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Corno Orientale: Via Dell’Oro

Corno Orientale: Via Dell’Oro

Settembre 1939: Darvini e Pierino dell’Oro  (che non sono fratelli ma solo compaesani) attaccano il Corno Orientale, Primo Corno di Valmadrera, tracciando una via che diverrà una delle scalate classiche dell’intero gruppo avventurandosi attraverso il grande diedro che prende ora il loro nome. L’anno successivo, nel maggio del 1940, tracciamo un nuovo attacco che allunga la via e  permette di accedere direttamente alla roccia senza tagliare da ovest attraverso cenge e prati.

Sabato 15 Marzo 2014, tocca ai due assesi il nuovo assalto al Corno Orientale. Il giorno prima, per guadagnare tempo ed essere più riposati, Mattia ed io abbiamo portato tutto il materiale d’arrampicata sotto la parete. La giornata, contrariamente alle aspettative, è cupa e soffia un fastidioso vento freddo.

L’attacco della via è posto al interno di una stretta gola di roccia che vi è tra la parete ed un’evidente scogliera sormontata da un’inconfondibile “pietra pendula” in equilibrio sulla sua sommità. La via parte dura e si risale in spaccata tra le due pareti fino a rimontare un piccolo strapiombo che porta al prato sottostante. Sosta su una pianta e proseguiamo tra rocce ed erba rimontando fino al successivo terrazzo erboso, la grande cengia da cui si attacca la via del ’39 (è presente infatti  una seconda targhetta).

La terza sosta è una catena con fix artigianali ma, nonostante l’età, è ancora buona: è la roccia ad essere marcia! Il primo tratto rimonta verso destra seguendo una fessura svasata.  Un tiro abbastanza appoggiato ma poco protetto (1 chiodo) e caratterizzato da roccia instabile e precaria che porta fino ad una grossa nicchia.

La quarta sosta è buona, un fix artigianale ed uno spit a brugola. Il passaggio successivo è un traverso a sinistra abbastanza lungo, dapprima si abbassa sotto la sosta per poi tornare ad alzarsi verso l’alto oltre il traverso. Non è un passaggio difficile ma è particolarmente delicato perché il rischio di cadere in un ampio pendolo è concreto, l’unica protezione è un vecchio chiodo ad anello che è posto all’altezza dei piedi.

Anche nella parte successiva il quinto tiro si dimostra rognoso, caratterizzato da roccia rotta e da un passaggio su quello che sembra una frana appoggiata. Mattia, che ha tirato da primo tutta la via, ha dovuto lavorare molto per proteggere quel tratto. In particolare  è costretto a piazzare un paio di friend cambiando il giro delle corde proprio per evitare che possano essere investite da un eventuale crollo.

Dulcis in fundo la sesta sosta è composta da due chiodi ed un fittone ad anello probabilmente originale dei primi ripetitori. Il tiro più rognoso si è dimostrato anche quello con la sosta peggiore. Mattia ha lavorato per rinforzarla e per far lavorare il carico nel modo migliore: “Hey! Io te lo dico, l’elemento più solido della sosta avrà più di settant’anni: vedi di salire leggero ed occhio alla roccia che si muove!”

Con i “santi in saccoccia” risalgo leggero  il tiro recuperando i friend e la coppia di chiodi piazzati a protezione: finalmente siamo nel grande diedro!

La roccia sembra trasformarsi diventando ottima, compatta e ricca di elaborati appigli: dopo aver tanto ravanato siamo giunti al cuore della via. Restano solo due tiri all’uscita, 60 o 70 metri di roccia verticale, ma questo è probabilmente uno dei tratti più belli dei Corni di Canzo per arrampicare.

Il sesto tiro risale del dietro sfruttando uno stretto camino che corre nella sua parte più interna.  Mattia risale con un’elegante spaccata, io letteralmente strisciando in verticale ed avanzando ad incastro stando a cavalcioni dello spigolo sinistro del camino. Alla fine del tiro una grossa clessidra anticipa un traverso su placca verso sinistra che porta alla sosta. “Ma sei fuori! E come la mollo ‘sta clessidra?! Se parto sulla placca ti finisco due metri sotto i piedi!!” Mattia ride, mi sfotte un po’ ma alla fine tolgo la fettuccia dalla clessidra e passo il traverso.

Sulla sesta sosta sono ancora presenti i vecchissimi chiodi originali, un fix artigianale ed uno spit a brugola che, in modo piuttosto inquietante, appare mezzo fuori. “Bhe, è mezzo fuori ma cara grazia che c’è. Sai che ridere se dovevamo fare sosta su quei due vecchi chiodi? Certo, se salta fuori ce la facciamo sotto per davvero!!” Mattia è quello che vede il bicchiere sempre mezzo pieno, io quello perennemente pentito di aver lasciato a casa il trapano!

Per rimontare lo strapiombo tocca tirare due vecchi fittoni ad anello e spaccare sul fianco destro del diedro prima di risale a sinistra. Nella lunghezza c’è solo un successivo chiodo a protezione e per questo abbiamo piazzato un paio di friend e un chiodo alla base del passaggio aggettante sulla sinistra: è possibile infatti uscire a destra su rocce rotte oppure attaccare a sinistra in una spaccatura non banale ed impegnativa che risale a camino. “Su, su! Non ti lamentare, è la via originale!” Potete ben immaginare quale sia stata la scelta di Mattia…

L’ultima sosta è un fittone arancione da cui si vede la Croce del Corno Orientale. Una stretta di mano ed un autoscatto insieme sulla croce. Finalmente anche il terzo corno ci ha regalato il privilegio di ripercorrere una delle sue storiche, e probabilmente dimenticate, vie d’arrampicata. Una grandissima soddisfazione!!

Davide “Birillo” Valsecchi

Corno Orientale: Via Dell’Oro
Ripetizione: 15 Marzo 2014
Mattia Ricci, primo di cordata, e Davide “Birillo” Valsecchi

via dell'oro

All’uscita dalla via, mentre mi avviavo a recuperare tutto il resto del nostro materiale, ho notato una vecchia bottiglia semi nascosta nel sottobosco. Con delicatezza l’ho dissotterrata e, guardando l’etichetta, ho sorriso. L’etichetta recitava “Anghileri” e così ho scattato qualche foto. Nessuno di noi ancora sapeva quello che era accaduto al “Butch” al Bianco solo qualche ora prima. A volte la vita è davvero un mistero.

