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Mav al Pilastrello

Mav al Pilastrello

d2Quando suonano alla porta sono ancora in mutande e sbadiglio. “Hey, sei in anticipo! Ti aspettavo tra mezz’ora…” Mav oscura la porta ed entra “Ero già in giro da un po’…”. La mia casa è il quartier generale dei Badgers ed è giusto che sia così. Bruna sgattaiola dal letto al bagno, io accendo il caffè ed inizio a riempiere un po’ a caso lo zaino: “Hai tu le corde?”.

Con Boris ero stato in Grigna il giorno prima e sentivo nella schiena tutti i duemila metri di dislivello che avevamo fatto. Ma i Corni sono i Corni ed il Pilastrello è un “rito di passaggio”. Ingollo qualche biscotto e ci mettiamo in marcia. Parcheggiamo in centro a Valbrona e ci infiliamo nel bosco: io, Bruna e Mav.

Dai 400 metri di Valbrona ai 1200 del Rifugio Sev sono altri 800 metri di dislivello ma qui, in casa, pesano meno ed i piedi conoscono tutti i sassi. Sfiliamo sotto la parete Fasana e raggiungiamo il “canyon”. Bruna è in forma e rilassata ma il freddo dei Corni si fa subito sentire nonostante sia Giugno.

Bruna indossa un giacchino, Mav “ilVichingo” invece infila l’imbrago ed una canottiera. Io mi butto addosso una maglietta a maniche lunghe ed attacco il K-Way all’imbrago. La Fasana ed i pilastri sono in ombra ed esposti al vento che scende dal lago, si viaggia coperti da queste parti.

La normale al Pilastrello, la via tracciata da Eugenio Fasana e Vitale Bramani nell’Ottobre del 1922. Due tiri sulla roccia dei Corni quasi “vuoti”, quaranta metri di sviluppo, trenta di altezza, uno spit e tre grossi anelli. Al più un paio di fettucce in clessidra. Non difficile ma neppure banale.

Sono un po’ rigido e le piante dei piedi sono poco sensibili. Mi guardo intorno salendo e per un istante rivivo la mia “prima volta” al Pilastrello, la mia prima salita da primo. Tasto quella roccia priva di appigli e densa di appoggi sfuggenti. Rivivo quegli istanti intensi e confusi dove la paura si fondeva con la concentrazione. Non conoscevo la via ed ero con un amico anche più inesperto di me che provava farmi sicura con un mezzo barcaiolo. Non avevamo nemmeno i rinvii ma solo qualche moschettone e degli anelli di corda. A modo suo quella fu una grande salita!

 

a2bArrivo in sosta, mi appendo ad uno dei grandi anelli e recupero Mav su una mezza corda. “Sali piano e goditela! Va capita”. Lo osservo salire e non posso altro che constatare quanto sia migliorato dalla prima volta in cui ci siamo incontrati, da quel giorno di pioggia speso a far manovre di corda proprio in quella spaccatura.

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Non ci sono appigli che gli permettano di sfruttare la sua grande forza, deve salire morbido, in appoggio sul liscio. Quando mi raggiunge parte anche Bruna. Per lei questa è la seconda volta. Al primo giro la roccia dei Corni l’aveva davvero spaventata ed il primo tiro l’aveva superato insultandomi senza tregua!

Ho visto Bruna arrampicare senza difficoltà con Ivan Guerini, in apertura e su passaggi tecnicamente più difficili. Ma i Corni sono fatti a modo loro, sono increspature nel mare prima della pioggia. “Come va?” le chiedo.“Si sale ma non hai mai una sensazione di sicurezza, non ti senti mai saldo. Non ci sono appigli per le mani ed i piedi non danno sicurezza”

Il giorno prima, in Grigna, ero rimasto affascinato dalla rugosità della roccia, dalle minuscole ma ruvide increspature che ricoprono la superfice. Anche ai Corni è calcare ma più compatto, più liscio, levigato e sfuggevole. Forse è anche per questo che non esistono vie “unte” ai Corni, nemmeno sui pilastri.

Riparto dal terrazzino e rimonto i roccioni prima del muretto. So che sono appoggiati lì da sempre, che tutti ci sono saltati sopra e che probabilmente non cadranno mai. Tuttavia le rimonto morbido perchè, in fondo, da queste parti non conviene dar nulla per scontato. Al mio primissimo assalto mi ero arenato sul muretto, così avevo attraversato verso destra lungo una cengia fino a rimontare sul lato opposto del pilastro. Avevo trovato un chiodo su cui avevo fatto sosta, da quel punto la salita alla cima mi sembrava più facile e per rocce rotte.

