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Il Circo dei Tassi

Il Circo dei Tassi

“Una giornata grandiosa. Grandiosa e terribile per la fanteria!” TeoBrex ha radunato la squadra e siamo in viaggio per il nostro solito sasso. Forse non mi interessa arrampicare, forse alle volte non mi interessa nulla. Voglio solo stare con i Tassi, rientrare nei ranghi, immergermi tra le fila, sentire attorno a me i miei compagni. Qualcuno è infortunato, qualcuno disperso. Brex, Andrea, Brambo, Gae e Birillo: ecco la squadra di combattimento, gli X-Men di questa puntata. Nello zaino ho il caschetto, un materassino da campeggio ed un rotolo intero di carta igenica: sono pronto a tutto!

Mi appollaio su un albero a sbalzo: ho arrampicato un po’ slegato, sciolto attraverso roccia buona. I ragazzi, trafficano con le corde, si esercitano sui tiri mentre li osservo piacevolmente distratto al sole. “Il vecchio Birillo avrebbe arrampicato di più!” sfotte qualcuno. “Il Birillo vecchio invece prende il sole” ghigno di mio.

Ieri mi è arrivata un’email: tra venti giorni devo rinnovare il servizio web di Cima-Asso.it prima che scada il contratto annuale. CimaMenoAssoPuntoIt: accidenti ormai sono dieci anni che la “creatura” vive. Ma giusto ieri qualcuno, con fare altezzoso e velenoso, aveva definito “Cima” un Blob, un patetico circo, un carrozzone di straccioni. “I Tassi non esistono: sono una tua fantasia. Fate solo sciocchezze. Scrivi solo sciocchezze”. Qualcuno era evidentemente ansioso di scoprire se la mia pazienza avesse un limite…

In dieci anni il “Circo” è andato a zonzo in lungo ed in largo, ha solcato montagne, affrontato oceani, disceso fiumi e scompigliato osterie e bordelli. Quasi non ricordo tutte le storie, i nomi, i volti ed i racconti che hanno incrociato le rotte di questo sconclusionato viaggio. “Cima” ricorda, ricorda ed archivia tutto. Io no purtroppo. Forse è per questo che ogni tanto mi crogiolo nei dubbi.

Quante persone sono passate attraverso questo luogo che non esiste, qualcuna è distante, qualcuna dispersa, qualcuno se ne è andato, qualcuno è stato cacciato. Quelli che rimangono sono reduci, veterani e matricole: “Una giornata grandiosa. Grandiosa e terribile per la fanteria!”. I Tassi sono carne da cannone, disperati pronti all’ingaggio: non è con le chiacchiere o con le fregnacce che si può fermarli.

Appoggiato al mio albero li ho guardati: “Esistono, eccome se esistono. Certo, non idea di cosa combineranno, di cosa siano o di cosa aspirino a diventare… ma forse è questo il bello di tutta la faccenda”. Chissà, forse potremmo abbandonare l’arrampicata e la montagna per darci alla pesca, al canoismo o all’ippica… ma rimarremo sempre e comunque i Tassi.  

Dieci anni, dieci anni a fare il pagliaccio nel centro della pista: a testa bassa, beccando cazzotti da tutti i lati senza mai cadere al tappeto. A volte mi sento un pugile suonato che continua a perdere ai punti, ma non è con le chiacchiere o con i giudici che si travolge uno come me. “Fate solo sciocchezze. Scrivi solo sciocchezze”. Può essere, ma c’è la pericolosa possibilità che non mi importi.

In dieci anni ho scritto fiumi di parole. Spesso avevo ragione, spesso avevo spudoratamente torto, ma non ho mai preteso di avere la verità, di essere nel giusto o di conoscere la strada. No, al meglio delle mie possibilità ho cercato di raccontare questo curioso viaggio che è la mia vita e di quelli che mi stanno accanto. Spesso però si è fatto la differenza e qualche piccolo, ma prezioso, risultato è ancora lì da vedere, tra le mille storie. Mi avvolpacchio e ricordo Amritsar, la città del tempio d’oro dei Sikh nel nord dell’India.

Quella volta avevo visto i fedeli rendere omaggio al loro grande libro sacro leggendolo ininterrottamente per 48 ore. Un libro diverso dalla Bibbia o dal Corano, un libro che non è un insieme di precetti o regole, ma semplicemente il “diario di viaggio” di Guru Nanak, il fondatore dei Sikh. I racconti dei suoi trent’anni trascorsi attraverso l’Asia, la culla della civiltà divisa dai conflitti religiosi e dalle caste. Un libro che predicava l’esistenza di un unico Dio, l’uguaglianza degli uomini ed è contrario ai rituali e alle religioni che separano gli uomini nel nome di dio. Un libro decisamente contro corrente.

Mi piacciono i Sikh, di tutto il ciarpame filosofico indiano/tibetano che ho incontrato sono i soli che hanno saputo guadagnarsi rispetto e fiducia. Forse, a modo suo, anche “Cima” è il “Diario di Viaggio” di questa nostra strana avventura. Non ho verità da dispensare, ma se un giorno qualcuno, leggendo i nostri racconti, riuscirà a trovare la propria, o anche solo un po’ di conforto durante il proprio viaggio, credo che il tempo, i sacrifici ed i soldi per tenere in piedi il “carrozzone” saranno stati ben spesi.

Per un istante mi perdo nel sole. Poi i ragazzi insaccano le corde, scendiamo a valle per farci un paio di birre. “Una giornata grandiosa. Grandiosa e terribile per la fanteria!”

Davide “Birillo” Valsecchi

Badgers? Badgers don’t care…

La Banda Fratelli

La Banda Fratelli

“Quella volta eravamo io, Elvis, TeoBex, suo Fratello il Tenente Dan, Gaetano e suo fratello PierP…” Rileggete questa frase con l’intonazione di Forrest Gump e potrete comprendere il mio confusionale stato mentale quando, con il consueto ritardo, mi sono presentato alla Chiesetta di Crevenna. Nel Santo Venerdì in cui Nostro Signore si immola sulla croce, trucidato da una civiltà imperialista in combutta con i Giudei, i vecchietti del Bar ingollano il bianchino del mattino discutendo della “Madre di Tutte le Bombe”, il petardo più grande e stupido mai creato, lo spaventoso mostro con cui sconfiggere l’orda di primitivi ed invincibili pastori accampati dentro sperdute grotte. Già, lo Yankee isolazionista ha cambiato idea e si è messo a fare lo sbruffone un po’ con tutti: russi, coreani, siriani. Tutta gente a cui è raccomandabile tirare i sassi alle vetrate… Chissà, forse non è stata una buona idea dare il più potente arsenale mondiale ad uno con il parrucchino ed una evidente “sindorme da pene piccolo”.

Lo scenario all’orizzonte è come al solito da “Alba Rossa”, ma la versione originale dell’84 con i due fratelli Patrick Swayze e Charlie Sheen (…non quella porcata nuova con Thor). Tuttavia se i pastori delle montagne afgane hanno saputo tenere testa tanto ai Russi quanto agli Americani, anche ai Tassi del Moregallo conviene darsi da fare per tenere alta la bandiera. Così, al Sacerdote dei Badger, l’accozzaglia di squinternati che forma la mia Tribù, non resta che serrare le fila, rimpolpare i ranghi e riprendere l’addestramento: “Gente: andiamo in falesia!”

