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Birillo’s Crack

Birillo’s Crack

DSCF9813-001Appena superiamo il crinale indico a Josef lo sperone di roccia e la fessura che gli avevo mostrato in fotografia. I suoi occhi azzurri si fanno intensi mentre osserva la roccia strapiombrante e la lunga spaccatura che risale il calcare ruvido. “Birillo, hai trovato davvero un gioiello!”.

La struttura rocciosa è appena al di sotto dello “Scoglio di Arianna”, tra le rocce sotto l’anticima del Moregallo, nella porzione di montagna dove i Badgers, nei limiti delle loro capacità, stanno caparbiamente dando vita ad una *NoSpitZone*.

Con il naso all’insù abbiamo atteso che il sole cominciasse a filtrare nella piccola gola. Poi, indossando gli imbraghi e l’equipaggiamento, è iniziata l’avventura: Josef in apertura, Mav alla sicura.

La fessura è abbastanza larga ma la parete strapiomba in modo continuo, molto più di quando appaia dal basso. Solo da “dentro” o risalendo sullo sperone accanto ci si rende conto di quanto sia realmente aggettante. Josef è un alieno ed è un privilegio guardarlo salire attraverso quella linea evidente ed allo stesso tempo ignota.

Trenta metri di via in fessura protetta tutta a friend (un solo chiodo a metà via). I primi dodici metri sono strapiombanti, un VII continuo con un movimento iniziale di VII+: l’attacco è davvero intenso!! Poi la via prosegue con un altro passaggio strapiombante di VI. Giunti alla cengia erbosa la parete regala una godibilissima uscita su roccia solida ed appigliata di III. Una robusta pianta offre la migliore soluzione per una solida sosta. Un capolavoro della natura ed uno straordinario talento si sono incontrati!!

E’ stato Josef a scegliere il nome per la fessura: non posso negare che la sua scelta è stata per me un grande onore. Grazie!

Dopo la TorreTonda al Corno Orientale il nostro piccolo e scalcinato gruppo sta dando vita ad un secondo spazio *NoSpitZone* nel territorio dell’Isola Senza Nome. Spazi dove poter praticare l’arrampicata senza “infissi geotecnici”, affrontando le difficoltà in modo rispettoso, naturale ed in totale libertà di scelta.

Un approccio che non vuole essere nè polemico nè provocatorio, ma che esprime la volontà di confrontarsi con l’arrampicata (ed i propri limiti) in modo sincero e consapevole, seguendo l’esempio luminoso dei pionieri dei Corni (Eugenio Fasana in primis).

Credo che molti altri alpinisti “indigeni”, sia giovani che anziani, condividano questa visione. Vi invito quindi ad esplorare il nostro territorio, a godere delle sue bellezze ma senza cedere a velleità di conquista, senza brutalizzare questa roccia selvaggia con la punta di un trapano e con tutto ciò che questo comporta: ognuno lassù deve poter trovare la “propria” via.

Buon Anno a tutti voi dai Badgers!

Davide “Birillo” Valsecchi

Ivan Guerini ha concepito il marchio ZONE NO SPIT (o NO SPIT ZONE) per la preservazione della Natura Verticale. Ivan ha disegnato a penna il logo di quest’idea sul sacco d’arrampicata di Josef in un caldo pomeriggio di sole in cui ho avuto la fortuna di arrampicare con loro. Su quel sacco, oltre all’adesivo dei Badgers, ci sono numerose firme di alpinisti ed arrampicatori che condividono questa visione dell’arrampicata.

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Lo Scoglio di Arianna

Lo Scoglio di Arianna

Lo Scoglio di AriannaLa nostra piccola armata brancaleone sta iniziando a muovere i suoi primi passi spingendosi “dove nessun Badger è mai stato prima”. Stiamo infatti cercando di capire come migliorare, come affrontare e confrontarci in modo autentico con una salita ignota e vergine sperimentando i rudimenti dell’arrampicata in modo “trad”. Per alcuni aspetti siamo davvero buffi, qualcuno potrebbe trovarci persino patetici, tuttavia quello che stiamo provando a fare ci da una grande soddisfazione e credo che nel futuro ognuno di noi troverà queste piccole esperienze come inestimabili e preziose.

Martedì gli zaini erano carichi di tutto il materiale a nostra disposizione: un set completo di friend economici degli anni ’80, vecchi chiodi cassin, un martelletto leggero ormai senza più vernice, fettucce, cordindi d’abbandono ed un serie mal assortita di nat. Dopo un’ ora e mezza di cammino eravamo sul paglione addentrandoci tra le rocce e gli speroni alla base della parete Ovest dell’Anticima del Moregallo. Mav, Andrea, Brambo, Marzio ed Io: per i più giovani era la prima volta in quella zona della montagna.

Avevamo addocchiato una struttura rocciosa che sembrava fare al caso nostro: non troppo alta, non troppo difficile, in grado di offrire protezioni buone e semplici da realizzare. Speravo in una Crestina Osa in miniatura ma ci siamo trovati davanti qualcosa di un po’ più complesso. A condizionare il tutto sopratutto la qualità della roccia non sempre rassicurante.

Dal basso la faccenda sembrava complicata, di fessure ed appoggi ce ne erano parecchi ma l’inclinazione del muro era più verticale del previsto. Aggiungendo scaglie, sassi mobili e passaggi di roccia delicata il tutto diventava un po’ troppo complesso per l’esperimento di un gruppo di neofiti.

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“Uno forte andrebbe sù seguendo quelle fessure. Il guaio è che noi non lo sappiamo se siamo forti o meno. Facciamo il giro e vediamo perlomeno se in alto è possibile fare una buona sosta” Tutti insieme abbiamo aggirato la struttura risalendone un fianco attraverso un piccolo canale erboso. Giunti sulla sommità abbiamo trovato una buona radice su cui allestire con cordini e fettuccie una solida sosta a tre punti.