Il mio socio, assoluto neofita, doveva però affrontare un traverso senza protezione di oltre dieci metri. Se fosse caduto avrebbe fatto un volo terrificante protetto solo da una sosta ad un chiodo. Così, preoccupato, avevo ripercorso il traverso tornando ad affrontare il muretto. L’inesperienza rende eroici!!

In molti superano il muretto aggirando lo spigolo sulla sinistra: è più esposto ma appigliato. Io all’epoca non me la sentivo di sfidare il vuoto, mi distesi ed allungai le mani fino a raggiungere il bordo del terrazzino successivo. Un respiro e mi tirai su dritto per dritto. Ancora oggi, con un sorriso compiaciuto e nostalgico, lo passo così.

Un ultimo rimonto e poi la croce, dove Gianni Mandelli ha piazzato un nuovo anello per la calata. Mi siedo a cavalcioni e finalmente il sole arriva a scaldarmi. Mi metto comodo e mi godo il momento perchè, comunque sia, è sempre un bel momento.

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Recupero Mav e Bruna,  tutti insieme tiriamo il fiato stretti sulla vetta. Qualche foto e poi iniziamo a trafficare con le corde. Curiosamente per Bruna questa è la prima calata in corda doppia. Faccio scendere Mav per primo e le mostro come fare. Nel mentre una voce dal fondo del canyon mi chiama dal basso: “Birillo butta giù una corda che vengo su!”

La voce è quella di Stefano. Il Soccorso Alpino aveva un presidio alla Ferrata del Venticinquennale e prima di smontare era passato a cercarci ai pilastri. “Lascia che scenda Bruna e poi ti recupero”. Bruna inizia la sua discesa, titubante sui primi metri e poi sempre più divertita “Scendi piano e guarda sempre dove tocca la corda!”

Ridendo arriva incolume a terra ed inizio a recuperare Stefano che sale dritto per dritto fino al tetto per poi rientrare sulla via. Ci stringiamo la mano mentre guardo divertito i fregi sul suo casco “Dannazione, farmi venire a prendere dal Soccorso sul pilastrello è uno dei miei incubi peggiori!” Scherziamo insieme godendoci il sole, poi ci caliamo ripiegando verso la birra del Rifugio.

A modo suo anche questa è stata una Grande salita. Bravo Mav, benvenuto ai Corni!

Davide “Birillo” Valsecchi

 

Grigna: Dislivello Positivo

Grigna: Dislivello Positivo

Sabato sono andato a fare un giretto con Boris. Era un po’ che non facevo una bella sgambata ed il suo piano mi incuriosiva: “Andiamo in Grigna a fare 2k di dislivello?” Così siamo partiti dall’abitato di Somana, una frazione di Mandello, risalendo il fiume Era. Non ero mai stato da quelle parti e posso garantirvi che “il sentiero del fiume” offre angoli incantevoli e merita decisamente una visita.

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Dall’alpeggio di Era si risale verso l’alpe Cetra innalzandosi verso i prati del Rifugio Bietti. Lungo questo percorso lo scenario che ci circonda è in continuo cambiamento seguendo le trasformazioni che la quota impona alla natura. Sotto la severa ombra del Sasso Cavallo siamo circondati da un verde intenso e da una roccia sorprendentemente lavorata. Attraversando i boschi sopra l’alpe Cetra, al cospetto delle grandi pareti, sono attratto dalle piccole roccie che, man mano ci alziamo, appaiono sempre meno piccole e sempre più aggettanti.DSCF6852

Io e Boris chiacchieriamo tranquilli macinando passi. Una coppia di trekker ci supera veloce. Al Bietti li ritroviamo seduti al sole: “Ma voi andate fin su?” Un sorriso, due chiacchiere e riprendiamo a camminare risalendo il canalone Guzzi. Quanta roccia, quante linee. Sono qui per camminare ma la mente e l’occhio divagano sulle mille possibilità.

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Raggiungiamo il crinale e seguiamo la cresta della Piancaformia. Il Brioschi è all’orizzonte ma la roccia si è fatta fragile, instabile. Raggiungiamo la profonda grotta, ora protetta da una rete, in cui precipitò nell’inverno del 2012 uno sfortunato ragazzo di milano: Domenico Loparco, classe 1975. Quasi un coscritto.

Vorrei rimontare sul filo di cresta ma sotto di noi, sul sentiero del Ganda, scorre una fiumana di gitanti che risale dalla Bogani. Boris non mi preoccupa ma il rischio di mollar giù qualche sasso mi infastidisce: tagliamo un lungo traverso e riguadagnamo il sentiero incolonnandoci diligentemente.