Una moulinette su una via a spit non è una cosa seria, è un gioco che solo incidentalmente ha a che fare con l’arrampicata. Nei passaggi duri la gente ravana isterica nel sacchetto della magnesite come se da questo ne dipendesse la loro vita, ma in realtà, salvo qualche puttanata, il rischio è nullo. Probabilmente è proprio questo che mi annoia e mi diverte allo stesso tempo: mi piace andarci portandoci in massa tutta la squadra, riempire lo zaino di roba da mangiare e bere, conquistare e presidiare la zona. “Sì, sono arrivati i tassi: convertitevi!!”

Era da oltre quattro mesi che non infilavo le scarpette e probabilmente da oltre un anno che andavo in una falesia attrezzata. Teo e Gaetano dovevano insegnare ai rispettivi fratelli i primi rudimenti tecnici: io ero una specie di turista osservatore armato di tappetino per la pennica. Quando arriviamo al “sasso” un’altro gruppettino di ragazzi ci raggiunge ai piedi della parete. Sono tutti giovanissimi, tra i 17 ed 20 anni. Io attacco con la Gag dell’anziano artritico e petulante (ormai una realtà più che una recita) e comincio ad arrampicare slegato sul lato facile (ma appagante) del sasso. In cima mi godo uno scorcio sul Buco del Piombo e ridiscendendo dall’altro lato.

I miei luogotenenti erano stati tanto lungimiranti da portare due corde ma solo due imbraghi. “Ma quindi? E cosa dovremmo farcene di due corde con solo due imbraghi? Non potevate dirmelo che portavo gli imbraghi di riserva?” I Badgers non brillano molto nell’organizzazione spiccia… Così, sempre nel mio ruolo di vecchiaccio logorroico, ho puntato uno dei ragazzini dell’altro gruppo “Hey tu! Come ti chiami? Invece di star lì a far nulla vieni a farmi sicura che facciamo un paio di tiri insieme!”. Il mio sconosciuto nuovo amico aveva diciassette anni, era il più piccolo e giovane  del gruppetto ed in vita sua aveva fatto sicura solo un paio di volte. “E vabbe, non ti preoccupare: io mi chiamo Birillo, tu dammi corda che in qualche modo andiamo e torniamo!”.

L’entusiamo dei giovani è contaggioso ed abbiamo cominciato a macinare tiri e ripetizioni. Alberto, questo il nome del mio giovane compagno di cordata, mi ha persino ringraziato nonostante l’avessi schiavizzato per oltre un’ora. Poi, allo scoccare del pranzo, ho aperto il tappetino, lo zaino e la prima birra. Giacomo, ormai ribattezzato “Tenente Dan”, e PierPaolo se l’erano cavata bene nella loro prima esperienza verticale. Il tenente Dan ha avuto una mezza visione mistica (quasi ci sviene per lo sforzo!) mentre Pier è intenzionato a continuare ad allenarsi anche a casa: probabilmente i Tassi andranno in missione sul Vesuvio in autunno!

Dopo pranzo, mentre ancora sono sdraiato sul mio tappetino, proclamo il momento “ELVIS”. La storia dietro questa idea è lunga e complicata, risale ad una pratica di allenamento in voga negli anni ottanta agli albori della falesia di Scarenna. La pratica è semplice: corda dall’alto sali, raggiungi la catena, poi scendi disarrampicando, una volta a terra riparti, risali e ridiscendi. Questo esercizio, apparentemente semplice, fatto su un 4a, apparentemente semplice, risulta essere fisicamente e mentalmente molto istruttivo.

Normalmente in falesia fai un tiro da primo, 5/10 minuti, poi ti cali ed il secondo ripete il tiro, 5/10 minuti, due chiacchiere e poi si prova un’altro tiro. Se va bene in un’ora fai due, massimo tre tiri: in pratica si arrampica pochissimo. Con il metodo “Elvis”, che ci è stato insegnato da Ivan, riesci a farti sessioni continue in cui arrampichi e disarrampichi centinaia di metri tutti in fila. Più sei veloce più macini roccia. Comunque vada alla fine ti ritrovi a chiudere gli ultimi tiri in discesa completamente esausto, costretto ad usare soprattutto la testa: un piccolo gioco con cui si sfiora e si comprende l’attitudine necessaria per arrampicare senza spit.

Mav, Andrea e la prima generazione di Badgers si allenavano spesso con questo sistema. Per Teo e Gaetano quello era il loro primo Elvis. “Teo, com’è arrampicare in discesa?” “In questo momento non ci passerebbe neppure uno spillo!!” Arrampicare in discesa è qualcosa di Preussiano che davvero cambia le prospettive!

“Dai gente, proviamo qui!” Una fessura piena di muschio e costellata di roccia incerta risale il sasso fino a raggiungere un deserto compatto di roccia gialla. Una linea non chiodata, muschiosa e sdegnosamente lasciata vergine nello spazio tra due vie di 5c che gli corrono ai lati. ”Ma perchè andate li, non c’è la via” Suggerisce incuriosito uno dei ragazzi. “Appunto: è per questo che ci interessa!” Faccio saltare la corda in catena spostandola un po’ a sinistra “Top Rope e Variante B!” Ammicco divertito ai soci consapevole che con B intendiamo variante Birillo.

Attacco la fessura, il primo movimento è davvero atletico, poi avanzo in esplorazioni tastando la roccia e coordinando i movimenti. Risalgo la prima fessura e raggiungo la seconda fino ad alzarmi nel deserto giallo. “Bagai qui è dura, non c’è nulla a cui attaccarsi!” Sono costretto a ripiegare e sfruttare l’uscita della via a destra. Scendo e TeoBrex si lancia nel “FuoriVia”. Ricordo ancora le prime salite fatte insieme poco più di un anno fa: è davvero migliorato in modo incredibile. Nella fessura io sembravo un nat incastrato e ribattuto a martellate, Teo invece afferra il bordo della fessura e si lancia all’esterno: “Capitano! Guarda la Dülfer”. Il suo stile è decisamente migliore del mio ma anche lui è costretto ad arrendersi alle porte del Deserto Giallo. Quando tocca Gaetano sono stupito dalle sue capacità. Il primo movimento era per lui fuori misura ma il resto sembra divorarlo con sicurezza. Arrivano al Deserto Giallo tenta il passaggio uscendo verso sinistra in un assalto coraggioso ed arrembante: “SBRRAAAMMM!” Il deserto non concede sconti e Gaetano dondola allegro e respinto. Questo, con la corda dall’alto, è l’unico volo della giornata: non è andata male.

La sera, per completare la “Banda Fratelli”, si aggiunge anche mio fratello keko e Bruna. Volevamo fare una puntata al TrueBeer ma era preso d’assalto e completamente pieno. Così abbiamo ripiegato al Centrale tra i Metallari. Sul palco si esibivano dal vivo i “Mini Gorgoroth” un gruppo di nani circensi vestiti da UmpaLumpa che, rigorosamente in falsetto, suonano cover del celebre e temibile gruppo Black Metal Norvegese… No, purtroppo niente di così creativo o stuzzicante, solo la consueta batteria a mitraglia che cerca di dare supporto a di discutibili cantanti che vomitano nel microfono. Il metal non è morto, sta soffocando nella disperata attesa che qualcuno gli applichi la manovra di Heimlich. (…e comunque “Heimlich Growl” sarebbe è un bel nome per una band o una canzone!) La birra però era buona e la giornata, per certi versi campale, si conclusa degnamente: benvenuti nuovi Tassi, siate orgogliosi di appartenere al più squinternato gruppo alpinistico in circolazione!!

