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Achtung Lodovico!!

Achtung Lodovico!!

dscf5395-001“Lodovico, sei dolce come un fico…” Renato Chabod e Giusto Gervasutti inseguono Armand Charlet e Fernand Belin sulla Nord delle Jorasses mentre io aspetto Sguero alla Stazione di Lecco. Il racconto di quel loro “tentativo” del ‘35 è ormai un’avventura a puntate che prosegue ad ogni attesa sul piazzale dei Bus. Renato e Giusto stanno ritirandosi dopo che anche Charlet è tornato sui suoi passi: in parete restano solo Meier e Peters ma, purtroppo, la gloria costerà loro un prezzo altissimo.

Mi piace come scrive Chabod, e mi piace l’umorismo con cui descrive la sua difficile e fortunata condizione di secondo di cordata con un “fortissimo”. La storia la fanno i Primi di cordata, ma è ai Secondi che tocca raccontarla, spesso vivendola scomodamente incastrati tra “l’incudine ed il martello” del loro ruolo. Un giorno qualche saggio, distraendosi dalle mirabolanti acrobazie di chi sta davanti, spenderà qualche parola anche sui Secondi, su quello che gli frulla nella pancia e nella testa, su quello che serve per essere validi nella propria trincea a metà strada tra il fronte e le retrovie. Ma ecco il mio primo di cordata farsi strada tra la gente con il suo consueto sorriso. Butto il libro sul sedile di dietro ed apro la portiera: “Buongiorno Sguero! Si va?”

Tecnicamente questa è una giornata di relax: arrampicando quasi ogni due giorni serve darsi il giusto ritmo, non sovraccaricarsi tanto fisicamente quanto mentalmente. Per questo abbiamo scelto uno tra i luoghi più miti ed accoglienti del nostro territorio “quasi dolomitico”: una zona piacevolmente ricca di verde, di animali, pozze alpine e grandi pareti in buona parte inesplorate. C’è un immenso universo roccioso da esplorare sebbene la maggior parte della gente curiosamente creda che non vi sia niente su cui arrampicare: un posto davvero bello, tanto bello che non ho intenzione (per ora) di darvi alcuna indicazione in merito! Chi riesce a capirlo mia sia divertito complice nel salvaguardarne il segreto 😉

dscf5354Se l’ambiente circostante è tutt’altro che opprimente le linee di salita sono tutt’altro che banali. Su una di queste strutture rocciose proviamo a tracciare una “normale” dapprima rimontando alcuni gradoni e poi puntando ad una spaccatura in piena parete. Il primo tiro diventa quindi una curiosa commistione di passaggi di bouldering e cenge erbose. Si stendono quasi tutti e 60 i metri di corda ed un passaggio, quello tra le due “corna” finali, si rivela piuttosto impegnativo. I camosci, più pragmatici degli arrampicatori, hanno però aggirato queste roccette iniziali tracciando sulla cengia un camminamento che, scopriremo poi, si snoda nelle zone più irraggiungibili della struttura rocciosa creando un periplo decisamente ardito quanto sagace.

Le dita, sulla roccia umida ed in ombra, assaporano il primo assaggio del freddo autunnale: “Bagai è tornato il freddo!”. La sosta del primo tiro è un’accoppiata tra due micro clessidre ed un valido chiodo a lama. Sguero riparte dritto per dritto puntando ad una spaccatura che piega verso destra. La parte superiore della spaccatura è crollata lasciando grossi detriti al suo interno. Sguero deve sgusciare sotto le roccie rotte evitando di far precipitare più in basso quelle già cadute: un bel passaggio di contorsionismo spacca-vestiti. Superata la spaccatura si infila in una specie di delicato diedro che lo porta verso l’uscita.

Quando è il mio turno tocca darsi da fare. La corda deve restare lasca per non stuzzicare la roccia “indecisa” ed al contempo, per orgoglio, devo riuscire a passare senza far cadere i sassi risparmiati da Sguero. Speravo di risolverla con un esosa dülfer sul vuoto ma raggiungere la maniglia non è facile come sperassi (anzi!). Quindi ripiego sul contorsionismo “spacca-vestiti”: i sassi però non si son mossi!

Giunti in cima siamo nuovamente sui prati, ci cambiamo le scarpe, insacchiamo la corda, e ridiscendiamo sereni verso la base della struttura. “Abbiamo ancora tempo: andiamo a curiosare più in là?” Ci spostiamo verso destra e troviamo un canale roccioso da cui si intravvede un bel diedro d’uscita. C’è un sacco di materiale franato ma il lato destro sembra solido. Guero parte e mi racconta: “Sembra di essere sulle vecchie vie dei Maniagni: roccia marmorizzata coperta di detriti. Davvero bello!” Lo osservo risalire distendendo quasi trenta metri di corda libera “Se non metti chiodi è quasi impossibile proteggersi qui”. La mente corre ai Maniaghi ed ai tempi delle grandi esplorazioni, alle reali difficoltà affrontate da quei pionieri e forse oggi dimenticate. Guero avanza con la solita cautela ma la parete, complice la corda, molla verso il basso sassi ogni tipo: la famosa mitraglia? Rimbalzano sulla parete e vanno in pezzi in ogni direzione: fortunatamente è roba piccola e sono agile nello schivare, ma non deve essere stata una banalità affrontare una cosa simile all’inzio del secolo scorso con un cappellaccio di feltro sulla testa. Corda dall’alto salgo abbastanza agevolmente anche se qualche passaggio, senza prese salde su calcale levigato, qualche dubbio me lo lascia (Sti cazzi, alla faccia dei Maniaghi!!).

dscf5412In sosta ritroviamo la traccia del “periplo del camoscio”. I quadrupedi hanno avuto un istinto eccezionale nel tracciare una linea “normale” assolutamente aerea ma capace di guadagnare la cima vincendo a spirale le difficoltà senza mai affrontarle direttamente. La nostra esplorazione è però tentata tanto dall’etica quanto dall’estetica e così Sguero attacca in dulfer la grande fessura/diedro. Il cuore della fessura è un misto di fango e sassi incastrati, “Il festival dell’orrido”, ma Guero sale facile aprendosi poi in spaccata per affrontare l’uscita. Al termine della fessura la roccia torna a farsi fragile ed incerta: come faccia il Guero a riposizionarsi da uno spaccata simile è materia per me ancora misteriosa. Scomapare poi lungo lo spigolo e, un bel po’ di corda dopo, lo sento chiamarmi la sosta.

dscf5415La spaccatura in Dulfer è uno spettacolo orribile, una specie di “Zombie della Luna Nascente”, ma l’uscita è un’altra storia. Provo a spaccare come il Guero: “Bene, è adesso? Come esco da sta posizione?” Non c’è nulla di solido a cui attaccarsi per “estrarsi” dal quell’incastro ed il corpo è ancora troppo sbilanciato verso destra dalla parte strapiombante. Mi viene in mente una vignetta di quelle che girano su internet: “Bill non fa spaccate che non può chiudere. Bill arrampica sulle proprie misure, nei propri limiti. Bill è intelligente. Sii come Bill”.

