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Doooliiivan

Doooliiivan

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Giovedì mattina finivo di preparare lo zaino ed ero decisamente contrariato: la corda, i rinvii, l’imbrago, le scarpette strette… non ero più abituato all’equipaggiamento pesante. Camminare senza meta con il sacco quasi vuoto era stato un piccolo lusso che mi avevano concesso le Grigne. Ma Ivan voleva arrampicare ed effettivamente erano passati quasi tre mesi (da quando Bruna si è fatta male) che non facevamo nulla insieme. Era tempo di rimediare… ma lo zaino, il peso, l’asfissiante noia di attendere in ansia appeso alla sosta …il secondo di cordata porta una croce pesante, spesso senza medaglie.

Poi suona il telefono: «Davide, tu non ci crederai, sono in stazione ma ho perso il treno. Le macchinette non funzionano e non ho trovato nessuno che mi facesse il biglietto!!» Immaginarmi Ivan Guerini, arrampicatore leggendario capace di orientarsi senza incertezza nelle verticalità più spaventose, mentre si aggira come un “Travolta Confuso” in cerca di biglietto attraverso il marmo della Stazione Centrale era qualcosa di assolutamente spassoso!

«Sguero, non ti preoccupare: tanto oggi qui è brutto! Bruna però ha voglia di vederti: veniamo giù noi e mangiamo un boccone tutti insieme per pranzo?» Così ho preso Bruna e mio fratello e, con calma, siamo scesi in città a trovare Ivan e Monica. Il nostro pranzo è diventato una piccola festa ed un occasione per ritrovarci nella tranquillità domestica. Ovviamente abbiamo mangiato un paio di salutarie foglie di insalata e steso una mezza dozzina di birre!! Compresa quella artigianale regalatami da Geatano! (Grazie!)

Sabato quindi ci riproviamo, ma il duo diventa un trio e si unisce alla squadra anche TeoBrex. Recuperiamo l’anziano in stazione a Lecco con la consapevolezza che anche oggi, noi giovinastri, dovremmo darci gran da fare per riuscire a stargli dietro, sia sulla roccia che in tutto il resto.

Il mio zaino è carico come un macigno, ma il mio umore non sente il peso. La giornata è bella e la compagnia ottima: vagabondiamo spensierati inseguendo i nostri pensieri, sghignazzando felici come ragazzini in gita. Sguero storpia una canzone dei Creedence Clearwater Revival trasformando “Molina” in “Dolina”. Noi rilanciamo e “Dooooliiivan” diventa il ritornello in coro con cui rimarchiamo ogni sua uscita o battutaccia.  I CCR sono un ottima colonna sonora per una selvaggia giornata NoSpit.

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 La roccia è buona, lavorata e bella. Ivan ha capito che per me non è periodo per stressarmi verticalmente, che sono stato fermo troppo a lungo per stamparmi sul muso l’ansia dell’arrampicata. Sceglie con cura le sue linee e la natura sembra assecondarlo regalandoci clessidre, appigli ed appoggi. Lo vedo ingaggiare un passaggio complesso, ma poi mi rendo conto di come si soffermi solo per valutare e proteggere la salita del secondo: è un vecchiaccio generoso ed attento, un buon amico. Sono contento di avergli dato retta: lascio che la ruggine che appesantisce pensieri e gesti si dissolva. Mi piace arrampicare, anche se devo tirarmi dietro tutto quel materiale.

Ogni tanto ricado nel mio periodo “Preussiano”: “La misura delle difficoltà che uno scalatore può affrontare in discesa, con sicura e piena coscienza delle proprie capacità, deve rappresentare l’estremo limite delle difficoltà da lui affrontate in salita.” Liberarmi dall’imbrago, dalla corda, dai mille aggeggi ed appoggiare le mani solo sulla roccia che vuole essere toccata. Poi Ivan, mentre io e Teo sistemiamo la corda, si innalza slegato con disinvoltura su una colonna alta otto o nove metri. Arriva in cima e ridiscende ancor prima che noi si abbia finito di riordinare.  “Tra i massimi principi vi è quello della sicurezza. Non però la sicurezza che risolve forzosamente con mezzi artificiali le incertezze di stile, bensì la sicurezza fondamentale che ciascun alpinista deve conquistarsi con una corretta valutazione delle proprie capacità.” …avrebbe aggiunto Paul Preuss continuando con le sue regole. Così capisco che la corda ed i chiodi non servono a salire, servono a tenere insieme una cordata.

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Forse i miei pensieri lampeggiano sulla mia fronte perchè Ivan mi fa una proposta nuova: «La prossima volta io e te ci portiamo una corda da venti metri e passiamo la giornata ad arrampicare su quegli speroni più bassi.» L’idea mi piace, ho voglia di immergermi nuovamente nei movimenti, in quei gesti che muovono il corpo sulla roccia ridefinendo equilibri interni molto più ampi di quelli fisici. Accetto e rilancio prendendolo in giro: «Okay! Dooooliiiivan!»

Tutti e tre sghignazziamo e cominciamo a ridiscendere verso valle. Sul sentiero incontriamo due signori attempati: camicia da montagnino, berretta e cordone appeso sullo zaino. Avevano ripetuto la normale, una classica, di una delle torri lì vicino. Il più anziano dei due, stuzzicato da Ivan, attacca bottone: «Ho ottant’anni ma sono salito ancora!» e poi rilancia (senza sapere con chi sta parlando) con un romboante: «Giovane… io sono un alpinista, non un arrampicatore: faccio prima a dirti quello che non ho fatto che quello che ho fatto in vita mia!»

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 Un vero spasso! Io e Teo stavamo per scoppiare a ridere terrorizzati dal polverone che poteva nascere da un uscita del genere. “Giovane….” Ivan invece non solo era divertito, ma era davvero contento di parlare con loro: abbiamo fatto un lungo pezzo di strada insieme e, sempre senza presentarsi, abbiamo parlato a lungo di arrampicate e di vie classiche. Ivan è un anima libera, libera sopratutto da tutte le etichette che negli anni hanno provato ad appioppargli: ascoltarlo mentre chiacchierava con quegli sconosciuti era un piacere per tutti noi. Alla fine è scattata pure la foto di gruppo tra simpatici estranei, semplicemente felici di aver condiviso parte della propria giornata tra i monti.

Sulla via del ritorno ci siamo fermati nella nostra consueta birreria del sabato pomeriggio …per reidratarci! Adolescenti, siamo anziani adolescenti: solitamente è a questo punto che le cose si fanno davvero complicate! «Doli-i-i-i-van, where you goin’ to? She’s daughter to the mayor, Messin’ with the sheriff, Drivin’ in a blue car, She don’t see no red light.»

Davide “Birillo” Valsecchi

Lassù sul Ledù

Lassù sul Ledù

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Sono le 12.38 di sabato 20 Agosto 2016 e sto scrivendo dall’interno del Bivacco Bruno Petazzi posto in un luogo meraviglioso situato a quota 2250m, messo a guardia del Lario e del magnifico lago alpino di Ledù. Io ed il mio socio (Matteo “Blanko” Bianchi) siamo bloccati qui dal maltempo e finché le ire degli Dei non si placheranno resteremo ben protetti dentro a questa ottima costruzione gestita ed ottimamente mantenuta, viva ed efficiente, dalla sezione CAI di Dongo.

