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Doppia al Pilastro Minore

Doppia al Pilastro Minore

«Mi hanno spostato la riunione di domani: sono libero, dove andiamo?» Questo è stato più o meno il messaggio che Fabrizio mi ha inviato ieri sera. Galvanizzato dalla salita al Pilastro Maggiore voleva provare ancora qualcosa di nuovo e, dato che anche io avevo la mattina libera, ho accettato ben volentieri l’invito.

Inizialmente pensavo al Resegone ma poi, rimuginandoci sopra, ho optato nuovamente per salire ai Corni: “Sono la nostra casa, dobbiamo pascolare lassù ogni volta che si può!”. Il mio piano era dare un’occhiata più approfondita al Pilastro Minore e mostrare a Fabrizio qualche manovra con le corde.

Nonostante l’equipaggiamento sulle spalle saliamo in fretta e ci ritroviamo tra i prati di Pianezzo anche prima di quanto sperassi: superata la SEV sfiliamo sotto l’imponenza della parete Fasana raggiungendo i due Pilastri. Osservare dal basso la croce del pilastro GianMaria, salito insieme giusto ieri, ha dato ad entrambi una certa soddisfazione.

Ci infiliamo nel Canyon da Sud,  superando il grosso masso che ne occlude la parte centrale fino a raggiungere l’uscita sul lato opposto sotto il Pilastro Minore. Dall’esterno avevo osservato come poco sotto la sommità del pilastro, in un comodo terrazzo, sia stata attrezzata una bella sosta con fix e catena.

La sosta serve due vie sportive molto impegnative, Rudi’s (6b+) e Catif (7a), riattrezzate e modernizzate qualche anno addietro. Io intendevo risalire la Normale al Pilastro Minore, o via del sasso incastrato, fino a raccordarmi proprio con la quella sosta.

Ai Corni regna una strana filosofia:  gran parte delle vie classiche furono affrontate e tracciate utilizzando prevalentemente mezzi da incastro e per questo, ancora oggi, sono quasi completamente prive di chiodi o protezioni fisse. “Il confronto sportivo con chi ci ha preceduto può esistere solo se ci si confronta sullo stesso terreno di gioco” recita una delle poche ed autorevoli guide sulle vie dei Corni. Questo spesso si traduce in passaggi di terzo o quarto grado a quaranta metri d’altezza totalmente sprotetti.

Io non saprei dirvi se sia giusto o sbagliato, non ho l’autorevolezza o l’esperienza per esprimere un giudizio in tal senso, quello che so è che ai Corni arrampicano davvero in pochi e che le scelte, lassù, vanno davvero ponderate.

Dal fondo del canyon, sotto un grosso masso incastrato a mezza altezza, inizio a salire in opposizione. Questa tecnica è davvero particolare e davvero divertente: invece di “tirare” si “spinge”. Tanto con le mani quanto con i piedi si procede in spaccata tra le due pareti parallele risalendo, movimento dopo movimento, questo curioso “vicolo di roccia”.

Davide "birillo" Valsecchi

Per sicurezza, sempre più psicologica che efficace, ho infilato un cordino attorno al sasso incastrato e rinviato la corda in modo che un eventuale caduta non mi precipitasse giù, oltre il canyon, nei verdi ghiaioni sottostanti. Dopo il primo tratto in opposizione, superato il masso, si risale lungo la parete del pilastro attraverso uno sconquassato diedrino.

La grande parete Fasana forma un tetto spiovente al disopra del pilastro e per questo, mentre risalgo, numerose goccioline d’acqua trasudano dalla roccia che mi sovrasta cadendo rumorose sulla mia testa. Proprio per il continuo gocciolio dall’alto la roccia interna dei pilastri è spesso umida, “saponosa” e popolata solo da appigli lisci e levigati: niente maniglioni a cui appendersi da queste parti!

Venticinque metri dalla partenza e finalmente sono fuori dal canyon ancorato alla sosta. Do voce a Fabrizio dicendogli di prepararsi ma di aspettare il mio segnale prima di salire: prima, infatti, voglio guardarmi un po’ in giro.

Sul lato opposto al Canyon una parete liscia precipita per trenta metri mentre al suo fianco risale l’evidente camino nero del versante nord-est del pilastro. Davanti a me ci sono solo 7-8 metri di roccia prima di raggiungere la cima del pilastro. Speravo di vedere la sosta finale ma dal terrazzino dove sto non si scorge nulla. Non sono mai stato lassù, alcune relazioni dicono che là in cima ci sia un fittone piantato nella roccia, altre raccontano di doppie attrezzate direttamente su di un’instabile croce di vetta. Tutte le relazioni parlano un gran male di quella sosta ma da nessuna descrive davvero come sia fatta e quanto sia affidabile.

