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La via del Teo

La via del Teo

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Venerdì sera Bruna, Josef, TeoBrex ed Io eravamo in città per MountCity, la settimana milanese di eventi dedicati alla montagna. Ivan Guerini, presso la sede dell’associazione “G.S.A. Edelweiss CAI”, presentava il suo nuovo libro, un ebook dedicato al Manduino, al Pizzo di Prata e più in generale all’arrampicata esplorativa: “Il Trono Remoto”. Il “Guero” è un buon amico ma anche, volente o nolente, una preziosa fonte di ispirazione e riflessione per i Badgers: …per questo siamo scesi in città sopratutto per trovare Monica (sua moglie e vera eroina della Val di Mello …e non solo).

Dopo due ore e quaranta di incontro (…ad Ivan non mancano di certo la parlantina o gli argomenti per riempire una serata!) abbiamo continuato festeggiando tutti insieme in una birreria lì vicino. Morale della favola: siamo andati in branda alle tre di notte e la sveglia è suonata alle sei e mezza!

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Josef e Teo mi aspettavano nel piazzale di case e, dopo un cappuccio ed una brioches, ci siamo sgroppati i mille metri di dislivello che ci separavano dall’attacco dello “Scoglio dei Tassi”, un torrione isolato ad ovest dell’Anticima NE del Moregallo. Lo scoglio non sembra avere nome e non risultano vie di arrampicata lungo le sue pareti: noi eravamo decisi ad esplorarlo, conferendogli la dignità che merita con un nome ed una via.

scoglio del Tasso

Il problema iniziale era superare lo zoccolo alla base: erba e roccie instabili custodiscono infatti l’attacco alla parete vera e propria. Avremmo potuto aggirare verso destra parte dello zoccolo ma, visto che quella era la prima via sullo scoglio, abbiamo attaccato frontalmente cercando di tracciare una linea tra le rocce rotte che fosse praticabile ed elegante.

La roccia, inequivocabilmente delicata, si è dimostrata tuttavia migliore del previsto. Il tiro, di oltre quaranta metri, ha un paio di passaggi impegnativi ed aggettanti davvero intriganti. Ovviamente la difficoltà va commisurata con la qualità della roccia. Tuttavia sono davvero orgoglioso di come ho arrampicato in quel tiro! Avendo una sola corda da 80 metri abbiamo dovuto fare un po’ di circo: Teo legato in mezzo ed io in fondo che, a corda lasca, salivo schiodando allegramente.

Sotto il primo tettino ho schiodato e, buttato un buon lasco di corda sulle spalle, ho forzato il passaggio praticamente in libera (“Birillo se piombi hai abbastanza corda in spalla da ritrovarti al via!! Josef per proteggere il passaggio qui ha messo un chiodo, quello che hai tolto!! Non fare il pirla! …hey, cagadubbi, vai tranquillo: sono un tasso, ce l’ho il passo!!!”). Può sembrare un azzardo ma è stata una scelta voluta, una piccola prova a cui volevo sottopormi (diversamente mi sarebbe bastato aspettare un poco). Tuttavia quel passaggio mi ha dato una grande soddisfazione: è stata una piccola conferma dell’esperienza acquisita in questi anni in quel tipo di arrampicata su roccia fragile, dove non puoi strafare ma devi esserci con leggerezza ed equilibrio (poi solievo e gioia pura!).

D’altro canto ero davvero stupito per la forza di volontà di Teo. Nonostante la sua esperienza speleo quella era la sua “quinta volta” con le scarpette ed era chiamato ad affrontare (in apertura e su roccia fragile) difficoltà, soprattutto mentali, che normalmente neppure alpinisti più navigati saprebbero superare a cuor leggero. Nei momenti di titubanza sembrava scoraggiarsi senza rendersi conto del coraggio con cui affrontava una salita tanto delicata: davvero bravo Teo!

Ovviamente Josef è un alieno ed il suo talento era la nostra principale ed innegabile spinta contro la gravità. Dopo i primi 45 metri di zoccolo abbiamo fatto sosta a tre chiodi su una piccola cengia ai piedi di una parete aggettante. Il secondo tiro si sposta in traverso verso sinistra e rimonta un breve spigolo inoltrandosi poi oltre la vista del secondo di cordata che rimane ben protetto e fuori traiettoria in sosta. Un dettaglio davvero importante visto il paio di “frigoriferi” che sono volati di sotto: è importante che chi resta in sosta tenga d’occhio anche la valle sottostante in cui corre il sentiero per evitare che eventuali disgagi possano diventare un problema.