Medale, via Taveggia

Medale, via Taveggia

«Tiziano Nardella, spirito libero e personaggio molto vivace, celebre anche per la sua progressione sempre ricca di grida e in un certo modo rumorosa, riunì due compagni volto validi come l’amico Giorgio Marini e Carlo Pedroni, promettente giovane che avrà un grande avvenire alpinistico ma che purtroppo perirà negli anni ’80 sul Canale del Cengalo.» Questa è la squadra che nel dicembre del 1968 diede l’assalto al Medale tracciando la via Taveggia, una linea di 260 metri oggi considerata un “classico” dell’imponente parete.

Alle nove del mattino, giungendo da Laorca, Mattia ed io ci ritroviamo ai piedi dell’immane muraglia: «Porca vacca! E’ sempre più grande di quanto la ricordi!!». Per  “I Ragazzi dei Corni” questo è il secondo appuntamento con il Medale nel giro di pochi mesi: a Dicembre avevamo ripercorso la Via Cassin, che per il Medale è la madre di tutte le vie classiche.

Dieci tiri sui trenta metri ed un paio di passaggi chiave tutti da scoprire. I primi cinque tiri risalgono fino alla “Cengia Martini”**, un angusto traverso che permette di lasciare la via. Superato quel passaggio non resta che arrivare in fondo superando difficoltà alpinistiche di VII°+.

Fino al quinto tiro la via è qua e là unta mantenendo un grado che si aggira sul 4a con un passaggio in un diedro di 6a. Alla fine del quinto tiro ci fermiamo a mangiare un boccone. Il sole splende intenso, entrambi abbiamo già fatto fuori mezzo litro d’acqua ed iniziamo ad essere scottati sul collo, sulle braccia e sui polpacci: è Marzo ma fa un caldo terribile e solo qualche folata di vento riesce a rinfrescare un po’.

«Va bene, so che me ne pentirò: andiamo avanti!». Il sesto tiro è godibile, rinfrancato dal cibo non me la cavo neppure male. Sul settimo si inizia ballare, ballare duro!

Il passaggio chiave è un 6b+ che rimonta da una nicchia oltre un tetto strapiombante. Fortunatamente il primo ed il secondo di cordata riescono a vedersi lungo tutto il tiro e questo ci permette di lavorare dando corda e recuperando in piena coordinazione. Mattia, con il suo solito stile impeccabile, passa oltre lasciando qualche cordino a darmi supporto.

Quando è il mio turno attacco diretto. Via il dente via il dolore. Entro di forza cercando di passare in artificiale ma lo slancio naufraga in un oceano di fatica che quasi mi travolge. Con la gola secca e le braccia rigide cerco di coordinarmi con Mattia. Esaurita la forza non resta che la pazienza e centimetro dopo centimetro guadagno la sosta.

«Porca, porca, porca… vacca!» Il mio socio ride mentre io cerco di riprendere fiato. Il tratto successivo è un 6a+, non posso subirlo come ho fatto con il precedente, devo cambiare marcia e metterci un po’ di stile. Dalla Sosta il tiro traversa verso destra supera una cornice e prosegue lungo un camino sull’altro lato. La parete ci nasconde l’un l’altro, possiamo solo manovrare alla cieca cercando di urlarci in lontananza i comandi.

Ascolto la corda e confido in Mattia mentre, quasi in solitudine, risale tutto il tiro. Quando finalmente dall’alto sento giungere in lontananza un “Davide, SOSTA!” capisco che sta per toccare a me. Affronto il traverso ed il camino trascurando tutto ciò che non sia la roccia. Prendo finalmente il ritmo e l’ottavo tiro diventa il più bello ed il migliore della giornata. «Il settimo mi ha spaccato ma te lo devo confessare, l’ottavo è stato magnifico: sono contento di aver continuato!»

La montagna dà, la montagna toglie. Il nono tiro doveva essere l’ultimo impegnativo e sebbene il suo grado fosse sul 5b non doveva rappresentare una grossa difficoltà. Le cose però non vanno mai come dovrebbero, specie negli ultimi tiri.

Mattia parte, risale un diedro sulla sinistra ed attraversa una placca portandosi alla base di uno spigolo ai lati del quale corrono due diedri. «Quale prendiamo?» Da sotto la linea più elegante sembra quella a destra ma a sinistra spunta un vecchio chiodo ed è più diretta. Mattia cerca di capire sporgendosi da entrambi i lati. In alto a destra c’è un fittone ma è lontano e non sembra esserci nessuna protezione fin lassù. Il vecchio chiodo è più vicino e la roccia sembra più lavorata. «Bha.. proviamo a sinistra».

La risposta era quella sbagliata. Mattia si alza, supera il chiodo e cerca di rimontare oltre l’uscita del diedro ma in quel punto non trova nulla su cui lavorare. Sconsolato allunga le mani senza trovare nulla. Lega una fettuccia ad uno spigolo di roccia e piazza un dado ed un friend. «Non c’è nulla qui, non trovo nulla per le mani e butta in fuori». L’ultimo chiodo è sotto di lui un paio di metri e la situazione si fa scabrosa.

Cambio la posizione dei piedi ed il peso sulla sosta: dannazione, questa volta ho idea che ci siamo. Un nat, un friend ed una fettuccia:  chissà come va sto giro… Il mio socio non può salire e decide di traversare oltre lo spigolo puntando dritto al fittone nel dietro opposto. Un nat, un friend, una fettuccia ed un pendolo di un paio di metri buoni:  chissà come va sto giro… Mattia, ansima, per la prima volta lo sento ringhiare. Dopo istanti infiniti finalmente infila il rinvio nel fittone. Entrambi tiriamo il fiato.

«Dov’è sta cazzo di sosta? Dovrebbe esserci ormai?!» chiedo da sotto. Purtroppo però siamo ad un nuovo bivio e le nostre corde fanno pericolosamente a zic-zac. Mattia si sporge a destra ma non vede nulla, stessa cosa a sinistra. Il sole è ormai dietro la parete ed il vento si è fatto freddo mentre siamo all’ombra: mentre Mattia è fermo infilo la giacca ed un poco smetto di tremare.

«Proviamo a sinistra» Mattia riparte. Abbiamo alle spalle i passaggi chiave, quelli più difficili, e ci stiamo incasinando nell’ultimo tiro. Si alza, fissa friend e fettucce ma della sosta neppure l’ombra. Dal basso vedo una pianta scuotersi e capisco cosa sta combinando ancor prima che urli “sosta”.