Davide “Birillo” Valsecchi

I Fratelli Corvo

I Fratelli Corvo

Scrivere, scrivere, scrivere: c’è sempre bisogno di scrivere ma mai tempo per farlo. Così rinunciò all’ultimo giorno di sole prima della grande pioggia per riordinare le idee, le foto ed i ricordi in questa odissea di cose in cui sono immerso. Sabato mattina lavoravo a “L’albero dei Chiodi”, un mio progetto all’interno delle iniziative che ruotano attorno all’imminente “ValmaStreetBlock” del 1° Aprile, un “segreto” a cui sto lavorando ormai da qualche mese.

Poi, per pranzo, è arrivato Joseph. Insieme ci siamo fiondati in trattoria a confabulare: sembrava di essere tornati ai tempi delle “Zie” ed all’epoca dei grandi viaggi: magnifico! Qualche giorno prima, sempre in trattoria, avevamo fissato “nero su bianco”, rigorosamente su una tovaglia di carta macchiata di sugo e vino rosso, le nostre “fantasie” per l’arrivo della nuova primavera. Già, Le fantasie sono “materia” strana in questo universo, spesso una stretta di mano è semplicemente il primo passo per renderle reali! (Enzo, stramaledetto fabbro sciamano, se leggi dall’Africa sappi che c’è un ruolo anche per te in questa avventura!)

Poi suona il telefono: “Biru! Tra due ore dalla vecchia!”. Guero e Paolo hanno ripreso ad arrampicare insieme. Guero aveva promesso a Paolo una salita piacevole e non pericolosa ma ovviamente, come era prevedibile, aveva tirato fuori quattro tiri infernali da “guerra e pace”: “Lasciate ogne speranza, voi ch’ intrate.” Guero è il Virgilio dell’arrampicata, devi essere pronto a trasfigurare tutto te stesso per riuscire a seguirlo nel suo viaggio, per elevarti dagli ignavi alla conoscenza. Così, per seguire l’onda, dalla trattoria mi sposto in birreria.

“Monica mi ha mostrato le tue foto della Nord del San Vittore”– attacca Guero – “ma lo sai che quel canalone è pericolosissimo? Che è originato da crolli e che c’è un distacco imminente con una frattura a fulmine assolutamente spaventoso? Se sei lì dentro quando viene giù tutta quella massa di materiale non ti troveranno mai più!” Quella del Guero non è un’ansiosa predica, è più una semplice ed intensa “nota informativa”. Anche Paolo mi conferma la cosa “Noi l’abbiamo visto da sopra, ma è un posto davvero repulsivo e la spaccatura è davvero impressionante”. Già, io standoci dentro ero afflitto da una “pensante inquietudine”. Purtroppo nessuno dei due ha saputo confermare se il Canale degli Inganni “esca” senza salti di roccia finali. Un mistero sempre più fitto. Il canale adiacente però, quello della Val Farina che esce sotto il torrione Diaz, pare invece sia percorribile e che ci siano persino dei tratti attrezzati. Tutto da verificare però.

L’idea di infilarmi di nuovo nel canalone alla cieca mi alletta un po’ meno e così ho deciso che è necessario un sopralluogo strutturato: Pizzetti + Val del Verde a salire e Sentiero del GER a scendere, cannocchiale e macchina fotografica con teleobiettivo. Mentre preparo lo zaino mi telefona mio fratello: “Facciamo qualcosa insieme domani che sono libero?”. Keko, una specie di fotocopia più giovane di 16 anni, è sempre impegnato con le lezioni di musica Jaz, chiuso in “laboratorio” con la sua chitarra ed i suoi strumenti. Quando decide di venirmi dietro devo cogliere l’occasione al balzo: “Bruna è a Bergamo tre giorni con la scuola. Dormi da me questa sera che usciamo presto domani?” Mio fratello accetta ben volentieri, consapevole che faremo bisboccia tutta notte e che il giorno dopo ci sveglieremo comunque inevitabilmente tardi!

Il mattino successivo, quando il giorno è nato già da parecchio tempo e le brioche al bar sono ormai finite da ore, ci mettiamo in strada alla volta del San Martino. ValVerde + GER sarebbero un impropria ed immeritata “mazzata” per mio fratello e quindi opto per un giro ridotto ma comunque esplorativo.

Ci infiliamo su per la variante dei Pizzetti, quella che punta al canalone tra i due speroni, passando a fare visita alla grotta Rosa. Keko ha ricevuto l’addestramento Speleo di Base ed infilarsi in una grotta, sebbene di modestissime dimensioni, è un bel modo per iniziare il nostro giro. Lasciata la variante torniamo sul sentiero dei Pizzetti che, essendo domenica, è affollato di umanità varia. In questi mesi ho percorso spesso quel sentiero, quasi sempre nella più completa solitudine. Trovarvi così tanta gente è stata una novità, non sempre piacevole: “Deve essere il Sant di Ciuch – il protettore degli ubriachi – ad impedire che la metà di questa gente passi di sotto e finisca nel lago!”.

Finalmente arriviamo al Rifugio Piazza, nuova base operativa dei tassi sulle scogliere della sponda orientale: “Ciao, ci fai due birre e due panini?”. Io ed il Keko ci inabissiamo su una panchina osservando con il binocolo i prati verticali del Moregallo ed il pittoresco mondo degli escursionisti che circonda. Un “ragazzo” sulla quarantina ci si piazza davanti, armeggia con il cronometro, con il gps, con gli occhiali a specchio “che manco negli anni ’80” e la tutina aderente da corsa. Poi, appoggiandosi alla staccionata, comincia a fare stretching con sincero ed intenso impegno. Io e mio fratello, con la nostra lattina di birra ben stretta in mano, lo osserviamo con un’espressione degna di Jeff Lebowski e Walter Sobchak: “Vedi, fratellone, quelli sono gli atleti veri.” – Poi mi guarda e sogghigna allungando la latta – “Già, alla Salute!”

Torta, caffè e ripartiamo: evito i pizzetti in discesa ed opto per un tour sul lato est. Girovaghiamo per un paio d’ore ed alla fine, sfilando sotto la grande parete del San Martino torniamo con un ampio giro ad anello alla “tenda blue”. Bruna è rientrata da Bergamo: si torna alla base.

Svaccati sul divano ci addormentiamo davanti a Netflix fino all’ora dell’aperitivo. Poi, la squadra, inizia a contattare gli altri membri dei Badgers: “Appuntamento al TrueBeer”. TeoBrex ci aspetta al parcheggio e poco dopo arriva anche Andrea. Mentre ingollo CubaLibre ascoltando i racconti di TeoBrex (che ha superato le selezioni e che ora sta seguendo l’addestramento per entrare nel Soccorso Alpino Speleologico) mi vibra il cellulare. Ivo Ferrari, con cui spesso ho la fortuna di scambiare messaggi ed informazioni, mi invia alcune strabilianti foto del suo archivio storico di chiodi e materiale alpinistico: un vero e proprio museo per appassionati!

A volte sono sorpreso, sono probabilmente la persona peggiore e più fastidiosa che conosca, la più solitaria e scontrosa, eppure nonostante il mio caratteraccio, nonostante la mia cronica incostanza relazionale e le mie stramberie, sono circondato da persone speciali che mi sono affezionate: già, Birillo è un bastardo con una fortuna sfacciata.

Davide “Birillo “Valsecchi

Ps: la mia famiglia, i Valsecchi di Asso, in dialetto sono chiamati “Curbatei”, piccoli corvi. Per questo “Curbatei Brothers”.

