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Rocca di Baiedo, Solitudine

Rocca di Baiedo, Solitudine

Nella primavera del 1974 Don Agostino Butturini propone ad alcuni ragazzi di seconda e terza media di partecipare al Corso di Alpinismo “Attilio Piacco” del CAI di Valmadrera. L’esperienza si rivela positiva, e le prime salite piacciono a tal punto che molti di loro vogliono andare avanti. Don Agostino intuisce così che l’arrampicata può essere un valido strumento di crescita per ragazzi di quell’età; il fatto poi di essere a Lecco, una delle capitali dell’alpinismo italiano, rende le cose più facili.

Grignetta, Medale, Nibbio, Sasso Remenno; vie di terzo e quarto grado con qualche puntata sul quinto per i più bravi. C’era solo il Don a “tirare” da primo, e così bisognava fare i turni, stabiliti in settimana durante l’intervallo delle lezioni in Collegio. Nel corso di queste prime esperienze, “il Don” matura un’idea che lancia su un campo di calcio durante la ricreazione: vuole formare un gruppo alpinistico che raduni dei giovani con la passione per la montagna, che per lui diventa così un mezzo per crescere con gli altri, imparare a conoscersi ed accettarsi, ed apprezzare la natura; non un fine per imporsi o competere.

Nel 1975 nasce il Gruppo Condor ispirato al grande rapace andino sinonimo di libertà, di grandi spazi, di montagne. L’attività principale del gruppo è rivolta all’arrampicata, proporzionando il livello delle imprese domenicali alla giovanissima età dei protagonisti. Nel corso degli anni comunque anche alcuni giovani Condor riusciranno ad esprimersi ad alto livello sulle Alpi: le aspirazioni al proprio miglioramento tecnico non venivano represse; si cercava solo di contenere l’eccessivo spirito competitivo.

Contemporaneamente alle ripetizioni degli itinerari classici in Grignetta ed in Medale,  Don Agostino individua un terreno di gioco del tutto inedito, dove trasmettere ai suoi ragazzi il gusto per la ricerca. A pochi chilometri da Lecco, in Valsassina, un complesso di piccole strutture rocciose ai lati della strada provinciale diventa quindi una vera e propria palestra “personalizzata”, dove i giovani Condor si fanno le ossa con le manovre di corda ed i trucchi del mestiere in un ambiente sicuro, aprendo insieme al Don, sempre rigorosamente dal basso, una lunghissima serie di vie nuove. Le pareti della Gran Placca, del Sasso di Introbio e della vicina Rocca di Baiedo, oltre al sovrastante Zucco dell’Angelone diventano ben presto una zona apprezzatissima anche da altri scalatori.

Anche il periodo in cui si collocano la nascita e le prime vicende verticali del Gruppo Condor è particolare: nei primi anni ’70 si assiste al radicale rinnovamento nella mentalità alpinistica, che genera una fase assai vivace e molto stimolante che coinvolge ed appassiona i giovani Condor (e lo stesso Don Agostino). Una specie di “sessantotto” dell’alpinismo dove vengono messi in discussione gli stereotipi dell’alpinismo classico. Per ognuno dei Condor quindi è successo più o meno così: “il Don” ha buttato l’esca, indicando una strada possibile, quindi ad un certo punto si è fatto da parte ad osservare, prendendo nel frattempo per mano qualcun altro più piccolo.

Questa è una piccola Biografia del “Don” pubblicata qualche anno fa sulla rivista del Cai “LoScarpone”.

Quanto ha influito la filosofia dei Condor sulla formazione dei Badgers? Io credo che senza l’esempio di Don Agostino il nostro scalcinato gruppo di squinternati non sarebbe lo stesso, forse non si sarebbe nemmeno nato. Oggi non ci si confronta più con gli stereotipi degll’alpinismo classico, piuttosto si cerca di porre freno alla stupidità, gretta, egoica ed opportunista, dell’alpinismo moderno. La filosofia di Don Agostino, nonostante abbia ormai oltre quarant’anni, profuma ancora di speranza, di amicizia, di libertà!

