Category: BadgerTeam

CIMA-ASSO.it > BadgerTeam
Assalto Ai Corni: Tasso Alcolico

Assalto Ai Corni: Tasso Alcolico

01

Finalmente Bruna poteva mettere il naso fuori casa e ne abbiamo approfittato per partecipare all’Assalto ai Corni, l’annuale manifestazione organizzata alla SEV. Visto che il piede non è ancora guarito, per la prima volta in vita mia, sono salito ai Corni in Jeep! Comodi comodi, io, Bruna e le stampelle ci siamo piazzati sulla terrazza del rifugio ad attendere che Teo, Keko e Nicky ci raggiungessero a piedi. Al loro arrivo Pianezzo era ormai affollata di partecipanti che avevano raggiunto il rifugio da tutti i versanti dei Corni (gli organizzatori hanno registrato più di 300 iscritti!!).

Nuovamente tutti riuniti abbiamo indossato le magliette dell’evento e cominciato a festeggiare (…ma di brutto!). Prima di mezzo-giorno, in tre, avevamo già ingollato cinque boccali da mezzo litro di “La tazza di Aurora”: un dionisiaco intruglio a base di Gin + Campari + Vino Bianco + Aranciata. Dopo questo “piccolo preambolo introduttivo” abbiamo preso parte all’aperitivo offerto dalla SEV: aranciata e Gin a mestolate!

03

Ed è all’apice di questa iperbolica parabola che un inviato di “TeLeLecco”, armato di telecamera e microfono, ha deciso di intervistare i Badgers!! Onestamente all’inzio non credevo facesse sul serio: il nostro pietoso stato sembrava assolutamente lampante. Tuttavia, quando si è accesa la lucina rossa, mi sono reso conto he faceva sul serio, che ero finito nei guai!

Il ruolo di “capitano” mi spingeva in prima linea mentre alle mie spalle i miei soci assumevano le peggio eroiche pose da tamarro beone. Tutti i presenti attorno erano consapevoli (e divertiti) di come quella non sarebbe stata un intervista, ma una fucilazione pubblica. Quando sbiascicando ho definito i “Tassi del Moregallo” come “un gruppo che fa gruppo” ho capito che inesorabilmente stavo rotolando giù per la collina, sbattendo e rimbalzando ad ogni nuova domanda. “Credo di essermela cavata peggio del vincitore del primo premio Becchi!!”. (…perchè il tasso è il miglior animale che c’è, … dopo la donna – Link -) 

Incredibilmente, grazie ad un imprevedibile intervento di Keko, il giornalista ha voluto uno dei nostri adesivi e ci ha lasciato i suoi contatti con l’intento di realizzare un ulteriore servizio dedicato alle attività alpinistiche dei Tassi sull’Isola senza Nome (…in vino veritas?).

Ormai la nostra dignità era smarrita nell’etere come fumo nel vento: non restava altro che continuare a festeggiare! Al termine dell’aperitivo, dopo un paio di salvifici panini al salame, l’ardito trio dei Tassi è crollato scomposto in un angolo all’ombra. Mentre in lontananza venivano celebrate le premiazioni e risuonavo i numeri della lotteria, noi eravamo sprofondati tra le braccia di Morfeo russando ormai senza più ritegno.

04

Ore più tardi, quando la quiete, il silenzio e la solitudine avevano ripreso possesso dei Corni, i Tassi si sono risvegliati dal loro temporaneo letargo. “Ecco – ha esordito il mio fratello aprendo gli occhi – è la storia della mia vita: mi addormento ed al risveglio la festa è finita!!” Barcollando con fare incerto siamo scesi attraverso il bosco fino alla fonte per rinfrescarci il corpo e le idee. “Questa è la cosa più pericolosa che abbia mai fatto ai Corni!”. L’acqua gelida ha rinvigorito i tassi scuotendoli dall’alcolico torpore in cui si erano lungamente avvolpacchiati! L’ultima jeep ha riaccompagnato a valle Bruna mentre il resto del “gruppo che fa gruppo” rientrava a piedi, soddisfatto dal proprio epico e celebrativo “Assalto ai Corti”.

Davide “birillo” Valsecchi

I Badgers avevano un motivo in più per festeggiare: Sabato 09 Luglio 2016 alle ore 23:55 è nato Ivan, fratello di Matteo e figlio di Serena e Mattia Ricci. Socio, te lo dicevo che sabato nasceva!! Benvenuto!

Tass Force

Tass Force

IMG_0073

Ivan Guerini dice che i Badgers non esistono, che sono solo un parto della mia mente. Bhe, il mio “vecchiaccio” preferito, come spesso accede, ha perfettamente ragione. I Badgers sono un idea: poco più di un adesivo intriso di volontà. Purtroppo buona parte di questa volontà mi appartiene e per questo, probabilmente ancora per un bel pezzo, ci sarà energia sufficiente perchè le idee più strambe continuino a concretizzarsi in improbabili realtà.

Nel nostro piccolo gruppo c’è gente che arriva, gente che va. Qualcuno insegue in solitaria le proprie fantasie, qualcuno le proprie ambizioni, qualcuno torna carico di racconti. Ognuno trova il suo tempo ed il suo spazio come meglio ritiene opportuno. Onestamante credo che questo sia il massimo ed il meglio che si possa chiedere ed offrire ad un gruppo.

Inoltre il “vecchiaccio” non dovrebbe lamentarsi visto il mio piccolo e personalissimo esercito di squinternati continua a fornire nuove ed arrembanti matricole pronte a seguirlo nelle sue celebri e terrificanti arrampicate esplorative. Io glieli presto con un addestramento base ed in piena forma, lui me li restituisce pesti ed ammaccati, ma arricchiti da un’esperienza autentica. Un buono scambio.

Domenica è toccato a Veronica e a TeoBrex stare dietro a Guero e Josef. Visto che questo è il periodo dell’anno in cui a Ivan cola il naso e starnutisce, la squadra ha dovuto lasciare l’Isola ed alzarzi di quota fino ai Piani di Bobbio. Ovviamente la giornata è finita con un paio di vie nuove ed un’importante serie di birre.