In spaccata non la risolvo e se la corda si tira di botto (ossia cado) non ho idea di cosa mi possa piombare sulla testa. No, devo cambiare strategia. Sempre a gambe larghe mi nascondo nuovamente sotto lo strapiombo e cerco di infilare il braccio quanto più possibile dentro la fessura. Sento la mano scivolare tra i sassi ed il fango mentre il braccio si torce affondando nell’oscurità. Mi sento come uno di quei veterinari che infilano il braccio nelle vacche per inseminarle! “Bhe, Birillo, poteva andarti peggio: potevi essere quello che munge il toro!” Con il braccio sinistro saldo nel “buco della vacca” giro i fianchi e chiudo la spaccata, riavvicino i piedi, lancio il destro oltre lo strapiombo e scalcio in una lolotte che sembra un ushiro geri. Una battuta di Josef risuona nella testa strappandomi un sorriso mentre sbuffo sotto sforzo: “Non ci sono più gli uomini di una volta, a sbalzo fuori in parete, oggi tutti di traverso in lolotte come signorine”.

Oltre il diedro è un’avventura fragile che culmina su dell’erba fradicia all’ingresso di una grotta. Orribile …ma anche un po’ magnifico. Nuovamente sulla cima ci sediamo a sistemare il materiale. La struttura rocciosa è estremente carsica e, nonostante la vegetazione, sembra voler inghiottire un piede del Guero che si ritrova scalzo con la scarpa ostaggio della montagna. “Guero come accidenti fai ad infilarti nello stesso buco tre volte di fila?! Recupera la scarpa!” Cosa volete farci, lui se la ride!

“Belle! Due vie severe, quattro tiri densi di passaggi interessanti: mi sono davvero piaciute”. L’ambiente mite che ci circorda sembra cancellare ogni difficoltà così come il ricordo del pericolo affrontato, lasciando solo il piacere dell’esplorazione e della compagnia. Io e Guero stiamo lentamente prendendo il ritmo allineandoci sulle rispettive capacità ed esigenze: ci stiamo proprio divertendo!! “Sai Davide, le persone continuano a ripetere in modo meccanico ed asettico le cose fatte e rifatte senza rendersi conto che la dimensione ignota spesso attende ad un metro dal sentiero.” Probabilmente è stata questa comune esigenza la scintilla che ci ha reso tanto amici, allontandoci da ogni confronto, costrizione o forzatura.

Davide “Birillo” Valsecchi

La Cresta del Sardanapalo

La Cresta del Sardanapalo

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Sguero se ne sta seduto dietro la sua birra rossa ed agita le mani davanti alla faccia di Gianka scimmiottando improbabili mosse di Karate, con tanto di imbarazzanti effetti sonori: la scenetta sarebbe anche divertente se non avessimo addosso l’attenzione di tutto il bar. “Gianka, io Ivan lo conosco da quattro anni: tu come hai fatto a sopportarlo per quaranta?” Giancarlo Bolis appoggia la sua birretta, piega la testa verso di me e sfodera un mezzo sorriso compiaciuto sull’angolo della bocca, un ghigno degno del migliore dei Clint Eastwood: “Io l’Ivan l’ho conosciuto che era giovane, quella volta con me stava abbottonato”.

Ivan mi ha raccontato spesso del suo primo incontro con Giancarlo. Una storia densa di dettagli che forse proprio Ivan dovrebbe raccontarvi nel dettaglio. Tuttavia, per sommi capi, posso farvene un riassunto.

Ivan, all’epoca era un giovanissimo arrampicatore alle prime armi ed aveva attaccato in inverno con Antonio Goi, suo compagno delle scuole medie, la Taveggia alle Corna di Medale.  La parete di 400 metri allora era in condizioni d’attrezzatura molto diverse da come lo conosciamo oggi. Sua mamma, entusiasta sostenitrice delle sue gesta esordienti, lo aspettava all’allora rifugio Medale. Il giovane Antonio in serata doveva essere di ritorno a Milano per recarsi il giorno successivo prima a scuola e poi al lavoro. Al tramonto i due non erano però ancora usciti dalla via e la mamma di Ivan si rivolse a due alpinisti che scendevano dalla cima del Medale con le corde in spalla: Ermenegildo Arcelli e Giancarlo Bolis. I due, vedendo la tangibile preoccupazione della signora, tornarono senza esitazione in cima al Medale per poi calarsi con decisione fulminea verso i due ragazzi, ormai al buio lungo l’ultimo tiro della via. Ivan, trovandosi davanti Arcelli all’improvviso, si trovò spiazzato e a nulla valse spiegargli che il poco materiale a disposizione, la fatica e l’inesperienza li avevano fatti parecchio ritardare. Ivan avrebbe voluto terminare l’itinerario nonostante il buio ma non ci fù nulla da fare: dovette cedere alla furia bergamasca di Arcelli che lo legò da secondo recuperandolo con poderosi strattoni in pochi minuti fino al canalino d’uscita, senza che avesse nemmeno il tempo di protestare. All’ultima sosta conobbe Giancarlo Bolis che divertito gli faceva l’occhiolino cercando di sdrammatizzare e rincuorare i due ragazzi.

Si sono incontrati appesi al vuoto nel buio, ed eccoli ancora qui, quarant’anni dopo, a scherzare bevendo birra dopo aver aperto una nuova via. “Vedi l’Ivan non è più quello di un tempo” mi dice ogni tanto Giancarlo. Poi sogghigna “…ma forti come lui ce ne sono in giro ancora pochi”.

