Category: Arrampicata

CIMA-ASSO.it > Arrampicata
Corni Vs Grigne

Corni Vs Grigne

Tramonto sulle Grigne e sui Corni di CanzoIl primo luglio è un giorno speciale: un anno fa Mattia ed io ripetevamo la via Fasana sulla Parete Fasana dei Corni di Canzo. Una delle primissime ed importanti tappe della nostra avventura tra le pareti di Corni.

Eugenio Fasana è davvero una figura leggendaria ed è di fatto il padre dell’Alpinismo ai Corni. Cercando di fare ordine nei miei appunti a proposito del “mito delle origini” mi sono ritrovato a compiere un parallelo davvero incredibile tra la storia dei Corni di Canzo e la storia delle Grigne. Ciò che ne è emerso mi ha lasciato davvero stupito perchè, per molti aspetti, i Corni sono stati precursori delle Grigne.

Ho sempre pensato che i “grandi” fossero giunti ai Corni per curiosità, spinti dal desiderio di trovare qualcosa di nuovo allontanandosi dalle Grigne. Tuttavia le date raccontano una storia davvero diversa!

L’alpinismo in Grigna ebbe inizio sopratutto per le contaminazioni dolomitiche che riuscivano a raggiungere il territorio lecchese. Sappiamo infatti che quando nel 1933 il leggendario Emilio Comici fece visita alle Grigne, incontrando Cassin, Boga e gli altri fortissimi locali, si ebbe una vera e propria rivoluzione epocale. Questi alpinisti, al tempo ancora giovanissimi, avevano tuttavia raccolto l’eredità della generazione che li aveva preceduto. Capostipiti di questo periodo furono Arturo Andreoletti e Carlo Prochownick che nel 1909 introdussero lo stile dolomitico sulle Grigne.

Queste due figure sono due “calibri pesanti”: Andreoletti era un capitano degli alpini e con il patrocinio delle autorità militari compieva esplorazioni alpinistiche sulla Marmolada, sul Catinaccio e sul Sella. Prochownick invece arrampicava in cordata niente meno che con Paul Preuss.

La cosa terribilmente curiosa è che il 20 Ottobre del 1908 Andreoletti e Procownick, dopo aver effettuato la prima ripetizione italiana della Bettega-Tomasson sulla sud della Marmolada, si avventurarono sui Corni di Canzo. La loro salita del versante Sud-Ovest del Corno Occidentale, il versante dove ora corre la ferrata, fu riportata persino sulla rivista mensile del Club Alpino Italiano. Un anno ed otto giorni dopo, il 28 Ottobre del 1909, fu Eugenio Fasana a compiere una nuova salita, in solitaria, sul Corno Occidentale.

Succesivamente Eugenio Fasana tornò altre volte sulle nostre montagne tracciando quattro vie fondamentali e che gli conferiscono il ruolo di padre fondatore. La cosa curiosa è che tale ruolo lo ricopre anche per le Grigne.Purtroppo non esiste una biografia di Fasana e così, stuzzicato dall’idea di elencare l’operato di Fasana in Grigna, ho cominciato a spulciare libri. Ecco cosa è emerso e l’elenco delle vie (probabilmente incompleto) che ha aperto nel nostro territorio:

  • Via Fasana Corno Occidentale, Corni di Canzo (28 Ottobre 1909)
  • Cresta D’ongadina, Zucco Pesciola (Fasana in solitaria inverno 1909-1910)
  • Via Fasana Corno Centrale, Parete Fasana, Corni di Canzo (30 Maggio 1910)
  • Via Fasana, parete Est secondo Maniaghi, Grignetta (18 Giugno 1911)
  • Direttissima, Grignetta (Ottobre 1911)
  • Canalino Albertini, primo Maniaghi, Grignetta (17 Maggio 1914)
  • Via Fasana (o Normale), la Torre, Grignetta (20 Settembre 1914)
  • Via Fasana (o Normale), la Lancia, Grignetta (20 Settembre 1914)
  • Via Fasana (o Normale), il Campaniletto, Grignetta (20 Settembre 1914)
  • Via normale al Fungo, Grignetta (11 Ottobre 1914)
  • Normale al Sigaro Dones, Grignetta (8 Agosto 1915)
  • Normale al Pilastro Maggiore, Corni di Canzo (1 Ottobre 1922)
  • Via Fasana, pizzo della Pieve Parte Fasana (21 Giugno 1925)
  • Bramani-Fasana, Terza Torre Zucco Pesciola (1925)
  • Via Fasana, Pizzo d’Eghen (25 Luglio 1926)
  • Camino Fasana Omio, Torre Desio, Corni di Canzo (Maggio 1931)
  • Bramani-Fasana, Pilastri dei Campelli (31 Luglio 1932)

Quello che davvero colpisce sono le date: pare infatti che “dai Corni sia andato in Grigna” e non viceversa. Questo rende ancora più affascinante alcuni eventi successivi. Ad esempio quando il 15 Settembre 1934 la celebre guida Alpina Giovanni Gandini (Il Gandin), all’epoca già famosa per la sua via sulla parete Sud del Torrione del Cinquantenario, venne sui Corni per tracciare un via nel camino centrale del Corno Occidentale (Il camino Gandin).

Allo stesso modo il 6 Settembre del 1942 un’altro “piccolo gigante” lascia la Grigna per tracciare una via sulla Parete Fasana: Ercolino “Ruchin” Esposito, un nome che sulle Grigne marca le vie più ardite ed impegnative dell’epoca.

Nel 1944 Augusto Corti, compagno di Riccardo Cassin sul Pizzo della Pieve nel 1934 e di Vittorio Panzeri in Medale (stesso anno), traccia un’altra via sulla Parete Fasana.

Ancora più difficile è comprendere il flusso contrario, ossia quello degli alpinisti che distintisi sui Corni davano l’assalto alle Grigne. Superati gli anni quaranta le figure importanti e gli scambi diventano tali e tanti che diventa un impresa riuscire raccordali tutti.

