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Corni: Sentiero delle Caverne

Corni: Sentiero delle Caverne

I ragazzi della Squadra in questo periodo sono impegnati con il corso d’alpinismo della Scuola Alta Brianza e per questo le occasioni per andare in giro insieme vanno colte al volo. Visto che ancora non eravamo riusciti a percorrere insieme la ferrata del Venticinquennale abbiamo iniziato il nostro mini-tour proprio da lì.

Mav e Andrea se la sono cavata benone sulle placche del Corno Occidentale ma, essendo un sabato mattina di sole, era inevitabile l’affollamento e qualche pausa forzata. All’attacco del tratto finale ci stacchiamo e sostiamo, al sicuro, all’uscita del quarto tiro di “Valbrona89”. Sulla placca finale, alla faccia della sicurezza, erano incrodati ed appesi sei escursionisti in meno di quattro metri di spazio: «Bagai, le distanze in ferrata sono la prima regola! Se parte il primo birlano a basso tutti: milanesi in cerca di guai…»

Abbiamo aspettato che lo “spot” si liberasse ed abbiamo chiuso la nostra ferrata. Una volta in cresta ho portato i ragazzi a vedere la grotta del “Passo della Vacca” che domina il “Camino Gandin”: quella era solo la prima delle grotte che intendevo loro mostrare.

Sulla cima del Corno Occidentale abbiamo dovuto scartare il “caminetto” perché intasato di gente che saliva e scendeva. Per evitare guai e code siamo scesi lungo la variante che sfrutta il breve camino sul lato Est.

Una volta alla Coletta abbiamo puntato verso il versante Sud del Corno Centrale e la Torre Desio.
Il cuore sud del Corno Centrale è davvero un posto affascinante. La base della parete è infatti sagomata da ampie grotte che, rientrando, danno origine ad ampi tetti che caratterizzano l’attacco di quasi tutte le vie.

Questa serie di grotte corre come un’onda dalla torre Desio fino allo spigolo oltre la Corvara, poi la roccia torna più regolare risalendo fino ad insenatura più grande dove, per via di un masso enorme, vi sono una serie di stretti cunicoli più piccoli.

«Dentro gente! Dentro!!» Costringere i miei due compagni, due ragazzoni di quasi di due metri, infilarsi negli stretti cunicoli è stato quasi un atto di nonnismo!

Le cronache riportano che Masciari Vittorio, nell’inverno del 1967, tracciò in solitaria una via invernale attraverso quelle insenature. Di quel tracciato esiste solo la descrizione dell’autore che, per certi versi, conferma la mia convinzione che quel canale esposto a Sud ma costantemente all’ombra possa riservare più di un piacevole sorpresa con la neve in condizioni (verificheremo il prossimo inverno!)

Il sentiero poi attraversa la scoscesa valletta innalzandosi lungo un’obliqua cengia rocciosa che raggiunge la cresta opposta da cui, attraverso spiazzi erbosi si raggiunge il sentiero che da Est risale alla cima del Corno Centrale.

Ero stato in quella zona la settimana prima con Mattia e quindi ne ho approfittato per completare l’esplorarazione con i miei soci più giovani. Il sentiero praticamente non è tracciato ma non è particolarmente impegnativo sebbene vada da considerarsi un EE (EscursionistiEsperti)

Alla fine del nostro Tour abbiamo riparato alla SEV dove amici, birra e chiacchiere di montagna hanno concluso egreggiamente la giornata!

Cya in tha pit!!

Davide “Birillo” Valsecchi

Grignetta: via Segantini

Grignetta: via Segantini

Per un milanese sarebbe davvero imbarazzante dover ammettere di non aver mai visitato il Duomo di Milano o il Castello Sfrozesco. Probabilmente proverebbe lo stesso imbarazzo che provavo io nel dover confessare di non aver mai percorso, nè invernale nè in estiva, la famosa Cresta Segantini che, dal Rifugio Rosalba, sale alla cima della Grignetta.

Non saprei darvi giustificazione del perchè difettassi di una simile (grave) mancanza ma, nonostante gli sforzi, sembrava per me davvero difficile rimediare. I miei amici più esperti l’avevano ripetuta innumerevoli volte e, salvo qualche romboante assalto invernale, non sembravano intenzionati a dedicarle una giornata: “Terzo grado” , “Affollata”, “Facile”, “Si fa in libera”.

Non trovando un compagno ho spesso pensato di tirarmi dietro qualche “matricola” o di affrontarla da solo. Tuttavia la Grigna impone rispetto e reverenza, così non ho potuto fare altro che limitarmi ad attendere.

La tentazione era forte ma l’umiltà era d’obbligo perchè la storia della Segantini è densa di fascino. Il primo a percorrerla fu infatti il leggendario Giacomo Casati, un nome le cui gesta sono ormai un tutt’uno con la roccia delle Grigne. Casati, il 13 Giugno del 1901, si avventurò da solo sulla cresta percorrendola in discesa. Dopo Casati fu Giuseppe Dorn, altra leggenda, a ripercorrere tale itinerario. Solo il 9 Ottobre del 1905 fu percorsa in salita da Eugenio Moraschini e Giuseppe Clerici che, in quell’occasione, concatenarono la cresta alla normale della piramide Casati, del Torrione Palma e delle Torri Moraschini.