Ma torniamo alla via di ieri: gli oltre mille metri di dislivello per raggiungere l’attacco dovevano essere la principale difficoltà per una nuova via di cresta. “Biriz, due tiri di quarto e poi spiana…”. In realtà i tiri sono diventati cinque, un “sali, scendi e traversa” tra le guglie. La cresta, prevedibilmente, ha spianato giusto l’ultimo metro. Una via logica, mai forzata, di ispirazione classica ma tutt’altro che banale.dscf5221

Durante la salita Gianka e Sguero riflettevano sui passaggi paragonandoli a questa o a quella via in Dolomiti (a me ovviamente sconosociuta). Loro erano completamente a proprio agio mentre io dovevo “far ballare l’occhio” per riuscire a stargli dietro. Quattro anni fa vi avrei detto che quello era un “inferno di cristallo”, uno spaventoso tripudio di roccia instabile. Questo in parte è ancora vero, tuttavia la mia esperienza è completamente diversa ed ora non mi sembra più follia sentire dire cose del tipo “Guarda che bella roccia solida!” mentre trattengo il fiato tra i passaggi

Una cresta, spazzata dagli elementi da tutti i lati, inevitabilmente ha una compattezza e solidità abbastanza precaria: se non avete mai sperimentato una via assolutamente inedita tra le guglie difficilmente riuscirete a comprendere l’incredibile quantità di roccia instabile che dovrete affrontare. Tuttavia, con la giusta esperienza, si impara a muoversi in sicurezza anche in uno scenario simile, anzi, si inizia ad apprezzarne gli aspetti compatti ignorando istintivamente tutto ciò che va assolutamente evitato. Non solo scegli con un’attenzione diversa cosa “toccare” ma i movimenti stessi si trasformano: i quattro classici punti d’appoggio si moltiplicano mentre “scarichi” il peso frammentandolo ed annullandolo. Una presa di dita si estende sul palmo, sull’avambraccio, diventa una torsione di tutto il corpo allungandosi fino al polpaccio che spinge lateralmente sulla roccia senza sbilanciare l’appoggio della punta del piede. Non sei attaccato alla roccia: la tieni insieme ascoltandone la resistenza. Per quanto mi riguarda il problema non è più “tenersi” ma capire quanto la roccia “ti tiene”: tanto nella posizione statica quanto, e soprattutto, nella transizione dinamica.

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A volte la tentazione di appendersi ad una bella presa solida e “rasparsi su” è molto forte, ma non è mai possibile “tirare” perdendo, anche solo in parte, il controllo del movimento: si rischia di mollar giù qualcosa oppure, ancor peggio, si può avere l’istinto di “sbracciare” o “scalciare” tirandosi addosso qualcosa di grosso. Non c’è possibilità di scelta: devi “esserci” in ogni lento e snervante gesto. Un tipo di arrampicata che consuma a profusione tanto energie fisiche quanto mentali. D’altro canto tutto questo permette di sperimentare tutta l’intensa bellezza dell’arrampicata libera nella sua accezione originale (…ed è un vero e proprio viaggio fuori dal mondo!). Ammettiamolo: quando ti capita mai una “prima” su 200 metri di cresta inaccessa sulle cime delle montagne di casa?

Spesso mi chiedono dove siano queste nuove vie aperte con Sguero: purtroppo al momento è un segreto, una piccola tutela. Ivan, dopo il libro sulla Val Grande e quello più recente sulla Val di Mello, sta lavorando su due nuove pubblicazioni dedicate all’attività esplorativa che ha condotto in questi anni. Ha recentemente imparato a realizzare eBook con il preciso scopo di avvalersi di uno strumento economico ma completo per affrontare gli argomenti a cui tiene di più. Quindi sarà lui a descriverle nel dettaglio, fornendo al contempo tutti gli spunti di riflessione necessari per affrontare consapevolmente questo tipo di arrampicata oggi sempre meno diffuso. Ad Ivan non interessano le pubblicazioni catalogo, le guide censimento: nei suoi scritti c’è molto altro da scoprire.

Davide “Birillo” Valsecchi

Errata Corrige: la volta scorsa Ivan non imitava Gigi CheSbatta con la voce del Gerry, ma con la voce di Simone Servida imitava Gigi CheSbata che faceva arrabbiare il Gerry (Ivan mi ha abbondantemente stressato per questa puntualizzazione!!)

Cassin Sasso Cavallo

Cassin Sasso Cavallo

b5Nella guida TCI de “Le Grigne” del 1937, Silvio Saglio definisce il Sasso Cavallo come «un poderoso sperone calcareo rassomigliante a una colossale prua di nave, che balza imponente dagli alti prati della Val Méria e che, visto dal lago di Lecco, appare nettamente staccato dal massiccio della Grigna Settentrionale»Dal punto di vista alpinistico, la sua compatta e strapiombante parete Sud è stata testimone di un’evoluzione di altissimo livello tanto da poterla considerare probabilmente come una delle pareti più significative dell’intero Lario.

La Cassin al Sasso Cavallo era per me una di quelle vie finite nella “lista dei desideri” e che aspettavo di salire appena mi si sarebbe presentata l’occasione propizia. Non è di certo una salita per la quale è facile trovare un socio, vuoi per il lungo avvicinamento, per l’impegno complessivo e per i “famosi prati verticali” che bisogna superare a metà (Cassin stesso nel suo libro “Dove la parete strapiomba” scrive: «Fastidiosa è l’erbaccia dura e liscia che pizzica le mani appena la si sfiora, e qualche volta non la si può evitare»).

Il caso però ha voluto che tutto si incastrasse alla perfezione con Luca, giovane arrampicatore assetato di esperienza e grandi classiche, così sabato pomeriggio ci incamminiamo verso il rifugio Bietti-Buzzi per guadagnare qualche ora di sonno. Il giorno seguente, dopo aver risalito tutto il costone della Val Releccio e ridisceso il canale della Val Cassina, di buon ora siamo alla base della parete. L’attacco non è di immediata individuazione (il bollo rosso citato in diverse relazioni ora non c’è più), ma una volta indovinato iniziamo la scalata con un buon ritmo ed in completa solitudine (siamo gli unici su tutta la parete). I camini sono faticosi, le soste da rinforzare e la roccia da valutare soprattutto nei tratti più disturbati dalla vegetazione. L’ambiente però è grandioso e noi ci sentiamo in perfetta sintonia con esso.

Il sole si nasconde dietro un leggero strato di nubi che ne attenua il suo calore (una volta tanto il meteo ha indovinato quest’anno!) quando ormai arriviamo ai famosi prati mediani sui quali bisogna muoversi con attenzione ed intuito senza farsi assalire da una certa sensazione di smarrimento che questo tratto di parete così aperta può infondere… Superato questo tratto e dopo una breve pausa, una leggera nebbia in movimento verso l’alto ci rallenta leggermente quando siamo ormai oltre il grande camino che superiamo con arrampicata artificiale e forte esposizione. Nove ore e trenta minuti dopo aver attaccato usciamo in cima e poco dopo iniziamo la piacevole discesa per il versante nord seguendo una traccia completamente immersa in una fitta rete di mughi.