Il tasso, Badger in inglese, è un animale schivo e selvatico che vive in comunità familiari scavando la propria tana sotto terra. Lemmy, la nostra mascotte, abita l’angusta grotta alle spalle del pilastrello dei Corni: non ha il fascino del Condor Andino ma possiede tutta l’arcigna determinazione che il nostro piccolo gruppo ha ereditato dalle sue origini Speleo.

Venerdì Bruna ed io siamo saliti alla Rocca di Baiedo per ripetere “Solitudine” una delle più famose vie tracciate da Don Agostino con i Condor. Eccovi il racconto della prima salita così come è stato pubblicato sul “giornalino” dei Condor nel 1978:

“CONDOR E’ BELLO
Dopo la Via della Solitudine. Paolo, Danilo, Michele, Giovanni e Don in cerca di avventure. Domenica in Albis; tempo incerto! La Rocca di Baiedo si alza dai prati come un corpulento castello del quattrocento. Non è mai stata scalata e si capisce perchè… Roccia e giungla si sposano insieme e si distendono in alto in una enorme placca di 80 metri. La gamba non va bene ma non voglio deludere i ragazzi. Il camino iniziale è già stato da me attrezzato in precedenza, ma oggi è una buccia di banana. I quattro in basso si raccontano facezie e io mi sto dannando… spero solo che guardino il ‘mezzo barcaiolo’ assicurandomi a dovere. Traverso nella foresta e mi ricordo di aver promesso a Microbo questa salita… ma da qui ora non si scende più. Spero che Microbo mi capisca. La placca, finalmente”!Dopo pochi metri mi accorgo di essere solo… La solitudine del primo di cordata su un terreno vergine. Ebbrezza nel toccare questa bianca roccia incontaminata e rabbia perché nessuno ti ‘segue’ in questo tuo gioco pericolo. Dopo 35 metri annuncio il sesto grado e Paolo scatta come un cobra. Era ora. Porco cane, piove! Sotto di me c’è aria di rinuncia, mi sposto più a sinistra e pianto un cuneo alto. Beh! In caso di volo faccio un pendolo di quindici metri anziché una verticale di venti.Solitudine! A tu per tu con una roccia glabra e sorda. Per loro, sotto è scontato che passi, ma tu, Don, sei proprio sicuro? Non è incantevole la poltrona e quel disco di Rubinstein? Che ci stai a fare qui? E’ andata. Danilo e Michele si affilano le unghie, Paolo e Giovanni mi raggiungono! E adesso? Prendo una fessura, ma sul più bello, mi muore davanti a quaranta metri di roccia inchiodabile. Passo a sinistra con un semituffo in rovi antichi come i patriarchi e dopo una larga fessura in Dulfer eccomi di nuovo sul ‘liscio’: devo passare di li. E’ un traverso delicatissimo di dieci metri, mentre sento i ragazzi che ridono e parlottano di tutt’altro… Ora mi son fatto l’abitudine ad essere solo. E’ tutto facile, dopo. L’ultimo tiro, una rampa d’erba la faccio condurre ai miei due secondi. Io mi slego e arrivo in cima…
Nessuno! Mi vengono incontro dopo due minuti. Ci stringiamo la mano felici. Mi siedo stanco e loro due, allegri, se ne vanno a parlar fitto dieci metri più avanti.
– Dai! Venite qui.
– Certo, subito.
E’ proprio la “Via della Solitudine”, Don!
Non riesco mai ad abituarmi… Che sia ora che cominci?
– Ehi, Don. Guarda che zaino mi porto!
Non sono più solo. Era solo la nostalgia di un pomeriggio di primavera.”
Don Agostino Butturini

La roccia della Rocca di Baiedo è bellissima, generosa di appigli e di clessidre a cui assicurasi. A tratti però si trasfoma diventando una placca compatta che richiede di essere letta e compresa. Non l’avevo mai fatta e scoprila con Bruna, mia moglie, è stato un inaspettato ed appagante piacere.

La nostra giornata si è conclusa nel migliore dei modi. A casa nostra, la tana dei Badgers, si è tenuta la consueta “TassoConsulta“: la riunione del nostro gruppo, il mensile pretesto per far festa tutti insieme. Presenti all’appello ben tredici tassi su venti, oltre ad una quantità industriale di birra! Molto Bene!

Davide “Birillo” Valsecchi

«Inizia la TassoConsulta: chi ha il casco vota!»