“E’ venuto prima l’uovo o la gallina?” Confesso che per quanto riguarda Grigna e Corni le mie certezze sono ora traballanti. Quello che so è che queste due montagne, che si osservano fiere dalle opposte rive, condividono la stessa incredibile storia e gli stessi straordinari protagonisti.

Credo di essere davvero fortunato ad essere cresciuto in un luogo tanto speciale: posso essere felice ed orgoglioso di avere speso tempo ed energie per “addantrarmi” in tutto questo. Davvero una meraviglia!

Davide “Birillo” Valsecchi

Ps: Complimenti a Giorgio Orsucci per la foto e per il suo sito: http://www.orsu.it

Vie Alpinistiche Corni di Canzo

Vie Alpinistiche Corni di Canzo

luigi_parediLa «Riconquista dei Corni», un avventuroso ed ambizioso progetto teso alla riscoperta alpinistica dei Corni di Canzo. Ancora una volta “due di asso” sono stati protagonisti delle storie di “Cima”: il fortissimo Mattia Ricci ed il casinista Davide “Birillo” Valsecchi, che è colui che scrive qui per voi.

Abbiamo fatto davvero tanta strada e la maggior parte di essa è stata verticale e strapiombante! In questo lungo viaggio abbiamo cercato di unire tutte le informazioni che riemergevano dal passato con ciò che siamo riusciti a raccogliere lanciandoci spesso nell’ignoto.

Fotografie, filmati, schizzi e racconti. Ecco il frutto di questo lungo viaggio, ecco la testimonianza che vogliamo lasciare a beneficio di chi affronterà nel futuro queste salite spesso dimenticate. Nella foto qui in alto appare mio nonno, Luigi Paredi. In un racconto degli anni ’70 scritto da Pietro Paredi, Guida Alpina emerita di Valbrona, si legge a proposito di mio nono: “Da lui ebbi l’incitamento ad iniziare questa mia attività. Da lui ebbi sostegno morale in ogni mia impresa.”  Spero che questa raccolta possa conservare il suo stesso spirito e continuare ad essere di incitamento e sostegno come lo fu lui per molti giovani.

Ora parliamoci chiaro: se cercate gloria e fama il mondo è pieno di montagne dal nome altisonante, andate altrove! Ai Corni di Canzo troverete solo rogne, pericoli e fastidi. Toccherà a voi ignorare le critiche e comprendere il valore di ogni piccolo passo in avanti che saprete compiere. Tuttavia, se vi troverete su quelle pareti appesi nel vuoto, a tenervi conforto ci sarà quella strana sensazione di essere parte di “qualcosa”, vi sentirete vicino quei pochi che prima di voi si sono avventurati nella vostra stessa ardimentosa ricerca attraverso quelle onde di roccia.

I Corni esigono prudenza e rispetto, se vi trovate nei guai perdete il rispetto ma mai la prudenza. Nascoste tra le piante, alla base delle pareti, ci sono vecchie lapidi che rimarcano un monito da non trascurare. Detto questo tenete la testa sulle spalle e godetevi la vostra meravigliosa avventura.

Davide “Birillo” Valsecchi

birillo_e_mattia
Davide “Birillo” Valsecchi e Mattia Ricci

Le vie ripercorse:

  • Parete Fasana:

via Longoni-Corti – 20 Giugno 2014
via Fasana – 1 Luglio 2013
– via Attilio Piacco: primo tentativo – 24 Luglio 2013
– via Attilio Piacco: secondo tentativo – 6 Settembre 2013
via Cris – 10 Luglio 2013

  • Corno Orientale

via Luigi Paredi – 4 Maggio 2014
via Stella Alpina – 11 Aprile 2014
via Dell’Oro – 15 Marzo 2014

  • Corno Centrale (Settore Desio)

Torre Desio: via Irma – 16 Aprile 2014
Torre Desio: Camino Fasana – 23 Giugno 2013
via Corvara – 16 Aprile 2014
– Torre Desio: Spigolo Palfieri – 8 Agosto 2014
via Paredi-Canali – 27 Settembre 2014

  • Corno Occidentale

via Valbrona ’89 – 28 marzo 2014
via Attenti a quei due (Prima ripetizione invernale) – 21 Dicembre 2013
via Attenti a quei due (Variante SEM) – 25 Ottobre 2013

  • Gruppo dei Pilastri

Via del Camino – 27 Giugno 2013
Normale al Pilastro Maggiore

A queste possono essere aggiunte le seguenti vie del nostro territorio e quelle effettuate nello stesso periodo:

Grignetta – Sigaro Dones e Maniaghi: Via fasana + via Spigolo Dorn + via Bartesaghi – 8 Novembre 2013
Medale: via Cassin – 29 Novembre 2013
Dito Dones – 15 Dicembre 2013
– Moregallo: Torre Floreanna – 10 Gennaio 2014
– Buco del Piombo: Molteni Valsecchi – 24 Gennaio 2014
– Buco del Piombo: Diedro Scarabelli – 14 Febbraio 2014
Medale: via Taveggia – 7 marzo 2014
Val di Mello: Il risveglio di Kundalini – 16 Maggio 2014
Val di Mello: Luna Nascente – 19 Luglio 2014

Parete Fasana: via Longoni-Corti

Parete Fasana: via Longoni-Corti

Il nome di Angelo Longoni compare tra gli apritori di numerose storiche vie sulla Grigna mentre Augusto Corti era niente meno che il compagno di Riccardo Cassin durante il suo attacco al Sasso Cavallo. Il loro nome si aggiunge a quelli di tanti altri grandi alpinisti che in passato hanno onorato i Corni di Canzo “firmando” sulla loro difficile roccia vie sempre più ardite. Da Fasana a Bonatti: i nostri “tre cucuzzoli” sono una biblioteca dimenticata affollata di piccoli segreti da riconquistare con pazienza ed una certa dose di coraggio.

Era il 6 Agosto 1944 quando Longoni e Corti diedero l’assalto alla Parete Fasana tracciando una nuova linea se risaliva sfiorando il grande tetto centrale. Settant’anni dopo Mattia ed Io eravamo di nuovo alla base della grande parete.