Ragno di Piombo

Ragno di Piombo

NOTA 28/10/2018 – L’accesso al Buco del Piombo (BDP) è completamente interdetto: un’ordinanza Comunale da tempo vieta l’uso della scala che è la principale via d’accesso, ora tuttavia anche la Proprietà, attraverso il “Museo Buco del Piombo” ed i quotidiani, si è pubblicamente espressa proibendo qualsiasi tipo di ingresso ed attività.(La Provincia 27/10/2017)

“Non possiamo chiodare una via a spit! Oddio… potremmo e sarebbe pure divertente, ma non si fa! Non si può e non si deve!”. Tempo fa ho conosciuto Simone Pedeferri, ad una serata con Ivan Guerini, e l’avevo trovato un ragazzo simpatico e disponibile. Anche Luca Schiera, che invece non conosco, mi è sembrato un tipo apposto. Curiosamente giusto qualche giorno fa avevo fatto i miei complimenti al Presidente dei Ragni di Lecco per l’Accademy, una loro iniziativa dedicata ai giovani. Quindi no, il nostro esperimento, la nostra “ravanata” alla Divina Commedia al Buco del Piombo, doveva essere animata dal massimo rispetto e dalla più completa correttezza: okay alle staffe ma niente martelli all’imbrago, nessun segno alla roccia.

Così, superata una pioggia battente, ci siamo ritrovati con il naso all’insù sotto la grande volta: “Sì, ma qual’è la via dei Ragni? Qui si è riempito di piastrine!”. La prima difficoltà, oltre a non cadere all’indietro guardando in alto, era proprio trovare la linea giusta in mezzo ai tanti infissi apparsi sulla parete. Ci siamo seduti su una panchina, cercando immersi nell’atmosfera magica di quell’immensa grotta al cui interno sorgeva un antico castello.

Simone e Luca, membri dei Ragni, hanno aperto uno o due anni fa una via di sei lunghezze che supera la grande volta e riemerge sulla parete frontale per risalire fino ai prati sommitali. Per i non addetti le cose sono andate più o meno così: hanno dapprima risalito piantando i fix con il trapano, poi hanno attrezzato con i rinvii le protezioni, hanno studiato e provato ogni passaggio per lungo tempo ed alla fine, quando ormai padroneggiavano ogni movimento, l’hanno risalita tutta in libera, ossia senza mai attaccarsi a qualcosa di artificiale. Lo scopo non era “salire” ma valorizzare il “gesto assoluto” annullando, o contenendo al massimo, il rischio. Questo credo sia il concetto alla base di ciò che oggi viene chiamata “libera”.

Chi mi conosce lo sa, non è questo l’approccio che preferisco. Per comprendere la mia visione basta pensare a “Birillo’s Crack” e a come Josef, giusto lo scorso inverno, abbia affrontato quella fessura in modo assolutamente diverso. Non conosceva la parete, nessuno l’aveva mai affrontata prima, doveva superare le difficoltà e l’ignoto, proteggendosi man mano che saliva solo con chiodi, friend e nut. Abbiamo attaccato al mattino (con un freddo terribile) e nel giro di un paio d’ore eravamo tutti in cima al torrione. Qualcosa di assolutamente estemporaneo e brutalmente sincero: “se non ne hai, vieni a basso”. Qualcosa che ho visto fare con naturalezza solo a Josef ed Ivan e che è assolutamente fuori dalla mia portata su difficoltà simili.

Mattia in questi mesi si è dato molto da fare con il gruppo speleo, insieme a Carletto è uno degli uomini di punta per le risalite nelle recenti esplorazioni al Buco della Nicolina. Io e lui, dopo tanto tempo divisi, avevamo voglia di arrampicare insieme: il piano iniziale era una via sul San Martino, ma la pioggia era crollata sui nostri piani. Così, quasi per scherzo, è nata la malsana idea. “Birillo, proviamo il primo tiro della via dei Ragni al BDP?” “Va bene, basta non farsi male …e non fare la figura dei pirla” “Ma va, è tutta a spit!” In effetti, girando con Ivan, è raro che mi ritrovi appeso a delle piastrine.

Dirlo però non è come farlo: guardare verso l’alto fa una certa impressione. Il fiume, nel fondo della grotta, era in piena e soffiava una gran aria fredda. Ho infilato la giacca a vento, il piumino, il gilet felpato ed i guanti senza dita: “Tocca a te socio!”. Mattia attacca le staffe all’imbrago “E’ dai Corni che non usiamo più le staffe” Poi si ferma un istante e sorride ai ricordi “Quella volta non c’erano fix ma solo vecchi chiodi ad espansione anni ’60” Mi fa l’occhiolino ed inizio a dargli corda.

Come era prevedibile la nostra arrampicata si riduce alla transizione tra uno fix ed il successivo, la difficoltà è data dalla distanza tra loro scelta dagli apritori. La volta, la lontananza ed il rumore del fiume coprono le nostre voci quando più avremmo bisogno di sentirci e coordinarci. Tuttavia questo balletto è qualcosa che io e Mattia abbiamo fatto spesso: ci intendiamo con i gesti delle mani seguendo il ritmo dei movimenti. Guardo in su e sorrido: “Tutti si lamentano di Birillo, ma quando si fanno queste cose è bello avere un socio di ottanta chili che tira come un arganello…”. Mattia si alza sulle staffe, si distende e si allunga, piazza la staffa successiva, prende fiato e si allunga di nuovo rinviando. Poi, dopo che ci siamo intesi, si punta sulle staffe con entrambi i piedi, penzola nel vuoto e risale mentre io recupero la corda quasi appendendomici. Un fix alla volta, lavorando duro quando il passaggio lungo richiede qualche numero in più.

Simone e Luca probabilmente qui volteggiano tra prese ed appigli, innegabile la loro grande capacità su passaggi tanto difficili. Tuttavia, con i fix ed il trapano, per passar su non servono i Ragni ma bastano i Tassi: qualcosa che fa riflettere in effetti.

Negli anni 70 la nuova generazione di arrampicatori “liberava” ciò che la precedente generazione aveva conquistato con le staffe: curioso quello che le nostre staffe stavano facendo ora. Il nostro era davvero solo un “gioco speleo” in un giorno di pioggia? Chissà, il colpo d’occhio era rapito dalla meraviglia del Buco del Piombo: Mattia, un puntino lassù in quella volta sconfinata, sembrava avanzare in una fotografia da rivista. “Quello non è Mattia, quello è Tom Ballard che fa la sua magia!!”

Dopo un’ora e tre quarti Mattia è finalmente in sosta. Io, a furia di stare con il naso all’insù, ho gli svarioni e finisco con i piedi nell’acqua del fiume agitandomi e salutandolo dal basso. Pensavo sarebbe stato impossibile, fuori dalla nostra portata, ed invece eccoci là, sebbene nel modo più becero e sconclusionato immaginabile.

“L’arrampicatore di oggi non vuole precludersi la via di ritirata, e si porta appresso il coraggio nel sacco. Le pareti non vengono più vinte in arrampicata, bensì umiliate con un lavoro manuale e metodico, una lunghezza di corda dopo l’altra, e quel che non si fa oggi si farà domani. Le vie di arrampicata libera sono pericolose, per ciò ci si tutela piantando chiodi. La volontà non fa più assegnamento sulle capacità, ma sugli attrezzi e sul lungo tempo disponibile. Non è più il coraggio ma la tecnica il fattore decisivo; l’ascensione può durare giorni e giorni, i chiodi si contano a centinaia. Il ripiegare diventa disonorevole perché ormai tutti sanno che con i chiodi ad espansione si viene a capo di tutto.” Le parole di Messner, scritte nel 1963, risuonano chiare nella mia mente: …bene, basta giocare, si è fatta l’ora di tornare a casa.