La Grotta dei Tassi

La Grotta dei Tassi

IMG_0262Mesi fa, girovagando per il Moregallo, mi sono imbattuto in una grotta di cui non conoscevo l’esistenza. Avevo esprlorato con entusiasmo quella cavità ma, sebbene avessi pubblicato la scoperta anche su Cima, il fatto non aveva avuto altro seguito. Quando domenica scorsa sono salito nuovamente al Moregallo con qualche amico ho deciso che poteva essere divertente tornare a visitare quella grotta: Borris e Sammy non ne avevano mai vista una mentre Teo, in forza al gruppo Spleo, avrebbe sicuramente gradito.

Quella che doveva essere solo una breve parentesi nella nostra lunga escursione è invece diventato il punto di inizio di una medotica ricerca. Dolfo, uno dei decani dello Speleo Club Erba (SCE), era infatti interassatissimo a quella scoperta inaspettata di cui aveva avuto vaghe infomazioni solo negli anni ’60.Dopo aver fatto il punto sulle carte il gruppo ha deciso che era opportuno effettuare un adeguato rilievo:Teo e Giusy si sono subito offerti di tornare sul Moregallo e compiere le dovute misurazioni. Purtroppo io ero a Londra e per tanto i nostri due volenterosi volontari hanno dovuto fare davvero tutto in totale indipendenza ed autonomia.

Quello che segue sono le loro fotografie ed il racconto della loro esplorazione: bravi! Ottimo lavoro!