Una parte di me vorrebbe andare a curiosare lassù ma devo affrontare un paio di conti. Sugli ultimi sette metri non c’è alcuna protezione, certo non sembra particolarmente difficile ma se scivolo e vado a basso il povero Fabrizio dovrà fare fronte ad un mio volo di una quindicina di metri. Ammesso riesca a trattenermi finirei sconquassato e a penzoloni direttamente dentro il camino. Con la poca esperienza a sua disposizione, ammesso che la “sberla” non lo ferisca o lo getti nel panico, non avrebbe nessuna possibilità né di aiutarmi né di aiutare se stesso. Uno scenario davvero poco allettante.

Se ci fosse un chiodo o uno spit là in mezzo tutto sarebbe diverso ma, tant’è, questi sono i Corni. “Birillo, basta non cadere…” Sussurra una vocina. “Ma se la sosta fa schifo” risponde una seconda voce “te la senti di arrampicare in discesa mentre un principiante ti fa sicura dal basso?”.  Stava per iniziare una specie di colluttazione interna quando una voce calma ha semplicemente suggerito la scelta più ovvia “Che fretta hai? Fagli fare un po’ esperienza, non rovinare tutto solo per ingordigia. Aspetta…”.

Ai Corni si impara davvero tanto e non sempre ciò che ci si aspetta: «Fabbrì, sei in sicura, puoi salire ora.» Il mio socio si gode la salita in opposizione ma viene sconfitto dal cordino incastrato attorno al masso: «No! No Fabrizio, tira dalla parte del nodo… vabbè, lascia lì. Passo poi io a riprenderlo. Vieni su, fa lo stesso…».

Quando mi raggiunge facciamo un po’ di teoria su come vada organizzata una sosta e sulle diverse soluzioni che si possono adottare per mettersi in sicurezza. «Andiamo in cima?» mi chiede. «No, ci fermiamo qui per oggi: ce la guadagniamo a puntate la cima. Oggi studiamo la calata in corda doppia: ormai è inaccettabile che tu non sappia scendere da qui senza di me». Già, quella di oggi per Fabrizio è stata la sua prima doppia: tutte le altre volte, per sicurezza, l’avevo sempre calato con un fidato “mezzo barcaiolo”.

Piastrina Gigi, longe, cordino autobloccante: tutto coma va fatto e poi giù, in verticale lungo la roccia fino alla base del canyon in piena autonomia. Va meglio del previsto, io a suo tempo ci misi parecchio per imparare a fidarmi delle corde. Bravo Fabrizio!

Tolti gli imbraghi ci siamo sdraiati a mangiare su un grosso sasso esposto al sole. Guardavo i Pilastri e la parete Fasana studiando le vie: ero consapevole che prima di me molti altri avevano fatto lo stesso probabilmente stando seduti proprio su quel masso  come noi. Assorto nei miei pensieri ammiravo la roccia quando, voltandomi, ho visto il mio socio russare beatamente: sì , c’è bisogno che faccia pratica ancora un po’! ( ;)).

Davide “Birillo” Valsecchi

Alla croce del Pilastrello

Alla croce del Pilastrello

Una classica e per gli appassionati uno dei simboli più conosciuti dei Corni di Canzo: il pilastro Maggiore, o Gianmaria, al Corno Centrale. Finalmente il sole di Giugno inizia a risplendere e, complice il giorno di riposo, Fabrizio ed io ci mettiamo in cammino per i Corni di Canzo.

Nello zaino caschi, imbraghi, rinvii ed una corda nuova: l’obbiettivo di oggi, rimandato fin da troppo tempo, è la normale al Pilastrello. Per Fabrizio, dopo le esercitazioni in falesia, questa sarà la prima vera via in ambiente.

La Normale non è una via tecnicamente molto difficile ma non va sottovalutata: ci si ritrova ad oltre una cinquantina di metri nel vuoto e si arrampica su pareti strapiombanti dove la roccia a tratti è mal ferma e a tratti quasi viscida e scivolosa. Se siete il primo di cordata dovete poi mettere in conto che le protezioni sono al minimo e che in tutta la lunghezza della via trovate oltre alle soste solo uno spit ed un chiodo.

Quindi sì, la salita è comunque abbastanza impegnativa ma in cima la vista e le sensazioni di quel cucuzzolo ribelle valgono ben lo sforzo. I primi a salire sul pilastro furono il leggendario Eugenio Fasana e Vitale Bramani (quello che inventò il VIBRAM) nell’ottobre del 1922 tracciando appunto la via Normale.

I Pilastri sono posti a ridosso della Parete Fasana e separati da essa da un profondo canyon di roccia che corre lungo tutta la sua lunghezza. Una volta entrati nel canyon vi è un anello dipinto di rosso ad indicare la spaccatura che risale verticale verso l’alto e corre la prima parte della via.

A mezza altezza la spaccatura si apre anche sull’altro lato permettendo, per chi lo volesse, di passare a sbirciare la parete Est. Se avete un cordino o una fettuccia lunga è possibile sfruttare una roccia incastrata per un ancoraggio che è più psicologico che efficace. Superata la spaccatura, attraversando su un minuscolo terrazzino, si può raggiungere il primo spit su cui è possibile rinviare. Si è già oltre i dieci metri dalla partenza e per i successivi dieci non ci sono altre protezioni: vietato cadere!

