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Alpinisti del Futuro

Alpinisti del Futuro

Bruna stava trafficando con il cane mentre io, con in braccio la narettola, ero seduto nel prato ad aspettarla. Appoggiato alla staccionata di legno osservavo sospirando il versante Est del Monte Sierra: ho avuto quella montagna davanti al naso per anni ma non ho ancora trovato l’occasione di salirvi fino alla cima. Cercando di acquietare il dolore alle gambe fantasticavo sulle possibili linee di salita seguendo con lo sguardo creste e cengie. Poi vibra il cellulare: mi ero ripromesso di non dare spazio alle diavolerie informatiche, di darmi pace per qualche giorno, ma la curiosità mi vince e, per una volta, mi premia. E’ un messaggio di Leonardo, un ragazzo del vicentino, che mi gira un suo articolo su una nuova via realizzata:

Alpinisti dal Futuro è un nome un po’ bizzarro e forse presuntuoso da dare ad una via. Eppure per noi questa è la concretizzazione di tutte le chiacchiere sul cosa è giusto e meno giusto fare per salire. E’ quello che speriamo sia lo stile utilizzato da chi cercherà nuove linee in futuro.

Abbiamo pensato di aprire una via assieme, abbiamo visto la parete e prima ancora di decidere la linea ci siamo imposti poche e chiare regole che tanto nuove non sono: salire rigorosamente in arrampicata libera, cliff solo per piantare i chiodi, protezioni veloci lungo i tiri e soste sicure, eventualmente a spit. O passiamo a queste condizioni, o si scende e si torna a casa con la coda tra le gambe.

Questi, secondo noi, sono alcuni degli ingredienti fondamentali per garantire qualcosa da fare anche alle future generazioni di rocciatori. Oltre ovviamente al buonsenso di non farsi prendere la mano dalla voglia di aprire linee nuove saturando intere pareti che sono già piene di vie.

Con questa breve linea abbiamo voluto buttare lì qualcosa, sperando venga colto il nostro messaggio. Ci piace immaginare che un giorno, che può essere dopodomani come tra 30 anni, un giovane che vuole creare qualcosa riesca a trovare lo spazio per mettersi in gioco.

Sicuramente ringrazierà chi prima di lui ha saputo abbandonare, piuttosto di ricorrere a stratagemmi tecnici pur di salire come un carpentiere. Infatti, l’unica direzione da prendere per garantire delle possibilità anche al prossimo è quella di rifiutare l’artificiale per aprire nuove linee, altrimenti chiunque può salire ovunque e magari, nella peggiore delle ipotesi, con un trapano a batteria vincere qualsiasi tipo di difficoltà bucando a lunghezza braccio.

Aprire in libera richiede più impegno in generale e secondo noi è questo lo stile che deve essere “regola” sia per vie a chiodi normali sia per vie sportive. Tuttavia non vogliamo essere troppo categorici , ovviamente se si trova roccia blindata, bagnata o marcia (…o per evitare voli catastrofici), ben venga la chiodatura ravvicinata. L’importante è non partire da casa certi di vincere!

Le parole di Raffaele Carlesso pronunciate a fine degli anni ’70 sono da prendere in considerazione: “La mia passione per la montagna era sostenuta dallo spirito che mi permetteva superare degli itinerari e raggiungere delle cime con il principio di non profanare la natura. Intendo per profanare, adoperare mezzi artificiali, staffe, chiodi ad espansione, pertiche, compressori, ecc. Ammettevo solo la disciplina atletica che mi permetteva affrontare nelle migliori condizioni fisiche, la montagna, con l’uso di un limitatissimo numero di chiodi per sicurezza. Da quanto sopra si comprenderà il mio pensiero, nel considerare l’alpinismo e per salvarlo“.

L’articolo completo è pubblicato su PlanetMountain ed è corredato dalla relazione tecnica della salita. Il mio pensiero, leggendolo, è andato a due amici. Il primo è un agguerrito alpinista sentantenne della bergamasca. Tempo fa, con il suo trascinante ghigno alla Clint Eastwood, mi disse “Non c’è speranza contro il trapano. Birillo, ormai è troppo tardi, non li puoi più fermare”. Ma mentre lo diceva era chiaro che nè io nè lui, per quanto arduo il compito, avremmo desistito. Il secondo amico, un altro eccezionale alpinista, è invece perito in montagna lo scorso inverno. “Birillo, non ci sono più gli alpinisti di una volta purtroppo…” Mi aveva scritto. “Non preoccuparti: ne costruiremo di nuovi!” Gli avevo risposto, inconsapevole che, sebbene scherzando, quella era la mia curiosa ultima promessa ad un amico.

Pensando a questi ragazzi, agli Alpinisti del Futuro, ho però capito che ci sbagliavamo entrambi: non c’è bisogno di costruirli, di formarli. Forse sono una minoranza – gli alpinisti in fondo lo sono sempre stati – ma agguerrita e determinata. Sono più che in grado di trovare la via da soli, nonostante le difficoltà, nonostante i pericoli. Non solo, non hanno bisogno di noi vecchi brontoloni ed ammaccati nemmeno per azzittire i vari “Tromboni Genialoidi”, per evitare che questi, per ego e convenienza, asfaltino a cotimo la foresta in cui hanno bisogno di crescere prima di puntare alle grandi vette. Bene così! 

Davide “Birillo” Valsecchi

“Questo atto, questa decisione di strapparmi dell’automatismo imperante non è stato imposto, ma è frutto di ben precisa scelta e posso con esso ritrovare il bene più prezioso che è nato in me e di cui l’esistenza quotidiana mi sta lentamente, inesorabilmente privando: la libertà. In questo senso la montagna, la parete rappresentano per me l’ultimo spazio di questa nostra terra in cui l’uomo può ritrovare se stesso” Spiro Dalla Porta Xidias – tratto da “Alpinismo Perchè” di Marino Stenico (traduzioni Giovanni Rossi)  Pubblicato nel1981

Soldà  al Baffelàn

Soldà al Baffelàn

E’ venerdì sera ed ormai sono le dieci passate. Sul tavolo un caraffa di “CoppaAurora”, sulle ginocchia la nana che sorride, alle mie spalle, oltre le finestre della sala da Pranzo del Rifugio SEV, la Parete Fasana e poco distante la grande Onda del Corno Orientale e la via che porta il nome di mio nonno. Davanti a me, attraverso il buio ed una piccola folla, scorrono le immagini e le parole luminose di Ettore Castiglioni che, con il Gruppo del Berio, aiuta Einaudi e gli altri profughi a fuggire attraverso le Alpi verso la Svizzera. Ettore Castiglioni, compagno di cordata con Detassis sul Brenta, di Bonacossa in Patagonia, dello “Zio Vitale” sulla nord Badile. Per un istante mi perdo: forse sono le parole di Ettore, forse il sorriso della nanerottola che con due mani succhia felice un pezzo di pane, forse il travolgente intruglio alcolico rosastro dei Corni… per un istante l’alpinismo, qualsiasi cosa sia, mi sembra qualcosa di più importante, qualcosa che si spinge oltre il grado o le cime o le pareti delle montagne. Qualcosa la cui forza autentica trasforma gli uomini: una catarsi che li rende al mondo con uno sguardo ed una volontà capace di cambiare anche la storia. Prendere posizione nonostante la gravità, nonostante le avversità, tenere la posizione senza perdere equilibrio ed umanità. Reggere ed avanzare. Questo forse è un alpinista.

Leonardo è un ragazzo di Montecchio Maggiore, nel vicentino: è uno che arrampica forte e parla chiaro, decisamente chiaro. Per qualche strano motivo ci siamo scritti qualche rapido messaggio in passato e da allora mi capita di curiosare tra le fotografie delle sue salite tra le montagne ad oriente. Recentemente ha pubblicato una fotografia accompagnata da una severa critica nei riguardi di nuove vie sportive che, “col mitragliatore a spit”, tagliano vecchie linee perdute di Gino Soldà, a cui si rivolge con evidente affetto. “Esporsi senza protezioni”, tanto sulla roccia quanto nella vita, sembra una curiosa caratteristica naturale degli appartenenti alle tribù “NoSpit”. Da fuori non ce ne si rende conto, ma osteggiare l’avanzata del trapano significa spesso circondarsi di inamicizie e pericoli, isolarsi. Forse è anche questo che spinge a cercare conforto nelle parole dei fantasmi del passato, coloro che spesso ci accompagnano nel silenzio dell’incertezza.    

Le parole di Leonardo mi hanno spinto a cercare in un vecchio libro. Un libro che, attraverso Ivan Guerini,  mi è stato regalato da Giovanni Rossi. Un libro del 1981, all’epoca venduto al nostalgico prezzo di 12.000 Lire: “Alpinismo perchè – Confidenze e opinioni di alpinisti a Marino Stenico”. Un libro davvero particolare: oltre 80 alpinisti hanno risposto a questa domanda, di ognuno di loro è riportata la risposta, una foto ed un autografo.