​18 Ottobre 2015
Ore 7.28 breve briefing via sms con Giusi. Il tempo non è dei migliori​, ma decidiamo di partire ugualmente verso il Moregallo. Alle nove in punto ci incontriamo allo SCE e partiamo alla volta di Valmadrera.
Arrivati alla base del massiccio, decido di seguire la stessa via percorsa settimana scorsa con Birillo ed altri amici del TEAM BADGERS di Cima-Asso (Boris e Samuele), ovvero prendendo il sentiero “Paolo e Eliana” fino alla Bocchetta di Sambrosera per poi tagliare fuori sentiero attraverso un incantevole bosco ridipinto a nuovo dal buon vecchio Autunno.
Non nascondo qualche mia piccola perplessità nel ritrovare la grotta che Birillo ci aveva mostrato, perché comunque era la seconda volta che percorrevo quella tratta e temevo di non essere in grado di ritrovarla, quando seguo qualcuno ho il brutto vizio di non memorizzare mentalmente il percorso…
In mio aiuto avevo la traccia che io e Samuele avevamo generato con OruxMaps con l’indicazione esatta dell’ingresso della grotta e quindi ho semplicemente dovuto utilizzare l’applicazione e la mia memoria fotografica per individuare i punti principali dove i segmenti fuori percorso ci avrebbero portati al nostro obiettivo, perché il solo utilizzo di questi programmi per telefoni non ti garantisce di arrivare agli obiettivi prefissati!
Partiamo e da valle vediamo che le fitte nubi nascondono la maggior parte della cruda roccia delle montagne che ci sovrastano, per me è un Déjà vu. Avvolti da questo bianco abbraccio, ci inerpichiamo per il sentiero lungo le creste frastagliate tipiche della zona e dopo due ore e venticinque minuti di cammino, dalla fitta nebbia ecco apparire, come un miraggio, l’entrata della cavità naturale.Giusi subito rimane affascinata da quell’ingresso così notevole, ma stranamente estraneo alle realtà speleologiche della zona.
Zaini a terra e pranzo appena a sinistra dell’ingresso, sotto ad una bella parete rocciosa, dopo un paio di tazze di calda teina ci infiliamo le tute ed il casco e prepariamo il materiale per rilevare la cavità.
Io entro a cercare di portare a casa qualche scatto decente e, guardando fuori, vedo Giusi (troppo operativa) che già sta individuando i capisaldi per il lavoro che ci stiamo per apprestare a compiere: per la prima volta senza la supervisione di nessuno e dopo sole poche lezioni del corso di rilievo organizzato all’interno dello Speleo club di Erba per i soci interessati.
Finito il mio giro fotografico esco ed insieme scegliamo il Caposaldo Zero di partenza per il rilievo della cavità ipogea. Primo ed unico problema: “la volta” di ingresso centrale. Supponiamo sia alta sui 5 metri, come fare a prendere la misura esatta con un metro a bindella?
Corre in aiuto il mio marcato istinto verso l’arte dell’arrangiarsi e subito la foresta mi viene in aiuto; breve giro veloce per il sottobosco ed eccomi tornare con un bel ramo marcio da circa cinque metri pronto per essere usato come asta reggi metro (si, guardavo MacGyver!). Partiamo a fare più misure a raggiera dell’ingresso, vale la pena riportarlo sul rilievo il più fedelmente possibile perché merita davvero.
Passiamo al successivo punto mentre Giusi inizia con il disegno a mano su carta delle conformità interne e delle concrezioni, a mio avviso ne verrà fuori un gran lavoro, lei è davvero brava mentre io in queste cose non sono negato, molto di più!
Proseguiamo sempre aiutati dal bastone di MacGyver a misurare le altezze, mentre per larghezze, azimuth ed inclinazioni utilizziamo la strumentazione gentilmente prestataci da Robi e Dolfo; così facciamo fino alla fine di questa piccola, ma bellissima cavità.
Dati alla mano portiamo a casa uno sviluppo totale di 24.3 metri che partono in direzione Sud-Ovest dal Caposaldo Zero.
Usciti ci ricordiamo di posizionare la grotta dal punto di partenza di tutto il rilievo con il gps del telefono, segno il valore e mi sposto di qualche metro spegnendo il sistema per poi riaccenderlo e ripetere la misura: perfetto, il valore è identico, ci siamo!
Soddisfatti del lavoro, ci togliamo le tute e restiamo per qualche attimo a rimirare affascinati l’ingresso e l’ambiente circostante, rendendoci conto della fortuna che abbiamo a vivere da queste parti e della scelta giusta presa questa mattina mentre, vista la pioggia, abbiamo deciso di partire comunque per questa avventura.
Riprendiamo il cammino a ritroso e ritorniamo a valle, ora il Sole sta tentando di farsi spazio tra le nuvole e qua è là è un continuo affiorare e sparire di vette famigliari come Resegone e Grigna passando per il Lago fino alla cresta OSA. Che meraviglia, il Moregallo mi ha conquistato e ci ha messo ben poco!
Giunti alla macchina riprendiamo la Statale che ci riporterà verso il parcheggio dove ci eravamo ritrovati questa mattina. Ci salutiamo sottolineando la grande esperienza vissuta con grande soddisfazione e tenacia, ma un solo grandissimo punto interrogativo sovrasta le nostre teste: cosa penseranno Robi, Dolfo, Marzio, Pallino e Lele DR quando insieme presenteremo il nostro primo rilievo?
Speriamo bene!

Un ringraziamento speciale a Birillo per avermi mostrato questa grotta stupenda (ottima memoria fotografica e gran senso dell’orientamento, gran capobranco) ed agli altri della truppa della stupenda escursione dello scorso fine settimana, il buon Boris e Samuele: lupi solitari riuniti in branco.

TeoBrex

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Viva gli sposi!

Viva gli sposi!

JH0A2305Vuoi tu Birillo prendere come tua legittima sposa la qui presente Bruna, per amarla, onorarla e rispettarla, in salute e in malattia, in ricchezza e in povertà finché morte non vi separi? Pare proprio che Birillo, dopo un gelido attimo di silenzio, abbia risposto “Sì” con assoluta tranquillità.

Il giorno del mio matrimonio è stato particolarmente divertente e di questo, ancora una volta, voglio ringraziare tutti coloro che vi hanno preso parte. Spero anche voi vi siate divertiti.

Cristian mi ha inviato le foto che ha scattato durante la festa ed ora, di ritorno dall’isola, posso sfruttare la potenza di Internet per mostrarvene qualcuna.

Ancora mille grazie a tutti voi!

Davide “Birillo” Valsecchi

Davide e Bruna Valsecchi

Davide e Bruna Valsecchi

davide e brunaIeri ci siamo sposati: è stato divertente, persino più divertente di quanto mi aspettassi. Curiosamente è forse la prima volta che salgo ai Corni di Canzo senza scattare una foto ma, sono certo, che il miliardo di foto che ci hanno scattato piano piano emergerà. Per ora ne ho solo un paio che mi hanno inviato con il cellulare.