Il secondo tiro è di circa trentacinque/trentotto metri ed abbiamo quindi potuto affrontarlo “da protocollo” spezzando correttamente la salita a tre. Visto che la cengia è decisamente sicura, mentre Teo scopariva oltre lo spigolo, ho iniziato a schiodare la sosta. Dei tre chiodi ne abbiamo lasciato solo uno, quello centrale.

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Onestamente non sapevo cosa aspettarmi dal tiro successivo. Avevo visto una buona quantità di sassi cadere e, visto lo zoccolo, non mi aspettavo un tiro troppo migliore del precedente. Tuttavia, superato il primo fragile spigolo, mi sono trovato davanti uno spettacolo assolutamente inatteso! Una magnifica fessura corre sulla destra mentre a sinistra una placca lavorata, a tratti aggettante, offre una salita tecnica ma straordinariamente godibile! La roccia è ruvida e le prese “riempiono”. Si può lavorare benissimo di piedi e ci sono ottime possibilità di proteggersi con friend e nat. Davvero un piccolo gioiello su cui non avrei mai scommesso!

Alla fine della fessura si deve attaccare un terrazzo spostandosi verso vestra prima di rimontarci sopra. Prima del passaggio abbiamo lasciato un chiodo che serva da testimonianza e che permetta di riposizionarsi al termine della fessura prima di affrontare il terrazzo. L’arrampicata, infatti, si trasforma e da tecnica diventa molto di forza e di braccia. Le opportunità per i piedi si fanno molto più scarse e ci si deve prima issare su un terrazzo e poi su per un piccolo diedro che non offre molte la possibiltà di incastro. Josef, conoscendo il mio modo di arrampicare, ha cominciato a prendermi bonariamente in giro. Non per niente, visto che io sono il più pesante dei tre, mi sono ritrovato in ginocchio sul terrazzo con il tronco e le braccia distese verticalmente verso l’alto sulla placca successiva: “Birillo, che fai? Preghi?” Per gli escursionisti che ci osservavano dalla cresta il mio deve essere stato uno spettacolino piuttosto comico =)

La sosta è su uno sperone di cresta ed il tiro successivo, breve e molto semplice, porta comodante alla cima da cui si può scendere senza difficoltà sul lato opposto. Alla fine siamo stati abbastanza veloci nonostante una cordata a tre: due ore per il primo tiro ed un’ora e mezza per il secondo. Decisamente buono per una cordata “giovane” ed ancora tutta da rodare.

Se Josef era raggiante Teo letteralmente scintillava dalla felicità: credo però che solo quando avrà un po’ più di esperienza e ripensarà a questa salita capirà pienamente quanto sia stato bravo e quanto egreggiamente si sia comportato. Josef, che è inequivocabilmente un grande, ha proposto il nome per la via: “La via del Teo”. All’unanimità la sua proposta è stata accettata dalla cordata con un Hurrà!

Come consuetudine siamo scesi a festeggiare al campo base (casa mia) dove Bruna ha intavolato piattate di pasta asciutta e bicchieri di birra: una giornata straordinariamente positiva ed una nuova via nella zona no-spit dei Tassi!

Davide “Birillo” Valsecchi

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“La via del Teo”, una nuova via “no-spit”, la prima aperta sullo “Scoglio dei Tassi” (toponimo proposto). 19 marzo 2016. Tre tiri: 45m, 35m, 12m. Difficoltà: “Il moregallo non ti regala niente: solo soddisfazioni, ma devi sudartele”. Apritori: Giuseppe “Josef” Prina, Matteo “TeoBrex” Bressan e Davide “Birillo” Valsecchi, Badgers Team.

Un tranquilllo weekend

Un tranquilllo weekend

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Aggrappato al mio bicchiere di montenegro ascolto i racconti dei Badgers riuniti al TrueBeer. Con noi c’è anche Fabio, Ross e la piccola IPA. I ragazzi sabato sera hanno festeggiato il compleanno di Daniela e, come era prevedibile, ne hanno combinata una delle loro. Come dei babbei si sono fatti infinocchiare da una giovane ed avvenente PR e, per venti elfi a testa, hanno preso un tavolo in una discoteca fighetta di Tavernerio. Ovviamente, quando il tasso alcolico ha preso a braccetto l’ignoranza del tasso, è scattata la situazione. Mio fratello, buon sangue non mente, alle tre e mezza di notte ha infatti chiamato a casa mio padre: «Hey Pa! Per un tavolo ci hanno chiesto venti euro a testa …e siamo qui in dieci! 200 euro! Vieni giù con la jeep ed il carrettino: che con quel quello che ce l’han fatto pagare ‘sto tavolo ce lo portiamo a casa!»