Mattia si cala, lavoriamo ancora insieme per recuperare i primi rinvii ed accendiamo l’acqua per il the. Seduti nuovamente sulla panchina, con il JetBoiler in mano, guardiamo un ultima volta verso l’alto. “Certo, hanno usato il trapano, ma sono davvero forti. Molto forti! I fix sono davvero molto distanti. Sarebbe stato bello guardali mentre salivano la prima volta, imparare come affrontavano le difficoltà proteggendo la prima salita. Quello sì mi che sarebbe piaciuto: in libera è fuori dalla nostra portata, ma in fondo non è neppure il mestiere nostro”.

Insacchiamo le nostre cose e ci immergiamo nuovamente sotto la pioggia. I Tassi in qualche modo trovano sempre il modo di arrangiarsi, sono una razza strana: ”Calza gli scarponi e parti. Se hai un compagno porta con te la corda ed un paio di chiodi per i punti di sosta. Ma nulla di più. Io sono già in cammino, preparato a tutto…”

Davide “Birillo” Valsecchi

Photographie dans l’obscurité

Photographie dans l’obscurité

“John Lennon diceva che tutti si ricordano di te quando sei tre metri sotto terra. Beh, di noi che invece siamo già 200 metri sotto terra?” L’origine dei Badgers è storicamente legata alla speleologia; molti dei suoi membri fondatori sono speleo ed è da quel bacino di “duri ed infangati” che spesso provengono le nuove leve.

Ad essere onesto è da tanto che non mi infilo in profondità sotto terra, forse al momento mi manca il tempo o forse manca la determinazione di spingermi anche verso quella “frontiera”. Tuttavia il nostro gruppetto di ravanatori sotterranei al momento è piuttosto numeroso e decisamente attivo. TeoBrex, Mattia, Maurizio, Veronica, Giusy, Blanko: stanno facendo un sacco di attività ed in buona parte esplorativa. Davvero bravi.

In particolare Matteo “Blanko” Bianchi ha fatto un notevole progresso nella fotografia speleo. Anche io all’inizio, affascinato da quegli ambienti alieni, avevo provato a realizzare qualche buono scatto. Le difficoltà tecniche e logistiche che si devono affrontare però sono tutt’altro che banali ed il fango si era “mangiato” un paio di macchine fotografiche senza regalarmi scatti particolarmente buoni. Una mezza debacle!

Matteo invece si è impegnato con dedizione e costanza ed i risultati non si sono fatti attendere. Per questo, congratulandomi con lui, volevo mostrarvi alcuni dei suoi scatti.  
Sempre Avanti!! Sempre Scomodi!!

Davide “Birillo” Valsecchi

Storiche Pareti Fluviali

Storiche Pareti Fluviali

20161001_102222TEoBrex – Dalla finestra aperta giunge inconfondibile rumore di pioggia, di acqua schiacciata e scagliata lontano dai battistrada delle poche auto di passaggio, segno inequivocabile di essere praticamente sveglio attorno a quell’orario che può venir considerato notte fonda o mattino presto a seconda dei gusti. Il felino percepisce il mio momentaneo risveglio e si fionda sopra di me affondando il muso appuntito tra la mia barba, ti prego ancora un’oretta di sonno Amico.

Oggi (primo Ottobre duemilasedici) ho in programma andare con Joseph a tentare una delle nostre imprese e la pioggia sarebbe una brutta compagna di viaggio, nonostante mi piaccia molto. Va be’ non ci penserò ora, torno a dormire, attenderò la sveglia. Giunto il momento di abbandonare il buon IPNO e rinviare l’appuntamento per la prossima nottata, mi ritrovo in sala a guardare fuori cercando di interpretare il cielo. Chi se ne frega del meteo, tanto non siamo uomini che si arrendono quando si scatenano le ire degli Dei, anzi. Colazione, chiusura zaino e partenza. Appuntamento di fronte al “Manzoni” di Lecco, come sempre sia io che Joseph siamo in anticipo di dieci minuti sull’orario dell’appuntamento, queste sono le cose che mi piacciono. Seconda colazione e partenza in direzione Bobbio, giunti accanto alla strada che porta alla chiesetta di Balisio, siamo costretti a fare dietrofront causa violento scroscio di pioggia: va bene andarsele a cercare, ma così è da incoscienti!

Discutiamo sul da farsi ed il “Maestro” mi propone di tentare di andare ad attaccare il Nibbio: “sai Teo, lì è tutto strapiombante – (evviva farò ancora seriamente a pugni con la gravità) – ed anche se piove si può arrampicare, a patto che non sia un diluvio.” Perfetto, si riparte, ma questa volta in direzione Resinelli. Passata la strada che porta al Porta (rifugio) veniamo investiti da bombe d’acqua e da quel senso di essere perculati dal cielo… “Sai Joseph, roba da andarsene in qualche palestra a tirare prese di plastica confezionate, cosa che tra l’altro mai ho fatto perché mi sa troppo di artificiale, cose che non danno gusto al mio palato ormai ben abituato al naturale.”

“Ho un’idea, guarda in valle, sembra che laggiù il meteo sia migliore – (d’altra parte, chi più in alto sale più lontano vede…) – ti propongo una cosa: andiamo a casa mia, facciamo cambio attrezzatura ed andiamo a Calusco sotto al Ponte ad inanellare duri tiri mai sotto il V° finché ne abbiamo”. Queste sono le reazioni che rendono magiche le giornate che parevano ormai volgere verso il nulla, ma ormai lo so che con certe persone sono questi repentini cambi di prospettive che danno gusto a giornate grigie dove gli apatici si sarebbero girati dall’altra parte del cuscino continuando a sognare. Ritornati a Lecco, riprendo la mia auto e seguo Joseph sino alla sua dimora, per poi portarci a Calusco.

Durante l’avvicinamento mi racconta dei tempi in cui veniva qui da solo in bicicletta ed in libera senza nessun tipo di attrezzatura ripeteva i tiri in placca inventandosi traversi terribili per inanellare tra loro tutte le verticali. Quest’uomo è strepitoso. Il primo settore è ricavato su antiche mura di cave di Epoca Romana e denso di tiri molto tecnici e duri, alcuni passaggi arrivano al VII- e tutti mai sotto al V, sarà una dura guerra di resistenza di avambracci. Parte ed attacca il primo tiro a sinistra e man mano gli altri sino ad arrivare al magnifico ed ipertecnico angolo. Riesco a salire abbastanza bene, ma non leggero e la testa non è completamente libera (è stata una settimana particolarmente pesante a livello emotivo e la parete è uno specchio, tutto ritorna e diventa visibile, non mente), nonostante questo mi esalto parecchio tra spaccate e prese basse raggiungendo il punto di calata. Joseph percepisce qualcosa: “dai Teo, guarda questo tiro, aprilo tu da primo su!” Avrei potuto rispondergli qualsiasi cosa, mi esce solamente un sospirato ok.

Sei rinvii dovrebbero bastare, cerco di studiare il tiro dal basso ma non sono molto lucido e non vedo il punto che servirà per uscire dal passaggio chiave, mi avvicino restando appoggiato per qualche secondo con le mani alla parete tipo posa da perquisizione per cercare qualche segnale dalla roccia, ma nulla oggi non ci sono. Va be’ basta, devo andare da primo stacca il cervello e parti stupida testa diversamente pettinata!