Nel frattempo, aspettando l’aereo che ci porterà in gita al mare, avevo voglia di ringraziarvi. Ieri i Badgers non solo hanno dimostrato di essere una squadra ma anche degli ottimi amici. Sono stato sorpreso e compiaciuto dalle loro iniziative: bravi e grazie! Stefano, il fratello di Bruna, ha suonato durante la cerimonia. Gli zii di Bruna, Mark e Mary, che dalla Germania si sono presentati indossando gli abiti tradizionali bavaresi. Cristian e Catherine si sono dati da fare con le fotografie ed il mio buon amico Ivan ha speso tutto se stesso per superare la salita ai Corni.

All’uscita dal comune una sorpresa inattesa quanto bella: l’arco per gli sposi. I miei compagni di Karate-do sono infatti saliti da Milano: scalzi ed indossando il Gi, la divisa bianca, si sono disposti ai lati formando un corridoio. Anche i Badgers avevano avuto la stessa idea ed indossando una maglietta bianca, stampata per l’occasione, si sono disposti impugando le picozze.

Quando è stato il momento i Karatechi si sono disposti in Oizuki, la posizione del pugno alto, mentre i Badgers hanno introciato come spade le picche. Bruna ed io, ormai sposi, ci siamo chinati attraversando l’arco. All’uscita ci siamo trovati davanti Dario, mio maestro ed amico. Fulminio mi ha piazzato un paio di schiaffi in faccia e, prima che potessi reagire, ci ha piazzato due bicchierini di vetro in mano. Dalle pieghe della giacca ha estratto una fiaschetta di grappa, ha riempito i nostri ed il suo bicchiere: al grido “Kampai!” abbiamo brindato alla goccia!

Anche i Corni si sono dati da fare per contribuire ai festeggiamenti. Ci hanno regalato il sole durante la salita, ci hanno permesso di sederci a tavola al rifugio e poi hanno inscenato uno spettacolo quasi pirotecnico. Da nord è calata impetuosa la tempesta: osservarne la buia avanzata sulle increspature del lago era avvincente ed elettrizzante. Quando poi la tempesta ci ha colpito è stato un tripudio di grandine e lampi!

Una volta che il temporale era passato oltre il cielo era nuovamente sgombro di nuovole e le montagne brillavano vive in una luce straoridnaria ormai già bassa sull’orizzonte. Noi, chiusi al sicuro dentro il rifugio, abbiamo festeggiato osservando da una posizione privilegiata l’assoluto spettacolo della Natura Lariana.

Quando è stato il momento di scendere i Corni hanno fatto nuovamente la loro parte: il sole è tornato a splendere, il cielo è stato nuovamente blu. La nostra allegra compagnia ha potuto serenamente ripercorrere la strada verso casa.

Sì, mi sono proprio divertito. Ringraziamo tutti i presenti ed i volontari della Sev: abbiamo trascorso davvero una bella giornata.

Davide e Bruna Valsecchi

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Ritorno all’Eghen

Ritorno all’Eghen

mattia ricci«Hey Socio, Sabato torniamo all’Eghen?» Questa era la domanda, semplice e diretta, che mi ha fatto Mattia al telefono. Una nuova “missione” al Camino Cassin era qualcosa che ci eravamo prefissati fin da subito, fin da quando eravamo riemersi dalla tempesta che ci piombò addosso il Quattro Luglio.

Durante la nostra salita della via di Cassin ci esplose il cielo sulla testa costringendoci a dare battaglia per la pelle: tra la pioggia ed i fulmini sono volato su un traverso, abbiamo dovuto abbandonare alcuni chiodi, un rinvio e qualche fettuccia per poi bivaccare in un buco scavato a colpi di mazzetta.

«Mattia, amico mio, io sabato prossimo mi sposo: non credo sia una  furbata infilarmi nel Camino Cassin una settimana prima delle nozze.» Mattia non era affatto convinto o soddisfatto della mia risposta. Ha atteso un attimo e poi mi ha risposto.«Vabbè, allora ci vado da solo». Io pensavo scherzasse e non mi sono preoccupato più di tanto: mi sbagliavo!