Credo che a Leonardo, se già non possiede questo libro, faranno certamente piacere le parole di Gino Soldà:

Ciò che ricordo, già dai primi contatti con la montagna, è la gioia. Questa sensazione è sempre stata la protagonista indiscussa nei miei contatti con la montagna. Naturalmente questo stato d’animo ha avuto forme e tensioni diverse. Ricordo che la prima volta che ho avuto occasione di vedere la roccia da vicino (le Piccole Dolomiti) è stato nella primavera del 1919, quando avevo 12 anni, prima non si poteva andare in montagna, perché era zona militare in periodo di guerra. Sono andato con i miei compagni di scuola. Avvicinarmi alle montagne e alle rocce, mi sembrava di assistere alla rappresentazione di uno spettacolo molto piacevole, che mi dava una grande gioia. Non riuscivo assolutamente a capire le distanze che mi dividevano alle cime delle montagne e dalle varie pareti. Sfuggendo all’attenzione del maestro e sopravanzando i miei compagni, io correvo a tutto fiato verso i costoni che mi separavano dalla cima più alta della montagna, credendo di poterla raggiungere in brevissimo tempo, invece raggiunto il crinale del costone, vedevo che dalla cima mi separava prima un profondo vallone, poi altri costoni e altri valloni, ciò mi eccitava, avrei voluto superarli tutti di corsa per arrivare proprio a contatto con la Cima, senza paraventi davanti, come se la Cima fosse una misteriosa Dea; ma non potevo allontanarmi troppo, non ero libero di sognare, dovevo fare ritorno tra i miei compagni di scuola. La mia passione per la montagna che era nata piuttosto focosa ed esigente, non mi permetteva di rimanere in quel gruppo a contemplarla da lontano. Vicino al Passo c’erano le pareti, sulle quali durante la guerra da pochi mesi terminata, avevano issato gli alpini scalette in legno, scalette con corde di ferro, corde passamano per le cenge, utili a raggiungere postazioni di mitragliatrici sulle pareti. Tutto ciò destava in noi scolari molta curiosità e alcuni, sempre di nascosto, ci siamo buttati verso questa insolita avventura, perché la consideravamo un gioco attraente. Io mi lanciavo su per le scalette sempre di corsa anche se erano malandate dal tempo. I miei compagni mi seguivano per un po’; ma poi mi lasciavano andare, perché pensavano che fosse troppo pericoloso, invece io continuavo, salivo sempre più in alto, questo gioco mi piaceva molto, il vuoto mi eccitava e mi dava tanta gioia, probabilmente rispetto ai miei compagni io non avevo più coraggio, ma più incoscienza. Anche i miei primi approcci con vere pareti, a 16 anni, ma non può essere una ragione sufficiente, per affrontare tutto ciò che la montagna riserva a chi vuole misurarsi con lei fino ai limiti estremi. Io penso che questo desiderio di lottare con la montagna affondi le radici nei tempi, quando l’uomo viveva con la natura, aveva bisogno della natura e aveva necessità di dominarla per poter sopravvivere. Nell’uomo non si è mai spento l’amore per la lotta, per il rischio. Difatti un rocciatore sale volentieri sulla vetta della montagna per la via facile, ma preferisce salire per la via difficile per provare l’emozione del rischio e per l’aspirazione innata di salire sempre più in alto e sempre sul più difficile. La meccanizzazione per salire la roccia, io l’ho seguita da quando andavo in parete prima con le scarpe chiodate, poi con le pantofole dalle suole di sacco e con la corda della “liscia” (del bucato) senza chiodi, poi con i chiodi per sicurezza, (mai per appoggio. Ci si slegava e si passava dentro la corda). Più tardi io mi son fatto dei pezzi di ferro a forma di coda di porco, che dovevano servire da moschettoni, ma salendo certe volte la corda restava dentro, e certe volte veniva fuori, la sicurezza era quindi sempre incerta. Seguirono scarpette di manchon (pedule) veri moschettoni, ammesso l’appoggio sui chiodi, in qualche raro caso quando le difficoltà erano forti e in seguito, per superare difficoltà maggiori, si è cominciato ad usare le due corde. L’uso delle due corde è stato forse il passo più decisivo verso la meccanizzazione delle attrezzature per arrampicare. Avere una sola corda per salire uno strapiombo, e averne due, la differenza è enorme, perché con due corde, su una si resta appesi trattenuti dal compagno e l’altra libera si inserisce comodamente nel chiodo superiore, mentre con una sola corda durante l’azione di mettere la corda sul chiodo superiore, il peso del corpo bisogna sostenerlo sullo strapiombo con una sola mano, il che normalmente è piuttosto difficile. In seguito per gli strapiombi sono nate le staffe; le corde di canapa da 11 mm. sono state sostituite da quelle di nylon o perlon, perché le corde di canapa quando erano bagnate, passavano con molta difficoltà e richiedevano sforzi per passare attraverso i moschettoni in salita e rendevano la discesa problematica, perché non era possibile farle scorrere attraverso l’anello, quando si era fatta una corda doppia, mentre le corde di fibre artificiali scorrono in qualsiasi condizione di tempo e assicurano il ritorno a casa, e ciò è molto confortante. Anche le amache danno tranquillità nell’affrontare delle salite per le quali si prevedono dei bivacchi, perché non è necessario trovare un sia pur piccolo ripiano per evitare di passare la notte in piedi o su lacci di corda, dato che anche in pieno strapiombo è sufficiente trovare da piantare un paio di chiodi per l’amaca, però che tengano, mettersi dentro e se non fa troppo freddo, addormentarsi e riposare quasi come in un letto. Io dalla arrampicata libera, solitaria, senza corda (che sarebbe stata utile per un eventuale ritorno), seguendo la corrente, sono arrivato alla salita in artificiale, con mezzi tecnici sufficienti per superare pareti molto difficili, l’uso delle due corde, chiodi un po’ variati, due staffe fatte di tre ‘‘asole’’ fatte con cordini annodati, pedule con la suola di manchon, fino al 1937, poi dopo la guerra, la tecnica si è ancora evoluta: corde di nylon, chiodi di svariate misure, cunei, staffe con gradini rigidi e lunghe talvolta alcuni metri, scarpe con chiodi di gomma, e per i bivacchi amache, duvet con piumino d’oca, cordino per issare dalla base viveri e indumenti. Anch’io ho voluto provare questi ultimi ritrovati e assieme a Lothar Brandler e Wulf Schàfler di Monaco sono andato a ripetere la via degli Scoiattoli, sulla parete Nord della Cima Ovest di Lavaredo, la via dei tetti. E una grande salita, occorre forza, abilità, abitudine al vuoto, resistenza. Avevo 53 anni. All’uscita del grande tetto, ero un po’ stanco e, nel punto più faticoso, per superarlo, ho approfittato di ciò che offrivano i mezzi moderni, un seggiolino. Al momento di lasciare il Rifugio Locatelli per andare all’attacco Pepi, il gestore del Rifugio osservando i miei capelli che biancheggiavano, pensò di venirmi in aiuto e mi disse: «Cino (come pronunciano loro) prendi questa tavoletta, ti servirà, l’ha adoperata René Desmaison quando ha fatto la sua via sulla Ovest». Io senza molta convinzione la presi e poi mi accorsi che Pepi aveva veramente ragione, mi è servita per rimanere fermo seduto all’attacco dello strapiombo anche ore, finche il capocordata Schàfler superava il suo tratto di corda e si metteva in sicurezza, e poi per timore di sprecare troppe energie all’uscita del tetto che è il tratto più faticoso, approfittando della tavoletta, aggeggio semplice ma molto efficace, ho superato questa grossa difficoltà, seduto sul seggiolino. Ora io sono dell’avviso che quando i mezzi ci sono, vengono usati, prima per estrema necessità e poi per abitudine. Pensando che dal semplice chiodo per sicurezza e non per appoggio, si è arrivati gradatamente ad un così alto grado di artificialità, da passare su pareti strapiombanti e molto lunghe, con un certo conforto e un certo limite di sicurezza, penso che non si dovrebbe oltrepassare questo limite, già troppo avanzato e non abbandonarsi alla tentazione di fare dei fori artificiali sulla roccia, pur di non tornare indietro o pur di procurarsi maggiore sicurezza. Le attrezzature per fare i buchi verrebbero sempre più perfezionate e a mio parere sarebbero la fine dell’alpinismo. Come ripeto, con i mezzi artificiali siamo già troppo avanti; ma c’è ancora possibilità di misurarsi con la montagna, soprattutto quando si parte da una base sicura; ma per superare le difficoltà ci si innalza su chiodi malsicuri, si prova pian piano ad appoggiare il peso sul chiodo per vedere se resiste, poi si carica tutto il peso sperando che il chiodo non si levi, altri chiodi malsicuri, finché con un sospiro di sollievo non si arrivi a piantare un buon chiodo sicuro. Altre volte invece il chiodo si leva di scatto, un voletto più o meno lungo, e se tutto va bene, un brusco arresto a penzoloni nel vuoto, oppure una botta sulle rocce sottostanti. Quando tutto è andato bene, si ritenta di nuovo e se non si può proprio passare, allora si rinuncia. A questo punto, se invece di rischiare o ritornare, ci mettiamo a fare dei buchi artificiali, nei primi tempi saranno guadagnati e sudati e forse anche malsicuri, come talvolta è già successo, ma in seguito col perfezionarsi di questa tecnica, sarebbe come portarsi dietro un ascensore. Io trovo che il maggior fascino è dato dall’arrampicata libera, effettuata su tratti verticali o leggermente strapiombanti, esposti, con piccoli appigli, che per superarli occorra buona forma, abilità, equilibrio, coraggio. Questo modo di salire più d’ogni altro dà l’emozione, la sensazione, la gioia di arrampicare. Ricordo che dopo due bivacchi in parete sulla Nord della Cima Ovest di Lavaredo, il terzo giorno, nella parte alta della salita, abbiamo trovato una bella parete verticale con buoni appigli e mi è uscita spontanea un’esclamazione: finalmente si arrampica! Questo sfogo uscito genuino dall’intimo dell’animo, dà la misura della differenza tra l’arrampicata artificiale e l’arrampicata libera.