50% Lord Inglesi, 50% RedNeck del Texas. Sgnignazzando pensavo a mio padre: “così è il tronco, così è il truciolo”. C’era davvero la seria possibilità che alle tre di notte il mio vecchio decidesse di essere della partita e sono quasi certo che un mezzo ghigno compiaciuto gli sia apparso sull’angolo della bocca. Comunque sia: un tavolo nuovo, con tanto di storia inclusa, sarebbe stato perfetto per la “TassoConsulta”.

Piani, racconti e progetti si mischiavamo nel cuore della domenica sera man mano che il ghiaccio si scioglieva nel mio bicchiere. Per un istante la stanchezza ha quasi il sopravvento. Sul cellulare sfoglio il “bollettino della domenica sera”:  tra le sette e le nove i social network sono invasi da foto di montagne, di pareti, di scalate. Panoramiche ed autoscatti nelle posizioni più strane: al termine dei due giorni di libertà il popolo dei ribelli riversa la propria attività su internet ed io, incuriosito, mi ritrovo ad osservare le foto di posti che non conosco, scattate spesso da sconosciuti amici. “Alpinisti della domenica” si potrebbe pensare, ma in realtà il livello è decisamente alto, a volte persino invidiabile: solo l’esposizione è compulsiva e caotica.

Non ci sono quasi mai nomi, luoghi, oppure i dettagli della salita o le esperienze raccolte: prima di arrendersi all’arrivo del lunedì mattina “vomitano” frettolosamente gli scatti catturati con evidente pazienza, impegno ed attenzione durante la loro attività. Onestamente è un peccato, perchè io vorrei conoscere quelle storie, vorrei sapere di più su quei luoghi sconosciuti e sulle persone che hanno vissuto quelle fotografie. Si, è davvero un peccato che le personi si mostrino dimenticando di raccontarsi.

Così, mentre i Badgers sghignazzano, cerco di fare mente locale su quanto fatto, su quello che va annotato e registrato su “Cima”. Già, perchè alle volte ci sarebbe troppo da scrivere e troppo poco tempo per farlo. Poco importa se poi nessuno legge, se quell’interminabile pezzo, scritto a fatica al buio, stravolto e demolito, nessuno se lo fila. L’importante è che resti una traccia, un’indizio, un messaggio in una bottiglia che le onde porteranno altrove, a chi potrebbe averne bisogno. Oppure, tra qualche anno, quella bottiglia rispunterà sulla spiaggia per ricordarci chi eravamo, cosa abbiamo fatto e dove volevamo andare. Cenere e grasso animale: con la punta delle dita non facciamo altro che riversare le nostre fantasie sulle pareti della nostra grotta. Certo, richiede tempo, ma è la nostra grotta, le nostre fantasie, la nostra vita.

Martedì ero al Bianco. Mi ero ripromesso di riposare ma già Giovedì sera ero a Valbrona a fare l’asino sul pannello insieme a mio fratello. Visto l’imminente Valma Street Block (VSB: 2 Aprile 2016) il buon Andrea, ancora una volta e con infinita pazienza, ha cercato di spiegarmi le regole del Bouldering: io, come al solito, mi sono appeso dove più mi veniva comodo! (Grazie lo stesso Andrea! 😉 )

Venerdì pomeriggio, dopo il lavoro, Mattia aveva voglia di arrampicare e così siamo andati insieme alla falesia di Galbiate. Io non c’ero mai stato e continuavo a ghignare divertito da un pensiero: «Sai Mattia cosa mi ha detto Ivan l’altro giorno?  “Non ha molto senso che uno arrampichi no-spit e poi vada ad allenarsi a Galbiate tra i fittoni”. Ecco, detto fatto…» In realtà la falesia era completamente deserta e, caschetto in testa, abbiamo iniziato a fare casino come sempre. Abbiamo legato tra loro vie indipendenti, attrezzato soste in catena su monotiri “allungandoli” poi a friend e fettuccie. “Qui è unto da far schifo! Traverso verso sinistra ed acchiappo quell’altro diedro più in là” “Birillo, non barare cambiando via a metà!” “Ma dai! Non ci si è mai incastrata la corda in posti impossibili e deve succedere in falesia a Galbiate?”
Tutto sommato ci siamo piuttosto divertiti! Anche noi, finalmente, abbiamo trovato lo spazzolino per la placca!