Teo mi ha girato le foto e Veronica avrebbe voluto scrivere un racconto ma, ahimè, il tempo le è tiranno in questo periodo. Eccovi qualche immagine della “Tass Force”.

Un abbraccio: il prossimo giro tocca a Ricky 😉

Davide “Birillo” Valsecchi

Già che siamo qua

Già che siamo qua

IMG_0018

Torrido venerdì pomeriggio lavorativo, nessun impegno preso per il fine settimana. Sentivo che prima o poi sarebbe arrivato qualche invitante messaggio. Taaac…. ecco il trillo di un sms in entrata, mittente Mattia: «Ciao Teo, Birillo si è dato al nuoto agonistico ed io domani ho una mezza giornata libera. Hai impegni o ci sei per una arrampicata? Ci sentiamo con calma dopo lavoro.»

Finisco di lavorare e mi fiondo al Lago del paesello per l’ormai consueta nuotata post lavoro, restando d’accordo che l’avrei chiamato più tardi. Nella mia testa la domanda era: «Dove mi vorrà portare? Quale sarà mai il luogo impervio in cui mi ritroverò a ravanare ed a cercare prese impossibili?» Presto detto, andremo in Grignetta partendo dai Resinelli facendo poi le vie dei Magnaghi ed altre “carine” limitrofe! «Tranquillo ci troveremo al solito posto a Suello per poi salire, danno pioggia sperando siano solo due gocce così che le vie non si bagnino troppo…»

Ore 7.20 di sabato 2 luglio 2016 Resinelli. Dividiamo il peso dei materiali e saliamo con gli zaini carichi, passano forse dieci minuti quando sulla mia testina diversamente pettinata inizio a percepire le famose due gocce di pioggia. «Mattia! Inizia a gocciolare (xxx censura xxx)!» Ci fermiamo e dal bosco in valle comincia a salire quell’inconfondibile e tremendo suono che significa: corri!!!

Dai ci fermiamo un attimo qui a riparaci, poi vedremo come andrà: MAGARI si aprirà! Oookay socio, un minuto ed il sentiero diventa un torrente in piena con due esseri umani che ci corrono in mezzo a rotta di collo; siamo di nuovo in macchina. «No, non ci siamo svegliati presto per non far nulla, sono le 8! Dai Teo, già che siamo qua scendiamo e proviamo ad andare verso gli Scudi Di Valgrande, ci sono falesie da quelle parti, recuperiamo la mattinata!»

Ci inoltriamo nella fitta vegetazione, lungo il sentiero ci sono parecchi caselli per la captazione dell’acqua e diversi buchetti transitabili. Tuoni e pioggia intermittente ci accompagnano ancora mentre proseguiamo il cammino, decidiamo quindi di dare un’occhiata ad un buco soffiante che sembra praticabile, a patto di infangarsi ravanando nel sottobosco, ma noi siamo Speleo: «Teo, già che siamo qua diamo un’occhiata, non ti pare?» Montiamo le immancabili frontali ed entriamo smerdandoci in allegria. Eh certo, già che siamo qua!!!

IMG_0015

Il buco diventa un cunicolo, il cunicolo diventa una sala, la sala diventa un crocevia e capiamo di essere finiti in un dedalo di passaggi dal sentore di miniera mineraria! Ma che figata!!! Giriamo per ore affascinati, ci sono tantissime vie che finiscono in nulla, altrettante che portano ad ingressi serrati a chiave dall’esterno e ad ogni bivio Mattia butta la luce oltre al buio dicendo: «Andiamo a vedere laggiù? Già che siamo qua!» Una meraviglia! Facciamo mente locale cercando di ritrovare l’unico ingresso senza cancelli, perfetto siamo fuori dal labirinto.

«Hey già che siamo qua e non piove andiamo agli Scudi che magari un tiro riusciamo a farlo!» Certo Mattia, già che siamo qua arriva il battirone di acqua e ce lo prendiamo tutto mentre su un ponticello tibetano guadiamo un carico torrente. Arriviamo agli scudi nel pieno del temporale, ma riesco comunque a dare un’occhio alle vie… Direi che per la maggior parte sono fuori dalla mia portata, quando vedi che ai fix ci sono attaccati i rinvii che oscillano al vento in libertà capisci che di verticale non c’è nulla. Sospiro e mesti torniamo alla macchina sotto la pioggia battente.

IMG_0025

Scendendo ci chiama Birillo: «Hey giovani: avete finito di nuotare in Grignetta? (simpatico il Capitano che ci percula!) Non sarete mica saliti davvero! Passate alla Base dei Badgers a pranzare!» Ma si dai, già che siamo qua! Mattia ha detto a casa che sarebbe tornato presto, quindi mi smolla a Suello ed io mi dirigo alla base operativa di Valmadrera.

Bru, sempre gentilissima, preparerà un ottimo pranzo accompagnato dalla mia birra torbida preferita. Racconto della giornata e dopo il caffè faccio rientro alla mia Base, dove lavo e stendo tutto al sole: si, dannazione, ora ci sono 30°C!!

E’ stata una bellissima mattinata e con Mattia nessuna giornata si butta via, salta sempre fuori qualcosa di avventuroso, basta essere nel posto giusto e sfruttare ogni possibilità… Già che siamo qua 🙂

Alla prossima

Matteo “TeoBrex” Bresson

La montagna incantata

La montagna incantata

IMG_6754

[Veronica] Accade, a volte, che escursioni decise all’ultimo momento, un po’ per caso, senza alcuna pretesa se   non quella di un po’ di movimento in mezzo alla natura, si trasformino in qualcosa di unico; in cui   eventi, incredibili nel loro piccolo, si incatenano in modo quasi prodigioso. Una cosa che inspiegabilmente pare accadermi spesso, ultimamente. Questo è il modo in cui, per la prima volta, ho conosciuto il Moregallo.

