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Resegone: Operazione Gamma

Resegone: Operazione Gamma

Quando apri gli occhi un istante prima che la sveglia inizi a suonare è sempre un buon segno, specie se l’orologio segna le cinque e mezza del mattino. Fuori è ancora buio ma con calma preparo il mio caffè e osservo l’alba alle spalle del Cornizzolo. Il menù del giorno prevede, in rapida e stretta successione, la ferrata Gamma 1 del Pizzo d’Erna e la Gamma 2 al Dente del Resegone.

Unendo le due ferrate si ottengono circa mille metri di dislivello tutto su roccia attrezzata. Mentre la Gamma1 è una vecchia conoscenza non ho mai avuto affrontato la Gamma2, quella che da tutti viene considerta la ferrate più impegnativa e fisica del nostro territorio.

Finisco il mio caffè, infilo lo zaino e parto in macchina. Sono solo in questo viaggio ed ho deciso di partire all’alba proprio per godermi la montagna in assoluta solitudine. Non so cosa aspettarmi dalla Gamma2: per questo non voglio nessuno con me e nessuno sulla mia strada.

Alle sette sono sul piazzale della funivia e mi incammino verso la Gamma1. Unire le due ferrate è qualcosa che appartiene alla tradizione tuttavia la gamma1 è quella che, in assoluto, meno preferisco. Una serie infinita di scale che attraversano verticali roccia che, diversamente, avrebbe potuto essere splendida. Le scale, il ponte tibetano, il ponte in ferro: tutta roba che non mi piace ma che risalgo a testa bassa pensado a ciò che mi aspetta e che ancora non conosco.

La gamma 2 è rimasta chiusa per molto tempo e proprio oggi è il giorno in cui, ufficialmente, viene riaperta,  una coincidenza che è caduta perpendicolare con una delle rarissime giornate di bel tempo di questa strampalata estate del 2014. Non potevo quindi sottrarmi alle conicidenze!

Dalla cima del pizzo d’Erna mi incammino verso il passo del Fo. Davanti a me due alpinisti, attrezzati con casco, imbrago e set da ferrata, mi precedono dopo essere scesi dalla prima funivia del mattino. Li avvicino, li saluto, scambiamo due chiacchiere e li lascio alle spalle. Sono le nove ed l mio motore gira a regime ormai da due ore, non c’è modo che mi stiano dietro o che io ceda loro il passo.

Alle dieci meno un quarto sono all’attacco della gamma2. Le relazioni della salita sono chiare: “inizia facile per diventare estremamente impegnativa nella seconda metà”. Mentre spingevo sulla Gamma1 sapevo che il difficile era conservare le energie, dosare quanto spendere e risparmiare per il finale. La storia di questa ferrata è costellata di incidenti, spesso mortali, che sembrano accrescerne la temibile fama. Voci e dicerie che avevo sentito per anni fin da bambino e che ora, da solo, mi facevano compagnia lungo la salita insieme ai miei fidati 30 metri di corda statica dell’11 nello zaino (vis pacem para bellum).

Tuttavia quello che la maggior parte della gente non racconta è la straordinaria ed assoluta bellezza attraverso cui scorre la ferrata. Il sole irrompe tra le guglie del Resegone ed io mi guardo attorno assolutamente rapito della magnificenza di quello scenario in cui il verde dei prati si alterna alla verticalità della roccia, lasciando che lo sguardo spazi senza confini in ogni direzione. La ferrata conduce colui che la percorre attraverso un Resegone assolutamente inedito per chi, come me, ha sempre battuto le altre piste, gli altri canali, le altre ferrate. E’ bellissimo!

