro sotto sforzo mentre sposto il mio equilibrio ascoltando prese incerte. Posso sostenere quella sensazione di “nulla” per un po’, ma quella parete è troppo grande perchè riesca a contenerla tutta. Se cedo mentalmente e parto in pendolo i miei ottanta chili strapperanno ogni cosa: un tripudio di corde che cantano, roccia che crolla e birilli che sbattono. Bruna dopo l’Eghen è stata chiara “Fai quello che vuoi, ma dai retta sempre e solo alla tua pancia”. Alzo la testa un’altra volta e respiro. In questo campionato ogni dubbio è una sola certezza: non posso cominciare quello che non sono pronto a finire.

“Ivy!! Io questo giro lo passo!” “Non sali?” “No” “Sicuro?” “Sicuro!” “Okay”. Fine della questione. In cuor mio ho solo il timore che, comunque vada, mi pentirò della mia scelta. Gianka, ghigno alla Clint Eastwood, mi strizza l’occhio e parte. Giancarlo Bolis ha 70 anni: se Ivan è una farfalla Gianka è un rinoceronte da combattimento. Protestando in bergamasco si alza con malizia e mestiere da fuoriclasse. Questi due insieme hanno più del triplo dei miei anni, ma la distanza che ci separa è incalcolabile.

Nel passaggio chiave del primo tiro Gianka si ingarella a sbalzo protestando perchè non riesce a risolvere. Poi allunga una mano e si mette a ridere, si punta e finalmente si alza: “Biri, non riuscivo a trovare il modo di passare e sai cosa ho trovato? Quel figun lassù, oltre lo strapiombo, ha scavato nella terra una fessurina per le dita e si è tirato su!” Fantascienza pensare di riuscire a gestire di testa una cosa simile con i piedi sul marcio e dieci metri di corda alle spalle. Con il culo a terra me ne sto con il naso all’insù come una cintura bianca nel Dojo della Tradizione.

Giancarlo raggiunge Ivan e con un breve tiro intermedio sono alla base del diedro. Dove io ipotizzavo tre dispendiosi tiri ne hanno fatti solo due, se avessimo avuto le corde da 60 Ivan sarebbe arrivato diretto al diedro. “Devi farne di strada Birillo se vuoi vedere quanto è grande il mondo”. Canticchio…

Quando Ivan attacca il diedro mi tranquillizzo un po’. La roccia finalmente è buona, posso rilassarmi e studiare meglio i suoi movimenti. Si alza, si ferma, piazza un friend, lo rinforza con un secondo, poi disarrampica fino al friend precedente e lo recupera. Poi risale e ripete di nuovo il tutto. Sembra di guardare Al Pacino nel celebre discorso di “Ogni maledetta domenica”: i centimetri che gli servono sono ovunque e lui li raccoglie tutti per salire un centimetro alla volta. Il diedro è nel suo passaggio più strapiombante. Ivan incastrato d’anca, un braccio verticale sopra la testa, una gamba in asse a rana e l’altra in spaccata a controbilanciare, una mano all’imbrago per staccare un friend: “Qui sarà una bella faticaccia” sogghigna divertito.

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“Devi farne di strada Birillo se vuoi vedere quanto è grande il mondo”. Finalmente Ivan è in cima, accanto a quella grande roccia che dal basso mi sembrava la testa di un serpente o di un drago. Kundalini ha fatto ancora una volta la sua magia ed è scivolato tra le difficoltà con apparente semplicità. Gianka inizia a salire, la roccia è buona e quindi Ivan si prende il lusso di infastidirlo facendogli scherzi dall’alto. Nel cuore dello strapiombo però si ferma: “Ivan! Aspetta che devo mollare giù due scaglie. Biriz! Arriva qualcuno?” Io guardo il canale sgombro e do l’okay. Due bombe fiondano giù verticali verticali nel vuoto schiantandosi appena sopra l’attacco iniziale. Roccia sana con eccezioni…

Mi alzo sopra un pilastro che fronteggia la parete in modo da riuscire a parlargli: “Biriz! Se unisco le due corde posso recuperarti e provi il diedro! Dai dai! Non supera l’ottavo”. …anche no, grazie! Poi i due, nonostante qualche manovra decisamente alla moda vecchia, in un paio di doppie scendono finalmente a terra. Dalla base del diedro al prato sono esattamente 50 metri (fortunatamente!)