Per Davide “Birillo” Valsecchi niente Segantini: un bello smacco da digerire. Tuttavia Luca e Stefano, due amci e membri del Soccorso Alpino, si sono offerti di accompagnare in Segantini il giovane Pietro, fratello della morosa di Luca. “Hey, vengo anche io! Non ditelo in giro ma anche io non l’ho mai fatta”: ecco la mia occasione!

Non attacchiamo dal Colle Valsecchi ma direttamente dal canale dell’Angelina che risale della direttissima fino al sentiero Cecilia ed ai bastioni sotto la Segantini. La neve abbonda ancora nei canali e per questo nello zaino trovano posto anche ramponi e piccozza.

Roccia bagnata e neve marcia rendono la cresta, fin troppo spesso banalizzata, un viaggio intenso attraverso le meravigliose architetture della Grignetta. Luca e Stefano tirano le due cordate, e le due “matricole”, attraverso i brevi ma numerosi tiri della Cresta.

Gli scarponi e l’umidità impongono tecnica ed equilibrio, enfatizzando i brevi ma importanti tratti in cui la cresta si impenna in stretti camini o in appigliate placche aeree. Il lungo traverso e la risalita su neve della “Lingua” ci offrono un ultimo assaggio d’inverno mostrando come il gelo smuova e trasformi, anno dopo anno, la montagna.

Si arrampica in salita, si arrampica in discesa, si mette mano alla piccozza e si affonda nella neve. La cresta è tutta nostra fino a quando alle nostre spalle rimonta dalla roccia una faccia nota. Scintillanti occhi azzurri e braccia scoperte, non poteva che essere lui: Vittorio, veterano delle Grigne, accompagnato da Ale, suo giovane compagno di tante salite. “Hey gente, abbiamo visite: amici! Ciao Vittorio!” “Ciao Davide!” Il suo sorriso, nella mia prima volta in Segantini, è quasi una medaglia. Tutti insieme ci fermiamo un po’ nella neve a chiacchierare. Poi, leggeri e veloci, i due ci superano lasciandoci indietro: quassù loro sono indigeni!

Mentre saliamo continuo a guardarmi intorno. Entro sera arriverà la pioggia e la luce, filtrando tra le nuvole, gioca con i contrasti animando la roccia. “Accidenti cosa rischiavo di perdermi!” Da un lato le guglie della Gignetta e sull’altro versante la Grigna, il Sasso cavallo e la linea, mai così elegante, degli scudi e della traversata alta.

“Terzo grado” , “Affollata”, “Facile”, “Si fa in libera”. Mi hanno sempre ripetuto questo dimenticando di dirmi la cosa più importante: “Tremendamente bella!”.

Davide “Birillo” Valsecchi

Via Segantini, Grignetta. 25 Aprile 2014. Luca Beduzzi, Pietro Villa. Stefano Sepriano, Davide “Birillo” Valsecchi. Le “matricole” pagano da bere!

Via Irma – Torre Desio

Via Irma – Torre Desio

Sulla Torre Desio al Corno Centrale, tra lo Spigolo Palfieri ed il Camino Fasana, una curiosa fila di placchette metalliche risale dritta per la strapiombante parete verticale. Alla base, infissa nella roccia, una placchetta recita “Novembre 1983 – Via Irma – G. Benassé e G. Farina”.

Questa infatti è una delle vie tracciate da Giorgio “Giorgino” Farina: veterano “over” dei Corni, membro del Soccorso Alpino,  istruttore di Roccia, diverse importanti salite extraeuropee alle spalla ed uno degli alpinisti più spassosi con cui si possa avere il piacere di andare per monti.

Tra le vie che ha tracciato negli anni questa è una tra le più curiose. “Irma” è infatti un’arrembante linea da affrontare completamente in artificiale dotandosi di staffe e pazienza: le placchette, ricavate artigianalmente da dei ferri a “Elle” forati, sono fissate lassù da oltre 30 anni ed esigono grande cautela.

La settimana scorsa Giorgio ci aveva chiesto di dare un’occhiata alla sua “creatura” e così, dopo aver affrontato la vicina Corvara, abbiamo dato l’attacco anche ad Irma.

Credo che a Giorgino siano fischiate le orecchie tutto il pomeriggio perché la sua via, così come lui, ha un carattere davvero stravagante: innanzitutto l’attacco. La via è infatti tutta in artificiale ma per raggiungere la prima piastrina si devono fare numeri da circo: originariamente pare che l’attacco avvenisse con un eroica “piramide umana”. Tuttavia caricarmi Mattia sulle spalle significava rischiare di ruzzolare malamente giù per il boschetto e così abbiamo piantato un precarissimo chiodo con cui ci siamo alzati abbastanza fino alla prima piastrina.

Essendo solo di due tiri volevamo affrontare la via soprattutto per esercitarci con la progressione a staffe, tuttavia l’esercitazione si è dimostrata davvero più impegnativa del previsto.

Il primo tiro, una volta presa confidenza con le piastrine, ha nel mezzo un passaggio obbligato dove si deve sfruttare una spaccatura nella roccia per guadagnare la piastrina successiva. E’ un passaggio breve ma rende necessario un curioso uso di staffe ed appoggi che, su protezioni ultra trentennali, sa essere decisamente coinvolgente.