Ieri, 27 giugno, la giornata prometteva bene: cielo terso, sole splendente e una leggera rinfrescante   brezza.   Nonostante la giornata pesante, finiamo di lavorare piuttosto presto, così propongo a Ricky, giovane   collega appassionato di montagna ed esperto alpinista, di cimentarci nella cresta Osa: “Dai, tanto   cosa t’importa se gioca l’Italia?” “Tu mi inviti ad un pranzo di nozze” ” No, Ricky, questo è molto meglio di un pranzo di nozze!” Ne avevo spesso sentito parlare, di quella cresta, senza mai aver avuto occasione di affrontarla. In realtà non avevo ancora mai fatto la conoscenza del Moregallo.

Tra dubbi e proposte di itinerari alternativi, la sentenza del giovane collega: “E sia, si vive una   volta sola!”  Giro la proposta anche a Teo che accetta prontamente e con entusiasmo. Come sempre! Partiamo quindi alla volta di Valmadrera dove ci fermiamo per aspettare l’arrivo di Teo, preparando l’attrezzatura e giocando con una pistola ad acqua trovata per caso. Verso le 19.30 ci siamo tutti. Ci incamminiamo. Dopo pochi minuti, la domanda di Ricky: “Ma la sicura?” “La sicura con la mia corda!” dico. “E   la corda??” “La corda è nella mia macchina!”, rispondo serafica. “Certo non potevate aspettarvi che io mi ricordassi di prenderla! Che sono bionda, e lo sapete”. Al più giovane il compito di tornare alla macchina per recuperala.

Ci incamminiamo di nuovo, con passo moderato ma costante ed in tempo relativamente breve   raggiungiamo la costola rocciosa da cui ha inizio la via di salita. Qui ci prepariamo con imbrago e   scarpette.  Ricky è perplesso: “Una sola corda in 3?! No no, non mi piace, non si fa! Così vanno a farsi   benedire tutte le norme di sicurezza! Vero, tu dimenticala questa cosa, che così non si fa!”  (il giovane collega riveste il ruolo di mio maestro in tutto ciò che riguarda la montagna) Procediamo in conserva con Ricky primo di cordata, assicurato a metà corda, Teo ed io alle due estremità.

I Tassi conosceranno sicuramente la zone molto meglio di me quindi non mi dilungherò in descrizioni. Scevra da tecnicismi, sia lessicali che pratici, e un po’ ingenua nella mia progressione, nuova alla disciplina e animata solo da passione istintiva, quel che mi pervade è uno stupore quasi infantile per tutto ciò che mi circonda ed una felicità entusiasta per un’arrampicata che trovo realmente divertente data anche la sua accessibilità. Spuntoni, clessidre, paretine, tutto offre una gran quantità di ottimi appigli. “Qui la roccia è sincera” affermano i miei, più esperti, compagni di avventura. Ma Ricky ancora non è convinto:“No, ragazzi, ma vi rendete conto? Stiamo salendo come si   faceva negli anni 30!! In pratica non abbiamo sicura”. Un po’ il leitmotiv della salita!

In 2.30h guadagnamo la croce del Moregallo. La nostra idea era quella di goderci il tramonto da lassù, mangiano i nostri tramezzini. Arriviamo un poco dopo, quando il sole, ormai calato, ci regala un cielo rosso infuocato, all’orizzonte. Uno spettacolo. Un vento freddo e violento spazza la cima, costringendoci a rivedere la nostra idea di cenare lassù. Imbocchiamo quindi il sentiero di rientro, lungo la cresta ovest, tramezzini alla mano. Scendiamo chiaccherando allegramente, ironizzando sul fatto che “saremmo potuti essere in   poltrona a guardare l’Italia”, constatando che “Ricky, certo che, tra lavoro e post-lavoro, io e te in   pratica viviamo con indosso un imbrago”, ma soprattutto ascoltando i racconti di Teo sulle avventure che Tassi e non, hanno vissuto tra quelle guglie e pareti.. .

La luce sta ormai calando ma la chiara roccia dolomitica del Moregallo è ben visibile in quella penombra crepuscolare, e anzi pare emanare una propria, fioca, luce evanescente. Un paesaggio   etereo.  Sotto di noi, Lecco comincia ad illuminarsi, la notte è ormai scesa e considero brevemente come la scelta dell’orario sia stata perfetta. Luce in salita, tramonto in vetta e, al rientro, uno spettacolare panorama di luci fin dove l’occhio può spingersi. Osservo tutto con un misto di emozioni difficili da rendere a parole, ma su cui regna sovrano un perfetto, totale appagamento.

Accendiamo le frontali. In breve raggiungiamo la fonte di Sambrosera. Dopo una serie di reciproci attacchi con l’acqua (sì beh abbiamo ancora tempo per crescere!) mi blocco avvistando una lucciola. Da sempre un insetto che amo. Alla prima, ne segue un ‘altra. Costringo i miei compagni a   procedere con le frontali spente. Pochi metri ancora di discesa e lo spettacolo è tale da mozzare il   fiato: intono a noi centinaia e centinaia di piccole luci tremolanti fluttuano in un movimento continuo. Uno spettacolo simile, sognavo di vederlo da sempre.  In un panteistico slancio di autentica gratitudine, ringrazio montagna e spirito del bosco, per questo regalo.  Preda di un estatico stupore, non riesco a contenere una gioia assolutamente infantile e, ad intervalli regolari costringo il gruppo a fermarsi, luci spente, per poter ammirare quanto ci circonda: il bosco sembra incantato, etereo, ha qualcosa di realmente magico che ricorda lo shakespeariano “Sogno di   una notte di mezza estate”. Non mi viene neppure in mente di tentare una foto. Tutto quello che posso fare è contemplare e   ricordare.

Proseguendo la discesa, durante una delle frequenti tappe al buio, a cui costringo i miei compagni, veniamo sorpresi da un grugnito, così chiaro e forte da non lasciare dubbi sul fatto che il cinghiale   si trovi a pochissimi metri da noi. Ricky si allarma seriamente, io afferro Teo con una mano, mentre l’altra va in automatico al coltello, in tasca. L’unico a proprio agio è Teo: “Tranquilli, è da solo,  quindi è un maschio. Non ci farà niente” Giusto così. Di nuovo grazie, montagna incantata.

