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La Legge degli Spit

La Legge degli Spit

«Tutta la storia dell’alpinismo è stata una ricerca (una nostalgia?) della sfida romantica pura». Spesso sfogliando le riviste della Biblioteca Canova ciò che maggiormente mi affascina e colpisce non sono gli articoli, quanto gli scritti più brevi, gli editoriali o le lettere dei lettori. Gli articoli hanno quasi sempre lo scopo di comunicare una salita o descrivere una montagna o un impresa,  la loro struttura è sempre più o meno simile, a tratti persino scontata. Questi “pezzi minori” hanno invece la straordinaria capacità di cogliere e trasmettere il “sentire” dei propri tempi. Questo pezzo, un editoriale di Enrico Camanni, su ALP numero 78, mostra come la discussione sullo spit, e più ampiamente sul trapano, fosse ancora viva negli anni 90, ma sopratutto mostra un’inaspettato equilibrio nell’affrontare tale discussione. 

LA LEGGE DEGLI SPIT
Enrico Camanni (ALP n° 78 / Ottobre 1991)

Affermato in falesia come un insostituibile supporto dell’arrampicata sportiva, lo Spit rischia di colonizzare i territori dell’alpinismo e di livellare le montagne a variopinti baracconi.

Tutta la storia dell’alpinismo è stata una ricerca (una nostalgia?) della sfida romantica pura. Ogni progresso si è espresso in uno scontro dialettico tra i difensori di questa concezione – talvolta ottusamente ancorati al passato – ed i fautori di nuove tendenze, come il chiodo di assicurazione, il chiodo di progressione, lo stile himalayano e così via. Chi ha avuto ragione? I “conservatori” (come ad esempio Paul Preuss) hanno avuto il merito inestimabile di porre in primo piano l’essenza originaria dell’alpinismo, dove l’uomo sostanzialmente tende a migliorare se stesso in rapporto alla montagna e dove uomo e montagna restano i due soggetti insostituibili. I “progressisti”, dal canto loro, hanno invece dimostrato come una tecnica o un materiale più raffinato possano spostare i confini della sfida e aprire nuovi orizzonti, senza necessariamente tradire lo spirito originario. Entrambi hanno avuto ragione e un solo sconfitto esce miseramente dalla storia: il fautore del tecnicismo a senso unico. Tutte le volte che l’uomo ha cercato di addomesticare la montagna abbassandola al suo livello, tutte le volte che un materiale ha assunto il ruolo di prim’attore, l’alpinismo è stato umiliato e degradato al ruolo di attività secondaria. Credo che nella strisciante “guerra degli spit” abbiamo raggiunto il punto critico. I conservatori sono stati battuti su tutta la linea delle falesie, dove l’arrampicata sportiva rivendica legittimamente un’attrezzatura a prova di bomba. I progressisti “storici”, come Michel Piola, hanno dimostrato che si può ancora evolvere in linea con la tradizione, purché l’armonia della montagna non sia sopraffatta dai tasselli luccicanti piazzati dall’alto. Ma intanto l’onda delle falesie sale inarrestabile sulle grandi pareti e non trova altro contenimento che quello dei valori ereditati dal passato.

Sulla mitica parete sud dell’ Aiguille du Fou Pascal Colas e Philippe Grenier avevano trovato una nuova linea di grande fascino: “Les ailes du désir”. Ora l’itinerario è stato addomesticato con gli spit e Grenier scrive malinconicamente su “Vertical”: «Il mondo della falesia prende possesso del Fou. Io non dubito che questa attrezzatura apra le porte di una via magnifica, e che la collochi alla portata di numerosi arrampicatori che vi si esprimeranno con intensità, ma resta una questione importante che tocca l’essenza della montagna, e di conseguenza la verità che noi vi cerchiamo. Pensiamo veramente che l’uomo sia più forte della montagna, che Samivel abbia visto giusto nei suoi disegni e che questa montagna, considerata inaccessibile soltanto un quarto di secolo fa, sia diventata un alpinodromo da consegnare a coloro che vogliono viverlo senza il sale dell’avventura e senza la sua ricchezza?».

E’ tempo che i “conservatori” come Grenier facciano sentire la loro voce. Se l’intermediazione culturale di chi ha compreso il senso della storia non si sovrapporrà alla sportivizzazione a tutti i costi, le montagne non potranno che trasformarsi in una grande arena dove i defunti valori dell’alpinismo aleggeranno come retaggi preistorici. Non si tratta di vagheggiare o meno il bel tempo che fu: si tratta semplicemente di scegliere tra un’attività e l’altra, tra una storia e il suo contrario. Ognuno è libero di pensarla come vuole, ma nessuno ha il diritto di mischiare le carte a tal punto da confondere una fila di spit con una linea di fessure.

Enrico Camanni

Note del Birillo.

Cercando immagini della Aigulle du Fou mi sono imbattuto in una foto che è leggendaria. La foto che ho inserito mostra gli apritori della Via americana, da sinistra: John Harlin, Tom Frost, Gary Hemming e Stewart Fulton al Rifugio de l’Envers des Aiguilles nel 1963. Qui sotto invece trovate le principali vie sulla Aigulle e più sotto un vecchio articolo pubblicato su “Cima”. 

Aiguille du Fou Parete sud

  • Cresta sud-ovest – agosto 1933 – Prima salita di Pierre Allain e Robert Latour, 135 m/TD-.
  • Voie des Genevois – 18 luglio 1937 – Prima salita di René Aubert, René Dittert, Marcel Grütter e Francis Marullaz, 500 m II/D.
  • Classica americana – 17 e 25-26 luglio 1963 – Prima salita di Tom Frost, Stewart Fulton, John Harlin e Gary Hemming, 300 m/ABO, 7c max, 6a obbl.
    27 luglio 1983 – Prima salita in libera di Eric Escoffier e P. Mailly.
  • Les ailes dù desir – 1988 – Prima salita di P. Grenier e P. Colas, 300 m/ABO, 7c max, 6b+ obbl.
    1991 – Prima salita in libera di Eric Escoffier e Alain Ghersen

L’Aiguille du Fou

Lo spit più alto d’Europa

Lo spit più alto d’Europa

Il giorno in cui Marco Anghileri cadde sul Bianco lo ricordo molto bene. Quel giorno di metà Marzo del 2014, Mattia ed Io avevamo ripetuto la nostra prima via sul Corno Orientale, il Diedro dell’Oro, una via del ‘39. All’epoca avevamo ripetuto alcune vie sul Corno Occidentale e sul Centrale, ma l’Orientale, con la sua grande onda, ancora ci incuteva timore. Superare il diedro ed il freddo di quel giorno plumbeo era stata una piccola conquista e non vedevo l’ora di raccontarla a Marco. Su internet erano arrivati i primi social ed i primi gruppi: lui era sempre disponibile ed attivo nel rispondere ai messaggi, specie se si trattava di arrampicata o di salite sulle Grigne. Soprattutto in quel mese di Marzo tanto carico di neve. Come dimostrano oggi gli AsenPark o i più giovani tra i Gamma, aveva sempre una parola d’incoraggiamento ed approvazione se ti cimentavi nella riscorperta delle classiche o delle vie meno note. Tuttavia quel giorno sapevo che non avrei potuto scrivergli, almeno non subito. Era sul Bianco e tutti davamo ormai per scontato il suo trionfale ritorno. C’era stato quel famoso messaggio SMS: “Sono nel posto più bello del mondo”. Su Facebook poi era un susseguirsi di esultanza da parte di chi lo seguiva con binocolo dal rifugio. Avrei dovuto aspettare la fine dei festeggiamenti per sottoporgli la mia modesta salita. Purtroppo le cose andarono però diversamente. Quando i giornali pubblicarono le foto che aveva scattato tutti erano sgomenti: quell’impressionante roccia rossa, il famosissimo autoscatto sorridente nella tenda. Ce ne era poi una che mi inquietava particolarmente perchè nella mia ignoranza non ero in grado di capirla appieno: “Lo spit più alto d’Europa”. Marco Anghileri era uno che in 24 ore ripeteva in fila 6 Cassin oppure 5 Bonatti oppure 3 vie del Det, senza tirare in ballo Marmolada, Civetta, Agner, ecc… Per molti di noi, soprattutto brocchi, era un “moderno eroe classico”, l’esempio da seguire mentre dolorosamente si prendevano legnate sulle vie con più di 50 anni. Quello spit mi inquietò perchè, sempre nella mia ignoranza, mi parve di cattivo auspicio, fuori luogo. Tuttavia, in quei giorni tristi, non poteva apparirmi diversamente: il grande Bianco, forse per gelosia, aveva rubato alla più piccola Guerriera un’altro dei suoi campioni.

Non avevo pensato a quello spit fino all’altra sera, quando sotto mano mi è capitata una rivista della Biblioteca Canova datata 1993: carta stampata vecchia ormai più di un quarto di secolo. Era il numero 103 di ALP e la maggior parte degli articoli erano dedicati al Pilone Centrale de Freney. Vi erano le foto in bianco e nero ed i racconti, ormai celebri, di Giampiero Motti che narravano le vicende del pilone dagli anni 60 fino alla fine degli anni 70. Sulla rivista vi è poi un articolo di Marco Ferrari che riprende il racconto della “Commedia del Pilone Centrale” dal momento in cui l’aveva lasciato Motti fino alla propria contemporaneità: “Spit, Concatenamenti, solitarie, record: quattordici anni di vicende nello scenario colorato e sfolgorante degli anni ottanta”. Da ultimo alcune interviste ai protagonisti di quegli anni, tra cui anche Michel Piola, apritore della Jori Bardill.

Consapevole di come parlare dei caduti sia sempre doloroso, spero di fare cosa gradita trascrivendo questi articoli e “tramandandoli” alle nuove generazioni, soprattutto a quelle che da Marco Anghileri hanno tratto insegnamento ed ispirazione.