La Falesia che non c’è

La Falesia che non c’è

La sezione di Lecco “Riccardo Cassin” del Club Alpino Italiano, fondata il 30 giugno 1874, è certamente una delle più importanti a livello nazionale. E’ quindi facile comprendere come il loro Notiziario Sezionale, a differenza di quello delle sezioni più piccole, non sia un “ciclostile” in bianco e nero ma una vera e propria pubblicazione con cadenza quadrimestrale. Ogni “numero”, oltre alle comunicazioni della sezione, raccoglie articoli e racconti, sia contemporanei che storici, arricchiti da immagini e fotografie. Io, purtroppo, non ne possiedo nemmeno una copia cartacea ma, grazie alla potenza del web, è possibile accedere all’archivio on line dove, con qualche mese di differita, ogni numero viene ripubblicato in formato digitale. Qui potete trovare l’archivio on line: Archivio Notiziario Cai Lecco.  

L’ultimo notiziario reso ora disponibile sul web risale a Maggio 2018, sulla sua copertina fa bella mostra di sè il “Bivacco Ferrario”, l’astronave della Grignetta, ed all’interno della rivista è possibile rileggere la storia della sua costruzione.    

Tra quelle pagine, inaspettatamente, ha trovato spazio anche un articolo dedicato ai Corni di Canzo. Una riflessione, ponderata e precisa, su qualcosa che ha decisamente agitato gli animi alla fine del 2017. Confesso che per me, tutt’oggi, è ancora impossibile affrontare l’argomento con moderazione: la mia indole mi impedisce di soprassedere a certe cose. Tuttavia, visto che il mio pensiero è ormai ampiamente noto, ho pensato che fosse interessante riproporre qui, su questo piccolo blog che in “attesa” si è fatto silente, il pensiero altrui.   

Link Originale: Notiziario Cai Lecco 01/2018 

Riflessioni sulla nuova iniziativa dei Ragni al Corno di Canzo Occidentale
(Sergio Poli)

Negli ultimi mesi del 2017 sono apparsi sulla stampa locale diversi articoli che parlavano di una “nuova falesia sui Corni di Canzo” in via di realizzazione da parte dei Ragni di Lecco. La falesia si sarebbe chiamata “K90”, in onore dei 90 anni di fondazione dell’industria lecchese Kapriol, leader nella produzione e commercializzazione di attrezzature e abbigliamento da lavoro, che sponsorizza l’attività di alcuni Ragni.

Sembra impossibile che ci siano pareti, o almeno porzioni di esse, ancora non vergini sulle montagne attorno a Lecco, dopo decenni di sistematiche esplorazioni di ogni struttura rocciosa e di apertura di vie sempre più difficili, in luoghi dove un tempo nemmeno si pensava di poter passare. Eppure, ogni tanto salta fuori qualche sorpresa, come questa.

Infatti, sorpresa è stata: proprio sulla conosciutissima parete sud del Corno Occidentale, una struttura in magnifica dolomia, già attraversata dalla “Ferrata del Venticinquennale”, i Ragni hanno visto la possibilità di realizzare una serie di vie d’arrampicata di grande difficoltà, che nell’insieme avrebbero formato una falesia di tutto rispetto anche in un territorio già quasi saturo come il nostro.

I Corni di Canzo rappresentano di per sé un pezzo di storia dell’alpinismo lecchese, e più propriamente valmadrerese: sulle pareti dei Tre Corni – che in realtà sono quattro, comprendendo a pieno titolo il Corno Ratt – sono state aperte decine di vie di tutte le difficoltà, sia classiche che moderne e sportive, e quel gruppo montuoso ancor oggi è un banco di prova di tutto rispetto per chi vuole confrontarsi con le proprie capacità arrampicatorie. Basti sfogliare il bel volume “L’Isola senza nome’ uscito nel 2005 a cura delle Sezioni CAI di Oggiono e Valmadrera, ripubblicato e aggiornato nel 2015 con le nuove vie, per rendersene conto.

Dicevamo anche della Via Ferrata del Venticinquennale: realizzata dal CAI Canzo nel 1972 sul Corno Occidentale per celebrare i 25 anni della fondazione della locale sezione, viene percorsa da centinaia di appassionati ogni settimana e rappresenta una delle vie ferrate più frequentate di Lombardia. La ferrata è stata quasi completamente ridisegnata nel 2008: il tracciato originale percorreva, nel tratto intermedio, l’ampio zoccolo che taglia orizzontalmente il Corno, mentre nella nuova versione compie un lungo traverso in piena parete, aggiungendo notevole difficoltà tecnica, e interesse alpinistico, all’itinerario.

Fin qui la storia. Tornando alla “falesia”, le cronache raccontano di una scoperta quasi casuale di quel settore di parete, grazie al rinvenimento di chiodi lasciati da qualcuno durante precedenti tentativi di apertura delle vie. Ma questo è alla base del gioco dell’arrampicata: da sempre, come diceva qualcuno, “le montagne sono lì”, è l’uomo che le vede con occhi diversi, non più come grossi sassi inerti ma come mondi inesplorati da conoscere e sui quali provare a divertirsi. Logico quindi che qualcuno abbia pensato di salirci senza farsi troppe domande, tanto più che su quel sasso in particolare c’era già una via ferrata molto conosciuta.

E così che ha sempre funzionato l’arrampicata in ambiente: si trova una bella parete e ci si prova a salire, esprimendo così la propria libertà creativa. Semplice.

Detto fatto, i Ragni hanno iniziato ad attrezzare una via lungo la parete, proprio sopra la via ferrata, come primo itinerario della futura falesia, che stando ai programmi avrebbe dovuto arrivare a 15-17 tiri in totale, di difficoltà crescente. Fin qui, niente di diverso dal solito, si è sempre fatto così.

Invece, qualcosa di diverso c’è: ci sono delle tutele che riguardano l’interesse di tutti.

Anzitutto, c’è una considerazione da fare sulla proprietà: un conto è aprire una via come libera espressione della propria libertà, un “atto unico” conseguenza di un momento di creatività, un altro è pianificare e realizzare una serie di vie, magari attrezzandole dall’alto, creando una struttura permanente destinata ad un uso collettivo. E’ la stessa differenza che c’è fra salire un giorno su un albero e realizzare nel bosco un jungle-rider park. In questo secondo caso, è difficile pensare di non dover chiedere il permesso al proprietario dell’albero. Specialmente se l’albero, pardon, la parete, come tutto il versante sud del Corno occidentale, è proprietà di Regione Lombardia, cioè di tutti noi.

Altra considerazione: l’intera foresta regionale, compresa quindi la parete del Corno, appartiene alla rete europea Natura 2000 in quanto ZPS – Zona di Protezione Speciale – “Triangolo Lariano”, cioè è tutelata come zona importante per l’avifauna. Nella vicina foresta e sulle pareti sono infatti stati segnalati falco pecchiaiolo e pellegrino, nibbio bruno, allocco e picchio muraiolo, oltre al rarissimo succiacapre. E sicuramente la frequentazione della parete da parte degli alpinisti, compresi i fruitori della ferrata, può dar fastidio ai rapaci e agli altri uccelli che vivono nell’area. Gli alpinisti sanno che su un’altra parete della zona, quella del Buco del Piombo sopra Erba, l’arrampicata viene vietata nel periodo di nidificazione del falco pellegrino.