La ferrata è così estrema come dicono? Non è assolutamente da sottovalutare, questo è certo, ma per come mi sento ora l’ho trovata difficile e “fisica” il giusto, niente di impossibile. Voglio essere più chiaro: pensare di “tirarla” tutta è follia, serve arrampicare e dosare le forze affidandosi alle braccia ed alla catena solo nei passaggi davvero duri. Certamente è lunga e “bastona” sopratutto in fondo. Questo significa giocare a scacchi con le forze e con i cambiamenti del tempo: non ci sono vie di fuga e si deve per forza arrivare alla fine per poterne uscire. Io l’ho trovata deserta (anche perchè sono partito presto) ma il pericolo di sassi smossi da chi precede è qualcosa di cui tenere conto. Anche perchè chi sta davanti può aver finito la benzina e non prestare la dovuta attenzione in un tracciato dove i sassi non mancano affatto…

La placca verticale che è considerata il punto chiave della ferrata non mi ha impressionato. Ho trovato più insidiosi molti altri punti più banali. Il problema di quel passaggio è che se ci si affida alla catena c’è il rischio di sbandierare e di sbattere contro la roccia cadendo inevitabilmente. Senza la catena è abbastanza dura, dicono sia un 5b, ed il vuoto sottostante non aiuta. Come ho detto non è difficile ma c’è il rischio di farsi piuttosto male sbagliando. Se usate la catena dovete trazionare il peso con attenzione verso destra pronti ad accorciare e recuperare la posizione quando, inevitabilmente, dovrete girare il peso e tutto il corpo verso sinistra per mettervi sulla verticale.

Il camino finale è divertente ma impegnativo. Affrontandolo bisogna ricordare che le energie sono ormai quasi tutte spese, si deve lavorare bene in opposizione sulle due pareti e procedere con prudenza fino all’uscita.

A mezzo giorno ero sdraiato al sole sul prato del Dente del Resegone a 1810 metri di quota. Partito alle sette dai 610 metri del piazzale avevo dalla mia, se i conti non mi ingannano, 1200 metri di dislivello in 5 ore che, tenuto conto della tipologia di tracciato, non mi paiono male. Tuttavia la vera soddisfazione era il mondo che mi circondava e che sapeva spaziare dal Monte Rosa al Disgrazia accarezzando le Grigne, il Legnone, il due mani, Il Tre Signori ed i miei Corni di Canzo ed il mio Moregallo. In ogni direzione c’era una montagna di cui non conoscevo il nome e questo rassicurava l’animo su quanto ampia e sconfinata sia ancora la ricerca.

La tentazione di una birra all’Azzoni era forte ma il vociare che proveniva dalla croce di vetta sembrava capace di sconfiggere la mia sete.«Nel 2014 il più bel giorno d’Agosto è stato il 2 Settembre». Ridendo di questo strambo pensiero mi sono avviato allegro verso casa scendendo lungo il canale Bobbio.

Quindi, Birillo, com’è la Gamma2? E’ una ferrata stupenda, ma affrontatela solo quando avrete l’allenamento e le capacità tecniche sufficienti per godere appieno della sua strepitosa bellezza

Davide “Birillo” Valsecchi

Per la serie “buoni consigli, pessimi esempi”: non adateci da soli!

Operazione Bodengo

Operazione Bodengo

Fabrizio Pina ha un paio di anni più di me ed anche lui vive a Scarenna. Lui, a differenza mia, è un’esperta Guida Alpina e per tanto è  un professionista della montagna nell’accezione migliore del termine. Per un appassionato dei Corni di Canzo come me la via d’arrampicata da lui tracciata sulla parete Fasana, “Fasanetica” (8a, severi passaggi di 6c+ obbligati), rappresenta la chimera impossibile a cui aspirare.

Curiosamente “fasanetica” corre accanto al camino in cui Eugenio Fasana tracciò nel 1910  la prima via sulla grande parete. Nello spazio di pochi metri si può ammirare la trasformazione di oltre un secolo di storia alpinistica. Strepitoso sotto ogni punto di vista!