  • IL PILONE CENTRALE
    Attraverso il decennio dei cambiamenti
  • Intervista Michel Piola
    Lo spit più alto d’Europa
  • Intervista Jean-Christophe Lafaille
    Alpinismo come solitudine

IL PILONE CENTRALE
Attraverso il decennio dei cambiamenti
di Marco Ferrari (ALP – 1993)

Alla fine, dopo l’interminabile attesa, dopo la salita, quando tutto è diventato ormai ricordo, si capisce che la montagna non avrebbe valore se non ci fosse l’uomo a darle vita. «Le montagne hanno il valore dell’uomo che vi si misura: altrimenti esse rimangono soltanto dei mucchi di pietre». Questa frase, espressa con un indubbio alito di retorica, è stata scritta da Walter Bonatti prima di interrompere bruscamente una carriera alpinistica piena di colpi di scena, di tragedie, di successi, (medaglie d’oro consegnate dal presidente della Repubblica) ma anche, come sappiamo, da pesanti polemiche. Walter diede un taglio netto e improvviso alla sua attività, come se le montagne avessero ricevuto a sufficienza il segno del suo passaggio. Le sue salite, come lui stesso diceva, hanno dato un alone di personalità a quelle pareti del Monte Bianco. Il Pilone Centrale non sarebbe certo lo stesso se non fosse accaduta la sua vicenda: ancor oggi da quel tragico luglio 1961, il grande pilastro sud del Monte Bianco è avvolto da una strana ombra, una sorta di cupa tensione. E poi i ricordi che escono dalle righe dei libri di storia dell’alpinismo: il bivacco della morte, la ritirata dai Rochers Gruber, le immagini in bianco e nero che ritraggono Walter con gli occhi pieni di morte e il volto smunto dall’improvviso dimagrimento mentre si butta tra le braccia della sua donna e dice «ci siamo salvati soltanto noi: Gallieni, Mazeaud ed io, i soli che avevano un amore e una donna che li attendeva a casa». E rimase appunto quella frase straziante (che non tutti sanno), sentenziata in quel solenne momento l’epilogo di tutta la vicenda, prima delle ormai note polemiche che seguirono. Da quel primo atto della “commedia del Pilone Centrale” sono passati trentadue anni e il ricordo della tragedia è ancora vivo anche se in qualche modo è inevitabilmente un po’ invecchiato. Altri uomini hanno dato vita a questo strano pilastro di protogino arancione, altri successi e altre salite sono entrati negli annali di alpinismo, e purtroppo anche altre tragedie si sono ripetute, ricordiamo anche quella del milanese Quario, e quella del solitario torinese Roberto Calosso nell’88. In questo secondo articolo sul Pilone Centrale del Fréney completeremo la ricostruzione storica, iniziata nelle pagine precedenti da Gian Piero Motti con il testo ricavato dalla sua monografia dei “Piloni” apparsa su “Scandere 1979”. Dal settantanove a oggi è rimasto un buco di quattordici anni. Un tempo complesso che ha visto il passaggio di più generazioni di alpinisti le quali hanno anche maturato vicende di grande valore storico. Ma è giusto ricordarci che fare la storia non significa riempire il tempo soltanto con le vicende di “valore” e con le relative date; la storia, come sappiamo, non è fatta dagli avvenimenti ma dalle trasformazioni e dai contrasti che talvolta gli avvenimenti comportano. L’occhio della storia cade sui contrasti e sulle contrapposizioni e in fondo sorvola sulle imprese che ricalcano orme già esistenti. Come insisteva Motti, bisogna dare senso storico alla nostra critica. Fortunatamente per chi scrive, la “commedia del Pilone Centrale” è passata attraverso gli anni ottanta, un decennio (in alpinismo e non) pieno di grandi cambiamenti e contrasti. A proposito di “senso storico” lo stesso Motti scriveva nella parte conclusiva del suo saggio sui Piloni del Frèney: «Alle spalle di queste ultime realizzazioni vi sono una preparazione metodica costante, aggiunta ad una disinibizione psicologica che va al di là di ogni ostacolo. E’ impossibile dire se essi sono più forti di quelli di ieri. Costoro ereditano tutto il lavoro di quelli che li hanno preceduti, vivono in un momento storico estremamente favorevole alle chiarificazioni, alle disinibizioni e alle liberazioni dei tabù interiori; ricevono un’energia che gli altri non hanno nemmeno immaginato di possedere e certo impiegano bene i loro talenti. Chi si trova a percorrere l’ultimo scalino pensi a come abbia potuto giungervi e pensi a chi lo ha innalzato fino a tale altezza. Ma gli uomini sono ciechi, un po’ stupidi per definizione e, da sempre, vengono ingannati da ciò che appare: non riescono a penetrare oltre. Così oggi (1979 ndr) alcuni imbecilli ridicolizzano le imprese fantastiche di ieri, incantati e sedotti dagli sfolgoranti successi di oggi. È triste e anche un po’ amaro che l’uomo manchi sempre di senso storico nella sua critica». Eccoci dunque a parlare del Pilone nello scenario degli anni ottanta, nel grande decennio delle trasformazioni. Sulle fessure del granito a quattromila metri le scarpette di gomma liscia prendevano il posto dei pesanti scarponi di cuoio Galibier o Scarpa, sul fondoschiena dei nuovi alpinisti apparivano grossi sacchetti ripieni di magnesite bianca leggera come la neve. In città gli yuppie allungavano le code agli ingressi dei cinema davanti ai cartelloni di Wall Street. Sulle spiagge si faceva il tifo alle prime gare di off-shore. Era il decennio dell’apparire, del tutto in vendita, dello spettacolo enfatizzato, della settimana-corso di sopravvivenza, del craxismo e del suo illusorio benessere, di una parentesi di pace internazionale. In montagna tutto questo fervore esplose in uno dei periodi più fecondi della storia dell’alpinismo. A Bardonecchia nel 1985 le prime gare di arrampicata fanno nascere un nuovo sport, l’arrampicata sportiva; sul Bianco nel 1981 Boivin e Berhault inaugurano ufficialmente le corse e i concatenamenti salendo in successione la parete sud del Fou e subito dopo, trasferitisi con un deltaplano, la Ovest del Dru. Sempre in quegli anni i soliti francesi, con Boivin in testa, perfezionarono, fino a renderlo commercializzabile, un nuovo tipo di paracadute che permette di buttarsi giù dalle cime appena salite: era nato anche il parapendio. Ma fu l’avvento dello spit sulle grandi pareti alpine che interessò da subito il Pilone: in quell’anno 1982 si iniziò la chiodatura sistematica di decine e decine di itinerari attrezzati con gli spit e con l’intento di facilitare le ripetizioni (ciò che fin da allora si cercava di evitare per fissare il “valore” dell’impresa anche nel futuro). Era quindi entrata una nuova concezione: aprire vie con l’intento di facilitare le ripetizioni. Proprio nel 1982 Michel Piola non si fece sfuggire l’occasione di tracciare un suo itinerario su quella magica via di salita verso la cima bianca d’Europa. Ventidue anni dopo la salita di Bonington e Whillans, uno svizzero, che diventerà il maggiore interprete di questa attività, piantò lo spit che è rimasto tutt’oggi il più alto del continente. Una via di concezione moderna che arriva alla soglia del 6c corre dunque, dal 12 agosto 1982, sulla sinistra della classica del ‘61; una settimana dopo quella soglia (di 6c) fu superata dalla stessa cordata Piola-Steiner sul Grand Capucin, a poche centinaia di metri in linea d’aria dalla Chandelle, con la via Le voyage selon Gulliver divenuta in seguito una super-classica tra le vie moderne. Sul Pilone, l’itinerario chiamato da prima solo Direttissima poi Jòri Bardill rimase in ogni caso la nuova grande via di quel 1982. Ma come abbiamo detto gli anni stavano maturando sempre più per accogliere un alpinismo che oggi potremmo definire “sportivo”: nel 1985 nasce la rivista Vertical con la redazione a Chamonix, in contatto diretto con gli avvenimenti più importanti. Contemporaneamente nasce ALP, la rivista partner italiana. Carta patinata, foto a colori a tutta pagina vengono fatte passare come una sorta di vetrina dell’alpinismo fuori dal bar Choucas a Chamonix o sulla funivia del rifugio Torino che porta gli arrampicatori sotto i satelliti per ripetere, in giornata, la via Bonatti, o la più moderna O sole mio al Gran Cap. Il 1986 è il bicentenario della salita del Monte Bianco, l’88 il cinquantenario della Walker alle Grandes Jorasses, i nuovi nomi dell’alpinismo così detto di “punta” sono Christophe Profit, Eric Escoffier, Patrick Gabarrou, Thierry Renault, come abbiamo detto Boivin e nelle aperture di vie a spit Piola, Steiner, Vogler. Gli elicotteri accompagnano i “campioni” alla base delle pareti come le guide alla base del nostro Pilone; vedi il corso di formazione valdostano per una rapida ripetizione estiva della via di Bonington. A tutt’oggi le ripetizioni di guide con clienti sulla via classica sono rimaste ben poche, al massimo circa cinque a stagione; per la cronaca sono tutte francesi: nella celebre Società delle Guide di Courmayeur se ne contano ancora poche disponibili a portare clienti sul Pilone. Alcuni recuperi per mezzo dell’elicottero con il cliente “scoppiato”, ricordano quanto sia difficile per una guida lavorare sul Pilone. Sono gli anni dei concatenamenti in giornata: Walker e Croz sulla Nord delle Jorasses, poi il Dru per il Pilier Bonatti e per l’Americana, una sequenza di diverse combinazioni fantasiose all’insegna della velocità. E in questo contesto è inevitabile arrivare al logico ma straordinario concatenamento dei piloni del Fréney. Profit sale nell’estate ‘84: Nord del Pilier d’ Angle + Pilone Centrale via Bardill + via classica + cresta dell’Innominata con Thierry Renault in 22 ore. Ma più avanti in stagione sempre Profit, con Dominique Radigue, farà il più incredibile concatenamento di quella stagione: tutti i quattro Piloni del Fréney senza fermarsi. Pilier Nord o Gervasutti + Pilier Dérobé + Pilone Centrale via Bardill + Pilier Sud in 32 ore. La suggestione collettiva per quell’angolo “himalaiano” del Bianco e l’immagine mito del Pilone vengono così inevitabilmente incrinate. Anche se una certa parte della collettività degli alpinisti stenta a credere alla veridicità di queste imprese o per lo meno tende a ignorarle, sembra che gli enchaînement e le prestazioni a tempo record snaturino l’idea stessa di alpinismo. Lo stesso Bonatti commenterà con toni di disprezzo questo tipo di alpinismo “sportivo”. Intanto le ripetizioni della via di Bonington aumentano di anno in anno. Alpinisti da tutto il mondo si sparpagliano sulle Alpi in cerca delle più prestigiose ripetizioni; in quegli anni gli obiettivi più ambiti sono la Walker, l’ Americana ai Dru, la Nord dell’Eiger, la Nord del Civetta e non da ultima la classica del Pilone Centrale (di tutti questi grandi itinerari si perderà inevitabilmente presto il conto delle ripetizioni estive).