Una ripetizione richiede esperienza, fiuto dell’itinerario e buon allenamento. La qualità della roccia non è sempre delle migliori soprattutto lungo i tratti disturbati dalla vegetazione che obbligano ad un’attenta valutazione della progressione. Ciononostante alcuni tiri di corda sono veramente belli ed esposti e nel complesso ci si protegge abbastanza bene. Difficile giudicarla. Piacerà o meno a seconda dei gusti personali e di come la si vivrà: se nella totalità della sua esperienza alpinistica (quello che cercavamo) o nell’aspettativa del puro gesto atletico.

Giovanni Giarletta

04/09/2016 – Sasso Cavallo – Via Cassin (o Bianca Maria)
Giovanni Giarletta e Luca Danieli

Ulisse d’Acqua Dolce

Ulisse d’Acqua Dolce

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Ivan mi ha regalato un sacco di libri ed annuari: forse voleva imparassi qualcosa, o forse voleva solo liberare un po’ di spazio in casa, non so… Sta di fatto che prima di uscire mi sono soffermato su un articolo che affrontava le differenze tra Alpinismo e Arrampicata: era chiaramente la trascrizione di un discorso tenuto durante l’annuale incontro del Club Alpino Accademico. Come consuetudine introduceva il concetto di “pace con l’alpe”, la visione moderna che si contrappone alla “lotta con l’alpe” tipica degli anni ante-guerra. Onestamente io non saprei cosa dire, grandi o piccole le montagne continuano a prendermi a calci nelle palle e questa visione “pacifista” fa un po’ troppo boyscout hipster per i miei gusti. Le montagne restano gli invincibili giganti di una moderna odissea: serve astuzia, azzardo e fortuna per ascoltare il canto delle sirene e fare ritorno ad Itaca. Inoltre questa pace “puzza” della superbia compiacente di chi si sottrae al conflitto convinto (a torto) della propria inevitabile vittoria: sembrano politici che inneggiano al trionfo senza mai essere scesi in trincea con la fanteria. Io la furia delle montagne l’ho solo fortunatamente intravvista, ma da quel poco che ho visto vi garantisco che nell’occhio del ciclone o combatti o muori.

L’articolo poi continuava creando un parallelo piuttosto ardito: l’arrampicarore è come un velista di lago, l’alpinista invece solca gli oceani. Credo che i Laghéé ed il vento che cala da Nord sul Lario potrebbero obbiettare piuttosto pesantemente su questa semplificazione. Forse l’autore dimentica come, quando la sorte si fa avversa, anche i giganti possano affogare in un bicchiere d’acqua. Tuttavia il mondo è bello perchè è vario e così, uscendo di casa, ero piuttosto compiaciuto di sentirmi un “Ulisse d’Acqua Dolce”.

Sguero si era già attaccato alla roccia, superando il primo muretto calcaero ben appigliato, giungendo alla grande pancia strapiombante: due grandi fori sferici, simili a due occhi, sovrastavano quel tratto aggettante. Ogni tanto si gira e storpicciando la voce del Gerry mi urla ridendo: “Che Sbuatta!”. Da quando gli ho presentato “Gigi Che Sbatta” questa è diventata la sua gag preferita. Poi, quando gli do corda per rinviare, ricomincia: “AseeeenPark… Che Sbuatta… però è davvero un ragazzo simpatico: mi piace la corda che ci ha consigliato”. Sguero è fatto così: in perenne e dinamico equilibrio tra l’assolutamente serio e l’inevitabilmente ridicolo.

Lo strapiombo però è una faccenda complessa ed iniziamo a lavorarci con impegno. Come una rana si alza in ricongnizione e poi si riabbassa. Pianta due chiodi in una fessura sotto il tettino, ma entrambi sono troppo bassi e troppo poco buoni. Rinvia e si rialza in ricognizione. Potrebbe passare, anzi, in pratica è già passato. Tuttavia da quando Bruna si è fatta male qualcosa è cambiato ed è proprio lui il primo ad ammetterlo: c’è in lui un’attenzione nuova nel proteggere i passaggi. Non gli basta più passare, proteggersi, vuole avere la certezza che il secondo possa fare altrettanto con adeguata sicurezza. “Sai, forse quello che è successo a Bruna è un avvertimento: chissà, forse ci ha salvato la vita”. Dopo innumerevoli e celebri solitarie Sguero, nonostante un impareggiabile esperienza ultra quarantennale, apparentemente riesplora in modo critico la progessione in cordata: che culo!

Si rialza e cerca di piantare un chiodo oltre lo strabiombo, ma il suono a rimbalzo di ogni martellata dichiara cieche tutte le fessure. Inesauribile si alza e si riabbassa ma il risultato è un misero chiodo da strozzare mezzo fuori. “Biriz, mandami su i friend grandi che proviamo con quelli!” Con il quattro in mano si rialza sullo strapiombo e prova ad incastrarlo tutto storto nel fondo cieco di uno dei due occhi: “Poi sistemo tutto.” Si riabbassa, si riposiziona e riparte. Supera lo strapiombo e si alza in piedi sopra gli occhi: “Calma e gesso, c’è ancora tanto da fare! …che sbuuatta!!”.

Fettucce, speroncini e friend: Sguero guadagna lo spigolo e l’ultimo passaggio aggettante. Io, fermo ad una sosta a nat ancora in ombra, inizio a sentire il freddo farsi strada nelle gambe e nelle spalle. Poi, finalmente, dall’alto spunta la testa del Guero: “Sbiriz… che Sbuatta! Molla tutto!”. Allaccio le scarpette: “Vengo!”. Con lentezza approfitto della roccia lavorata per scaldarmi in ampi movimenti. Poi, sotto la pancia, inizio a schiodare ed il freddo passa di colpo. Pim Pum Pam! “No Sguero, non ti prederò più in giro perchè non sai piantare i chiodi: questo mi sta facendo dannare!” Finalmente, dopo una piccola lotta, il Cassin tutto ritorto abbandona la fessura e trova spazio nel mio imbrago. Per togliere il successivo però devo alzarmi.

Mi attacco a due piccole manette e punto il piede sinistro. Mi raddrizzo cercando un appoggio ma il piede destro scompare a casaccio sotto lo strapiombo: “Come accidenti ha fatto a chiodare in questa posizione?!” Devo scaricare parte del peso sulla corda ma ho paura che il friend mi schizzi in faccia prima di pendolare lungo verso sinistra. Così traffico con un cordino ed il chiodo mezzo fuori cercando un compromesso accettabile: poi, con il respiro leggero, mi appendo ed inizio a schiodare il secondo chiodo. La corda di Gigi che Sbatta è davvero buona!