Ci si alza verticalmente tenendosi sulla destra risalendo fino ad agguantare la magnifica colonna che sorregge la volta della bassa caverna che attraversa da parte a parte l’intero pilastro. Su questa colonna, o clessidra, si può usare un secondo cordino su cui rinviare.

A trenta metri d’altezza, dopo aver rinviato, si può tagliare verso sinistra e raggiungere un bel terrazzino da dove è possibile utilizzare uno dei tre grossi anelli presenti per attrezzare la sosta. Per il tratto successivo ci sono diverse soluzioni  ma la Normale  risale in un piccolo diedro ed affronta una placca di tre metri che porta ad un successivo terrazzino inclinato. Nel centro della placca vi è un unico vecchio e grosso chiodo con moschettone: si rinvia sul chiodo e ci si tiene alla sua sinistra per sfruttare lo spigolo della placca.

Sulla parete del terrazzino ci sono due spit collegati da una vecchia corda. I due spit distano tra di loro un metro e mezzo buono e la corda, oltre ad essere tremendamente cotta dal tempo, forma un angolo aperto ben oltre i 120°: dimenticate quella corda e rinviate nello spit più a destra.

L’ultimo sforzo per raggiungere la croce è una crestina che si attacca sulla destra e su cui si guadagna la cima. L’ancoraggio in vetta è quanto meno pittoresco: un bel anello di calata verticale innestato in una specie di gabbia mobile che circonda la base della croce e trattenuta in posizione da un cavo metallico agganciato ad uno spit un metro più sotto, sul versante opposto a quello dove si effettuerà la prima delle due doppie.

Finalmente siamo entrambi in cima, entrambi stretti nel limitato spazio che concede la sommità del pilastro Maggiore. In cima il gigante appare fragile ed esile e, guardando il vuoto che mi circonda tutto intorno, viene da chiedersi come faccia a stare in piedi! Fabrizio ed io, dopo aver sistemato tutte le sicurezze del caso, ci stringiamo la mano come gli alpinisti veri prima della foto di rito.

La vista è la stessa che si può godere dal corno Centrale ma il gusto è davvero più pieno. Poi giù: due doppie e nuovamente  alla base del canyon.

Felici ci mettiamo al sole gustandoci i nostri panini: “Fab, fra un po’ proviamo anche il pilastro minore”. Lui mi guarda incuriosito chiedendomi0: “Perché non oggi?”. Io un po’ mi metto a ridere: “Per salire al pilastro minore ci sono diverse vie. La maggior parte delle vie classiche non ha protezioni salvo qualche vecchio chiodo. Le vie più moderne sono invece tutte spittate ma hanno gradi di difficoltà che variano dal 5b al 6a. Se non fai ancora un po’ di pratica le moderne sono fuori dalla nostra portata mentre per le classiche dobbiamo portarci il materiale da incastro, nat e friend, per evitare di affrontare 35 metri a strapiombo tutti in libera”. Fabrizio con la faccia seria ride dietro gli occhiali: “Bhe , forse allora conviene aspettare un po’…”.

I Corni sono un posto fantastico!

Davide Valsecchi

Lumaca di vetro

Lumaca di vetro

Alle dodici e mezza mi imbarco sul treno che da Asso mi porta ad Erba. Una volta in stazione una rapida sortita al Giangoloso per comprare un cono gelato: fragola, frutti di bosco e pesca. Una meraviglia! Poi mi apposto sul muretto ed aspetto che arrivi Mattia spulciando le facce degli studentelli che attendono il pullman. All’improvviso, mentre ero distratto, appare Mattia: carico lo zaino e partiamo al volo! Destinazione Pizzo dell’Angelone.

Parcheggiata la macchina ci imbraghiamo e, corde in spalla, ci inoltriamo per i sentieri che conducono alle vie. Dopo solo qualche passo rimbomba dai Piani di Bobbio l’eco di un tuono ed una minacciosa nuvola scura, l’unica in tutto il cielo, si affaccia verso di noi.

Quando le prime goccioline sottili iniziano a cadere io e Mattia cominciamo a guardarci in faccia: ”Che si fa? Battuti e respinti ancor prima di toccare la roccia?” Aspettiamo di capire accarezzando anche l’idea di ripiegare sull’Antimedale bruciando, ahimè, tempo e strada. Poi le gocce, che sembravano rinforzare, si fermano.“Proviamo un paio di monotiri. Se regge restiamo, se no scappiamo prima di prendere la lavata” Questo era il piano di Mattia e per me andava più che bene.

Saliamo per il sentiero attrezzato che porta al secondo sperone superando lo sperone Mescal e raggiungendo la placca Tennis. “Oggi facciamo qualche prova di aderenza” ride Mattia, io infilo le mezze corde nel secchiello ed inizio a fargli sicura.

Poi arriva il mio turno, prima per una facile lama e poi solo una lunga placca di calcare. Le mani ed i piedi sono poco più che appoggiati alla roccia. Non c’è nulla a cui aggrapparsi, niente buchi o fessure in cui torcere le dita, nulla. Inizio a sentirmi come sdraiato a ridosso della finestra di un grattacelo: sto su ma non c’è nulla che mi tenga!