Blanko se la dorme alla grande sotto due coperte di lana, nel frattempo mi gusto la tempesta dagli oblò del bivacco; mentre scrivo la nebbia entra silenziosa dalle aperture poste ad ovest, attraversa la stanza e se ne esce verso est come eterei spiriti di passaggio. Siamo partiti ieri dalla Brianza poco dopo le 10 diretti al centro commerciale Fuentes in Alto Lario per fare il pieno di viveri.

Vista l’ora ci fermiamo a prendere un menù maxi ignorante composto da doppio hamburger con bacon, salsa barbecue e patatine fritte; dopo un ottimo caffè gentilmente servito ed accompagnato da un amaro partiamo col mezzo pesante in direzione Livo. Entriamo in paese per fare il permesso di transito (1€), ma la macchinetta accetta solo monete e noi abbiamo una banconota da 5€ ed il paese è deserto.

Attendiamo qualche minuto ed ecco che una vettura esce dal parcheggio, scendo e chiedo all’unico occupante del mezzo se avesse per caso da cambiare un 5 in moneta per il permesso. L’uomo è sicuramente del paese, il tipico accento del luogo non mente, avrà qualche anno in più di me: sorride e mi da un euro dicendo che non aveva altre monete con sé. Non mi va di accetare senza dare e lui non vuole il mio 5€, allora lo ringrazio dicendogli che cercheremo di cambiarli altrove. Insiste e mi dice: prendi la moneta a me non cambia nulla, tanto nella vita tutto torna; oggi io ho fatto un favore a te e tu domani lo farai a qualcuno d’altro e ritornerà. Tranquillo è così. Be’ grazie amico, hai ragione sai? Sorrido, prendo l’euro e lo ringrazio augurandogli buona giornata, lui ricambia e riparte: belli questi incontri.

Arriviamo alla fine della strada, ovvero al Crotto Dangri di Livo (quota 650m), carichiamo gli zaini e partiamo. Ci aspettano un bel po’ di metri di dislivello con gli zaini carichi e fa un caldo terribile reso ancor più fastidioso dell’umidità che sale dal terreno inzuppato dalla pioggia della notte precedente, respiriamo acqua ma le gambe ci sono e vanno su alla grande.

Fatichiamo non poco e spesso ci dobbiamo fermare alle fontane o lungo il torrente per bere direttamente dalle acque cristalline. Salendo il clima cambia, ma continuiamo comunque a sudare in maniera smisurata (maledetto maxi menù!) ora siamo circondati da nubi che spesso nascondono il magnifico splendore di ciò che ci circonda. Arriviamo alle ultime tracce di umanità rappresentate da tre baite in pietra circondate da splendidi cavalli allo stato brado e da un’infinità di pecore. Ci rifocilliamo e riprendiamo a salire il pezzo più duro e meraviglioso del viaggio. Dopo l’ennesima sudata e dopo altri chilometri macinati su un notevole dislivello ecco apparire il bivacco, unico nel suo genere!

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Blanko sale frequentemente da solo quassù, conosce ogni roccia del luogo e spesso ho ascoltato i suoi racconti. Scaravento lo zaino a terra e comincio a correre verso il Lago Ledù che sempre mi aveva affascinato in foto, ma che mai avevo visto coi miei occhi. Resta nascosto alle spalle del bivacco ed è circondato da un’incredibile anfiteatro naturale di creste di roccia, arrivato lungo il suo emissario che forma una piccola pozza proprio accanto al bivacco, vengo colto da un momento di emozione per la bellezza, per la solennità, la solitudine ed il silenzio del luogo. Resto accovacciato per qualche minuto con una sensazione di mancanza di spazio-tempo che spesso mi coglie davanti alla maestosità di alcuni luoghi. Ripresomi dall’impatto della visione del laghetto alpino, torno al bivacco a preparare la branda mentre il socio prepara da mangiare.

Il sole sta per concludere il suo viaggio verso ovest incendiando nuvole e creste, presto lascerà la scena alla Luna porgendole in dono una parte della sua luce riflessa che ci permetterà di vederla nascere alle spalle di una catena di vette selvagge. La cena è pronta, mangeremo fuori su di un improvvisato tavolo fatto di pietre ed alla fine conteremo: un litro di ottimo rosso, mezzo litro di acqua di lago, un chilo di gnocchi freschi con un vasetto intero di ragù, mezzo chilo di pane e qualche biscotto. Lo so, facciamo schifo a mangiare!!! Le nubi a tratti ci mostrano Luna, stelle e Lario, ma verso le 22 tutto ormai è coperto. Sistemiamo tutto ed andiamo a dormire. Dormita spaziale, comodità totale e silenzio irreale, sembra di essere in grotta! Ritorniamo in vita poco prima delle 10, preparo del the al bergamotto e ci scofaniamo un pacchetto di biscotti al cioccolato, sistemiamo il tavolo in pietra e laviamo i piatti alla pozza d’acqua.

Il socio parte per conquistare una nuova cima, io sento il bisogno di restare qui a fare il pieno delle energie sprigionate da questo luogo. Torno al lago portando il fornelletto utilizzato spesso in grotta, l’inseparabile tazza delle grandi avventure e la caffettiera del bivacco. Mi godo la magnificenza dell’ambiente circostante attendendo che il suono del caffè in preparazione rompa il silenzio delle Montagne.

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Le condizioni meteo stanno cambiando velocemente e quassù non si scherza, lo so bene, torno a ritirare i panni stesi e mi siedo sull’uscio ad attendere l’arrivo del socio e della pioggia leggendo il libro delle visite del Bivacco. Mangiamo schifezze e la pioggia arriva puntuale, sistemiamo tutto e prepariamo gli zaini, ma così non possiamo partire!

Quindi eccomi qui di nuovo ad ora: il socio ancora dorme ed io guardo le gocce scorrere copiose lungo i vetri delle piccole finestre ascoltando i tuoni che pian piano si avvicinano. Tiro di nuovo fuori il fornelletto per prepararmi un the bollente cercando di recuperare gli ultimi biscotti rimasti.

Ora stacco tutto e tengo la batteria del cellulare per la discesa…
Continuerò una volta a casa.

Esco e mi dirigo al lago Ledù per fare il pieno di acqua, diluvia davvero con gusto ed il temporale è sopra di noi. Spettacolo meraviglioso! Rientro e seduto al tavolo osservo le vette che circondano questo incredibile luogo, nel frattempo il socio si ridesta chiedendomi l’ora: sono le 14 soci, vuoi una tazza di the? Si grazie; cosa facciamo, chiede, restiamo anche questa notte? Ehm Teo, abbiamo finito il cibo… Ti credo ieri ci siamo mangiati un chilo di gnocchi! E va be’ avevamo fame gli rispondo! Grasse risate! Dai prepariamoci e scendiamo, tanto non smetterà. Sistemato e pulito il bivacco, lasciamo nella cassettina più del dovuto come ringraziamento a chi si prodiga per mantenere perfettamente questo luogo ed usciamo sotto una pioggia battente che un paio di volte ci farà perdere il sentiero proprio nel punto più delicato del ritorno, ma che poi tagliando a mezzacosta tra i mughi, scivolate e lastroni granitici ritroveremo senza troppi problemi.