“In effetti a guardala dal sentiero fa una certa paura, se però ti posti di lato e la guardi di traverso fa sempre paura ma forse un po’ meno”. Ecco le nostre significative osservazioni tecniche mentre iniziavamo ad imbragarci. Prima dell’attacco due lapidi, una a memoria di Cesare Guerrini ed una per Carlo Claris, ci ricordano come la natura dei Corni sia tutt’altro che docile e perchè, dopo anni di gloria, le sue pareti siano via via andate dimenticate.

DSCF6374
L’attacco è su roccia a tratti fragile e spesso piena di terra ed erba. Il primo tratto del tiro è infatti insidioso e delicato, la seconda parte insegue delle fessure verticali (un primo passaggio VI+ ed un sucessivo VII ) ed attraversa verso sinistra fino a raggiungere la base del primo diedro. Piacevolmente la sosta è stata attrezzata con una coppia di spit, questo sopratutto perchè lungo tutta la via le protezione sono tutte a chiodi molti dei quali “originali” anni ’40.

Il successivo diedro risale verticale per poi diventare strapiombante prima dell’uscita. Il tiro è piuttosto “violento” sopratutto perchè l’interno del diedro è invaso dalla terra e per trovare i vecchi chiodi è necessario scavare e cercare tra l’erba.

Mattia, in piedi sopra la sosta, si è messo a cercare con la mazzetta il primo chiodo: “I vecchi mica erano bigoli: qui un chiodo devono avercelo messo per forza!” A furia di scavare nella terra un vecchio chiodo ad anello riemerge alla luce: “Vedi che te lo dicevo! Eccolo! Certo che non erano bigoli …e se lo abbiamo trovato forse tanto bigoli non lo siamo neppure noi!” Quando sei appeso nel vuoto a dei pezzi di ruggine trovi il modo di sghignazzare sopratutto delle piccole cose!

Più sopra la faccenda si fa magra e cerchiamo di integrare con friend e nat. Un dado abbandonato ed ancora saldamente incastrato nel diedro diventa la sola risorsa azzerabile lungo tutto il passaggio di VI+ che porta fino allo strapiombo.

Giorgio Tessari, uno dei grandi alpinisti di Valmadrera, nel 1979 descrisse la via aggiungendo come nota:“Per le parecchie ripetizioni presenta qualche chiodo di troppo”. Ho incontrato Tessari solo una volta senza però avere la possibilità di parlare di arrampicata o dei Corni. Guardando nei suoi profondi ed intensi occhi azzurri ho percepito quanto estrema fosse l’epopea alpinistica dei suoi tempi: ci siamo stretti la mano e senza nemmeno conoscerci sono volate scintille nei nostri sguardi.

“Presenta qualche chiodo di troppo”. Ho idea che i “grandi vecchi” conservino intatto il loro invdiabile spirito combattivo. Tessari ha in curriculum “prime invernali assolute” compiute negli anni ’70 sulla Nord del Cengalo, del Badile e del Civetta: non è assolutamente un alpinista con cui confrontarsi alla leggera!

Sulla nostra pelle abbiamo imparato a dare il giusto metro alle vecchie relazioni, sopratutto perchè la maggior parte di esse furono redatte da fuoriclasse ed ormai sono terribilmente datate. “Ma dove cazzo li avrà mai visti tutti ‘sti chiodi!?”: questo, in tutta onestà, è stato il motto della nostra salita…

Dopo il primo strapiombo sull’uscita del primo diedro (VI+) si attacca un’altro impegnativo passaggio verso sinistra (VII+) che porta alla sosta. In quel punto ci si trova praticamente alla base del grande tetto bianco e si può ammirare la “folle” fila di chiodi a pressione che contraddistingue l’ultimo tiro della via “Diretta Città di Cantù”. La parete Fasana assume una fisionomia davvero inaspettata: da quel particolare punto d’osservazione si scorgono guglie e fiamme che dal basso sono quasi impercettibili. Sul lato destro invece si può ammirare, e non vi è espressione più calzante, la straordinaria linea di “Fasanetica”, una via sportiva aperta dal basso nel 2004 da Giacomo Rusconi e Fabrizio Pina (8a, 6b+ obbl.)

Il terzo tiro è una rogna, o meglio, ha tutte le caratteristiche per esserlo ma, fortunatamente per noi, non lo è stato. Dalla sosta ci si deve spostare sulla sinistra aggirando una fiamma di roccia dall’aspetto tremendamente precario. Si riesce a rinviare oltre e poi si deve “abbracciare” questo monolite alto un metro e mezzo staccato dalla parete, traversare a sinistra per poi rimontarci sopra in piedi. Da lì ci si allungarsi verso un vecchio chiodo al centro di una strapiombante placca a ridosso del grande tetto.

La fiamma appare fragile e crepata, se vienisse a basso oltre a fare un vero disastro è probabile che la via non sia più ripetibile senza aggiungere altri ancoraggi per azzerare. Quel monolite fa davvero paura e lo conferma come, nella concitazione del momento, nè io nè Mattia abbiamo pensato di scattargli una foto.

DSCF6408

Nello spazio di tre chiodi si superano quasi sei metri di strapiombio (VIII-) guadagnando l’accesso al piccolo diedro successivo, anch’esso sormontato da un piccolo tetto. La via originale probabilmente puntava direttamente all’uscita ma qualche anima pia, alquanto avveduta, ha fortunatamente spezzato il lungo tiro piazzando una più che idonea sosta a spit (ottima scelta!!).

Il quarto tiro, quindi, affronta un diedro che conduce fino all’ultimo tetto sotto il quale si trova ancora la vecchia sosta a chiodi del tiro originale. Il diedro è un V+ ma le protezioni sono ormai andate perdute e vanno integrate: tutto ciò che è rimasto è un fittone ad anello che si piega in modo ragguardevole!

Giunti alla vecchia sosta si piega verso sinistra raggiungendo la pianticella visibile fin dal basso e raggiungendo finalmente la cresta. La sosta finale è un anello su un solo fix che Mattia ha opportunamente rinforzato con una fettuccia ed un cordino alla piantana del Soccorso Alpino posta poco più sotto. L’uscita è al fianco della grande clessidra che si scorge in contro luce da basso e che appare evidentissima quando il sole alle spalle lascia filtrare la luce.