Questa è la terza volta che do forfait arrampicando con Ivan. Ovviamente ogni volta eravamo in tre o quattro e la situazione permetteva un call-out: purtroppo quando tocca ballare si balla e basta. Tuttavia, a differenza delle altre volte, sono quasi contento: oltre ad essermi evitato una buona dose di strizza ho potuto osservare uno spettacolo straordinario. A saperlo avrei portato la macchina fotografica con il teleobbiettivo, tuttavia spero che queste foto possano bastare per testimoniare qualcosa che sfiora l’arte.

Cimitero di Lumachine non è il nome della via, è una frase di Ivan quando salendo ha trovato una nicchia piena di gusci vuoti. Visto che in tre ore e mezza è stato salito in trad a vista da una coppia di ultra sessantenni credo che per rispetto tutto il torrione sia da considerarsi ora NoSpitZone.

Davide “Birillo” Valsecchi

Storiche Pareti Fluviali

Storiche Pareti Fluviali

20161001_102222TEoBrex – Dalla finestra aperta giunge inconfondibile rumore di pioggia, di acqua schiacciata e scagliata lontano dai battistrada delle poche auto di passaggio, segno inequivocabile di essere praticamente sveglio attorno a quell’orario che può venir considerato notte fonda o mattino presto a seconda dei gusti. Il felino percepisce il mio momentaneo risveglio e si fionda sopra di me affondando il muso appuntito tra la mia barba, ti prego ancora un’oretta di sonno Amico.

Oggi (primo Ottobre duemilasedici) ho in programma andare con Joseph a tentare una delle nostre imprese e la pioggia sarebbe una brutta compagna di viaggio, nonostante mi piaccia molto. Va be’ non ci penserò ora, torno a dormire, attenderò la sveglia. Giunto il momento di abbandonare il buon IPNO e rinviare l’appuntamento per la prossima nottata, mi ritrovo in sala a guardare fuori cercando di interpretare il cielo. Chi se ne frega del meteo, tanto non siamo uomini che si arrendono quando si scatenano le ire degli Dei, anzi. Colazione, chiusura zaino e partenza. Appuntamento di fronte al “Manzoni” di Lecco, come sempre sia io che Joseph siamo in anticipo di dieci minuti sull’orario dell’appuntamento, queste sono le cose che mi piacciono. Seconda colazione e partenza in direzione Bobbio, giunti accanto alla strada che porta alla chiesetta di Balisio, siamo costretti a fare dietrofront causa violento scroscio di pioggia: va bene andarsele a cercare, ma così è da incoscienti!

Discutiamo sul da farsi ed il “Maestro” mi propone di tentare di andare ad attaccare il Nibbio: “sai Teo, lì è tutto strapiombante – (evviva farò ancora seriamente a pugni con la gravità) – ed anche se piove si può arrampicare, a patto che non sia un diluvio.” Perfetto, si riparte, ma questa volta in direzione Resinelli. Passata la strada che porta al Porta (rifugio) veniamo investiti da bombe d’acqua e da quel senso di essere perculati dal cielo… “Sai Joseph, roba da andarsene in qualche palestra a tirare prese di plastica confezionate, cosa che tra l’altro mai ho fatto perché mi sa troppo di artificiale, cose che non danno gusto al mio palato ormai ben abituato al naturale.”

“Ho un’idea, guarda in valle, sembra che laggiù il meteo sia migliore – (d’altra parte, chi più in alto sale più lontano vede…) – ti propongo una cosa: andiamo a casa mia, facciamo cambio attrezzatura ed andiamo a Calusco sotto al Ponte ad inanellare duri tiri mai sotto il V° finché ne abbiamo”. Queste sono le reazioni che rendono magiche le giornate che parevano ormai volgere verso il nulla, ma ormai lo so che con certe persone sono questi repentini cambi di prospettive che danno gusto a giornate grigie dove gli apatici si sarebbero girati dall’altra parte del cuscino continuando a sognare. Ritornati a Lecco, riprendo la mia auto e seguo Joseph sino alla sua dimora, per poi portarci a Calusco.