E’ probabilmente la prima volta che risalgo lungo il canale finale senza la neve. Agguerriti alpinisti si aggrappano eroici e stravolti alle catene. Ghignando silenziosamente devio attraverso appaganti placche appoggiate di cui non conoscevo l’esistenza. Salgo con calma, rapito dai grandi spazi della Grigna.

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Il Brioschi, in una giornata di sole, non è certo un luogo solitario. Entriamo a salutare Mara ed Alex, poi ci appoggiamo sul prato con un pezzo di torta ed un paio di birre. Una giovane ragazza, bionda e pericolosamente scolpita nel legno, ci sfila davanti in un tripudio di curve, shorts e giovinezza. “Boris, amico mio, io mi sposo, ho una certa età e sono fuori dai giochi. Tu che scusa hai?” Tra le occhiatacce indispettite del moroso rinfiliamo lo zaino e riprendiamo il nostro viaggio ridendo. “Beata gioventù”.

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Scendiamo al Merlin ed il sentiero del Caminetto: un bella sfacchianta tra i sassi. Doppiamo la birra al Bietti e ci incamminiamo nuovamente verso Era e la chiesetta del Santuario di Santa Maria. Via Crucis e macchina. Alla fine a pesare non sono tanto i duemila e qualcosa metri di dislivello quanto lo sviluppo che probabilmente supera i 20km.Davvero un bel giro se la gamba regge.

Passiamo da casa, facciamo una doccia veloce, recuperiamo Bruna e ci fiondiamo in birreria da Fabio, al TrueBeer. “Brindiamo! Domani si arrampica ai Corni!” Era dal mattino che sognavo un boccale di birra chiara con l’aggiunta di Montenegro: credo di essermela guadagnata!

Davide “Birillo” Valsecchi

Boris ha scattato delle foto molto belle che potete vedere sul suo blog fotografico: http://daimario.tumblr.com/

La progenie del Tasso

La progenie del Tasso

«Comandante! Dove sei?» La risposta era abbastanza semplice: mi ero appena immerso nella vasca da bagno lasciando che l’acqua calda rimediasse al freddo inflitto dal vento. Ero stato due giorni in Svizzera e, lontano da tutto, avevo lasciato che i ragazzi si organizzassero da soli. «Accidenti, ma un povero vecchio non può fare il bagno in pace? Okay, dammi dieci minuti!» Ho appoggiato il telefono e chiuso gli occhi un istante.

Da lì a breve il rombo di una moto che parcheggia: sull’uscio di casa appare Mav, il vichingo della squadra. La porta si apre, si oscura e si chiude. Poi una colossale manata mi cala sulle spalle prima di chiudersi in un solido abbraccio. Accendo il gas sotto la caffettiera ed ascolto il “rapporto dal fronte”.

Qualche settimana fa Mav e Alberto avevano tentato di salire in Grignetta lungo la cresta Singallia, tuttavia il vento li aveva presi letteralmente a calci costringendoli ad una solerte ritirata. Senza darsi per vinti avevano riprovato quella mattina attaccando la cresta prima del sorgere del sole. Alla fine non solo erano riusciti a salire fino in vetta ma avevano potuto godere di una straordinaria alba. «Birillo, io colori erano davvero incredibili!»

Mentre loro due erano in Grignetta Andrea, Marzio e Antonio attaccavano il Resegone risalendo lungo il canalone Comera. Ancora non avevamo loro notizie e, finito il nostro caffè, abbiamo cominciato a chiamarli al telefono. Finalmente, sulla via del ritorno, ci hanno risposto «Sì, sì! Tutto bene! Un sacco di neve ma nessun problema!»

Anche Boris era rientrato dalla Val Biandino e Claudia aveva concluso la sua scialpinistica in val Tartano. Il sole tramontava e tutte le squadre dei “Badgers” erano rientrate alla tana.

La prima volta che ho letto Emma Goldman non era in un libro. Avevo sedici anni, camminavo vicino al confine del Nevada. La citazione era stata dipinta in rosso su un muro. Quando ho letto quelle parole è stato come se qualcuno le avesse strappate dall’interno della mia testa.

«Anarchia significa in realtà la liberazione della mente umana dal controllo della religione; la liberazione del corpo umano dal controllo della proprietà: la liberazione dalle catene e dalle restrizioni del governo. Significa un ordine sociale basato sulla libera associazione degli individui.»

Il concetto era puro, semplice, vero. E mi ha ispirato. Accese un fuoco ribelle, ma alla fine anche io ho imparato la lezione che Goldman, Proudhom e gli altri hanno imparato. Che la vera libertà richiede sacrificio e dolore. La maggior parte degli esseri umani pensano di volere la libertà, in realtà ciò che bramano è la schiavitù di un ordine sociale, leggi rigide, materialismo. L’unica libertà  che un uomo vuole davvero è la libertà di stare comodo.