L’agitazione cresce, il corpo si irrigidisce mentre la mente vaga disperata in cerca di un appiglio su cui scaricare tutta la forza che può pretendere dai muscoli. Ma lì, su quella placca, non c’è nulla di simile. Sento che sto per andare giù: “respira Birillo, respira” ripeto nella mia mente.

Abbasso la respirazione, lascio che l’aria entri ed esca in profondità, lascio che il corpo si rilassi. Per un istante, magnifico in verità, ascolto il suono degli uccelli ed il verde degli alberi. Sto solo respirando, sono immobile ma sono in equilibrio: nella mia testa ho smesso di cadere.

Quello che era niente diventa qualcosa e, con tanta delicatezza, diventa ciò che serve. Non è più forza ma solo equilibrio. Sorpreso da come ciò possa accadere muovo i piedi guadagnando centimetri ad ogni passo. Inizio a risalire, supero la placca. Il difficile non è tenere il corpo sulla roccia, il difficile è mantenere la mente “morbida”.

Quando arrivo vicino al rinvio i miei pensieri iniziano a ribollire mentre l’istinto urla perché allunghi una mano per appendermi. Mi fermo, muovo ancora qualche piccolo passo e poi di scatto, quasi a tradimento, agguanto il rinvio. “Ma nooo… Stavi andando così bene!!” Brontola Mattia qualche metro più sopra.

Rido tra me e me: era vero, ero in equilibrio. Non avevo bisogno di appendermi, semplicemente la mente aveva ceduto, era fuggita d’istinto da quella strana follia che è l’aderenza. Nello spazio di pochi metri avevo sperimentato equilibrio e squilibrio ed ero pazzo di gioia!

Calandoci in doppia abbiamo provato due delle tre vie che risalgono la Placca Tennis: Quisquiglie (5c) e Loctite (6a). Credo le porterò nel cuore per un po’, mi hanno “indicato” parecchio.

Visto che il temporale sembra ora più silenzioso e meno minaccioso proseguiamo verso il secondo sperone, quello che chiamano “il pilastro dell’essenza”,  con l’intento di attaccare “Lumaca di Vetro”. Dopo la placca Tennis ho l’impressione di aver arrampicato solo su scale a pioli: il mio punto di vista è totalmente cambiato.

Lumaca di Vetro alterna delicati passaggi in aderenza a goduriose lame su cui sfogarsi in circensici gesti atletici. In totale sono  cinque lunghezze:  5a, 5c, 5b, 4c, 5c. Un bella placca, un serie di lame, clessidre e spigoli fino al diedro finale prima dell’uscita. Davvero bella me la godo fino in fondo.

Come sempre il primo di cordata è stato Mattia, a lui spetta il merito di aver affrontato e superato queste difficoltà. Quello che però posso dire è che, anche se solo da secondo, sto sperimentando davvero molto in queste salite e forse, finalmente, qualcosa comincia a muoversi e qualche piccolo miglioramento comincio a sentirlo nella punta della dita e nel fondo della testa.

Ancora una volta grazie mille Mattia!

Davide “Birillo” Valsecchi

“Ciapin” all’AntiMedale

“Ciapin” all’AntiMedale

Daniele “Ciapin” Chiappa, alpinista: questo recita la targa sul piazzale dei Resinelli. A 22 anni, nel 1974, “Ciapin” conquistava insieme a Mario Conti, Casimiro Ferrari e Pino Negri (tutti Ragni di Lecco) la vetta del Cerro Torre in Patagonia, la magnifica e terribile montagna in cui perse la vita a soli 33 anni il leggendario Toni Egger.

Nell’agosto del 2008, a soli 57 anni, fu purtroppo vinto dal “male brutto” dopo lunghissimi anni da protagonista tra le fila del Soccorso Alpino Lombardo. Uno dei “grandi” moderni il cui nome troneggia sotto le Grigne.

Lunedì pomeriggio, quando Mattia ed io ci siamo ritrovati sul ghiaione con il naso all’in sù, ero emozionato all’idea di salire una delle sue vie: la via “chiappa” all’Antimedale, tracciata nel 1975 da Daniele Chiappa, Cesare Mauri e Marco Crippa. Una “Classica” straripetuta ma per me era semplicemente “la prima volta”.

Per gli standard di un Giugno classico la giornata era da considerarsi brutta e fredda ma, visto il curioso periodo che stiamo attraversando, era decisamente buona e calda. Lungo il sentiero incontriamo un grosso scorzone: a conferma della stranezza della stagione il grosso serpente anziché saettare tra l’ebra ed i sassi si muove ancora lento, quasi indolente,  ancora intorpidito dal freddo. Più avanti anche un piccolo orbettino sembra soffrire di sonnambulismo estivo.