Il diluvio ci accompagnerà sino al Ponte di Baggio, giunti all’ultimo gruppo di baite prima di scendere verso la chiesetta di Sant’Anna ci fermiamo alla fontana per strizzarci ancora una volta i calzettoni e svuotare l’acqua dagli scarponi. Veloci scendiamo lo scivolosissimo ciottolato che ci riporterà al Dangri ed in poco siamo al mezzo dove sgranocchiamo qualcosa e ripartiamo alla volta della SS36, poco traffico ed acqua battente dall’uscita di Fiumelatte in poi.

Alle 21 rientro a casa, svuoto lo zaino, butto tutto in lavatrice e mentre mi preparo la cena mi batto col felino per la conquista del territorio. Sono tornato amico! Doccia e libro, avventura finita.

Grazie Socio per tutto e grazie al CAI DONGO per la perfetta manutenzione del Bivacco Bruno Petazzi, vero gioiello dell’Alto Lario.

Matteo “TeoBrex” Bressan

Ivan il Terribile

Ivan il Terribile

20160817_134558Era un po’ di tempo che Ivan voleva andare ad arrampicare da solo con me. Ultimamente i BADGERS più attivi sono alle prese ognuno con i propri problemi, con le proprie vite e con il fattore ferie, per cui riuscire a fare qualcosa insieme risulta un attimo incasinato da organizzare.

La scorsa settimana un nutrito (nel senso che ci nutriamo per bene) gruppo formato da Veronica, Daniela, Andrea, Ale, Mav ed io (guidati da Fabrizio Pina) è riuscito comunque a mettere insieme una giornata di canyoning nella spaziale Val Bodengo; ringrazio ancora tutti per la magnifica giornata, ci siamo divertiti come dei bambini in un grande parco giochi acquatico!

Josef è occupato con la sua splendida famiglia, Nicky già lavora, Keko organizza party selvaggi in piscina (ahahah), Bruna è ancora infortunata (ma sempre molto attiva e propositiva) e Birillo è alle prese con la scoperta delle Grigne e temo che per un bel pezzo per far qualcosa con lui, toccherà seguirlo nelle sue ravanate 😉

Quindi a me tocca “stare dietro” al vecchietto. Assicuro che non è cosa semplice, ma risulta essere sempre molto divertente ed istruttiva. Appuntamento mercoledì (17 Agosto 2016) alle 9.15 alla Stazione di Lecco. Puntuali partiamo ed in poco tempo, traffico pressoché inesistente, arriviamo a parcheggiare l’auto. Dividiamo il materiale ed iniziamo a salire. Condizioni meteo perfette, ci troviamo a ripercorrere per un breve tratto il sentiero che porta alla VIA DEI MAGNIFICI QUATTRO, ma la zona da esplorare è da tutt’altra parte e di tutt’altra fattura. Abbandoniamo il sentiero sicuro ed iniziamo a seguire le tracce degli animali che portano alla base di pareti praticamente identiche a quelle più famose dell’arco Dolomitico.

Lungo il cammino siamo circondati dalle marmotte che spuntano fuori da ogni roccia ed il silenzio totale di quel luogo magistrale viene a volte rotto solo dal loro classico richiamo; sembra di essere chissà dove ed invece laggiù in valle riesco quasi a scorgere la forma inconfondibile della montagnetta di casa. Iniziamo una ricognizione attorno alle pareti camminando su materiale di frana molto instabile e su paglioni non propriamente invitanti, il sole inizia a friggere la pelle e quindi decidiamo di cominciare da una parete completamente in ombra. Ivan sale con calma ed in silenzio, io allongiato ad una roccia con un cordino legato con un doppio inglese lo seguo assicurandolo, sì …ma dove se non mette mai niente!?!

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Non ci fossi io salirebbe totalmente slegato come solo lui sa fare ed invece la sua ascensione è spesso interrotta perché attentamente mette e rimette friends e nuts per non creare troppa difficoltà a me che per secondo dovrò ripulire e riprendere il materiale. È incredibile come meticolosamente calcoli il punto esatto per assicurare la via e come sia in grado di vederla mentre la apre. Spende tempo per prepararmi l’uscita di un traverso non proprio rassicurante, dicendomi che preferisce perdere qualche momento in più di tempo ma evitare che nel caso di caduta io faccia un pauroso pendolo tra le due pareti. Paurosa è invece la tranquillità che ha a preparare il tutto in una posizione agghiacciante!

Nel frattempo inizio ad avere freddo (si lo so è incredibile) e mi scaldo le mani soffiandoci sopra e sfregandole, ma è arrivato il momento di partire. Salgo leggero col respiro tranquillo ed in poco tempo sono alle prese col primo friend che riesco a togliere velocemente recuperando il cordino, arrivo ad un kevlar infilato magistralmente in una clessidrina stupenda (quando Madre Natura ci si mette d’impegno crea cose stupefacenti) ma non riesco a fare abbastanza forza.

Cerco una posizione migliore ma la gravità si percepisce forte, lo strapiombo mi spinge fuori! Cerco il modo di trovare l’equilibrio ed incastro nel vero senso della parola la mano destra in una fessura e coi denti e la sinistra tento di sciogliere il nodo galleggiante del cordino. La fessura è bagnata e gelida e nel giro di pochissimo perdo completamente la sensibilità delle dita percependo un principio di congelamento, inoltre anche l’avambraccio comincia ad “inghisarsi” non poco.

Utilissima per imparare è stata l’ascesa fatta col buon Josef qualche tempo fa in Grignetta (Via Albertini 150m IV al primo Magnaghi, Via Lecco 140m IV+ al terzo Magnaghi, Via Chiappa-Mozzanica 50m V+ al terzo Magnaghi) dove spesso e volentieri mi lasciava materiale da recuperare nelle clessidre o nelle fessure per capire i movimenti giusti, per rimanere fermo in parete ed avere l’equilibrio sufficiente per tenere una mano libera da usare per recuperare cordini, moschettoni e rinvii.

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Riesco a togliere tutto, ma non riesco a ripartire perché la destra è inutilizzabile, Ivan è dall’altra parte che mi assicura in sosta e non mi può vedere allora gli urlo di tenermi serrato perché devo far riprendere la circolazione alla mano, perché il passaggio chiave della via deve ancora arrivare.

Gentilissimo mi rassicura dicendomi che le prossime vie le faremo al sole, seguendomi perfettamente con la sicura. Ripresa la sensibilità salto fuori dal traverso e monto su un altro strapiombo e liberando l’ultimo cordino sono in cima. Ivan soddisfatto smonta la sosta e con il suo solito tono da presa in giro se ne esce con una delle sue: “Teo, girati! Perché quelle guglie ci stanno guardando?” Chi lo conosce non potrà non farsi che grassa risata immaginando il suo modo di parlare quando spara stupidate 🙂

Si comincia a scendere verso la parete esposta al sole, riusciremo poi a portare a casa altri tre tiri stupendi, sempre lasciando inalterata la Motagna e la difficoltà. Lasciamo solo un chiodo come testimonianza poco prima del passaggio chiave della via più stupenda della giornata. Un passaggio tecnico strapiombante valutato da lui in VIII+ ma che per la bellezza della salita non pensavo potesse essere di tale difficoltà; che poi, onestamente, questa cosa dei gradi non l’ho mai capita e mai la capirò: beata ignoranza!