Forse è per questo che tra le montagne inseguiamo fatiche e sofferenze che sembrano autoimposte. Forse è solo questo che ci rende davvero liberi mentre siamo immersi in una tinozza d’acqua calda ed il resto della squadra è tornata alle baracche.

Davide “Birillo” Valsecchi

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Prigionieri della Roccia

Prigionieri della Roccia

Per quattro giorni di fila il BadgerTeam si è concesso una specie di “vacanza primaverile” prendendo d’assalto la falesia di Scarenna e del Sasso d’Erba: in mancanza di neve siamo prigionieri della roccia! Senza pensieri o pressioni ci siamo gouti i giorni di festa arrampicando comodamente su monotiri al sole. Già, ogni tanto è davvero vacanza!

Assolutamente rilassati abbiamo arrampicato davvero tanto e senza alcun pensiero o preoccupazione. Oltre a questo alla nostra compagine si sono aggiunti nuovi amici che, nell’euforia generale, hanno mosso i loro primissimi passi in verticale.

Ogni mattina qualcuno si presentava a casa mia per il caffè e, sbrigata la colazione, mi ritrovavo a “tirar sù la corda” da qualche parte. Bruna, Cristian, Alessandra, Mav, Andrea, Boris, Umberto, Filippo, Gabriel, Cristiano: chi da primo, chi da secondo, tutti hanno arrampicato, scherzato e fatto casino.

Il giorno della befana, visto che Scarenna era presa d’assalto dai “foresti”, ci siamo trasferiti al Sasso d’Erba godendoci in esclusiva la parete e gozzovigliando a sole.

Tra un tiro ed l’altro sono riuscito anche a fare una scappata in cima ai Corni con Cristian (la sua prima volta) incontrando il mitico Maurizio Agazzi, “Ambasciatore delle Orobie” in trasferta sulle nostre montagne. Oltre a questo Boris ha fatto la sua prima “venticinquennale” in solitaria ed una delegazione di tassi ha preso parte al  FullMoonParty al Brioschi. Bene!

Direi che ci siamo davvero divertiti e sono davvero contento. Bravi tutti ed un benvenuto ai nuovi Badger!

Davide “Birillo” Valsecchi

– Scarenna

– Sasso d’Erba

Buon Anno Badgers

Buon Anno Badgers

Il primo giorno dell’anno, come da tradizione Badger, la squadra si inerpica in notturna lungo il crinale est del Moregallo, risalendo dal Sasso Preguda fino alla vetta. Ridendo e scherzando una sgambata di 960metri di dislivello percorsi sul filo della cresta che precipita sul lago e sulla città di Lecco: una vista eccezionale!

Membri dell’equipaggio del 2015 sono Mav, Marzio, Claudia, Bruna, Boris, Andrea, Simone e Birillo. Gli zaini sono carichi di cose da mangiare e bottiglie da stappare. La luna, quasi piena, rende superflue le frontali, illuminando il sentiero e brillando sul’inaspettata neve copre i prati della vetta.

Sotto uno sperone di roccia accendiamo il fuoco ed iniziamo i festeggiamenti. Il termibile vento del Moregallo, che risale freddo ed intenso da lago, sembra intenzionato a tacere lasciandoci godere dello strepitoso panorama al chiaro di luna.

I Corni di Canzo sono “casa”, ma il Moregallo è la “montagna sacra”, un luogo magico e misterioso, un luogo di frontiera dove il vento rinforza tanto il fuoco quanto l’anima e gli spiriti: è sempre un emozione tornare lassù cominciando l’anno!!

Buon Anno Badger! Sia per noi prospero e ricco di grandi avventure!!

Davide “Birillo” Valsecchi

Friend will be Friend

Friend will be Friend

Ieri, approfitando della neve del giorno prima, ho radunato un paio di ragazzi (uno non aveva mai messo i ramponi in vita sua) e ci siamo sparati una sgambata da Rongio al Rosalba. Al rientro Mattia mi chiama: “Le opzioni per domani sono due: Panzeri al Pilastro Rosso oppure Bonatti al Medale. Ma la Bonatti dall’attacco classico, non dalla ferrata. Pensa che è stato proprio Ivan il primo a liberarla!”