Riparto e raggiungo lo spigolo “Ma che accidenti!?! Strapiomba anche qui?!!” Sguero se la ride ed ora siamo abbastanza vicini anche per chiacchierare. Mi posiziono per il passaggio studiando la solidità degli appigli diponibili prima di avvicinare il barricentro alla verticale strisciando verso l’alto. “STONK!”. La corda fa saltare uno degli spuntoni che avevo scartato appoggiandomi di botto una mattonella in equilibrio sul casco. “Ecco, appunto!”. E’ troppo grosso perchè con la testa riesca a buttarmelo alle spalle senza tirarmelo sulla schiena. Quindi, tenendo in equilibrio il nuovo amico, mi riposiziono, libero una mano e libero la testa. “Accidenti, le comiche!” sbotto mentre Sguero ride.

Da secondo ai sassi ci si abitua alla svelta sebbene siano un pericolo più che concreto: shrapnel che fischiano ed esplodono sordi in mille scheggie. Tuttavia la mia fobia è un altra, un’atavica paura di ritrovarsi appeso ad un massiccio pilastro di quattro o cinque metri che decide di mollarsi verso il basso. Forse un sasso puoi provare ad evitarlo ma una mostruosità del genere come la risolvi? Già, questa è la grande paura che caratterizza il mio modo di arrampicare, il mio scivolare garbato ed attento su un mondo pronto a crollare: probabilmente la paura più utile e funzionale al tipo di arrampicata esplorativa che si fa con il Guero.

Il secondo tiro della via degli “Occhi Ciechi” è un trenta metri tra guglie a sbalzo nel vuoto: aereo e godibilissimo! Giunti sulla sommità si fa sentire all’orizzonte il boato di un temporale incalzante. Ci cambiamo le scarpe abbassandoci lungo un canale. Sul sentiero di ritorno troviamo un grande pilastro monolitico di venticinque metri che si innalza dall’erba: “Dici che ce la facciamo prima che arrivi la pioggia?” “Bhe, non resta che provare!”. Ovviamente il temporale ci investe in pieno quando è il mio turno di salire a recuperare il materiale. Dicono che il calcare sotto la pioggia, prima di diventare viscido e scivoloso, diventi per qualche minuto più ruvido e poroso. Chissà, forse la pioggia rende più evidenti le forme oppure i fulmini hanno la capacità di darti quella scossa in più. Comunque sia mangio il tiro, fortunatamente di roccia assolutamente compatta, e raggiungo rapido in sosta un inzuppato Guerini. “Biriz, non sembra di stare in cima all’Eghen?” Mi sfotte,  io mi guardo intorno e sghignazzo “No di certo, amico mio. Nemmeno lontanamente…”. Arrotoliamo la corda alla meglio, scendiamo a recuperare gli zaini e ci spazziamo il più lontano possibile dalla cresta (…perchè non si sa mai!).

“Mi piace arrampicare con te, Biriz: riesci a trasmettere una grande tranquillità anche quando le cose si fanno difficili”. Fradicio dalla testa ai piedi quasi arrossisco per un simile complimento.

Per via della pioggia siamo in anticipo sulla tabella di marcia e così raggiungiamo Bruna e Mimma a Lecco: un litro di birra a stomaco vuoto non è certo la colazione del campione ma, in qualche modo, i provvidenziali panini al pomodoro di Bruna evitano la sconfitta (anche se uscito dalla doccia sono crollato addormentato sul divano!)

La sera spulcio su internet le foto pubblicate dagli amici: “Hey Bru, sai dove sono stati oggi quelli della scuola con il corso?” L’indifferenza di Bruna è assoluta così come il cippiglio disinteressato con cui attende la mia risposta a quella domanda pretestuosa. “Al Sass Negher! – faccio io – E sai chi è stato ad aprire le prime vie quando la parete non era stata devastata dai fittoni?” Bruna è ormai rassegnata, alza lo sguardo al cielo, sbuffa e lascia la stanza prima di rispondermi divertita dal corridoio: “Ivan Guerini… e chi sennò? Ormai questa è la risposta Jolly!” Eh già…che sbuatta!

Davide “Birillo” Valsecchi

Giaggiolone dove sei?

Giaggiolone dove sei?

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Dalla stazione ferroviaria di Lecco fuoriesce un fiume di studenti ed impiegati che come una mandria disordinata si riversa sul marciapiede della fermata dell’autobus. Io, parcheggiato dentro la Subaru con le quattro frecce lampeggianti, li osservo preoccupato mentre incuranti mi scorrono attorno, come se fossi niente più che nuovo masso adagiato lungo il loro corso della loro routine. Ero preoccupato che in quella posizione potessi dare loro fastidio, essergli di intralcio. Ero preoccupato che quella mia “attesa forzata” potesse apparire come una prepotenza e cercavo un modo o un luogo per togliermi di impiccio. Ma il loro stesso scorrere mi impediva ogni scelta: non ero io ad intralciarli, erano loro a circondarmi. Così, dentro la mia sempre più scassata “BirilloMobile”, non ho potuto fare altro che alzare il volume dei Rancid – “Life won’t wait”- studiandoli e catalogando i gesti ed i movimenti. La maggior parte era persa nel cellulare camminando a piccoli passi con la testa bassa. Poi, là in fondo, leggermente più alto, vestito di rosso con uno zainetto arancione, avanza uno a testa alta, stonando in quella massa uniforme. “Eccolo, ecco il Guero…” Quando mi vede il suo sorriso si allarga ancora un poco: davvero curioso il modo in cui il destino accomuna le persone estraniandole da tutte le altre. Apre lo sportello e si infila nel Subaru, il suo sorriso è ora un ghigno compiaciuto: «Buongiorno Biriz, andiamo?». Appoggio le mani sul volante con in un film di Mad Max mentre il ringhio del vecchio ed orgoglioso motore Boxer Impreza spalanca la folla manco fosse il mar rosso: «Sì, Sguero: andiamo!»

Due ore più tardi siamo alla base della parete. Figlio di un cacciatore della Carnia individuo senza diffoltà i camosci mimetizzati tra le rocce. Sguero, stupito dal mio colpo d’occhio, si ferma ad ammirarli mentre, nel silenzio, spuntano anche i cuccioli dell’ultima estate. I camosci si accoppiano in autunno e partoriscono in tarda primavera: figli dell’inverno sono i signori delle montagne. Mufloni e Stambecchi non avranno mai la nobiltà e l’eleganza di un Camoscio.