Sebbene io e Fabrizio abitiamo a meno di qualche centinaio di metri sono sempre state pochissime le occasioni per incontrarsi e ancor meno quelle per fare attività insieme. L’esperienza mi ha insegnato che per imparare bisogna “copiare” dai più forti e per questo avevo voglia di fare qualcosa con lui. L’opportunità, inaspettata, me l’ha offerta Bruna quando le ho chiesto: “Ti va di fare Canyoning?”

Tra le tante specializzazioni di Fabrizio vi è anche il Canyoning e durante il periodo estivo organizza spesso escursioni nella val Bodengo. Bruna ha accettato e così, nonostante le incertezze del tempo, la nostra carovana è partita alla volta di Chiavenna. Ciò che davvero non avevo preventivato è come la Val Bodengo sia una specie di paradiso per le attività di Canyoning senza pari in tutto l’arco alpino: acqua azzurra che scorre tra sagomate scogliere granitiche tracciando scivoli, salti, cascate e pozze straordinarie. Tutta la val Bodengo, raggiungibile in macchina grazie ad una tortuosa stradina a pedaggio, è un piccolo gioiello alpino che attira visitatori da tutta Europa.

Oltre a Bruna ero riuscito ad arruolare anche mio fratello Francesco che, proprio in questi giorni, sembra appassionarsi all’arrampicata ed alla montagna: “Hey “Bro”, io credevo fosse una cosa da vecchi: invece è divertente!”  Francesco ha 16 anni meno di me è questa sua uscita da ventenne mi ha fatto un sacco ridere.

Abbiamo incontrato Fabrizio a Gordona da dove, dopo due chiacchiere ed un caffè, siamo partiti alla volta della val Bodengo. In macchina il mio adorato fratellino mi ha fatto ulteriormente ridere “Fabrizio è davvero simpatico! Si vede che è uno davvero forte, un professionista. Non come te che sei un casinista brontolone e disagiato!!” Oltre ad essere la verità quella frase mi faceva davvero piacere: quando poco più tardi Fabrizio ha iniziato a spiegare come comportarsi sul fiume, tanto Bruna quanto Keko, sembravano spugne assorbendo le nozioni che insegnava loro con pazienza ed esperienza..

Di fatto il fiume offre una gamma ampissima di scenari che spaziano dalle calate alla progressione su ferrata integrando le tecniche specifiche per scivolare lungo i “toboga” o per affrontare i salti. Tutti cose complicate che sotto la supervisione di Fabrizio si trasformavano in semplici (e sicure) lasciando pieno spazio al divertimento.

Bruna  e Keko stavano imparando tantissimo e nel modo migliore, al contempo stavano divertendosi come pazzi in assoluta sicurezza ed io non avevo niente di cui preoccuparmi se non godermela a mia volta. Una vera ed assoluta meraviglia!

Non solo mi divertivo ad osservare gli accorgimenti di Fabrizio ma dovevo anche confrontarmi con qualcosa al limite delle mie esperienze e delle mie attitudini: i salti. Già, in vita mia saltare o tuffarsi in acqua non è mai stato il mio forte, anzi. In gioventù non sapevo nuotare e per questo ho sempre evitato diligentemente le acque profonde: credo di non essermi mai lanciato in un salto che superasse due o tre metri d’altezza.

Sul fiume i salti erano una delle attrattive principali e Fabrizio non solo ci spiegava dove era possibile farli ma anche come effettuarli correttamente. Due, quatro, sei, otto metri prima di sprofondare nell’acqua verde delle grandi pozze. Uuuuuuuuuuuuuuuuuu…. SPLASH!!!

Abbiamo lasciato che la corrente ci spingesse lungo gli scivoli di roccia mentre l’acqua bianca turbinava tutto intorno, abbiamo attraversato a nuoto la quiete delle gole, appesi ad una teleferica ci siamo lanciati le vuoto: una figata pazzesca! Tutto questo già nel tratto di fiume denominato Bodengo1, quello che per difficoltà tecniche è da considersi il più accessibile anche ai meno esperti.