«Ma Regge?» Chiedo dal basso. «Bhè, è un bell’arbusto, non è proprio un alberello ma questo c’è…» Andiamo bene. «Fai attenzione che le corde passano su di un sacco di lame, cerca di non appenderti troppo». Sempre meglio…

Dove vanno le corde devo passare anche io e quindi anche a me tocca la deviazione a sinistra ed il traverso a destra: “Vieni ad arrampicare, dicevano. Vedrai che ti diverti, dicevano!” Se tutto va storto e precipito verso terra ci vorranno 10 o 15 secondi prima che mi schianti: davvero una quantità imbarazzante di tempo!

In realtà il mio socio aveva diligentemente rafforzato la sosta sulla pianta con un dado ed un friend ed insieme abbiamo manovrato come si deve per far lavorare correttamente le corde: il pericolo, sebbene inequivocabilmente presente, era soprattutto nella testa. Quando finalmente siamo entrambi alla nostra arborea sosta abbiamo il peggio alle spalle e non ci resta che una decina di metri tra lo sfasciume per uscire in cresta: «Tocca inventarsela qui: chissà dove diavolo sarà la sosta e l’ultimo tiro!»

Finalmente fuori ci stringiamo la mano riempiendoci di pacche: è stata una magnifica salita, spaventosamente bella.

Davide “Birillo” Valsecchi

**”Cengia Martini” non è il vero nome del passaggio ma un riferimento alla storica cengia sul Lagazuoi

Diedro Scarabelli: Happy Valentine!

Diedro Scarabelli: Happy Valentine!

Lupercalia, un tempo era questa la festività romana che veniva celebrata tra il 14 ed il 15 Febbraio. Un rito di purificazione che invocava il Dio Fauno chiedendo protezione dai lupi per gli animali da pascolo e fertilità per le donne. Poi, più o meno nel 500 dopo  Cristo, tale papa Gelasio bandì questo culto pagano introducendo la festa di San Valentino e trasformando la celebrazione del risveglio della primavera nell’attuale festa degli innamorati. Una gran bella festa incentrata su “Lupi e Gnocca” è stata snaturata in un ignobile baraccone intriso di cioccolati e scempiaggine melense: davvero un bel lavoro Gelasio,  bravo!!

Così il giorno di San Valentino, mentre la radio ed internet trasudano di smielati messaggi di marketing, diamo un nuovo assalto alla parete del Buco del Piombo. Mattia la mattina aveva il turno in Croce Rossa e quindi attacchiamo abbastanza tardi. Alle due e mezza ci ritroviamo ad Albavilla ed alle tre passate siamo sotto la parete. Nonostante la pioggia del giorno precedente la roccia è abbastanza asciutta. Arrampichiamo all’ombra e quando qui tira il vento è davvero dura per le dita, fortunatamente il sole del mattino ha scaldato abbastanza l’aria e la temperatura è accettabile (ci saranno cinque o sei gradi).

La via è il “Diedro Scarabelli”, una classica riattrezzata che segue in tutta la sua lunghezza l’evidente ed omonimo diedro. I sempre ottimi “SassBaloss” riportano questi cenni storici: «Il diedro Scarabelli venne salito nell’ottobre del 1957 da Elio Scarabelli e Enzo Galante ma per anni venne completamente dimenticato. I motivi di un destino così crudele son presto detti… chiodatura malsicura e roccia terribilmente marcia. Nel 1973 Graziano Bianchi e F. Robecchi misero mano all’itinerario dando una bella ripulita alla roccia e posizionando chiodi nuovi e decisamente più sicuri. Il momento di gloria per questa elettrizzante linea di salita venne solamente nel 1981 quando Alessandro Gogna decise d’inserirla nel suo libro “Cento Nuovi Mattini”, pubblicazione considerata oggi testimonianza di quel passaggio tra l’alpinismo e l’arrampicata libera che oggi è stata brutalmente trasformata in sportiva!.Ora la via è decisamente pulita, ben protetta: i chiodi sono ancora presenti… ma ormai ci sono brillanti spit e soste con catena  (leggermente unta).»

Mattia l’aveva già percorsa in estate con Serena ed io mi aspettavo una salita d’allenamento invernale con passaggi impegnativi ma comunque non troppo difficoltosa. Sebbene l’idea della “Strage di San Valentino” continuasse a passarmi per la testa ero abbastanza sereno: forse è per questo, perché avevo la guardia bassa, che i cazzotti sono arrivati diritti e durissimi!!

Il primo tiro è stato di riscaldamento, abbastanza divertente, corto, e non troppo difficile. Mattia, che è il vero protagonista delle nostre arrampicate, attacca con destrezza il secondo tiro superando con leggerezza l’impegnativo passaggio di 6a che lo contraddistingue. Quando arriva alla sosta mi urla “La sosta è uno spit ed un chiodo. Non è il massimo. Vedo se arrivo a quella successiva!”. Il torrente che esce dal buco del piombo è impetuoso ed il suo rumore rende quasi impossibile comunicare tra di noi. Avrei voluto protestare ma non ho potuto far altro che continuare a fare sicura al mio socio mentre risaliva di slancio anche il terzo tiro.

Quando ormai le corde sono quasi completamente stese sento tre bruschi strappi mentre nella valle risuonano urla indecifrabili. Quello è il segnale. Urlo “Mattia: libera!” e libero il mio reverso: ormai non era rimasto poi molto da far scorrere! Quando sento le corde mettersi in tiro urlo di nuovo “Mattia: vengo!” iniziando ad arrampicare nel diedro.

I due tiri uniti formano una lunghezza di 45 metri in cui la difficoltà resta costante senza mai mollare. Lavoro in spaccata guadagnando a volte solo i centimetri che servono a migliorare l’equilibrio o a raddrizzare la posizione. Dove la roccia si fa aggettante lavoro di forza mentre le braccia e le spalle cominciano ad urlare e gli avambracci a farsi rigidi. Non c’è modo di vedere o sentire il mio socio e tutto si riduce al metro quadrato di roccia in cui cerco di dare battaglia senza prenderne troppe.