Quattro tiri, 105 metri di parete e sei ore di battaglia! Non male per un’avventura ai Corni di Canzo che abbiamo davvero goduto!! Tessari la riporta come fattibile in tre ore e questo mi fa pensare che probabilmente non saremo mai “forti” come i grandi che ci hanno preceduto, tuttavia nella storia della nostra montagna credo che una piccola menzione ce la siamo meritata, quantomeno per impegno, dedizione ed affetto nei confronti di questi tre “cucuzzoli” a volte dimenticati.

Davide “Birillo” Valsecchi

Via Longoni-Corti, Parete Fasana Corni di Canzo.
Ripetizione del 20 Giugno 2014.
Mattia Ricci (primo di cordata) e Davide “Birillo” Valsecchi

Il giardino proibito

Il giardino proibito

Esistono luoghi in cui non sono mai stato sebbene li abbia a lungo osservati da lontano: alcuni di questi sono inaccessibili, altri invece mi sono preclusi perché incompatibili alla mia natura. Tuttavia la mia inquietudine esigeva attenzione ed il tempo incerto, minacciando temporale,  favoriva una sortita in completa solitudine.

Come un penitente mi sono incamminato verso San Miro e l’ignoto:“Non c’è nulla di fattibile lassù” è quello che mi hanno ripetuto più volte. Risalivo il crinale dopo aver attraversato il fiume e ripetevo a me stesso: “Smettila di mugugnare, te lo sei guadagnato sui Corni il diritto di venire a curiosare qui”. Mi sentivo come quando da bambino sfidavo i ragazzi più grandi: sapevo che era sbagliato, sapevo che non potevo vincere, ma sapevo anche che non avrei perso e che non mi sarei arreso.

“E’ tutto nella tua mente, ragazzo: è lì che nascono e crollano i tuoi limiti” Nella mia ingenuità  non conoscevo nemmeno il sentiero ed arrancavo tra la boscaglia inseguendo un miraggio che si sollevava oltre la cima degli alberi. Dove stavo andando? Ero diretto nella grande arena, nel giardino proibito.

Nella più assolta solitudine emergo dal bosco e davanti a me esplode la grande parete di roccia ed i suoi tetti strapiombanti. Sono nel “Giardin di Fraà”, non avevo mai neppure osato avventurarmi fin quassù.

Sulla parete brillano i fix, i rinvii e le corde fisse lasciate sulla parete. Davanti a me ci sono 29 vie: la maggior parte di esse sono 7c, 8a e 8b, tutte a strapiombo. Gradi di difficoltà assurdi che rimarcano in modo netto l’assoluta differenza tra alpinismo ed arrampicata. Le protezioni sono ottime ed il rischio, se si opera correttamente, è minimo. Non vi è neppure la tensione della salita, l’ansia per il tempo, la roccia friabile o l’imprevisto. La via è chiara, non puoi sbagliare o perderti tra la roccia. Venti metri in salita e venti in discesa mentre il compagno ti cala. Non devi dare “battaglia senza quartire” per tornare a casa, per la tua vita o quella del tuo compagno. Puoi smettere quando vuoi, restare appeso a riprendere fiato, studiare il passaggio: basta dare voce al compagno e tutto finisce fino alla prossima volta.

Non c’è nulla di eroico o di drammatico, ma guardando quella roccia ti rendi conto che non c’è neppure nulla di semplice. Per superare quell’assurdamente incredibile si deve cercare una profondità nuova, un’assoluta intensità del gesto ed equilibrio del movimento. Il destino ha voluto che nella val Ravella, nel centro dei Corni di Canzo, nel cuore del mio mondo, si innalzi una tale magnificente mostruosità. Potrei davvero fare finta di non averla vista?

Se il tempo non fosse tanto incerto ai piedi delle pareti avrei trovato i “fortissimi”, quelli con le scarpette strette, a dorso nudo, con le mani inbiancate di magnesite ed il fastidioso accento milanese di chi crede di saperla lunga. Ci saremmo salutati, forse avremmo scambiato due parole o forse mi avrebbero semplicemente guardato come un forestiero. Credo di non avere niente in comune con loro: è come se fossimo di due tribù differenti, di due nazioni in lotta. Oppure è solo la paura che alimenta la diffidenza?

Mattia ed io abbiamo riconquistato i Corni, ci siamo avventurati là dove pochissimi, se assennati, si spingono ancora. Dubito che chi arrampica su questa falesia possa fare lo stesso, tuttavia è altrettanto vero che al momento non ho modo di vincere quei tetti strapiombanti così come fanno loro. Troverò l’umiltà e la pazienza per imparare?

Dicono si debba accettare la sconfitta se si vuole ottenere la vittoria: per vincere qui dovrei ricominciare da capo, ricominciare dalla basi ed avventurarmi in un mondo quasi sconosciuto. Ma la domanda a cui cerco di dare risposta è semplice: “Come puoi cercare altrove se i mostri da battere sono ancora tutti qui?”.

Osservo la roccia, il pittoresco riparo di sasso ricavato sotto una sporgenza conca. Osservo dove hanno bivaccato, dove hanno fatto fuoco o dove riposano probabilmente chiacchierando. Mi aggiro nel cuore di un accampamento che non è il mio cercando di imparare.

Alzo lo sguardo: “Quei tetti non posso superarli ma una via normale la trovo di certo per arrivare là in cima!” Mi avventuro nel bosco risalendo lungo il crinale destro e visito il grande terrazzo erboso che attraversa la parete. Davanti ad una corda fissa mi devo fermare: è l’uscita delle vie ma i quaranta metri di vuoto sotto di me sconsigliano di tentare la traversata da solo.

Mi sporgo in fuori e mi chiedo se esista una via, magari alpinistica, che risalga fino alla cima. Una linea che superato il primo tetto attacchi il secondo ed esca oltre la parete. Deciso a scoprilo torno ad arrampicare a destra uscendo tra le roccette ed i canali fino al grande piano erboso che sovrasta l’anfiteatro roccioso.