Scendiamo pensando già alla prossima visita a quei luoghi e che a quanto pare sarà l’ultima in quanto in quella zona non c’è più altro da scoprire. In macchina giriamo cercando un bar aperto, ma alla fine ci ritroviamo a bere birra commerciale in bottiglia seduti all’ombra di una cartello segnaletico lungo la banchina della stazione di Lecco. Che disagio!

Una giornata stupenda, ricca di chiacchiere, racconti, risate e momenti di serietà (ben pochi) ma sopratutto di insegnamenti che solo la Montagna ed una persona che sta dedicando una vita intera a lei ti possono dare. Il treno per Milano arriva puntuale, il vecchietto sale sorridendo ed io me ne torno a casa con lo zaino carico di un’altra bellissima esperienza.

Matteo “TeoBrex” Bressan

Moregallo FallOut

Moregallo FallOut

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Ci sono zone del Moregallo che sono selvagge, spesso quasi inesplorate ed irraggiungibili. Alcuni di questi luoghi rimarranno tali per sempre. Ci sono poi altre zone dove l’uomo credeva di aver posto il proprio dominio, la propria legge, ma che oggi, nell’incuria e nell’abbandono, stanno tornando selvagge, inesplorate, e spesso irraggiungibili. Il Moregallo è una montagna fatta di contraddizioni e contrasti, una montagna dove l’uomo ci è “andato pesante” senza però riuscire piegare la profonda anima ribelle del gigante inquieto. Cave, gallerie, teleferiche, esplosioni, ruspe e perforatori: il Moregallo non si è mai piegato ed ora è pronto a riprendersi ciò che gli appartiene.

Io e Keko cerchiamo parcheggio tra i bagnanti che si accalcano sulle spiagge accanto al Nautilus. I guard-rail della curva mostrano i segni di chi, uscendo a tutta velocità dalla galleria, si è ritrovato a spintoni sulle vestigia della vecchia strada strada tra Lecco e Bellagio, la Lariana. Con disappunto guardo le macchine sfrecciare accanto ai bambini che con il salvagente, in fila indiana tra le lamiere e l’asfalto, accompagnano i nonni al lago. «Keko, occhio alle auto. Vediamo di non farci scopar sotto da sti coglioni a manetta…»

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Lasciamo le auto, affianchiamo la galleria puntando al cancello. «Se è chiuso tocca scavalcare senza farci baccare» Ma il cancello è solo accostato: sgusciamo dentro, addentrandoci nella “zona morta”. Camminiamo lungo il dorso della galleria che, come un gigantesco verme, si infila nella montagna. Mio fratello non era mai stato da quelle parti e così lo accompagno fino alla vecchia galleria. Ci infiliamo attraverso le sbarre e curiosiamo all’interno, fino alla falesia degli AsenPark, fino alla finestra del DryTooling.

Poi torniamo ad uscire, il nostro obbiettivo è il sentiero che rimonta la grande scala in cemento e si inerpica su per i prati e le rocce fin sopra la galleria. Settimane fa mi ero avventurato da solo lungo il “sentiero della finestra”, il passaggio che costeggia le pareti e rimonta la scogliera sopra i finestroni a sbalzo sul lago (Gavatoio: settore NoSpitZone). Ero risalito fino ad una vecchia casa abbandonata e da lì avevo piegato verso i prati raggiungendo il sentiero del 50° Osa. Oggi volevo trovare linee ed uscite diverse.

Il sentiero si innalza ripido, curve e tornanti aggirano rocce e reti paramassi. Il fondo è per lo più lastricato da gradini in sasso appartenenti ad un tempo ormai perduto e oggi resi scivolosi dalle piogge del giorno precedente. Roccia baganta e vuoto sono sempre una pessima accoppiata, ma Keko sembra non preoccuparse e vien dietro bene.

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Chi ha aperto il sentiero sapeva il fatto suo e deve essere stata un’ impresa tutt’altro che banale risolvere quei passaggi obbligati. La traccia scorre abilmente alla base di piccole ma verticali pareti concrezionate, ingannando con maestria quel labirinto verticale di roccia e prati. Inaspettatamente ci troviamo davanti un ponte, un ponte in cemento che attraversa uno dei numerosi “colatoi” che dall’alto calano sul sentiero. Potrei aggirarlo più sotto, il passaggio per quanto scomodo sarebbe sicuro. Però un ponte è un ponte. «Osti… aspetta che vedo se tiene» Cammino leggero cercando di ignorare che, se crolla, rotolerò a valle fin dentro il lago accompagnato da simpatici blocchi di cemento. «Okay, tiene! Però non camminare in centro: per scrupolo stai sopra la putrella che lo sostiene» Keko, quasi annoiato dalle mie precauzioni, passa con noncuranza.

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Più avanti incontriamo una valletta. Mi abbasso nella gola fino raggiungere la testa di una cascata asciutta che precipita nel vuoto. Poi, lasciando il sentiero, iniziamo a risalirla. A Kekko piace esplorare in questo modo, credo che la montagna e l’alpinismo lo annoino così come annoiavano me alla sua età. Però esplorare l’ignoto è avventura, niente a che vedere con quell’immagine tronfia e vetusta della ripetizione pseudo-eroica con il gagliardetto del CAI in mano. Già, forse se qualcuno raccontasse ai giovani, con onestà ed umiltà, che “l’alpinismo vero è esplorazione ed avventura” avremmo una nuova generazione di alpinisti straordinari.

«Aspettami qui che è pericoloso» Un colatoio/camino si annalza lungo la parete, la roccia è terribilmente bagnata e resa liscia dallo scorrere della pioggia. Cerco appigli ed appoggi sicuri con i miei scarponi pensanti, ma la sensazione è piuttosto precaria. Appoggio la mia maglietta bianca sul limo verde della parete e mi alzo in opposizione spingendo gambe e braccia sulla schiena. Sto conciandomi da sbatter via, senzo inzaccherarsi i vestiti, ma per il momento resto su, saldo nell’incerto. Mentre salgo racconto a kekko quello che vedo. «Qui il colatoio forma una nicchia e poi riparte con una successiva cascata verticale. E’ un bel posto ma è difficile, soprattutto scendere: è tutto viscido. Aspetta che faccio una foto così lo vedi!». Con una mano estraggo la macchina distendendo il cordino che la assicura alla mia celebre e terrificante borsetta a tracolla. «Già, hai perfettamente ragione!» La faccia di Kekko appare oltre la mia spalla mentre sghignazzando mi tallona da presso. Metto via la macchina fotografica e lo insulto allegramente. Ci scambiamo di posto e, dopo che anche lui ha dato un occhiata, iniziamo a scendere. «Guarda che se scivoli mentre sei in appoggio vai giù in un botto: non hai il tempo di reagire!» Ma forse questi sono discorsi di un quarantenne di ottanta chili, un ventenne di sessanta vede il mondo in modo diverso: «Tranquillo! È pieno di appigli» mi risponde mentre con le sue mani da musicista agguanta microprese viscide.

Riprendiamo il sentiero e raggiungiamo la sommità della scogliera e, da lì attraverso il bosco, la vecchia casa affiancata dal grande masso erratico. «Questo è davvero un bel posto. C’è persino una sorgente d’acqua: dovremmo venire qui a provare questo sasso prima o poi». Gironzoliamo un po’ per il bosco puntando verso la Val di Inferno. Ormai si è fatto tardi, per evitare il caldo siamo usciti a pomeriggio inoltrato ma è tempo di trovare una strada verso casa. Devo fare in fretta ma non sbagliare, non prendere rischi con Kekko ed il buio che si avvicina.