Poi arriviamo all’attacco. Mattia è il primo di cordata, salvo forse i primi tiri per me è fuori portata se non come da secondo. La via è di 6 tiri per circa 220 m di sviluppo con difficoltà D (VI-) ed un passaggio obbligato di 5a. Parallela sulla sinistra attacca “l’altra chiappa” mentre sulla destra corre la “Via degli Istruttori”.

La roccia è bella, piena di fessure e lame. I primi quattro tiri si lasciano scorrere dandomi qualche buona soddisfazione in alcuni passaggi di quinto dove “mi ci sento”. Al quinto tiro si supera un traverso verso sinistra e ci si confronta con il passaggio chiave della via. Mattia passa con la sua consueta leggerezza e tocca a me affrontare il temuto passaggio di VI-.

Sul prospetto della via è riportato come azzerabile ma questo si dimostra vero solo in parte. Provo a passare pulito ma dove la roccia spancia finisco nei guai. Ho solo il piede destro saldo ma troppo basso sotto la sporgenza, sulle mani non trovo nulla che mi permetta la stabilità per superare lo spancio di roccia. Traffico un po’ e poi agguanto il rinvio mentre Mattia, giustamente, mi sfotte bonariamente dall’alto.

Bene, ho azzerato, l’onore è perso ma il problema è irrisolto: “tirando” non si va comunque da nessuna parte. Riprendo l’equilibrio, lascio il rinvio e carico il passaggio nello slancio di un respiro. Finalmente anche i piedi sono oltre ma c’è ancora un breve ma intenso traversino che sale verso sinistra da percorrere delicatamente. “Wow!! Sono ancora troppo una mezzasega per apprezzarla adeguatamente ma è davvero uno spettacolo questa via!”

L’ultimo tiro porta all’uscita ed al sentiero attrezzato che riporta verso il basso. Con i piedi per terra riguardo verso l’alto ancora dubbioso. In quell’anfiteatro di roccia, spesso affollato di arrampicatori, ci siamo solo noi ed il ricordo della salita appena compiuta. Alle nostre spalle il lago e la città di Lecco. Per un lunedì pomeriggio è davvero niente male!

Davide “Birillo” Valsecchi

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Qui sotto: in rosso la via “l’altra chiappa” ed in viola la via “chiappa”

Il “tetto” dei Corni

Il “tetto” dei Corni

La Parete Fasana, il verticale versante NE del Corno Centrale: all’improvviso quello che appare un ripido pendio erboso precipita in un dirupo che scuote i polsi ed il cuore di chi si avvicina al suo ciglio. Il fascino che esercita su di me quest’anfiteatro di roccia è sempre più forte e vibrante.

Ogni volta che passo da quelle parti scopro qualcosa, una traccia o un segno che poi ricerco nei libri o nelle vecchie relazioni alpinistiche. “Chi arrampica sui Corni arrampica ovunque!” Questo è ciò che i vecchi  (e forti) alpinisti raccontano di queste montagne dalla roccia quasi sempre o troppo compatta o molto delicata, sempre umida e dagli appigli al contrario.

La Fasana è considerata poi una ghiacciaia: ”l’esposizione di questa parete e il clima particolare della zona favoriscono le scalate solo pochi mesi durante l’anno, ed in alcuni casi quando il clima sembra accettabile altrove, su questo versante diventa proibitivo”.

Ogni volta che passo da quelle parti alzo il naso e guardo in alto: “Potevo nascere altrove ma sono nato qui. Non so se sia stata sfortuna o buona sorte: tocca essere all’altezza delle montagne a cui si appartiene”. Potrei fare finta di nulla, dedicarmi a mete più ambite ed accessibili ma dubito che potrei provare lo stesso affetto e la stessa passione che sento ora guardando questa parete per me inacessibile.

Poco più avanti, sul corno Orientale, c’è una via che fu dedicata a mio nonno e che ne porta ancora oggi il nome (Luigi Paredi): da queste parti è un po’ come essere in famiglia. Un luogo magico e solitario: in pochi vengono ad arrampicare quassù, dove tutto è magnifico e terribile.

Salgo lungo la cresta erbosa e mi sdraiato a terra strisciando con attenzione (e timore) verso l’abisso. La prima, irrazionale, sensazione è che tutta la cornice di roccia ceda all’improvviso trascinandomi nel vuoto. Ingoio la paura e mi spingo oltre.

Sopra di me appare la coppia di grossi corvi che hanno preso dimora qui. Gracchiano, volteggiano ed uno di loro si appoggia sulla cresta opposta. Al di là dell’abisso mi osserva e la sua presenza quasi mi rincuora: non sono più solo.

Intravvedo il fondo della parete ma non riesco a spingermi oltre, a mente cerco di capire la mia posizione rispetto alla roccia sotto di me. Sono quasi sulla verticale del pilastro minore e sul fianco dell’imponente tetto di roccia che sporge nella parte alta e centrale della parete.

Punto la macchina fotografica, apro lo zoom ed inizio a studiare quella porzione di roccia tanto impressionante da basso. A 110 dal suolo la roccia si fa compatta e sporge in avanti, la macchina fotografica mi mostra i chiodi che si intravvedono ad occhio nudo.