In inverno (stagione ‘89-’90) invece si registra anche la ripetizione della Bardill da parte di Alain Ghersen e Remy Escoffier, è una salita senza storia: rimane un avvenimento circoscritto a quella stagione invernale ma non aggiunge nessun elemento veramente innovativo alla “commedia del Pilone”. E il sipario si chiude così su un decennio di grandi cambiamenti; chi osserva attentamente lo scenario alpinistico capisce che dopo i concatenamenti solitari invernali di Profit sulle tre Nord (Eiger, Jorasses, Cervino) non c’è più niente di nuovo da dire, sembra (usando l’espressione alla Motti) che «non esistano più gradini da aggiungere alla scala» e che l’avanguardia in alpinismo sia ormai esclusivamente nei numeri, nei record, nella velocità e nei tempi delle ascensioni, già per altro ridotti al minimo. Ma nei primi anni novanta avviene una sorta di reazione: il cronometro e le tabelle dei tempi di velocità sembrano rimanere (tranne alcuni casi sporadici, vedi Berhault ‘92 in giornata sul Trittico del Bianco: Noire, Gugliermina, Pilone), un fenomeno circoscritto alle ripetizioni e al decennio passato. Quando il 15 agosto 1991 Jean-Christophe Lafaille attacca il Grand Pilier d’ Angle e poi il Pilone del Frèéney aprendo, da solo, due vie in successione in ben cinque giorni di scalata, sembra voler rievocare uno stile più “classico”, alla Nicolas Jager per intenderci che nel 1975 in due giorni e mezzo ripeté la Bonatti-Gobbi al Pilier d’ Angle e la classica al Pilone: o ad esempio le lunghe permanenze solitarie di Renato Casarotto che nel febbraio ‘92 ripeté in due settimane di solitudine completa la Trilogia del Bianco. Renato attaccava la classica al Pilone in severe condizioni invernali dopo undici giorni di arrampicata. Nel ‘91, la piccola guida di Gap porta a termine un’impresa eccezionale interessando, nell’ultima parte del suo viaggio solitario, il Pilone con l’apertura di L’écume des jours, un itinerario valutato 6c, A2, il terzo e l’ultimo a essere aperto sulla nostra montagna.

I grandi exploit si sono sovvrapposti uno all’altro al punto da farci inevitabilmente perdere il loro reale valore storico. Ma ritornando a un alpinismo più comune, quante sono ogni estate le ripetizioni “normali” della via classica? Dopo alcune ricerche ci risulta circa un’ottantina nel 1991, ma è difficile fare una stima precisa anche perché non esiste un solo punto d’approccio alla parete; il bivacco Eccles, il bivacco Ghiglione e quello della Fourche sono tre diversi punti di appoggio indipendenti tra loro che inevitabilmente fanno disperdere le tracce e impediscono un reale censimento. La scorsa estate, invece è certo, le ripetizioni sono state pochissime, anche perché le condizioni della parete sono diventate accettabili solo a fine stagione. Dunque, niente punti di osservazione privilegiati sul pilastro del Fréney: solamente nelle belle giornate di alta pressione, dal rifugio Monzino si può osservare quanti riescono a uscire sulla cresta di Brouillard. Tenere il conto però oramai non interessa più a nessuno, forse nemmeno ai redattori delle riviste specializzate.

Bonatti diceva che sono gli uomini a fare le montagne: oggi come abbiamo visto, su questo pilastro di granito, non è rimasta impressa solo l’ombra sinistra dell’avventura di quei sette alpinisti nel tempestoso luglio del 1961: innumerevoli ripetizioni, innumerevoli successi e prestazioni di alto livello hanno in qualche modo sbiadito quel ricordo di morte che avvolgeva il Pilone Centrale. In questi ultimi anni, grazie a una dimensione più disinibita nei confronti della montagna, siamo entrati in un’era nuova, in cui è veramente facile credere nelle proprie potenzialità di alpinisti: le riviste con gli elenchi strabilianti di successi dei “campioni”, gli allenamenti scientifici alla portata di tutti, la trave sopra la porta del bagno che promette la salita del 7b e delle grandi pareti senza il minimo sforzo. Tutto questo sfatare il “mistero” delle montagne facilita l’approccio alle pareti sgravando in un certo modo il carico psicologico e rendendo le grandi salite classiche alla portata di molti. Ma siamo sicuri che tutte queste forti certezze non si rivelino poi solamente illusione? Non può accadere che la realtà sia, al momento di partire, ben diversa da come la si pensava? Quando, in quelle notti di pace apparente, prima della salita, chiusi nei bivacchi dell’Eccles (o Ghiglione) si attaccano addosso i fantasmi dell’incertezza, allora tutto prende una luce diversa, allora si capisce che le proprie sicurezze non erano poi così inscalfibili. Nella notte di attesa si ritorna a sperare in quella sottile possibilità dell’improvviso arrivo del brutto tempo, come unica buona scusa per tenerci lontano da quel pilastro (in fondo a guardarlo bene così cupo). Invece al mattino aprendo la porta di legno foderata di lamiera del bivacco, un’altra alba chiara metterà fine alle incertezze; non ci sarà più tempo per pensare a nulla. Improvvisamente un precipitare di cose: tutto di fretta come se la salita fosse l’unica fuga per scappare dalle proprie paure. Via di corsa, la colazione, prepararsi, mettersi i ramponi, l’avvicinamento; l’unico scopo è arrivare presto in cima e magari dimostrare al compagno un po’ di sicurezza. Di sera, quando tutto il mondo sarà sotto i piedi, finalmente in cima alla Chandelle con le prime luci che cadono ad accendere Courmayeur, 3500 metri più in basso, allora si capirà che la “commedia del Pilone” era tutta solo un incantesimo, che il “grande mito” della scalata più alta d’ Europa era solo un’invenzione, ma un po’ è stato anche bello credergli lo stesso perché è proprio quell’illusione che è parte fondamentale di questo tipo di alpinismo.

Gian Piero Motti aveva perso la sua gara con il “mito del Pilone”, in quella sua notte di attesa avevano vinto le paure: il mattino preferì ritirarsi sulla cresta di Peuterey. Motti, come tanti altri, faceva dell’alpinismo anche per arricchire la sua conoscenza e affinare la sua ricettività verso se stesso; rinunciare al Pilone non significa che non abbia potuto afferrare il cuore di questa montagna di granito. Abbiamo pensato di passare attraverso i suoi scritti anche perché affacciarsi alla storia da una prospettiva diversa dal presente ci sembrava un metodo più imparziale, che in qualche modo rispettasse un certo senso storico. La sua penna e la sua sensibilità ci hanno trasmesso oggi quel segmento di storia lungo diciotto anni e tutto ciò che quell’ammasso di rocce «reso vivo dagli uomini» gli ha trasmesso.

Michel Piola
LO SPIT PIU’ ALTO D’EUROPA
di Marco Ferrari (ALP – 1993)

Entriamo nella casa dei suoceri di Michel Piola. Lo schiamazzo di una folta squadra di bambini che corre su e giù per le scale ci fa credere di aver sbagliato indirizzo e di essere entrati in un kinderheim estivo. Siamo a Leisyn nel Vallese svizzero, il nostro ospite è Piola, il precursore delle “spit-climbing” in montagna, mentre tutti quei bambini sono i suoi e dei suoi parenti. Al frastuono dei ragazzi ci deve essere abituato visto che come lavoro fa l’istruttore di ginnastica a tempo pieno. Le sue vie aperte in ottica moderna (dal basso, con il trapano e con forte uso di chiodi a espansione) sono innumerevoli. Solo l’anno scorso ha aperto 105 itinerari e ha piantato 1500 spit, per un totale di 350 lunghezze di corda. Nell’estate ‘93 sulla parete sud delle Petites Jorasses, in occasione dell’apertura della via Pantagruel ha scavato due appigli per evitare un passo in artificiale. Eppure anche Piola ha una sua etica ben definita: rispetto delle vie storiche e apertura rigorosamente dal basso. In quella famosa estate del 1982 -come abbiamo detto- diede il via alla “rivoluzione” e a quel nuovo stile di apertura (che comprende la nuova via Jòri Bardill sul Pilone). Il primo spit lo piantò nel 1980 sull’ Aiguille des Pélerins ma lui assicura che il primo chiodo a espansione della storia del Monte Bianco fu piantato non da lui ma da Gaston Rebuffat nel 1956 sulla sud dell’ Aiguille du Midi. «Dopo un primo tentativo, sbarrato da una placca non fessurata, Gaston andò dagli alpinisti ginevrini (che avevano una certa esperienza in fatto di chiodi a espansione che usavano già allora sul calcare di casa) a informarsi su come piantare il chiodo che gli permettesse di risolvere il suo problema». Ora su quella placca a 3700 metri di quota è rimasto solo un piccolo forellino (senza chiodo) che solleva a Piola la responsabilità di aver forato per primo (non per progressione artificiale, ma solo come punto di sicurezza) la roccia del Bianco.

Ora Michel ha trentacinque anni, molti capelli bianchi in testa (per la verità un po’ precoci), più di un decennio di attività come apritore che lo ha portato su tutte le montagne granitiche più importanti del pianeta, ha compilato circa cinque guide del Bianco sulle quali ha descritto il Pilone come una montagna “mitica” e di grande impegno; in realtà a voce userà aggettivi più pacati.«Bene Michel, raccontaci la tua salita al Pilone». «La Direttissima al Pilone rientra nel contesto di quelle salite “esplorative” dei primi anni, oggi apro di più su pareti minori (anche perché sono le uniche che gli sono rimaste a disposizione). Nel 1982 avevo arrampicato parecchio con Steiner, con lui avevo un affiatamento particolare. Pierre-Alain era molto forte su terreno misto e su ghiaccio, io di più su roccia. Avevo conosciuto Steiner al corso guida, io ero una giovane guida e lui era stato il mio istruttore. Aveva un’esperienza eccezionale (Nord delle Jorasses invernale), mi ha insegnato molte cose. Con noi due, in quell’occasione si era unito Jòri Bardill al quale abbiamo voluto dedicare la via: due anni dopo è morto anch’egli in montagna. Quei primi giorni di agosto il pilone non appariva nelle condizioni migliori. Una grande quantità di neve riempiva le terrazze ma noi eravamo decisi lo stesso a portare a buon fine il nostro obiettivo. A dire il vero il Pilone da sotto non ha un aspetto così feroce, anzi la soluzione del problema non ci sembrava tra le più ardue. Avevamo deciso di scambiarci il comando della cordata giorno dopo giorno. Il primo è toccato a Steiner poi a me e in fine la parte della Chandelle l’ha portata a termine Bardill. Il tempo per fortuna è stato dalla nostra e siamo arrivati in cima al tramonto del terzo giorno, avevamo piantato lo spit più alto d’Europa ed eravamo riusciti ad aprire una via sul mitico Pilone Centrale. Dopotutto non ci sembrava di aver fatto nulla di eccezionale». «Sei mai tornato sul Pilone?» «Sono tornato almeno altre tre volte per aprire qualcosa ma il tempo me lo ha sempre impedito». «Pensi ci sia ancora spazio per una via nuova sulla Chandelle?» «Sì, a sinistra senz’altro ma con qualche lunghezza in artificiale. A destra c’è una splendida fessura che Lafaille (nel 1991) forse non ha voluto aprire perché aveva fretta di uscire sulla cima». Lo stesso Lafaille ci darà una spiegazione diversa riguardo alla sua scelta di non toccare quella fessura. Per quanto riguarda Piola staremo ad aspettare le sue ultime realizzazioni sui Piloni, ma forse quelle salite ormai non faranno più storia.