Ancora: le rocce calcaree ospitano un tipo di vegetazione particolare, ricca di specie rare ed endemiche quali la peonia, la primula di Lombardia, l’erba regina, che nel loro insieme costituiscono un habitat piuttosto delicato e raro, che va giustamente tutelato e protetto. E ancora una volta, il ripetuto passaggio di persone in ambienti così fragili può rappresentare una seria minaccia per la sopravvivenza di queste specie.

Infine, esiste un imprescindibile tutela, quella della sicurezza e incolumità delle persone che frequentano la montagna: le vie in progetto dovrebbero tutte attraversare – e letteralmente incrociano – l’esistente traverso della via ferrata, creando potenziale pericolo per caduta di sassi, oggetti e magari persone che volano sulla testa dei passanti, ma soprattutto inediti grovigli fra corde di alpinisti e imbraghi di ferratisti, con conseguenze facili da immaginare. Una cosa tecnicamente improponibile, mai vista finora su nessuna parete, e vista come molto negativa dalle scuole di arrampicata delle sezioni CAI della zona.

Tutte le considerazioni esposte sopra valgono anche per la ferrata, che anzi porta in parete molte più persone all’anno rispetto alle poche decine in grado di salire le difficilissime vie d’arrampicata. Ma la ferrata c’è dal 1972, esisteva già da trent’anni quando la foresta venne dichiarata ZPS nei primi anni 2000, quindi non si può pensare di chiuderla: è arrivata prima della tutela. AI limite, si potrebbe pensare ad una sua regolamentazione, almeno nel periodo di nidificazione – tipo Buco del Piombo – non certo ad una chiusura. Sembra corretto dunque non aggiungere disturbo a disturbo, evitando di realizzare una nuova falesia che fatalmente aumenterebbe la frequentazione dell’area.

Anche il CAI nazionale in diversi documenti (dal Bidecalogo in poi) scoraggia la proliferazione delle vie ferrate, imponendo un’attenta manutenzione di quelle già esistenti, sia in termini di sicurezza che di inserimento ambientale. Insomma, le ferrate sono tollerate, ma non certo caldeggiate. E non si può che essere d’accordo con questa visione: forse le ferrate hanno fatto il loro tempo.

La vicenda della ipotizzata falesia sul Corno offre lo spunto per una riflessione moderna sul rapporto uomo / montagna, alla luce di un nuovo modo di vedere il territorio montano: non più esclusivo terreno di gioco per pochi, ma prezioso angolo di tutela della natura per tutti. Ci auguriamo che i Ragni di Lecco, con il grande prestigio e autorità di cui sono eredi, siano i primi a rendersene conto.

[Tramonto d’inverno nella suggestiva solitudine serale del Corno Occidentale (2013). La famosa falesia avrebbe dovuto sorgere sulla piccola parete sotto questa pianta. Non serve forare la roccia se davvero si desidera arrampicare su quella parete. Serve pazienza, amore e rispetto. La bellezza non esige rumore. Davide Birillo Valsecchi

Corni Yosemite Style

Corni Yosemite Style

A Finale Ligure c’è un bel po’ di maretta recentemente: numerose associazioni locali hanno dato vita ad una sentita protesta contro l’apertura di nuove vie di arrampicata sportiva. In un’area dove esistono già oltre 3000 vie si contesta l’uso eccessivo del trapano e la volontà, ormai dichiarata, di trasformare tutta l’area in un “Parco Outdoor”, in un’attrazione turistica sportiva dotata di parcheggi interrati ed amenità simili. Onestamente non sono mai stato a Finale e non mi esprimerò su qualcosa che non conosco, specie laddove non sono indigeno.

Tuttavia la vicenda di Finale, per alcuni aspetti, ricorda quanto accaduto ai Corni di Canzo alla fine del 2017. Un improvviso ed invasivo “progetto” di chiodatura sportiva sul Corno Occidentale: quindici nuove vie, annunciate sui giornali, per un’estemporanea falesia realizzata al fine di celebrare l’anniversario di uno sponsor. Anche nel nostro caso le Associazioni locali si sono riunite, si sono confrontate ed hanno espresso nero su bianco le proprie osservazioni contrarie. Le autorità che presidiano la ZPS dei Corni (Zona Protezione Speciale), anche a seguito delle osservazioni raccolte, hanno bocciato il progetto: oggi non resta che decidere come comportarsi con le vie già realizzate prima che esso fosse reso pubblico. In particolare quelle linee che tagliano pericolosamente il traverso della ferrata del Venticinquennale. 

Incontrarsi è stata sopratutto l’occasione per valutare l’approccio migliore per l’Isola Senza Nome, per garantire la libertà di arrampicare nel rispetto della tradizione e dell’ambiente.  Sul Bidecalogo del CAI, ad esempio, è riportato chiaramente un principio di condotta per la realizzazione di nuove vie: “La costruzione artificiale di itinerari di arrampicata mediante perforazione della roccia sarà limitata alle pareti che già si sono prestate naturalmente, in passato, all’esercizio dell’arrampicata sportiva perché situate in prossimità di punti d’appoggio, pur appartenendo a strutture della cresta alpina.[…] L’apertura di nuovi itinerari di scalata dovrà basarsi sulla struttura naturale della montagna e sul rispetto delle vie logiche di salita. L’uso dei mezzi artificiali che comportano la perforazione della roccia dovrà essere evitato o limitato a casi straordinari, simili a quelli in cui essi sono stati tradizionalmente tollerati, ossia ai casi in cui essi consentono il superamento di brevissime interruzioni della linea di salita naturale, e ai casi di emergenza.” Un discorso sensato e che per questo ha portato anche la Commissione Centrale del CAI per la Tutela Ambiente Montano (TAM) ad esprimersi sulla questione dei Corni.

Da molti il Bidecalogo è considerato un’anacronistica presa di posizione dei cosiddetti “Caiani”, tuttavia queste persone dovrebbero visionare il regolamento dello Yosemite Park: uno dei templi dell’arrampicata nella terra della libertà.

Yosemite, politica di chiodatura (bolt) e nuove vie (Link): «le perforazioni per il posizionamento di protezioni per l’arrampicata sono permesse in Yosemite, purché siano fatte a mano. Perforazioni realizzate con il trapano sono proibite. Il National Park Service non ispeziona, non effettua manutenzione o riparazioni alle protezioni o alle altre attrezzature da arrampicata all’interno del Parco. Al di là di questa semplice regola, c’è una forte etica nella comunità in Yosemite. Se hai intenzione di effettuare perforazioni per una nuova via o di alterarne una esistente, parla con gli scalatori locali che hanno familiarità con la storia e le tradizioni di percorsi in Yosemite prima di alterare definitivamente la parete rocciosa. Nessuno vuole vedere la roccia danneggiata da protezioni posizionate e tagliate. Il “Giardinaggio” (il nome dato alla rimozione della vita vegetale nelle fessure) non è permesso in Yosemite. Molti alpinisti rimuovono occasionalmente erba o foglie per posizionare una protezione o trovare una presa, ma questo non è nulla in confronto al danno grave che si provoca creando una nuova via. Il danno causato dalla creazione di una nuova via è di gran lunga superiore a quello causato da ogni ripetizione successiva. Se stai pensando di crearne una nuova, chiediti: “Questa via vale il danno che provocherà?” “È una linea classica che gli altri apprezzeranno arrampicare, oppure sono semplicemente interessato a realizzare la mia via?” “Cosa penseranno gli scalatori da qui a cinquant’anni di questa via o di questo fittone?” “Ci sono già migliaia di percorsi in Yosemite, forse conviene provarne qualcuno prima di lasciare un nuovo segno nella natura selvaggia dello Yosemite”. Le ragioni: la maggior parte delle aree di arrampicata dello Yosemite si trovano in aree desolate e in queste aree non sono ammessi oggetti motorizzati, inclusi i trapani. Oltre a questo mandato del Congresso, il parco ha interesse a limitare gli impatti dall’arrampicata consentendo agli scalatori di godersi il parco. La regola risultante consente agli scalatori l’insolito privilegio di modificare permanentemente le scogliere di granito di Yosemite aggiungendo “spit” nel luogo prescelto, ma limita intrinsecamente il numero di tali “spit” richiedendo che vengano forati a mano.»

Idee semplici, ma efficaci: “SenzaTrapano”. L’Isola Senza Nome, negli ultimi dieci anni, ha rimarcato la propria natura consolidando una consuetudine che l’ha sempre caratterizzata e che oggi è ampiamente accettata e rispettata. L’ultima via con protezioni fisse realizzata sul Corno Occidentale è stata aperta rigorosamente dal basso, con spit a mano e realizzata da due veterani, all’epoca sessantenni, appesi in parete sui cliff e staffe. Tutte le altre vie recenti sono state aperte, sempre dal basso, senza lasciare traccia permanente.