Proseguiamo la discesa e poco dopo sentiamo due forti botti consecutivi. Dopo un iniziale dubbio sulla loro provenienza, dirigiamo lo sguardo a valle: è cominciato lo spettacolo dei fuochi di Lecco. Meno bello di quello più naturale offerto dalle lucciole, non manchiamo comunque di apprezzarlo. Questa serata non ci sta facendo mancare nulla. Davvero nulla. Tutto, ogni piccola avvenimento, si   incastra alla perfezione, rendendola eccezionale.

Raggiunta la strada lastricata ci fermiamo per una breve sosta alla fontana ed alzando lo sguardo, il   cielo limpidissimo si mostra in tutta la magnificenza delle sue costellazioni, a perdita d’occhio. Ci   fermiamo ad avanzare ipotesi su quale sia questa o quella costellazione. Nessuno ha voglia di tornare, il senso di pace è totale. Ma oramai è tardi, le 23.00 passate. Non si poteva chiedere di più. Non si poteva neppure immaginare di più. Non luogo più bello, non compagnia migliore. Forse, ecco, solo una stella cadente a coronare il tutto. Ma quella sarà per la prossima volta.

Oh, eh sì, il Moregallo ha voluto il mio sangue (può capitare, quando si salta al buio da una roccia   all’altra, come una biondissima capretta nana, inseguendo lucciole). Ma per tutto quel che mi hai regalato, Moregallo, quello è stato un ben misero pegno. Ti avrei dato anche di più.  In fondo non mi hai regalato solo una serata magica, ma, per dirla come Wordsworth, un flusso spontaneo di potenti sentimenti, emozioni raccolte da poter ricordare in tranquillità.

Veronica Sgroni

Stupide Avventure Eroiche

Stupide Avventure Eroiche

“Vedrai che ora migliora!” “Certo, certo… come quando fai ascoltare una canzone agli amici!” L’erba bagnata dal temporale raggiunge i fianchi ed il pendio è ripido abbastanza da richiedere l’appoggio delle mani. Mi fratello Keko mi segue brontolando e snocciolando sarcarsmo inglese ad ogni scivolone. Gli sterminati prati del moregallo brillano di un intenso verde che stacca vertiginoso sull’azzurro del lago sottostante. “Guarda che è un spettacolo! Qui non ci viene nessuno!” “Già …e prova ad immaginare perchè?!”

DSCF3874

Sulla grande parete Nord del Moregallo si innalzano numerose ardite vie alpinistiche. Sullo  spigolo Nord-Est corre Gioventù77 una via irripetuta (ed agghiaccante) di Giambattista Crimella e Gianfranco Canali. Da quel profilo, fino alla parete del Tempo Perduto, è tutto territorio ostile ed inesplorato: un angolo di mondo ancora da scoprire. Al di sopra del verticale zoccolo erboso, alto probabilmente più duecento metri, si innalza un’altra grande partete costellata di grandi tetti ed altrettanto alta.  Mentre a sinistra, superando un muraglia tutta da scoprire, si può raggiungere una grande cengia erbosa sovrastata da una seconda parete, anch’essa inesplorata e di poco più bassa.    

Mattia, Josef, Simone, Davidino: tutti mi avevano invitato ad arrampicare questo week-end, ma l’unico che alla fine è riuscito a convincermi ad uscire (dopo quasi un mese di digiuno forzato) è stato mio fratello. “Andiamo a farci un giretto insieme?” “Certo, andiamo a vedere qualcosa di interessante!”.

L’incidente di Bruna, il nuovo lavoro, la continua pioggia: per un mese non ho fatto altro che nuotare tre volte alla settimana. Mi immergevo nell’acqua lasciando che l’assenza di gravità mi coccolasse, che la montagna diventasse un pensiero sempre più lontano. Credevo di aver perso ogni interesse, tanto da parlarne con Ivan Guerini: “IvyBoy, è strano: più nuoto meno mi interessa arrampicare”. Lui non era affatto sorpreso. “Anche io, per un anno intero, non ho arrampicato e mi sono dedicato solo al nuoto. L’acqua ha un grande potere: sia sul corpo che sulle emozioni.” Abbiamo parlato a lungo del rapporto tra arrampicata, nuoto, yoga e respirazione.

Ai piedi del Moregallo sconosciuto, io e mio fratello, dispersi tra la ripida erba bagnata… tutto aveva un senso ed una sua selvaggia bellezza. Avevo trovato una nuova fantasia da inseguire: “Sai Keko, ci vorrà un po’ ma io voglio vedere cosa c’è lassopra!”

Davide “Birillo” Valsecchi

Emotivamente Compromesso

Emotivamente Compromesso

badgersnest

«Molta gente è arrivata qui in elicottero per molto meno!» Questo è quello che in ospedale ci dicono quando raccontiamo la mostra disavventura al Pizzo Molteni. L’altra cosa che mi chiedono sempre è se sto per svenire: «Si sente bene? E’ sbiancato ed ha iniziato a sbadigliare!» Già, rimango in piedi ma i sintomi sono quelli.

La cosa è piuttosto interessante. Prestando servizio in Croce Rossa ho visto e gestito cose decisamente molto peggiori del dito di Bruna, questo senza tirare in ballo i buchi ed i rattoppi che ho visto in Asia o in Africa. Oltre tutto sono stato io a trattare il piede di Bruna quando era messo male e questo rende ancora più strano che, a livello inconscio, mi faccia effetto ora che è ben pulito ed ottimamente ricuto tra le sicure pareti di un ospedale. «E’ normale: sei emotivamente compromesso. Succede spesso anche a noi con i nostri familiari o con le persone care». Mi ha consolato un dottore.

D’altronde ogni mio apporto alla situazione attuale è ora pressochè superfluo: il mio ruolo attivo è ora pressochè marginale e non mi rimane che subire passivamente tutta la faccenda. A giochi fatti sono meno freddo di quanto si potrebbe pensare: sono un comune maritino che si agita preoccupato e svenevole come un goffo maggiordomo…

Organizzarsi però non è stato molto difficile. All’inizio, avendo cambiato lavoro da poco ero abbastanza preoccupato, tuttavia il mio nuovo capo è stato assolutamente chiaro: «Birillo, non ripresentarti in ufficio prima di lunedì. Salutami la Bruna!» (Grazie!)