Mi serve una presa, mi serve qualcosa per la mano destra, qualcosa che mi dia la possibilità di sollevarmi e spostare i piedi. La mano sinistra è in opposizione nel dietro e spinge affinché sia il mio fianco destro a creare il magico incastro che mi sostiene. Allungo verso l’alto il braccio destro cercando di sentire qualcosa che vada bene. Poi trovo qualcosa. Nella mia testa è come lo scoppio di un petardo o di un fuoco d’artificio: “Va bene! Va bene!” Qualche vocina nel coro obbietta qualcosa ma tutto me stesso sembra scommettere su quella presa. Per un istante quel piccolo appiglio in cui riesco ad infilare le falangi delle dita è il cuore pulsante del mio intero universo. Lavoro, bollette, donne, auto, futuro, pensione, politica. Niente, non esiste niente se non quell’appiglio. Forzo sulle gambe perché devo ruotare il bacino, alleggerire il fianco e potermi girare, almeno un poco, prima di potere tirare. Poi tiro, le gambe seguono il movimento ed anche la mano sinistra trova un nuovo appoggio in cui riprendere a spingere.

Di nuovo in equilibrio riprendo fiato: mi sono alzato di 50 centimetri. La vita è fatta di piccoli successi e gigantesche soddisfazioni. A volte però credo che la fisica mi faccia qualche sconto perché davvero non ho idea di come faccia a passare!!

La fine del terzo tiro è caratterizzata da una grossa radice che attraversa su una placca. Mi ci attacco a due mani traversando verso sinistra e raggiungendo la catena fissa che è posta a protezione di un tratto sdrucciolevole di terra ed erba.

Mattia ride, io sono a pezzi. Ho speso probabilmente troppo, ho corso e sbagliato ritmo. Avrei forse dovuto essere più paziente, studiare meglio i passaggi e ponderare gli sforzi. In realtà ho dato tutto perché non credevo di passare e cercavo di non essere lento. “Troppo violenta per me! Troppo violenta!”

Mattia ride di nuovo “Tranquillo, il prossimo tiro è quieto”. In realtà è un 5c ed è lungo altri 40 metri. Mattia si diverte, io ravano e cerco di arrampicare come si deve. Quando arrivo alla quarta sosta sono definitivamente e completamente scarico. Davanti a noi rimane solo il breve tratto dove la roccia strapiomba in un piccolo tetto ed in un passaggio di 6b azzerabile. Questa volta sono io ridere: “Io davvero non ne ho abbastanza per passare di lì: a meno che tu non voglia parancarmi al buio conviene prestare attenzione anche al sole che sta tramontando!!”.

Far cambiare idea a Mattia è sempre un impresa: è tanto forte quanto caparbio! Sono però quasi le sei ed il Sole comincia a salutare la valle. Fortunatamente è San Valentino e Mattia ha preparato a Serena una torta e promesso di rientrare presto: forse è davvero il Santo a salvarmi!!

Dalla sosta buttiamo giù la prima delle due doppie che servono per calarsi fino alla base. Al frazionamento, mentre attrezziamo la seconda calata, siamo già avvolti dall’oscurità e lavoriamo sfruttando la luce delle frontali. Altri 60 metri nel vuoto e siamo finalmente a terra. Tiro un respiro di sollievo ed imbraccio lo zaino: per oggi è fatta!

Al buio torniamo alle macchine e via di nuovo verso casa. Io scrocco la cena alla Zia Cesy e a mio padre prima di correre alla Sede del Cai dove sono di turno per la consueta apertura del Venerdì. Cammino un po’ sbandando ed sono ancora vestito da montagna (fango e sudore inclusi!!) ma gli amici sono contenti di ascoltare il racconto della salita. “Gente, io però ora scappo verso casa che sono a pezzi! Chiudete voi qui per favore!” Renzo, Alberto e Franco mi salutano ridendo mentre mi avvio traballante verso la coronazione del mio più impellente sogno: una vasca da bagno!

L’acqua calda mi resuscita giusto il tempo sufficiente per crollare nel letto. Mi abbandono tra le lenzuola: senza peso, senza pensieri. Poi nel cuore della notte, verso le due e mezza, squilla il telefono. Allungo la mano e cerco l’aggeggio con la stessa disperata insistenza con cui cercavo la presa ore prima: “Hey Ciao! Sto arrivando! Festeggiamo San Valentino!?”. Ancora addormentato rispondo ridendo, forse con una sottile punta di isteria. Ruoto le mie povere ossa sul materasso, apro gli occhi guardando il soffitto mentre pompo aria nei polmoni: “Hai voluto essere Ulisse? Allora Birillo non lamentarti della tua Odissea!!”

Davide “Birillo” Valsecchi

BDP: via Molteni e Valsecchi

BDP: via Molteni e Valsecchi

molteni_valsecchiMario Molteni e Giuseppe Valsecchi. Quando Mattia mi ha chiamato per dirmi quale fosse il piano per Venerdì ero quasi in letargo e contemplavo l’idea di abbandonarmi al caldo abbraccio dell’influenza: poi ho sentito quei due nomi e mi sono come svegliato di botto.

Nel 1937 Molteni e Valsecchi erano gli uomini di punta dell’alpinismo comasco, ambedue soci del Club Alpino Operaio  (CAO) e del CAI avevano alle spalle grandi imprese sulle Alpi e sognavano la conquista della parete nord-est del Pizzo Badile.

Il Luglio di quell’anno trovarono al rifugio Sciora un’altra cordata che puntava all’impresa: Riccardo Cassin, Gino Esposito e Vittorio Ratti. Lecchesi e Comaschi alla base del Badile.

Il grande Cassin nel suo diario descrive con queste parole il loro incontro:” …stiamo per lasciare il rifugio quando giungono due amici di Como, appassionati frequentatori della Grigna, conoscitori delle montagne della Val Masino. Sono Mario Molteni e Giuseppe Valsecchi. Ci salutiamo con entusiasmo, nonostante stavolta siamo due squadre in concorrenza”. Credo che il grande Cassin stimasse davvero come amici i due comaschi.

Il destino stava però per scrivere una delle pagine più epiche dell’alpinismo e le due cordate, affrontando tre lunghi e terribili giorni in parete, furono destinate a diventare una sola. Dopo una battaglia assoluta i cinque raggiunsero la cima del Badile ma a causa della tempesta e della fatica Molteni e Valsecchi morirono di stenti durante la dura discesa nella tormenta.

“Vuoto le ultime gocce di cognac sulla labbra di Molteni, cerco di sostenerlo, che ormai non ha la forza di progredire. Lo abbraccio quasi per infondergli vita, ma invano: senza un lamento s’accascia al suolo per non rialzarsi più” Queste le intense parole di Cassin per gli ultimi istanti di Molteni.

No, non potevo fuggire alla chiamata: era un dovere rendere omaggio a questi due eroi spesso dimenticati.