Quello che segue è il racconto di come Mattia Ricci, in solitaria, ha fatto ritorno all’Eghen.  

Sono uscito da casa  alle 5.40, ero in ritardo rispetto al programma ma, recuperando minuti preziosi, alle 6.40 riesco a partire dal parcheggio del Cainallo. Dopo aver attraversato la Val Mulini giunto al sentiero verso il Rif. Bogani decido di raggiungere la Costa del Palone passando dalla Ghiacciaia del Moncodeno. Per farlo seguo la traccia degli animali che transitano di li: una scorciatoia scoperta grazie ad un sopralluogo fatto con Matteo, mio figlio, e Serena, la sua mamma.

Nessuno dei canali che precipitano verso la base del Pizzo sembra quello percorso con Davide e questo mi costringe ad una veloce visita fuori programma alla vetta del Palone. Torno indietro  sino al secondo canale che decido di scendere. Poi seguo un’invisibile traccia che attraverso mughi e interminabili sali-scendi mi porta alla cima del Pizzo d’ Eghen. Nonostante la variante fatta e i 18kg di materiale sulle spalle alle 9.40 raggiungo la vetta.

Tiro il fiato e segno sul libro di vetta la nostra ascesa del 04/07. Poi indosso l’attrezzatura speleo e, zaino in spalla, con molta cautela mi avvicino alla zona da cui dovrebbe uscire la via ‘Prigionieri dei sogni’. L’idea è di calarmi verticalmente dall’ultimo tiro della via ed entrare nel camino fino a raggiungere la sosta della via Cassin da cui, a luglio, abbiamo attraversato verso la cresta. A disposizione avevo, oltre ad una vasta scelta di chiodi, cinque spit d’emergenza, una dozzina di moschettoni paralleli a ghiera, fettucce e cordini vari,101 metri di corda divisi in una 60, una 30 ed uno spezzone da 11.

Purtroppo i primi 60 metri, dopo quattro frazionamenti su fix già presenti, finiscono a 20 m da terra proprio dove, a valle dell’ultimo fix, parte un tiro da 30m nel vuoto senza possibili frazionamenti. Recupero i 10m di corda rimasti e con la 30 armo la calata.

Scendendo ho la conferma di quello che vedevo dall’alto: la corda termina ad un metro da terra, mi rimane cosi solo lo spezzone da 11. Ho però raggiunto la sosta ‘originale’ della Cassin circa 7m a monte di quella che avevo realizzato a luglio sopra il sasso con il famoso canapo marcio.

Rinforzo la sosta con un chiodo a lama piatto e prolungo quello che riesco: lego lo spezzone e arrivo fin sopra il sasso incastrato. Mi allongio nel chiodo utilizzato per la sosta della volta scorsa e guardo sotto nel vuoto: per continuare dovrei frazionare la calata ma ormai mi rimangono non più di 3m. di corda. Pochi, non abbastanza per raggiungere i due chiodi da me lasciati infissi con tanta fatica.

Nel camino rimbombano gridi d’ira!! Volevo portare due corde da 60 ma sia perché ottimista, sia perché ero già carico come un mulo, avevo optato per una trenta!!

Tolgo il chiodo ad U di sosta e risalgo i sette metri di sfasciume. Infilo la testa in quel buco visto appena sceso che si rivela, per logica, la via originale di Cassin.Con la poca corda rimasta raggiungo il primo masso incastrato una decina di metri all’interno del camino, circa quattro – cinque metri sotto vi è un altro masso e sotto, dopo altri cinque metri, la base dell’orrido e buio camino.

Con la corda sarei arrivato al successivo masso, ma non potendo frazionare c’era il rischio che la corda lavorasse pericolosamente sui vari detriti. Faccio alcune foto e disarmando, poi risalgo pian piano guardando il selvaggio e spettacolare ambiente.

Raggiungo l’ultimo fix da 10 della via e recupero le corde. Sulla cresta avevo fatto partire la calata da un mugo e questo mi permette di risalire in “accettabile” sicurezza la cima dell’Eghen.