La sosta del primo tiro è sulla verticale, una catena attorno ad una robusta clessidra. Non vedendola da sotto Mattia ha prima ripiegato verso la sosta del camino Fasana per poi nuovamente traversare verso sinistra.

Una volta in sosta, visto che ne avevamo solo un paio, Mattia mi ha lanciato a terra le staffe. “Ma sei proprio sicuro? A me non è che mi convinca molto…” Ho tentato io. “Ma va, vieni su! Vuoi lasciare una via mozza?” Così con pazienza e metodo ho attaccato le staffe e, recuperato il primo chiodo, ho guadagnato la prima sosta.

Il secondo tiro, se fatto in libera, sarebbe qualcosa di veramente disumano ed anche in artificiale ha riservato più di una sorpresa. Dopo che Mattia infatti si alza di quattro placchette ci viene un dubbio: “Hey Mattia, ma come stiamo messi a rinvii?” Lui si alza sulle staffe ed comincia a contare “5, 6, 7… 9, 10… 13,14, 15. Poi oltre non vedo. Accidenti, mi sa che non ci bastano!”  In totale noi avevamo 15 rinvii e ce ne rimanevano all’imbrago meno di dieci. “Serve fare economia!”

Mattia si alza di altre due piastrine “Mi sembrano buone queste due, calami che recupero quelli sotto”. Calo il mio socio che recupera i rinvii e lo metto in trazione mentre risale. Ogni volta che trovavamo delle piastrine davvero buone ripetevamo l’operazione rimpinguando la nostra scorta operativa di rinvii.

“Hey, qui la piastrina gira a mano, provo a caricarla lo stesso” Mattia si alza, si allunga leggero sulle staffe e raggiunge anche la successiva “Hey, sai che c’è? Anche quella dopo gira a mano!” Mi punto e respiro mentre probabilmente Giorgino si guarda in giro chiedendosi cosa sia questo strano fischio che sente nelle orecchie. “Il successivo è un chiodo, lo provo con il martello e mi sposto!” Il chiodo suona piacevolmente saldo ed il mio socio ci scarica sopra tutto il suo peso.

Mattia avanza ancora fino all’ultima piastrina “Sono all’uscita: mi mancano quattro metri ma qui è tutto una merda! La roccia è cotta e balla tutto… è un vero macello. Dubito fosse in queste condizioni quando l’hanno fatta!” Il socio prende tempo un istante e poi prova a piazzare un chiodo ma più picchia e più la roccia balla. “…trema tutto qui. Non basta questo chiodo, provo ad allungarmi e a pizzarne un secondo”. Mattia piazza il secondo chiodo, ad una spanna dal primo, e si solleva oltre lo spigolo. Altri due leggeri passi ed è in sosta.

“Davide, sosta!” “Mattia, okay! Libera” Il socio recupera le corde, poi libera la rossa e sul capo lega un moschettone ed una delle due staffe. “Occhio che lancio!” La corda spunta oltre l’orizzonte verticale ma precipita troppo a destra. “Acqua, tira più verso la mia sinistra!” Mattia recupera la corda ed effettua un nuovo lancio “Presa! Ce l’ho! Aspetta! Okay, lancia l’altra!”

Con il successivo tiro sono nuovamente dotato di una coppia di staffe. La salita è una specie di esercizio di sincronizzazione “Punto la staffa… mi alzo… cambio staffa… mi alzo” Il socio recupera rendendo la corda un punto d’appoggio permanente che mi permette di velocizzare la salita: in fondo eravamo su quella verticale di roccia proprio per migliorare la nostra tecnica.

Quando arrivo al primo dei due chiodi rido forte: “Ma hai visto come si flette?!” domando al mio socio pochi metri sopra di me in sosta. “E secondo te perché ne avrei messi due?” Dall’imbrago prendo il martello  (che mi ha regalato il mitico Renzo!) ed inizio a battere per recuperare i chiodi. ”Okkio Mattia che balla tutto!” Lui ride mentre ad ogni martellata la roccia vibra tremando fin sotto i miei  piedi. Recupero i chiodi e guadagno la sosta.

La Cima della Torre Desio è uno dei luoghi più panoramici di tutto il gruppo dei Corni. Seduti su una placca di roccia orizzontale grande come un tavolo da cucina, ammiriamo il sole che tramonta alle spalle del Corno Occidentale ed attrezziamo la doppia da 60 fino a terra: letteralmente un tuffo nel vuoto.

Il buon Giorgino vorrà sapere cosa ne penso della sua via: “Irma” vista da sotto sembra una ferrovia, una ferrata a cui mancano le catene. In realtà, percorrendola, dimostra carattere ed alcuni passaggi obbligati sono da non sottovalutare. Il suo grande limite è senza dubbio l’età delle protezioni ma soprattutto la condizione della roccia sull’uscita. Le piastrine sono artigianali, vecchie e con pericolosi spigoli vivi, il foro è anche troppo piccolo per infilare staffe e rinvio contemporaneamente, un paio giravano a vuoto ed andrebbero verificate meglio. Tuttavia lo stato generale è apparso in buone condizioni e credo sarebbe sciocco sostituire le vecchie piastrine: si rischia di dover fare nuovi buchi e di macchiare di ruggine la roccia. Controllerei quelle che si muovevano ma fondamentalmente lascerei tutto com’è. Il suo fascino è anche nella sua storia e nella sua originalità: ai Corni niente va sottovalutato o preso alla leggera. Dove servirebbe qualcosa è l’uscita. Irma è davvero una bella “esperienza artificiale” ma se per uscire si devono piantare due chiodi nel fragile comincia ad essere fin troppo impegnativa per una semplice “esperienza”. Forse tenendosi a sinistra si può, sempre in artificiale, trovare una soluzione d’uscita più solida. Vedremo cosa si piò fare =)

Nonostante qualche dubbio iniziale sono stato contento di averla ripetuta! Bravo Giorgio, mi è piaciuta più di quanto mi aspettassi! (Come sempre grande Mattia!)