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Sabato ho lasciato che fosse Bruna a pianificare la gita. Usciti di casa abbiamo puntato verso Pian Sciresa e da lì abbiamo iniziato una piccola esplorazione del Monte Barro. Era la seconda volta che andavo da quelle parti (la prima da bambino in un raduno dell’alpinismo giovanile) e confesso che quella zona offre molto più di quanto sospettassi. Ci sono placche e rocce che, all’interno di un parco naturale come quello del Barro, possono diventare interessanti per praticare no-spit o bouldering.

Domenica mattina è arrivato Josef sotto casa ed insieme siamo andati al Brioschi dall’Invernale.  Dal colle di balisio 1660 m di dislivello cercando di rimanere ad un missile biondo lanciato verso la cima. Continuavo a superare gente senza mai riuscire a raggiungerlo: credo che al Brioschi mi abbia dato venti minuti buoni di distacco!!
Fortunatamente mi ha aspettato per la birra ed il pranzo.

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Per le tre del pomeriggio eravamo di nuovo nel mio salotto ed altre birre si ammassavano sul tavolino. Alla nostra combricola si è poi aggiunto anche TeoBrex che, il giorno prima, aveva presenziato ad un’esercitazione del Soccorso Alpino Speleologico in quel di Bergamo. Racconti, storie, ricordi. Affondo nel mio montenegro ma non sento più i polpacci. Mattia e gli altri dello SCE avevano aperto il corso di speleologia con la consueta esercitazione pratica alle gallerie del Moregallo. Mav e Brambo erano stati ad Agrate ad arrampicare in palestra. Bruna ride contenta mentre gioca con IPA: prima o poi mi riporterà in branda…

Mav mi fissa serio: “Birillo, domani vieni a fare con gli sci un pezzo della Sella Ronda?”
Rido scuotendo la testa: “No, per fortuna domani è Lunedì: lavoro…”

Davide “Birillo” Valsecchi

Ps: …è assolutamente inaccettabile che al Brioschi, in cima alla Grigna ed in inverno, si spenda più o meno quindici euro per primo, secondo, birra, caffè ed ammazza caffè quando i locali della bassa, venti euro al colpo, imbrogliano i ventenni in cerca di gnocca propinandogli una bottiglia di gazzosino ed un “tavolo”. Giovani, andate a limonare al Brioschi: costa meno e quelle che ci arrivano hanno il culo più sodo!

La cueva de los murcielagos

La cueva de los murcielagos

DSCF1375«La grotta dei pipistrelli»: era da parecchio che volevo curiosare sotto il PraSanto, che volevo visitare le sue grotte e le grandi pareti su cui si poggiano i Campi Solcati. Così, con la complicità di Bruna, abbiamo indossato gli scarponi e siamo usciti di casa.

Prima tappa San Tomaso, poi per la val Molintata passando per l’Acqua del Tufo e la Casa Rotta (o alpe Bevesco). Quindi su per la Bocchetta di San Miro e la cima del PraSanto, dove si innalzano le antenne e la torre del ripetitore. Ridendo e scherzando 1000 metri di dislivello tondi tondi.

Visto che foglie e neve mal si sposano con gli strapiombi nel vuoto, ho lasciato Bruna a riposare al sole sulla cima e mi sono infilato nel bosco. Arrivare alla grotta non è particolarmente difficile ma, in discesa, il rischio di scivolare e passar di sotto non è da sottovalutare!

La struttura della grotta, quella più in alto tra le due presenti sul versante, è davvero particolare: la volta è infatti uno spesso piano di roccia ricurvo ed anche il pavimento, che altro non è che uno strato parallelo, mantiene la stessa curva. L’interno, salvo qualche piccola colata, è pressochè asciutto.

DSCF1398Mi aspettavo di trovare qualche pipistrello ma era completamente disabitata. Un tempo la comuntià europeo conduceva ricerche scientifiche su questi animali. Purtroppo salvo una scassata “casetta per pipistrelli” non ho trovato molto altro: il guano dei pipistrelli ha lasciato spazio alle fatte dei mufloni e delle capre.

Dalla grotta, giostrando tra i vari strati di roccia, si può arrivare alla base della grande falesia al di sotto dei Campi solcati. Volevo continuare la mia esplorazione e dare un’occhiata anche alla grotta sottostante ma mi scocciava lasciare Bruna sola troppo a lungo.