Salgo lento cercando di tenere bassi i battiti del cuore e respirando molto profondamente in perfetta armonia coi movimenti, perfetto coi primi tre rinvii inseriti, osservo dalla via Joseph che mi segue dal basso attento ed in silenzio. Arrivo al passaggio chiave, devo abbandonare lo pigolo e buttarmi nel nulla della placca con mano e piede sinistro, se solo avessi osservato meglio dal basso avrei visto come sarebbe stato “semplice” infilare la punta del piede in un ottimo foro a portata per poi rimontare di forza passando in placca andando a mettere il rinvio sullo strapiombo. Abbandono il rinvio sottostante ed attacco lo spigolo salendo, ma mi da l’idea di respingermi buttandomi fuori ed indietro, ma non voglio piombare giù da lì.

Per ora non vedo altra soluzione che attaccarlo frontalmente, da sotto il socio osserva senza proferire parola, ma osservando attentamente pronto a darmi il consiglio al momento giusto. Inizio a sudare ed il respiro aumenta facendo innalzare il cuore (sembra Joey Jordison ai tempi degli Slipknot) so che non posso permettere questo perché conosco bene a dove mi porterà, trovo una posizione “comoda” che mi permetta di stare in equilibro sul nulla senza sforzare le braccia e scaricando tutto sui piedi, chiudo gli occhi cercando di tornare attento. Qualche interminabile secondo, ci sono. A bassa voce, dal basso, arriva il consiglio al momento giusto: “Teo, scendi di un passo, buttati fuori dallo spigolo cercando col piede l’unico appiglio, poi con le braccia che hai sarà uno scherzo tirarti su ed arrivare al prossimo rinvio, dai un bel respiro e parti”. Nel giro di pochi secondi passavo il rinvio e grazie l’adrenalina in circolo montavo sul successivo arrivando a mettere la mia corda nel moschettone della sosta: amico tienimi che io mi fermo un attimo quassù nel vuoto a godermi l’attimo! Che sudata bagai: sono ancora un pivello, penso dentro di me ridendo di gusto.

Sceso, il socio incrocia il mio sguardo dandomi una bella pacca sulle spalle: “Teo guarda che comunque non stiamo facendo tiri facili, renditi conto di questo, e guarda dov’era il passaggio in placca” indicandomelo. “Ma come ho fatto a non vederlo? Uff, maledetta testa!” Tiriamo un’altra via per poi spostarci al secondo settore verso il canyon. Portiamo a casa altri due tiri, ma presi di mira da orde di zanzare bramose di plasma e non avendo più avambracci (e nel mio caso anche polpastrelli distrutti) decidiamo che è giunto il momento dell’ambito premio di ogni ascesa che si rispetti: la birra!

Mi chiama il Capitano Birillo: “Hey giovane – (bello quando cerca di fare il vecchio con me quando sappiamo entrambi che siamo separati solamente da due anni!) – ho visto che hai messo su Internet che parteciperai all’openday della Kong, sei già lì? Io e Checo ci stiamo andano ora!” Tempo di finire birre, focacce e caffè e saremo lì anche noi. Via di nuovo in macchina, poco dopo il quartetto dei Tassi gironzola per i capannoni osservando chi si cimenta ad arrampicare sulle prese artificiali allestite per i più piccoli. Riconosco tra chi fa sicura qualche faccia conosciuta al ValmaStreetBlock mi fermo a salutarli. Scrocchiamo cibo per poi puntare ad una classica cooperativa di paese frequentata da ultrasettantenni, sembra di essere in un film in stile Don Camillo e Peppone.

“Teo ho sentito Ivan” – mi dice Davide – “mi ha detto che siete stati al telefono parecchio ieri sera e che gli hai raccontato di qualche settimana fa quando, prima di andare allo Zucco dell’Angelone, tu e Joseph siete saliti a piedi sino in cima al rifugio Casari per una birra… Le vie dell’Angelone sono a dieci minuti dal parcheggio, ma con tutti i bar che ci sono in valle, perché vi siete fatti tutto quel dislivello per una birra? Ma è vero? Vi siete presi dei pazzi dal vecchiaccio!” “Tranquillo Capitano, anche a me a dato del pazzo per telefono mentre glielo raccontavo, ma voi non comprendete la soddisfazione di una birra lassù, non ci capite! E comunque prendersi del pazzo da Ivan Guerini ha quel no so che di soddisfacente, ahahah! Da che pulpito!!!”

Tornato a casa, ho giusto il tempo di cacciare tutto in lavatrice, di farmi qualcosa di caldo da mangiare e di battagliare col felino prima di essere di nuovo in macchina in direzione Valmadrera per passare una lieta serata al quartier generale dei Tassi sorseggiando un’ottimo Chianti gentilmente offerto per l’occasione dalla Bru.

TeoBrex

Note di Birillo:Tutti questi chilometri e queste parole per un paio di tiri a spit giù al fiume? Questo non è folle, ma solo senza senso…” Il primo pensiero leggendo l’articolo di Teo non era critico, anzi, cercava di cogliere qualcosa di importante, forse addirittura evidente, ma sfuggevole. Poi all’improvviso, e con un po’ di nostalgia, mi sono tornati alle mente le giornate d’inverno trascorse tutti insieme a Scarenna o al Sasso d’Erba. La metà di noi non riusciva a staccarsi da terra, qualcuno non aveva neppure imbrago e scarpette, eppure continuavamo a provare inseguendo grandi sogni. Eravamo lì per arrampicare ma anche, e sopratutto, per stare insieme. Teo all’epoca non era ancora dei nostri ma l’entusiasmo che traspare dal suo racconto è lo stesso che avevo io nei racconti di quei giorni lontani. Sono davvero contento abbiate trascorso una bella e burrascosa giornata, ancora più contento che tu l’abbia raccontata dandomi modo di leggerla. Credo sia ora che i Tassi si concedano di nuovo qualche giornata da vivere spensieratamente tutti insieme.

 

Ulisse d’Acqua Dolce

Ulisse d’Acqua Dolce

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Ivan mi ha regalato un sacco di libri ed annuari: forse voleva imparassi qualcosa, o forse voleva solo liberare un po’ di spazio in casa, non so… Sta di fatto che prima di uscire mi sono soffermato su un articolo che affrontava le differenze tra Alpinismo e Arrampicata: era chiaramente la trascrizione di un discorso tenuto durante l’annuale incontro del Club Alpino Accademico. Come consuetudine introduceva il concetto di “pace con l’alpe”, la visione moderna che si contrappone alla “lotta con l’alpe” tipica degli anni ante-guerra. Onestamente io non saprei cosa dire, grandi o piccole le montagne continuano a prendermi a calci nelle palle e questa visione “pacifista” fa un po’ troppo boyscout hipster per i miei gusti. Le montagne restano gli invincibili giganti di una moderna odissea: serve astuzia, azzardo e fortuna per ascoltare il canto delle sirene e fare ritorno ad Itaca. Inoltre questa pace “puzza” della superbia compiacente di chi si sottrae al conflitto convinto (a torto) della propria inevitabile vittoria: sembrano politici che inneggiano al trionfo senza mai essere scesi in trincea con la fanteria. Io la furia delle montagne l’ho solo fortunatamente intravvista, ma da quel poco che ho visto vi garantisco che nell’occhio del ciclone o combatti o muori.