DSCF9578Non avevo voglia che qualcuno si facesse male o si spaventasse. Eravamo su roccia sconosciuta in un angolo selvatico del Moregallo. Tutto doveva essere fatto con massima cautela. Ho controllato con Mav la sosta ed atteso un secondo: poi ho deciso. Se il leggendario Giacomo Casati prima, ed il fortissimo Giuseppe Dorn poi, avevano calcato la roccia della Cresta Segantini scendendo dall’alto anche noi mezze seghe potevamo buttare giù un “canapo” e vedere cosa fossimo in grado di combinare!     

Così ho buttato la corda nel vuoto lasciando Mav a fare sicura mentre con gli altri sono tornato nuovamente alla base. Certo, la corda dall’alto avrebbe evitato di accopparsi ma tutte le altre incognite erano ancora lì da superare: il rischio di tirarsi addesso qualcosa e di sbattere era invariato.

Teoricamente sarebbe dovuto toccare a me risolvere la questione salendo per primo. Tuttavia non avevo ancora inquadrato completamente la faccenda: avevo più di un dubbio stando sotto con il naso verso l’alto. Inaspettatamente si è fatto avanti Andrea “Provo io! Dopo tutta la strada fatta fin qui una prova la voglio fare!” Ero sorpreso ma anche compiaciuto: i ragazzi stanno già iniziando a bagnarmi il naso!

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Andrea parte e noi tutti a guardarlo, a dargli suggerimenti, a studiare quello che accadeva. Andrea si alza prima su una fessura verso sinistra, poi traversa verso destra in spaccata. Sale lento, con attenzione, tastando ogni presa ed ogni appiglio. Ogni tanto si ferma e butta giù qualche grosso sasso che lo minaccia dall’alto. Ero davvero stupito, stava arrampicando tremendamente meglio dell’ultima volta, e lo stava facendo con grande tranquillità su un terreno e su difficoltà assolutamente ignote. Quando finalmente raggiunge la sosta ci saluta dall’alto e noi, sotto, tutti ad applaudire! Credo che per lui sia stata un’esperienza intesa ed una grande soddisfazione! Credo che se lo ricorderà a lungo e che gli sarà di grande aiuto nel futuro: bravo Andrea!

Il turno successivo è quello di Brambo: Alberto inizia a salire, la sua linea è leggermente diversa da quella di Andrea, in alcuni punti la roccia fragile gli da parecchi grattacapi. Ma anche lui, con tranquillità e costanza, raggiunge la sosta. Anche per lui applausi e pacche sulle spalle!

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Il sole d’inverno inizia però a calare. Siamo saliti in cinque e dopo due ore a piedi solo due di noi hanno potuto risalire un monotiro con la corda dall’alto. A qualche “pezzo grosso” il nostro potrebbe sembrare un magro bottino, potrebbe perfino definire tutta la nostra avventura come una banale perdita di tempo, come qualcosa di alpinisticamente irrilevante se non addirittura eticamente scorretto.

Può essere. Ma sapete come si dice: al tasso questo non importa (“Honey badger don’t care). Siamo giovani, inesperti ed ignoranti in un mondo di cattedratici carichi di medaglie, in un mondo di gente che con il trapano in mano si sente sul Cerro Torre. Noi siamo i Badgers ed il Moregallo è la nostra nuova casa. Senza artifici o forzature abbiamo arrampicato rispettando noi stessi, i nostri limiti, la roccia e la montagna: quale onestà maggiore si può pretendere da un’alpinista?

Mav vorrebbe aprire una nuova via e dedicarla ad una bambina di nome Arianna. Noi, avendo arrampicato corda dall’alto, non abbiamo aperto una via a cui dare un nome. Tuttavia, visto che quella struttura un nome sembra non averlo, abbiamo deciso di battezzarla noi: Lo Scoglio di Arianna.

Davide “Birillo” Valsecchi  

NB: Ancora una via non l’abbiamo aperta, ma è chiaro che Lo Scoglio di Arianna è NoSpitZone. Occhio 😉

La roccia vince sempre

La roccia vince sempre

DSCF9455“Birillo, questo di certo non è quinto grado!” Sbotta Simone sporgendosi oltre il muretto di sassi mentre osserva dall’alto la verticale Placca dell’Idiota. Io appoggio lo zaino e gli faccio il verso: “Suvvia, ai Corni tutto è quinto grado …per tradizione!” La placca, alta una ventina di metri, è  però significativamente più impegnativa di quanto le mie speranze avessero valutato.

Poco male. Su di noi il sole brilla caldo e sotto San Tomaso un mare di nuvole bianche riempie la valle e copre il lago. Alle nostre spalle le guglie ed i pilastri del Moregallo risplendono quasi rossastri nella luce invervale. Si sta troppo bene per essere preoccupati. “Scendiamo sotto e diamo un occhiata dal basso”.

Insieme, attraverso il ripido prato, ci abbassiamo fino alla base della placca. “Bella è bella davvero. Però non vedo nulla in cui piazzare qualche protezione. Fino alla radice non c’è nulla ed oltre niente fino all’uscita. Dritta è dritta: anche solo in partenza non puoi alzarti cinque metri senza metter dentro niente”.

Il diedro sulla destra è un mezzo disastro di roba appoggiata, lo spigolo di sinistra invece offre qualche presa, qualche pianta ma, nella pratica, si riduce ad una salita su erba, poco sensata e piuttosto pericolosa. Proviamo ad allungarci sulla placca tastando le prese senza però trovare nulla. “La roccia sembra buona ma non c’è manco un buco in cui poter piazzare qualcosa”.

Simone accende una sigaretta e per qualche minuto rimaniamo con il naso in su ad osservare la placca. “Bhe, tempo ne abbiamo: torniamo su e vediamo se per lo meno è possibile fare una sosta e dargli un’occhiata”. Risaliamo per il bosco e, recuperati gli zaini, iniziamo ad imbragarci.

La placca è sormontata da un grosso muro a secco che i “vecchi” hanno costruito per evitare che le bestie al pascolo precipitassero di sotto. Tutti quei sassi ammassati mi davano però da pensare. Forse anche per questo nello zaino ho portato uno spezzone di corda statica da 30 metri: “Piazziamo la statica su due piante, lasciamo che superi il muretto e facciamo sosta sulla placca. Se mettiamo bene la statica il muro non dovrebbe venirci in testa neppure se strattoniamo”.