Visto che ce l’eravamo cavata bene Fabrizio ci ha invitato a seguirlo in un breve sopralluogo del Bodengo2. Per via delle forti pioggie voleva sincerarsi sull’intensità della corrente per le escursioni previste per i giorni successivi. Essendo un sopralluogo non abbiamo utilizzato l’ingresso classico ma abbiamo “tagliato” più a valle: il “taglio”, fortuna nostra, era reso possibile da un tuffo alto undici metri.

Io sono stato il primo a saltare e confesso di avere avuto più di un’incertezza sul bordo della scogliera. Guardavo di sotto e scoppiavo a ridere. “Sì, sì… aspetta, aspetta …heheh, ora vado!”

Un piccolo slancio e la gravità ti inghiotte, in aria apri le braccia ed osservi l’acqua, scura ed intensamente blu, che sembra precipitarti addosso. Allunghi le gambe, stringi i piedi, chiudi le braccia. Uuuuuuuuuuuuuuuuuu…. SPLASH!!! Come un proiettile affondi nell’acqua profonda: giù, giù, sempre più giù. Nelle buie profondità sembri trovare per un istante un nuovo equilibrio, poi “archimede” ti afferra per la muta e ti proietta nuovamente verso l’alto sputandoti nuovamente fuori dall’acqua.

Avevo svuotato i polmoni entrando in acqua ed ora ingollavo aria a grandi respiri mentre scivolavo nella corrente in cerca di un punto fisso a cui aggrapparmi. Ancorato alla roccia ero sorpreso dal ritmo dei miei respiri: il mio corpo stava compensando con la respirazione la scarica di adrenalina che mi aveva investito. Fabrizio dall’alto mi osservava attento: con un tocco della mano sul mio casco gli comunico il “Tutto Okay”, poi scoppio a ridere! Che figata!

Lo scivolo successivo ci inghiotte, ci trascina nella spuma, poi ci sputa orizzontalmente, ci lancia due metri nel vuoto per poi riacchiapparci nella pozza sottostante. Hurra!! Superato una tranquilla e magnifica forra si raggiunge la “Bocca della Balena”, uno scivolo verticale che sprofonda in una grande pozza obbligata da cui si esce attraverso un’ulteriore scivolo. La corrente era però troppo forte e data la nostra scarsa esperienza sarebbe stato difficile godere di quello che è uno dei tratti più famosi ed apprezzati del fiume: “La prossima volta Fabri, la prossima volta!”

Tutti insieme siamo risaliti attraverso il bosco e, tolte le mute, ci siamo seduti a pranzare all’alba delle quattro del pomeriggio. Pizzoccheri ed affettati mentre davamo libero sfogo alla fame. Seduti al tavolo Fabrizio ed io abbiamo chiacchierato di montagna mentre Bruna e Keko si sbizzarrivano in mille domande.

Alle sei ci siamo rimessi in macchina. I miei due compagni hanno cominciato a russare alla seconda curva ma in fondo andava bene così: ero davvero molto contento e soddisfatto della giornata. Era parecchio che non me la godevo tanto senza troppi pensieri.

Fabrizio oltre ad una grandissima competenza ha anche la straordinaria capacità di essere coinvolgente e carismatico anche con chi ha poca esperienza. Non è cosa da poco. Se volete “coinvolgere” in sicurezza e tranquillità amici, morose o parenti è sicuramente la persona giusta a cui affidarsi. Se invece cercate supporto in qualcosa di più complicato credo che una breve occhiata al suo curriculum possa darvi l’idea di quanto sia davvero “forte”. L’incontro con Fabrizio si è dimostrato una magnifica esperienza: per simpatia e capacità è sicuramente una figura a cui fare riferimento e che ben volentieri posso consigliarvi.

Una giornata davvero magnifica!

Davide “Birillo” Valsecchi

Per Campi Solcati

Per Campi Solcati

Uno dei luoghi dove da tempo volevo andare a curiosare sono i Campi Solcati, la particolarissima formazione rocciosa sul versante sud-est del Monte Pra-Santo. Normalmente si può ammirarla da un punto di osservazione allestito sulla cresta opposta ma non mi ero mai spinto oltre il crinale per darle un’occhiata più da vicino.