Jean-Christhope LaFaille
ALPINISMO COME SOLITUDINE
di Marco Ferrari (ALP – 1993)

La piccola guida di Gap non riesce a distogliere lo sguardo dalla sua montagna in questa giornata di sole a Chamonix, la prima dopo un lungo periodo di bassa pressione. I suoi occhi fanno impressione, rimangono come incantati a guardare lassù-dove fra qualche ora porterà i suoi allievi guida dell’Ensa per un ultimo esame prima di rilasciargli il patentino. Il suo sguardo, i suoi occhi un po’ timidi, sono inebriati e ubriachi da chissà quali orizzonti. Ma come è possibile parlare di alpinismo romantico in questo decennio di confusione e di conformismo!? Con lui non abbiamo avuto il coraggio, anche se forse sarebbe stata la persona più adatta per parlare di cose che vanno oltre il grado e i tempi record di salita. Ed è significativo che la prima cosa che gli viene in mente di quella via nuova sul Pilone, è la notte trascorsa sotto la Chandelle. «La volta del cielo era tutta tempestate dalle stelle. A un certo momento mi è parso di vedere le mie montagne, il massiccio dell’Oisans, in quel momento, in quella solitudine immensa mi sono sentito ancora a casa tra le mie montagne e quelle del mondo». Il suo alpinismo è soprattutto solitudine, così sulla Nord delle Jorasses in inverno lungo una via nuova, così sull’8a+ di Réve de Gosse slegato in una palestra vicino a casa. Tre vie in invernale solitaria al Grand Capucin (Bonatti, Svizzeri, Diretta dei capucines con nuova variante di uscita), poi ancora l’ Americana alla Sud del Fou e ancora diverse altre sui Satelliti del Tacul sempre da solo e in inverno. Per la piccola guida di Gap le montagne sono ancora più alte, per la sua statura modestissima i sacchi da portare non sono più leggeri di quelli dei suoi colleghi, anzi sono alti come lui. Per questo ventottesimo anno della sua vita, Jean-Christophe ha fissato ancora un altro viaggio solitario su una via nuova lungo una parete del Cho Oyu, 8201 m. Ritornerà dunque in questa stagione post monsonica dopo la terribile avventura subita l’anno scorso sulla Sud dell’ Annapurna, nella quale perse la vita Pierre Beghin e a lui toccò una ritirata solitaria di tre giorni con un braccio fratturato. «Sono partito (11 agosto 1991) in completa solitudine senza elicottero e senza radio. Ho attaccato la parete est del Grand Pilier d’ Angle che già conoscevo». Era già stato su quella parete in occasione della solitaria della via Divine Providence, il primo giorno si è portato sotto lo “Scudo”. «Durante il secondo giorno c’è stata una brutta sbandata: su un tiro di artificiale mi cede un chiodo. Sono precipitato e ne ho strappati altri due. Per fortuna niente di grave, ho proseguito poi per altri tiri di A4. Il 14 agosto attacco il Pilone. La prima parte è già abbastanza impegnativa: 6c, A2. Il giorno dopo ancora una lunghezza di 6c mi conduce alla cima. Sono le cinque del pomeriggio e mi ricordo che avevo una specie di appuntamento con l’elicottero dei fotografi. Senza la radio nessuno mi ha potuto avvertire che per quella sera non sarebbe potuto arrivare, così mi sono messo a prendere il sole fino al tramonto, poi ho affrontato l’ultimo bivacco». «Come mai non hai voluto salire quella splendida fessura che si trova poco più a destra sulla Chandelle?» «Sì, ho visto quella bellissima fessura che dici, ma in realtà si tratta di una fessura cieca, non proteggibile solo con i friend. Ho quindi pensato di rinunciare piuttosto di piantare uno spit su una montagna così carica di storia». «Tu che hai portato a questo punto i livelli dell’alpinismo proprio in quella zona del Bianco, che tu definisci himalaiana, e così carica di storia, che atteggiamento hai nei confronti del passato?» «Mi sento come gli alpinisti del passato, non c’è differenza perché ho lo spirito di costoro».«Tu sei l’unica persona ad aver percorso tutte e tre le vie del Pilone tranne pochi tiri della Bardill. Quale ti sembra la più bella?» «Senzaltro la classica. La Jòri Bardill non mi è piaciuta, è troppo forzata e poi non sono interessato a percorrere vie con gli spit». Questa affermazione suona un po’ strana se si pensa che proviene da una guida francese, alle quali siamo abituati attribuire una certa leggerezza nelle questioni etiche. Eppure lui è un loro degno rappresentante visto che tiene i corsi di formazione professionale all’ Ensa. Durante questa estate di tempo inclemente rimangono pochi giorni per le salite, mentre parliamo il suo sguardo è ancora rivolto alla montagna. Presto ritornerà sulle pareti, dopo questa parentesi con il corso guida, Jean-Christophe si troverà ancora da solo, in piena autonomia senza radio, senza chiodi a espansione per un progetto proprio nella zona dei Piloni. Intanto a Chamonix circola la voce che c’è qualcuno che sta mettendo della resina sika sulla Ovest dei Dru e Lafaille ci ricorda che sulla classica Americana al Fou si scende in doppia sulle soste attrezzate a spit. Mentre sul Pilone brilla quello più alto d’Europa.

Addendum da Wikipedia: Nel dicembre 2006 Lafaill, che aveva salito 11 dei 14 ottomila, intraprese una solitaria invernale sul Makalu (8462 m). Il mattino del 26 si era accampato su una piccola cengia, circa 1000 metri sotto la vetta e con il telefono satellitare disse alla moglie che avrebbe provato a raggiungere la vetta quel giorno. Da quel momento non ci furono più sue notizie. Da solo e in inverno, senza nessun alpinista sufficientemente acclimatato per raggiungere il suo ultimo campo, non c’erano possibilità di soccorso. Il team del campo base perse le speranze di un suo ritorno dopo una settimana, e in seguito un elicottero cercò invano suoi segni sulla montagna. Il suo corpo non è stato ritrovato e i dettagli dell’incidente rimangono sconosciuti. Ha lasciato la moglie Katia e due figli.

«Trovo affascinante che sul nostro pianeta ci siano ancora luoghi dove nessuna tecnologia può salvarti, dove le persone sono ridotte alla parte più essenziale di sé. Questo spazio naturale crea situazioni impegnative che possono portare alla sofferenza e alla morte, ma anche generare ricchezza interiore. In definitiva, non c’è modo di conciliare queste contraddizioni. Tutto quello che posso fare è viverne ai margini, nel confine sottile tra la gioia e l’orrore. Tutto sulla terra è un atto di equilibrio.» Jean-Christophe Lafaille

L’alpinismo non è in casa

L’alpinismo non è in casa

Bruna stava mettendo a dormire la piccola Andrea: quello che fino a poco tempo fa era il mio studio, dove custodivo tutto il mio equipaggiamento, è ora la sua cameretta. Zaini, corde e cianfrusaglie varie sono ammassate in rigidi contenitori di plastica in un’altra stanza più piccola. Così, oltre a non trovare mai quello che mi serve, i gatti si rifanno le unghie su tutto ciò che riescono ad artigliare e riempiono di pelo tutto il resto. “L’attrezzo fa l’artista” e probabilmente l’attuale trascuratezza del mio equipaggiamento determina la mie già scarse potenzialità alpinistiche. Tuttavia la grande libreria è rimasta nella stanza originale ed in essa una vastità di libri e di riviste alpinistiche raccolte con Ivan Guerini per la “Biblioteca Canova”. Il guaio è che quando la nana dorme tutta quella mole di volumi diviene per me praticamente inaccessibile. Così, allestendo una specie di sotto-libreria temporanea, sposto a rotazione una ventina di volumi su una scaffalatura più piccola in bagno dove, contrariamente alla celebre canzone di Guccini, riesco ancora ad avere un mio momento. Il mio obiettivo è cercare un vecchio articolo di Messner sulle montagne africane (che Ivan mi chiede di trovare ormai da anni) o qualche interessante articolo da convertire in digitale.

Così, nella mia ricerca, mi sono imbattuto in un racconto decisamente interessante: uno spaccatto storico e culturale sull’arrampicata che spazia dagli anni ‘70 agli anni ‘90. Il racconto era pubblicato nell’Agosto del 1993 sul numero 100 dei ALP, una rivista specializzata attiva dal 1985 e per tutti gli anni 90. Il titolo era già tutto un programma ed il suo autore – ho scoperto poi – è un noto scrittore alpinista dell’epoca (di poco più giovane di mio padre e professore universitario).

L’alpinismo non è morto, è uscito un attimo
di Rudi Vittori (1993)

Il giorno che tolsi le Super Gratton dallo zaino e me le infilai ai piedi, i presenti non capivano precisamente quello che stavo facendo. ll sole scaldava con i suoi tiepidi raggi autunnali le rocce che dall’alto guardano le acque limacciose del lago di Doberdò e, più in la le acque azzurre del mare adriatico del golfo di Trieste. Me le aveva vendute Roberto Zannini, un compagno di naja, e diceva che erano appartenute a un suo amico, Heinz Mariacher che e aveva comperate in Francia. Eravamo nel 1979 e Mariacher allora NON era nessuno, e anche se avessi detto ai presenti che le scarpe erano state sue, cosa che mai ho potuto verificare, non avrei certo migliorato il loro giudizio sull’acquisto che avevo fatto. Facendo finta di nulla infilai quella specie di morse ai piedi e iniziai a salire una di quelle paretine che meglio conoscevo e la cui scalata mi era più congeniale.