Davide “Birillo” Valsecchi

Via Irma – Torre Desio Corno CentraleRipetizione 16 Aprile 2014
Mattia Ricci (Capocordata), Davide “Birillo” Valsecchi

Via Corvara

Via Corvara

Corno Centrale versante sud, un angolo di roccia nascosto dietro la Torre Desio su cui, negli anni, sono apparse numerose vie attraverso i tetti e le curve di quella parete. Una di queste è la Via Corvara, tracciata nel 1942 dai Fratelli Pierino e Darvino Dell’Oro di Valmadrera. I due fratelli, i “100% Dell’Oro”, sono stati dei veri pionieri dell’arrampicata ai Corni e questa, secondo i resoconti storici, è l’ultima che tracciarono insieme.

Mercoledì mattina Mattia ed Io eravamo alla base della parete. Tutto attorno a noi brillava un caldo sole mentre l’angolino di roccia in cui corre la Corvara era profondamente immerso nell’ombra: ancora una volta ci tocca arrampicare al freddo battendo i denti ad ogni sosta. (Il sole ha scavalcato lo spigolo ed illuminato la via verso  mezzo giorno, quando il sole è salito quasi verticale. Nel pomeriggio la via resta al sole fino a tardi)

DSCF5463La via risale un’evidente fessura che, a distanza ravvicinata, si dimostra davvero molto più tosta di quanto appaia dal basso. Per rimontare fino alla cengia erbosa sovrastante si devono affrontare tre lunghezze davvero diverse tra loro: sono tiri brevi ma intensi

Il primo tiro non è male, la partenza è di slancio sulla sinistra ripiegando poi verso destra e rimontando lungo la  fessura fino ad una passa grotta al cui esterno, accessibile in una comoda cengia, è piazzata la catena di sosta. Tra le vie affrontate ai Corni questa è la prima in cui si ha la sensazione che la roccia sia smussata dall’uso, non è certamente “unta” ma di sicuro è stata una delle vie più frequentate di tutto il gruppo.

Il secondo tiro è intenso, davvero intenso. La relazione parla di VII grado oppure A1 e sebbene abbastanza corto ha davvero spremuto il mio socio. La fessura infatti è complicata da sfruttare e la chiodatura presente è quella originale. In una minuscola clessidra vi è un cavetto metallico che un tempo era rinviato su un vecchio chiodo che ora penzola sconsolato. Per mettere in sicurezza il passaggio Mattia ha dovuto infilare una fettuccia su di un sasso incastrato, piazzare qualche friend ed agganciarsi anche ad una piccola pianticella che sta crescendo nella spaccatura. Questo per rimarcare come il passaggio non sia facilmente azzerabile come la relazione originale parrebbe indicare.  Probabilmente molti dei chiodi originali hanno salutato la via.

L’uscita dalla spaccatura è un po’ una rogna su roccia malferma ma la sosta, appena sopra, è comoda e solida. Il terzo tiro è un piacevole camino ben appigliato che esce poi a destra su rocce malferme invase dal paglione. Il primo tratto è molto gradevole, il secondo un piccolo brivido anche se il vecchio chiodo a guardia del traverso indica come la via originale fosse quella.

La sosta è una pianta, non eccellente come soluzione ma accettabile. Dall’alto però si vede come una sosta ad anelli moderna sia stata posta sul lato sinistro. Pare che qualcuno sia uscito dal camino a sinistra, anziché a destra, ed abbia dapprima attraversato e poi attaccato per un diedro. La linea è in effetti abbastanza logica ma Mattia non ha trovato nessuna protezione fissa per quel passaggio che, con i chiodi e l’equipaggiamento del ‘42, non era probabilmente superabile.

Con il terzo tiro la via finisce su un cengione erboso. Sulla sinistra vi è una parete di cinque metri attraversata da una spaccatura. Sull’uscita della spaccatura vi vede un vecchio chiodo ma nel mezzo non sembra esserci nulla. Il grado pare piuttosto elevato e non abbiamo idea di che tipo di sosta (se esiste) vi possa essere al di sopra del muro. Per questo, dopo avere comunque curiosato nella fessura, abbiamo deviato verso destra facendo un tiro di corda attraverso le piante e raggiungendo la base di un canale.

Abbiamo piazzato una sosta a due chiodi e siamo risaliti per il canale. Non è un passaggio difficile ma erba e roccette mobili impongono una protezione soprattutto perché sotto il salto è ragguardevole. Una volta fuori dal canale, appena sopra il piccolo prato,  ci si può appoggiare a delle piastrine del soccorso per effettuare l’ultima sosta. Praticamente a due passi dalla croce del Corno Centrale ci siamo goduti il panorama di una giornata primaverile davvero eccezionale.