Lascio due righe in aggiunta a quelle precedenti speranzoso che chi percorrerà la via Cassin rimuova i due chiodi da me infissi, così da lasciarla come all’origine. Scatto qualche foto di vetta di rito, sistemo il materiale nello zaino e parto verso il rif. Bogani che raggiungo alle ore 15. Lungo la via, come da tradizione Cassin, costruisco qualche ometto per segnalare la via, soprattutto in uscita dal canale di sfasciume verso la costa del Palone.

Nonostante non sia riuscito a togliere i due chiodi sul tiro riparto soddisfatto verso l’auto perché comunque gli obiettivi principali erano: 1. Tornare a casa sano 2. Tornare a casa presto. La cosa positiva è che anche all’interno del profondo camino, ed in quasi tutta la zona del Pizzo d’Eghen, c’è la copertura della rete mobile. Questo mi ha permesso di tenere aggiornato e non far preoccupare (più di tanto) chi mi attendeva a casa.

Un’esperienza incredibile in un posto estremamente bello e selvaggio.

Mattia Ricci.

Nel Frattempo

Nel Frattempo

teo_brexNelle ultime settimane gli aggiornamenti di “Cima” sono diventati meno frequenti del solito. Questo soprattutto per due ragioni. La prima è che Telecom non si è ancora decisa a collegare la linea Adsl nella casa nuova rendendo la nuova Badger-Cave tecnicamente offline. La seconda è che attualmente non mi sento affatto lucido e che per prudenza ho ridotto le mie attività quasi a zero: anzi, Sabato mi sposo e credo basti questo a dimostravi la mia assoluta mancanza di lucidità!

Nel frattempo i Badgers si sono al contrario dati parecchio da fare. TeoBrex sta letteralmente furoreggiando con lo SCE (SpeleoClubErba) inanellando un’impressionante serie di nuove scoperte in grotta. (Bravo Teo!)

Il resto della squadra (Mav, Andrea, Boris, Marzio…) rientrati dal “campo estivo” si stano allenando in falesia organizzando al contempo uscite in quota: domenica, ad esempio, hanno fatto una puntata al Pizzo Stella.

Due nuovi e giovanissimi amici di Valmadrera, Gionata Ruberto e Pavel Kravets, sono riusciti a raggiungere Venezia partendo in Kayak dal lido di Parè: Bravi Bagai!!

Anche quell’inarrestabile pazzo scriteriato di Mattia si è dato da fare e, in solitaria, è tornato al Pizzo d’Eghen con l’equipaggiamento speleo. Mattia ha fatto straordinarie scoperte sul “quinto tiro” della via Cassin: nuovi rilievi che confermano in modo inaspettato quanto fosse corretta la descrizione originale. Sul fondo del camino, a quasi otto metri nelle profondità della montagna, esiste davvero il leggendario passaggio di “quarto” tra sassi incastrati percorso da Cassin!!

Appena “lucidità e connettività” lo permetteranno sarà mia premura aggiornare il nostro “registro attività”. Nel frattempo tenete presente che il Nostromo è piuttosto “frastornato” se non addirittura “disorientato”: tutto l’equipaggio farebbe bene a tenerlo d’occhio mentre è al timone!

Ci si vede Sabato ai Corni: Guida al Matrimonio di Bruna e Birillo

Davide “Birillo” Valsecchi
Nostromo dei Badgers

Granito Selvaggio

Granito Selvaggio

DSCF8101«Birillo, quel posto è selvaggio: ti piacerà di sicuro!» Questo è quello che continuavano a ripertermi su quella valle. Boris c’era stato altre volte ma la nebbia gli aveva sempre impedito di raggiungere i 3032m della rocciosa cima del Ligoncio. «Bhe, allora, andiamo a vederla questa Valle dei Ratti!» Confesso che le mie aspettative sono state superate: quel posto è stupendo! Un valle amplissima, verde di pascoli e boschi, ricca di acqua e stracolma di granito!

L’avvicinamento resta impegnativo, ma la nuova strada ora  raggiunge i binari del tracciolino, a circa 900metri, riducendo di molto il dislivello che un tempo partiva da quota 400. Seguendo i Binari si raggiunge la diga Moledana e da lì si inizia a salire addentrandosi nella valle.