“Accidenti…” Quei chiodi sono stati posti negli anni 60. Schegge di memoria poste nella roccia. Probabilmente nessuno o quasi è passato di lì negli ultimi 40 anni, probabilmente nessuno oggi affiderebbe la propria vita ai quei pezzi di metallo incastrati a mano con martello e punteruolo. “… quanto mi piacerebbe poterli toccare…”.

Davide Valsecchi

Schiavi della Pietra

Schiavi della Pietra

Il “rendezvous” era in piazza alla stazione di Erba. Visto che non era dato sapere cosa intendesse fare il tempo avevo in spalla lo zaino con il materiale d’arrampicata ed in braccio la sacca plastificata per l’equipaggiamento speleo. Mentre addentavo un panino, era da poco passata l’una, un paio di colpi di clacson mi distolgono dal mio frugale pranzo:  ecco il socio di questa giornata!

Mattia è uno dei rocciatori più forti della mia sezione CAI:  ha tecnica, grado, esperienza ed una gran voglia di ravanare nei posti dimenticati. Io e lui ci conosciamo fin da bambini, ha solo due anni più di me, ma solo entrando a far parte del gruppo speleo, dove è nel gruppo esploratori, abbiamo avuto occasione di frequentarci più spesso.

Il cielo sembrava tenere e così decidiamo di  provare la roccia accantonando per un po’ la grotta. Questa è la prima volta che arrampichiamo insieme ed io, confesso, reprimo a forza la sindrome da “primo appuntamento”: oggi la matricola sono io!!

La nostra destinazione è stata lo Zucco dell’Angelone e le sue famose pareti: uno dei luoghi simbolo dell’arrampicata lecchese. Mattia è stato da quelle parti centinaia di volte mentre io, al contrario, solo due e quella era la seconda!

Lunga la strada chiacchieriamo e decidiamo, per conoscerci, di concatenare due vie scegliendole tra quelle non troppo difficoltose: “Foto di gruppo con Signorine” e “Gli schiavi della pietra”.

Il tempo sembrava volerci graziare. Nonostante le Grigne fossero imbiancate dalla neve un timido sole lentamente ha cominciato a scaldarci rendendo la salita piacevole. Salvo il secondo tiro è sempre stato Mattia a tirare da primo e, confesso, non è stata una cosa affatto spiacevole!

Foto di gruppo, sul terzo sperone, si lascia scorrere piacevolmente senza mai diventare troppo ostica. Al terzo tiro c’è una bella fessura verticale in cui infilare la punta dei  piedi lavorando in trazione con le mani invertite. In quel passaggio, ben aperto, mi sono davvero divertito e l’ho goduto con leggerezza e soddisfazione (scoprire che è un 5a è stata una sorpresa).

All’uscita dalla via c’è un sentierino attrezzato che porta al quarto sperone da dove abbiamo attaccato la via successiva. Se prima era stato necessario lavorare bene in appoggio qui è tutto un susseguirsi di lame e fessure su cui aggrapparsi. Sul terzo tiro c’è un traverso a salire su una placca rotta che superiamo con morbidezza. E’ sul quinto tratto che incontro la mia bestia nera!

Mi infilo in un diedro spaccato sul fondo che nella parte bassa spancia un po’. Sono praticamente “dentro”, steso per tutta la mia lunghezza con i piedi dentro la nicchia sotto lo spancio («non ti infilare sempre nei buchi, Birillo» mi ripete nella testa Simone). A destra era tutta placca impossibile ed io cominciavo a sentirmi un salame con le braccia tanto alte ed i piedi tanto in basso. Cercavo un punto intermedio per alzare i piedi ma non riuscivo a farli star attaccati da nessuna parte.  Ho tribulato un po’ e, confesso, se ci fosse stato un cordino o un rinvio avrei azzerato a pieni mani!

Purtroppo non c’era nulla e così ho potuto solo concentrarmi e provare la sola soluzione che mi sembrava percorribile. Sentivo di non avere spazio per buttarmi in fuori e le prese delle mani non me lo avrebbero comunque permesso (perché non avevo la forza di farle reggere!). Tuttavia l’unica soluzione possibile era alzare la punta del piede sinistro oltre lo spancio appoggiando su di un mezzo gradino all’altezza della mia vita.

Sono ancora piuttosto sorpreso di aver chiuso quel movimento e, vi posso garantire, ci ho speso l’anima nel farlo! Confesso anche che è stata una piccola soddisfazione così come confesso che da primo probabilmente, oggi, non l’avrei provato. La cosa che mi fa piuttosto ridere è che rileggendo ora la guida scopro la seguente dicitura: “prestare attenzione a non prendere il tiro di 5b sulla dx, salire un canale semplice ma molto sporco a sx. 3c”. Tuttavia Mattia era agevolmente passato di lì ed anche averlo saputo non avrebbe cambiato molto (Quel passaggio è stato un calcio in culo ma mi ha divertito!! Non vedo l’ora di rifarlo!!)