Attacchiamo tardi per le giornate invernali: Mattia era in servizio la mattina e quando passa a prendermi indossava ancora la divisa della Croce Rossa. Alle due e mezza siamo sotto la grande parete del Buco del Piombo: una scritta rossa senza tempo indica l’attacco della via al fianco del Diedro Scarabelli.

La gigantesca volta del grotta del Buco del Piombo ci sovrasta. Una meraviglia spesso inaccessibile a causa dei crolli che la muraglia di sinistra riversa sulle scale d’accesso. Dentro quella grotta gli spagnoli costruirono una fortificazione che divenne poi il rifugio di briganti e banditi: è una zona selvaggia, forse per questo che ci piace tanto!

Il primo tiro è godibile. Mattia si sgranchisce e lo supera senza difficoltà prendendo confidenza con la roccia fredda ormai in ombra. Il tempo è buono, la parete è asciutta ma a raffiche soffia un vento gelido e tagliente che agita le piante circostanti come panni stesi.

Il secondo tiro invece è davvero particolare. Dalla sosta si vedono una fila di spit che risalgono a destra: forse una variante che aggira un passaggio ostico o una via che porta fino ad un tetto da cui pende un cordino. Noi ci teniamo invece a sinistra, in un vago piccolo diedro che è il primo intenso passaggio di un tiro che rimarrà costante e pieno per tutta la sua lunghezza. Il secondo tiro è il cuore della via, è un tiro lungo ed impegnativo e forse per questo che troviamo una maglia rapida abbandonata in uno spit prima di un passaggio lungo e da proteggere: qualcuno in quel punto deve aver deciso che era ora di fermarsi e scendere.

Il terzo tiro attacca in un diedro verticale invaso dalla terra e dai rovi, poi la via sembra spianare in un lungo tratto godibile ma comunque delicato. Poco prima della terza sosta si incontrano delle catene fisse a protezione di un piccolo traverso sulla terra.

L’ultimo tiro attraversa un bel diedro abbastanza appoggiato dove la roccia diviene ricca di clessidre e fessure davvero belle. Solo il tratto finale sull’uscita si fa scomodo per via della terra franosa e delle piante che traballano. L’unica soluzione come sosta è un gruppetto di piante più che dignitose a cui ancorarsi.

Mattia nell’ultimo tiro mi recupera con un’insolita fretta e guardando verso l’alto intuisco il perché: oltre la parete il vento si è fatto selvaggio e violento. Pompo sulle gambe e cerco di mettere un po’ di velocità nella mia progressione. “Hey, com’è? Tira arietta lassù?!”“Dai che mi bufa via! Spicciati!”

In cima ci stringiamo la mano e nonostante il vento ci  godiamo il panorama della valle: il sole sta tramontando e le prime luci dell’Erbese cominciano ad accendersi.

Raccogliamo le corde e ci abbassiamo fino all’uscita della Scarabelli per attrezzare le doppie. Lo spettacolo è incredibile: la parete strapiomba per oltre centotrenta metri fiancheggiando l’immensa gola della grotta. Un posto davvero incredibile!!

Il primo tiro in doppia è quasi interamente nel vuoto. Mentre scendo completamente appeso alle corde per sessanta metri comincio a girare su me stesso godendomi il panorama a 360 gradi man mano che lascio scorrere il discensore: è in momenti come quelli che ricordi a te stesso quanto sia “sacro” il rispetto dovuto alle corde!

Una calata sola però ovviamente non basta e quando attrezziamo la seconda ormai siamo già completamente al buio. Spesso capita che chi arrampica sia sorpreso dall’oscurità  ed altrettanto spesso, soprattutto in inverno, tocca ai soccorsi intervenire per i malcapitati. Da Novembre ad Aprile è “obbligatorio” avere sempre una torcia in tasca, le giornate sono troppo corte per sottovalutare le tenebre.

Noi tiriamo fuori dalla giacca le due torce frontali, ci aiutiamo l’un l’altro a fissarle correttamente sul casco, e torniamo a “lavorare” sulle nostre manovre: per due speleo calarsi al buio è la normalità.

Altri cinquanta metri in verticale e poi, per sicurezza, spezziamo il tiro attrezzando una terza calata per gli ultimi quindici metri. Questo ci impegna un po’ di temo ma evitiamo che le corde, che in molti punti toccavano la roccia, possano bloccarsi mentre le recuperiamo.

A terra infiliamo in spalla gli zaini e ci incamminiamo verso casa acuor leggero. La via Molteni Valsecchi al Buco del Piombo: un omaggio dovuto, una magnifica salita.

Davide “Birillo” Valsecchi

Moregallo: Torre Floranna

Moregallo: Torre Floranna

Lasciamo la macchina nella ridente frazione di “GianVacca” ed iniziamo a salire verso il canalone Belasa ed il gruppo dei Pilastri del Moregallo. Dopo una sgroppata di un ora e passa, Mattia ed io, ci ritroviamo seduti su di una roccia. Con il naso all’insù studiamo le frastagliate creste che corrono parallele separate solo da altrettanti squadrati canali.

Il “Belasa” è territorio selvaggio, uno spazio fatto di meraviglia e guglie ancora tutte da scoprire. A destra la “via del Grissino”, forse la più nota del gruppo dei pilastri,  e a sinistra la torre Piacco e la “via spirito del Barba”, anch’essa abbastanza nota. Questo se consideriamo come “nota” una via con uno o due ripetizioni nell’arco di un lustro (forse).

In mezzo la Torre Floranna, la via per cui siamo qui. Il nome è palesemente l’unione di “Flora” e “Anna”, rispettivamente le mogli di Giorgio ed Angelo, gli apritori della via negli anni ’80. Giorgio ed Angelo sono stati miei istruttori alla Scuola di Roccia Alto Lario ed Angelo è stato anche il capo della spedizione “Cima-Asso” in Pakistan: c’è un che “di famiglia” nella via.

«Qualcosa non mi torna…» Abbiamo con noi una fotocopia dello schizzo di via presa dalla guida “L’isola senza nome” ma, curiosamente, quello che vediamo non sembra avere niente a che fare con la via che stiamo osservando. «Aspetta! Prova a girarla!». Giriamo la fotocopia lasciando che la luce attraversi il foglio mentre traguardiamo la roccia: «E’ al contrario! E’ stampata al contrario!» Ridiamo, ora tutto concide: anche questo fa parte della nostra strana avventura fatta di Archeologia Alpinistica.