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Esploro il bosco: un’altopiano è circondato da pareti strapiombanti. A Est e a Sud ci sono le scogliere che sovrastano la galleria ma a Nord mi trovo di fronte le grandi pareti che precipitano nella valle. Conosco quelle muraglie dal basso, le ho osservate facendo kanyoning tra le cascate. Non abbiamo tempo per scoprire se i camminamenti degli animali ci possono insegnare qualche nuovo trucco. Tenendomi ad una pianta mi sporgo a dare un’occhiata all’abisso ed alle piante che ci salutano dal basso. «No, di qui decisamente non si passa».

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Dovrei tornare sui miei passi, tornare alla casa, tornare al sentiero. In cuor mio so benissimo, anche per esperienza, che scendere tra i pendii di un bosco circondato da salti rocciosi è una scelta tra le più rischiose, ma la curiosità ha la meglio. «Voglio essere chiaro: proviamo a scendere di qui, ma se non trovo un passaggio che sia accettabile devi essere pronto a rifare tutta la salita senza protestare. Ci sono troppi salti di roccia violenti per pensare di insistere nell’incerto.» Mio fratello accetta il patto ed inizio ad inseguire linee tra le foglie.

A mente cerco di aggiornare la mia mappa, la proiezione del mondo nella mia testa: cerco di intuire lo scorrere delle gole, il movimento dei pendii, il passaggio degli animali. Ma i miei ricordi sono pieni anche di muri bianchi e concrezionati, del ponte, dei passaggi aerei sul lago. Ed ora siamo tra roccie scure ed umide, tra colate di terra e fogliame ammassato. Devo fare attenzione, devo scegliere bene. «Aspetta qui, vado a dare un’occhiata da quella parte. Non ti muovere». Mio fratello senza protestare si siede e si accende una sigaretta. Io, con un bastone in mano, faccio l’indiano nelle terre selvagge. Strano equilibrio il nostro: è al sicuro da fermo, ma sei io precipito non ha l’esperienza per uscirne da solo, specie dopo un’evento simile. Saremmo entrambi perduti, dispersi ad un chilometro o due dalla macchina. Devo fare attenzione, devo scegliere bene.

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Ci vogliono un paio di sigarette perchè trovi la strada giusta, perchè acchiappi la magia. «Trovato!» gli urlo «Aspettami che vengo a prenderti!!» Kekko mi aspetta distratto su un sasso. Affascinante la serenità ed il coraggio incosciente con cui gli occhi della gioventù osservano il mondo: “Gli eroi son tutti giovani e belli” recitava la canzone.

Per riportarlo in una parvenza di civiltà dobbiamo ridiscendere un pendio, attraversare un canale ai piedi di una cascate, rimontare tra le piante fino ad un prato di erba alta che traversa sopra delle roccette. Poi, finalmente, ci si riaggancia al sentiero poco prima che affronti le pareti del ponte di cemento. «Ecco, lo sapevo che mi portavi ancora per prati!» e continua «Queste son cose che farebbe il Paolo!» Nostro padre, il Paolo, è il modello ideale di tutti i nostri difetti e di tutti i nostri inconfessabili pregi. “Come è il tronco, così sono i truccioli” dicono…

Ci sediamo a tirar un fiato d’acqua. Sono sudato fradicio, coperto di terra e foglie. Ma la gioventù non ha comprensione per l’età, o per la fatica. «Sai che mi son proprio divertito in questo giretto: son posti fuori dal mondo!» Mio fratello osserva il lago e nelle onde i riflessi del sole che scende lontano alle nostre spalle. Scendiamo lungo il sentiero, attraverso le reti paramassi, oltre la scala di cemento ed il vecchio asfalto ormai pieno di pietre cadute e cartelli divelti. Un paio di murales, il cancello e siamo di nuovo fuori dalla “zona morta”, forse mai così viva.

“Non far caso a me. Io vengo da un altro pianeta. Io ancora vedo orizzonti dove tu disegni confini”. Recita un adesivo appicciato ad un vecchio cartello di “Divieto di Caccia”.

Davide “Birillo” Valsecchi

Sulle Vie del Guero (Stomaco Peloso + Alba del Nirvava)

Sulle Vie del Guero (Stomaco Peloso + Alba del Nirvava)

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Alberto “Brambo” Brambilla – Già, dopo tanto tempo lontano dalla roccia della Val di Mello io e Ma ci diamo come meta proprio una delle prime vie salite in valle da Ivan Guerini nel ’76: l’Alba del Nirvana.

Per raggiungere l’attacco mi tocca partire per il ‘famigerato’ Stomaco Peloso, una via di due tiri di IV/ IV+ temuta per l’improteggibilità dei primi 20 metri di aderenza che spesso hanno respinto molte cordate. Non senza un po’ di ansia raggiungo il primo chiodo (sulle due vie ne abbiamo contati solo 3/4 …), rinvio e passo oltre la bella fessurina, un bel friend e via verso una cengetta dove una pianta mi concede una breve pausa. Di nuovo via per un facile diedro ed è sosta (sempre su pianta).

Mav mi raggiunge e, una volta in sosta, capiamo che la giornata è di quelle da ricordare: l’ambiente, la luce, la natura e la roccia sono da sballo, non c’è ressa (una sola cordata davanti a noi) e la via che stiamo per iniziare in puro ‘stile mellico’ è esaltante!

Parte Mav, breve traverso, un friend, un chiodo, muretto ben appigliato e “…molla tutto!!”. Lo raggiungo su una sosta improvvisata con un chiodo e un friend, ci appendiamo e ci diciamo: ok tiene… Mav parte per il tiro chiave: traverso a sinistra delicato, protezione con cordino su spuntone e muretto di V+ con un solo piccolo appiglio su cui far conto: Mav è proprio bravo e sinceramente arrampicare con lui mi da quell’energia e quel coraggio in più!

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Parto io e seguo i suoi movimenti ed in breve siamo in sosta su due luccicanti spit (aaaaaah se li vede Ivan…). Ora decido di partire io. Ci sono ancora un paio di tiri di VI e V+ ma senza pensarci sono già sotto il bellissimo tetto che caratterizza questa via: piazzo un bel 1 BD e inizio a risalire la fessura che taglia tutta la parete alla base del tetto, altro chiodo e …azz non mi muovo più! Salgo, scendo, cerco di traversare (da folle!)…“Maaaav, faccio sosta qui! Sali”.

Sosta su friend (agghiacciante), lui sale, ride, mi passa arriva in sosta, lo raggiungo (pure facilmente) e mi dico: “Brambo sei proprio ‘na pippa!!” Siamo all’ultima sosta e l’adrenalina che abbiamo addosso ci rende felici come due bambini, tanto che vorremmo continuare ancora, ma la via è finita e davanti a noi c’è solo un diedro di VII…

Via di doppie (la prima su un solo chiodo! disgraziati noi!) la seconda su una comoda pianta. Ora via veloci a gustarci il meritato pranzo in una delle tante baite del posto, in mezzo ai tanti turisti. Ok ora siamo tornati nel mondo reale.