Certo a vedermi salire come una papera, incerto sugli appoggi e in equilibrio assolutamente precario, non devo aver fatto fare una gran bella impressione alla scarpetta che, di lì a poco, sarebbe divenuta la capostipite di una generazione di calzature, attrezzo indispensabile e irrinunciabile di arrampicatori e alpinisti degli anni a venire. La gomma non era un gran che, la scarpetta era piuttosto rigida, ma era soprattutto il mio modo di salire, abituato a sfruttare gli appoggi in punta e alle mie Colorado color rosso fuoco, già allora mezzo numero più strette, che non mi permetteva di sfruttare le potenzialità di quell’attrezzo. I ricordi sfumano, ma credo che le scarpette siano tornate nel sacco per quella domenica pomeriggio, e non siano riapparse che alcuni mesi dopo, quando nelle domeniche invernali ebbi modo di provarle e riprovarle, nella tranquillità assoluta senza gente attorno. Le mie seconde scarpette furono un prototipo personale ricavato da una scarpa alta da pallacanestro con incollata sotto una suola di Airlite. La gomma magica mi era stata suggerita non so da chi, ma sembrava che fosse stata scoperta in Val di Mello, un posto abitato da strani tipi, forse drogati, sicuramente drogati, che salivano su placche di granito impensabili grazie proprio alla magica mescola.

Io e il mio amico Mario bigiammo un giorno intero le lezioni universitarie per cercare quella magica Airlite da tutti i fornitori dei calzolai di Trieste, prima di scoprire che si trattava di una comunissima gomma usata per le suole degli zoccoli da spiaggia. La gomma cocida venne dopo, tanto tempo dopo.I ricordi di quegli anni passano sfumando sulla parete della cantina, dove talvolta mi rintano a rivedere le diapositive, scattate a migliaia, nel corso del lungo viaggio che per vent’anni mi ha portato in lungo e in largo a scoprire le rughe più nascoste delle montagne alpine.

Un viaggio iniziato per gioco, tra i banchi di un liceo occupato, dove tra discorsi di libertà e di rinnovamento, tra l’invenzione di uno slogan e l’altro da cantare durante i cortei, spuntavano le copie degli schizzi delle vie, copiate al giovedì dalle guide consunte della biblioteca del Cai, e si decideva dove andare ad arrampicare la domenica successiva.

Un viaggio continuato durante tutti gli anni di Università quando, invece che seguire le lezioni di chimica o di fisiologia, percorrevamo i sentieri sassosi che portano all’attacco delle vie dolomitiche e rientravamo in città al momento giusto per riuscire a cenare alla mensa, dove conquistavamo le ragazzine con il fascino degli… occhi che hanno guardato l’infinito.

Una di quelle ragazzine me la sono portata anche ad arrampicare, e tra le quinte discrete della palestra di Rocca Pendice è sbocciato quel fiore che molti poeti han chiamato amore, e che a otto anni di distanza, ha generato due marmocchi che arrampicano come dei draghi sulle scale di casa nostra.

Ero ancora sui libri delle medie quando i primi brividi rivoluzionari del sessantotto percorrevano la schiena degli studenti di mezza Europa, ed ero matricola universitaria quando Lorusso cadeva in piazza a Bologna e il movimento sfociava nella lotta armata. Gian Piero Motti in quegli anni aveva pubblicato sulla Rivista del Cai ”1 Falliti”, e a tutti noi piaceva riconoscersi un po’ nel modello di alpinista rivoluzionario che sale le montagne per se stesso e per dare un senso ad un’esistenza altrimenti inutile.

Eravamo affascinati e nello stesso tempo sconvolti dalle affermazioni di Reinhold Messner e dalla puntuale messa in pratica delle sue teorie. Colti da raptus di emulazione mangiavamo spinaci anche a colazione, digiunavamo al venerdì e non cuccavamo mai a causa dell’alito che puzzava costantemente di aglio. Appena cinque anni dopo Reinhold ebbe la felice idea di farsi sponsorizzare dalla Also Enervit e allora, cambiata la dieta, riuscii anch’io a conquistare il cuore e tutto il resto, di qualche ragazzina che si chiedeva se per caso avessi cambiato dentifricio.

Verso la fine degli anni settanta, i venti oceanici portavano nelle nostre palestre le idee di quella popolazione un po’ pellerossa e un po’ hippy che si grattava le nocche sul ruvido granito della Yosemite Valley, e noi eravamo in bilico tra un recente passato culturalmente tradizionalista e le nuove idee che affascinavano non poco il nostro spirito rivoluzionario. Erano anni di grandi discussioni, sull’uso dei chiodi, sul clean climbing e, poi, ma solo più tardi, sul free climbing. Era il 1980 quando iniziai ad usare i nut, ma tenevo sempre i chiodi pronti nello zaino, avevo il sacchetto della magnesite, ma ci tenevo dentro i succhi di frutta e la cioccolata. Arrampicavo quasi sempre con Enrico Ursella.

Lo avevo conosciuto nel’76 quando aveva partecipato a un corso di roccia sezionale, ma a metà del primo giorno di lezione saliva già meglio di tutti. Io e Mario Tavagnutti, due veterani del corso del ‘74, ce lo facemmo subito amico. Non credo di aver mai litigato tanto con qualcuno come con Enrico. Se andava da primo non lo assicuravo abbastanza o gli tiravo troppo la corda, se da primo andavo io correvo troppo o andavo troppo piano a seconda di come lui svolgeva la corda. Assieme salimmo un sacco di vie, ma soprattutto prendemmo un sacco di pioggia, perché noi amavamo ancora la “lotta coll’Alpe, nobile come… eccetera eccetera” e partivamo con ogni tempo. Ma perché sto parlando di Enrico?

Un po’ perché non c’è più e a volte le litigate con lui mi mancano, ma soprattutto perché lui è stato per me il simbolo dell’arrampicata moderna. Non c’è stata tappa evolutiva in questo periodo che va dalla fine degli anni settanta al 1988 quando se n’è andato, che lui non l’abbia perseguita e non me l’abbia fatta notare.

A parte l’episodio isolato delle scarpette, che per primo importai nello zoo arrampicatorio goriziano, io sono sempre stato l’ultimo a venire a conoscenza e a utilizzare i ritrovati dell’industria che a mano a mano si creava attorno al grande circo verticale degli anni ottanta. Il primo friend l’ho usato nel 1982 sulla Ovest della Noire di Peutrey, e se Mountain Wilderness vedesse come ho ridotto la fessura per recuperarlo penso che mi brucerebbe la macchina. Al corso per Istruttore Nazionale mi è stato chiesto se con le mie piccozze ci zappavo l’orto, e penso sia stata la mia risposta un po’ affrettata a farmi ripetere la parte ghiaccio l’anno successivo. Ma d’altra parte ho sempre sostenuto e sempre sosterrò che il ghiaccio va bene solo nel whisky, e neanche troppo. Enrico invece era sempre primo in tutto. Per primo con la fascetta in testa, per primo con i pantaloni lunghi in tela, modello marinaio, per primo con l’imbrago basso. Quando finalmente anch’io optai per i pantaloni lunghi e larghi in cotone bianco, e la maglietta Pensa in Rosa, lui iniziò a mettersi i fuseaux.

Quando avevamo iniziato ad arrampicare tiravamo tutti i chiodi che incontravamo sul percorso, un po’ per provarli, ma anche perché non ci ponevamo assolutamente problemi etici. Poi ci fu la crisi mistica. Capimmo l’importanza dell’arrampicata pulita, naturale.

Ma mentre io comunque non mi facevo tanti scrupoli, e non ci pensavo due volte a tirarmi sui chiodi se ne sentivo il bisogno, lui era una specie di integralista islamico, non accettava deroghe. E giù a litigare sul terrazzino, sul perché avevo usato quel chiodo, che se passavo più a sinistra, come mi aveva detto lui, uscivo pulito. Per lui il passaggio alla falesia fu un passo molto breve.

Enrico, come molti altri sentì il richiamo dell’arrampicata libera. Iniziammo a visitare le falesie di mezza Italia, ma mentre io facevo volentieri dei resting sulle placche di 6c (sembrava tanto allora) a Finale Ligure, lui scopriva il Verdon e diventava sempre più estremista.

Iniziò a scoprire falesie nuove dalle nostre parti e cominciò a piantare i primi spit. Su questo non mi trovò mai d’accordo, ancora oggi sono triste quando vedo tante placchette luccicare su qualche bella parete, per me lo spit è sempre stato un ritorno all’artificiale, un mezzo senza il quale è impossibile progredire. Enrico invece era sempre più affascinato dalle salite in arrampicata libera, e nel suo entusiasmo coinvolgeva sempre più giovani che in quegli anni ‘84-’85 iniziarono a frequentare le palestre di Sistiana e della Costiera triestina.

Comunque si andava sempre in montagna, e si continuava a litigare. E venne il giorno che salendo verso l’attacco di una via sulla parete est del Monte Cavallo, una montagna che nei miei ricordi occupa un posto di particolare importanza, Enrico iniziò a parlarmi di una gara, di una gara che si sarebbe svolta l’anno successivo, una gara a cui forse avrebbe partecipato.

Avevamo iniziato molti anni prima ad arrampicare in scarponi, con gli zaini pesanti, ora eravamo in fuseaux, scarpette appese all’imbrago che salivamo quasi di corsa verso una parete dalla quale ero stato respinto soltanto una settimana prima da un passaggio di quinto grado.

Era stata la prima volta che sperimentavo sulla mia pelle la svalutazione del grado, così in voga tanto allora quanto di più adesso. Ero volato per dieci metri su un passaggio che era stato valutato di quinto, forse non ero molto in forma quella domenica, ma ancora oggi ho un ricordo allucinante di quel passaggio e non ho la più pallida idea di che difficoltà fosse realmente. Mi ricordo soltanto che giunsi in men che non si dica nuovamente alla sosta, proprio di faccia al Mario che con i due capi del mezzo barcaiolo in mano mi apostrofò con un simpatico “Sei già qui?”.

La domenica successiva non solo ripetemmo la via senza voli, ma aprimmo anche una variante che è ancoroggi valutata di settimo grado. La falesia era servita, Enrico in quel momento era su di un altro pianeta. L’anno seguente, nel 1985, partecipò alle prime gare a Bardonecchia. Voleva che ci andassi anch’io. A guardare naturalmente.

Era entusiasta, entusiasta dell’ambiente, del folklore, della gara. Io non riuscivo a capire, per me era assurdo, piazzarsi su di un muro liscio e vedere chi riesce a salirlo, in mezzo a una folla scalmanata che fa il tifo. No ragazzi non fa per me, avevo capito in quel momento che io e Enrico non avremmo più arrampicato assieme.

In quell’anno capii che l’arrampicata, che qualcuno ciecamente continuava a i chiamare libera, era diventata sportiva. E con l’alpinismo non c‘erano più legami.

Trovai compagni di cordata fuori dal mio ambiente, e in particolare nel 1986 feci una caterva di vie in Dolomiti con Riccardo Crepaldi, un vigile urbano di Adria che era sempre disponibile.