Durante l’avvicinamento mi racconta dei tempi in cui veniva qui da solo in bicicletta ed in libera senza nessun tipo di attrezzatura ripeteva i tiri in placca inventandosi traversi terribili per inanellare tra loro tutte le verticali. Quest’uomo è strepitoso. Il primo settore è ricavato su antiche mura di cave di Epoca Romana e denso di tiri molto tecnici e duri, alcuni passaggi arrivano al VII- e tutti mai sotto al V, sarà una dura guerra di resistenza di avambracci. Parte ed attacca il primo tiro a sinistra e man mano gli altri sino ad arrivare al magnifico ed ipertecnico angolo. Riesco a salire abbastanza bene, ma non leggero e la testa non è completamente libera (è stata una settimana particolarmente pesante a livello emotivo e la parete è uno specchio, tutto ritorna e diventa visibile, non mente), nonostante questo mi esalto parecchio tra spaccate e prese basse raggiungendo il punto di calata. Joseph percepisce qualcosa: “dai Teo, guarda questo tiro, aprilo tu da primo su!” Avrei potuto rispondergli qualsiasi cosa, mi esce solamente un sospirato ok.

Sei rinvii dovrebbero bastare, cerco di studiare il tiro dal basso ma non sono molto lucido e non vedo il punto che servirà per uscire dal passaggio chiave, mi avvicino restando appoggiato per qualche secondo con le mani alla parete tipo posa da perquisizione per cercare qualche segnale dalla roccia, ma nulla oggi non ci sono. Va be’ basta, devo andare da primo stacca il cervello e parti stupida testa diversamente pettinata!

Salgo lento cercando di tenere bassi i battiti del cuore e respirando molto profondamente in perfetta armonia coi movimenti, perfetto coi primi tre rinvii inseriti, osservo dalla via Joseph che mi segue dal basso attento ed in silenzio. Arrivo al passaggio chiave, devo abbandonare lo pigolo e buttarmi nel nulla della placca con mano e piede sinistro, se solo avessi osservato meglio dal basso avrei visto come sarebbe stato “semplice” infilare la punta del piede in un ottimo foro a portata per poi rimontare di forza passando in placca andando a mettere il rinvio sullo strapiombo. Abbandono il rinvio sottostante ed attacco lo spigolo salendo, ma mi da l’idea di respingermi buttandomi fuori ed indietro, ma non voglio piombare giù da lì.

Per ora non vedo altra soluzione che attaccarlo frontalmente, da sotto il socio osserva senza proferire parola, ma osservando attentamente pronto a darmi il consiglio al momento giusto. Inizio a sudare ed il respiro aumenta facendo innalzare il cuore (sembra Joey Jordison ai tempi degli Slipknot) so che non posso permettere questo perché conosco bene a dove mi porterà, trovo una posizione “comoda” che mi permetta di stare in equilibro sul nulla senza sforzare le braccia e scaricando tutto sui piedi, chiudo gli occhi cercando di tornare attento. Qualche interminabile secondo, ci sono. A bassa voce, dal basso, arriva il consiglio al momento giusto: “Teo, scendi di un passo, buttati fuori dallo spigolo cercando col piede l’unico appiglio, poi con le braccia che hai sarà uno scherzo tirarti su ed arrivare al prossimo rinvio, dai un bel respiro e parti”. Nel giro di pochi secondi passavo il rinvio e grazie l’adrenalina in circolo montavo sul successivo arrivando a mettere la mia corda nel moschettone della sosta: amico tienimi che io mi fermo un attimo quassù nel vuoto a godermi l’attimo! Che sudata bagai: sono ancora un pivello, penso dentro di me ridendo di gusto.

Sceso, il socio incrocia il mio sguardo dandomi una bella pacca sulle spalle: “Teo guarda che comunque non stiamo facendo tiri facili, renditi conto di questo, e guarda dov’era il passaggio in placca” indicandomelo. “Ma come ho fatto a non vederlo? Uff, maledetta testa!” Tiriamo un’altra via per poi spostarci al secondo settore verso il canyon. Portiamo a casa altri due tiri, ma presi di mira da orde di zanzare bramose di plasma e non avendo più avambracci (e nel mio caso anche polpastrelli distrutti) decidiamo che è giunto il momento dell’ambito premio di ogni ascesa che si rispetti: la birra!