Alberto “Brambo” Brambilla

Il Caldo di Luglio

Il Caldo di Luglio

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“Avrai anche la bandana ma non sei il capo: non hai munizioni infinite!” Mio fratello snocciola una citazione di classe alla “Metal Gear Solid” direttamente dal 1998. Sghignazzo squadrandolo di sbieco: “Guarda che io sono Big Boss anche senza la bandana…”. I fratelli Valsecchi: una strana miscela capace, in qualche modo inspiegabile, di compensarsi vicendevolmente.  

Un violento temporale aveva da poco spazzato la valle. Tuttavia un vecchio amico era passato a trovarci e l’idea di chiuderci in un bar ad aspettare il bel tempo non mi allettava molto. Siamo “peripatetici”: a volte quattro passi possono raccontare molto di più delle parole di circostanza.

Così ci mettiamo in cammino comunque, anche se il buon senso suggerirebbe diversamente. “Dai, forse si apre fuori un po’…” Dalla chiesetta di San Martino risaliamo le pendici del Corno Birone puntando al sentiero “Luisin”. Il piano originale prevedeva il Sentiero della Vasche ma, dopo la botta di pioggia, il rumore del fiume in piena si sente anche fuori la valle: infilarsi in quella forra sarebbe decisamente  stupido …persino per noi. Così prendiamo il sentiero attraverso i prati ed iniziamo a salire costeggiando dall’alto la valle Inferno.

Quando finalmente il sentiero torna pianeggiante cambia il vento e dalla piana si fanno avanti nubi bianche cariche di pioggia e fulmini. “Dannazione fratello, pare che a Luglio tu sia abbonato con i temporali!” mi sfotte Kekko ma, visti i precedenti, conviene affrettare il passo. Il temporale allunga i suoi tentacoli bianchi nella valle e la pioggia inizia a caderci addosso sempre più pesante.

“Forza! Più avanti so dove possiamo ripararci!”  La pioggia suona un ritmo sempre più eccitato sulle foglie degli alberi ed i nostri passi si fanno sempre più veloci tra le pozzanghere che già invadono la traccia “…basta poco per divertirsi, nevvero!?”

Finalmente raggiungiamo il gigantesco masso erratico di serpentino a cui stavo puntando. Il piccolo torrente adiacente, solitamente in secca, ora è carico d’acqua ma sotto il grande masso sono stati inalzati dei muretti a secco: quello strapiombante tetto naturale ci ripara dalla pioggia.

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Siamo ormai fradici ma all’asciutto. La temperatura, nonostante sia luglio, sembra precipitare e l’acqua comincia a trasformarsi in brividi lungo la schiena. Mi fratello, con gli stessi gesti di suo padre, si infila in bocca una sigaretta dandogli fiamma con l’accendino.

Entrando in quel precario riparo avevo calciato via un pila di merda d’asino ammonticchiata in un angolo: avevo fatto rapida pulizia prima che i miei compagni, un po’ “snob”, potessero contestare le “comodità” del nostro nuovo riparo. Tuttavia l’asino aveva cagato su una bella pila di legni secchi e paglia che probabilmente erano stati il suo giaciglio asciutto durante la notte. L’accendino di mio fratello suggeriva un’accattivante idea: “Facciamo fuoco!”

Senza la capacità di accendere il fuoco l’umanità non avrebbe creato alcun tipo di civiltà. Questo è un fatto. Così come è un fatto che oggigiorno accendere un fuoco sia tra le cose più comunemente proibite (e punite). Certo, ci sono milioni di buone ragioni e la prevenzione degli incendi boschivi è tra le principali. Tuttavia è curioso ammettere come la nostra attuale civiltà sia composta da individui a cui vada preclusa la padronanza del fuoco.

Visto che i miei soci erano fradici, che eravamo nel bel mezzo di un temporale e che tutti i rigagnoli asciutti dalle valle si erano trasformati in torrenti gonfi d’acqua, ho deciso che avrei unilateralmente preso possesso di alcuni dei miei diritti naturali. Ho scavato una piccola buca, l’ho circondata con delle piode di serizzo di importazione erratica ed ho innescato un po’ di paglia secca. Nel giro di qualche minuto avevamo ricreato la magia del fuoco ed i nostri vestiti inzuppati iniziavano ad asciugare tra piacevoli sbuffi di vapore.

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“Oggi in montagna si va con vestiti di plastica… forse è per questo che il fuoco non sembra più  far parte dell’alpinismo”. Forse è anche per questo che i cacciatori, quelli autentici che vivono ancora nel cuore buio del bosco, hanno mantelle di loden ed infittiti vestiti di lana. Ma ahimè, vallo a spiegare a certi  vegani quanto il mondo sia radicalmente diverso e distante dalle loro innaturali e benpensanti idee moderne…

Per due ore e mezzo ce ne stiamo rintanati sotto il nostro sasso mentre la pioggia imperversa. Poi, semplicemente per pigrizia, ci concediamo un’altra mezz’ora di bivacco.

Quando è il momento di andarcene mando mio fratello a riempire una bottiglia d’acqua al vicino torrente. Quando torna ci disponiamo in cerchio attorno al fuoco: “Occhio agli schizzi… godetevi lo spettacolo!”. Il fondo della mia buca si è riempito di una meravigliosa brace viva ed i sassi che ho messo intorno, gli stessi con cui si fanno le pentole in Val Malenco, hanno la straordinaria capacità di trattenere calore. La prima bottiglia d’acqua soffoca mortalmente le braci ma sfrigola sulla roccia calda esplodendo verso l’alto come caldo vapore acqueo. “Eccovi la nostra sauna privata: bagno turco!”

Il calore, trasportato dall’umidità, risale goduriosamente verso l’alto avvolgendoci attraverso i vestiti. “Senti come sale su per i pantaloni corti!” Per un po’ ci siamo abbandonati a quel piccolo piacere inatteso. Dopo avere rovesciato 11 bottiglie da un litro e mezzo le pietre erano ancora calde ed asciutte. Il fuoco era però ormai irrimediabilmente spento: potevamo rimetterci in marcia, verso casa, dove Bruna ci aspettava con un piatto di pasta calda. Davvero dura l’avventura alle volte….

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Il giorno successivo, con un caldo torrido ed un sole cocente, io e Keko siamo tornati sul Birone per continuare la nostra piccola esplorazione sul versante del “Luisin”. Per curiosità siamo tornati al nostro piccolo rifugio per controllare che tutto fosse in ordine (…e per impilare nuovi legni al posto di quelli consumati). “Hey! Ma ieri qui c’era un fiume! Ora è completamente asciutto!”. Già, il fuoco e l’acqua trasformano il mondo: curioso il modo in cui abbiamo comunemente dimenticato segreti e misteri che ci hanno accompagnato per millenni attraverso l’oscurità.

Davide “ Birillo” Valsecchi

Back Where I Belong

Back Where I Belong

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“I got nowhere to go… and I go! I’m a hyena fighting for lion share, sometimes the lions share ain’t there” Mio fratello aveva dormito sul mio tappeto in salotto, si era addormentato dopo aver guardato tutta la notte un documentario in bianco e nero su un musicista Jazz. Nella luce del mattino, mentre le punte del Resegone brillavano oltre la terrazza, abbiamo riempito le tazze di caffè, infilato gli scarponi e siamo filati giù in strada. Girate le chiavi della panda hanno attaccato ad urlare le case: il basso di Mat Freeman e la voce incalzante di Tim Armstrong, in un crescendo di colpi e schivate, sono il sottofondo da battaglia per i cercatori di libertà.