Con molta prudenza mi avvicino al ciglio e curioso di sotto. La roccia si fa meno compatta, e gli sfasciumi riempiono tutti i terrazzi ed i passaggi. “Dubito che chi arrampica senza casco si avventuri lì in mezzo a quei sassi appoggiati. Forse solo sulla parte a sinistra: là la roccia sarebbe abbastanza compatta fino all’uscita”.

Oltre la parete, minuscolo, spicca il tetto della chiesetta di San Miro. Mi siedo e guardo l’orizzonte. Davanti al me, oltre la valle, il Prim’Alpe. Alle mie spalle, tra la nebbia, i Corni di Canzo. Sotto i miei piedi un vuoto tutto da vincere. Sospiro riflettendo mentre scuoto la testa: “Potrebbero volerci anni per riuscire a chiudere forse una sola di queste vie. Devi trasformare di nuovo il tuo corpo, riallineare la tua mente. Non sei più così giovane: ti costerà fatica e dolore cambiare ancora.” Tuttavia qual’è il senso di un sfida se non il cambiamento stesso?

Chi arrampica ai Corni arrampica ovunque, ma chi ai Corni arrampica ovunque ha bisogno di arrampicare altrove? Seduto nella mia follia non potevo che pensare a tutte le volte che ho osservato dal basso la grande parete Fasana: sembrava impossibile anche allora ma in qualche modo è stata trasformata in realtà. Il “giardino proibito” resterà per me una chimera inarrivabile o un giorno, seduto di nuovo sul ciglio, sorriderò di ciò che è stato? “E’ tutto nella tua mente, ragazzo: è lì che nascono e crollano i tuoi limiti” E’ ora di ricominciare a cambiare.

Davide “Birillo” Valsecchi

Il risveglio di Kundalini

Il risveglio di Kundalini

«Kundalini può dare la liberazione agli yogi, ma anche incatenare gli ignoranti.» Io ed il mio socio avevamo bisogno di relax, arrampicare ai Corni per quasi un anno è stato soprattutto uno sforzo mentale, una continua lotta con lo stress che affrontare quelle vie rappresenta.

Ogni volta che “chiudo” una via ai Corni ripeto a me stesso: “Adesso basta, questa è l’ultima. Non puoi spingerti oltre”. Sono davvero orgoglioso di quanto fatto ma confesso che l’esperienza è stata prosciugante ed in questi giorni mi sentivo svuotato, privo di slancio.Quando Mattia mi ha proposto di andare in Val di Mello ho accettato con il solito entusiasmo ma senza troppa convinzione: «Andiamo a rilassarci sul granito!»

La val di Mello è un posto magnifico ma credo che negli anni ’70, quando Ivan Guerini e Mario Villa, muovevano i loro primi passi nella valle, fosse qualcosa di realmente eccezionale! La nonna di Guerini aveva una baita lassù, questo ha permesso all’allegra congrega di amici e scalatori un accesso scanzonato ad un territorio incontaminato di rara bellezza, dove hanno potuto sperimentare un alpinismo che ancora non esisteva.

Oggi la Val di Mello è conosciuta in tutto il mondo, lo spirito “profetico e goliardicamente pioneristico” che contraddistingueva le origini si è evoluto diventando, inevitabilmente, un circo per invasati di magnesite che nei Week end diventa più affollato della piazza di un paese in festa.

La Dimora degli Dei, l’Alba del Nirvana, Luna Crescente, il Risveglio di Kundalini. Oggi questi nomi sarebbero ridicoli ed adatti solo a qualche rastapanda inbastito che cerca di darsi un tono. Tuttavia, riscoprendo la storia di queste vie, non si può che apprezzare quei giovani e la loro stupenda avventura in questa valle leggendaria. (Davvero strepitoso!)

Quando Guerini e Villa tracciarono “Il risveglio di Kundalini” ci misero due giorni: si fermarono a bivaccare in uno spiazzo erboso a metà parete perché “volevano durasse, volevano godersela!”. Vivevano un momento storico eccezionale in un’ambiente straordinario ed incontaminato: stavano scrivendo regole nuove che oggi, paradossalmente, sono diventate vecchie come quelle che hanno infranto e come lo saranno quelle che ancor devono essere scritte.DSC09169

Quando attacchiamo sbagliamo strada. Una coppia di inglesi stava risalendo la variante e così noi ci siamo improvvisati una variante delle variante risalendo fino al tetto spiovente che prende il nome di “ala del pipistrello”. Era un tempo infinito che non arrampicavo sul granito e la situazione mi sembrava davvero complicata. La prima lama di roccia a cui mi sono aggrappato ballava e la placca su cui cercavo di fare aderenza era coperta di aghi di pino: facevo fatica, mi sentivo nudo e vulnerabile su quella roccia compatta.

Poi la sensibilità cambia, i piedi si sono fatti più sicuri sulle ruvidità della roccia e, lentamente, mi sono avventurato in gesti ed in movimenti che sul calcare sarebbero impensabili. Inizi a provarci gusto e l’arrampicata, dura e di forza, si trasforma in leggera. Non servono più solidi appigli, bastano comodi appoggi: le mani si aprono sulla roccia e tutto diventa una semplice ed elegante questione di equilibrio.

Inseguiamo la “serpe fuggente”, un infinita fessura che risale verticale: lavorando con le mani ad incastro tutto sembra un gioco, un gioco divertente. La protezioni sono lunghissime, le soste a chiodi, ma non c’è l’ansia e la tensione del calcare: i piedi reggono, la roccia è compatta e non cadono sassi.

Il tiro successivo, “Angolo amaranto”, è uno stretto camino privo di protezioni che risale fino ad un grande albero. Noi, zaini in spalla, ci buttiamo all’interno e risaliamo strisciando con l’atteggiamento da speleo che ci contraddistingue. Il passaggio si dimostra impegnativo ma, con il senno di poi, solo perché abbiamo sbagliato l’approccio. Ripensandoci e leggendo le relazioni forse era sufficiente voltarsi, infilarsi di spalle afferrando il bordo del camino ed alzandosi piano piano lavorando in opposizione sulla placca. Tuttavia ritrovarsi incastrati di torace scalciando nel vuoto era qualcosa che meritava di essere provato!