E’ l’11 Gennaio, il cielo è nuvoloso ma ci sono otto o nove gradi: probabilmente troppi per affrontare una salita su neve ma sufficientemente pochi perché la roccia fredda morda le dita. In alcuni punti è anche bagnata e l’attacco si fa subito interessante.

La relazione riporta il primo diedro come un IV:  il sospetto è che anche la gradazione in numeri romani sia stata stampata al contrario perché quel diedro è tutto tranne un addomesticato passaggio di quarto! Sulla placca sotto il diedro c’è un vecchio spit, Mattia ribatte i tre chiodi presenti ed aggiunge a protezione un altro chiodo ad “U”. Poi passa su e risale fino alla sosta.

Nel diedro ancora una volta rimango stupito di quanto sia “tosto” Mattia e di quanta confidenza e sicurezza abbia mostrato in quel passaggio “ostioso” dove me la cavo tirando anche ciò che “balla”! La roccia oltre il diedro si fa invece estremamente godibile, densa di clessidre e meravigliosi appigli.

Il secondo tiro sembrava morbido ma verso la parte finale gira verso destra rimontando poi verso sinistra. Mattia raggiunge il passaggio e si ferma un istante. «Qui è un macello! Praticamente qui è una frana appoggiata. Si è scollato tutto. Non ci capisce cosa resti attaccato e cosa no». Anche dal basso inizio a vedere quello che lui vede più da vicino. Una parte dello spigolo sembra traslato di dieci centimetri verso il basso e verso destra. Sono quasi quattro metri di roccia che per qualche curiosa ragione fisica sfidano la gravità. La domanda è: ”che succede se aggiungiamo 80 kili?”.

Mattia passa morbido e leggero rimontando e raggiungendo la sosta. Lo sento tirare un liberatorio sospiro di sollievo denso di adrenalina: il peggiore dei campanelli d’allarme!

Risalgo comodo fino alla “frana” e studio il passaggio. Devo sforzarmi di passare sulla sinistra, di lavorare tutto su di una lama che sale obliqua, di non toccare nemmeno la polvere di quell’ammasso roccioso. Mi muovo leggero trattenendo i respiri. Sopra di me Mattia ha piazzato un friend per proteggere la sua salita. Non aveva altra soluzione che infilarlo nella “scollatura” ma ora, per me, quel rinvio è una specie di ancora aggrappata a quella massa di “skifo precipitevole”. Quando arrivo a staccare il friend e a superare la frana il mio pensiero è chiaro ed inappellabile: ”Siamo davvero due fuori di testa a fare cose simili!”

Fuori due tiri, tre ancora da fare. La sosta è buona e questa è una consolazione perché il terzo tiro è scoppiettante. Mattia raggiunge il primo chiodo attraversando verso una pianta. Lo guarda, lo afferra, lo estrare ridendo, me lo mostra e lo rinfila. «Forse è il caso che integriamo con qualcosa!». Il tiro affronta una placca che piega verso destra in un piccolo diedro obliquo. «Davide, occhio che provo!» Mattia, che fino a qualche attimo prima era letteralmente in piedi sulla pianta, è ora sulla placca verticale. C’è uno spit, ma non è dato sapere se davvero tenga. Poi c’è un chiodo ed un secondo spit, questo è sicuro che “gira”. Mattia pianta un chiodo che, fortunatamente, canta come si deve. Poi passa oltre. «Qui è un po’ una merda, provo ad uscire diretto. Se mi fermo a metter dentro qualcosa è anche peggio. Passo così, occhio!»

Lascio che la corda scorra morbida attraverso il mio reverso sperando che basti questo ad aiutare il mio socio a restare lassù. Poi finalmente: «Davide, Sosta!» seguito da un liberatorio «Mattia, Libera!».

In piedi alla pianta cerco di capire come passare. La corda dall’alto rende tutto più facile ma è comunque pieno di roba da “non toccare”. Arrampico come sarebbe stato impensabile mesi fa ma, ancora una volta, sono al mio limite. I miei appoggi sono piacevolmente più solidi, le mie prese più salde ed i movimenti più morbidi e pieni: nonostante questo devo sputare l’anima per passare! (ma con soddisfazione)

Fuori tre tiri, due ancora da fare. La sosta è a catena ma uno dei due spit gira allegramente. Guardo il tiro successivo ed ormai sono serenamente rassegnato: dobbiamo infatti rimontare per otto/dieci metri un diedro nero completamente fradicio prima di scavalcare una piccola cresta e passare sul lato destro. «Sembra di essere in grotta, è tutto bagnato…»

Mattia inizia a passare. Sullo spigolo dove mi trovo inizia a tirare un arietta gelida e quando le gambe iniziano a tremare non ci faccio più nemmeno caso. Lavoro sulla mia corda e tengo d’occhio il mio socio che saggia a cazzotti la roccia. In camino Mattia è un animale e quando riesce a “spaccare” sul viscido comincio a convincermi che davvero riesca a passare. Trova uno spit, poi un chiodo e piazza un friend: asciutto sarebbe un passaggio divertente, così più che altro è un brivido.

Finalmente riesce a passare e si piazza a cavalcioni di una roccia. «Tiro fiato perché poi qui è anche peggio! Si scende in un canale invaso dal paglione…» In spaccata tra le due pareti di roccia lo vedo scomparire mentre supera l’erba secca: infida e traditrice minaccia. Poi, finalmente, “SOSTA!”.

Orami ci sto facendo l’abitudine ad arrampicare sul bagnato: tutto diventa più faticoso, più duro ma è probabilmente nulla rispetto alla forza e solidità mentale che deve avere il primo per passare di qui.  Se fossi stato io il primo di cordata saremmo stati da tempo a bere birra a San Tomaso, questo è certo!

Con il respiro affannato raggiungo la sosta. «Falla lavorare in tensione verso il basso che non so quanto ci sia da fidarsi a tirare questi due spit» Ormai però ridiamo, alla fine ci si abitua a tutto. Mi piazzo in spaccata  e comincio a dare corda per l’ultimo tiro attraverso il canale erboso.

Quando mi recupera siamo in cima ai Pilastri del Moregallo, nel cuore di un territorio selvatico, selvaggio e  lontano, magnificamente lontano, da ogni umanità …salvo la nostra.