A spasso con Nicola, durante il Grand Tour dei giorni passati, ho colto l’occasione per una piccola deviazione esplorativa. Premetto che non so se vi siano limitazioni d’accesso all’area, tutto il territorio appartiene alla Riserva Naturale del Malascarpa dove vigono spesso diviete speciali: “E’ vietato svolgere attività sportive di qualsiasi tipo che possano arrecare disturbo agli animali e all’ambiente, in particolar modo lungo le pareti rocciose dove nidificano l’Aquila reale e il Falco pellegrino.”  Cartelli o altre indicazioni non ne ho viste ma, per la natura ed i pericoli impliciti in una scogliera rocciosa, è sconsigliabile andarci a zonzo in modo sconsiderato: il pericolo di farsi male o di precipitare nel vuoto è da non sottovulatare.

Detto questo: “I campi solcati sono una figata incredibile!!”. Se da lontano possono incuriosirvi da vicino cattureranno la vostra più assoluta attenzione: un’enorme placca inclinata “solcata” da canne d’organo, canali, clessidre e lame rocciose!

Sul lato ovest la roccia precipita veritcale per oltre settanta metri mentre ad est, al di sotto della parte inclinata, si fa nuovamente verticale precipitando nel bosco dopo aver formato alcuni piccoli tetti. Per questo motivo, per non correre rischi, ho lasciato Nicky a fare la guarda alla sommità dei “campi” avventurandomi  in un free solo che si è dimostrato più intrigante ed impegnativo del previsto.

“I campi solcati rappresentano una particolare forma di carsismo superficiale. Lo scorrimento dell’acqua sul calcare ha infatti determinato la formazione di una fitta serie di solchi tortuosi, talora piuttosto profondi, orientati perfettamente lungo la linea di massima pendenza della parete rocciosa.” Questa è la definizione che ne fa l’ERSAF nelle sue pubblicazioni.

Ci si trova davanti a dei canali, perfettamente levigati, scavati nella roccia ed affiancati da sottili lame di calcare tutte parallele tra loro. Ogni tanto questi canali si interrompono sprofondando in in inghittitoi che possono essere anche molto grossi. Un tripudio di scaglie e clessidre magnifico!

Inizialmente pensavo che, visto la scarsa inclinazione, si potesse quasi camminarci sopra ma di fatto è impossibile riuscirci. Dove la roccia non sprofonda in canali è accuminata e spigolosa rendendo quasi impossibile trovare appoggi abbastanza grandi su cui fare il passo: inevitabilmente ci si ritrova quasi sdraiati ad arrampicare.

Percorrerli in salita è un vero spasso, un tripudio di prese ed appigli fantastici. In discesa invece è più complesso, sia per le difficoltà proprio della disarrampicata, sia perchè sulle lame gli scarponi tendono a scivolare e si finisce a lavorare tutto di braccia. Intendiamoci, non si supera il II o III grado, ma rotolare su quelle rocce significa conciarsi da sbatter via, anche senza ribaltare di sotto.

Mentre esploravo quelle forme incredibili mi sono sistemato il berretto e, dimentico di aver gli occhiali da sole parcheggiati sopra, mi sono caduti sulla roccia. I miei gloriosi Oakley hanno cominciato a rotolare dentro uno dei canali come una biglia in un tubo di gomma. Aggrappato immobile li osservavo sbattacchiare verso il basso per cinque o sei metri arrestandosi poi sul fondo di un inghiottitoio. Per recuperarli ho dovuto scendere, sdraiarmi ed allungare il braccio braccio il più possibile per recuperali da quel piccolo abisso. La mia preziosa plutonite era comunque intatta!