Le ferite stanno andando bene ed il dito le non fa troppo male (almeno quando non fa la diva e si stanca troppo!). Bruna ed io trascorriamo le giornate insieme come non accadeva del viaggio di nozze. Certo, non possiamo uscire ma chiusi in casa ci scaldiamo al sole sul terrazzo. Per certi versi è come essere tornati adolescenti: ogni sera la sala dei Badger si riempie di gente mentre le birre vuote si accumulano sul tavolo,  sdraiati sui divani e sulle poltrone passiamo il tempo guardando film splatter in stile anni ‘80. Il leggendario Ash Williams, nonostante la pancetta, la dentiera ed i capelli tinti, continua a combattere il male a colpi di “Chainsaw e Boomstick” nell’acclamazione delirante della folla: “Groovy!” (…salvo Ros, che passa il tempo nascondendosi la faccia dietro il cuscino pur di non vedere zombie affettati…)

Quindi sì, le cose tutto sommato stanno andando bene: «Dammi un po’ di zucchero, baby!»

Davide “Birillo” Valsecchi

Bergamo non cede

Bergamo non cede

Frattura multipla, ma composta, dell’alluce con lacerazioni da scoppio. Sabato la nostra cordata è rimasta vittima di un piccolo ma importante incidente: fortunatamente le conseguenze non sono state troppo gravi e questo, per me, è il momento del debrifing. Il momento di capire cosa è andato storto e cosa è stato fatto per raddrizzare la situazione.

Io, Guero e Bruna volevamo festeggiare la primavera arrampicando un po’ insieme, per questo abbiamo scelto il Pizzo Molteni, la struttura rocciosa alla sinistra del Pizzo Boga. La natura a gradoni di quella struttura verticale offre la possibilità di frazionare la continuità dell’arrampicata facendo sosta su piccoli terrazzi. D’altro canto la natura di quella roccia, a volte splendidamente compatta, a volte spaventosamente instabile, rende la progressione tutt’altro che banale anche, ma forse soprattutto, dove la difficoltà sembrano apparentemente basse.

Abbiamo cominciato ad esplorare una zona vicina a quella in cui con Mattia, tempo fa, avevamo aperto un interessante monotiro (probabilmente sulla stessa linea di “Millenium” dei Condor di Don Agostino). Conoscevo la zona e non mi impensieriva l’idea di continuare ad esplorare. I primi due tiri, protetti a fettucce e friend, erano abbastanza buoni sebbene la qualità della roccia richiedesse una lettura che forse l’esperienza di Bruna non permetteva.

Ivan tirava davanti, io e Bruna seguivamo ognuno sulla propria mezza. Io disarmavo e seguivo da vicino Bruna indicandole dove andare e cosa evitare. A metà del primo tiro Bruna si schiaccia un dito della mano tirando una presa: niente di grave, un graffio che avvolgo con un giro di nastro adesivo.

Ivan risale un dietro, dall’alto butta giù qualche sasso instabile ma la nostra sosta è fuori linea e sicura. Mentre faccio sicura ad Ivan, Bruna si siede a prendere il sole ad occhi chiusi. Non mi piace che si distragga ma non posso essere sempre un brontolone petulante. Bruna è molto forte, forse più forte di me, ma la poca esperienza forse non le permette di comprendere la vera natura del “gioco”. Non siamo in una falesia “addomesticata”, stiamo arrampicando nel senso più profondo ed autentico del termine. Ci si può concedere momenti di distensione, di gioia, ma non si può abbassare la guardia: smettere, nel senso buono, di avere “paura”. Bruna non sembra essere in giornata, non sembra avere la testa per affrontare questa roccia. Forse è stanca, la sua mente non ha lo spazio o la libertà necessaria. Al prossimo tiro voglio parlare con Ivan: ripiegare verso le vie più battute del pizzo Boga.

Quando chiama la sosta ci prepariamo a ripartire. Ivan è molto più in alto, fuori dalla nostra vista, riusciamo a sentirci ma è molto distante. Bruna traversa e risale un muro di tre/quattro metri infilandosi in un diedro. Non vedo particolari difficoltà, smonto la sosta e mi appresto a partire. Poi tutto inizia a muoversi troppo in fretta. Due grossi massi appaiono e fuoriescono da dentro il diedro. Bruna si sposta di lato mentre il rumore di roccia spaventosamente in movimento irrompe sulla scena. Poi, mentre i massi precipitano nel vuoto per trenta metri, un’istante di irreale silenzio. Ma quei giganti silenziosi tornano a ruggire quando il loro schianto si fa fragoroso ed appocalittico piombando sugli alberi e sulla roccia sottostante.

Scatto e di slancio risalgo il primo muro quasi senza rendermene conto. “Sono qui!” Parlo a Bruna con il solo scopo per farle sentire la mia voce, non credo possa davvero ascoltare. Come uno scanner analizzo tutto quello che vedo: squadro le gambe, le braccia, il modo in cui si piega. Non vedo ferite ma c’è rabbia e dolore. Prima che possa intervenire Bruna slaccia le stringhe e toglie la scarpetta. L’alluce sembra aver preso una martellata ed inizia a coprirsi di sangue. La scarpetta era intatta, lo schiacciamento aveva creato le lacerazioni da cui perdeva sangue: la pelle era letteralmente scoppiata attraverso due grossi squarci.  Quei due massi erano crollati davanti a lei non appena li aveva toccati: era riuscita a spostarsi evitando che la travolgessero ma uno le aveva centrato la punta del piede prima di rotolare oltre.