Mi chiama il Capitano Birillo: “Hey giovane – (bello quando cerca di fare il vecchio con me quando sappiamo entrambi che siamo separati solamente da due anni!) – ho visto che hai messo su Internet che parteciperai all’openday della Kong, sei già lì? Io e Checo ci stiamo andano ora!” Tempo di finire birre, focacce e caffè e saremo lì anche noi. Via di nuovo in macchina, poco dopo il quartetto dei Tassi gironzola per i capannoni osservando chi si cimenta ad arrampicare sulle prese artificiali allestite per i più piccoli. Riconosco tra chi fa sicura qualche faccia conosciuta al ValmaStreetBlock mi fermo a salutarli. Scrocchiamo cibo per poi puntare ad una classica cooperativa di paese frequentata da ultrasettantenni, sembra di essere in un film in stile Don Camillo e Peppone.

“Teo ho sentito Ivan” – mi dice Davide – “mi ha detto che siete stati al telefono parecchio ieri sera e che gli hai raccontato di qualche settimana fa quando, prima di andare allo Zucco dell’Angelone, tu e Joseph siete saliti a piedi sino in cima al rifugio Casari per una birra… Le vie dell’Angelone sono a dieci minuti dal parcheggio, ma con tutti i bar che ci sono in valle, perché vi siete fatti tutto quel dislivello per una birra? Ma è vero? Vi siete presi dei pazzi dal vecchiaccio!” “Tranquillo Capitano, anche a me a dato del pazzo per telefono mentre glielo raccontavo, ma voi non comprendete la soddisfazione di una birra lassù, non ci capite! E comunque prendersi del pazzo da Ivan Guerini ha quel no so che di soddisfacente, ahahah! Da che pulpito!!!”

Tornato a casa, ho giusto il tempo di cacciare tutto in lavatrice, di farmi qualcosa di caldo da mangiare e di battagliare col felino prima di essere di nuovo in macchina in direzione Valmadrera per passare una lieta serata al quartier generale dei Tassi sorseggiando un’ottimo Chianti gentilmente offerto per l’occasione dalla Bru.

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Note di Birillo:Tutti questi chilometri e queste parole per un paio di tiri a spit giù al fiume? Questo non è folle, ma solo senza senso…” Il primo pensiero leggendo l’articolo di Teo non era critico, anzi, cercava di cogliere qualcosa di importante, forse addirittura evidente, ma sfuggevole. Poi all’improvviso, e con un po’ di nostalgia, mi sono tornati alle mente le giornate d’inverno trascorse tutti insieme a Scarenna o al Sasso d’Erba. La metà di noi non riusciva a staccarsi da terra, qualcuno non aveva neppure imbrago e scarpette, eppure continuavamo a provare inseguendo grandi sogni. Eravamo lì per arrampicare ma anche, e sopratutto, per stare insieme. Teo all’epoca non era ancora dei nostri ma l’entusiasmo che traspare dal suo racconto è lo stesso che avevo io nei racconti di quei giorni lontani. Sono davvero contento abbiate trascorso una bella e burrascosa giornata, ancora più contento che tu l’abbia raccontata dandomi modo di leggerla. Credo sia ora che i Tassi si concedano di nuovo qualche giornata da vivere spensieratamente tutti insieme.

 

Il giorno in cui Bonatti se ne andò

Il giorno in cui Bonatti se ne andò

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La mattina era cominciata in modo strano. Ero in largo anticipo ma, andando in stazione a Lecco per prendere Ivan, mi ero ricordato all’improvviso di aver lasciato a casa le scarpette. Gira la macchina, l’anticipo diventa ritardo ed inizia a salirmi uno strano nervosismo. L’unica serenità è una promessa del Guero: “Esplorazione su lunghe placche appoggiate di quarto”.

Quando Ivan sale in macchina la musica però cambia: “Oggi andiamo a cercare la Bonatti irripetuta alla Punta Stoppani”. Con Ivan stiamo aprendo molte vie insieme, mi piace il modo in cui stiamo esplorando senza costrizioni: una libertà che è la più affidabile delle sicurezze. Ma inseguire una Bonatti è tutta un’altra storia. Walter Bonatti aveva personalmente raccontato ad Ivan Guerini di quella sua prima via aperta in gioventù. Una via di quarto e quinto vecchio stile, il quinto di un Bonatti ventenne che presto sarebbe diventato uno dei più brillanti astri dell’alpinismo mondiale. Ivan cercava di rassicurami, “Se l’itinerario è davvero franato torniamo indietro”, ma ben sapevo che non avrebbe mai desistito. Forse avrei preferito evitare, ma sapevo quanto quella via fosse importante per Ivan e quanto Ivan sia importante per me. Nella vita quando attacca la musica puoi solo ballare, ballare e tenere il ritmo.