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«Ma noi una via di quarto grado riusciremo mai a trovarla?» Guero mi aspetta in sosta e, dalla quantità di chiodi con cui la sta rinforzando, comprendo che il tiro rischia di essere anche più complicato di quanto appare. Rimonto fino ad una profonda fessura nera, infilo le mani, stacco i friend cercando di spingermi in alto in spaccata con i piedi: la fessura è solida ma quello che la circonda un po’ meno. Questa volta non strapiomba ma la verticalità e lo sforzo sono continui. Il secondo tiro è una placca con un passaggio strapiombante nel mezzo. All’uscita un grosso sasso sposato sembra appartenere ad una partita interrotta di “Jinga”. «Biriz, fai attenzione: non uscire dritto ma evita sulla sinistra uno spuntone che sporge. Non toccarlo…» Ecco, appunto… Come un elefante con il tutù da ballerina mi muovo delicato e leggero: sono peso fragile in una foresta di cristalli. L’attacco del terzo tiro richiede un chiodo, l’unico su tre tiri, l’unico che abbiamo lasciato in loco. Sguero lo supera in libera, ridendo sornione quando le prese gli si sgretolano sotto le mani. Poi dall’alto mi urla: «Biriz! L’ultimo metro è quarto grado: davvero!»

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Quando lo raggiungo all’ultima sosta mi guardo intorno osservando gli enormi blocchi di roccia che, senza giustificazione apparente, mantengono un equilibrio instabile sporgendosi nel vuoto. «Io le Dolomiti me le immagino così: sassi ovunque e roba enorme che si sgretola in secoli o in qualche istante». Guero sorride. «Infatti sono esattamente così». Ripenso alle difficoltà della salita e a come il vecchio adagio “saldo come la roccia” non si possa applicare al calcare. «Sai, forse potrà sembrarti presuntuoso ma a volte credo che arrampicare sul granito sia più facile: forse a volte è tecnicamente più difficile ma immagino tutto grande e solido, mentre sul calcare ogni cosa è un incognita di cui dubitare.» Tempo fa avevo fatto un discorso simile con Gianni Mandelli e lui, con grande saggezza rappresentativa, mi aveva detto «Il granito riesce ad esaltarti, a spingerti oltre i tuoi limiti. Il calcare invece spesso ti opprime, ti respinge soffocandoti.» Alla mia domanda Ivan ride, come sempre, e curiosamente mi da ragione. Il Profeta delle grandi placche della Val di Mello mi guarda e annuisce: «Sì Biriz, sul calcare ci sono molti problemi in più e spesso anche proteggersi, piazzare un friend o un chiodo, diventa molto più difficoltoso». Viviamo su un pianeta dove il granito è la roccia più diffusa in assoluto ma, ahimè, siamo figli del Calcare, figli di un Dio minore che, emerso dalle profondità abissali, punta al cielo trasformando la vita in roccia: già, forse non poteva essere diversamente…

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 La sera ho trovato Mattia, il mio socio di cordata, il 75% de “I Due dei Corni™”, e Simone, il marito di mia sorella, il padre dei miei nipoti e compagno della spedizione “cima-asso” nel lontano ‘99. Gli ho raccontato dove avevamo aperto la nuova via e lui, divertito, si era limitato a dire «Ma lì è tutto un marcione?!» Io, facendo spallucce, ho semplicemente annuito «Il Guero dice che quella è Dolomia Monolitica, assolutamente solida salvo i detriti di deposito. Io non so, forse ha ragione. Oppure è come quella storia del calabrone: tecnicamente dovrebbe restare su ma, visto che nessuno glielo ha detto, continua a venire a basso!»

Davide “Birillo” Valsecchi

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Sopra e Sotto

Sopra e Sotto

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 In un mondo surreale soreseggio birra al bancone, giggioneggiando ammiccante con un signorina della Nuova Caledonia, alla deriva nei suoi marcati lineamenti esotici e nell’intenso accento francese. Sguero intanto sale in cattedra e snocciola perle di saggezza sulle meraviglie alpinistiche e speleologiche del piccolo arcipelago francese, sperduto nell’oceano Pacifico sudoccidentale. Chissà in quale strano modo lui, che neppure possiede una tv, conosce tanto di un posto così lontano!

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Se il tramonto ci coglie con la mente in paesi lontani, l’alba era stata assolutamente indigena ed il calcare tra i più nostrani. Le stranezze però sono omni-presenti e per una caotica serie di coincidenze alla nostra brigata si è aggiunto un personaggio d’eccezione: Rino Bregani.

Rino è un medico in forza al Corpo Nazionale del Soccorso Alpino Speleologico ed è uno dei tre medici italiani che sono intervenuti nel difficile e famoso intervento di soccorso a Riesending Schachthohle, nel 2014 in Baviera. Un’operazione internazionale in cui le squadre italiane del CNSAS si sono distinte per competenza e resistenza: Rino ha trascorso 85 ore filate attaccato alla barella ad oltre 900 metri di profondità! Sovraumano!

Tempo fa TeoBrex si era lasciato sfuggire sulla mailing-list speleo delle Grigne che arrampichiamo con Ivan Guerini. Rino, leggendo quel messaggio, aveva contatto Teo raccontando il loro primo incontro negli anni ‘80 ai giardini milanesi, dove all’epoca si allenavano molti arrampicatore cittadini. Un rapido giro di telefonate tra i “tassi” e due giganti, di mondi diametralmente diversi, formano per la prima volta una cordata insieme: ecco l’occasione e l’ospite speciale per cui qualche giorno fa abbiamo comprato un canapone nuovo!

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La nostra esplorazione continua al Gran Madornale che, insieme alla Rocca dei Malandrini, è una delle tante “ZoneNoSpit” ancora taciute e tetutelate da Ivan (…prima o poi sarà lui a raccontarvi qualche dettaglio in più). Un nebbiolina fredda ci accoglie tra i torrioni ma la compagnia è spassosa e niente ci impedirà di godere della giornata insieme. Io e TeoBrex, mai come oggi, siamo le due matricole del gruppo e questo ci dà la possibilità, mentre Ivan insegue linee via via sempre più agghiaccianti, di essere anche più casinisti e petulanti del solito.

La prima via è di due lunghezze, rimonta l’esterno di un diedro e supera dall’alto uno stupendo camino a forra prima di raggiungere la sommità del torrione. La roccia è magnifica ma come sempre, essendo una “prima”, è tutta da capire, da leggere. Nonostante qua e là sia fragile è un “calcare vaporoso”, lavorato dagli elementi ed arricchito nelle forme. Leggisi: c’è uno sfrego di roba che si muove e si stacca, anche decisamente grossa, ma è pieno anche di magnifici appoggi che, se reggono, sono una vera goduria!