Se, con rispetto a quanto fatto dai fratelli dell’Oro, si sistemassero le protezioni del secondo e terzo tiro, la Corvara potrebbe diventare una delle vie più belle e fruibili del Gruppo. Tuttavia inizio a capire la “gelosia” che intimamente anima i vecchi alpinisti dei Corni. “Fino a quando quel vecchio chiodo penzolerà attaccato alla clessidra non ci saranno fighetti con la magnesite ad ungere le grandi vie classiche dei Corni.” Come dargli torto…

Davide “Birillo” Valsecchi

Via Corvara, versante Sud Corno Centrale
Ripetizione 16 Aprile 2014
Mattia Ricci (Capocordata), Davide “Birillo” Valsecchi

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Stella Alpina

Stella Alpina

«La Grande Onda» Dal basso sembra di osservare un oceano increspato da cavalloni e frangenti di roccia su cui sta per riversarsi dall’alto l’onda più grande. Sia la parete Nord-Est del Corno Orientale che la Parete Fasana al Corno Centrale sono caratterizzate dalla presenza di un grande tetto aggettante che, morbido e compatto, si lancia oltre la linea, oltre l’orizzonte verticale. Già, l’orizzonte verticale, perché su quelle grandi pareti ci sono attimi in cui verticale ed orizzontale si confondono, “sdraiato in piedi” cerchi di restare a galla sulla roccia grigia, circondato dalle onde, mentre la più grande, la più imponente sembra prendere forza davanti a te prima di infrangersi. Soli tra le onde dell’oceano, ecco cosa significa trovarsi nel cuore di quelle pareti.

Alle otto e mezza siamo già operativi ed imbragati: le luci del mattino sono magnifiche e la giornata è calda, la parete però è perennemente al buio e sarà un freddo intenso e pungente ad accompagnarci. Sono le salite fatte durante l’inverno a darci la forza di addentrarci nell’ombra, nonostante le nostre gambe tremino ad ogni sosta mentre i piedi e le mani si intorpidiscono. I Corni bisogna guadagnarseli ed infatti i primi due tiri attraversano roccette malferme e paglione, prima risalendo e poi affrontando un lungo traverso che porta verso sinistra attraversando un canale erboso e costeggiando il limite della roccia.

Il piede del corno Orientale è fatto di roccia friabile e franosa, per questo la via attacca a metà della sua altezza. Prima ancora di iniziare a salire abbiamo sotto di noi oltre 80 metri di vuoto che precipitano verticali verso il ghiaione. Guardi in basso, guardi il traverso: no, una volta qui non si torna più indietro.

La roccia è compatta e le placche tracciano piani e linee che mozzano il fiato. La prima fessura risale leggermente verso sinistra e poi piega verso destra prima di affrontare un lungo traverso su placca verso sinistra che ripara alla base del diedro.

Mattia attacca, risale fino al secondo chiodo e poi si aggancia con il cliff. Non c’è modo di passare se non seguendo il lascito degli apritori. La via, aperta da G.Crippa e G.Arosio nel 1963, è costellata dai vecchi chiodi con cui, davvero eroicamente, superarono la grande placca. Noi non abbiamo staffe ma solo un pedale di fettuccia: lavoriamo insieme dandoci voce e manovrando le corde. Ogni chiodo, ogni metro guadagnato, è una storia a se stante. Nella nostra peregrinazione un paio di chiodi li acchiappiamo al volo con veri e propri “lanci” dell’anello di fettuccia lunga. Sull’uscita della fessura Mattia pianta un chiodo: «Non c’è nulla per le mani, devo alzarmi tutto sul pedale e sdraiarmi in avanti per raggiungere il chiodo. Metto il chiodo ad U: non credo possa reggere il peso ma mi serve per avere un minimo di equilibrio mentre mi allungo. Occhio!».

Mattia si allunga e passa. Con noi abbiamo 15 rinvii ma doppiamo “razionarli” posizionandoli e togliendoli perché, diversamente, non sarebbero sufficienti per affrontare interamente il tiro. Salvo i Fix delle soste i chiodi sono tutti vecchi ed originali. Sono numerosi e ben piantati, ma ognuno di esso va verificato e ribattuto perché ormai sono sulla grande parete da oltre 50anni: qualcuno è indomito come il primo giorno, qualcun altro si flette come una “carezza d’addio” quando lo carichi.

Se il terzo tiro è prevalentemente in artificiale il quarto è arrampicabile e risale prima sulla sinistra della grande fessura poi piegando a destra ed infilandosi finalmente nella spaccatura che risale ai piedi della grande onda. Guardandoti intorno, osservando come le placche si intersecano tra di loro, vedi l’eleganza delle linee con cui è disegnato il mondo: ciò che dal basso sembrava solo un muro compatto è in realtà un universo di movimenti immobili. Qualcosa che disorienta e davvero difficile da descrivere.

Il quinto tiro è il cuore della via. Sotto la sosta troviamo un vecchio cuneo di legno incastrato nella spaccatura. Nonostante gli anni è ancora perfettamente conservato e, protetto dal  grande tetto che lo sovrasta, sulla roccia sono ancora visibili i segni che ha lasciato strisciando mentre veniva inserito. Per rispetto ed in omaggio a quel cimelio antico agganciamo la nostra corda con un rinvio ed affrontiamo la grande spaccatura.