L’articolo poi continuava creando un parallelo piuttosto ardito: l’arrampicarore è come un velista di lago, l’alpinista invece solca gli oceani. Credo che i Laghéé ed il vento che cala da Nord sul Lario potrebbero obbiettare piuttosto pesantemente su questa semplificazione. Forse l’autore dimentica come, quando la sorte si fa avversa, anche i giganti possano affogare in un bicchiere d’acqua. Tuttavia il mondo è bello perchè è vario e così, uscendo di casa, ero piuttosto compiaciuto di sentirmi un “Ulisse d’Acqua Dolce”.

Sguero si era già attaccato alla roccia, superando il primo muretto calcaero ben appigliato, giungendo alla grande pancia strapiombante: due grandi fori sferici, simili a due occhi, sovrastavano quel tratto aggettante. Ogni tanto si gira e storpicciando la voce del Gerry mi urla ridendo: “Che Sbuatta!”. Da quando gli ho presentato “Gigi Che Sbatta” questa è diventata la sua gag preferita. Poi, quando gli do corda per rinviare, ricomincia: “AseeeenPark… Che Sbuatta… però è davvero un ragazzo simpatico: mi piace la corda che ci ha consigliato”. Sguero è fatto così: in perenne e dinamico equilibrio tra l’assolutamente serio e l’inevitabilmente ridicolo.

Lo strapiombo però è una faccenda complessa ed iniziamo a lavorarci con impegno. Come una rana si alza in ricongnizione e poi si riabbassa. Pianta due chiodi in una fessura sotto il tettino, ma entrambi sono troppo bassi e troppo poco buoni. Rinvia e si rialza in ricognizione. Potrebbe passare, anzi, in pratica è già passato. Tuttavia da quando Bruna si è fatta male qualcosa è cambiato ed è proprio lui il primo ad ammetterlo: c’è in lui un’attenzione nuova nel proteggere i passaggi. Non gli basta più passare, proteggersi, vuole avere la certezza che il secondo possa fare altrettanto con adeguata sicurezza. “Sai, forse quello che è successo a Bruna è un avvertimento: chissà, forse ci ha salvato la vita”. Dopo innumerevoli e celebri solitarie Sguero, nonostante un impareggiabile esperienza ultra quarantennale, apparentemente riesplora in modo critico la progessione in cordata: che culo!

Si rialza e cerca di piantare un chiodo oltre lo strabiombo, ma il suono a rimbalzo di ogni martellata dichiara cieche tutte le fessure. Inesauribile si alza e si riabbassa ma il risultato è un misero chiodo da strozzare mezzo fuori. “Biriz, mandami su i friend grandi che proviamo con quelli!” Con il quattro in mano si rialza sullo strapiombo e prova ad incastrarlo tutto storto nel fondo cieco di uno dei due occhi: “Poi sistemo tutto.” Si riabbassa, si riposiziona e riparte. Supera lo strapiombo e si alza in piedi sopra gli occhi: “Calma e gesso, c’è ancora tanto da fare! …che sbuuatta!!”.

Fettucce, speroncini e friend: Sguero guadagna lo spigolo e l’ultimo passaggio aggettante. Io, fermo ad una sosta a nat ancora in ombra, inizio a sentire il freddo farsi strada nelle gambe e nelle spalle. Poi, finalmente, dall’alto spunta la testa del Guero: “Sbiriz… che Sbuatta! Molla tutto!”. Allaccio le scarpette: “Vengo!”. Con lentezza approfitto della roccia lavorata per scaldarmi in ampi movimenti. Poi, sotto la pancia, inizio a schiodare ed il freddo passa di colpo. Pim Pum Pam! “No Sguero, non ti prederò più in giro perchè non sai piantare i chiodi: questo mi sta facendo dannare!” Finalmente, dopo una piccola lotta, il Cassin tutto ritorto abbandona la fessura e trova spazio nel mio imbrago. Per togliere il successivo però devo alzarmi.

Mi attacco a due piccole manette e punto il piede sinistro. Mi raddrizzo cercando un appoggio ma il piede destro scompare a casaccio sotto lo strapiombo: “Come accidenti ha fatto a chiodare in questa posizione?!” Devo scaricare parte del peso sulla corda ma ho paura che il friend mi schizzi in faccia prima di pendolare lungo verso sinistra. Così traffico con un cordino ed il chiodo mezzo fuori cercando un compromesso accettabile: poi, con il respiro leggero, mi appendo ed inizio a schiodare il secondo chiodo. La corda di Gigi che Sbatta è davvero buona!

Riparto e raggiungo lo spigolo “Ma che accidenti!?! Strapiomba anche qui?!!” Sguero se la ride ed ora siamo abbastanza vicini anche per chiacchierare. Mi posiziono per il passaggio studiando la solidità degli appigli diponibili prima di avvicinare il barricentro alla verticale strisciando verso l’alto. “STONK!”. La corda fa saltare uno degli spuntoni che avevo scartato appoggiandomi di botto una mattonella in equilibrio sul casco. “Ecco, appunto!”. E’ troppo grosso perchè con la testa riesca a buttarmelo alle spalle senza tirarmelo sulla schiena. Quindi, tenendo in equilibrio il nuovo amico, mi riposiziono, libero una mano e libero la testa. “Accidenti, le comiche!” sbotto mentre Sguero ride.

Da secondo ai sassi ci si abitua alla svelta sebbene siano un pericolo più che concreto: shrapnel che fischiano ed esplodono sordi in mille scheggie. Tuttavia la mia fobia è un altra, un’atavica paura di ritrovarsi appeso ad un massiccio pilastro di quattro o cinque metri che decide di mollarsi verso il basso. Forse un sasso puoi provare ad evitarlo ma una mostruosità del genere come la risolvi? Già, questa è la grande paura che caratterizza il mio modo di arrampicare, il mio scivolare garbato ed attento su un mondo pronto a crollare: probabilmente la paura più utile e funzionale al tipo di arrampicata esplorativa che si fa con il Guero.

Il secondo tiro della via degli “Occhi Ciechi” è un trenta metri tra guglie a sbalzo nel vuoto: aereo e godibilissimo! Giunti sulla sommità si fa sentire all’orizzonte il boato di un temporale incalzante. Ci cambiamo le scarpe abbassandoci lungo un canale. Sul sentiero di ritorno troviamo un grande pilastro monolitico di venticinque metri che si innalza dall’erba: “Dici che ce la facciamo prima che arrivi la pioggia?” “Bhe, non resta che provare!”. Ovviamente il temporale ci investe in pieno quando è il mio turno di salire a recuperare il materiale. Dicono che il calcare sotto la pioggia, prima di diventare viscido e scivoloso, diventi per qualche minuto più ruvido e poroso. Chissà, forse la pioggia rende più evidenti le forme oppure i fulmini hanno la capacità di darti quella scossa in più. Comunque sia mangio il tiro, fortunatamente di roccia assolutamente compatta, e raggiungo rapido in sosta un inzuppato Guerini. “Biriz, non sembra di stare in cima all’Eghen?” Mi sfotte,  io mi guardo intorno e sghignazzo “No di certo, amico mio. Nemmeno lontanamente…”. Arrotoliamo la corda alla meglio, scendiamo a recuperare gli zaini e ci spazziamo il più lontano possibile dalla cresta (…perchè non si sa mai!).

“Mi piace arrampicare con te, Biriz: riesci a trasmettere una grande tranquillità anche quando le cose si fanno difficili”. Fradicio dalla testa ai piedi quasi arrossisco per un simile complimento.

Per via della pioggia siamo in anticipo sulla tabella di marcia e così raggiungiamo Bruna e Mimma a Lecco: un litro di birra a stomaco vuoto non è certo la colazione del campione ma, in qualche modo, i provvidenziali panini al pomodoro di Bruna evitano la sconfitta (anche se uscito dalla doccia sono crollato addormentato sul divano!)