Un po’ basito rifletto su quello che ho appena sentito: “Hey ma la Panzeri è VIII°!! Davvero vuoi farmi congelare il culo sulle staffe con sto freddo!! Ma sei fuori! No, no! Non se ne parla proprio!!” Discutiamo un po’ e Mattia rilancia: “Invernale sulla normale di Maniaghi?” Per un istante l’idea mi tenta… Però ho degli scaproni pietosi che in sosta mi farebbero sicuramente penare e la “gitarella” al Rosalba inizierà a farsi sentire appena dopo il bagno.

“Naaaaaaaa…. ma qualcosa di normale?! Tipo che dopo domani ci facciamo un giretto al pizzo dei Tre Signori?! Poca neve, nessun guaio, foto eroiche e trionfanti con la picozza in pugno?!” Mattia scuote la testa: lui è impegnato martedì, o si va domani o niente. Accidenti, Bruna si ferma da me a dormire e mollarla all’alba per il Tre Signori sarebbe un po’ disdicevole (ammesso che le gambe reggano).

“Ma dai!! Non c’è nulla di normale che un Birillo abbuffato di panettone possa fare per star dietro al suo fulminato socio senza mettesi nei guai?!Dai!! Non mi tirare il collo anche a fine anno!!!” Scatta la contrattazione, tira, molla, meseda. Mi gioco una carta buona: “Solitudine alla rocca di Baiedo? E’ una via con un nome ed una storia! Sai che bel racconto!!” Mattia abbozza: “Già fatta….non va bene!”

Così, alla fine (con la Panzeri che aleggia come una spada di Damocle sulla mia testa) gioco il tutto per tutto: “Okay, pago io il parcheggio ed andiamo in Angelone?”

Ed eccoci quindi all’Angelone. Tuttavia visto che il mio socio è un pazzo fulminato esattamente come me ma in maniera assolutamente inversa e proporzionale, arrampichiamo in falesia solo con friend e protezioni veloci ignorando il libidinoso scintillio dei bolt resinati. “Dai dai, vedrai come sarà orgoglioso Ivan!” Mattia ghigna incastrato mani e piedi dentro una fessura… Pensare che io volevo andare in piscina!

Al ritorno mando la foto ad Ivan con un breve riassunto dei progetti fatti e di quelli messi in cantiere. Lui, che oltre ad essere il migliore tra noi nelle imitazioni è anche il nostro Druido-Guru-Filosofo, mi ha risposto così: “Certo avete mete tipiche di chi è vegliato nelle notti stellate da sogni senza fine meravigliosamente terribili. Il Destino vi culla benevolo e sornione.” Figata!

Ivan, Joseph e Gianka sono tra i più forti (e divertenti) con cui abbia arrampicato quest’anno. Tuttavia, oltre alle magnifiche salite fatte ai Corni (veri e propri gioielli!), il grande e straordinario risultato del 2014 è la “squadra”, lo strepitoso e sconclusionato gruppo che siamo riusciti a mettere in piedi!!

Mi guardo attorno e mi vedo circondato da alpinisti ed arrampicatori fortissimmi e carismatici, a cui fanno da spalla giovani arrambanti che fortissimi e carismatici possono davvero diventeralo. Come disse Mesner “le montagne hanno il valore delle emozioni che attribuiamo loro”: il viaggio con questa banda di pazzi furiosi non potrebbe essere più emozionante!

Grazie Mattia, Ivan, Joseph, Gianka, Stefano, Luca, Fabrizio, Simone, Mav, Andrea, Marzio, Claudia, Gianni, Antonio, Keko, Boris, Nicky, Francesco, Davide, Giovanni, Daniela, Umberto e “last but not least” Bruna. Abbiamo fatto tremare i pilastri della terra quest’anno! Grazie davvero!!

Davide “Birillo” Valsecchi

Destinazione Rosalba

Destinazione Rosalba

“Facciamo due passi da Rongio al Rosalba?” Avevo gettato quest’esca ai Badger perchè, avendo nevicato il giorno prima, speravo abboccasse qualche pesce grosso della squadra. Inaspettatamente alla chiamata hanno risposto invece le mie due “aciughine” preferite: Boris e Niky. Non ero sicuro fosse un uscita alla loro portata: non ero mai stato da quelle parti e nelle relazioni si parla di 1000 e passa metri di dislivello tra roccette esposte che, nel nostro caso, saranno coperte da un leggero strato di neve. Tuttavia, visto che erano belli gasati, ho comunque “startato” la missione.

Da Rongio al baitello del Manavello si risale attravarso il bosco lungo un sentiero abbastanza battuto. Una salita piacevole e non troppo impegnativa. Se il Baitello è aperto si può trovare anche un riparo caldo e godere di uno strepitoso panorama.