Una fettuccia su uno speroncino di roccia ci permette di realizzare una sosta pittoresca ma solida. Caliamo la doppia e, con attenzione a non scuotere il muretto, mettiamo tutto in tensione iniziando a discendere la placca. “Il diedro è pieno di roba smossa. La placca tiene bene ma è compatta. La fessura centrale è la sovrapposizione di due strati. I chiodi non entrano o fanno saltare la roccia”. Simone studia la placca, toglie qualche qualche crosta instabile e continua la sua esplorazione dal sapore spleo. “Bella è bella. Il grado è alto ma è arrampicabile. Il problema è uno solo: è inchiodabile e di friend o nat non se ne parla proprio.”

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Una volta a terra mi calo anche io scattando qualche foto ricordo della nostra prima volta nel cuore della placca dell’idiota. Raggiungo le piccole piante che avevo visto dal basso. Una stretta fessura colma di erba risale verso sinistra. Purtroppo le pianticelle sono troppo piccole per sostenere un volo e la fessura, nonostante tutto, muore prima che la placca raggiunga il suo apice di difficoltà. Sulla spalla sinistra un grosso sasso appigliato appare sinistramente invitante ed instabile “Quello mi sa che appena lo tocchi saluta tutti e parte verso il basso!” “Sì, è grosso ma anche secondo me viene giù appena lo tocchi”.

Nuovamente con il naso all’insù ci ritroviamo alla base della placca. “Bhe, siamo qui. La sosta sembra buona. Proviamo almeno a salire?” “Birillo: è la tua placca, vuoi provare tu per primo?” “Naa, io non sono possessivo e quelle tacche sono troppo piccole per i miei gusti. Ti lascio il posto!”.

Simone inizia a salire mentre gli faccio sicura. La roccia è buona, richiede piccoli e precisi movimenti su piccoli appoggi ma tiene bene. Leggero e morbido Simone si alza, supera la prima placca, raggiunge una serie di piccoli oppoggi con cui si sposta nuovamente a destra raggiungendo la radice. Supera la piccola pianticella e prosegue tenendosi a debita distanza dal diedro. Verso l’uscita la placca diventa per pianisti e si ferma a studiare il passaggio. “Mancano due metri ma è dura: non c’è nulla. Devo per forza provare ad usare il diedro” Con una mano. senza nemmeno caricarci il peso, tocca la roccia del diedro, ma tanto basta perchè questa vada in pezzi e crolli.

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Simone mi urla “Attento”. Con il reverso lo tengo ben saldo mentre una fettuccia mi sorregge placido ad una pianta. Dall’alto cinque grossi sassi saltellano nel diedro puntandomi allegri. In realtà avevo paura che mi crollasse addosso il muro o che il diedro andasse in pezzi franandoci completamente addosso. Nella mia mente ho immagini terrificanti, forse è per questo che guardo quei grossi sassi con una certa indifferenza. Ho un caldo sole alle mie spalle e non sono su qualche terrificante parete: per qualche strano ed insensato motivo so che quei sassi non possono colpirmi, non glielo permetterò.

Non so come ma, immobile, riesco seguire contemporaneamente tutte le traiettorie nonostante i rimbalzi. “Birillo schivare un pugno è sempre una questione di centimetri. Devi muoverti all’ultimo momento, se ti muovi prima non solo rischi di non riuscire a parare, ma rischi persino di sbatterci contro!” Le parole di Dario, il mio Maestro di KarateDo, risuonano leggere nella mia mente serena. Aspetta, aspetta…. Ora!! Fletto il busto sulla sinistra, poi di nuovo sulla destra. Due sono passati, ne resta uno. Sposto la testa sulla sinistra e mi abbasso. Una grossa pietra sfila sopra la mia spalla destra colpendola di striscio. Beh, tutto qui?

“Birillo!! Tutto bene!?” Urla Simone dall’alto. Io ridendo gli rispondo “Sì! Sì! Tutto bene. Mi sento come quando a Bush gli tiravano le scarpe in Irak! Hehehe!!” Simone scuote la testa ma, accertatosi della mia incolumità, si tranquillizza e chiacchieriamo un po’. “Niente. Se non puliamo il diedro, per uscire ti mollo addosso altri sassi. Fammi scendere che tocca a te.”

Lo calo, infilo le scarpette e mi avventuro sulla mia placca, quella dell’idota. I primi movimenti, a freddo, sono complicati. Poi prendo le misure. La placca non è certo il mio forte ma la roccia, nonostante la terra, che qua e là la ricopre, ha davvero un ottima presa e riesco a lavorare con precisione le scarpette mantenendo l’equilibrio. Con piccoli movimenti mi alzo seguendo linee sottili, quasi invisibili. Mi piace, mi diverto: roccia vergine, che meraviglia, tutto un’altro mondo!!

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Supero la radice ed inizio ad alzarmi sulla seconda parte della placca. Rimonto un poco e poi mi fermo a studiare il passaggio “Dannazione, la tentazione di spaccare nel diedro è fortissima! In placca c’è qualcosa di piccola da usare ma il diedro qui a lato chiama forte. Se faccio il passo e devo riposizionarmi è quasi certo che vado a cercarlo.” Mi fermo, lentamente sposto il peso dagli appigli all’imbrago. Mi fermo, osservare la roccia, la placca ed i pilastri del Moregallo che svettano alle sue spalle. “Però è davvero bello qui!” Attendo ancora un’istante. “Okay! Fammi scendere ora!”

Una volta a terra sfiliamo la corda e ci sediamo al sole a chiacchierare in totale relax. “Secondo me l’inizio è sul 5c, poi si impenna sul 6a mentre l’uscita rischia di essere un 6c. La roccia è davvero bella ma senza mettere protezioni non puoi salirla dal basso”. Simone, con un po’ più di esperienza, ridimensiona il mio ottimistico quinto grado. “Bhe, non importa. E’ bella e mi è davvero piaciuto arrampicarci sopra. Trapanarla per metterci gli spit sarebbe un sacrilegio senza senso: solo un idiota potrebbe inorgoglirsi di una cosa simile. Direi che siamo stati fortunati: ci ha lasciato divertire nonostante non sia possibile vincerla senza barare. Una lezione istrutttiva – ammicco e rido – Davvero è la mia placca ed il suo nome le si addice! Chiunque vorrà fare altrettanto avrà bisogno solo di uno spezzone di statica e di un po’ di intelligenza. A me va bene così, anzi, forse così è pure meglio!!”