Nel tiro successivo si attraversa il “Bosco dei Folletti” dove gli apritori bivaccarono prima di affrontare un diedro strapiombante che porta all’attacco del grande “Arco”. In quel passaggio sperimento qualcosa di mai tentato sul calcare, per passare mi ritrovo costretto ad alzare i piedi fino al torace, quasi paralleli alle mani, sollevandomi poi in un movimento dall’apparente equilibrio impossibile. Contrariamente ad ogni mia previsione le mani ed i piedi sono restate attaccate alla roccia!

Il grande arco è magnifico, un’esperienza che nella sua assoluta semplicità racchiude la sua incredibile bellezza. Con le mani al contrario aggrappate allo spigolo della fessura si avanza in un lunghissimo traverso lasciando che sia il peso stesso a permettere alle scarpette ed al granito di sottomettere le leggi della gravità. Prendo il ritmo, trasformo la respirazione in una cantilena che segna il tempo ed attraverso l’arco come se fosse la cosa più naturale da fare. “E’ divertente!”

DSC09210A metà dell’arco facciamo sosta con dei cordini su di uno spuntone ed organizziamo una piccola doppia con cui ci abbassiamo di una decina di metri. Qui, seguendo una fessura, facciamo un traverso di quasi venti metri risalendo poi verso una pianta. Con le palme appoggiate semplicemente sulla roccia si attraversano i lunghi metri che separano i chiodi: “Impensabile, sul calcare una cosa simile sarebbe davvero impensabile!”

Dall’albero rimontiamo un muretto e tagliamo verso destra fino al successivo albero. Il granito si è ormai manifestato in tutta la sua meraviglia ed i piedi sembrano aver fatto amicizia con la ruvidità mentre in totale serenità il grado dei passaggi sembra avere perso di importanza.

Il penultimo tiro nasconde invece una piccola trappola perché il passaggio sullo spigolo, il più aereo ed esposto della via (ci saranno 200 metri di vuoto sotto il culo) tende a strozzare le corde rendendo difficoltoso il passaggio del primo di cordata. Cadiamo nel tranello e quando Mattia raggiunge la sosta sono costretto ad accorciare le corde e a girarmele in spalla prima di ripartire.

Quando Mattia parte per l’ultimo tiro ride e sogghigna: “Kundalini qui, Kundalini là…”. La sua faccia la diceva lunga sui suoi pensieri e bonariamente lo rimproveravo: “Taci che non è ancora finita! Fa il bravo!”. Quando usciamo, quando emergo dall’ultima placca, sono allegro, per nulla stanco e totalmente sereno: era tanto che non provavo una sesanzione simile!

Mattia rideva di gusto. “Bellissima, davvero strepitosa. Ma tutti quelli che mi raccontavano fosse dura forse non hanno davvero idea di cosa sia il calcare dei Corni!”. Per noi Kundalini era il risveglio dopo un lungo viaggio, dopo un avventura fatta di roccia cedevole e appigli sfuggenti. Era il risveglio in un paradiso fatto di spigoli vivi e sinceri, di incastri, di roccia salda su cui appoggiarsi con fiducia.

Nonostante il tempo perduto prima di superare gli inglesi eravamo stati molto veloci e la nostra salita era stata sicura ed efficace. Kundalini ed i “profeti” della val di Mello non ci hanno donato l’illuminazione ma avevano riempito quel vuoto che le tante incertezze dei Corni avevano creato. Non potevo che essergliene grato!

In un tempio dell’arrampicata moderna eravamo stati premiati per gli sforzi compiuti inseguendo le vestigia di un alpinismo antico, radicato in un oscura nicchia del secolo scorso. Avevo di nuovo voglia e con umiltà, ma anche con orgoglio, in cuor mio conservavo una rinnovata verità: “Chi arrampica ai Corni arrampica ovunque”. Credo che soddisfazione migliore non possa essere concessa a due eretici nella dimora degli Dei.

Davide “Birillo” Valsecchi

Il risveglio di Kundalini – Val di Mello
16/05/2014 – Mattia Ricci (Primo di Cordata) e Davide “Birillo” Valsecchi

Luigi Paredi – Corno Orientale

Luigi Paredi – Corno Orientale


Raggiungere l’attacco della via è di per sè una piccola avventura: dalla bocchetta di Luera, la coletta che separa la cima del Corno Orientale dal Corno Centrale, si scende lungo il ghiaione che costeggia la parete Nord Est. Da quel punto si ne può subito ammirare la grandezza e la belelzza di quella strepitosa muraglia di roccia.

Il sole illumina la parete solo il mattino e, molto presto, rimane completamente in ombra. Questo è un aspetto davvero da non sottovalutare perchè la via è esposta in modo quasi diretto ai venti che dal lago che risalgono la valle del Moregallo e scavalcano alle “moregge” prima di calare su Valmadrera: si arrampica al freddo!!

Scendendo di incontra un enorme monolite che forma con, una propagazione della parete, uno stretto tunnel. La cima del monolite è uno dei più panoramici punti d’osservazione per studiare la via “Stella Alpina” ed il complesso avvicinamento alla Luigi Paredi.

Si risale infatti lungo uno spigolo di rimpetto al monolite attraverso rocce ed erba alzandosi fino ad un gruppo di piante su cui è possibile organizzare una sosta. Lungo il tratto vi è solo una piastrina a cui è fissata una vecchia e logora corda penzolante che ora serve per lo più ad indicare la direzione. La roccia è fragile e l’erba è infida!!

Il secondo tiro è un lungo traverso per un canale erboso fino alla base rocciosa della parete vera e propria. Si “arrampica” puntando le scarpette nella terra ed aggrappandosi ai cespugli d’erba, è un tratto che non và assolutamente sottovalutato perchè al di sotto del tratto erboso vi è una serie di salti rocciosi che raggiungono e superano i sessanta metri di altezza.