Al Moregallo le strade sono invase, colme ed affollate da un tripudio di bieca umanità: meschini soldatini marciano spavaldi in infradito conquistando la spiaggia in un D-Day al contrario. Ti squadrano, con lo sguardo supponente ed appagato di un servo che ha ben compiaciuto il proprio padrone, mentre occupano spavaldi la carreggiata con il materassino sotto braccio: “Strafottuto CiucciaNebbia… ti togli dai coglioni e dal mezzo della strada!!”

Ogni stramaledetta domenica… Ma questo poco importa. Parcheggiamo e due passi oltre la strada siamo in un altro mondo, in un oceano verticale di silenzi e grandezza, in una vastità vuota e selvaggia. Il sole batte violento sui prati brillanti del versante est. Le braccia si coprono di sudore ed il caldo diventa un peso tangibile: ogni dieci minuti ci dobbiamo fermare cercando di controllare l’ipertermia ed il colpo di calore. “Sembra di stare in Africa: quando ero sul Tanganika feceva lo stesso caldo. Una gran botta!” Caldo asfissiante, erba alta, spesso oltre i fianchi, ragni e serpenti: in effetti è un’ po’ come essere di nuovo nella giungla.

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Dal lago alla palina della Braga del Moregallo, lungo il sentiero del 50° OSA, sono 1000 metri secchi di dislivello per due chilometri di sviluppo: una vera e propria mazzata sotto il sole di Luglio. “Keko, aspettami qui all’ombra. Io seguo quelle piante attraverso il prato e provo ad avvicinarmi al ciglio per guardar giù”. La nostra salita è stata interrotta da mille deviazioni in cui, sbirciando oltre allo strapiombo, cercavo di catturare qualche nuovo punto di vista e qualche nuova informazione. Ora, a monte della grande parete Nord, era il momento di scoprirne qualche segreto.

“Cazzeggiare” sui prati del Moregallo signifca addentrarsi in un’esperienza sublime e terribile: il sole brilla vivo ed intenso sul verde mentre ogni ombra racchiude un piccolo abisso che precipita verso il lago. Un fascino selvaggio ed estetico che forse solo i grandi ghiacciai sanno eguagliare nella loro splendente incertezza. Con cautela avanzo nell’erba alta cercando di orientarmi, cercando di avvicinarmi …ma non troppo. Raggiungo un crinale, ne interpreto le linee: “Keko, aspettami senza muoverti! Va che sono qui tranquillo, non ti preoccupare!”. In realtà da quel punto in avanti non potrà più nè sentirmi nè vedermi ed io, alla faccia del tranquillo, sto strisciando sulle chiappe appeso a degli arbusti su una frana terrosa. Tuttavia il gioco vale la candela e raggiungo una “prua” a sbalzo sul vuoto sopra il grande canalone segreto.

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Oltre lo zoccolo della parete Est, oltre l’Angolo degli Specchi, si trova la Cengia della Solitudine. Nomi inventati per luoghi ancora tutti da scoprire. Dalla cengia della solitudine si innalza la Rampa, una ripida spalla erbosa che ad arco insegue l’uscita della Parete Est. Un’ incognita capace di farmi tremare i polsi e per cui ho comprato un paio di picozze da ghiaccio. Tuttavia, a furia di osservare quell’infinita muraglia, avevo intravisto anche un’alternativa.

Alle spalle della Parete Nord c’è una seconda parete, ancora inviolata, che termina in in un boschetto di betulle. Ai piedi di quella parete, quattrocento metri sopra lo zoccolo, si intravvede un canale che irrompe nella Cegia della Solitudine scaricando acqua e pietrisco (che poi cola verso destra lungo lo zoccolo). Ora, in piedi su quella prua rocciosa, potevo osservare dall’alto tanto il canale quanto la parete inviolata e senza nome. “Wow, se non ci sono rogne all’ingresso da qui si può uscire!”. Quel canale, salvo impreviste sorprese, può essere una valida via di fuga per lasciare la Cengia della Solitude se la rampa dovesse essere infattibile.

Ero pericolosamente nel cuore delle mie fantasie ma mio fratello mi aspettava lungo il sentiero. Keko è un musicista, forse il primo Valsecchi dichiaratamente artista, ma nonostante le apparenze ha il sangue freddo della mia famiglia. Probabilmente è seduto all’ombra a fumare, senza troppo preoccuparsi (in fondo io so il fatto mio), ma se mi attardo troppo potrebbe decidere di venire a vedere dove sono finito, potrebbe avvicinarsi troppo. Mi devo muovere, ed in fretta. Rimonto la cresta con il doppio della velocità con cui l’ho discesa (il vuoto alle spalle è ripido la metà di quello faccia a valle…) e torno dal mio fraterno compagno d’avventura mostrandogli le foto catturate.

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Rimontiamo ancora fino al roccolo. Poi, abbandonando il sentiero, ci addentriamo nel bosco. Tra le piante cadute trovo una vecchia traccia ed iniziamo a segurlo: “Vediamo dove va, non sarebbe male trovare finalmente un traverso a mezza costa che ci porti verso Preguda”. Mi fratello, che probabilmente non è mai stato a Preguda e a cui la cosa interessa poco più che niente, mi segue ormai rassegnato al caldo, alla fatica ed alla follia del fratello. Lungo la nuova via troviamo una vecchia casotta ed una vecchia sorgente: purtroppo l’acqua riemerge e ristagna inutilizzabile tra le foglie. La vecchia traccia, come forse era prevedibile, muore davanti alla fonte abbandonata. (…conviene tornare per sistemarla se voglio “operare” nella zona)

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Risalgo un crinale uscendo dal bosco e mi ritrovo al cospetto del Corno di Braga e dei prati alti. In passato ho affrontato il lungo traverso che da sotto il Corno porta alla Grotta dei Tassi, tuttavia il caldo torrido ha messo a dura prova Keko, abbiamo finito i due litri d’acqua che avevamo con noi, e non me la sento di fargli affrontare passaggi pericolosi ora che è stanco. Punto verso l’alto e traverso poi nuovamente verso il bosco sfruttando ogni isola d’ombra come punto di ristoro. Spremo le ultime energie di Keko e lo trascino fino in cima al Moregallo. Questa è la sua prima volta in vetta alla “Montagna Sacra”. La sua prima volta è stata attraverso 1200 metri di dislivello, quattro chilometri di sviluppo ed un caldo torrido! “Corno Occidentale, Centrale, Orientale. Poi laggiù in fondo c’è il Monte Rosa ed il Cervino”

Scendiamo lungo la cresta fino alle Moregge e ci fiondiamo a fuoco verso Sambrosera e la sua promessa d’acqua gelida. Giunti a casa, al campo base, ci concediamo una doccia ed un’immenso piatto di pasta fredda preparata da Bruna. Un paio di birre e ci abbandoniamo sui cuscini dei divani e sul materasso steso in salotto. Mentre siamo tutti insieme sdraiati racconto a Bruna il nostro viaggio ma, mentre parlo, lei mi da un colpetto ammiccando: il mio buon fratello, indossando ancora il mio imbarazzante accappatoio tigrato viola, è già perso nel mondo dei sogni! Buon Riposo Keko, bentornato dalla giungla!