Usciti dalla via siamo andati un po’ a zonzo e, calandoci con una breve doppia, siamo andati a vedere la parete della via Anabasi dove qualche anno fa si è staccata una frana dalle dimensioni davvero ragguardevoli: la parete è quella nella foto, la parte gialla è dove è avvenuto il distacco e posso garantirvi che sotto, dove una volta c’era un fitto bosco, tutto è stato brutalmente travolto dalla pietra.

Abbiamo provato a raggiungere il primo sperone e fare ancora un paio di tiri ma, vista l’ora, abbiamo chiuso la giornata piacevolmente sorpresi dalla clemenza del tempo.

Non posso che ringraziare Mattia: sia per la buona compagnia che per la pazienza mostrata nel rinverdire le mie ingiallite nozioni tecniche. E’ stata un’arrampicata davvero piacevole: molte grazie.

Alla prossima!!

Davide Valsecchi

Aggiornamento: i gradi della guida mi sembravano esageratamente alti tenuto conto delle mie capacità. Ho chiesto a Mattia di controllare ed aiutarmi a capire. Ora sono coretti, meno imbarazzanti e più adatti a me 🙂 enjoy!

MrTasso e i tre chiodi

MrTasso e i tre chiodi

La giornata era opaca e, sceso dal letto, ispirava solo di tornarci al più presto. Dopo i grossi temporali del week-end il tempo ancora stentava a rimettersi al bello e tutto era ancora umido. «La roccia sarà ancora bagnata se non esce il sole, tira fuori la corda… oggi nulla da fare».

Il mio piano originale era il Pilastro Maggiore ma avrei dovuto accontentarmi di un giretto esplorativo. La voglia era sotto il tacco degli scarponi… poi però si chiacchiera, i muscoli si scaldano, qualcosa succede. Quando raggiungiamo Pianezzo la nebbia, spinta dal vento, corre suggestiva tra le guglie calcaree dei Corni rese scure dalla pioggia: d’improvviso non siamo più a due passi da casa ma immersi nel fascino della montagna.

Facciamo un salto a vedere se ci sono novità di MrTasso nella caverna che abbiamo ribattezzato “la grotta del sindaco (dei Corni)”. Nonostante le grandi piogge l’interno della grotta era ancora relativamente asciutto: nella sua parte più interna,  per noi ancora irraggiungibile per i detriti che la rendono troppo bassa, i due cunicoli che illuminiamo con la torcia lo erano completamente. Di MrTasso, però, nessuna traccia. Qualche nuova incisione sulla roccia con le unghie ma nessun segno dell’artista…

trii cioo

La nebbia si è fatta più intensa e sulla montagna tutto sembra immobile, cristallizzato nel bianco delle nuvole. Ci aggiriamo sotto i due pilastri, quello Maggiore e Minore, studiando le vie di salita: la via del Diedro, il Camino, i vari spigoli e le vie nuove con spit lucenti ed affidabili su placche lisce e difficili.

Poi, con slancio indomito, conquistiamo la vetta del Pilastro Trii Cioo. Fabrizio, che ancora indossa il casco dopo le capocciate “a flipper” prese nella grotta, posa ardito al fianco della croce di cima.

Un piccolo Bluff in una giornata di brutto tempo: il  piccolo pilastro, situato di fronte alla parete NE del Corno Centrale, porta il nome dialettale “trii cioo” (tre chiodi) per via di un curioso episodio avvenuto più o meno negli anni quaranta del novecento. Un’alpinista, probabilmente con poca dimestichezza delle montagne della zona, usò infatti tre chiodi per salire la fessura sul versante Nord. I “locals”, che scalavano la parete in completa arrampicata libera, non solo si portarono via i tre chiodi ma ribattezzarono il pilastro a sempiterno scherno.

Sul lato opposto alla fessura l’accesso alla croce è abbastanza semplice con difficoltà minime ed è da proprio quel versante che siamo saliti. Tuttavia le difficoltà della fessura sono di III+ con passaggi di IV su un dislivello di 20 metri, ci sono tre gruppi di ancoraggi e questo rende il “trii cioo” un buon posto dove attrezzare una moulinette e proseguire con gli esercizi di Fabrizio. Eravamo saliti lassopra proprio per controllare gli spit che si vedevano dal basso (e per farci una foto ricordo!).

Parete Fasana

Seduto cavalcioni sulla roccia del “pilastro degli imbranati” mi sono ritrovato davanti all’immensità della Parete Fasana. Alle mie spalle Fabrizio trafficava arrampicando sulle roccette, il vento scuoteva dolcemente i mei capelli e tutto il resto sembrava immobile, assorbito dalla maestosa imponenza di quella parete.

Da lontano sembra un muro verticale ma, attraversando il ghiaione ed avvicinandosi per guardare verso l’alto, la visione diventa ancora più incredibile: sembra un mare agitato, scosso da increspate onde di roccia e lassù, più in alto, avanza l’onda più grande.