La sera spulcio su internet le foto pubblicate dagli amici: “Hey Bru, sai dove sono stati oggi quelli della scuola con il corso?” L’indifferenza di Bruna è assoluta così come il cippiglio disinteressato con cui attende la mia risposta a quella domanda pretestuosa. “Al Sass Negher! – faccio io – E sai chi è stato ad aprire le prime vie quando la parete non era stata devastata dai fittoni?” Bruna è ormai rassegnata, alza lo sguardo al cielo, sbuffa e lascia la stanza prima di rispondermi divertita dal corridoio: “Ivan Guerini… e chi sennò? Ormai questa è la risposta Jolly!” Eh già…che sbuatta!

Davide “Birillo” Valsecchi

Sopra e Sotto

Sopra e Sotto

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 In un mondo surreale soreseggio birra al bancone, giggioneggiando ammiccante con un signorina della Nuova Caledonia, alla deriva nei suoi marcati lineamenti esotici e nell’intenso accento francese. Sguero intanto sale in cattedra e snocciola perle di saggezza sulle meraviglie alpinistiche e speleologiche del piccolo arcipelago francese, sperduto nell’oceano Pacifico sudoccidentale. Chissà in quale strano modo lui, che neppure possiede una tv, conosce tanto di un posto così lontano!

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Se il tramonto ci coglie con la mente in paesi lontani, l’alba era stata assolutamente indigena ed il calcare tra i più nostrani. Le stranezze però sono omni-presenti e per una caotica serie di coincidenze alla nostra brigata si è aggiunto un personaggio d’eccezione: Rino Bregani.

Rino è un medico in forza al Corpo Nazionale del Soccorso Alpino Speleologico ed è uno dei tre medici italiani che sono intervenuti nel difficile e famoso intervento di soccorso a Riesending Schachthohle, nel 2014 in Baviera. Un’operazione internazionale in cui le squadre italiane del CNSAS si sono distinte per competenza e resistenza: Rino ha trascorso 85 ore filate attaccato alla barella ad oltre 900 metri di profondità! Sovraumano!

Tempo fa TeoBrex si era lasciato sfuggire sulla mailing-list speleo delle Grigne che arrampichiamo con Ivan Guerini. Rino, leggendo quel messaggio, aveva contatto Teo raccontando il loro primo incontro negli anni ‘80 ai giardini milanesi, dove all’epoca si allenavano molti arrampicatore cittadini. Un rapido giro di telefonate tra i “tassi” e due giganti, di mondi diametralmente diversi, formano per la prima volta una cordata insieme: ecco l’occasione e l’ospite speciale per cui qualche giorno fa abbiamo comprato un canapone nuovo!

rino ed ivan

La nostra esplorazione continua al Gran Madornale che, insieme alla Rocca dei Malandrini, è una delle tante “ZoneNoSpit” ancora taciute e tetutelate da Ivan (…prima o poi sarà lui a raccontarvi qualche dettaglio in più). Un nebbiolina fredda ci accoglie tra i torrioni ma la compagnia è spassosa e niente ci impedirà di godere della giornata insieme. Io e TeoBrex, mai come oggi, siamo le due matricole del gruppo e questo ci dà la possibilità, mentre Ivan insegue linee via via sempre più agghiaccianti, di essere anche più casinisti e petulanti del solito.

La prima via è di due lunghezze, rimonta l’esterno di un diedro e supera dall’alto uno stupendo camino a forra prima di raggiungere la sommità del torrione. La roccia è magnifica ma come sempre, essendo una “prima”, è tutta da capire, da leggere. Nonostante qua e là sia fragile è un “calcare vaporoso”, lavorato dagli elementi ed arricchito nelle forme. Leggisi: c’è uno sfrego di roba che si muove e si stacca, anche decisamente grossa, ma è pieno anche di magnifici appoggi che, se reggono, sono una vera goduria!

La seconda è una sola lunghezza, rimonta un camino (scelto per farmi contento “Così il nostro nat umano si incastra per bene!”) prima di attaccare un rimonto aggettante delicato e fisico. Guero fa un gran lavoro di friend e, con un cambio piede fulminante, rimonta lo strapiombo svincolandosi sotto il “tavolo” instabile che capeggia l’uscita. “Mi raccomando, questo non toccatelo!” Io e Teo disegniamo, corda dall’alto, varianti più mansuete mentre Rino, ormai in piena intesa con Ivan, lo insegue nei passaggi più complessi.

Mentre noi recuperiamo il materiale Ivan, in libera solitaria, attacca la parete buia del Gran Madornale inseguendo un fessura aggettante a caccia di una piccola clessidra. La roccia non è più vaporosa,  lavorata dal sole e dalla pioggia, è scura, poco invitante e buia. La grande fessura attraversa evidendente la parete in un doppio obliquo, per raggiungerla si deve però superare un attacco decisamente violento. Ogni volta Ivan era tentato ma, fortunatamente per noi, appariva sempre nera ed umida. “Aspettiamo asciughi…”. Oggi però c’è un ospite speciale e non sembra intenzionato a trascurala oltre.

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Tocca a me fargli sicura e seguirlo nei passaggi delicati. Rimonta il primo strapiombo raggiungendo un “quasi” terrazzo su cui è appoggiato un pilastro instabile che gli arriva al petto. Lo strapiombo successivo è la porta per la grande fessura ma deve riuscire a superarlo senza toccare il gigante inquieto. “Biriz, spostati più sopra a farmi sicura che se questo si muove vi esplode davanti… sempre che non prenda a rotolare già per la valle…”. Non so se mi agghiaccia più quel roccione o l’idea di dovere andar dietro al Guero per recuperare il materiale. Guero si alza e piazza un chiodo: io da sotto mi sposto ed inizia il suo movimento, lento, delicato, cruciale. Come quel vecchiaccio alla sua età possieda tanta forza e controllo è un mistero tutto yogico! Poi, comunque, passa: “Biriz, questo chiodo lo lasciamo. Lascia anche il cordino nelle fessura. Il resto toglilo. Ora comunque diventa più semplice: preferite che faccia sosta qui o vado fuori in cima?” Io e Teo speravamo desistesse ed ora ci guardiamo l’un l’altro spaesati: “Tu vai su? io no…” “…io neanche, ho già dato con i boccioni instabili!”. All’unisono ci giriamo verso Rino: “Bhe, Rino, questo è il tuo primo giorno: tocca a te!” Rino accetta divertito e per nulla intimorito.

Ivan se la ghigna dall’alto ed esce in cima al Gran Madornale inseguendo la spaccatura che da tanto tempo voleva vedere. Quando Rino attacca il primo strapiombo io e Teo ci rendiamo conto di tre cose: la prima è che ci è andata di lusso schivando il tiro, la seconda è che Rino è davvero forte, la terza è che l’esperienza di quei due, acquisita in decenni, è qualcosa che spesso appare fisicamente visibile nei movimenti. “Bhe, Teo, mettiamola così: era quasi quarantanni che dovevano legarsi insieme, lasciamo che questa via sia qualcosa di speciale solo tra loro. Aspettiamoli qui…”

Poi vabbè, la via verso casa è sempre lunga e spesso, prima di ritrovarsi davanti la pasta asciutta di Bruna, si allunga anche in improbabili deviazioni attraverso il Pacifico: la vita è un curioso viaggio avventuroso!

Davide “Birillo” Valsecchi

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