Credo sia una piccola grande soddisfazione sapere che sull’Isola vigano le stesse regole etiche della Yosemite Valley e che allo stesso modo esista una comunità locale, agguerrita ed indomita, capace di esporsi a tutela del proprio territorio.

Purtroppo questa consapevolezza non si è ancora diffusa in tutto Triangolo Lariano. Oggi, approfittando della giornata piovosa, ho portato i Tassi a vedere la via “Molteni Valsecchi” ed il “Diedro Scarabelli” alla muraglia del Buco del Piombo. Nella Yosemite Valley, da regolamento, le corde fisse sono da considerarsi “abbandonate” se lasciate incustodite per più di 24 ore, i Ranger sono autorizzati a rimuoverle e sequestrarle. Nel Parco della Valle Bova c’è ormai un fiorire di ghirlande e piastrine: “cantieri” che saranno forse un giorno “liberati”. Da quando l’accesso al pubblico è stato interdetto anche la grande volta del Buco del Piombo, carica di storia e valore naturalistico, ancora ufficialmente inaccessibile persino agli speleo, è ormai sempre più tempestata di piastrine e rinvii appesi: tutto questo mentre le grandi classiche sono sempre più abbandonate a se stesse. 

Il diffondersi di una cultura richiede tempo mentre il trapano a batteria consuma spazi con ritmi incredibilmente incalzanti, spesso in modo irreversibile. Tuttavia possiamo e dobbiamo vigilare esprimendo, a volte anche con una punta di coraggio, il giusto disappunto affinché attecchisca un’etica moderna nell’utilizzo delle risorse naturali del nostro territorio.

Davide “Birillo” Valsecchi

Most of Yosemite’s climbing areas are in designated Wilderness and must remain “without permanent improvements or human habitation… with the imprint of man’s work substantially unnoticeable.” Wilderness, and climbing in particular, is not intended to be convenient or easy (ironically that’s why many are drawn to it). Please do your part to maintain Yosemite’s wildness. In 2001 volunteers and rangers removed over four thousand feet of trash rope from Yosemite’s walls, not including a few thousand feet of junk rope from the Heart Ledge rappels by conscientious climbers.

TPR – Crucifx in Lecco

TPR – Crucifx in Lecco

In questo periodo vorrei essere invisibile. Invisibile e muto, soprattutto per quanto riguarda la montagna, l’alpinismo o l’arrampicata. Sono fuori forma, demotivato, stravolto dalle delusioni, dalle liti e dai lutti. Vorrei essere un “osservatore”, esterno ed ininfluente, ma ahimè la mia natura mi impedisce di stare a guardare. Acciacchi ed ammaccature dell’anima sono lì a testimoniarlo. Ma è difficile essere malinconico quando hai sposato una bergamasca: ho cercato di accampare scuse, di declinare, ma è stata irremovibile: “Fuori di casa! Vai a vedere qualcosa di bello!”. A Lecco, per le celebrazioni dei 40 anni del Gruppo Gamma, c’è una serata con Tom Randall al Cinema Teatro Palladium. In effetti non ho ben chiaro chi sia, l’unico riferimento a mia disposizione è un commento del Guerra – “Ma neanche Randall!!!” – pronunciato fuori campo nel leggendario filmato manifesto “Asino affamato non teme bastone” degli AsenPark. Certo, può sembrare una referenza da poco, ma non lo è: quella clip è un capolavoro! Così sono salito fino alla frazione di Castello, da solo, perchè la maggior parte degli Tassi era presa in chissà cosa. Solo, demotivato, in mezzo agli scalatori lecchesi: il bello di questi eventi è la possibilità di incontrare gente, di condividere, ma come viverli questi eventi quando non hai voglia di parlare con nessuno? Ma ho i capelli corti, sono senza barba, vestito in modo anonimo. Cambio postura, mi faccio silenzioso, morbido ma rapido, sgattaiolo “un-social” dentro il teatro scivolando tra una moltitudine di facce note. Chissà, forse sono davvero diventato invisibile perchè nessuno mi riconosce, neppure gli amici. In parte mi sento in colpa, quasi sleale, ma in effetti è quasi divertente essere serenamente una nullità in incognito …anziché quello fastidioso del blog ignorante che bozza con tutti. Solo la ragazza alla cassa mi riconosce e saluta. Biglietto alla mano mi dileguo tra le tende dell’ingresso e tra le file di poltroncine scelgo quella meno probabile, in un angolo tra il muro e la balaustra. Mi siedo a testa bassa aspettando che le luci si spengano: forse ce l’ho fatta! Poi volto lo sguardo e, accanto a me appoggiato al muro, c’è un ragazzo con una bella faccia ed i capelli corti. Sorrido, mi sono piazzato proprio accanto a Tom Randall: il destino non mi lascia in pace. Lo saluto con un cenno della mano, un sorriso reciproco, ma nulla più. Quando mi giro nuovamente al suo fianco c’è anche Luca Calvi, il “traduttor cortese”. Io e lui non ci siamo mai incontrati di persona, ma da tempo mi riprometto di andare in città a conoscerlo. Quando ho saputo che avrebbe condotto la serata volevo scrivergli, ma poi avevo desistito: immaginavo che accompagnando Randall non ci sarebbe stata la giusta occasione di trovarsi. Invece era lì, a mezzo metro da me aspettando che la gente entrasse in sala. Così non ho potuto fare altro che raddrizzare le spalle, sfilarmi il “mantello dell’invisibilità” ed alzarmi in piedi: “Ciao Luca!”. Così, neanche a farlo apposta, mi sono ritrovato a chiacchierare con Luca Calvi e Tom Randall. Pasticcio con il “diesel” del mio inglese agitando le mani mentre Luca rattoppa le parole che mi sfuggono. Luca mi presenta come “uno dei più esperti delle piccole montagne al di là del lago”. Io vorrei protestare tanto per “esperto” quanto per “piccole” ma Luca conclude la sua frase con “soprattutto grande appassionato di roccia di merda”: rido, arrendendomi alla verità. Racconto loro che sono diventato papà da poco, che per questo sono praticamente “fermo” da mesi e che ho messo su quasi 15kg. Curiosamente Tom ci racconta che qualcosa di simile è accaduto anche a lui con i suoi due figli. “Ma si riesce a tornare in forma?” Lui sorride rincuorandomi “Sì, con un po’ di impegno ma ci si riesce!”. La sala comincia a riempirsi, non voglio correre il rischio di monopolizzarli: così regalo loro un adesivo dei Tassi e li saluto. Torno a sedere indossando nuovamente i panni dell’osservatore. Mi aspettavo una processione ma solo un “grande vecchio” si fa avanti accompagnato dal prevosto: ”Questo è Rusconi, dei Cinque di Valmadrera…”. Mi godo lo spettacolo di questo incontro storico. Poi passa il presidente dei Gamma ed il Panz… vorrei salutarlo, fargli complimenti per il Cerro Torre… ma non riesco: lo conosco troppo poco e sono troppo debole per affrontare la parte “difficile” di quella storia. Lascio che il tempo scorra, perchè a volte quando non si sa cosa fare conviene semplicemente non fare niente …forse. I Protagonisti salgono sul palco e partono gli applausi. Poi una nota di servizio “C’è una panda bianca, i primi numeri di targa sono N5, che deve essere assolutamente spostata” Nella sala tutti si guardano ma nessuno si muove. Poi un noto gigante biondo con gli occhiali si alza con le spalle curve e penitente si avvia verso l’ingresso mentre parte un applauso divertito. Quel ragazzone mi è sempre simpatico. L’attenzione torna sul palco dove il Presidente dei Gamma, con un gesto semplice ma carico di significato, consegna a Luca Calvi una targa come ringraziamento per l’aiuto e la competenza offerta ai Gamma in tutti questi anni. Luca, sorpreso ma onorato, ringrazia i presenti rimarcando come consideri il territorio lecchese una delle principali “Università d’alpinismo” al mondo. Sono davvero contento per Luca ed il suo discorso mi strappa un pensiero buffo. “Bene Birillo, con un’Università intera a disposizione tu ti sei iscritto per un dottorato alla facoltà ‘Rovi, Zecche e Roccia di Merda’. Come sempre ottima scelta! Bravo!”. Le luci si spengono e parte un racconto a due voci e due lingue che spazia dalla claustrofobica cantina di Tom alle incredibile architetture rocciose dello Utah. Osservo la bellezza di quel deserto: “Utah era il nomignolo dispregiativo con cui i surfisti prendeva in giro Keanu Reeves in Point Break… c’è una certa ironia in tutto questo”. Tom racconta di un episodio in cui, per necessità, è stato costretto a slegarsi per uscire dal tiro. Racconta questo aspetto, e lo rimarca, perché suggerisce a tutti di “sperimentare” il Free Solo soprattutto per padroneggiare il giusto allenamento mentale quando questa “strategia” diventa l’unica possibile per tirarsi fuori dai guai. Rimarca poi come questo suo “progetto” sia il coronamento di dieci anni di intensi allenamenti chiuso “in cantina”, di come ci stia “lavorando” da tre anni e che, se mai sarà possibile concluderlo, richiederà probabilmente altri tre anni. Lo ascolto apprezzando il valore che riesce ad attribuire al tempo, alla dedizione, alla pazienza ed alla rinuncia. Poi mi sorprende e per un secondo mi spiazza “Racconto tutto questo sopratutto perchè questa mia storia possa ispirarvi, possa aiutarvi nella vostra ricerca di qualcosa egualmente importante per la vostra vita”. Mi sfugge un sorriso consolante che risuona armonico con l’eco di qualcosa che avevo scritto tempo fa “Tu devi pensare a coloro che si infileranno tra i rovi, in qualche merdoso angolo sperduto dell’Isola Senza Nome, solo per tentare un tuo vecchio monotiro trad.… Tra vent’anni, trovandoti qui al bar, verranno speranzosi e titubanti a raccontarti di averla ripetuta, ringraziandoti emozionati per l’esempio e l’ispirazione che hai saputo regalare loro.“ . Forse sono uno stupido, ma le mie idee non sono poi tanto insensate. Chissà, forse se sapessi arrampicare anziché appendermi ai ciuffi d’erba tutto sarebbe diverso… o forse no. Le luci si accendono, i ranghi si sciolgono. Nessuno fa domande pubbliche a Tom, ma a piccoli gruppetti tutti iniziano ad avvicinarsi ansiosi di chiedere e sapere. Ora per tutti è tempo di festa, per me il momento di sparire. Conto i passi nell’atrio e sono tra le ombre dei vicoli: “Birillo? Birillo non è mai stato qui: non è mai esistito. E’ una bugia!”. Traffico con i cavi ed i fusibili, accendendo la mia Subaru scassata. Apparteneva a mia madre e a fine mese saranno dieci o undici anni che lei non è più qui. Io, Clark Kent e Bruce Wayne non siamo poi tanto bravi nel gestire i traumi emotivi: forse dovrei sbarazzarmi di questo rottame… o forse dovrei restaurarlo una volta per tutte. A volte sono presente, aggrappato nel tessuto stesso della realtà. Altre volte sono sospeso, aleggio in un vuoto confuso… Chissà, speriamo sia l’età. Lo stereo si anima mentre il solito cd, incastrato da circa cinque anni, inizia a suonare: “Life won’t wait”. No, la vita non aspetta. Forse anche per questo Andrea è nata prima del tempo: si era stancata di vedere suo padre aspettare? Silenziosamente ringrazio mia Moglie ed i Gamma per avermi spinto fuori casa. “Non c’è limite all’efficienza di un uomo con la giusta dedizione” curiosamente, attraverso cammini diametralmente opposti, siamo arrivati alla stessa conclusioneGrazie Tom: sì, sei stato di grande ispirazione. Sul Calcare dell’Isola non abbiamo fessure come le tue, i friend camminano ed i nut spaccano la roccia: ma non è questa la grande ispirazione che hai saputo regalare. Grazie Gamma: queste serate sono gioielli preziosi.