Infiliamo l’attrezzatura nello zaino e spensierati scendiamo verso valle. Bruna ha buttato la pasta e le altre squadre dei Badgers dalla montagna stanno rientrando tutte alla base (casa mia!). Nella mia cucina ci attende un pomeriggio affollato di amici, denso di racconti e carico di birra. Cos’altro si può volere da una soleggiata domenica di Dicembre?

Davide “Birillo” Valsecchi

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Pornografia Domestica

Pornografia Domestica

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La zia Cesy mi chiama al telefono: “Davide! Davide! Guarda su Rai Storia che c’è un vecchio che parla di montagna!” Accendo la televisione ed inizio a ridere “Zia, quello non è un vecchio: è Bruno Detassis!” La zia dall’altro capo ribatte: ”Mi sembra uno forte. Dai, dai, torno a vedere. Ciao!”. Il “Custode del Brenta”: un vecchio che parla di montagna.

Una volta Ivan Guerini mi ha raccontato del suo primo incontro con Detassis. La cosa divertente è che anche lui, come la zia Cesy, non aveva idea di chi fosse quel vecchio che parlava di montagna al rifugio Brentei. Si era avvicinato per fare qualche dubbiosa domanda sul loro scarso materiale ma Ivan, che nel 1979 era molto giovane, non aveva capito chi fosse. Il giorno successivo avevano risalito in  3 ore e mezza i 900 i metri del Diedro Aste al Crozzon di Brenta. Detassis durante la salita li aveva tenuti d’occhio con il canocchiale. Al ritorno non solo si era presentato ma si era persino complimentato con loro: ”Non ho mia visto nessuno arrampicare così velocemente”.

In modo quasi inaspettato dallo schermo scompare la pipa di Detassis e compare un giovanissimo Reinhold Messner. Racconta della sua giovinezza nella Val di Funes, dell’arrampicata libera, del superamento del VI° grado. Mi torna alla mente una frase di Gianni Mandelli “Ai Corni le vie sono tutte di quinto perchè all’epoca il sesto lo faceva solo Messner”. Prima di parlare di Bull, del fratello e del Nanga Parbat racconta del rapporto con quelle montagne delle sua gioventù: ”All’epoca quelle montagne erano le più grandi che avessi mai visto: sapevo tutto di loro, conoscevo ogni sasso. Non avevamo bisogno d’altro. Solo dopo, quando abbiamo avuto il bisogno di confrontarci con gli altri, abbiamo comprato una macchina per spostarci e siamo andati altrove”.

Come dare torto a Messner? Ma non tutti comprendono il fascino delle montagne di casa, la loro natura selvatica ed al contempo domestica. Quando la Zia Cesy mi ha telefonato stavo sistemando alcune foto scattate nella mia esplorazione del Versante Sud del Moregallo. In modo sistematico sto risalendo le valli ed i canali cercando di scoprire cosa si cela lontano dai sentieri battuti. Solitamente imbocco il sentiero “Paolo ed Eliana” e devio poi verso l’alto.

Paolo ed Eliana, il Cerro Torre e Detassis, Guerini e Messner. Il mondo e la storia sembrano girarmi intorno mentre tra i rovi e le ossa di Muflone esploro la mia curiosità. Davvero strano il mondo in cui mi sono ritrovato. A volte è buffo, a volte spaventoso, a volte l’unico che mi interessi.

Vi mostro quelle foto, ma fate attenzione. Sotto alcuni aspetti questa è inaspettata pornografia alpinistica!

Davide “Birillo” Valsecchi

NB: Il Moregallo, salvo rari e specifici casi, è da considerarsi una “zona no spit”. Non fatevi pizzicare con il trapano a far danni alle mie foto 😉

(Questo sopra è un video. Cliccaci sopra per vedere tutte le foto)

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Animedale: Via Chiappa

Animedale: Via Chiappa

b3Racconti dei Badgers: relazione di Alberto “Brambo”. Era un po’ che con Maurizio “Mav” Cairoli si pensava al Medale, ma per vari motivi non ero ancora riuscito a metterci piedi e mani. Così di ritorno da una bella uscita insieme decidiamo che questa domenica era la volta buona. Ci troviamo al solito parcheggio e vedo con piacere che la compagnia è numerosa e piacevole: sono dei nostri Andrea Carcano. , Marzio Molteni, il mio socio Lorenzo Migliavacca e con altra meta Claudia Prina e Andrea Azzola (destinazione via Asen Park sempre in Antimedale).

Veloce caffettino a Lecco e via, in un attimo siamo al parcheggio e 20 minuti dopo all’attacco (molto affollato) della via. Mentre Claudia e Andrea (Azzola) si dirigono verso il loro attacco ci prepariamo e dopo una lunga attesa partiamo. Prima cordata a tre con Mav a tirare me e Lorenzo, subito dietro Andrea e Marzio in alternata. Primo tiro facile, Mav parte subito veloce proteggendo a friends e cordini e in un attimo siamo tutti in sosta. Il tempo di fiatare e ammirare il panorama già splendido su Lecco e la Brianza e ripartiamo: secondo tiro brevissimo con lame e buchi presenti in abbondanza. La roccia è davvero splendida e grazie al sole limpido l’arrampicata si fa davvero divertente!

Il terzi tiro mi fa subito capire cosa è un V grado in Antimedale: le protezioni si allungano e cercarle non è del tutto scontato, ma per fortuna (ed esperienza) Mav senza troppe difficoltà supera un diedrino e scompare sino alla sosta. Parte Lorenzo , io lo seguo a distanza e guadagnamo non senza fatica la quarta sosta: ora la ruggine e’ tolta ma ci aspettano i due tiri piu’ complessi.