Sono due i punti chiave del tiro che, tra tutti quelli della via, è il meno protetto. In quei due passaggi ci sono solo due possibili approcci. Il primo, quello elegante usato da Mattia, alla Dülfer: a sbalzo nel vuoto in opposizione con le gambe mentre le mani sono in trazione sullo spigolo della fessura. Il secondo, meno elegante ma a tratti eroico, con cui sono passato io: «A cavalcioni: una gamba incastrata nella fessura e ti alzi cavalcando la roccia». Questo è quello che un giorno mi raccontò aver fatto Pietro Paredi, guida alpina emerita, quando trovò la placca bagnata negli anni eroici dei Corni. La mia roccia era asciutta ma il suo consiglio è quello che ho seguito (con grandissima soddisfazione!)

Risaliti alla sosta non restava che ammirare ancora una volta la parete e riemergere, finalmente al sole, sulla cima del Corno. Stesi alla luce, coperti da maglioni e giacche, abbiamo atteso sdraiati che il calore della primavera si infondesse nuovamente in noi. «Senti che bello il caldo: solo ora mi rendo conto di quanto freddo abbiamo patito!»

La grande onda, avevo finalmente cavalcato la grande onda. Ci sono gesti che apparentemente non sembravano avere nessun valore, nessuna importanza concreta. Eppure questi gesti, sdraiato  sotto l’azzurro del cielo di primavera, sanno sciogliere la felicità in una lacrima commossa: la grande onda del corno orientale…

Davide “Birillo” Valsecchi

Stella Alpina – Corno Orientale Gruppo Corni di Canzo
11 Aprile 2014: Mattia Ricci (capocordata) e Davide “Birillo” Valsecchi.
Ancora una volta i migliori complimenti al mio socio: grande Mattia!

Falesia Sasso d’Erba

Falesia Sasso d’Erba

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“Dove andiamo?” “Non so, abbiamo solo mezza giornata… che ne dici del Sasso d’Erba?” Così, lo scorso venerdì, Mattia ed io abbiamo lasciato i Corni di Canzo per concederci un pomeriggio in falesia dove, nonostante l’unto, ci siamo potuti concedere un po’ di relax.

Descrizione: Piccola e storica palestra di roccia, un po’ unta, ma richiodata a fittoni resinati, non di rado distanti, dalle guide alpine dell’Associazione Promont. E’ posta lungo la mulattiera che da Crevenna sale alla Capanna Mara. Difficoltà modeste e arrampicata in placca, rendono il Sasso, solo nel versante Sud, interessante e adatto ai principianti. Il lato Nord presenta alcuni tiri difficili, resi ancora più insidiosi perchè unti.

Abbiamo fatto due tiri nella parte centrale e risalito i due spigoli del lato Sud prima che una sottile pioggerellina decretasse l’ora del rientro. Un giornata serena e tranquilla che ha offerto un punto di vista d’eccezione sulla volta d’ingresso del Buco del Piombo.

Riposare abbiamo riposato: ora si torna ai Corni!

Davide “Birillo” Valsecchi

NB: Casco in testa, Reverso e calate in doppia anche in falesia!

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Corni Valbrona89

Corni Valbrona89

Renzo Zappa è stato il presidente della sezione Cai Asso che, quando avevo otto anni, ha firmato la mia tessera d’iscrizione: membro emerito del Soccorso Alpino, istruttore della Scuola d’alpinismo Alto Lario ma sopratutto pioniere e custode dei Corni di Canzo. Lui, Giorgio Farina e Pietro Paredi sono le figure che in questi anni hanno saputo trasmettere a noi “Bagai” l’affetto e la passione per i Corni, aiutandoci e consigliandoci lungo la via che ripercorreva le loro gesta sulla roccia.

Dopo forse vent’anni d’oblio è stato un grande piacere, per me e Mattia, ripetere una via “storica”: Valbrona89 al Corno Occidentale. La via è stata tracciata alla fine degli anni ’80 ed è una delle primissime sul versate Sud (prima di loro probabilmente solo figure leggendarie come Eugenio Fasana e Giovanni Gandin).

Gli apritori sono Marco Lattuada, Giacomo “Mino” Fugazza e Renzo Zappa aiutati anche da M.Bellotti e G.Masciadri.

Confesso che per me questa è stata la mia “prima volta” nel grande ed inaccessibile anfiteatro della “Fessura Gandin”: bagai, che posto incredibile si nasconde lassopra!! Ecco a Voi i Corni di Canzo come forse non li avete mai visti!

Mattia ed io lasciamo la neve del lato nord immergendoci nel sole del lato sud:  la giornata sembra preannunciarsi anche più calda di quanto fosse previsto. La Val Ravella è completamente illuminata e la roccia sembra perfettamente asciutta. Attraverso la cengia attrezzata raggiungiamo l’attacco della via, la prima alta muraglia che rimonta fino alla grande conca sovrastante.

Valbrona89, una piccola grande emozione. In maniche di maglietta ci imbraghiamo ed attacchiamo il primo tiro: Mattia è il capo cordata e l’uomo di punta, io il suo fidato e casinista secondo. Ancora una volta “Due di Asso”.