Davide “Birillo” Valsecchi

Tom Randall, Luca Calvi, Giovanni Spada (Presidente Gruppo Gamma)

Per chi comprende l’inglese questo è un bel video di Randall

Indole Irruente

Indole Irruente

“La tua irruenza mi spaventa” – mi ha confidato una persona speciale tempo fa – ”quando invece prima conti almeno fino a 1000 allora la combini sempre giusta”. Io al contrario mi sento più spesso prigioniero della razionalità e del cinismo che mosso da un incontenibile slancio impetuoso. Tuttavia, alle volte, una parte di me sembra autonomamente rispondere ad un imperativo, ad un richiamo superiore: quasi senza volerlo mi ritrovo protagonista di uno slancio generoso, “fosse anche solo un sogno matto”. In modo piuttosto divertente credo la parte migliore di me sia quella su cui ho il minor controllo: quella irruente, quella che si accende e fa le cose semplicemente perché ritiene giusto farle.

In questo modo è nato il libro: ”Senzatrapano – Eroici Alpinismi Inutili”. Figlio di una fulminea ondata di furia, lucida ma incontrollabile, quasi irrazionale ma consapevole. Il libro, letteralmente, si è “fatto da solo”. Un atto creativo di cui sono artefice più che artista. Quasi stupito ho in mano le prime copie e, meravigliato del risultato, lo osservo come se fosse l’opera di qualcun altro: onestamente, in quest’ottica, credo sia un libro decisamente straordinario.

Sì, credo sia un libro importante, ma non perché l’ho scritto io o perché sono parte delle storie che vi sono raccontate. No, anzi. Sono un mediocre scrittore ed un mediocre alpinista, ma è proprio questo che permette al messaggio di fondo di emergere limpido ed irruente. Scomodo ma affascinante.

Non è un mistero, ho “costruito” il libro per “sistemare una faccenda” ai Corni di Canzo, ma solo dopo mi sono reso conto di come il messaggio, l’imperativo racchiuso nelle sue fondamenta, sia qualcosa di molto più importante di un semplice “regolamento di conti” tra bande. In realtà è un messaggio destinato ad orizzonti ben più grandi e che può risuonare, vibrando in una eco che si propaga, tra valli e montagne ben più ampie.

Sono racconti semplici, quasi banali. Salite senza gloria, senza importanza (anche se sono importanti per me: visto che in quasi tutte ci ho rischiato la pelle!!). Non c’è nulla di veramente speciale, o meglio: niente di “quello che c’è” dovrebbe apparire speciale. Già, è un libro su una normalità che dovrebbe essere diffusa e che invece oggi appare come atipica. Già, perché oggigiorno, soprattutto per la maggior parte dei giovani, arrampicare senza trapano, senza una relazione, senza un filotto di fittoni preconfezionati, è qualcosa di atipico, fuori dagli schemi, quasi ribelle. In realtà dovrebbe essere esattamente il contrario: anzi, è sicuramente il contrario!

Il bello del libro è proprio questo: una persona qualunque (anzi piuttosto scarsa) che fa cose normali, ma che nella visione contemporanea rischiano di apparire “stra-ordinarie”, specie se confrontate con opere di “carpenteria acrobatica” oggi tanto in voga. Leggendolo si respira una libertà scanzonata, carica di quesiti inutili, da risolvere abbandonandosi semplicemente, ma con una punta di coraggio, alla passione ed alla curiosità.

Perché credo sia un buon libro? Perché dopo averlo realizzato, dopo essermene “liberato”, si è riaccesa in me una scintilla che non sentivo da tempo: con un sorriso ho guardato le pareti all’orizzonte ed ho fantasticato sulle prossime salite, sui desideri inespressi, sulle idee bislacche e sugli slanci futuri. Fantasie magnifiche, che nemmeno sospettavo di desiderare nonostante fossero sempre state lì, davanti al mio naso, tra le pieghe nella luce obliqua del tramonto. “Ti apre nuovi occhi e ti accende i sentimenti.” Se questo libro vi donerà lo stesso effetto, beh, allora sarò ansioso di ascoltare le vostre storie!

Davide “Birillo” Valsecchi

Indice dei Racconti nel Libro:

1) Antefatto (2) Via Cassin Pizzo d’Eghen (3) Panzeri al Castello D’Erna (4) Terror Crest (5) Il giorno in cui Bonatti se ne andò (6) Avventura ed Esplorazione (7) Stellina (8) Onda D’Ombra (9) Cimitero di Lumachine (10) Birillo’s Crack (11) La via del Teo (12) Cuori Infrangibili (13) Indietro non si torna (14) Via Fasana Parete Fasana Corno Centrale (15) Fasana: viaggio ad occidente (16) L’epopea degli eroi di cartone (17) Figli di un Alpinismo Minore (18) Meritevole di diventare una Classica (19) L’assassinio dell’impossibile (20) La Parete del Tempo Perduto (22) Another Day in Moregallo (23) Pizzo dei Tre Signori: via del Caminetto (invernale) (24) Pace in tempo di Guerra (25) Moregallo: Via Buontempo (26) Bienvenido Hotel Cornifornia (27) I Sogni degli altri (28) Conclusioni

“SENZATRAPANO” è disponibile su Amazon.it sia in formato eBook che stampato in formato cartaceo tradizionale (copertina flessibile)

Leggende e racconti delle tribù ribelli, di coloro che si sono spinti nei territori d’avventura dell’Isola Senza Nome, le misteriose e severe montagne strette tra i due rami del lago di Como. Storie di alpinisti famosi e di giovani sconosciuti, di vita che scorre intensa scivolando tra il vuoto e la roccia. In questo libro sono raccolti i racconti di venti salite: ripetizioni eccellenti e nuove vie, tutte vissute inseguendo l’avventura nel rispetto dell’etica e della storia. 