Il quarto tiro è cortissimo (sono presenti altre soste intermedie al terzo). Un bellissimo traverso su placca strapiombante dove l’unica difficolta’ e’ l’uscita su di uno spigolo esposto con una bella manigliona nascosta dallo stesso a togliere d’impiccio ed e’ di nuovo sosta.

Quinto tiro (tiro chiave): Mav parte deciso verso sinistra, poi sale diritto in un diedrino corto quanto strapiombante e soprattutto sprotetto. Si muove di forza ma al tempo stesso con delicatezza, rinvia in un chiodo nascosto sopra il diedro e riscompare. Poco dopo e’ in sosta. Risaliamo anche io e Lorenzo e in questo tratto mi accorgo di fare più fatica confronto al granito! Non demordo e all’uscita del diedro afferro la fettuccia (lasciata dal previdente Mav…) e mi tiro su con tutta la forza, sposto i piedi e lancio il braccio sinistro ad afferrare una bella presa. Sono fuori! 10 metri di placca e fessure e sono in sosta.

b7Ora la parete e’ davvero strapiombante e stare in sosta appeso nel vuoto mi da una bella scarica di adrenalina: osservo sotto di me Andrea che da primo parte per salire seguendo una linea piu’ verticale. Decido di aspettare a partire. Sembra un po’ in difficoltà, mi chiede dove passare e io gli indico alla sua destra delle fessure profonde ma anche distanti. Lui parte invece molto sicuro, supera una placca molto delicata e davvero difficile e in un attimo è in sosta. Bravo Andrea!

L’ultimo tiro è un breve traverso a sinistra di IV grado molto ammanigliato e dunque ormai facile che ci porta tutti in un attimo all’uscita. Spuntino, foto di rito e si riparte per la discesa, dove incrociamo Claudia e Andrea di ritorno dalla loro via. Bravi ragazzi! Bella via e splendida giornata insieme!
Alla prossima

Alberto “Brambo” Brambilla

Vietato Vietare

Vietato Vietare

a9I racconti dei Badgers: relazione di Andrea. Mentre Davide e Mav erano intenti a salire la Crestina OSA al Moregallo, io e il buon veterano Marzio abbiamo scelto di intraprendere una via allo El Schenun in Val Masino. Percorrendo la strada che porta al parcheggio della via ci accorgiamo subito come l’autunno si sia fatto strada un po’ dappertutto, non solo per i colori del paesaggio ma soprattutto per il freddo; infatti in giro per la Val di Mello e la Val Masino neanche l’ombra di un arrampicatore.

Verso le 9.30 siamo al parcheggio sotto allo Schenun. Io e Marzio siamo i primi, quindi con tutta calma ci prepariamo e iniziamo a percorrere il lungo avvicinamento che porta all’attacco della via. Il primo tiro tocca al sottoscritto così mi armo di coraggio e parto. Tiro ingaggiante, data la presenza di alcuni tratti di aderenza, che termina con una sosta dopo un boschetto di alberi. Il secondo tiro spetta al mio socio che con abile destrezza e agilità arriva alla sosta. Nel raggiungerlo mi imbatto prima in una ghianda e poi in un vecchio chiodo (e vuoi non farle due foto da mostrare al Capitano?).

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Nel frattempo ci accorgiamo di non essere più soli su quella fredda roccia, quattro persone sono sotto di noi all’attacco della Coda del Dinosauro, continuano a guardare in su. Siamo alla seconda sosta , Marzio mi passa qualche rinvio che gli era avanzato, e si parte per il terzo tiro. Già alla partenza sono nei guai, davanti a me c’è un passagino un po’ ostico, ma una volta superato quello si va via in scioltezza fino alla sosta. Il Veterano, che l’ha già fatta un sacco di volte, ha sbagliato a fare i conti e il tiro chiave della via spetta a lui. Il quarto tiro inizia con un traverso che finisce su una cengia erbosa, da lì si prosegue arrampicando su un tratto verticale che richiede una certa dimestichezza con l’aderenza: per questo viene soprannominato Veterano, anche se ha osato azzerare.

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Il quinto e ultimo tiro rimonta un piccolo tettino per poi proseguire senza difficoltà fino alla sosta. Recuperato Marzio facciamo un paio di “foto di rito”, dopodiché decidiamo di scendere in doppia dalla Coda del Dinosauro (la discesa da qui è molto più tranquilla che dal versante che abbiamo percorso salendo). Facciamo la prima calata, contando di accoppiarne due, invece dobbiamo fermarci alla sosta sottostante poiché una delle due coppie che avevamo lasciato all’attacco della via è già arrivata al penultimo tiro. Solita fortuna…. tra l’altro è il tiro dove c’è il passaggio chiave della via. Aspettiamo che il primo sia in sosta per calarci alla successiva liberando così la via al suo secondo. Una volta in sosta vediamo che l’altra coppia è intenta a percorrere il terzo, aspettiamo che salga il primo (sempre per non incasinare la via a chi sale) ma questo non arriva; quindi scendo fino alla cengia sopra di lui.

Questa è la situazione: io fermo sulla cengia, il primo bloccato poco più sotto “incavolato” perché non riusciva a fare quel passaggino e il suo secondo (una donna sulla cinquantina abbondante) che gli urlava dietro perché non riusciva a passare. A quel punto mi hanno lasciato calare fino alla sosta; la signora mi ha spiegato che il suo compagno di cordata era da poco tempo che aveva iniziato a tirare da primo quindi era un po’ nel pallone. Sceso Marzio lasciamo le due corde nell’anello di calata, in modo da creare una corda fissa, il primo, in difficoltà, attaccandosi alle nostre, riesce a tirarsi fuori ed arrivare in sosta. Da quella sosta non abbiamo avuto più problemi.

Una volta arrivati a terra decidiamo di percorrere i due tiri sulla sinistra. Come sempre il primo tiro spetta a me, arrivo in sosta senza troppi problemi. In totale ho usato due rinvii di cui uno su una pianta (come insegna il Capitano). Recupero Marzio e tento di fare anche il secondo tiro da primo, non passa molto tempo che scendo in sosta perché non riesco a salire. Lo tenta Marzio, riesce a passare ed arrivare in sosta; da li scendiamo e chiudiamo la giornata. Ripercorriamo il lungo avvicinamento e una volta alla macchina ci rifocilliamo e ci prepariamo a tornare a casa. Di ritorno passando da Valmadrera ci fermiamo alla Badgers’ caverna dove ci aspettano Birillo, Mav e Maurizio di ritorno dalla crestina: ci accolgono con birra e biscotti.