Superato il baitello la neve si è fatta vergine e la traccia, visibile solo dai bolli colorati sui sassi, risale ripida ed al buio su per un canale. L’attacco era tutt’altro che invitante ed il vento gelido che soffiava giù dalla Grigne rafforzava quella sensazione di disagio. “Bene, se qualcuno ha qualcosa da dire è il momento di farlo. Se attacchiamo la prossima fermata è al Rosalba”. Il sentiero era troppo ripido ed esposto perchè lo potessero affrontare in discesa con quell’infido strato di neve. Potevano farlo in salita ma dovevano arrivare fino alla cresta per uscirne senza rogne. Decisi mi rispondono “Andiamo!”. Beata gioventù, se io fossi stato in loro avrei alzato la mano proponendo di gozzovigliare al Baitello!!

Il sentiero è ripido e l’aria si è fatta frizzantemente fredda. Boris sembra aver perso l’entusiasmo iniziale e scivola ad ogni passo. “Birillo, io metterei i ramponi!” La domanda mi incuriosice e divertito gli domando: “Ramponi? Qui? Fammi vedere un po’ come cammini piuttosto”. Lo osservo mentre avanza “Boris, non camminare sulle punte. Appoggia tutto il piede, compreso il tacco! E tieni il corpo dritto ed il peso centrale! Se ti sbilanci in avanti sulle bacchette è inevitabile che ti scivoli l’appoggio! Dritto e con tutto il piede!”
Piano piano migliora ma si capisce che è “intesito” dalla situazione “Accidenti, se non muoio di freddo rotolerò fino a Rongio!”. Nicky, al contrario, si diverte e con la sua camminata un po’ a papera se la cava bene sulla neve.

Superiamo un tratto di roccette viscide ed un successivo passaggio attrezzato con le catene. Finalmente siamo quasi all’uscita della cresta e, cambiando versante, siamo meno esposti al vento e riscaldati dal sole. Avanziamo sul paglione coperto di neve ed i miei soci si scambiano i ruoli: Boris sembra essersi ripreso mentre Niky sta andando in crisi per la fatica.

Pian piano risaliamo lungo il crinale erboso e, cresta dopo cresta, finalmente vediamo il Rosalba all’orizzonte. Per me è ora di fare un po’ di conto. Siamo finalmente usciti sulla cresta ma è già l’una del pomeriggio e, nonostante il sole sia caldo, ho a disposizione tre o quattro ore di luce prima che il sole tramonti. Attorno a noi è pieno di camosci che come schegge si rincorrono sui ripidi prati. Loro sono veloci, noi no. Per questo invece di puntare al Rosalba (comunque chiuso) inizio ad approntare il piano di rientro.

I miei soci cominciano ad essere davvero provati: “Birillo, fermiamoci a fare pausa un quarto d’ora, riposiamo e mangiamo qualcosa”. Ecco, questo è il momento esatto in cui gli “escursionisti” si mettono nei casini e rischiano di far parte delle statistiche del Soccorso Alpino.

D’inverno il tempo vola e passata la “mezza” devi mettere le ali al culo e puntare a rientrare: dilettarsi con un pick-nick su una cresta a 1700 metri di quota sotto la Grigna coperta di neve è l’idea peggiore che si possa avere!! Per prima cosa, anche fermandosi, non vi è assolutamente modo di riposare o recuperare forze. Tutto quello che si può ottenere è di prendere freddo proprio quando sarebbe meno opportuno. In secondo luogo anche se il freddo non bloccasse la digestione, con tutti i problemi che comporterebbe, il cibo ci metterebbe un paio d’ore prima di diventare energia fruibile. Inoltre chi ha tempo non cerchi tempo: gli imprevisti della discesa possono essere molti e farsi sorprendere in quota dal buio e dal freddo vero non aiuta di certo a risolverli.

La situazione rappresenta un curioso paradosso. Se fossero più in forze, più saldi e veloci sui piedi potremmo fermarci a fare qualche foto in più e a tirare il fiato godendoci il panorama. Tuttavia, proprio perchè sono stanchi, lenti ed incerti sui piedi, è imperativo continuare e cercare di perdere quota con calma e costanza.

“Non se ne parla nemmeno” Distribuisco un po’ di Golia alla liquirizia “Finchè non siamo scesi al bosco dobbiamo darci da fare e tenere duro. Questo è il momento in cui dovete reggere!” I mei soci brontolano, qualcuno addenta di nascosto un panino, ma continuano a camminare.

Boris si ferma ed infila i ramponi. L’idea può essere buona, dodici punte sono un po’ “hard core” ma sul paglione coperto di neve può dargli un po’ più sicurezza. L’altro lato della medaglia è rappresentato dallo “zoccolo di neve” che inevitabilmente (e pericolosamente) si forma sotto le punte in quelle condizioni.