Parete Fasana

Nella quiete immobile di quel pomeriggio nebbioso ho sentito un “desiderio” accendersi, una “brama” infiammarsi nel profondo come da molto tempo non accadeva. Nel silenzio guardavo quella parete ripetendomi “Non sei pronto, non sei all’altezza. Non hai la condizione fisica, nè la competenza tecnica o la compattezza mentale per affrontare quel gigante.”

“Già, non ancora…” Avevo scelto la risposta ai mei dubbi e seduto sulla roccia del Trii Cioo lasciavo che il vento morbido mi accarezzasse: stava iniziando un nuovo viaggio, forse il più bello, il più lungo ed inaspettato di tutti.

Davide Valsecchi

[…ci vorrà tanta pazienza, tanta costanza e davvero tanto tempo!]

In gita al Pilastrello

In gita al Pilastrello

«Se salta fuori il tasso che ha fatto quei segni sulla roccia siamo davvero fottuti!» Ieri Fabrizio ed io abbiamo speso la mattinata in giro per i Corni di Canzo inseguendo un vecchio censimento speleo del 1976 (il più recente che ho trovato!). La conformazione dei Corni è particolare e per questo, nonostante ci siamo moltissime piccole cavità, non c’è nessuna grotta che si distingua in modo particolare per sviluppo e dimensioni. Io avevo intenzione di visitarle tutte!

Una di queste, quella che per diversi motivi più mi interessa, ha una camera iniziale abbastanza ampia da cui partono due promettenti cunicoli che, al momento, sono ancora invasi dai detriti: il piano era aprirsi la strada e gettare lo sguardo oltre la strettoia.

Il problema è che, stando a quanto potevamo osservare, uno dei cunicoli aveva (o forse ha ancora) un inquilino piuttosto “impegnativo”: un tasso. Il primo segno di presenza dell’animale sono gli escrementi (in realtà uno solo è piuttosto vecchio): i tassi scavano una piccola conchetta e depositano la “fatta” verticalmente nel centro: un’espressione piuttosto caratteristica ed artistica in vero.  Ciò che però davvero mi faceva riflettere erano i violenti e profondi graffi lasciati sulla roccia con gli artigli (‘sti cazzi che unghie!!).

Per quanto simpatico il tasso è un carnivoro grosso ed aggressivo: ritrovarmi faccia a faccia con lui strisciando in un cunicolo di roccia sarebbe davvero un’eventualità spiacevole (per me!!). «Socio, questa serve farla con un po’ più di calma!». Aspetteremo e, facendo qualche sopraluogo nel tempo, cercheremo di capire se Mister Tasso abiti ancora qui.

A mezzo giorno abbiamo fatto pranzo e, dopo mangiato, ci siamo stesi al caldo del versante sud godendoci la frescura della grotta alle nostre spalle: testa all’ombra e corpo al sole ci siamo abbioccati pacificamente per un ora buona.

«Dai, tirati su che andiamo!» Il programma del pomeriggio infatti prevedeva “esercitazioni in parete”. Credo sia ormai il momento che Fabrizio impari un po’ a trafficare con le corde ed i nodi. Teatro di gioco lo straordinario scenario della Parete Fasana e dei due Pilastri del Corno Centrale.

Indossate le scarpette, l’imbrago ed il casco ho cominciato a spiegare a Fabrizio i rudimenti della “catena di sicurezza”. Il primo tiro della Normale al Pilastro Maggiore sono 30 metri verticali che, all’interno del profondo canyon roccioso, risalgono un caminetto obliquo. Il grado è (III) ma per tutta la lunghezza del tiro non ci sono protezioni o chiodi se non un buon anello alla sosta. Inaspettatamente ieri è apparso uno spit posto a mezza lunghezza, un po’ sulla destra, su cui è possibile rinviare anche se si dimostra un po’ scomodo per il secondo.

Il pilastro maggiore ha una caratteristica davvero curiosa. Alla prima sosta ci si imbatte infatti in una serie di clessidre che fanno da ingresso ad un ampia insenatura nella roccia alta una trentina di centimetri. Infilandosi in questo angusto passaggio si scopre che la cavità corre fin dentro al cuore del pilastro e, strisciandoci al suo interno, è possibile raggiungere il versante opposto ed ammirare attraverso le varie feritoie un panorama a 360 gradi.DSCF7100DSCF7097Per raggiungere la cima del Pilastro nel secondo tiro si deve affrontare un passaggio su placca di (III+) ancorandosi poi sulla croce di cima. Ero tentato di fare anche il secondo tiro ma, anziché salire in cima, ho preferito un lungo traverso raggiungendo il versante sud fino all’uscita dello spigolo. Questo permesso a Fabrizio di esercitarsi un po’ nelle manovre alla sosta e a me di dare un occhiata agli arrivi delle altre vie.

Per scendere, visto che Fabrizio non aveva mai fatto una doppia in vita sua, l’ho calato con un mezzo barcaiolo fino alla base del Canyon. Dopo ho recuperato la corda ed attrezzato una doppia con cui l’ho raggiunto.

Fabrizio se l’è cavata meglio di quanto pensassi e credo che la prossima volta si guadagnerà  la sua prima cima in arrampicata. Bravo!

Davide Valsecchi

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