Grazie Marzio per avermi sostenuto e incitato su quella bellissima via.
Ciao Bagai.

Andrea Carcano

Vietato Vietare Val Masino 15/11/15.
Marzio e Andrea: BadgersTeam

La Placca dell’Idiota

La Placca dell’Idiota

DSCF8942La mia curiosità si era accesa quando, arrampicando sulla dell’Oro al Corno Rat, avevo visto due grossi muretti a secco cingere entrambi i versanti della valle. I muri apparivano grandi ed estesi, quasi una fortificazione: ma cosa difendevano? Se i “vecchi” si erano dati da fare per costruire una cosa simile un motivo c’era di sicuro. Sotto il muro apparivano altrettanto evidenti una serie di rocce strapiombanti che precipitavano nel fondo della valle,  tuttavia la vegetazione non lasciava intravedere molto.

La mia ipotesi è che quel muro, tanto lungo e tanto grande, servisse a proteggere il pascolo affinchè le bestie non precipitassero sulla roccia sottostante. Per giustificare la costruzione di un’opera simile il “salto” doveva essere ragguardevole. Quindi, in quel tratto di bosco, c’erano delle pareti di roccia, probabilmente dimenticate, quasi sicuramente alpinisticamente vergini. “Bhe, andiamo a vedere!”. Ho preso lo zianetto ed in solitaria mi sono lanciato nella ricerca.

Conosco abbastanza i sentieri di Valmadrera ma, essendo qui da poco, non ho ancora nella testa una proiezione tridimensionale della zona completa ed accurata. Questo mi rende difficile non tanto orientarmi quanto trovare scorciatoie. Non mi è toccato far altro che approcciare la via più diretta. Imboccato il sentiero “Paolo ed Eliana” ho tagliato su dritto per dritto seguendo il fiume in secca della Valle di Sant’Antonio.

DSCF8866La prima inaspettata scoperta è stato il rudere di una grande casa in una piccola radura: avvicianandomi ho scoperto che metà della costruzione era in granito!  Tutta la valle è infatti “affollata” di sassi che, come dovreste sapere, non sono affatto indigeni ma provengono dalle valli a Nord del lago ed hanno viaggiato fin qui in groppa ai Ghiacciai. Le colonne della Chiesa di Valmadrera sono in granito ed il grande masso da cui sono state estratte è ancora ben visibile nel bosco. Tuttavia non mi aspettavo di trovare una costruzione meno “prestigiosa” costruita in gran parte con tale prezioso (da noi) materiale.

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Poco più in alto ho trovato una vecchia tubatura orami in disuso e poco oltre, finalmente, la mia tanto agognata roccia. Alzandomi tra la vegetazione ho finalmente compreso meglio tutta la faccenda. La valle si chiude infatti in una serie di grandi cascate verticali che a tratti sembrano formare un orrido. Su entrambi i versanti sono stati costruiti grandi muri che cingono il bosco separandolo dallo strapiombio sottostante. Con lo sgardo verso la sorgente del fiume si può vedere come sulla destra il muro compia un lungo percorso sovrastando strutture rocciose meno strapiombanti ma comunque alte e verticali. Tra queste La Placca dell’Idiota ed il Camino degli Stupidi!  

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La Placca si innalza compatta, ma non completamente verticale, per una trentina di metri (forse anche qualcosina in più). Sulla destra forma un diedro intervallato da qualche piccola pianta. Sulla Sinistra invece lo spigolo sembra solido e ben lavorato.Una vera pacchia! Sulla placca dell’Idiota possono essere infatti tracciate per lo meno tre vie: la più semplice all’interno del diedro, una pià complicata sullo spigolo ed una tutta da scoprire nel centro della placca vera e propria. Difficoltà che oscillano sul IV° grado con punte forse di V° inferiore in placca: tutte da scoprire e proteggere in modo Trad.

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Non essendo completamente verticale c’è la possibilità di fermarsi e lavorare con calma, tuttavia l’esposizione dopo i primi metri (che ho esplorato in libera) inizia a farsi sentire man mano ci si alza oltre gli alberi. In uscita alcune piante oltre il muretto possono offrire supporto per una sosta tutta da migliorare.

Sulla sinistra di questa placca se ne trova una seconda, più piccola e arginata sulla destra da un diedro camino, una fenditura abbastanza ampia da infilarvi una gamba o un braccio nella salita. Anche in questo caso la placca non è completamente verticale sebbene non si possa considerare appoggiata. L’uscita della placca è una cengia erbosa delicata ma apparentemente praticabile.

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Risalendo nel bosco sono arrivato all’uscita e dall’alto la placca ha un’aspetto tutt’altro che banale. C’è da lavorarci parecchio per capire come proteggere un passaggio simile fuori dal diedro. “La Placca dell’Idiota” e Il Camino degli Stupidi: per gli amanti del trapano e della magnesite un “problema” probabilmente insignificante, quasi ridiciolo. Tuttavia, intesa come area “no spit zone” quei due “relativamente” brevi tratti di roccia sono davvero qualcosa di prezioso e ragguardevole!

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Costeggando il Muro sono arrivato al cuore della valle, a ridosso delle grandi cascate (ora in secca). Il paesaggio circostante è magnifico ed il colpo d’occhio sul Moregallo o sul Corno Orientale è davvero appagante. La mia piccola gita mi ha concesso due ultimi regali prima di riconsegnarmi a sentieri più battuti. Il primo è stato un grosso sasso in granito da rimontare in aderenza: un tratto breve, non pericoloso, ma sicuramente divertente!

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Il secondo regalo è stata invece “La cascata dei Cretini”, un bellissimo tiro in cascata assolutamente da provare. La roccia è inevitabilmente umida e levigata dal passaggio dell’acqua, tuttavia sotto le foglie si nascondono belle lame compatte a cui aggrapparsi. Qualche pianta sui lati ed un bell’albero in uscita su cui fare sosta. Un tirello di IV° con probabile sorpresa, una primizia da sperimentare.