Sulla parete ci sono vecchi chiedi ed una catena a fix su cui si può rinviare anche se tutto il tratto è difficile da proteggere e richiede davvero molta attenzione, sopratutto perchè si affronta in discesa ed un pendolo sotto la sosta sarebbe qualcosa di davvero sconsigliabile.

Costeggiando la roccia si raggiunge un breve tratto su cui si arrampica in un traverso e, finalmente, una coppia di fix su cui montare la sosta. L’ancoraggio è probabilmente l’attacco della via moderna “Crimella”. Qui, con un cordino da abbandono ed un “grillo”, si attrezza una calata in doppia di una ventina di metri in verticale con cui si aggiungere la cengia erbosa più sotto.La cengia è abbastanza appoggiata, vi è una “fragile” clessidra a cui ancorarsi prima di spostarsi orizzontalmente verso sinistra arrivando finalmente all’attacco della Luigi Paredi.

La prima sosta è a chiodi ma in buone condizioni. Si arrampica attraverso una linea logica risalendo prima verso sinistra e poi verso destra seguendo i chiodi e le fessure che rimontano sullo spigolo portando fino ad un primo tetto sotto cui si trova la sosta successiva.

La sosta è buona ed è a spit. Curiosamente è parallela e dista orizzontalemente meno di una decina di metri dall’altra sosta a spit su cui si era effettuata la calata in corda doppia. Probabilmente in passato qualcono ha tracciato una “scorciatoia” che permette di evitare il primo tiro. Va anche detto che sempre a sinistra erano visibili dei chiodi molto più recenti di quelli della via Paredi. Forse qualcuno, partendo dalla “Crimella”, ha cercato di tracciare una nuova linea attraverso la roccia che divide la “Luigi Paredi” dalla “Don Arturo Pozzi”.Quella sosta a fix è stata una graditissima sorpresa ma non saprei dirvi di più sulla sua storia.

Il tiro successivo inizia con un tetto strapiombante ed aggettante che si supera a penzoloni sulle staffe con non poco impegno. Ci sono molti vecchi chiodi ma tutti, vista l’età, vanno controllati: qualcuno flette, qualcuno è eccellente, qualcuno è stato smagrito dal tempo (alcuni chiodi sono artigianali e segnati profondamente dalla ruggine).

Oltre il tetto si giunge alla strepitosa placca che contraddistingue il primo tiro della “Stella Alpina” e si risale fino alla base della grande fessura che caratterizza il proseguo della via vicina. In questa fessura c’erano numerosi vecchi chiodi e probabilmente il primo tiro originariamente terminava qui. Il tratto successivo, inizialmente molto friabile, rappresenta la vera incognia della via e per questo in quel punto abbiamo rinforzato la sosta a due chiodi con uno spit.

Per proseguire ci si deve abbassare sulla sinistra passando sotto un grosso agglomerato di sassi instabili che assolutamente non si deve toccare per via della sua precarietà. Il primo di cordata è quasi costretto a farsi calare per un paio di metri, al secondo non resta che usare un cordino su un chiodo per fare altrettanto ed evitare il pendolo.

Subito sotto, infatti, si trova il primo chiodo e si inizia a risalire su roccia molto migliore. La via prosegue da sinistra a destra finchè, finalmente, si raggiunge e si supera lo spigolo entrando sulla grande placca finale. Sulla placca si rincontra la via “Crimella” ed è possibile attrezzare una sosta intermedia sfruttando un chiodo della “Luigi Paredi” ed un fix della “Crimella”. La via originariamente proseguiva probabilmente fino all’uscita con un lungo tiro.

mattia_ricci

La placca la si affronta seguendo una grossa fessura svasata che termina un tratto completamente liscio in cui sono stati posti quattro chiodi a pressione. Superati quelli ci si può inserire nella grande fessura della “Stella Alpina” raggiungendo l’uscita e l’ultima sosta.

L’ambiente è assolutamente grandioso. La roccia assume curve e movimenti incredibili che danno l’impressione di trovarsi in mezzo a delle gigantesche onde. Un luogo strepitoso che però richiede davvero molto impegno: dal ghiaione all’uscita abbiamo impiegato 10 ore e, posso garantirvelo, visto il freddo che faceva di tempo ne abbiamo perso davvero poco!

La via è quasi interamente in artificiale, richiede di integrare con chiodi e di proteggere con nut e friend, inoltre anche smezzando i tiri servono davvero tanti rinvii. Noi ne avevamo complessivamente 15 ed abbiamo dovuto spesso sostituirli con moschettoni e fettucce per poter proseguire (minimo ne servono una ventina).
Come ho detto è quasi interamente artificiale e questo a tratti la rende facile e sicura così come a tratti insidiosa e pericolosa. Tutto dipende dallo stato dei chiodi e quello, purtroppo, può cambiare in ogni momento. Serve essere estremamente cauti nella progressione.

Se volete conoscere la storia di questa via ed il suo apritore, Pietro Paredi, potete trovare tutte le informazioni nei precedenti articoli. Spiegarvi invece cosa abbia rappresentato per me questa via è forse più difficile. Sono davvero contento di averla percorsa e di aver potuto mostrarvela.

Davide “Birillo” Valsecchi

via Luigi Paredi – Corno Orientale
4 Maggio 2014
Mattia Ricci (Primo di Cordata), Davide “Birillo” Valsecchi

articolo_provincia

Un’ emozione intesa

Un’ emozione intesa

Davide_Birillo_ValsecchiDovrete perdonarmi ma ci vorrà un po’ perché riesca a superare l’emozione e a raccontarvi tecnicamente ciò che è stata la nostra più recente salita. La “Luigi Paredi”, la via che il fortissimo Pietro Paredi, guida alpina emerita di Valbrona, dedicò nel 1970 a mio nonno materno. Una via tra le più ardite e meno ripetute di tutti i Corni di Canzo. Non pensavo avrei mai osato avventurarmi tra quelle onde di roccia, tra il vuoto di quegli abissi verticali.