Ormai in falesia non ci andavo più, le poche volte che mi capitava di salire a Rocca Pendice per allenarmi, cercavo di evitare gli arrampicatori sportivi, per me era inconcepibile rimanere ore e ore a ripetere lo stesso passaggio, volare e ritentare, tornare a volare e tornare a ritentare.

In particolare fui colpito da un ragazzino, che adesso sembra sia diventato famo so, che vidi un giorno salire una via a Lumignano. Nelle tre o quattro ore che io rimasi lì lui era salito e sceso sempre sullo stesso passaggio a non più di un metro da terra. Tre mesi dope ritornai in quella palestra e lui era sempre su quella via, due metri più in su. Andammo assieme a bere una birra, lui prese del succo d’arancia per “… non accumulare Tossine”.

Oggi non arrampico quasi più, a parte qualche salto nella “mia” palestra di Doberdò, ma vado ancora molto in montagna, mi dedico alle vie normali assieme a mia figlia, ogni tanto faccio arrampicare anche lei. Ho chiuso salendo la Messner al Pilastro di Mezzo al Sass Dla Crusc, una via mitica negli anni in cui ho iniziato ad arrampicare. Il passaggio chiave non è mai stato ripetuto, e la via è completamente in libera e anche parecchio schiodata. È una via rischiosa, soprattutto nello zoccolo della parte inferiore.

Enrico non c’è più, Mario lavora e lo vedo poco, Riccardo continua a fare il vigile urbano a Adria, si è sposato pure lui e sono andato a nozze, due mesi fa si è rotto un piede perché gli è caduta sopra una statua di legno che stava scolpendo. Cesen nel frattempo ha salito la Sud del Lhotse e qualcuno ha detto che l’alpinismo è morto. L’alpinismo non è morto, è uscito un attimo, ma torna presto.

Rudi Vittori

Il signore dell’attenzione

Il signore dell’attenzione

IL SIGNORE DELL’ATTENZIONE di Ivan Guerini – Ricordando Giovanni Rossi.

Nell’ambito della mia vita e in rapporto a chi ho conosciuto, l’amicizia intercorsa con Giovanni Rossi è iscritta ben sopra le ragioni inerenti l’ambito della società alpinistica grazie alla quale ci siamo conosciuti.

Le nostre voci s’incontrarono telefonicamente per la prima volta all’inizio degli anni ’70 quando mi chiese informazioni sulle prime ascensioni che a quel tempo avevo compiuto assieme a Mario Villa nelle zone più disertate delle Alpi Centrali, mentre stava aggiornando la guida Masino Bregaglia Disgrazia di Aldo Bonacossa.

La nostra amicizia trovò un fermo punto d’incontro tre decenni dopo, nel 2004, in occasione di un elogio che espresse a proposito de: La Natura Verticale alla luce della libera esplorativa, la prima monografia che scrissi sull’Annuario Accademico CAAI, importante “sciabolata Etica” al pensiero ignavo dei pavidi Anti-Etici.

Giov, come era consuetudine chiamarlo nell’ultimo decennio della sua vita in cui assieme a Monica lo frequentammo con costante assiduità, dall’alto del suo nono decennio d’età e cultura tradizionale non ebbe resistenze verso la mia cultura singolare, così ci trovammo talmente bene che sua figlia Sabine tuttora stenta a credere come la nostra amicizia fosse potuta attecchire.

Come la sua proverbiale rettitudine abbia mai potuto reggere con tanta pazienza al mio balzare di palo in frasca in balìa della deflagrazione di mille argomenti e interessi nati contemporaneamente che di volta in volta gli sottoponevo con abituale irruenza, è davvero un mistero che credo sia la fonte che alimenta la stima e l’affetto tra individui ineguali.

Sono certo che per un professore come Giov, con quella sua spiccata predilezione per la sintesi, i nostri dialoghi telefonici estemporanei e soprattutto prolungati, avranno certamente rappresentato delle vere e proprie prove.

Dal giorno in cui andai con Monica a trovarlo per la prima volta nella sua villa di Varese, gli appuntamenti con lui non s’interruppero più. Ogni volta, dalle cose che ci stavano più a cuore, dette e ridette come scorci con differenti angolature, scaturivano riflessioni impensate, considerazioni impreviste, sfumature osservative sfocianti in tematiche sempre nuove.

Di tante di queste il tempo vissuto ci ha consentito di realizzarne solo una minima parte ma, come suggerisce una visione della vita priva di confini spaziali o scadenze temporali e proprio per questo: “Tutto ciò che non si è fatto in tempo a fare trova risposta in tutto ciò che non avremmo mai pensato di fare”.

In quegli incontri eravamo circondati e come osservati dalle foto di montagne che sua moglie Luciana, scalatrice caparbia, aveva appeso ai muri della tavernetta, diventati specchi meditativi dei ricordi che l’hanno confortata negli ultimi mesi della sua inesorabile malattia; dal malinconico primo piano di Teresa la seconda figlia persa prematuramente e dall’immagine della gatta Ippolita immortalata in un momento in cui osserva attenta Giov mentre corregge la bozza di una delle tante traduzioni inedite di testi alpinistici tedeschi o britannici realizzati uno dopo l’altro con instancabile e irriducibile costanza.

Tanti furono i pranzi conviviali, durante i quali noi tre discorrevamo con ironia: sorvolati dai salti degli scoiattoli in volo sulle alte fronde degli alberi del giardino, osservati dalla comparsa delle nubi temporalesche d’una giornata che ci aveva concesso comunque il tempo per una camminata prealpina e una volta anche rallegrati dal fuoco del camino che per se difficilmente accendeva se non in compagnia di amici.

E puntualmente a una certa ora del primo pomeriggio le sfiancanti chiacchierate terminavano con una mano davanti agli occhi di Giov: era il segnale discreto che per noi era ora di andare.

Giov era una persona assai disponibile laddove ci fossero la necessità l’urgenza o l’importanza, era invece notevolmente insofferente dell’inutilità dispersiva di tutto ciò che è banale e non occorre ad avanzare a livello personale, sociale, ambientale; mai lo sentii screditare chi non la pensava così ad eccezione dell’ambiguità deplorevole di quel pensiero diffuso che intende sostituire l’altezza dell’Autenticità con i bisogni della Mediocrità: dall’Alpinismo, allo Stato, al Cristianesimo non più Tradizionale che rimpiangeva con nostalgia e del quale fù osservante e studioso, soprattutto di quello Medievale.

Pareva snob ed era invece umile volontario a fianco dell’Etica anche Alpinistica, dalla maggioranza oggi così disdegnata o ignorata; e dall’Etica fu nobilitato, tantè che appena “prima di lasciarci riuscì a lasciarci” il primo libretto che parlasse di lei: “Alpinismo Si o No”, che fece stampare di tasca sua in cento copie numerate chiedendomi di distribuirle alle persone più sensibili.

Le avvisaglie di questo legame indissolubile si avvertivano già nella scelta del quadro di Caspar Frederich in cui si vede allontanare una figura femminile in un orizzonte di luce che inserimmo nell’apertura d’uno scritto in ambito accademico, dove in didascalia stava scritto: “Dea Etica volta al Tramonto”.

Giov scrisse colte presentazioni e scritti sintetici e forbiti per i miei due ultimi libri d’esplorazione alpina, uno su una valle e l’altro su un intero territorio. Immedesimandosi in esperienze alpine assai diverse dalle sue e centrandone la valenza intima con la precisione di un “fuciliere culturale” scelto, come a dire che la capacità conoscitiva, focalizzando l’essenza, si raccorda a tutte le cose.

Dopo magagne saltuarie, delle quali non si lamentò mai, ma sulle quali fece parecchia ironia, si manifestò la malattia che lo avrebbe accompagnato nella dimensione dei trapassati.

Alla progressiva debolezza reagì con lucidità e forza, scrisse fino all’ultimo e fino all’ultimo disse e pensò solo cose necessarie a se perché lo fossero anche agli altri, perchè raggiungessero il futuro nel quale ci attende riflettendosi nella vita di chi gli è stato amico.

Degli ultimi incontri, ricordo il rumore dei suoi passi dosati, sempre più secchi e scanditi come rintocchi di un metronomo diventato pendolo, per salire al piano di sopra, dove si trovava il suo studio: in senso assoluto il punto più luminoso della casa, pervaso dalla luce radiante della cultura perenne, dove saliva ogni volta a prenderci qualche libro o pubblicazione che riteneva indicativi e puntualmente, ogni volta, ci donava.

Rivedo come fosse ora l’ultima volta che ci siamo incontrati mentre risale lentamente le scale che lo avevano condotto in cantina per prendere le copie delle sue pubblicazioni e consegnarcele con la fatica di una picozza conficcata sul punto sommitale della vita.

E prima di congedarci seduto in poltrona con una mano sugli occhi mentre muoveva le dita eleganti al ritmo di parole misurate con le quali ci dava le sue ultime indicazioni: un congedo rimasto vivo che fa sentire netta e accanto la sua voce.

Stanco e mai vinto, come un soldato schierato al fronte della correttezza per la preservazione dell’Etica.

Ivan Guerini
6 giugno 2018

Addendum di Monica Mazzucchi
Giov soleva rafforzare i carteggi con noi con poesie dei grandi letterati anche tedeschi e britannici: Maurice Maeterlinck, Whintrop Young, Giosuè Carducci, Giacomo Zanella, ma anche raccontare sogni come preziosi doni di riflessioni o tremendi incubi come quelli in cui la montagna affiorava dal mondo urbano.

Al suo estro letterario ricambiavamo con sonetti spontanei fatti da noi, nello scrivere spicciolo usava parole del tempo che fù come: “fatto inaudito, pignolesche osservazioni, prognosi nefasta, famigerato legamento, evidente impresentabilità, pasto frugale, ubbie del pensiero, delusioni esiziali, megera”, con cui descriveva i fatti e i comportamenti d’individui particolarmente fastidiosi o estremamente gravi, con notevole senso dell’ironia.

Giov aveva pochi amici autentici con i quali si trovava, a partire da Carlo Zanantoni che fino agli ultimi giorni gli stette accanto, il Colonnello Masera, Fabio Masciadri, Bianca di Beàco.

Con Bianca fu un’amicizia che perdurò fino alla fine e proprio lui ci annunciò che era mancata l’ultima volta che ci incontrammo.

Giovanni Rossi, ottantunenne, alla Rocca di Orino durante una breve arrampicata sul muro di cinta della Fortezza. Uomo di grandissima cultura era attento a ogni espressione della scalata, sopratutto alpinistica, che stimava solo se eticamente corretta.