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Ci sono molte altre zone in cui vorrei “giocare”, spesso più evidenti ed attraenti, ma altrettanto spesso sono troppo vicine ai sentieri battuti o troppo “esposte” perchè possano essere affrontate con ludica serenità (come ad esempio tutta la parte sommitale verso Est del Corno Rat).

Qualcuno potrà obbiettare che questa roccia è “niente”, tuttavia per noi che siamo “nessuno” è di certo una magnifica scoperta!

Davide “Birillo” Valsecchi

Fin dove sono salito non ho visto chiodi (ne mi aspettavo di trovarne). Chiederò agli amici di Valmadrera informazioni sulla valle e sui suoi muri. E’ abbastanza scontato che questa ora è una “zona no spit” 😉

Tassi in Placca

Tassi in Placca

I ragazzi volevano arrampicare sul Granito ed erano già parecchie settimane che battevano il tamburo sulla cosa. Io però non ho un gran esperienza su quel tipo di roccia. In vita mia ricordo di aver fatto solo tre vie: il Risveglio di Kundalini, Luna Nascente ed una cresta di mille metri che in Pakistan sale fino ai 5100 metri di Cima-Asso. Così, vista la mia ignoranza, ho lasciato fossero i Badgers a decidere “come e dove”: devo confessare, con una certa soddisfazione, che sono stati davvero bravi!

Dove siamo stati? Non ve lo dico. Quello che posso dirvi è che esiste una bellissima falesia di granito nero, esposta tutto il giorno al sole, che a due passi dal paese offre godibili vie di cinque o sei tiri. Non voglio dirvi dove perchè, sebbene fosse Domenica, sulla roccia c’erano solo le nostre tre cordate: era tutto per noi!

Le nostre squadre erano le seguenti: Mav e Brambo, il gruppo di punta; Birillo e TeoBrex, alla sua seconda esperienza in una via multitiro; Andrea, Fabio e Cesare, anche quest’ultimi alle loro prime esperienze.

Partiamo tutti insieme dividendoci dopo la semplice placca del primo tiro. Mav punta verso le vie di sinistra mentre io mi allungo verso quelle di destra. Una placca semplice per prendere confidenza con i piedi,  poi un muretto appigliato ed un delicato passo in traverso. Teo si muove bene ed anche il chiassoso trio di Andrea mi segue a ruota. Mav, sull’altro lato, supera un passaggio aggettante e scompare oltre lo spigolo.

Il granito è la roccia più diffusa al mondo, fatta eccezione dell’Isola Senza Nome dove è considerata merce rara e preziosa. Lo stile d’arrampicata è totalmente differente da quello sul calcare. Il granito è molto più compatto (leggisi non ti rimangono in mano i pezzi!) ed i piedi hanno sempre la possibilità di usufruire di un ottimo grip. Di contro gli appigli per le mani sono molto meno generosi e spesso si gioca d’equilibrio in una tecnica chiamata “aderenza”. Una piccola magia che permette di focalizzare il peso del proprio baricentro rimanendo in equilibrio senza “niente in mano”.

Un’ altra caratteristica del granito sono le fessure, spesso verticali, che possono diventare veri e proprio binari. Il tiro successivo ne è stato un esempio. Una bella fussura aperta saliva verticale permettendo di afferrarne i bordi oppure di incastrarvi a pugno le mani al suo interno. I piedi, in spinta, sostengono ed inalzano il baricentro. Una progressione che richiede un po’ di resistenza ma che è sempre di gran soddisfazione.

Le fessure possono anche essere orizzontali oppure oblique, il loro bordo può essere sfruttato per posizionare la punta dei piedi affrontando traversi apparentemente impossibili in cui le mani, spietamente vuote, possono solo appoggiarsi (oppure opporsi) alla roccia senza mia poterla afferrare.

Il granito insegna sopratutto l’equilibrio dinamico. Ci sono movimenti che non possono essere fermati a metà, che non solo devono essere conclusi rapidamente ma che devono avere ritmo con il passo successivo. Sul calcare, per quanto mi riguarda, è importante avere la padronanza del movimento e la capacità di arrestarlo in in ogni istante. Questo perchè la roccia è molto più cedevole e si deve poter fare “retromarcia” se soppraggiunge una fragilità imprevista.

Non tutti condividono questo punto di vista, quelli molto forti riescono ad essere “dinamici” ma “ponderati” anche sul calcare ignoto. Alcuni passaggi fatti da Joseph sulla Torre Tonda in apertura hanno dato strabiliante prova di un come uno stile evoluto possa essere sicuro e dinamico allo stesso tempo (anzi, reso sicuro proprio dalla sua componente dinamica). Consapevole di queste riflessioni ho continuato a giocare con il baricentro superando il traverso ed i successivi rialzi.

Teo era è concentrato di entusiasmo ed anche Andrea, nonostante qualche incertezza dovuta sopratutto alla poca esperienza, ha condotto la sua cordata di neofiti fino alla sosta finale dopo sei lunghezze.

Un’ altra caratteristica del granito è il modo differente con cui si protegge la progressione. Le clessidre sono molto rare, la roccia è sempre molto compatta e non offre molte vulneraviltà per i chiodi. Di contro le fessure sono nette, compatte e solide permettendo l’uso dei Friend come spesso il calcare non concede. Tuttavia nel granito sembra non esserci vie di mezzo: o piazzi qualcosa di solido o non piazzi nulla!

Ovviamente utilizzando i fix ed il trapano tutto cambia, si possono tracciare linee su passaggi di roccia che diversamente sarebbero improteggibili ed apparentemente assurdi. Lo Spit cambia le regole in campo, a volte aiuta ma altrettanto spesso inganna delineando linee fuorvianti se non addirittura illogiche.

«“Le aciughe si trasformarono in sabbia”, questo è il nome della via che avevo tracciato con Savonito prima che spittassero.» Mi aveva detto Ivan Guerini al telefono il giorno prima.«Prova a vedere se la trovi, gli spit salgono dritto per dritto ma se guardi bene c’è una linea logica da seguire.» Io e Teo eravamo di nuovo alla base della parete e fermamente intenzionati a curiosare ancora un po’ in giro.