Così, ritrovata la mia bella, siamo scesi del Malascarpa al Fo e quindi nuovamente verso casa: praticamente due passi in giardino.

Davide “Birillo” Valsecchi

Hold my beer

Hold my beer

«Mattia ci sei sabato?» «No, devo finire di tagliare la legna» «Okay, anche io devo andare in Svizzera per lavoro…» «Da quando lavori il sabato?» «…heheh, tranquillo: mi sto organizzando per portare avanti i nostri progetti. Piuttosto, Ivan e Josef vanno a zonzo per il San Martino: che ne dici se gli mando insieme Teo? Non ha tanta esperienza ma è forte, di sicuro ne sarebbe molto felice» Dall’altro capo del telefono Mattia esita un istante, poi mi risponde «mmm… Teo ha arrampicato due volte: la prima con te e me, la seconda ora con Ivan e Josef. Davvero non male per uno che ha appena iniziato!!!» Cinque minuti dopo chiamo Ivan, quarantacinque minuti dopo chiamo Teo. «Mi raccomando: testa sulle spalle e divertiti!» Teo sembrava un bimbo in un negozio di giocattoli il giorno del suo compleanno!

Sabato pomeriggio rientro dalla Svizzera e varcato il confine il mio cellulare inizia a vibrare. Un Sms di Teo: “Ivan dice di spicciarsi che ci troviamo al solito Pub”. Da Como attraverso il triangolo lariano ed approdo alla porta del bar: «Per favore: una chiara mentre aspetto i miei soci!» Sprofondo il naso nella copia di Vertice che mi ha regalato Gianni Mandelli perdendomi negli straordinari racconti di quest’edizione.

Poi, come in una scena da film western, si spalanca la porta del saloon: Ivan, Josef, Paolo e Teo fanno il loro ingresso. Abbracci e pacche sulle spalle, il tavolino si riempie di boccali. «Allora Teo, come è andata?» «Spettacolo!!» Ivan e Josef sorridono soddisfatti: Teo, come previsto, se l’è cavata alla grande.

Sul tavolo, tra i bicchieri vuoti, si srotolano racconti, idee, fantasie e progetti. «Birillo, datti da fare!! Ci servono due portaledge ed un sacco di chiodi!!» L’avventura è sempre lì, a due passi da casa.

La sicurezza è perlopiù una superstizione. Non esiste in natura, né i cuccioli di uomo riescono a provarla. Evitare il pericolo non è più sicuro, sul lungo periodo, che esservi esposti apertamente.
O la vita è una avventura da vivere audacemente, oppure è niente.

(Hellen Keller da The Open Door, 1957)

Davide “Birillo” Valsecchi

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Battesimo sul Granito

Battesimo sul Granito

12628443_10153590887154652_1743476063615102691_oUn giorno un uomo trovò un cucciolo di cervo nella foresta, lo prese in braccio e lo portò a casa. Appena arrivato i suoi cani gli si fecero intorno latrando e tentarono di azzannare il cucciolo, ma il padrone li tenne a bada con un bastone. Quell’uomo volle provare a fare stare insieme i cani e il cucciolo di cervo, così ogni giorno teneva per un po’ il cucciolo vicino ai cani in modo che si abituassero e non ci fosse più pericolo per il piccolo cervo. A poco a poco i cani si quietarono e, anche per per timore del padrone, non tentarono più di azzannare il cucciolo.

Con il passare del tempo il piccolo cervo cresceva e, dimenticando di essere cervo, continuò a giocare con i cani come se fossero amici: correva insieme a loro, si rotolava per terra davanti a loro, si lasciava avvicinare senza alcun timore. I cani, anche per paura del padrone, non gli facevano alcun male ma a volte avevano l’acquolina in bocca.

Passarono tre anni e il cucciolo era ormai un cervo adulto. Un giorno il cancello del cortile era aperto e il cervo ne approfittò per fare una corsa fuori. Appena vide un branco di cani si diresse verso di loro tutto contento, convinto di aver trovato nuovi amici. Quelli invece gli saltarono addosso e lo sbranarono.

Il cervo morì senza neppure comprendere la ragione della sua morte.