La seconda è una sola lunghezza, rimonta un camino (scelto per farmi contento “Così il nostro nat umano si incastra per bene!”) prima di attaccare un rimonto aggettante delicato e fisico. Guero fa un gran lavoro di friend e, con un cambio piede fulminante, rimonta lo strapiombo svincolandosi sotto il “tavolo” instabile che capeggia l’uscita. “Mi raccomando, questo non toccatelo!” Io e Teo disegniamo, corda dall’alto, varianti più mansuete mentre Rino, ormai in piena intesa con Ivan, lo insegue nei passaggi più complessi.

Mentre noi recuperiamo il materiale Ivan, in libera solitaria, attacca la parete buia del Gran Madornale inseguendo un fessura aggettante a caccia di una piccola clessidra. La roccia non è più vaporosa,  lavorata dal sole e dalla pioggia, è scura, poco invitante e buia. La grande fessura attraversa evidendente la parete in un doppio obliquo, per raggiungerla si deve però superare un attacco decisamente violento. Ogni volta Ivan era tentato ma, fortunatamente per noi, appariva sempre nera ed umida. “Aspettiamo asciughi…”. Oggi però c’è un ospite speciale e non sembra intenzionato a trascurala oltre.

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Tocca a me fargli sicura e seguirlo nei passaggi delicati. Rimonta il primo strapiombo raggiungendo un “quasi” terrazzo su cui è appoggiato un pilastro instabile che gli arriva al petto. Lo strapiombo successivo è la porta per la grande fessura ma deve riuscire a superarlo senza toccare il gigante inquieto. “Biriz, spostati più sopra a farmi sicura che se questo si muove vi esplode davanti… sempre che non prenda a rotolare già per la valle…”. Non so se mi agghiaccia più quel roccione o l’idea di dovere andar dietro al Guero per recuperare il materiale. Guero si alza e piazza un chiodo: io da sotto mi sposto ed inizia il suo movimento, lento, delicato, cruciale. Come quel vecchiaccio alla sua età possieda tanta forza e controllo è un mistero tutto yogico! Poi, comunque, passa: “Biriz, questo chiodo lo lasciamo. Lascia anche il cordino nelle fessura. Il resto toglilo. Ora comunque diventa più semplice: preferite che faccia sosta qui o vado fuori in cima?” Io e Teo speravamo desistesse ed ora ci guardiamo l’un l’altro spaesati: “Tu vai su? io no…” “…io neanche, ho già dato con i boccioni instabili!”. All’unisono ci giriamo verso Rino: “Bhe, Rino, questo è il tuo primo giorno: tocca a te!” Rino accetta divertito e per nulla intimorito.

Ivan se la ghigna dall’alto ed esce in cima al Gran Madornale inseguendo la spaccatura che da tanto tempo voleva vedere. Quando Rino attacca il primo strapiombo io e Teo ci rendiamo conto di tre cose: la prima è che ci è andata di lusso schivando il tiro, la seconda è che Rino è davvero forte, la terza è che l’esperienza di quei due, acquisita in decenni, è qualcosa che spesso appare fisicamente visibile nei movimenti. “Bhe, Teo, mettiamola così: era quasi quarantanni che dovevano legarsi insieme, lasciamo che questa via sia qualcosa di speciale solo tra loro. Aspettiamoli qui…”

Poi vabbè, la via verso casa è sempre lunga e spesso, prima di ritrovarsi davanti la pasta asciutta di Bruna, si allunga anche in improbabili deviazioni attraverso il Pacifico: la vita è un curioso viaggio avventuroso!

Davide “Birillo” Valsecchi

Fratelli Mandressi

Fratelli Mandressi

Fratelli Mandressi

Da tempo, dopo la via alla parete del Pradello, ero alla ricerca della possibilità di aprire una nuova via d’arrampicata, solo io e mio fratello. Dopo innumerevoli scorribande fra le pareti del Lago, Grignetta, Resegone e Corni abbiamo individuato la possibilità di apertura sulla parete SO del Corno Centrale di Canzo. Al che, con tutta l’accortezza possibile, abbiamo fatto delle ricerche per assicurarci che nessuna via fosse mai stata aperta e/o tentata, specialmente dai nostri amici di Valmadrera, molto attivi in quel settore di parete chiaramente contraddistinto dall’evidentissimo strapiombo iniziale ben visibile anche da lontano.

L’8 settembre 1976, al mattino presto, circa le 6, partiamo da Meda con il camioncino Fiat 600 con direzione la 2° stanga della strada che da Valbrona sale ai Corni, in modo da risparmiare energie il più possibile. Purtroppo la strada era chiusa sin dall’inizio ed abbiamo dovuto caricari i due zaini sin dal basso della valle. Zaini ben pesanti in quanto avevamo portato tutta l’attrezzatura d’arrampicata su roccia a noi disponibile, oltre a 3 corde ed a un filo di nylon per poter eventualmente issare dell’altro materiale, in caso di necessità.

Dopo circa un ora e mezzo siamo giunti sotto lo strapiomo, ed espletate le solite operazioni abbiamo iniziato l’avventura. Già alla partenza, come previsto, sono iniziate le difficoltà di chiodatura: avevamo costruito noi in casa dei piccoli chiodi di lega “tenera” ricavate da “balestre” vecchie, perchè avevamo previsto potessero ben adattarsi a fessure strette e sinuose, oltre al fatto che non potevamo permetterci di usare troppo i chiodi Cassin che avevamo, per noi costosi. La chiodatura ci ha impegnato notevolmente perchè abbiamo sempre tentato di “chiodare il più lungo possibile”.

Dopo la 1° sosta, mi sono caricato sulle spalle uno zaino di solo materiale, in modo da averne a disposizione il più possibile. L’impegno è stato “totale” tant’è che i ricordi sono ancora vivi. Dopo due tiri decisamente “duri” e faticosi, finalmente si è potuto arrampicare in libera, e dopo alcuni tentativi per trovare la soluzione migliore, finalmente abbiamo raggiuntola rampa che ci ha portato in cima al Corno Centrale.

Da lì, di corsa, siamo ritornati alla base per recuperare tutto il nostro materiale, e con il morale alle stelle, siamo tornati a casa. L’attacco della via è stato segnalato con un pennarello che, sicuramente, dopo non molto si sarà sbiadito. L’anno dopo, arrampicando in Dolomiti, abbiamo incontrato Romano Corti di Valmadrera che, essendo venuto a conoscenza dell’apertura della via, ci ha chiesto di inviargli una relazione da poter inserire nella nuova guida dei Corni, in fase di stesura.