Sempre sulle placche ho trovato dei piccoli bulloni d’ancoraggio che probabilmente sono stati infissi per qualche strumento di monitoraggio. Voltandosi il colpo d’occhio su Corni di Canzo era davvero inconsueto: non avevo mai avuto occasione di vederli alle spalle della grande placca che forma la “Cresta del Referendum”.

Se volete osservare i Campi Solcati il suggerimento migliore è di farlo dalla piazzola di osservazione. Se invece volete avvicinarvi un po’ di più dovete a) trovarvi la strada da soli b) non dire che vi ci ho mandato io c) rimanere nel bosco senza addentrarsi troppo sulla roccia. Chiariti questi dettagli posso assicurarvi chè sono davvero un luogo spettacoloso!

Davide “Birillo” Valsecchi

Corni: Grand Tour d’Estate

Corni: Grand Tour d’Estate

Il Grand Tour, tradotto letterale dal francese come “grande giro”, era un lungo viaggio nell’Europa continentale effettuato dai ricchi giovani dell’aristocrazia europea a partire dal XVII secolo Il viaggio era e destinato a perfezionare il loro sapere ed aveva  sempre la partenza e l’arrivo in una medesima città.

C’è qualcosa di atavico e misterioso in un viaggio circolare, in un periplo, in una circunavigazione o in un orbita. Il giro del mondo o il “Kora” di una montagna, l’espressione di un percorso rivoluzionario, di un pellegrinaggio, che lascia tutto immutato ma profondamente diverso.

Il Gran Tour dei Corni è un lungo viaggio circolare che non solo permette di esplorare il nostro territorio ma offre l’opportunità, in un unico percorso, di osservare le nostre montagne da ogni angolazione. A fine giornata la macchina fotografica è piena di immagini della stessa montagna, tutte simili ma tutte diverse. In ognuno di quegli scatti  è racchiuso un particolare che solo quell’angolazione, quel punto di osservazione,  ti aveva finalmente permesso di notare .

Ad accompagnarmi in questo recente “tour” è stato Nicola, un mio coetaneo di Cantù con cui spesso mi avventuro in qualche esplorazione o rilevamento. Per lui il tour era un viaggio attraverso un territorio quasi completamente sconosciuto.

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Il percorso, nella mia interpretazione, è ormai quasi un classico. Si parte dal lazzaretto di Canzo alzandosi lungo il sentiero che dalla Val Pesora porta alla Cima del Cornizzolo. Il primo tratto è un bello strappo che da quota 470m ci si innalza lungo il crinale fino ai 1240m della Croce del Cornizzolo.

Salendo alla cima del Cornizzolo si iniziano a vedere nella pianura i laghi minori e tutto intorno le montagne. Spiccano i corni che, entro fine giornata, saranno la tappa conclusiva del tour. Appaiono vicini ma è ancora lungo il viaggio che ci porterà fin la.

Come lungo uno scivolo si scende fino al rifugio Maria Consigliere (SEC) risalendo, quasi in rincorsa, verso la cima del Monte Rai. Il panorama resta sempre lo stesso ma è in costante trasformazione. Mentre continui a guardarti intorno ciò che stava a sinistra ora sta a destra e ciò che era lontano ora appare più vicino.

Attraverso la bocchetta di San Miro si raggiunge la cima del Prasanto e ci si incammina verso le rocce del Malascarpa. Qui, insieme a Nicky, abbiamo fatto una breve deviazione verso i Campi Solcati scattando qualche foto che vi mostrerò in seguito (davvero un posto fantastico).

A questo punto inizia la discesa che segna la metà del tour ed il momento più critico. Si perde infatti quota per poi affrontare nuovamente una ripida salita: a metà del viaggio è come se si ricominciasse tutto da capo. Una trasformazione nella trasformazione che richiede una certa determinazione.

A dare sostegno in questo nuovo inizio abbiamo però la straordinaria bellezza del grande Faggio, il Fo, e la bontà dell’acqua che sgorga dalla fontana ai suoi piedi. Ci si ferma a tirare fiato, si mangia qualcosa e poi si torna a salire.