Domenica due nuovi Badger si sono uniti al gruppo e per l’occasione siamo andati in “gita” in una bella falesia di granito, perfettamente attrezzata a spit. L’ultima volta che ci siamo stati ho trascinato il povero Teo su un traverso di 20 metri protetto a “fettucce e piantine” inseguendo un’invisibile via ancora inesistente. Questa volta mi ero portato un paio di friend ma i ragazzi, per evitare accadesse di nuovo, mi hanno relegato in fondo alla cordata!!

Visto che non mi andava di scrivere il solito articolo banale su una giornata in falesia ho trascritto questo racconto, piuttosto istruttivo, che ho trovato in un vecchio libro. A volte possiamo concederci il piacere del gioco, questo però non deve farci dimenticare la realtà delle cose, dimenticare la nostra vera natura e quella del mondo che ci circonda.

Questo vale per tutti Badgers, ma soprattutto per me.

Davide “CanePazzo” Valsecchi
(Birillo)

L’effimera cascata di Valbrona

L’effimera cascata di Valbrona

01Passano gli anni, tutti sanno che esiste, o che è esistita, ma solo in pochi l’hanno vista davvero ed ancor meno possono raccontare di averla salita. Quest’anno, all’improvviso, è apparsa di nuovo: la cascata di ghiaccio di Valbrona.

Questa volta il primo a salirla è stato “Sisso”, poi la voce ha iniziato a correre. Quando l’ha saputo Fabio mi ha telefonato: «Birillo vieni a farla?» Le cascate di ghiaccio non fanno per me e stavo rientrando da una giornata d’arrampicata al Moregallo. Il momento però era topico, non potevo lasciare che l’occasione cadesse nel vuoto: «Naaa, io non ho nemmeno le picche adatte… Però chiama Mav e Brambo! Loro sono alle prime uscite ma hanno tutto il necessario! Chiamali ed arruolali!»

Il giro di telefonate si allarga. Le conferme rimbalzano sulla rete GSM e a me non resta che aspettare l’esito sperando per il meglio. La sera, rientrando dalla Valtellina con Bruna, allungo fino ad Erba per far tappa al TrueBeer. «Allora?» «Fatta!»

La cascata di Valbrona è alta una sessantina di metri e, stando alle cronache, si forma ogni 15/20 anni dando mostra di sè per qualche giorno prima di crollare. Esposta a nord si trova tra i 300/400 metri di quota. Delicata, effimera e fragile. Fabio, viste le condizione e l’esperienza dei compagni, ha scelto con saggezza di risalirla corda dall’alto: grazie per l’opportunità che hai dato ai nostri due tassi da ghiaccio!

Sono proprio contento che i miei amici siano riusciti a cogliere questo effimero regalo dei Corni!
Bravi!!

Davide “Birillo” Valsecchi

TopRopeDown della cascata di Valbrona: domenica 24/01/2016
Fabio Gobbi, Maurizio “Mav” Cairoli, Alberto “Brambo” Brambilla.   

Mozzo Fantasma

Mozzo Fantasma

Era da un molto tempo che Mattia ed io non arrampicavamo insieme. In parte per via del suo polso in guarigione ed in parte per colpa della mia “testa”, spesso distratta da rogne professionali. Così ci siamo fatti una promessa: “Sabato combiniamo qualcosa!”

Con gli zaini carichi di corde e materiale abbiamo superato prima Sambrosera e poi l’attacco della Crestina Osa per inoltrarci nella NoSpitZone del Versante Sud del Moregallo. Insieme abbiamo curiosato intorno alla “Birillo’Crack” poi, sfilando sotto “Lo scoglio di Arianna”, ci siamo spostati verso est cercando di raggiungere la base della cresta rocciosa che risale verso l’anticima dell’anticima del Moregallo.

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In tutta quella zona si avventurano per lo più solo mufloni e “Tassi”. Seguendo nel paglione le piste animali abbiamo trovato un piccolo diedro ed abbiamo deciso iniziare da quel punto la nostra esplorazione-salita.

Il diedro, inizialmente molto aggettante, offre sulla destra una profonda fessura decisamente bella. I suoi bordi, compatti e vivi, possono essere afferrati mentre il suo interno, rugoso e graspoloso, è abbastanza ampio da permettere un efficace lavoro di incastro tanto con le mani quanto con l’intero braccio. La conformazione della roccia, sebbene a tratti decisamente fragile, permette di progredire in spaccata offrendo buoni “scalci” all’indietro.DSCF0576Nella spaccatura è possibile proteggere a friend, lavorare piacevolmente di incastro e spaccare in opposizione. Tutto molto bello, ma la quantità di erba che cresce nella parte alta del diedro crea non poche difficoltà per l’uscita. Tuttavia il primo tiro, sebbene all’inzio sembrasse poco convincente, si è dimostrato più pregevole e godibile di quanto possa apparire in foto.