 

SENZATRAPANO

SENZATRAPANO

Eroici Alpinismi Inutili: Io vivo ai piedi delle montagne che noi indigeni chiamiamo l’Isola Senza Nome. Sono le montagne strette tra i due rami del Lago di Como, ma potrebbero essere una qualunque tra le mille montagne poco importanti che sanno essere speciali per qualcuno. Un giorno due alpinisti, due arrampicatori italiani di fama mondiale, sono venuti sulla nostra montagna. Eravamo entusiasti! Ansiosi di scoprire quali meraviglie avrebbero saputo mostrarci! Ma tutte le nostre aspettative si infransero presto. Senza chiedere niente a nessuno si sono calati dall’alto, dal sentiero delle capre, e con il trapano hanno mitragliato una povera parete di 30 metri per 30 con un’asfaltata di 40 fix. Poi sui giornali hanno scritto che quella falesia, senza anima e costruita in tre giorni di cantiere, era un regalo per noi “offerto” dal “loro” sponsor. “Senza soldi pubblici permettiamo a persone di tutte le età di arrampicare”. Questo era il loro motto. Eravamo stupiti, increduli! Prima che ci “permettessero” di arrampicare, sulla nostra montagna c’era solo roccia e vuoto: tutto ciò di cui il nostro cuore aveva davvero bisogno. Ho provato a scrivere lettere di protesta, a chiedere un dialogo, ma l’unica risposta che ho ottenuto è stata quella da parte del loro avvocato.

Trapano, Pubblicità, Avvocati. La nostra visione della montagna era ed è fatta soprattutto di rispetto. Rispetto per la natura, per gli altri alpinisti, per la storia, per le generazioni future. Un rispetto che le difficoltà trasformano in solidarietà, in fratellanza. Un rispetto che, prima di cellulari ed elicotteri, era l’unica salvezza possibile. Vedere per essere visti, salutare per essere salutati, riconoscere per essere riconosciuti. Ora l’arrampicata va di moda, va alle Olimpiadi: forse perché ora gli arrampicatori non hanno più il coraggio di scalare l’Olimpo come titani, forse perché ora inseguono oro e argento anziché un posto accanto agli Dei.

All’improvviso mi sono sentito vecchio ed ho pensato alle future generazioni ed alle loro domande: “Dove eravate voi mentre tutto questo accadeva sulle nostre montagne?!”. Così ho deciso di fare qualcosa di assolutamente anacronistico: scrivere un libro. Già, in fretta e furia, perché in qualche polverosa soffitta restasse una traccia, un segno, una testimonianza delle piccole, disperate e disperse tribù che, ognuna sulle proprie insignificanti montagne, hanno provato forse inutilmente a resistere all’invasione delle “rock-star” con il trapano a batteria.

Davide Birillo Valsecchi
Nostromo dei Tassi del Moregallo

“SENZATRAPANO” è disponibile su Amazon.it sia in formato eBook che stampato in formato cartaceo tradizionale (copertina flessibile)

Leggende e racconti delle tribù ribelli, di coloro che si sono spinti nei territori d’avventura dell’Isola Senza Nome, le misteriose e severe montagne strette tra i due rami del lago di Como. Storie di alpinisti famosi e di giovani sconosciuti, di vita che scorre intensa scivolando tra il vuoto e la roccia. In questo libro sono raccolti i racconti di venti salite: ripetizioni eccellenti e nuove vie, tutte vissute inseguendo l’avventura nel rispetto dell’etica e della storia. 

L’incontro e la montagna

L’incontro e la montagna

(LucaPenna) Tempo fa Davide mi disse “hai fatto la tua prima uscita con il vecchio, devi scrive l’articolo!”, in effetti qualche settimana è passata… forse qualche mese, ma non importa il tempo è soggettivo, dipende dalle tue emozioni e da quanti pensieri “disturbanti” attraversano la tua routine e ti danno il senso del vivere, per cui semplicemente stasera è il tempo giusto.

Comunque, facciamo qualche premessa. Non ho mai scritto i miei pensieri o raccontato le mie esperienze, per cui abbiate pazienza se esprimo con la pochezza delle parole il treno in corsa del mio vissuto.

Conosco Davide da un’altra vita, recentemente ci siamo ritrovati a mangiare e bere da amici, in quell’occasione gli raccontai del mio “ravanare” su per la “direttissima” che porta in Grignetta e lui espresse un pensiero anche mio “ma perché cavolo sei uscito dal sentiero e ti sei messo a cercare una via tutta tua?”. Bella domanda, me l’ero fatta pure io, perché non era la prima volta che “ravanavo” e in altre occasioni il rischio preso fu ben maggiore, resta il fatto che il germe di un pensiero aveva preso forma, o meglio, l’universo aveva già colto un mio bisogno e si era messo in moto.

A distanza di qualche settimana, in occasione di una pizzata sempre trascinato dal Davide, conosco il “vecchio”; mi avevano parlato di lui in altre occasioni con reverenza e rispetto, come può parlare di un grande maestro qualcuno che pratica la stessa arte, ma io, nella mia assoluta ignoranza dell’arte specifica, vidi prima di tutto la persona e decisi che forse avevo trovato il maestro che avevo chiesto per ritornare ad arrampicare.

Crescere non è un processo inconscio, si cresce quando ci si mette in ascolto, quando si decide di cercare in un altro le risposte alle domande che non sappiamo porci e come sempre in un processo di crescita, l’allevio sceglie il maestro ma il maestro sceglie l’allievo.

Fatto stà che a distanza di qualche settimana propongo al “maestro” di fare con me un salto nel passato e di tornare a riscoprire sensazioni che avevo abbandonato circa vent’anni fa e lui semplicemente accetta.

Passo a prenderlo verso le 8 del mattino ed insieme saliamo ai Piani di Artavaggio, nel frattempo ascolto quest’uomo parlare e a “vederlo”, dopo aver letto in rete un po’ delle cose che ha scritto e che ha fatto, la domanda di cosa ci facessi io ad arrampicare assieme a lui per andare ad aprire “qualche via” si faceva sempre più insistente nella mia testa.

Ma, come ho imparato nella vita, nulla accade per caso, avevo chiesto all’universo e l’universo aveva risposto, per cui non dovevo far altro che seguire la corrente dell’energia e fidarmi del maestro. Certo ogni tanto il sovrapporsi fra l’uomo e il maestro, come un’immagine sdoppiata, mi creava qualche problema di messa a fuoco e una vocina dentro di me ogni tanto sussurrava “ma che ca…o stai facendo? Manco lo conosci e gli affidi la tua vita?”. Ma, come ho detto prima, nella vita ho imparato che quello che sento a pelle, ha molto più valore di quello che riesco a capire con i limiti della mia mente razionale, per cui scendiamo dalla funivia e ci incamminiamo verso la nostra meta.

Poco prima di arrivare alla base della via che il maestro ha scelto, lungo il sentiero, mi parla di alcune vie sulle montagne di fronte a noi, di come alcune non siano mai state ripetute, intanto, in quel silenzio e nell’assoluta mancanza di rumori io penso che magari su qualcuna di quelle, “qualcuno” ci ha anche lasciato la pelle; il maestro si blocca davanti a me, mi guarda e mi dice che con la coda dell’occhio ha visto una figura in piedi sul ciglio del sentiero, 10 passi dietro di noi, un po’ più in alto.

Entrambi sappiamo che non c’è assolutamente nessuno ma la presenza la sento, come un soffio di aria gelata sulla nuca, i capelli, i pochi rimasti, sono già ritti sulla nuca; parliamo trenta secondi di quello che lui ha visto e io ho sentito, con la stessa naturalezza di due escursionisti che hanno visto una marmotta, si gira e riprende la salita. Ok, lasciamo stare la parte razionale e seguiamo solo l’istinto, ma la tentazione di ascoltare la vocina è forte. Arriviamo alla base della parete ed incominciamo a prepararci.

Tira fuori tutta l’attrezzatura, corda, martello, forse qualche chiodo, diverse fettucce e numerosi friend, che vedevo per la prima volta; qualcosa incominciavo ad intuire che “l’arrampicare” del maestro era qualcosa di diverso da quello che avevo fatto qualche secolo prima.