Qualche ora più tardi siamo con Giancarlo Bolis nel canalone Comera, ai piedi della Punta Stoppani, alla base della Bonatti. Ivan parte e si alza su uno zoccolo a rampa che porta all’imbocco di un camino. “Un chiodo! Un chiodo di Walter!” Il suo entusiasmo è dirompente, la sua felicità quasi indescrivibile. Si alza ancora e trova il chiodo successivo “Davide! Quando sali fotografali tutti questi chiodi! Sono una testimonianza straordinaria!” Poi s’infila e scompare nel camino: tutto quello che possiamo vedere sono i sassi che fischiano ascoltando i suoi commenti entusiasti “Che via! Che via!”.

I cinquanta metri delle mie mezze corde scorrono veloci fino ad esaurirsi costringendoci a rimontare lo zoccolo per dare lasco al Guero. “Sosta! Molla tutto!”. Parto io e dietro di me Gianka. Parto sereno ma un paio di prese dello zoccolo saltano richiamandomi all’ordine: poi entro in camino, spalle alla roccia mi addentro in un mondo strepitoso. Un camino stupendo!

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Trovo altri chiodi e una vecchia punta di ferro piantata orizzontalemente. Mi infilo in uno stretto passaggio osservando oltre il buio il sorriso raggiante di Ivan. Non dovrei ma un pensiero comunque sfugge alla mia prudente superstizione: “Se è tutta così è strepitosa”.

Alla sosta, fatta con un chiodo nuovo ed un paio di friend, l’entusiasmo si scontra con la realtà. La frana c’è e non è per nulla promettente. “Vado solo in perlustrazione” proclama Guero, ma passati i quindici metri di corda non ci sono dubbi: ci prova comunque. Io comincio a guardami in giro cercando qualche variante su roccia solida in cui scappare per proseguire, ma Ivan sta già attaccando lo strapiombo. I sassi cadono, rimbalzano nella cengia franosa e si tuffano nel vuoto fischiando sopra le nostre teste come tie-fighter di guerre stellari. “Tranquillo Biri, quelli non ci prendono.” Sogghigna Gianka.     

La corda ci racconta la storia di Ivan. Non ci sono segni di passaggio di Walter e deve piazzare due friend tra le scaglie, poi si alza raggiungendo una nicchia a spirale. “Un chiodo! Un chiodo ad anello!”. Ivan si alza ancora, rimonta qualcos’altro, ormai vedo solo l’estremità dei piedi e delle mani. Un raggio di sole, all’improvviso, irrompe nella nebbia e la via si riempie di luce in un’ondata di roccia brillante. Ivan si ferma, resta immobile, io e Gianca dubbiosi non capiamo perchè. Solo poi scopriremo che quello è il punto esatto in cui Ivan Guerini, nell’assoluta concentrazione della salita, è stato travolto dalla commozione e dai suoi ricordi di Walter Bonatti. Qualcosa che noi due in sosta afferriamo ma non potremmo mai percepire.

Finalmente il bombardamento di quelle che Ivan definisce “leggere scaglie” cessa e Sguero chiama la sosta. Parto io e mi alzo. Poi mi fermo agghiacciato sotto una nicchia: ”Gianka, vieni qui e vieni in fretta. Io sto qui immobile ma tu non hai idea di quello che hai sulla testa…” Il passaggio originale di Bonatti è lì, steso per terra come un branco di elefanti che attende di travolgere la foresta.