Qui ci sono due possibilità. Si può scendere fino al Corno Rat e risalire lungo il sentiero attrezzato che corre lungo il crinale, oppure puntare direttamente al Corno Orientale dal Fo. Il primo percorso è abbastanza tecnico ed esposto non sapendo come si sarebbe comportato Nicky sulle rocce ho optato per il sentiero guadagnando tempo ed energie per affrontare l’attraversata dei tre corni.

Il tuor, nella sua parte finale, affronta e concatena una serie di sentieri EE su creste di roccia piuttosto esposte. In pratica il difficile arriva in fondo, quando hai già speso tante energie e devi confrontarti con la roccia e gli strapiombi dei Corni.

Credo sia importante rimarcarlo perchè a questo punto avrete 5 o 6 ore di marcia nelle gambe e questo può mettere in difficoltà anche gli “escursionisti esperti” che su quel tipo di percorso normalmente non hanno difficoltà.

Dalla Bocchetta di Leura di raggiunge il Corno Orientale per poi risalire verso il lato Este del Corno Centrale lungo la cresta che sovrasta l’abisso della parete Fasana. Giunti all’anticima del Corno ci si trova davanti,quasi allineate, le due croci del Centrale e dell’Occidentale alle cui spalle, nelle giornate limpide, appare il Monte Rosa. Alla vostra destra invece tutta la bellezza del lago di Como incorniciato dalle Grigne e più dietro dal Legnone.

Si scende dal Corno attraversando la forcella per poi risalire attraverso il “Caminetto” fino alla cima del Corno Occidentale, il punto più elevato di tutto il tour.Dalla cima si può scendere lungo la Cresta del “Passo della Vacca” o attraverso uno dei tanti canali. In questo caso ho portato Nick a vedere il “Buco dei Corni” prima di abbassarci verso il sentiero numero 5 dando un’occhiata anche al versante di Valbrona.

La discesa attraverso i boschi è una lunga, per certi versi interminabile, camminata che con pazienza riporta al punto di partenza passando dal Prim’Alpe e da Gajum. In totale sono 7 cime per circa 17 chilometri da percorrere in 9 ore. Tanta fatica per non andare da nessuna parte. Ottima prova Nick 😉

Davide “Birillo” Valsecchi

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Rainy Forrest

Rainy Forrest

Le pioggie di quest’incerta estate mitigano il caldo ma al contempo impediscono di dare spazio alla fantasia tracciando lunghi itinerari attraverso i nostri monti. Domenica avevo promesso a Nicola, mio coetaneo di Cantù, che lo avrei accompagnato nel “Gran Tour dei Corni” ma il tempo instabile sconsigliava di impegnarsi in 8 ore di cammino lungo le creste. Il “tour” è infatti  il lungo percorso che costeggia tutta la Val Ravella passando delle cime di Cornizzolo, Monte Rai, Pra Santo, Corno Rat, e la traversata dei Tre Corni da Est.

Così, visto che la voglia di uscire superava la minaccia di pioggia, ci siamo comunque lanciati in una piccola esplorazione. La val Ravella si è dimostrata lo scenario ideale per compiere qualche esperimento con la macchina fotografica. Le nuvole e la vegetazione rendevano la luce abbastanza fioca per provare tempi di esposizione alti e catturare l’effetto “setoloso” dello scorrere dell’acqua. In più, la macchina di Nicola, può essere controllata via wireless attraverso il cellulare. In qualche modo tutto ciò mi ricordava la macchina fotografica radiocomandata che utilizzava Walter Bonatit nei suoi reportage.

Prima Nicola mi spediva sulle rocce, sulla riva opposta del fiume, a posizionare la macchina fotografica e poi, nuovamente insieme, manovrava il “telcomando” per realizzare un’autoscatto. Come in una foto d’epoca dovevamo rimanere immobibili per i lunghi secondi in cui l’obbiettivo rimaneva aperto catturando lo scorrere dell’acqua.