Putroppo, a causa dell’erba che mi impediva una posizione stabile, non sono riuscito a scattare una foto dell’interno della fessura. Tuttavia ricordo benissimo di averci infilato un braccio steso fino alla spalla: una posizione inconsueta ma appagante! Da secondo ho provato a pulire ma purtroppo, con i piedi comunque sullo sporco, non ho potuto concludere il “numero” che mi ero prefisso: incastrato in quel modo in  caso di scivolata ci avrei lasciato la spalla. Tuttavia il primo tiro merita di essere rivisitato!

La sosta è un piccola pianticella che, caparbiamente, sta demolendo la roccia che la ospita. Regge ma vale la pena integrare con un chiodino…

Il secondo tiro è un diedro abbastanza chiuso proteggibile anch’esso a friend nella fessura più interna. Sembrava piuttosto fragile da sotto ma, salendo, la roccia si mostra compatta e concrezionata: ovviamente per gli standard dell’Isola Senza Nome e considerando la quantità di materiale instabile che inevitabilmente è presente in una “prima”.

DSCF0579La sosta è una solida pianta a cui affidarsi prima di raggiungere la cresta erbosa. Giunti in quel punto ci siamo cambiati le scarpe e, slegati, abbiamo dato un occhiata intorno. Sulla destra c’è un bel diedrone concrezionato che a tratti strapiomba. Dal basso non sembra proteggibile a friend ed anche la chiodatura appare delicata e laboriosa. Visto che un simile passaggio richiede tempo e dedizione abbiamo ripiegato sulla sinistra risalendo rocce e prati rimontando fino al successivo attacco della cresta.

Noi l’abbiamo affrontato slegati ma, data l’esposizione, se non siete “avvezzi” nella progressione su paglione e rocce conviene organizzare una sosta e legarsi. Giunti alla base della cresta anche noi ci siamo rilegati piazzando una sosta su una piccola pianta: visto che non la situazione non era chiara ed il vuoto significativo, abbiamo proseguito con la dovuta prudenza. La difficoltà principale è un breve muretto iniziale che si può fare anche senza scarpette (…se siete legati!!).

Giunti sulla sommità si è praticamente a metà della cresta e si deve affrontare un lungo traverso. L’esposizione non è da sottovalutare, i prati sottostanti distano una buona quarantina di metri, tuttavia la qualità della roccia è ottima, molto lavorata e godibile. Slegati abbiamo messo la corda nello zaino risalendo senza difficoltà fino alla “Porta del Corridoio”. Sono già stato in quel punto della cresta e credo di averlo fotografato un migliaio di volte, tuttavia c’è ancora molto da fare prima di potervi raccontare della “porta”, del “corridoio” e del “diedro dei Tassi”. Mattia avrebbe voluto dare una sbirciata più approfondita ma quello è un “viaggio aereo” che voglio godermi in assoluta calma e con il supporto di tutta la squadra.

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Costeggiando il fianco destro della cresta siamo arrivati alla cima dell’anticima. (… e dovremmo pur darglielo prima o poi un nome degno a sto benedetto cucuzzolo!!!!). La vetta rocciosa è davvero piacevole e la vista da lassù è davvero strepitosa!!

Visto che eravamo in zona abbiamo fatto un salto alla Grotta deI Tassi del Moregallo e poi, seguendo il Paolo ed Eliana, siamo tornati al campo base dove ci attendeva Bruna con due bei piatti di pastasciutta!  Un’altra giornata al Moregallo, un’altra godibile via nuova di zecca: quest’inverno atipico è pieno di sorprese!

Davide “Birillo” Valsecchi

Another Day in Moregallo

Another Day in Moregallo

b8Il tasso è un animale tozzo, quasi ursino, delle dimensioni di un cane di media taglia. Come la faina, la donnola ed il furetto appartiene agli acrobatici mustelidi, ma è l’unico della famiglia ad avere un aspetto massiccio: corpo tarchiato, zampe robuste e coda corta. La pelliccia ricopre tutto il corpo: la testa è bianca, con due righe nere evidenti, che partono leggermente sopra il muso inglobando occhi ed orecchie, rendendo questo animale inconfondibile. Estremamente sociale è un accanito esploratore dall’indole pacifica: tuttavia, se molestato,  si rivela un avversario temibile e tenace. Il tasso non va in letargo in inverno.