Davide “Birillo” Valsecchi

La regola del Cerchio

La regola del Cerchio

samurai-enso-bushido-way-mariusz-szmerdtC’è chi comunica a parole, chi per iscritto, qualcuno invece lo fa a cazzotti. Ieri sera, con un mio giovane e nerboruto amico, ho avuto un‘intensa chiacchierata di quest’ultimo tipo. Fortunatamente sono ancora leggero sui piedi, nessuno dei treni merci che mi hanno puntato ha raggiunto il bersaglio mentre, con un certo orgoglio data l’età, le mie bordate d’alleggerimento sono state precise, efficaci e senza danni. Adattarsi ai diversi linguaggi è una delle mie capacità. Comunicare, al di là dell’idioma usato, è sempre positivo: specie se alla fine della “chiacchierata” ci si ritrova “leggeri” e pacificamente seduti su un prato a discutere i dettagli.

«Dopo il Pizzo D’Eghen non ci hai più dato la stessa attenzione. Perchè non mi hai più chiamato?» Curiosamente tutti fanno riferimento al Pizzo D’Eghen attribuendogli un significato Karmatico che supera di gran lunga le mie riflessioni su quella travagliata avventura. Dopo il Pizzo sono successe un sacco di cose decisamente più importanti: mi sono sposato, ho cambiato casa, cambiato lavoro. Tutti cambiamenti che hanno modificato radicalmente le mie abitudini ed il mio tempo. Oltre a questo anche le persone attorno a me sono cambiate. Mattia ha avuto il secondo figlio, Joseph ha intrappreso una nuova avventura, Bruna si è tirata un macigno sul piede e Boris ha alzato un gran polverone per nulla. Dopo il Pizzo sono successe un sacco di cose: i cambiamenti, a volte impercettibili, a volte radicali, sono gli indelebili passi di un’inevitabile evoluzione; a volte in meglio, a volte temporaneamente (e forse propedeuticamente) in peggio. Questa è la vita, è così che funzionano le cose. Il Pizzo, in tutto questo, è rilevante solo come tempestoso monito. Ma, onestamente, siamo circondati da pericoli e difficoltà spesso più subdole e terrificanti.

Proviamo a giocare un po’ con la geometria. Formare un gruppo è come disegnare un cerchio. Si punta il compasso in un punto, il centro, e si allineano una moltitudine di punti lungo la circonferenza. Un cerchio rimane tale fintanto che tutti i punti della circonferenza restano equidistanti dal centro e solidali tra loro. lI punto centrale ha la grande fortuna di confrontarsi con tutti i punti della circonferenza ma, di fatto, è circondato e costantemente sotto gli occhi di tutti.

Il Pi-Greco è un numero con cui, fin dai tempi di Archimede, si è cercato di rendere lineare la natura a tratti inafferrabile del cerchio: un numero, concettualmente infinito ed incalcolabile, che ancora oggi racchiude grandi misteri. Se pensiamo poi ai tentativi di “quadratura del cerchio” ci si imbatte in problemi e fantasie anche più strambe. Il cerchio, l’anello, possiede davvero qualcosa di magico ed è per questo che è così radicato nella tradizione di ogni cultura.

Nel medio-evo si riteneva che un maestro dovesse formare attorno a sè un cerchio di allievi, e che ogni allievo, chiamato a diventare poi maestro, formasse a sua volta un proprio anello. In questa visione delle cose c’è del buono ma anche del meno buono. Spesso il centro iniziale, rimanendo il punto di rotazione di tutti i successivi cerchi, acquisisce un pericoloso potere piramidale e tutta la struttura tende ad assomigliare ad una setta o a un circolo di stronzi autoreferenziali. No, direi di prendere alcuni degli aspetti positivi e lasciare tutto il resto del medioevo al passato.

Curiosamente il nome della linea che unisce due punti lungo la circonferenza si chiama “corda”. Teoricamente un cerchio può essere descritto anche come l’insieme delle “corde” che legano tra loro i punti della circonferenza. Certo, computazionalmente parlando è un disastro, tuttavia lo sforzo svincola dall’avere un centro, trasformando ogni singolo punto della circonferenza in un potenziale punto di rotazione di tutto il cerchio. Anzi, l’assenza di un centro permette poi ad ogni singolo punto di appartenere ad un insieme potenzialmente infinito (nello spazio e nel tempo) di altri cerchi intersecati tra loro. Inoltre, l’insieme delle corde intrecciate in un cerchio forma la più comune delle “reti”: qualcosa di piuttosto utile quando una singola corda non è sufficiente a trattenere una caduta. 

Ecco: io non voglio essere il centro, voglio essere uno dei tanti punti sulla circonferenza, voglio osservare il movimento di chi mi è vicino come se fossero brillanti stelle dotate di un moto proprio. Un moto caotico ma ordinato che io chiamo “libertà”. (Ma se passiamo dalla geometria all’astronomia passando dalla filosofia rischiamo davvero di perderci!!).

Quindi non stupirti se ogni tanto scompaio, se mi perdo in qualche misterioso meandro e ti sembro distante. “Uno stregone non è mai in ritardo, Frodo Baggins. Né in anticipo. Arriva precisamente quando intende farlo.” Solitamente, come ieri sera, quando serve rispondere ad una chiamata, quando è importante essere. (…diversamente contattare Bruna orario pranzo).

Vedi, i Badgers dovrebbero avere una certa affinità con le corde, è qualcosa che hanno imparato ad usare per tutelare se stessi e gli altri. A volte, per diletto, arrampichiamo senza, ma quando la faccenda si fa seria è qualcosa su cui siamo abituati a fare affidamento. Per questo è importante averne cura, tenerle in ordine, prestare attenzione ai nodi e all’attrito sulla roccia. Quando il tempo e l’uso le hanno rese logore ed inaffidabili bisogna sostituirle… le corde però, non il compagno!

Io non lego con tutti, quando lo faccio è una scelta consapevole: sono abituato a scegliere le persone. A volte un legame è una salvezza, a volte un vincolo frenante. Per questo è importante sapere quando lascare e quando recuperare in fretta per bloccare. Sai bene inoltre quanto fastidioso (e a volte persino pericoloso) sia avere tra i piedi una corda inutile ed annodata quando è il momento sbagliato. Per questo la mia corda in questo periodo è stata discreta e tutt’altro che invadente: credevo non ne avessi bisogno per continuare le tue esplorazioni.  In ogni caso basta solo urlare “Recupera!!”, “Lasca!”, “Tieni”, “Okkio” perchè io “manovri” come meglio ritieni di avere bisogno.  Parlarsi attraverso la corda, quando non ci si vede, è parte fondamentale dell’arrampicata.

Quindi stai tranquillo e non ti preoccupare, questo vale per te quanto per tutti gli altri. Sono le tempeste a dare la misura della bontà di una barca e dell’affiatamento di un equipaggio. Quei cazzotti da signorina con cui hai cercato di prendermi erano solo brezza, niente di preoccupante: la nostra squadra è in grado di reggere ben altro!

Un abbraccio

Davide “PiGreco” Birillo

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