“Merda!” lo penso ma non lo dico: devo darmi da fare. Le tolgo il giro di nastro che le avevo messo della mano e lo uso per “scocciare” l’alluce. Voglio chiudere quei buchi, subito. Dal suo zainetto prendo le sue scarpe da trekking e gliele infilo al posto delle scarpette da arrampicata. A botta calda mi serve qualcosa che contagna il piede e che lo protegga. Ivan, più in alto, non poteva vederci ma gli era chiaro che qualcosa era andato storto: ”Ivy!! Cala la rossa! La riporto in sosta!” Aiuto Bruna a muoversi, a spostarsi sul muretto. Tengo la corda mentre Ivan la cala fino al terrazzino sottostante. “Ora la Blue! Ivy! La Blue!” Prima che la corda vada in tensione disarrampico fino a Bruna. Piazzo un nat in una fessura a strozzo ed una fettuccia su una radice mettendola in sosta in un’angolo riparato del terrazzino. Le tolgo nuovamente la scarpa e le avvolgo il dito nella carte igenica (il primo emostatico fuoriuscito dal mio zaino) e lascio che lo stringa tamponando a mano. Dobbiamo ricompattare la squadra. Con un’altra fettuccia mi fisso ad uno spuntone: “Ivy!! Tocca a te!”

Ivan mi urla “Recupera le corde!”. Credevo si calasse in doppia ma le corde mi dicono qualcosa di diverso. Non capisco chiaramente ma le infilo in un moschettone e ne strozzo una in un mezzo barcaiolo. Poi capisco: Ivan non si sta calando, sta arrampicando in discesa rimuovendo le protezioni. Per questo a volte “chiede” corda mentre a volte devo recuperare in fretta: sta fecendo tutto da solo, la mia è solo una protezione formale. Solo a metà tiro capisco che ha trovato qualcosa su cui calarsi (un piccolo albero) e lo vedo riapparire nel diedro. Il vecchiaccio a volte può sembrare uno stramboide anacronistico ma posside davvero una classe infinita!

Tutti e tre di nuovo insieme in sosta iniziamo a “trattare” seriamente Bruna. Il sangue continua ad uscire. Diamo una pulita versando un po’ d’acqua. Poi, cerotto e nastro, impacchettiamo stretto dito e ferite. Il piede ha già iniziato a gonfiarsi e le sue scarpe sono ormai troppo strette. Togliamo la soletta ad una delle mie scarpe da avvicinamento e gli infiliamo quella (lei hai il 39, io il 43). Bruna, nonostante il dolore e le lacrime, continua a scusarsi senza senso: ”Vi aspetto qui, voi continuate, tornate a riprendermi dopo…” “Bergamo! Concentrati: dobbiamo andarcene da qui e devi aiutarci! Stiamo evacuando!”. Bruna capisce, finalmente entra in modalità da combattimento.

L’idea di calare Bruna nel vuoto non mi piace: è ancora spaventata e non sarebbe in grado di gestire la parte tecnica da sola. Mi serve una soluzione “low-tech”: scomoda ma sicura. Decidiamo quindi di ridiscendere un canale pieno di alberi, più scomodo ma più proteggibile. Ivan affianca Bruna mentre li calo. Bruna si muove bene, è dolorante ma riesce a sfruttare la corda ed il piede sano. Ivan la supporta e libera il canale da tutti i sassi instabili buttandoli giù. Più sotto si sopostano al riparto fuori dalla linea di discesa: è il mio turno. Tolgo la sosta a nat ed inizio a disarrampicare. Bruna ha le mie scarpe, io ho solo le scarpette d’arrampicata: fanno un male cane e scivolano sulla terra, ma sfruttando le piante riesco ad abbassarmi sulle roccette mentre mi fanno sicura da sotto. Quando li raggiungo ripetiamo la stessa manovra per altri cinquanta metri.

Bruna riesce ad appoggiare solo il tallone sostenendosi quasi a gattoni sulle mani. Nel bosco ha ancora la forza di scherzare: “Sembro quello del documentario. Quello che scendeva a gattoni nel bosco. Quello che ti assomiglia.” Per la cronaca si riferiva ad Alex Huber quando si infortunò in Yosemite allenandosi per il Nose (“Am Limit”, 2007). Superate le calate inizia la parte meno pericolosa ma decisamente la più penosa: lentamente, tremendamente lentamente, raggiungiamo insieme la macchina al parcheggio del Boga.

Infiliamo gli zaini e le corde alla rinfusa nel bagagliaio. Ho ancora ai piedi le scarpette d’arrampicata, ormai ridotte ad un paio di ciabatte, ma per guidare mi servono un paio di scarpe della mia misura. Quando Bruna mi rende le mie ho un attimo di esitazione. Una è inevitabilmente piena di sangue: mi concentro e la infilo, cercando di ignorare che quella liquida sensazione appiccicosa e calda è il sangue di mia moglie.

Al ponte della Gallina facciamo un’altra tappa. Prendo in braccio Bruna e la porto al lavatoio per mettere il piede sotto l’acqua corrente: è il momento di guardare cosa è davvero successo. L’acqua rende pulita la pelle e toglie emotività alla scena, tuttavia non ci sono alternative: è una faccenda che va sistemata, “rattoppata”. Bruna resiste mentre le fascio il piede per la terza volta. Lungo la strada lasciamo Ivan nei pressi della stazione e puntiamo all’ospedale di Lecco.

Ci sono volute due ore per tirarci fuori dal Pizzo Boga, ma ci sono volute otto ore prima di lasciare il Pronto Soccorso: la maggior parte del tempo lo abbiamo speso in attesa. Questa però non vuole essere una critica ai medici o allo staff del PS: ci hanno trattato al meglio nonostante quelle sale siano diventate un campo di battaglia durante l’attesa. L’ortopedico, che non era di turno, è entrato in servizio proprio per visitare Bruna: non riusciva a capacitarsi che fosse riuscita a fare tanta strada in quelle condizioni (… e non aveva nemmeno visto che tipo di strada era stata fatta!!) Le fratture all’alluce sono multiple, ma composte: questo dovrebbe semplificare di molto la guarigione. Le ferite, a scoppio, sono profonde ed in punti scomodi. Ci è voluto un po’, anche dopo le suturazioni, perchè smettessero di sanguinare. Servirà pazienza ed attenzione per farle guarire in fretta.