La “Luigi Paredi”, qualcosa di impensabile. Due giorni dopo il settimo anniversario della prematura scomparsa di mia madre ero all’attacco della parete: al collo, non a caso, il fazzoletto azzurro che lei usava per legare i capelli nelle gite in montagna. Ai piedi di quella parete c’ero io, i miei nonni, mia madre, Walter Bonatti (che dicono l’abbia percorsa), Marco Anghileri (caduto sul Bianco il giorno in cui abbiamo percorso la vicina “Stella Alpina” trovando all’uscita una vecchia bottiglia di vetro con il suo nome), Giuseppe Ravizza (amico e socio della nostra sezione scomparso nel 2011) e le sue staffe prese a prestito. Il martello e i chiodi che mi ha regalato Renzo Zappa, il pile rosso che mi diede Angelo Rusconi in Pakistan, i moschettoni a pera ed il casco rubati a Simone. Sotto quella parete c’ero io, le mie mille paure e le mie mille speranze, i miei mille ricordi fatti di incubi e sogni.

Davanti a me il più talentuoso e determinato alpinista con cui abbia mai avuto il privilegio di arrampicare. Solo grazie a Mattia, alla sua persistenza e serenità, è stato possibile ripercorrere insieme la storia alpinistica delle nostre montagne. La Fasana, l’Attilio Piacco, la Dell’Oro, la Stella Alpina, Valbrona89, la Cris, la Torre Desio, la Corvara, Attenti a quei Due ed ora anche la Luigi Paredi: che grande e magnifica avventura!

Quello che posso dirvi è che faceva un freddo terribile: nonostante sia Maggio ed il sole si sia fatto caldo, noi abbiamo arrampicato per dieci ore all’ombra, spazzati dal vento freddo che dal lago risale le moregge e scavalca verso Valmadrera. Non ho mai avuto tanta paura e tanto freddo come ne ho avuto sulle pareti dei Corni nell’ultimo anno. Aggrappato alle vestigia di un passato antico ci siamo avventurati attraverso spazi immensi e quasi dimenticati, tra le onde di un mare fatto di roccia ed intriso di storia: è casa mia, casa nostra, eppure non avevo mai fatto un viaggio tanto intensamente bello. Scusate, ma piango e rido perdendomi nei ricordi: ci vorrà un po’ perché riesca a superare l’emozione.

Davide “Birillo” Valsecchi

Una “Via” per mio Nonno

Una “Via” per mio Nonno

Antonia e Luigi Paredi«Luigi Paredi di Canzo: chi, fra gli alpinisti della zona, non ricorda questo nome? Tutti lo hanno ricordato in qualche modo ed io, come scalatore ed allievo, ho voluto dedicargli una via. Ero in dovere di farlo, perché da lui, provetto alpinista, avevo imparato ad amare la montagna e soprattutto le rocce. Da lui ebbi l’incitamento ad iniziare questa mia attività. Da lui ebbi sostegno morale in ogni mia impresa. Fu quindi un grande dispiacere per me, quando, nei mesi scorsi, conseguendo il titolo di “Guida Alpina” non lo vidi stringermi la mano. Come aveva sempre fatto.

Da un altro luogo certamente mi avrà sorriso per questo ambito traguardo. La via, che volevo dedicare alla sua memoria, doveva essere fra le rocce dei Corni di Canzo, che tante volte l’avevano visto scalatore. Dopo vari sopralluoghi scelsi per la scalata lo spigolo Nord-Est del gruppo del terzo Corno. La parte che guarda su Valmadrera e la città di Lecco presenta, nei suoi 150 metri, la difficoltà di 5° e 6° grado artificiale.

Scelsi come compagno di cordata Ernesto Riva di Dolzago e con lui preparai ogni cosa minuziosamente anche perché la roccia era molto friabile. Ma quando tutto era ormai pronto il mio compagno si infortunò sul lavoro . Pareva perciò che si dovesse rimandare tutto.

Tuttavia, la volontà di ascendere quella parete, anziché diminuire, aumentava e mi sembrava che il povero Paredi fosse lì, come aveva sempre fatto, a darmi coraggio ed incitamento. Non mi persi d’animo e, volendo portare a termine l’impresa prima dell’inizio della brutta stagione, ne parlai con Antonio Rusconi di Valmadrera che accettò ben volentieri di farmi da compagno.

Fu così che alle ore sei del 5 Ottobre 1969 iniziammo l’attacco allo spigolo. Le difficoltà, ad una ad una, con grande forza di volontà furono superate e, dopo otto ore di arrampicata estremamente difficile ed impegnativa, raggiungemmo la vetta. La via Luigi Paredi è ora aperta. Il suo nome resterà per sempre legato alla montagna che tanto amò.»

Questo è quello che nel 1970 scrisse Pietro Paredi, Guida Alpina Emerita di Valbrona, sulla rivista  “La Valle” pubblicata della Società Sportiva Valbronese. Nella foto in alto compaiono invece Antonia e Luigi Paredi, i miei nonni materni. Non ho mai conosciuto mio nonno, mi raccontarono morì per un colpo di cuore salendo al rifugio Cazzaniga, rifugio di cui avrebbe dovuto divenire a breve il gestore.

La via che Pietro ha dedicato a mio nonno è stata ripetuta pochissime volte ma, stando alle cronache, tra i rari ripetitori vanta niente meno che il leggendario Walter Bonatti (fonte: L’Isola Senza Nome).

Nel cuore della strapiombante parete Nord-Est del Corno Orientale c’è qualcosa di straordinario e spaventoso che non posso ignorare. Oggi è il 2 Maggio, sono passati sette anni dalla notte in cui mia madre, Nuccia, morì. Era una grande appassionata di montagna ed ogni volta che vado al Cimitero non che posso apprezzare come la sua tomba sia rivolta verso il Corno Occidentale. «Ma’, anche se è il Corno dall’altra parte, butta un occhio! Tra due giorni tentiamo la via del nonno!»

Davide “Birillo” Valsecchi

 

Theme: Overlay by Kaira