Assicuro la corda al mio imbrago, mi passa il suo secchiello e mi spiega come fargli sicura, dopo di ché incomincia a salire semplicemente su per la parete con attenzione, eleganza e sicurezza. La vocina è sempre li, ma la parte razionale mi dice che “se ti ha scelto come compagno di cordata e affida a te la sua vita, con l’esperienza che ha, probabilmente devi smetterla di farti mille domande”. Intanto il maestro è salito di qualche metro, facendo scendere a valle tutto quello che di “piccolo ed instabile” trova sul suo cammino, mentre mi avvisa di fare attenzione a questo e a quello quando salgo perché non ci si può affidare.

Io ascolto con un orecchio, mentre nell’altro la stupida vocina continua a sbattere come un moscone sui vetri. Piano, piano, con qualche friend qui e là, la corda sparisce fra le rocce e davanti a lei il maestro. Ogni tanto mi arriva la sua voce e diverse pietre con qualche buon consiglio che, naturalmente, non riesco assolutamente a riferire al contesto, perché non vedo assolutamente nulla di dove sia passato negli ultimi 10/15 metri.

“Molla tutto che recupero”, dopo poco la corda sale fino a quando si tende sul mio imbrago, raccolgo tutta la mia roba, metto le scarpette che, nuove e dure fanno abbastanza male, e incomincio a salire. Non c’è una via da seguire, perché non ho memorizzato nessun passaggio, solo un friend si vede qualche metro più sopra che mi indica un punto obbligato di passaggio, per il resto devo interpretare la montagna. Salgo su abbastanza velocemente, ogni tanto la corda ha un mezzo metro di lasco ma non mi preoccupo, un po’ perché in ogni caso è comunque una sicurezza che nelle ultime miei “ravanate” non possedevo, dall’altra sono concentrato a “sentire” la roccia, a fondermi con essa, ma, soprattutto, a non tirarmela addosso! Adesso incomincio ad intuire gli avvertimenti che il maestro mi gridava mentre io ero distratto dal moscone. Recupero il primo friend e continuo a salire mentre la memoria di qualcosa che era assopito dentro di me piano piano si risveglia. Forse il maestro mi grida qualcosa dall’alto ma non lo sento perché sono concentrato a sentire il mio corpo che, negli ultimi 20 anni è cambiato e la memoria dei movimenti non si adatta a quella del mio nuovo corpo. Arrivo ad un primo terrazzino e mi tiro su, la corda sparisce diversi metri più su, del maestro neanche l’ombra, provo a salire seguendo la corda che si infila dentro una spaccatura della roccia, mi elevo di forse un metro ed in posizione precaria intuisco che è impossibile salire di li a meno di essere un bambino di sei anni, tendo i muscoli per tenere la posizione, completamente dimentico che, volendo, c’è una corda a cui potrei appendermi mentre studio come passare.

Mi viene in mente qualcosa che mi aveva gridato a proposito di passare a destra di una fenditura su per un pilastrino e di fare attenzione a qualcosa di pericoloso. Guardo in basso per capire se riesco a spostare i piedi più a sinistra e mi accorgo che al fondo della corda vicino al nodo c’è un friend, probabilmente si è staccato mentre io salivo e la corda è saltata dentro la spaccatura. Mi pareva impossibile che fosse passato di li…anche se…, mi sposto a sinistra della fessura e incomincio a salire per poi accorgermi che la corda, incastrata nella spaccatura, mi impedisce di salire, in una posa precaria sposto i piedi per scaricare meglio il peso, con la sinistra mi tengo ad una presa sopra mentre con la destra cerco disperatamente di far saltare la corda mentre sento la gravità ricordarmi di far presto, ecco libera, ricomincio a salire, i battiti del cuore sono un po’ più accelerati di quello che imporrebbe il solo sforzo fisico, mi dimentico che sono in sicurezza e incomincio a voler uscire dal pilastro ed arrivare su. Ecco un po’ più in su e sono fuori, allungo la sinistra e tiro, forse mezzo secondo di resistenza e poi sento che la roccia viene verso di me, in qualche modo recupero l’equilibrio scaricando il peso sugli altri tre appoggi e blocco la caduta, lentamente rimetto a posto i circa venti kg di roccia tagliente e associo “il fai attenzione alla lama di roccia precaria” che il maestro aveva gridato con l’oggetto che ho in mano. Trovo un altro appiglio e arrivo sopra il pilastrino e intravedo il maestro che fa sicura con qualche fettuccia alla roccia. Lo raggiungo, qualche battuta, mi dice che sono salito su velocissimo e che confermavo quello che aveva intuito. Mah, la vocina è lì ma l’istinto mi ricorda che quello è il maestro per cui devi seguirlo.

Facciamo altri due tiri, in alcuni punti abbastanza semplici in altri la lotta con la gravità e l’istinto di sopravvivenza si fanno sentire. Siamo quasi in cima, c’è un ultimo tetto da cui uscire per raggiungere il maestro, che è qualche metro più sopra, sento la sua voce, mi avvisa che all’uscita del tetto ci sono delle grosse rocce instabili. Salgo circospetto e la trovo, una grossa roccia sulla sinistra, la corda va a destra ma devo uscire da li. Provo a tirare delicatamente con la sinistra e sento che se spingo in una certa direzione verso il basso tiene, se tiro più verso l’esterno e a destra si stacca tutto. Bilancio il carico, sono quasi fuori, quando il maestro mi dice ”fermati li che ti faccio una foto mentre spunti fuori”, scarico il peso sulle gambe, trovo l’equilibrio per la foto, mi rilasso cerco di sorridere e penso “dai sono fuori”.

“Ok vieni su”, lo vedo è lì su, praticamente in cima alla montagna che fa sicura con una fettuccia alla roccia, tiro con la sinistra “ca…o” tiro non spingo, la roccia si stacca, è grossa e io incomincio a cadere sotto il suo peso e sono sotto. Nella mia vita ho imparato che quando qualcosa di grosso ti colpisce invece che opporgli resistenza appoggiati e sfrutta la sua forza per cambiare direzione, la mia mente istintivamente reagisce a quello che ha imparato, mi appoggio alla roccia che scende mentre cado verso destra allontanando le gambe dal masso che cade e mi graffia superficialmente sulla caviglia sinistra che non è abbastanza veloce; faccio un pendolo per qualche metro verso destra e verso il basso, poi la corda si tende, appena riesco a fermarmi cerco di ritrovare aderenza. “Tutto bene?”, trovo nuovi appigli ed arrivo su dandomi dello scemo per aver perso la concentrazione ed essermi fatto infilare un gancio sinistro sotto la guardia.

Arrivo dal maestro che mi guarda un po’ preoccupato, io mi scuso dell’errore, lui sanguina dal ginocchio sinistro che ha sbattuto sulla roccia per frenare la mia caduta.

Mi è partita la punta del mignolo sinistro, solo un pezzettino ma sanguina un po’, la caviglia è coperta dalla calza che fa un po’ da benda. Il maestro mi passa il cerotto da arrampicata e con un fazzoletto faccio una fasciatura mostruosa al dito mentre togliamo l’attrezzatura e si torna al sentiero per scendere a bere una birra prima di riprendere la funivia.

Oggi ho aperto la mia prima via, “arrampicando” la montagna con il maestro, non “seguendo una via su artificiale”, come ho poi avuto modo di metabolizzare la sera.

Questo il breve resoconto del mio duplice “incontro”, la prima di molte altre avventure con il maestro che ogni volta mi hanno lasciato dentro e “fuori” numerosi segni ma ne parliamo una latra volta.

Il Penna.

Nota del Birillo: io so quanto il vecchiaccio detesti essere chiamato “maestro”. Sebbene “stuzzicarlo” e “contraddirlo” sia parte integrante della nostra amicizia, questa volta preferisco appuntare una precisazione. Conosco Luca da oltre vent’anni, siamo cresciuti insieme nell’ambito del Karate-do tradizionale, allievi del Maestro Dario Rainone e Maestro Roberto Vedovati, a loro volta allievi del Maestro Corbella, del Maestro Roberto Fassi e del Maestro Hiroshi Shirai. Oggi Luca è un insegnante di Karate-do, tanto per gli adulti quanto per i bambini. La parola Maestro, “Sensei”, ha quindi un grande valore per noi nonostante il suo significato sia semplice: “persona nata prima di un’altra”. Per noi diventare “Maestro” significa avere la capacità di raccogliere le proprie esperienze e quelle di coloro che sono venuti prima per offrirle in dono a coloro che saranno. Qualcosa di semplice ma anche terribilmente difficile perchè significa essere responsabili della catena del tempo. In quest’ottica l’uso che ha fatto Luca della parola Maestro è assolutamente corretto. La parola “Do” significa “via” e, come ci hanno insegnato i nostri maestri, non importa che attività pratichi: Karate, pallavolo o tennis, in ogni cosa è possibile trovare la “via”. Noi siamo semplicemente fortunati: la nostra via ci conduce attraverso le montagne…

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