Infilo i ramponi a Niky e riprendiamo il lungo traverso. Per Nicky questa è la prima volta che li usa: un inizio davvero curioso. Lo ossercvo con attenzione e dopo un po’ di cammino Nicky scivola. Non è la caduta di per sè a stupirmi quanto la sua reazione: con lo sguardo perso nel vuoto come una balena spiaggiata semplicemente si lascia scivolare completamente passivo. Esplodo in un ruggito di imprecazioni e gli ordino di fermarsi: la balena spiaggiata si rianima, punta i piedi e si ferma.

Niky è cotto ed anche Boris sembra preoccupato. Questa è esattamente la tipica situazione che la maggior parte della gente sottovaluta ed il momento esatto in cui in montagna deve saltar fuori il carattere delle persone. Il sole corre ma il tempo è ottimo, il vento è cessato ed io ho ancora il serbatoio della benzina bello pieno: sono allertato ma non preoccupato. Tocca a me darci dentro.

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Mi affianco a Niky marcandolo stretto e spiegando ad entrambi cosa fare, dove passare, come e dove appoggiare i piedi. Sono miei amici ma proprio per questo i miei sono formalmente “ordini” piuttosto imperiosi ed inquivocabili. Dobbiamo chiudere un lungo traverso abbassandoci fino al sentiero delle foppe percorrendolo poi fino al bivio che riporta a Mandello.

Lavoriamo bene tutti insieme e finalmente le difficoltà cominciano a diminuire. Come prevedibile più scendiamo più Niky e Boris sì rincuorano lasciando che il buon umore e l’entusiasmo tornino ad azzittire le difficoltà. Quando finalmente siamo di nuovo nel bosco, più o meno all’altezza dei Resinelli, per evitare l’amutinamento lascio che si siedano al sole e si ingozzino di panini al prosciutto. Io, senza nemmeno togliere lo zaino (detesto il freddo alla schiena!sono anziano!), estraggo dalla tasca una barretta di cioccolato osservandoli mentre si abbuffano.

Per loro quella di oggi è stata davvero un’esperienza fuori scala ed hanno toccato un po’ i propri limiti imparando (si spera) qualcosa di più su loro stessi. La fatica è qualcosa che, involontariamente, ci spinge ad assumere atteggiamenti che hanno il solo scopo di esibire e mostrare la stanchezza stessa. Pensateci: si ciondola, ci si trascina, ci si lascia andare e si assume un espressione da “madonna dolorante” piuttosto ridicola. Tutte cose inutile e controproducenti.

La fatica è qualcosa che si deve imparare a conoscere e che si deve comprendere. Quando si è stanchi si deve ottimizzare ogni gesto, conservare e gestire ogni movimento. Per farlo si deve insegnare alla “testa” a diventare la parte più forte di tutto il nostro corpo: tutto può cedere ma la testa deve reggere. Si deve diventare come dei pugili che si chiudono in difesa, incassano colpo su colpo, senza scoprirsi e gudagnando ogni secondo che li separa dal suono della campanella. Purtroppo è qualcosa che si impara solo andando al tappeto ed è per questo che serve avere degli ottimi “secondi” ed un buon allenatore quando accade.(…io che sono duro di comprendonio al tappeto ci sono andato più di una volta!)

Le due ore successive scorrono allegre e spensierate, rientriamo verso Rongio macinando gli ultimi chilometri e scherzando ad ogni passo. I miei soci hanno superato le difficoltà e le crisi: ora non sembrano nemmeno le stesse persone di poco prima. Sono davvero felice.

Quando arriviamo alla macchina è il tramonto: alle spalle abbiamo 12km e 1200 metri di dislivello percorsi su neve infida. Quando ci infiliamo nel primo bar è ormai buio. Ingollo la mia birra soddisfatto: ho fatto bene i miei conti e loro due non sono più le “aciughine” che erano al mattino. Bravi, davvero bravi!

Davide “Birillo” Valsecchi

Salita dal sentiero 13b e discesa dal sentiero 12:

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I Tre giorni del Tasso

I Tre giorni del Tasso

Definiamo “intenso” tutto ciò che si manifesta con particolare forza e concentrazione, qualcosa di espressivo e penetrante condotto con grande energia, concentrazione e assiduità. Per questo “i tre giorni del tasso” sono stati un week-end piuttosto intenso. Volevo mettere alla prova i ragazzi e revisionare la mia capacità di “tenere botta”. Così li ho arruolati quasi tutti coinvolgendoli in un piccolo, ma intenso, tour de force.