“Dai, basta giocare, andiamo ad esplorare un po’!” Superato il terz’alpe abbiamo prima fatto visita al grande Faggio, “il Fò”, per poi andare in caccia della “Fiamma”. Ciò che io chiamo la “fiamma” è un grosso monolite che spunta dalla vegetazione sul versante sud del tratto a valle della Coletta.

E’ diffcile non scorgerlo dall’alto, tuttavia raggiungerlo dal basso è stata una mezza impresa. La vegetazione si è fatta intricata e fitta, tra le piante corrono vere e proprie liane che come solide ragantele trattengono il passaggio. Una volta dentro la vegetazione è quasi impossibile vedere la “fiamma” e per orientami ho dovuto usare il gps e le immagini satellitari. Ciò che davvero stupisce non è tanto la “giugla” quanto il fatto che nelle foto degli anni ‘50 tutto quel tratto di montagna appirisse come un brullo e nudo ghiaione. Ci stupiamo della pioggia ma i cambiamenti in atto sono più evidenti e radicali di quanto si voglia credere.

La “fiamma” riservava interessanti sorprese di cui vi parlerò con calma quando avrò approfondito alcune ricerche in merito. Dal versante nord è possibile salire in modo abbastanza semplice tuttavia, visto che gli altri tre versanti offronto trenta metri di volo, non conviene avventurarsi in modo sprovveduto.

La cima della “fiamma” è uno straodinario punto d’osservazione da dove studiare buona parte delle pareti e delle vie del versante Sud dei Corni. Purtroppo la foschia e la nebbia hanno reso opache e sbiadite le foto: toccherà tornarci sperando in una luce migliore.

“Bene andiamo a mangiare!” Dopo aver fatto tappa alla muraglia strapiombante sotto il sentiero che porta alla Coletta ci siamo diretti al Rifugio della Sev: Birra, gazzosa ed un panino al salame!

A farci compagnia abbiamo trovato Pietro Paredi, guida alpina emerita e grande conoscitore dei Corni di Canzo. Pietro è uno degli ispiratori delle nostre salite ai Corni ed incontralo è sempre l’occasione per aggiornarlo sui nostri progressi e per ascoltare nuove storie sulle vie che ancora ci mancano.

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Oggi gli alpinisti di punta riescono a fare cose straordinarie ma è incredibile pensare a cosa abbiano fatto le generazioni precedenti e sopratutto con quali mezzi. “Sulle staffe devi alzarti piano, strisciare sulla roccia. Non puoi tirare, i chiodi a pressione devi farli sempre lavorare. Se tiri saltano fuori. Si faceva il buco con il punteruolo, li si batteva ma  dovevano lavorare sempre ad incastro verso il basso” Mi racconta mimando i gesti “Reggono il peso ma non puoi volarci sopra, strappi tutto.” Chiedo io.

Pietro inizia a raccontare di nuovo. “Una volta eravamo sul corno Orientale, stavamo tentando la ripetizione di una via con il nome di un prete, l’Arturo Pozzi credo. Ero da secondo ed avevo lasciato andare davanti il mio compagno. Glielo dicevo di non tirare ma cominciava ad essere stanco e così, tirando le staffe per raggiungere il chiodo successivo, ha fatto saltare quello su cui era attaccato. Cadendo ha strappato otto chiodi a pressione prima che riuscissi a trattenerlo.  L’ho fermato sull’ultimo chiodo davanti alla sosta. Poi ci siamo calati e per quel giorno abbiam lasciato perdere”. Otto chiodi sono un eternità di tempo e spazio che moltiplicati per la gravità  si traducono in spaventosa velocità e forza “‘Otto chiodi! Ma se arrivava alla sosta?” chiedo stupito. Pietro ride, fa un gesto chiaro con la mano lasciandola cadere verso il basso. “Su quei chiodi non devi volare, devi andar su piano piano”

Davide “Birillo” Valsecchi

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