Davide “Birillo” Valsecchi

«Attenti a quei due»: prima ripetizione invernale

«Attenti a quei due»: prima ripetizione invernale

mattia-attenti_a_quei_due-invernaleCi ritroviamo sotto la Parete Fasana con il naso all’insù: è il 21 Dicembre, primo giorno d’inverno. «Sarebbe la prima ripetizione assoluta in invernale, ma hai visto come è ridotta?! Cola acqua da tutte le parti!!» Attorno a noi è tutto coperto di neve, una pioggerellina mista a neve sembra rinforzare. Nello zaino abbiamo tonnellate di materiale ma tutto sembra esserci contro. «Sarebbe davvero strepitoso riuscirci, la via la conosciamo, le soste sono vecchie ma buone, però…  però  infilarsi in quell’oceano in questi condizioni sarebbe davvero da stronzi. Già, davvero da stronzi. Questa è la nostra parete: dobbiamo solo aspettare che non piova. Non possiamo mancarle di rispetto violentandola così: ci ha già preso a calci in passato!»

Restiamo in silenzio un attimo. Poi decidiamo «Facciamo un regalo di Natale a Renzo e Giorgio, facciamo la prima invernale di Attenti a quei due!!» La via che i due veterani hanno aperto due anni fa ha un passaggio tosto di 6a ma è attrezzata alla perfezione e, salvo alcuni tratti dove la roccia è friabile, è completamente protetta.

Ci spostiamo sul Corno Occidentale ed attacchiamo. Il freddo alle mani è violento, i guanti si inzuppano e non resta che procedere senza mentre la roccia sembra mordere le dita. Alla prima sosta Mattia infila le scarpette e comincia a lavorare in aderenza sulla roccia bagnata.

Le dita non mi si scaldano, il dolore sembra travolgermi mentre inutilmente cerco di rimediare. Nella mia testa urlano mille maledizioni e recriminazioni che si trasformano in rabbia. Perché? Perché sono appeso quassù? Perché faccio questo a me stesso? Perché tanta sofferenza? Il mio mondo si incrina e a due mani colpisco la roccia urlando in silenzio. No, dannazione! No!

L’ultima volta che una cosa simile mi era successa ero a seimila metri in India, quella volta mi si erano congelati i guanti: dolore e paura avevano raggiunto nuovi primati quella volta. Il ricordo non aiuta affatto. La crisi dura un istante, probabilmente Mattia nemmeno se ne accorge. Poi, rapida come era arrivata, se ne và, morendo in un respiro più profondo: le mani tornano mie così come il coraggio. La mente è il motore, il resto è un optional.

Riparto, scavalco il traverso ed appeso alle clessidre risalgo fino alla sosta successiva. Arrampico con gli scarponi: ad ogni movimento mi domando stupito come i Grandi abbiamo potuto fare così TANTO in simili condizioni!

Il terzo tiro è la placca a graspoli. Mattia lavora in artificiale fino al passaggio chiave oltre la placca. Lì non c’è nulla da tirare e tutto è invaso da una viscida patina bianca. Trattengo il fiato mentre prova il passaggio. Due movimenti morbidi e Mattia è passato. Si ferma e ride a fiato corto: è stata dura anche per uno come lui!

Sulla placca mi tiro su di braccia sfruttando i fix, gli scarponi scivolano e sgambetto come un cartone animato.  Nel passaggio chiave sono nei guai. Non ho nulla da tirare, le prese “buone” sono tutte in alto e di alzarmi con i piedi non c’è  modo. Faccio un paio di tentativi ma sono inchiodato al fix. «Dannazione, non riesco a passare!» Inizia a piovere per davvero. Devo fare qualcosa. «Fanculo… tieni che provo fuori via!» Mi sposo sulla destra fino a raggiungere un crinale. Mi appendo ad alcune lame e mi tiro su fino ad un cengia dove un “coccodrillo” di roccia inizia a ballare sotto le mie mani! «oh cazzo… Okkio che pascolo in mezzo alla schifo!» Accarezzo il coccodrillo sperando si acquieti mentre mi sposto di nuovo verso sinistra rientrando in via sopra il passaggio chiave.

«Cazzo, cazzo, cazzo!!» Attacco la longe in sosta e tiro fiato. Sistemo il reverso e Mattia riparte. Mancano due tiri, dovrebbero essere facili ma il destino non vuole darcela vinta. Mattia, con il suo tocco morbido, appoggia la mano sotto il diedro su un melone di roccia che inizia a dondolare (chiunque altro avrebbe fatto il disastro!). Il gelo ha trasformato gli equilibri rendendo gli incastri instabili. «Occhio, questo balla e soprattutto non so cosa tien sù! Provo a passare ma ho paura di prenderlo dentro con lo zaino. Occhio!» Direttamente sopra di me c’è una massa informe di sassi incastrati che, dondolando, mi salutano dall’alto: se quella roba parte io sono fottuto, davvero fottuto!

Mattia passa oltre il diedro, chiama la sosta ed inizia a recuperami. Avanzo tra roccia, neve e terra sfruttando il Vibram degli scarponi. Tiro un respiro e scavalco le rocce traballanti infilandomi in una fessura sulla sinistra. Mi incastro nel diedro con lo zaino e letteralmente striscio all’indietro su un piccolo terrazzo. Allungo le mani e mi raddrizzo puntando i piedi ed attaccandomi al rinvio. Mentre lo faccio il terrazzino su cui stavo cede di botto, mi ritrovo a penzoloni appeso al rinvio mentre una scarica di sassi grandi come palloni da basket rimbalza sulla parete centrando gli alberi sottostanti. Spavento non è il termine adatto…

«Hey, smettila di demolire la via!» mi sfotte allegro Mattia dalla sosta. Il tiro successivo è un altro passaggio sullo sfasciume e poi, finalmente, la cresta: siamo furi. Abbiamo attaccato alle 10 e mezza, siamo usciti entrambi alle 14.

La cresta è piena di neve ma ormai tutto è alle nostre spalle. La paura, la fatica, il freddo: tutto è rimasto sulla parete,  con noi solo uno strano tepore nel profondo nel cuore.

Buon Natale!

Davide “Birillo” Valsecchi

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Corno Orientale: il gigante silenzioso

Corno Orientale: il gigante silenzioso

Dei tre Corni di Canzo è  quello che spesso viene considerato il meno importante, quello più “facile”. Sulla sua sommità, a poco più di 1230 metri di quota, è posta una grande croce raggiungibile comodamente seguendo un pianeggiante sentiero che parte dal rifugio SEV. Dopo aver superato l’imponente spettacolo della Parete Fasana ed il gruppo dei Pilastri, raggiungere la cima del Corno Orientale sembra davvero poca cosa. Sui versanti Ovest e Nord Ovest sono infatti presenti diversi facili sentieri.