Superata la prima placca ne affronto una seconda. La linea degli spit rimonta dritta nel granito nudo ma, ad un metro sulla sinistra, un piccolo diedro mi offre prese e protezione. Certo, è sporco di foglie e terra, ma lavorandoci un poco posso avvantaggiarmi delle piccole prese al suo interno e persino lavorare di opposizione. Il problema, per assurdo, diventa usare gli spit: per rinviare infatti devo espormi in piccoli traversi spesso senza senso.

Supero una spaccatura fiorita di mille cristalli e rimonto una piccola placca appoggiata raggiungendo le radici di un grosso albero rovesciato. Faccio sosta e recupero Teo: anche lui sembra affascinato dall’approccio alternativo.

La lunghezza successiva prevedeva tre spit in fila su una placca nuda ed altrimenti improteggibile. Provo a rimontare ma la difficoltà ed il fascino mi bloccano: “Cazzo, se non ci fossero quegli spit non andrei MAI da quella parte!” Così, con sbarazzina simpatia, abbandono la via e mi infilo in un diedro pieno di foglie ed erba risalendo in diagonale verso destra. La mia malasana idea era fare un traverso di trenta metri inseguendo il diedro fino a raggiungere la sosta della via fatta in precedenza. Delle godibili maniglie al centro del diedro sembravano avvallare la mia idea.

Tuttavia non avevo con me i friend (… e quindi nemmeno i chiodi) e tutto quello che potevo usare erano solo una coppia di nat piccoli ed una robusta fornitura di fettuccie. Una striminzita pianticella, un cespuglio di mezzo metro in realtà, diviene la mia prima protezione. Rimonto un bel muretto ed una piccola arborea sorella nana diviene la mia seconda protezione. Ormai Teo è lontano ed io sono ormai a quindici metri nell’ignoto. Seguendo il diedrino obliquo rimonto un altro metro e finalmente vedo la sosta dell’altra via. Il diedro è finito, davanti a me ho un muretto verticale di un metro da rimontare prima di fare altri quattro metri di placca in traverso. Allungo la mano sinistra e riesco a prendere una bella presa in alto che libero dalla terra.

Il piano è semplice, dovrei tirare sulla sinistra, puntare i piedi sul muretto, saltarci in piedi, riposizionarmi e chiudere almeno due metri di traverso prima di poter ragionevolmente tirare il fiato. Il problema è che sotto il traverso la roccia è preoccupantemente verticale. Posso proteggere quel passaggio solo alla base e solo con una fettuccia su un’arbusto che scricchiola in modo preoccupante. Potrei arretrare, ed arrampicare in discesa calandomi nel boschetto sottostante per poi uscirne a destra. Tuttavia per Teo quella manovra sarebbe un vero casino e non potrei proteggerlo.

Mentre sono indeciso se tornare indietro o tentare il passo, arriva alla sosta Cesare: la sua cordata si stava infatti calando in doppia dall’alto. Mi guarda incuriosito e poi mi chiede dubbioso: “Hey, ma davvero vuoi provarci?” Qualcosa dovevo pur inventarmi: “bhe, facciamo così, lanciami la corda che ti avanza e fissala con un barcaiolo: se mi dice male e piombo di sotto, con una corda davanti ed una dietro posso limitare il pendolo” Già, venti metri di corda in obliquo alle spalle e cinque in orizzontale davanti: pomeriggio divertente, nevvero?

Con la corda nella mano destra tiro la presa di sinistra e salto in piedi al muretto, respiro e mi distendo in placca cercando di controbilanciare il baricentro mettendo in tensione la fissa. Equilibrio, respiro, dentro con i due passi in dinamica che mi separano da un avvallamento sicuro: BASE! Fiuuuuu!!!

Andrea dall’alto impreca perchè Cesare non ha ancora dato il “libera” alla doppia e questo gli risponde divertito “Andrea! Aspetta che Birillo fa i numeri da Circo!!” Mi allongio in sosta e chiamo Teo. Guardo il passaggio e mi sento in colpa: dannazione è la seconda volta che arrampica! Lo metto in piastrina ed inizio a recuperarlo. Lui avanza tranquillo nel diedro e ride ogni volta che stacca una fettuccia dalle piante: beata incoscienza! Al passaggio chiave gli spiego come fare a bilanciarsi sulla fissa e come mettere il peso per evitare di pendolare quattro metri sotto la sosta.

Si concentra, si alza e passa mentre come una furia lo recupero senza strattonarlo. “Okay Teo, Bravissimo! Ora recupera anche la corda fissa!” Lui tira la fissa ma questa resta bloccata: quella stramaledetta radice non era sufficiente per proteggermi ma abbastanza per bloccare la corda!

Dannazione non viene. “Vabbè Teo, vieni qui. Torno io a liberarla!” Teo invece insiste si riabbassa puntando i piedi, libera la corda dalla radice e si rialza. “Accidenti! Bravo Teo! Ora vieni qui che mi vien male a guardarti!”

Un facile tiro in placca e finalmente siamo di nuovo sulla cima della parete, dove inizia il sentiero che attraverso il bosco permette di ridiscendere. Sdraiati al sole ridiamo divertiti al pensiero di come tutto il paese sottostante mi abbia visto “pericolare” fuori via in cerca di amichevoli alberelli: “Birillo, non ti portiamo più se non fai il bravo!” Hai capito?! Ora mi lasciano a casa!

Teo, sebbene senza esperienza, si è dimostrato un ottimo compagno di cordata: nelle rogne è emersa chiaramente visibile la sua formazione “speleo”. A fine giornata avevamo in tasca ben 9 tiri di cui uno ignorante, insensato ma Full Trad (senza adeguato materiale) nell’ignoto che attende dietro l’angolo. Mav e Brambo si confermano la coppia più in forma dei Badgers ed anche Andrea merita giusti compliementi per il modo in cui ha condotto la sua cordata a tre. Bravi tutti!

Tassi in placca! Ve lo do io il Granito!

Davide “Birillo” Valsecchi

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