Sabato mattina i “Tassi del Moregallo” sono di nuovo in movimento. Con Josef e Mav risaliamo fino all’attacco della via “Biba e PoniPoni”. La via non è in “catalogo”, non compare in nessuna delle guide ufficiali dedicate all’Isola senza Nome. Tuttavia da tempo avevamo addocchiato la sottile fessura che risale per oltre trentacinque metri un torrione a forma di Zeppeling. Con Josef e Peppot avevamo fatto un sopraluogo in un pomeriggio piovoso dopo capodanno. Giunti alla base avevamo individuato nella fessura dei chiodi artigianali piuttosto datati.

Grazie all’aiuto di Gianni Mandelli siamo riusciti a ricostruire la storia di quei chiodi. Negli anni ottanta Beppe “Biba” Rusconi e Marco “PoniPoni” Tentori avevano infatti risalito in artificiale la fessura. Successivamente, ritenendola troppo pericolosa, l’avevano parzialmente schiodata senza relazionarla. Purtroppo, pochi anni dopo,  Beppe Rusconi perse la vita travolto da una valanga  insime ad Angelo Anghileri. Nello stesso anno anche Paolino “Cipo” Crippa ed Eliana De Zordo caddero sull’ ovest della Torre Egger in Patagonia.

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Inizialmente eravamo dispiaciuti che ci fosse già una via in quella linea. Tuttavia ci piaceva l’idea di darle una ripetizione dopo trent’anni. Così, risalendo il sentiero “Paolo ed Eliana”, siamo andati a fare la via di “Biba”: siamo indigeni e stranieri, dobbiamo rendere omaggio alla tradizione.

Lungo i canali troviamo una carcassa di muflone: sebbene non ci sia neve è già la terza che trovo sul versante sud. Giunti alla base dello Zeppeling iniziamo a prepararci: la parete è in ombra, tira vento e fa un freddo porco!!

Nonostante tutto Josef attacca: vedere uno come lui che chioda in equilibrio sulle staffe dovrebbe darvi un’idea di come strapiombi quella parete! L’attacco è stato schiodato e la roccia non è magnifica fino all’inzio della fessura. Abbiamo tribulato un po’ realizzando un piccolo pendolo su un albero vicino. Poi la roccia si compatta e la fessura diviene la sola risorsa possibile.

Nella fessura abbiamo ritrovato i chiodi originali: dei piattoni artigianali forati e muniti di cordino. Con stoica perseveranza Josef ha continuato a salire mentre il gelo mi martellava le dita. Nella fessura i vecchi chiodi, molti dei quali mancanti, si interrompevano dopo il primo tetto ad appena sotto il secondo: Josef ha superato il tratto chiave del secondo tetto staffando su una rabbrividevole ancoretta!

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Dopo tre ore di interminabile lavoro all’ombra,  il sole ha iniziato ad illuminare la roccia. Superato il secondo tetto, Josef ha guadagnato la cima. Abbiamo iniziato alle 10:30: alle 13:30 eravamo finalmente in sosta. Grandissimo Josef!!!

Mav è il primo a risalire. Per lui era la primissima esperienza con le staffe! Dopo qualche comprensibile difficoltà iniziale inizia farsi un’idea della tecnica. Raggiunta la cima si lascia alle spalle ogni fatica ed incertezza: bravo Mav!! Quando è il mio turno risalgo e, seguendo l’esempio degli apritori, schiodo con attenzione, senza rovinare la roccia e lasciando solo i pochi chiodi originali a testimonianza.

La prospettiva della cima dello Zeppeling è disorientante: siamo sospesi al di sopra di un infinità di guglie e pinnacoli che riemergono verticali dal ripido prato inclinato. Il Moregallo si mostra a noi in tutta la sua complessa meandrica bellezza. La calata in corda doppia è strepitosa: superato il primo tetto è una discesa nel vuoto sospinti dal vento!

Con i pesanti sacconi in spalla caliamo la corda per scendere il ripido paglione dei canali: finalmente raggiungiamo il sentiero ed in breve siamo sui divani del mio salotto, dove Bruna distribuisce panini e birra. I Tassi del Moregallo sono di nuovo alla tana!

Davide “Birillo” Valsecchi

Via Biba e PoniPoni – Zeppeling al Moregallo
Prima Ripetizione 16/01/2016
Josef Prina, Mav Cairoli, Davide “Birillo” Valsecchi
BadgerTeam

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