Dalla nicchia ci spostiamo nel cuore del passaggio fragile. Nel camino mi ero molto divertito, ma in quel punto ero di nuovo ai Corni, oppure sulla Panzeri al Pizzo d’Erna o al Pizzo d’Eghen, ero di nuovo senza appello al limite delle mie capacità: un misto di disarmante serenità e rassegnazione. Salgo, in spaccata, in incastro, in opposizione, mi stendo, mi allungo: posso solo spingere perchè non c’è nulla che sembra reggere il peso dei miei ottantaquattro chili. Leggero e fluido, quanto posso, arrivo alla prima cengia e aspetto Gianka per non mollargli nulla addosso. Il chiodo ad anello è nel centro di un cavatappi, la corda di Gianka scende verticale dall’alto.

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Proseguiamo raggiungendo il Guero su una sosta sportiva/vintage su uno spuntoncino. Io mi attacco con la lounge in una radicetta psicologica mentre Ivan riparte. Il canale è ora invaso dai detriti, i sassi hanno smesso di fischiare ed ora ci cioccano contro. Appoggio il casco alla roccia, incasso il collo nello zaino e cerco di proteggermi in viso con il braccio nascondendo il gomito e la mano. Ivan prosegue (ed Ivan non è uno che muove avventatamente sassi!) ma la nostra è ormai una severa punizione. Un bel plocco grosso centra Gianka ad una spalla ma fortunatamente il vecchiacchio ha la corteggia dura. Tutto quello che voglio è che Ivan faccia sosta e ci dia il via per toglierci da quell’imbuto sul vuoto.

La sosta era in stile “plocco incastrato” ma non vado per il sottile. Nella nebbia si sentono i primi rombi di un temporale che scende da nord. La sindrome dell’Eghen comincia a pressarmi: “Andiamocene”. Un ultimo tiro in un canale franoso, un passaggio sotto un arco di roccia e finalmente la croce! Finalmente la gioia vera!

Il temporale incalza ma la felicità sembra trattenerlo almeno un po’: Ivan e Gianka scherzano come due bambini, si spingono e rotolano sul sentiero. La tensione inizia finalmente a scemare mentre il temporale ci raggiunge nel canale Bobbio trasformandosi in grandine. Arriviamo alla funivia fradici ma nulla davvero importa più: è il momento di fare festa!

Più tardi riporto Ivan al treno e rientro finalmente a casa. Bruna non c’è, sarà fuori tutta sera ed è dispiaciuta di non poter festeggiare con me. Stendo il materiale bagnato per tutto il salotto e mi butto in doccia. Poi, aggirandomi solo per casa, non riesco ancora a darmi pace. Una Bonatti perduta ripetuta insieme a Guerini, per di più la mia prima Bonatti in assoluto! Devi per forza dirlo a qualcuno!! Scelgo a caso una foto e sul web aggiungo questa frase “Prima storica ripetizione della Bonatti alla Punta Stoppani: Ivan Guerini, Giancarlo Bolis, Davide Birillo Valsecchi. La mia prima Bonatti è un irripetuta da 67 anni: continuo a ridere, piangere e bere birra. Un viaggio terrificante e magnifico: testimone atterrito di due talenti assoluti dell’arrampicata nella sua forma più avventurosa e selvaggia. Demolito dalla fatica e dall’emozione.” Credo che “testimone atterrito” sia l’unica espressione possibile per chi ha avuto la sfacciata sfortuna di osservare un’irripetibile ed incontaminato parallelo tra Bonatti e Guerini.

Rassegnato a cenare con una pizza stavo prendendo la porta quando suona il cellulare. Un messaggio, Francesco Milani Capialbi, “Mi spiace ma è già stata relazionata è ripetuta addirittura in solitaria!” Il punto esclamativo finale sembra un’ostile dichiarazione di guerra ma ormai conosco il giovinetto. “Scienza” ai tempi della via Attilio Piacco aveva caricato me e Mattia a testa bassa salvo poi tornare sui propri passi. “Noi sbagliando siamo partiti tutti aggressivi, fraintendendo le tue intenzioni. Tu ci hai subito fatto cambiare atteggiamento…” mi aveva scritto poi e tanto era bastato questo per diventare amici, anche conoscendoci poco. Ora dovevo scoprire cosa intendesse senza trasformare qualcosa di prezioso come una Bonatti misconosciuta in una gazzarra da bar.