Anche per noi, che proveniamo della Vallassina, il Corno Orientale è spesso poco più che un “piattone” posto ad Est dei due Corni. Spesso ne apprezziamo il valore solo risalendo dal Corno Rat per affrontare la traversata integrale dei quattro Corni. Anche in questo caso ci si avventura per lo più lungo il tratto attrezzato della propaggine rocciosa che affianca il Corno Orientale più che sul Corno vero e proprio.

Vi è un lato, un anima nascosta, del Corno Orientale che il più delle volte non è visibile e che per le sue caratteristiche è spesso trascurata se non addirittura temuta. Posta al buio dei versanti Nord e Nord Est vi è la grande parete, un’odissea di roccia liscia e strapiombante che si innalza dal ghiaione per quasi 260 metri (praticamente due volte la parete Fasana!).

E’ una parete che affascina e spaventa dove in passato sono state tracciate principalmente solo ardite vie in  artificiale che i pionieri affrontavano armati di staffe e chiodi a pressione.

Domenica scorsa, seguendo nella neve le tracce del mio socio  Mattia che mi aveva preceduto di qualche giorno, mi sono avventurato sotto la grande parete per “toccare con mano” la natura indomita di quel tratto di roccia. Con me c’era Andrea che, probabilmente, non è riuscito a comprendere a pieno perché all’improvviso abbia iniziato a comportarmi come un bambino la mattina di natale.

Ai piedi della parete c’era una distesa di stalattiti di ghiaccio infrante. In molti punti la parete infatti si fa strapiombante e l’acqua che cola dai tetti si trasforma in canne di ghiaccio che, con i primi raggi del mattino, si lanciano nel vuoto precipitando verso il basso.

Eccitante, davvero eccitante. La parete è liscia e strapiombante, percorsa solo in alcuni punti da bellissime spaccature che, tuttavia, sono raggiungili solo dopo aver superato placche all’apparenza impossibili. Se la Fasana era caratterizzata da alte increspature di roccia sormontate da una gigantesca onda, la parete Nord del Corno Orientale è un mare in tempesta in cui bordate paiono arrivare da tutte le parti!!

In quell’oceano Pietro Paredi ha tracciato una via dedicata a mio nonno, Luigi Paredi: con il naso all’insù verso la roccia grigia non posso che ascoltare il richiamo di famiglia.

Ma se le placche sono un rebus tutto da risolvere sul versante NE si innalza il bellissimo diedro della “Via Dell’Oro”, via tracciata nel 1939  proprio dai due fratelli Dell’Oro, Pierino e Darvino. Lasciatoo Andrea in un punto sicuro e mi sono arrampicato per un canale: trovare la piastrina che ne segna l’attacco è stato come trovare il bandolo della matassa, l’inizio di una nuova avventura.

L’inverno, la roccia viscida e fredda impongono pazienza, quando la primavera arriverà a scaldare di nuovo la parete sarà tempo di dare l’assalto al terzo Corno. La Dell’Oro e, se saremo in forma, anche la magnifica Stella Alpina e la sua strepitosa lama che corre sotto il grande tetto.

Davide “Birillo” Valsecchi

Corna di Medale: Via Cassin

Corna di Medale: Via Cassin

«Vista dai più alti sobborghi di Lecco, la Corna di Medale si presenta come un ciclopico muro. Per quattrocento metri a picco si erge sopra Malavedo e sembra un unico lastrone di calcare. Se la si guarda pare protendersi, sporgendo in alto e rientrando alla base, ma quando la luce radente ne svela i segreti, l’occhio che la percorre scrutandola nota i punti più facili ma anche i più difficili, che sono i tetti: ed a quei tempi per vincerli non conoscevamo né la manovra della doppia e tripla corda, né le staffe.» Riccardo Cassin

Rileggere il diario di Riccardo Cassin è certamente il modo migliore per avvicinarsi alla grande parete che sovrasta Lecco e che è stata lo scenario della prima importante via tracciata da questo gigante dell’Alpinismo Mondiale.

Nel suo diario troviamo il racconto dell’assalto in tre atti portato alla parete: il primo nel 1930, quando Cassin fece il suo primo “volo” restando ferito al volto da una roccia; il secondo, nel 1931, insieme al “Boga” in cui furono sorpresi dal temporale e costretti a bivaccare in parete accucciati in una piccola nicchia; il terzo, quello decisivo, portato la domenica successiva, in cui la parete fu finalmente vinta.

Trecento sessanta metri di parete e dodici tiri di corda: ecco quello che appare quando ci si trova alla base del Medale con il naso all’insù e l’imbrago alla vita. Nonostante il tempo, l’unto e gli stereotipi, affrontare la Cassin al Medale significa addentrarsi nella Storia alpinistica con la “esse” maiuscola.

Via Cassin – Corna di Medale

«… i particolari di questa salita sono talmente impressi nella mia memoria che nel rammentarli ho la sensazione di viverli nuovamente;… la soddisfazione provata nell’aver superato il caminetto del masso che mi volò addosso nel primo tentativo…; le luci familiari del nostro sobborgo…; un enorme masso a tetto, che sembra ostruire la via; la fenditura che permette il passaggio a destra, dove il masso si appoggia alla parete, lo spigolo che porta all’antecima e finalmente la vetta!». Riccardo Cassin

Molti passaggi sono resi sdrucciolevoli dall’unto che ormai ricopre la roccia e spesso si è costretti a riparare fuori via o ad azzerare (il traverso ormai è una pista da pattinaggio: si è costretti ad attaccare in verticale!). Buona norma è quindi considerare un grado in più rispetto alle difficoltà dichiarate.

Nonostante questo appare evidente in tutta la sua magnificenza come i “Grandi” siano davvero “Grandi”. Immaginare un giovanissimo Cassin che negli anni 30 arrampica a vista su una simile parete inviolata, un colossale muro che per ben due volte lo ha respinto in modo brutale, ci dà la misura della sua eccezionalità alpinistica.

Trovarsi accanto alla grotta in cui Lui ed il Boga bivaccarono sotto l’acqua è stato come visitare un santuario. Nonostante l’unto è stata una salita fantastica e spesso, concentrato sui movimenti, mi sono ritrovato a mormorare: «Signor Riccardo: accidenti che passaggio! Accidenti davvero!!»

Davide “Birillo” Valsecchi

Come sempre un ringraziamento a Mattia che ancora una volta si è dimostrato un eccellente capo-cordata. (Lui non ha avuto bisogno di azzerare nulla…)

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