In sequenza stretta: Notturna al Cornizzolo, Invernale in Grignetta ed Invernale al Legnone.

Ogni ”Badger”, a seconda delle proprie capacità e delle propria disponibilità, ha deciso a quale attività partecipare. Così venerd’ sera, dopo una rapida puntata per i saluti in Sede Cai, ci siamo ritrovati alle ochette del Segrino e da Campora abbiamo attaccato la cresta che conduce alla croce del Cronizzolo, illuminata per le feste.

Una classicissima che permette, a chi non l’abbia mia fatto, di scoprire la curiosa meraviglia delle luci di pianura. In squadra, attrezzati di frontale, Boris, Kekko, Nicola, Mav ed Io. La discesa in super relax a luci piacevolemente spente lungo la strada che porta alla Sec.

In branda alle due di notte siamo saltati fuori dal letto alle sei del mattino per puntare alla cima della Grignetta risalendo lungo la Cermenati. in squadra Boris, Kekko, Mav ed io. Boris e Keko non erano mai saliti in Grignetta con la neve e la loro era una specie di “prima volta” tutta da scoprire.

Dopo aver scorrazzato per la Grignetta ci siamo infilati al “2184” per scolarci un paio di birre e festeggiare. Rientrati a casa c’è stato giusto il tempo per un tuffo in vasca da bagno, un piatto di polenta della Zia e nuovamente in branda. La sveglia suona alle 5:30 ed alle sei una nuova squadra passa a prendermi: Marzio, Andrea e l’onnipresente Mav. La nuova destinazione è la vetta del Legnone.

Quando arriviamo ai Roccoli di Loerla il vento spazza la cima del Legnone innalzando altissimi pinnacoli di neve oltre la cresta. “Bagai, sembra un vulcano! Con un vento simile andiamo a dare un’occhiata alla Ca’ de Legn prima di decidere sul da farsi”. Il vento soffia freddo e fortissimo ma tutto intorno a noi l’orizzonte  esplode dilagando in un’alba strepitosa, fatta di montagne e neve dorata.

Finalmente alla “Ca’ De Legn” attendiamo che il sole illumini la cresta. Mav ed Andrea non sono mai stati sul Legnone, nemmeno in Estiva. Anche per me e Marzio questa è la prima volta con la neve. Il vento sembra calare ed attacchiamo. I passaggi “tecnici” non sono molti, tuttavia l’esposizione è davvero importante ed i ragazzi devono lavorare di picca e ramponi come mai hanno fatto prima. Finalmente, spazzati dal vento, raggiungiamo la cima che, con nostra assoluta sorpresa, si offre come un oasi: al riparo dai turbini ed accarezzata dal tepore del sole.

Godiamo di quell’insperata quiete e del panorama mozzafiato che si perde in ogni direzione. Poi, dopo le foto e le strette di mano di rito, iniziamo la nostra discesa. Sbraito, urlo, mi agito: “Non fare la fighetta!! Pesta quei ramponi e pianta bene la becca nella neve! Duro e cattivo! Forza! Duro e cattivo!! Non siamo qui per cazzeggiare!!” Sbagliare nei tratti più verticali significherebbe farsi uno scivolo verso valle di quasi cinquecento metri: qualcosa da evitare con assoluta determinazione! Tuttavia, nonostante la fatica e qualche crampo, la squadra è scesa sana e salva a valle (dove finalmente ho cominciato a rilassarmi!). Davvero bravi!!

Quasi tutti i membri del BadgerTeam, ognuno secondo il proprio livello, si è dato da fare questo week-end. Anche gli infortunati o quelli intrappolati dal lavoro hanno saputo, sebbene non presenti, rendersi comunque partecipi alle attività. Sono estremamente contento e soddisfatto: tutti hanno segnato il proprio punto accrescendosi di una nuova “prima volta”. Davvero bravi! In particolare voglio complimentarmi e ringraziare Mav che, standomi dietro tutti e tre i giorni, si è sparato una tonnellata di metri di dislivello e quintali di chilometri dormendo una manciata d’ore. Bravo Mav, grazie per il supporto!!

Nei prossimi giorni, con calma, riordinerò le foto e racconterò ogni singola salita con l’attenzione e la cura che merita. Tuttavia, visto che siamo diventati davvero un bel gruppo, mi piace l’idea di raccogliere tutte queste esperienze diverse in un unico articolo che coinvolga tutti.

Ora, con permesso, credo che crollerò in branda con un compiaciuto sorriso stampato in faccia: gioravagare tra le montagne non avrebbe lo stesso senso senza di voi.

Davide “Birillo” Valsecchi

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