Giovani Vecchio Stile

Giovani Vecchio Stile

I problemi irrisolti del passato non possono essere risolti dallo stesso passato che li ha creati, non possono neppure essere risolti dal presente perchè, nel momento in cui prende coscienza del problema, questo diviene anch’esso passato. Il passato è inevitabilmente prigioniero del conflitto, di un gioco a somma zero. Per questo solo il futuro può risolvere un problema irrisolto. Può farlo perchè in modo spontaneo può superare il problema introducendo qualcosa di nuovo, qualcosa che ancora non esisteva: rivoluzionare il problema stesso, trasformare il passato in futuro. Quando questo accade il passato, il presente ed il futuro diventano solo punti nel tempo, perché la soluzione vive oltre questi punti. Ricordo che, discutendo con Ivan sulla questione dello spit e del trapano, accusai lui e la sua generazione di non essere stati in grado risolvere la faccenda per tempo, di non aver creato l’equilibrio che oggi manca. Poi il trapano, in modo quasi surreale, ha tentato di invadere i Corni, e quando questo è accaduto io sono diventato dapprima presente, poi inevitabilmente passato, senza che nulla fosse davvero risolto. Il conflitto ha avvolto ed avvelenato anche me. La realtà è che la soluzione ai problemi complessi quasi sempre è qualcosa di semplice, spontaneo, ma invisibile agli occhi di chi conosce il mondo senza riuscire a cambiare il proprio punto di vista. Per questo i giovani sono il futuro, mentre i vecchi, aggrappati a certezze e sicurezze artificiali ed artificiose, sono inesorabilmente il passato.

Togliere piuttosto che aggiungere è il motto di questa nuova generazione di arrampicatori che dimostra con i fatti un futuro sostenibile anche nell’arrampicata. Peruffo ha appena realizzato un piccolo capolavoro di arrampicata tradizionale su una struttura inviolata a lato della Sisilla mentre Meggiolaro, assieme ad un amico veronese, ha salito un itinerario di decimo grado (scala UIAA) in Val d’Adige proteggendosi solo con chiodi dadi e friends. «Ci lascia perplessi – dicono all’unisono Meggiolaro e Peruffo – che questa foga di trapanare ovunque e comunque non sia appannaggio di noi giovani ma di gente ben più in là con gli anni dai quali ci si aspetterebbe un comportamento più rispettoso sia della storia alpinistica che dell’ambiente».

Questo è un passaggio del lungo articolo che il Giornale di Vicenza, domenica 28 Luglio 2019, ha dedicato all’arrampicata con un sottotitolo significativo: ”Nel vicentino un gruppo di universitari mette a segno grandi arrampicate ma con principi etici ed ecologici”. Molti di questi ragazzi li ho incontrati al Convegno TTT di Aprile. Guardandoli ed ascoltandoli ho percepito quanto sappia essere vibrante un futuro ancora inespresso. Non hanno conti aperti con i propri contemporanei, non devono dimostrare o contrastare. Il loro non è un battibecco tra vecchi che pretendono di avere ragione, loro non devono cambiare, torcere qualcosa ormai diventato rigido. Devono solo trovare il proprio modo di essere, nella maniera più leggera, elegante ed indubbiamente naturale. 

“La bellezza salverà il mondo” fa dire Dostoevskij al principe Miskin nel romanzo “L’idiota”. Una frase che ha avuto fortuna. Ma chi salverà la bellezza e, in modo particolare, la bellezza delle nostro montagne spesso oltraggiate? Alcuni universitari vicentini uniti dalla passione per la montagna e l’arrampicata e gravitanti tra Lumignano e le Piccole Dolomiti danno voce a un sentimento di protesta contro l’inquinamento dei valori fondanti del vivere e praticare turismo, escursionismo e alpinismo. “In montagna con Gandhi” (il riferimento al Mahatma è assolutamente accidentale) è il nome di questo gruppo di giovanissimi, dai 20 ai 24 anni, molto preparati, con idee ben chiare e il cui desiderio non è quello di impartire lezioni ma di suggerire al più vasto pubblico possibile una fruizione consapevole e rispettosa della montagne. Anche questi giovani studenti vicentini, nativi digitali come molti coetanei, comunicano attraverso i social ma non solo. «Oltre a una pagina Istagram che si chiama come il nostro gruppo – Spiega il ventenne Filippo Caon, studente di Musicologia all’Università di Trento – che ci permette di associare foto a didascalie il cui contenuto rimanda a considerazioni sulle dinamiche legate alla frequentazione del mondo alpino, stiamo realizzando anche dei piccoli fan-magazine detti appunto fanzine». Si tratta di opuscoli redatti da persone entusiaste di un argomento che sentono il bisogno di condividere il proprio prensiero. «Autoprodotti e autofinanziati – aggiunge Caon – vengono distribuiti in alcuni locali pubblici o negozi che sappiamo essere frequentati da gente, come noi, appassionata di montagna». Gli argomenti spaziano dalla tutela della fauna all’inquinamento acustico e visisvo, dalla potenziale dannosità dell’inquinamento artificiale a questioni di etica alpinistica. «Abbiamo poi sperimentato con successo poco tempo fa in Valdastico – racconta Piero Lacasella, laureando in Antropologia a Venezia – la formula dello story-trekking che consiste nell’accompagnare un gruppo di persone in una facile escursione alternando la passeggiata a letture di brani letterari legati ai luoghi» Scopo dell’iniziativa è far conoscere una valle o una zona trascurata dal turismo e dell’escursionismo di massa evidenziandone le caratteristiche ambientali, paesistiche e culturali più salienti. «Siamo stufi – affermano Caon e Lacasella – che si parli di Valdastico sul piano ambientale solo in riferimento all’autostrada o ad altri folli progetti ventilati di recente come la costruzione di una funivia di collegamento con gli impianti Fiorentini. Noi vorremmo piuttosto musei diffusi, ecomusei e iniziative turistico-culturali come lo story-trekking, appunto, il cui impatto sull’ambiente è pari a zero» Legato strettamente al mondo dell’alpinismo e dell’arrampicata è l’impegno di Leonardo Meggiolaro, studente ventiquattrenne di Sicurezza Alimentare all’ateneo berico, e Giacomo Peruffo, coordinatore della sezione vicentina di di Greenpeace ed impegnato nel servizio civile. Entrambi fortissimi arrampicatori, attivi nel Cai Montecchio si sono segnalati anche per la loro decisa presa di posizione contro l’imperversare sulle Piccole Dolomiti di aperture indiscriminate a spit-fix piantati con il trapano su percorsi già saliti anni fa da alpinisti del calibro di Solà, Scorzato «Non siamo contrari a priori all’uso delle protezioni fisse – dicono Peruffo e Meggiolaro – ma lo siamo nei confronti di chi vuole cancellare la storia, magari con il pretesto della sicurezza. Un pretesto che nasconde il desiderio di mettersi in mostra e riceve like sui social da parte di quelli che senza le protezioni fisse ogni mezzo metro non sarebbero capaci di ripetere itinerari che poco meno di un secolo fa venivano superati di slancio con pochi chiodi e tanta preparazione psicofisica»

di Eugenio Cipriani
Giornale di Vicenza – 23 Luglio 2019

Nuova Generazione

Nuova Generazione

Il piazzale del Rifugio Sev è gremito dalle maglie gialle dell’Assalto ai Corni 2019. Noi, sui prati alle spalle del rifugio, abbiamo steso un ampio telo, all’ombra di una pianta su cui giocano ora i bambini del gruppo. In un angolo, tra gli zaini carichi di cibo, iniziano ad affollarsi le bottiglie vuote di vino bianco accanto a quelle, altrettanto vuote, di birra. Pezzi di pizza, focaccia ed affettato: unto dappertutto mentre i nanerottoli gozzovigliano tra gli adulti. Poi, verso l’una e mezza, si avvicina Mattia: “Andiamo?”. Guardo l’orologio: “Yep, ormai è ora!”. Mattia, Simone, io e Nicola ci incamminiamo sotto la grande muraglia della Parete Fasana verso la cima del Corno Orientale. Superiamo la Croce e, costeggiando il margine dell’abisso, ci avviamo verso l’uscita delle vie. Sotto di noi il grande vuoto dell’Orientale, della grande Onda. Quella mattina, uscendo dal Rifugio, ero sceso lungo il ghiaione fino all’attacco della via Dell’Oro. Qui, già alla prima sosta, avevo trovato Gabriele e Ruggero intenti nella salita. Una parte di me avrebbe voluto “corromperli”, convincerli a desistere optando per la festa, ma sapevo che sarebbe stato inutile quanto ingiusto. Le vie dei Corni sono qualcosa di particolare: le ripeti una volta, le ricordi per tutta la vita. Dubito ripeterò mai quella via, percorsa con Mattia in una giornata di Marzo anni fa, eppure ricordo a memoria quasi ogni dettaglio di quella salita. Probabilmente è proprio per quei ricordi che forse non la ripeterò! Una grande salita, la prima sul Corno Orientale, fatta di dubbi, incertezze ed incognite da affrontare e risolvere. Forse oggi, con più esperienza, le difficoltà non mi sembrerebbero così incalzanti o forse, oggi che sono meno allenato e determinato, potrebbero apparirmi anche maggiori. Ma questo non ha importanza: ogni via ai Corni ha il suo momento, unico, speciale, spesso irripetibile. Lasciandoli con un saluto avevo gridato loro le ultime indicazioni: “Dopo il primo tiro su per le linee delle capre. Alla seconda targhetta si risale lo scivolo verso destra, poi si taglia a sinistra sulla cengia con l’anello in mezzo ai piedi. A sinistra! Perchè a destra c’è l’altra via di Mandelli, che è un bastone! Okkio alla roccia appoggiata prima del diedro e poi via verso l’uscita!”. Ruggero e Gabriele: il giorno prima erano andati ai piani di Bobbio con Mattia. Avevano macinato una via dietro l’altra ed erano poi scesi in bicicletta. Se Mattia, vedendoli in azione, avesse avuto dubbi avrebbe di certo detto la sua. Ma i due sono giovani, allenati ed affiatati. Una parte di me li invidia molto, mentre l’altra, quella che ricorda cosa li aspetta, forse un po’ meno. Camminiamo sul bordo dell’abisso del Corno Orientale, verso l’uscita della vie: tre senatori ormai della vecchia guardia, in equilibrio sulla roccia a strapiombo, in cerca dei due più forti della nuova generazione. Cammino a testa bassa, per non mettere i piedi in fallo ma anche per non guardare oltre, per soffocare una punta d’ansia che inizio a non contenere. Chissà se anche Renzo e Pietro, vedendo me e Mattia trafficare sulle vie dei Corni, avevano provato qualcosa di simile. Poi una voce, un saluto, Rugguero in piedi alla sosta finale, sorridente mentre recupera la corda e Gabriele: è fatta, sono fuori! La vera festa può finalmente iniziare! Ci avviciniamo, incuranti del vuoto, e cominciamo a congratularci. A breve anche la voce di Gabriele e finalmente anche lui è in sosta. “Come è andata?!” Gli occhi scintillano in un sorriso trascinante. “Fenomenale! Ma che battaglia!”. Strette di mano, abbracci e pacche sulle spalle. Insacchiamo il materiale e torniamo tutti insieme alla festa. Arriverà il tempo per parlare di quei sassi appoggiati sopra le testa, di quel fittone con l’anello in mezzo ai piedi nel centro del traverso, della roccia buona e di quella cattiva, delle soste, delle ginocchia e dei gomiti incastrati in fessura, dei chiodi piantati alla cieca con le frasche in faccia. Arriverà il tempo per parlare e per riflettere, ma ora è tempo di festeggiare: ancora una volta c’è una nuova generazione ai Corni di Canzo.