Piano piano sono finalmente arrivate un paio di foto ed un nome: Stefano Valsecchi.  Stefano è il figlio dello storico rifugista dell’Azzoni e attuale capanat del rifugio. L’ho conosciuto giusto un mese fa, insieme a Josef in una nebbiosa giornata di mezza estate: ricci scompigliati, occhi azzurri e mani grandi. Abbiamo bevuto insieme un paio di birre parlando a lungo del Pizzo d’Eghen e del Camino Cassin che aveva ripetuto con Marco Anghilleri. Mi era stato subito simpatico e il racconto di quel giorno si trova ancora tra gli articoli di Cima. Ero contento fosse lui, ma volevo sapere anche tutto il resto.

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“Sono andato su il 13 settembre 2011 e l’ho fatta… poi il giorno dopo ho scoperto che era morto Bonatti. Mi sono sentito quasi speciale ma all’epoca, quando ancora facevo alpinismo, preferivo tenere le cose per me, soprattutto se fatte al Resegone” Scienza mi ha poi confidato che senza punzecchiarlo Stefano non avrebbe mai tirato fuori la sua salita.

Sebbene divertito stentavo a credere a tutta questa storia, non certo alla salita di Stefano ma a come questa sia avvenuta in un giorno tanto particolare: una coincidenza assolutamente improbabile. Ma la questione è ancora più complessa. Settimane fa i Badgers hanno dovuto consolare uno dei suoi membri per la morte di un amica, una giovanissima mamma rapita repentinamente da una brutta malattia. Una serie di coincidenze accadute dopo quel lutto avevano spinto il nostro amico a confidarsi con noi dando vita ad un confronto molto intimista.

Ed ora questo: 13 settembre 2011. Io credo che ieri Ivan abbia chiuso un cerchio, intenso e bellissimo, con un amico, con un uomo e un alpinista tra i più straordinari. Forse anche Bonatti ha atteso che un ragazzo giovane, così come lo era lui all’epoca, ripetesse finalmente la sua prima via per chiudere il suo straordinario cerchio. Chissà, forse le mie sono solo le riflessioni leggere di chi è ancora travolto dall’emozione e dalla fatica, tuttavia c’è una frase di Bonatti che mi è sempre piaciuta (…e che probabilmente è l’esatto opposto di come Ivan considera la montagna): “Le grandi montagne hanno il valore degli uomini che le salgono, altrimenti non sarebbero altro che un cumulo di sassi”. Il secondo tiro della Bonatti alla Punta Stoppani è inequivocabilmente una pericolosa pila di sassi, ma credo che tutta questa storia ne mostri il suo inestimabile valore.  

Davide “Birillo” Valsecchi

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Considerazioni:
“Ecco soprattutto ciò che intendo per avventura, nell’accezione più vasta e coinvolgente del termine. Scoprire se stessi è indubbiamente la più stimolante delle avventure, ma lo è ancor più se questa ricerca ha per sfondo la grande natura intatta, rimasta ancora fuori dalla portata di chi troppo spesso non sa, o non vuole, coglierne la preziosità.” Dagli appunti radiofonici di Walter Bonatti. Questa frase di certo piace molto anche ad Ivan.

Abbiamo inseguito i chiodi di Bonatti, immobili dal ‘49, spinti dal desiderio di esplorare tanto lo spazio quanto la storia. Una grande emozione che, genuinamente, abbiamo voluto condividere e conservare. Pensavamo di essere i primi, niente sembrava indicare il contrario, e solo dopo abbiamo scoperto che, prima di noi, era passato Stefano ed ancor prima Luigi! Una condivisione ed una scoperta che non ha sminuito la nostra salita ma che, anzi, ha impreziosito ed arricchito un’esperienza comune. Una Bonatti intatta non deve e non può diventare un feticcio da esibire, credo quindi che sia molto importante che questo itinerario, così come quelli vicini del Boga e di Rossi, conservino questa loro “natura intatta”, senza che fittoni, fix o spit ne deturpino lo spirito e la testimonianza.

Ivan, con i suoi tempi, pubblicherà una relazione più tecnica e puntuale della via con lo scopo di non perderne la memoria. Io posso solo dirvi che la seconda parte della via è decisamente pericolosa ed impegnativa, anche per chi ha buona esperienza di detriti e roccia instabile (…mi raccomando, sarebbe un grave errore cercare gloria caricandola a testa bassa). Se qualcuno, come Stefano o Luigi, ha una propria storia da raccontare si faccia avanti: sarà un piacere ascoltarlo =)

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