Dopo il primo passaggio ci si immette a sinistra  alla base di un diedro prima di risalire verso destra seguendo un fessura e superando uno strapiombo. “Qua è pieno di terra” Mi informa Mattia ”Non è brutto ma mi serve una protezione, vedo di aggiungere qualcosa. Provo un chiodino”. Poi scoppia a ridere. “Volevo mettere un chiodo in una fessura, ho tirato via una zolla d’erba e sotto ho trovato uno dei chiodi originali.” La via è infatti abbandonata probabilmente da oltre vent’anni ed è invasa dalla terra e dalle erbacce dove la roccia non è compatta. “Bhe, almeno è certo che la pensiamo allo stesso modo degli apritori!” Gli apritori della via, Renzo soprattutto, sono le persone che ci hanno avvicinato alla montagna ed insegnato le basi: sono i dettagli che fanno un Clan, una famiglia.

Mattia dà battaglia sullo strapiombino e si dà un gran da fare a liberare la via da tutti i sassi che possono cadere. A protezione del passaggio più esposto aggiunge un chiodo in una fessura verticale. Finalmente passa il tetto ed organizza la sosta su una pianta. Quando è il mio turno sullo strapiombo quel piccolo chiodo posto da Mattia saluta la roccia appena provo ad estrarlo. Per un attimo, sorpreso dal cedimento improvviso, rimango appeso per braccio tutto sbilanciato all’indietro: il primo di una lunga serie di brividi!

Il secondo tiro è un semplice passaggio tra i sassi e le piante: prendendo in giro Mattia sono io a  tirarlo da primo fino alla successiva grande placca. Una scritta “Valbrona89” segna il punto d’attacco dove la via torna ad essere arrampicata dura.

L’ambiente attorno a noi è incredibile, neppure io mi sarei aspettato ci fosse così tanto “spazio” su quel lato della montagna. Siamo dentro una specie di anfiteatro semicircolare completamente isolato, raggiungibile solo arrampicando dal basso oltre i 30 metri di scogliera o scendendo dall’alto attraverso rocce e placche. Nel centro dell’anfiteatro vi è la grande spaccatura a camino che risale culminando nella grotta passante del passo della vacca. E’ in quel punto, secondo i diari, che Giovanni Gandin, pioniere e guida alpina delle Grigne, compì la sua poco nota risalita del Corno Occidentale.

Il tiro successivo è molto godibile e rimonta roccia sana alternando un piccolo tetto ad una lunga placca densa di clessidre e maniglie di roccia. La sosta è una catena attorno ad un vecchio albero da cui si può poi risalire di un’altra decina di metri fino ad una comoda cengia munita di una solida catena a spit: è in questo punto che ci siamo fermati a mangiare e a tirare fiato. Sulla sinistra vi è un vecchio cavo metallico che protegge un passaggio con cui lasciare la via riparando sui prati che risalgono fino alla scala metallica della Ferrata del Venticinquennale.

Il terzo tiro, il quarto contando anche il passaggio nel bosco, è il più “bastardo”. Probabilmente il meno bello della via e quello che richiede più cautela ed attenzione. Secondo lo stile aggressivo di Marco Lattuada il tiro si lancia a sinistra sulla parte strapiombante ignorando il passaggio a destra forse più docile ed intuitivo. Rimontato il primo strapiombo si attraversa verso sinistra guadagnando la base di un diedro. Superato questo si prosegue ancora verso sinistra rimontando un ultimo sbalzo di roccia invaso dalla terra e dall’erba prima di giungere sulla cengia alla base dell’ultimo tratto della ferrata. In questo punto Mattia ha dovuto piazzare integrare con un chiodo perchè c’era poco o nulla di sano a cui fosse salutare attaccarsi.

Anche sulla destra del diedro c’è una grossa lama di roccia alta quasi due metri che, quando ho appoggiato il peso in spaccata, ha oscillato in modo ragguardevole e tremendamente preoccupante. Tutto il tiro va affrontato con la massima attenzione perché c’è davvero tanta roba che si muove e che rischia di crollare.

Giunti fino a quel punto non ci restava che il gran finale: quello che probabilmente è il tiro più bello di tutta la via e che la rende probabilmente una “classica”. A destra del tracciato della ferrata si innalza infatti il quarto tiro: ancora una volta alla base una scritta “Valbrona89” indica il punto d’attacco.

Per Mattia è il momento di furoreggiare e dare spettacolo! Quando siamo partiti la mattina il sole era caldo e noi sudavamo in maglietta, quando abbiamo attaccato il tiro l’aria si era fatta tanto fredda che per non tremare indossavamo i gilet imbottiti ed il K-way. “E’ una figata! Dobbiamo tornarci con un po’ più di caldo perché è magnifica!” Questo era quello che mi ripeteva divertito Mattia ogni volta che era costretto a fermarsi per scaldarsi le mani infreddolite. “Voglio provarla con il caldo. Con il caldo deve essere strepitosa!”

La roccia è magnifica, compatta e lavorata ma assolutamente non banale. Sul primo tettino volo e resto appeso. La corda, quasi completamente distesa, si allunga facendomi perdere i metri duramente conquistati. “Ohhh! Ma è dura!!” urlo a Mattia lasciandomi investire dalla sua consueta vagonata di allegri sfottò.