Davide “Birillo” Valsecchi

Oggi come Ieri:Gabriele e RuggeroBirillo e Mattia

La Grande Cengia Verde

La Grande Cengia Verde

“What have been seen cannot be unseen”. Quasi tutte le mattine, da quando vivo a Valmadrera, esco di casa e mi incammino verso la mia “Subaro Impreza 2001”, l’auto più vecchia e scassata di tutto il parcheggio. Alzo lo sguardo e butto l’occhio verso le pareti del Coltignone che, sull’altro lato del lago, troneggiano davanti ai miei occhi. Quasi tutte le mattine guardo quella muraglia di roccia e mi chiedo “Ma ‘sta cengia verde?”. Trasversalmente sulla parete vi è un’evidente linea verde che, seguendo un’ancestrale movimento geologico, disegna un cammino di piante attraverso la roccia. “Come si fa a non vedere una cosa simile?”. Chiedo spesso a qualche amico, ma la risposta è quasi sempre la stessa: “Birillo, che senso avrebbe passare di lì?”. Quale è il senso? Dannazione, non la vedi? Perchè è lì stampata, in bella mostra davanti agli occhi. Nella mia mente percorro quella cengia in un tripudio di corde e fettucce che, appese alle piante, tracciano un fotonico traverso degno della Prima Guerra Mondiali. Perchè? Perché è lì…Dannazione! Perchè è lì e non posso fare a meno di vederla! Forse ho la stessa sindrome degli orsi: dicono infatti che i plantigradi siano abituati a seguire pedissequamente invisibili sentieri nella foresta e che per questo, quando si confondono con le strade dell’uomo, finiscano per cacciarsi nei guai in città. Così non mi resta che rimuginare attendendo il giorno, che potrebbe tranquillamente non arrivare mai, in cui andrò lassù a vedere di persona.

Per certo conosco alcune persone che, nei tempi andati, hanno intersecato la cengia risalendo integralmente quelle pareti. Tuttavia non conosco nessuno che l’abbia mia percorsa tutta o almeno in parte. Magari esistesse! Sai quanti problemi mi eviterebbe! Ma niente, nessuna informazione. Una faccenda un po’ sorprendente, soprattutto perché la base della parete in questione pullula ormai di falesie sportive di ogni tipo, ma sembra che nessuno di quei numerosi frequentatori abbia mai alzato lo sguardo oltre la prima lunghezza di corda. Niente, nessuna informazione utile. Ovviamente, quando e se attraverserò la cengia, apparirà una fila di gente pronta ad abbaiare che della cengia c’è già persino la relazione, scritta in geroglifico antico, che la cencia è già percorsa con i Koflak, in solitaria bendata all’indietro senza più le mezze stagioni… Niente di nuovo sotto il sole del Lario.

Che io osservi la cengia dal Moregallo o dall’amaca sul mio terrazzo, sono sempre scarsi i dati che posso ottenere dal Basso, specie nella complessa prospettiva di quei luoghi. Anche dall’Alto è difficile acquisire informazioni, spingersi sul ciglio del bosco a strapiombo sulla parete non aiuta, in nessun senso. A dar man forte alla mancanza di coraggio e fantasia contemporanea può provvedere la tecnologia, a colpi di foto aree rielaborate come proiezioni tridimensionali: “GoogleEarth, da Giavacca alla Patagonia, il mondo in una scatola 3D”.

Ciò che ne emerge è incredibile. Innanzitutto la cengia esiste, ed è molto più marcata di quanto avrei pensato. Inoltre è possibile trovare riferimenti con il Sentiero dei Pizzetti, rilevando che la cengia è molto più “vicina” di quanto potrebbe sembrare. Il canale che scende dal Rifugio piomba direttamente sulla cengia ed è incredibile che nessun “supernacio” con il trapano si sia calato dal sentiero nell’anfiteatro che caratterizza la parte più alta della cengia. Droni e paracadutisti? Niente supereroi moderni per la misteriosa cengia? Dovrò mica andarci davvero io?

O forse mi sbaglio, e quella cengia misteriosa è in realtà nota e stranota ed indegna di interesse alpinistico in quanto “inutile ravanata priva di grado ed estetica”. Anche in questo caso non sarebbe niente di nuovo sotto il sole del Lario. Vediamo un po’ cosa abbocca…

Davide “Birillo” Valsecchi

E chiudiamo con un po’ di punk-rock perchè, fanculo, il punk-rock è lì che aspetta… come la cengia!

Dascio – Novate Mezzola

Dascio – Novate Mezzola

“L’Autorevole Birillo” mi definì tempo fa, con evidente intento denigratorio, un “vecchio con il trapano”, uno di quegli opachi altruisti che esplora, scopre, attrezza, pubblicizza e reclamizza all’uso ed al consumo delle masse le segrete meraviglie dell’arrampicata. Meraviglie che, in verità, erano già note da tempo e nella loro integrità risalite senza ammenicoli a batteria o patacche di sorta. Che poi, in vero, l’arrampicata si dimostrerebbe gran poca cosa se necessitasse di essere valorizzata – termine inquietante – da cotanta mediocrità. Io stesso, se così fosse, dovrei accettare di aver a lungo sprecato tempo e coraggio attribuendo erroneamente ad un inutile passatempo, oggi tanto in voga ed addomesticato, un senso più profondo che non gli apparterrebbe. Ma io, ahimè, sono più spesso autoritario che autorevole e quindi il mio pensiero, “Huginn”, è di poca utilità. Ciò che più conta è “Muninn”, la memoria. In questo senso io sono solo un viandante, uno sciocco che raccoglie testimonianze di ciò che fu e ciò che ancora può essere. Lo scritto che segue è di Giorgio Gobbi, storico compagno di arrampicata di Ivan Guerini sia sulle sponde del lago di Mezzola che nella valle degli specchi. Cercando nel mio archivio una foto di Giorgio è apparsa l’immagine qui sopra: un disegno di Guerini tratto dal suo ultimo, e ancora poco noto, libro sulla val di Mello. Il disegno mostra infatti una via che hanno tracciato insieme: “L’uomo deltoide del XXI° secolo” – I.Guerini, G.Gobbi – settembre 1981- 45 m – VIII°. La Valle qui centra poco, forse niente, forse è solo un’altra “svista climatica”, ma il disegno di Ivan, nella sua tipica semplicità, mi è subito piaciuto. Lo scritto, inviatomi per posta come molti altri prima di questo, parla invece delle pareti che scendono sul lago e che ora, i soliti noti, stanno “rivalorizzando” con la consueta ottusa ciecità di chi non capisce e non vuol capire.

Curiose contorsioni viste oggi, quelle che facemmo una mattina di ottobre per raggiungere in barca da palude la struttura a picco sull’acqua del lago di Novate Mezzola. Già remare si deve fare alla veneziana in avanti, il fondo piatto del sandolino non taglia l’acqua ma sembra voler spostare tutta quella che gli si para innanzi, insomma uno sforzo notevole unito ad una nostra tecnica remiera approssimativa porta ad un risultato accettabile solo perché ci permette di avvicinarci alla parete dopo oltre un’ora dalla partenza da Dascio. Ma che parete è? Una mezza volta di cattedrale gotica, con un doppio fondale percorso da una fessura segnata da massi incastrati su cui avevano in passato nidificato i gabbiani, come testimoniato dalle strisce biancastre che verticali rigano il granito. Il termine 40 metri più in alto, 8 a destra e 6 fuori dalla verticale della sosta su barca, al più grande dei blocchi incastrati: se la campata del mezzo arco acuto avesse una sua parte opposta discendente a completarla, sarebbe iniziata in quel preciso punto.

Ivan salì da primo, assicurandosi dove la natura minerale aveva lasciato rade discontinuità nella omogeneità cristallina, abbracciando con robuste fettucce le pietre incagliatesi nell’intaglio della gola rocciosa, ricorrendo a camme espandibili che in opposizione fra loro colmano lo spazio vuoto fra due rupi eroso nel fluire delle ere geologiche, su fino alla termine delle linee di volta: non rammento se poi seguii oppure Piera, ma la sosta instabile ed angusta e poi la discesa a corde doppie fino a risalire sulla barca, e di ritorno a Dascio questa volta con un po’ di brezza a increspare l’acqua del tardo pomeriggio.

Il primo incontro fra essere umano e natura, in un puntuale irripetibile istante della loro esistenza, avvenne grazie all’interpretazione dei segni della linguaggio della roccia che l’uomo aveva appreso fin lì nell’intenso volgere del suo tempo. Questo è un appiglio, potrà aiutarmi nel traslare verso un futuro il mio corpo, quest’altro è troppo liscio per affidargli il desiderio di movimento, ma carezzarlo potrà darmi comunque una gradevole sensazione tattile che seppur inanimato non risulterà sgradita neppure al ricevente, poco oltre la fessura opportunamente sfruttata darà sollievo al desiderio di sicurezza. Arrampicare è tutto ciò, stupore e curiosità del mondo, capacità di ascolto e di risposta, ammirazione e interpretazione dell’esistente. E forza morale interiore, l’unica nostra risorsa che possiamo paragonare alla meraviglia insondabile di un cielo stellato.

Il presente che passa genera nostalgia di se stesso, non solo per metafora ma come atto deliberato di reazione spaventata all’invecchiamento che ne è sottinteso, il debole altera lo stato originale del circostante convinto di plasmarlo al suo desiderio di eternità: se decide di salire su roccia fora, scalpella, talvolta aggiunge: modifica l’esistente per ancorarsi ad un presente già obsoleto, ansioso di obbedire a regole di convenienza e miope profitto. Qualunque sarà il futuro di queste strutture discontinue, magma o sabbia o lapide edile, cesseranno memoria e significato dell’oltraggio adattativo subito, e sul loro autore l’oblio pietosamente stenderà il proprio velo, opaco ed eterno.

Giorgio Gobbi

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