Sul Pizzo sapevo cosa fare, come muovermi e come valorizzare l’esperienza di Ivan. Bruna ha tirato fuori la sua parte “titanica” ed ha retto come meglio non sarebbe stato possibile. Ma in Ospedale, quando tutto quello che potevo fare era attendere, confesso di aver vacillato: la fame, la stanchezza, la tensione ed i dubbi si sono fatti pesanti. Quelli come me il destino o li annienta frontalmente o li logora a tradimento: le emozioni alla fine hanno spazzato la freddezza. Mentre Bruna era a fare i raggi non riuscivo a stare fermo, la mia mente ha dovuto arrendersi alla speranza ed è stata travolta da un unico pensiero: “Fa che non sia troppo grave, per favore, fa che non sia troppo grave”. Fortunatamente non lo è stato.

In salotto abbiamo steso un materasso tra i divani trasformando il soggiorno in una specie di “stanza-unica”. La notte i dolori si fanno sentire ma, con calma, ci stiamo attrezzando per completare la “riparazione”. Ci vorrà un po’, cercheremo di dare un senso a tutto questo tempo e a tutta questa storia.

Davide “Birillo” Valsecchi

Indietro non si torna

Indietro non si torna

c8

TeoBrex se l’era cavata egregiamente sulle placche calcaree di “Movimento Yogico” ma, guardando Josef affrontare quella serie di tetti, non era tanto sicuro di come sarebbero andate le cose al suo turno. Sabato, dopo aver arrampicato al “Pilastro del Guru”, avevamo ancora abbastanza tempo per tentare un assalto allo spigolo Ovest della “Scoglio dei Tassi”. Già: “tentare”. Come se con gente come Josef e Mattia ci fosse la possibilità di accennare alla ritirata. “Fare o non fare, non esiste provare!” In pratica è come arrampicare con Yoda sulle spalle ma questo, Teo, doveva ancora scoprirlo sulla propria pelle!

Lo spigolo, da sotto, suggeriva tutta una serie di indicazioni sbagliate. Come sempre accade al Moregallo tutto quello che appare verticale in realtà strapiomba, tuttavia a questo ci abbiamo fatto l’abitudine. Il problema è che che i primi due tetti sembravano proteggibili sfruttando a friend delle fessure che, purtroppo, si sono dimostrate tutte svasate ed inadatte. Per proteggere il primo tetto Josef ha dovuto piazzare alla base due chiodi ma è stato il secondo a farlo davvero tribulare. Sotto il tetto una stretta placca formava un terrazzino obliquo verso il basso. Josef, incassato sotto il tetto, cercava qualcosa per proteggere ma il cuore del tetto non offriva spazi nè per chiodi nè per friend.

Da sotto lo osservavo mentre, con assoluta tranquillità, si spostava su quella scomoda balaustra. Potevo solo guardare, ben sapendo che se fosse scivolato sarebbe finito sotto il primo tetto. Poi, finalmente, ha trovato spazio per un chiudo. Ascoltare il metallo cantare sotto i colpi della mazzetta è quasi sempre una gioia! Pensavo avrebbe attaccato il tetto direttamente sopra il chiodo ma era chiaro che quella non era la sua intenzione: io avrei piantato un altro chiodo e tirato fuori le staffe (probabilmente piantando altre tre chiodi nel passaggio successivo!) ma Josef voleva una linea elegante lungo lo spigolo ed era decisamente intenzionato ad ottenerla.

Con due lunghe fettuccie allunga di quasi un metro il chiodo ed inizia un fulminante traverso verso destra. Lo osservo in silenzio perchè la geometria inizia a diventare piuttosto estrema! Raggiunge sotto il tetto una lama, punta i piedi sull’orlo del terrazzino e spinge in avanti il bacino fino ad inginocchiarsi sotto il tetto. Poi, cercando di scaldare le dita flagellate dal vento freddo che risaliva verso la bocchetta, stacca le mani “rilassandosi” in quell’agghiacciante posizione di equilibrio.

b5

Arrampicare con Josef ed Ivan significa abituarsi all’improbabile se non all’impossibile. Se Mattia, che al mio livello è uno degli arrampicatori più forti e determinati che conosca, avesse tentato un passaggio simile, protetto in quel modo, lo avrei investito di parolacce: sarei stato terrorizzato, assolutamente schiacciato dell’ansia per il mio amico e dall’incapacità di poterlo difendere. Al contrario guardavo Josef con il distacco ammaliato con cui si guarda qualcosa di incredibile e solo in parte comprensibile.

Poi Josef riparte. Si alza, affronta il tetto, lo supera, piega in una parvenza di diedro aggirando a sinistra il tetto successivo. Lo guardo e tutto quello che riesco a dire è “Attento Josy!! La corda strozza sotto il tetto”. Josef mi sente, stacca una mano, si fa dare lasco da Teo e fa saltare la corda oltre il tetto. Poi si volta e riparte. Senza staccare lo sguardo sussurro a Teo “Recupera il lasco, ma non tirare!”. C’è un altro piccolo tetto da superare ma, finalmente, Josef si ferma: piazza un friend ed un nat rinviando finalmente la corda. Non so lui ma io ho tirato fiato!

b8

Lo spigolo, superati i tetti, si abbatte offrendo roccia solida e lavorata su cui è possibile arrampicare in serentità. Josef risale compiaciuto fino a quando non chiamiamo la “metà”, i primi 40 metri della nostra corda da 80: sosta a fettuccie e parte Teo. Legato a metà corda, Teo deve sganciare il moschettone e riagganciarlo dietro di sè. Supera quindi i primi due chiodi e si trova davanti al primo tetto, probabilmente il primo che abbia mai incontrato. Sulla placca aveva potuto contare sulla sua capacità atletica ma per il tetto serviva un corso accelerato di tecnica!