Al tentativo successivo mi scivola il piede destro ma con la mano sinistra tengo e resto appeso il tempo che serve per fare il passo. Piano piano risalgo la fessura fino a giungere sotto il successivo strapiombo. Oltre lo strapiombo la via segue prima una piccola fessurina sul sinistra e poi traversa su una placca verso destra fino alla sosta.

“Hey Mattia! Ma qua se volo mi sparo un pendolo senza fine!” Mattia, flemmatico, mi esorta “Ma va! Basta non cadere!” Stacco l’ultimo rinvio lasciando che la corda si distenda ed attacco il passaggio. Provo a restare appeso sulla sinistra con una manciata di dita nella fessura ma non riesco a girarmi verso destra e a rimontare di slancio. “Hey! Guarda che ci sono! Due secondi e vado!”. Sento la forza delle braccia disperdersi e per un secondo sono solo mie nocche incastrate a sorreggere il mio peso. “Vado!” Pedalo sulla roccia e pendolo verso destra finendo cinque o sei metri sotto la sosta nel vuoto.“Visto! Te l’avevo detto che andavo!!”

Una delle due corde si tende su una piccola lama di roccia dando quel giusto tocco di brivido che mancava. “Ci sei?” “Ci sono” “Trova dove appoggiarti che scarichiamo la rossa” “Okay, ho un appoggio, falla saltare”. Le due corde si ridistendono parallele appoggiate sulla roccia piatta. “Aspetta che ti faccio una foto!” “Pirla sono appeso!” “Ma smettila, sono le mie povere corde quelle che hanno sofferto di più!”. Sdrammatizzare in sicurezza è la regola.

Spiaggiato su una placca non restava che affidarmi ai metodi più beceri. Blocchiamo la corda rossa mentre Mattia recupera sulla gialla. “Naaa, così ci mettiamo una vita a tirarmi su! Buttami giù il lasco della piastrina che mi paranco da solo!” Mattia ride e mi cala le corde a cui, come un salame, mi appendo mentre lui controlla che scorrano e si blocchino correttamente. “Pare non ci sia modo che io ne esca in modo dignitoso da una via!” Ridiamo insieme tirando fiato alla sosta.

L’ultimo tratto rimonta una placca appoggiata ed un muretto aggettante  prima di ripiegare su roccette rotte fino all’uscita della ferrata. Finalmente fuori dalla via ci appoggiamo alla roccia ed osserviamo il tramonto rosso all’orizzonte. Prendo il cellulare e faccio un numero: “Ciao Renzo! Sì sì, abbiamo fatto! Siamo usciti ora! Sì, sì, tutto bene! È un posto incredibile! Un vero Spettacolo!!”

Questi sono i Corni Canzo, l’avanguardia e la tradizione del Cai Asso. Sono davvero felice.

Davide “Birillo”  Valsecchi

Via Valbrona89 Corno Occidentale, ripetizione del 28 marzo 2014.
Mattia Ricci (primo di cordata), Davide “Birillo” Valsecchi
Note: oltre a materiale da incastro e chiodi sui primi tiri servono 12/14 rinvii.
Sul terzo tiro la roccia è spesso fragile con molta terra ed erba.
Le soste sono su solide piante o su ottime soste a catena.
Sono presenti chiodi originali e pistrine fix resinate ed in ottimo stato.
La via ha numerose possibilità di uscita.

La Riconquista dei Corni

La Riconquista dei Corni

«Ed ora sono tre!» Già, sembra impossibile ma in meno di un anno ho rinfilato le scarpette d’arrampicata e dato battaglia su tutti e tre i Corni di Canzo attraversando le loro pareti maggiori. Sembra ieri quando me ne stavo con il naso all’insù pensando «un giorno…». Sembra davvero ieri.

Ovviamente la stragrande maggioranza del merito va all’inossidabile Mattia, ma in questa donchisciottesca avventura sono comunque orgoglioso del mio ruolo di Sancio Panza. “La riconquista dei Corni”: difficile spiegare quale emozione rappresenti.

Il 1° Ottobre del 1902 Eugenio Fasana tracciava la prima via nel Gruppo dei Corni di Canzo:  112 anni di storia, una traccia densa di nomi ed eventi a cui, lentamente, cominciamo ad appartenere anche noi.

Certo, non è tutto “rose e fiori”, confesso di aver vissuto ai Corni momenti di intensa paura ed incertezza come mai altrove: i fulmini sulla Criss o le peregrinazioni sull’Attilio Piacco giusto per citare qualche “strizza” del repertorio.  Poi però la paura passa, lascia il posto alla meraviglia ed alla voglia di esplorare ancora.

Dopo aver passato tanto tempo su vecchi libri e manuali mi affascina immaginare quello che sarà il futuro. Immaginare come la prossima generazione di “Avventurieri dei Corni” rileggerà le nostre storie, le nostre salite e le nostre testimonianze prima di perpetrare la storia alpinistica delle nostre montagne.

E’ davvero emozionante, è un avventura che sfida la gravità ed il tempo. Un giardino di roccia in un angolo di mondo dimenticato ed incontaminato, uno spazio alpinistico puro, protetto dalle critiche, dalle chiacchiere o dalle ipocrisie. Già, perché prima di dire cazzate sui Corni, sui Corni bisogna prima salirci.

Ecco a voi la Riconquista dei Corni di Canzo!

Davide “Birillo” Valsecchi

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