Ancor’oggi, quando vado ai Corni di Canzo, salendo da Gajum mi prende un senso di commozione e grande soddisfazione guardando il grande strapiombo che fa bella mostra di sè.

Via Fratelli Mandressi Parete SO Corno Centrale
Primi Salitori:

Mandressi Giorgio 22/12/1959
Mandressi Claudio 05/01/1954
Lunghezza 60 metri – 2 tiri di corda difficoltà A1 – A2 un passo di A3 – V°
Prima ed unica ripetizione, in libera, di Ivan Guerini e C. anno 2000. Valutata VII + VIII

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Esami a Settembre

Esami a Settembre

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«Questo non è il VietNam! Ci sono delle regole!» L’elicottero del soccorso alpino, trecento metri sotto di noi, continuava le esercitazioni nel canalone Bobbio. Il frastuono rimbalza tra le pareti saturando l’aria di caos e confusione. Due camosci si fermano ad una trentina di metri da noi quasi vogliano domandarmi «Che accidenti di fracasso state combinando oggi?! Siete strani forte voi bipedi! Voi altri due, poi, non lo avete visto il sentiero?» Mi piacerebbe fargli una foto ma, in quel pandemonio, ho le mani occupate a fare sicura al Guero sopra di me.

L’accordo era chiaro: andiamo a fare delle roccette semplici semplici che sono fuori allenamento con la testa. Eccoci quindi qui, con il Guero che ammucchia tra loro friend e piazza un chiodo (evento raro) per proteggere un passaggio strapiombante: «Dal parcheggio non sembrava buttasse tanto fuori!» Già, mille metri di dislivello tendono ad appiattire le prospettive…

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Finalmente capisco che è in sosta ma, con il fracasso dell’elicottero, è impossibile capire cosa mi stia urlando. Quindi parto e, per far prima, mi lego a metà della corda senza aspettare che la recuperi tutta. Già, roccette facili…

Rassegnato mi applico alla salita cercando di lavorare bene di piedi e di guadagnare il più possibile evitando movimenti troppo intensi o faticosi: in pratica arrampico come andrebbe fatto. Rimonto fino a dove strapiomba, studio i piedi e mi alzo oltre il passaggio. Mi attaccato ad una manetta ma prendo il martello con l’intento di schiodare. Il mio economico canapone arancione dell’ 11 però non ne vuole sapere ed appena provo ad appoggiarci il peso si allunga verso il basso. Cercando di metterlo in tensione mi abbasso e rimonto nuovamente lo strapiombo (e siamo a due). Nel fracasso urlo a Guero di tirare ed il canapone sembra irrigidirsi un po’ ma ad ogni tentativo mi riappoggia comunque sotto lo strapiombo. Risalgo un’altra volta (e siamo a tre) ma non c’è verso di riuscire ad utilizzare quella corda per schiodare: devo riuscirci tenendomi con una mano sola.

Prendo un appiglio verticale con la destra e provo ad usare il martello da mancino tenendomi sui piedi. I risultati sono scarsi, il corpo è tutto fuori asse e comincio ad essere stanco: il chiodo non vuole uscire. Per un secondo accarezzo l’idea di abbandonarlo mentre la stanchezza comincia a sussurrare maligna «Arrenditi, lasciati cadere, lasciati sulla corda e fatti calare. Vai a casa, lascia perdere, accettati.» Strani momenti quando arrampichi.

«Nella migliore delle ipotesi la sosta sarà un cordino attorno ad una pila di sassi su cui sta seduto a gambe incrociate il Guero…» Un pensiero buffo, distorce la realtà descrivendola però nella sua essenza. «Non puoi arrenderti Birillo, questa è la realtà. Semplicemente non puoi». Dura un istante ma finalmente qualcosa scatta, qualcosa che non sentivo da tanto, forse troppo tempo. Non c’è rabbia, non c’è ansia, ma solo una ritrovata consapevolezza: sono lì.

Cambio mano, ed incrocio le braccia mentre riposiziono i piedi. Riprendo il martello e schiodo, …finalmente. Riparto, rimonto ancora lo strapiombo e mi appoggio con i piedi su un ballatoio. Ho il fiato corto, incastro un avambraccio in una fessura e sgagio qualche sasso con i piedi fino a trovare un appoggio solido. Diritto non salgo, respiro, giro le anche e vado in spaccata con la gamba sinistra cercando dove pareggiare con il piede destro. Vado, arrampico, un diedrino delicato e sbuco con la testa su una cengia erbosa. Il rumore dell’elicottero si è finalmente allontanato: «Hey Biriz! Fermo lì che ti faccio una foto!» (…quel curioso aggeggio che usa per farmi sicura bloccherà se lascia le mani?)

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Quando arrivo in sosta (assolutamente solida) mi sento diverso. La mattina, quando mi ero alzato lavandomi i denti davanti allo specchio, mi sentivo stanco, sentivo crampi e dolori ovunque. Il morale era sotto i tacchi. L’altra sera, a cena dai miei, mio padre mi aveva fissato dritto negli occhi «Che stai combinando? Sembri invecchiato tutto di colpo!». Ma ora, a quella sosta, sembra esserci una persona diversa: «Ciao Sguero, eccomi finalmente!»

DSCF4885Il tiro successivo la roccia è bellissima, “leggermente” friabile all’attacco ma poi strepitosa. Mi muovo e respiro, lasciando che siano i movimenti a guidarmi. Devo essere grato a quel vecchiaccio: forse non siamo sulle roccette che mi aveva promesso ma il risultato è stato di certo quello sperato. Eccomi qui, sono di nuovo qui.

L’ultimo tiro è un camino, un po’ orrido, ma piacevole. Poi eccoci qui, appena sotto la cima del Dente, mentre traversiamo su altre roccette curiosando qua e là. Insacchiamo il materiale e giù, nuovamente per il canalone Bobbio. A Lecco ci infiliamo nella solita birreria «Esami a Settembre: chiamiamola così.» Al Guero piace, o forse manco gli interessa: è felice, della via, della roccia, di come abbiamo arrampicato. Ingolliamo un paio di birre medie mentre ci servono patatine per pranzo. «Sguero, prima del treno abbiamo ancora tempo: cambiamo finalmente il vecchio canapone arancione? Mi aiuti a sceglierlo?» Come due adolescenti molesti e logorroici ci infiliamo nel negozio di “Gigi Che Sbatta” che, con pazienza stoica, appoggia sul bancone la nostra nuova corda. Esami a Settembre: finalmente passati.

Davide “Birillo” Valsecchi

 

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