Da sotto cercavo di dargli indicazioni spiegandogli come, da secondo, dovesse imparare a sfruttare la corda dall’alto come “quinto appiglio”. Il problema è che la corda dall’alto girava sotto un tetto ed era strozzata da un lasco di fettuccia di quasi un metro: la corda non lo tirava verso la parete, ma rischiava di allontanarlo caricandoci il peso. Vabbè, con un po’ di pazienza Teo supera il tetto sprofondando però in un guiao anche peggiore. Sul terrazzino deve infatti prima attraversare verso sinistra, liberare il rinvio, poi traversare in aderenza verso destra, staccare il peso e far saltare la corda sul tetto, fino a raggiungere lo spigolo. Qui, con la corda verticale, alzarsi in piedi oltre il tetto e rimontarlo. Decisamente “tanto” per uno alla sua quinta uscita!!

“No, no! E’ troppo! Non ce la faccio. Davvero ragazzi, fatemi scendere!” Teo, incastrato sotto il tetto, ci prova, tenta la carta della ritirata. Rido, non per cattiveria ma perchè ogni volta che anche io ho provato a chiamare la ritirata mi è sempre andata buca. “No Teo, non si può. Anche ipotizzando di riuscire a convincere Josef a calarti, cosa abbastanza improbabile, non si può: la corda sfrega mentre sbadieri nel vuoto. Davvero una brutta cosa. Con calma ma devi salire: indietro non si torna”. Povero amico mio, per esperienza sapevo benissimo quello che stava passando!

Coraggio a due mani, Teo attacca il traverso. Con la seconda metà della corda cerco di dargli stabilità dal basso mentre fa saltare la corda dall’alto oltre gli speroni del tetto. Poi, finalmente con la corda verticale, attacca i due tetti successivi raggiungendo, via via sempre più spedito, Josef in sosta.

Poi tocca a me: sento che è Teo a farmi sicura con un mezzo barcaiolo. Questo significa che posso comodamente chiamare corda ma non è un autobloccante. Bene, 38 metri di corda stesa, 3 chiodi da schiodare, 3 tetti da superare ed una sicura con 5 uscite di prova: speriamo che Teo la tenga ben stretta la corda! Fino alla base del primo tetto arrivo comodo. Schiodo il primo senza difficoltà ma per il secondo devo appendermi e picchiare sodo. “Finalmente ti vedo lavorare!” Josef si è materializzato all’attacco della via. Dopo aver lasciato Teo in sosta aveva risalito in libera e slegato fino alla cima della torre scendendo poi alla base lungo il sentiero. “Quindi Josef mi guarda e Teo mi fa sicura da solo: quando si dice arrampicare rilassati su roccia strapiombante!” Sghignazzo e passo oltre, il passaggio è fisico ma la roccia è buona.

La balconata è ancora più inclinata di quanto mi aspettassi: ci sono molte ruvide asperità ma non c’è davvero nulla a cui attaccarsi. Risalgo fino al chiodo e libero le fettuccie. La mia situazione non è rosea. Devo schiodare ma la corda fa pancia sotto il tetto in un lungo traverso. In pratica sono più alto di dove tocca la corda. Senza alcun sostegno dall’alto rischio di fare un gran pendolo se parto: posso martellare con una mano sola mentre tengo l’equilibrio. Il primo colpo è sconsolante e tutti i successivi non riuncuorano molto: il chiodo non si muove. Posso colpirlo solo dal basso, piegando in fuori il gomito, perchè dall’alto è protetto dalla roccia. In quelle condizioni non c’è modo riesca a toglierlo e fatico persino a capire come sia riuscito a piantarlo. “Josef, questo non viene! Son qui male e non si muove: mi sa che devo pagare la birra e versare 11euro alla causa!” (i chiodi sono davvero costosi oggi giorno!!). “Lo lasciamo come testimonianza?” Cerco la scusa buona per cavarmi d’impiccio e fortunatamente Josef, che sta già distrattamente curiosando in altra parete, acconsente: “Guarda però che così la dispensa si svuota…”.

d3

Libero di proseguire attacco il traverso, un passaggio davvero delicato. Poi, coordinandomi con Teo, rimonto il tetto e quello successivo, raggiungendo la roccia strepitosa dello spigolo. Arrivo in sosta, riempio Teo di pacche amichevoli, e riparto chiudendo il facile e piacevole secondo tiro. Fettuccia su uno sperone, recupero il socio e dalla cima corriamo (come due pischelli felici) a raggiungere Josef.

Scattiamo qualche foto allo spigolo prima di tornare al Campo Base dove Bruna ci attende per la merenda. La torre dei Tassi ha una nuova via, ma davvero difficile da giudicare. Josef su quei tetti ha davvero fatto i numeri. Spesso, parlando con Ivan, cerca di farmi capire come la grande difficoltà della val di Mello fossero i tiri non proteggibili su placca: un ambito dove il rischio diventa un equilibrio tra pericolo e difficoltà, aspetti oggettivi, e tra capacità e consapevolezza, aspetti soggettivi. Il tutto vissuto avanzando nell’ignoto! Ci sono momenti in cui non puoi proteggerti, puoi e devi solo arrampicare fino in fondo. Nel passaggio di Josef tra quei i tetti avevo visto quell’equilibrio e vi garantisco che è qualcosa di assolutamente atomico!

Onestamente non ho idea di come riescano a “starci dentro” in una cosa simile: io darei fuori di matto e potrei affrontare una cosa simile solo messo con le spalle al muro! Ma la cosa che più sorprende e disorienta è che prima dello spit quella era l’essenza dell’arrampicata libera. Così arrampicavano, in quell’età dell’oro tra l’artificiale ed il trapano, gente come Messner, Guerini e tutti gli altri grandi di quell’epoca. Oggi prendete chi volete, anche i fortissimi, ma dopo aver visto una cosa simile non riuscirete più a guardarli nello stesso modo. Sono fenomeni, straordinari atleti, campioni forse inarrivabili, ma “si tirano sù”: l’arrampicata libera è un’altra cosa. Radicalmente un’altra cosa!

Davide “Birillo” Valsecchi

First Ascent of “Indietro NON si torna” V+, at Badgers Rock, in the *Not Spit Zone* of Moregallo1276m, Italy
26/03/2016 – Giuseppe “Josef” Prina, Matteo “TeoBrex” Bressan, Davide “Birillo” Valsecchi – Badgers Team

Theme: Overlay by Kaira