La prima mera era la Capanna Volta a 2212 metri di quota: il rifugio, di proprietà del Cai Como, è autogestito e si deve chiedere la chiave a Verceia prima di salire. Lì abbiamo trascorso la notte ed il giorno successivo, in una giornata di sole splendente, siamo saliti alla cima del Ligoncio. Scendendo abbiamo fatto tappa al bivacco Primalpia girovagando tra le rocce e le grandi placche.

Per ora non credo vi racconterò altro. Quello che ho visto, e che mi ha stregato, finirà dritto sul tavolo dei Badger: quella valle è straordinaria ed offre incredibili possibilità. Portarci la squadra è imperativo, continuare ad esplorarla è mandatorio!

Ero salito per accompagnare Boris e per osservare il Manduino, ma ho scoperto il Cavrè e le mille scogliere granitiche della valle dei Ratti.

Davide “Birillo” Valsecchi

Il Traverso Rosso

Il Traverso Rosso

DSCN7467-001Oggi con Boris sono salito al Moregallo. Il piano originale era percorrere il sentiero del 50° Osa che risale dalle spiagge del RapaNui per poi ridiscendere a Valmadrera per il sentiero “Paolo ed Eliana” ed il dosso della Forcellina.

Tuttavia ho il vizio di lasciarmi distrarre ed i prati del Moregallo sanno essere una straordinaria tentazione per me. Aveva da poco smesso di piovigginare e, giunti sotto la grande Parete Nord, ho intravisto sulla sinistra un bollo rosso su di un sasso in mezzo all’erba. Incuriositi abbiamo deviato cogliendo l’occasione di osservare la roccia a balzi su cui credo corra la via “Gioventù77”.

In qualche modo quella parte di montagna ricorda la parete Fasana al Pizzo della Pieve. qui c’è molta più vegetazione ma è comprensibile vista l’esposizione e la quota differenti.

Insieme al mio amico iniziamo a seguire i bolli rossi lungo un canale ghiaioso. Non ho idea di dove conducesse quella strana collana di segni rossi. Per qualche strano motivo ho avuto  la malsana idea che potesse esistere un sentiero, magari non ufficiale, che riuscisse a risalire e rimontare quello straordinario versante roccioso. L’alternativa più logica è che portasse alll’attacco dei una via d’arrampicata e che il nostro viaggio fosse destinato ad un vicolo cieco.

L’erba era alta e bagnata ma piano piano risaliamo. Un paio di teschi di muflone cercano di metterci in guardia ma lo scenario che ci circonda è affascinante. Guardando quei canali rocciosi e quelle nicchie erbose fantastico sulle linee possibili consapevole che salire là in mezzo sarebbe il tipo di arrampicata meno apprezzabile e forse più pericolosa in assoluto.

Inseguiamo i bolli ma il sole diviene opaco, l’ambiente circostante e l’incertezza della nostra destinazione cominciano a pesare diventando opprimenti: il Moregallo è un luogo selvaggio, fiero e terribilmente severo. Raggiungiamo la sommità del canale e proseguiamo attraverso ripidi prati raggiungendo un crinale roccioso che segna il cambio di valle.

Lo scenario che si para davanti è possente ed inquietante allo stesso tempo, la nostra determinazione vacilla. I bolli paiono indicare uno stretto sentiero che risale il crinale roccioso. Incerto sul da farsi lascio il mio socio sul prato e vado a dare un occhiata. Se superiamo quel punto c’è il rischio non poter più battere in ritirata.

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Il sentiero è percorso dai mufloni e le “fatte” a terra lo dimostrano inequivocabilmente (forse anche loro se la fanno sotto passando di lì!!). L’inzio non sembra preoccupante ma il proseguo appare ragguardevole. La roccia mi resta in mano e le zolle erbose vibrano sul vuoto quando le carico. I venti metri iniziali sono diventati trenta ed ora sono a sbalzo sull’immenso vuoto della valle. Se qualcosa cede sotto il mio peso non c’è nulla di solito a cui aggrapparsi per non precipitare. Non è un buon momento.Il sentiero, o quello che pare tale, prosegue in un inquietante traverso follemente esposto. Per un istante la paura si trasforma in vertigine ed inizio a sudare restando immobile. Lentamente ridiscendo a ritroso cercando con cautela qualcosa di solito a cui affidarmi.

Tiro fiato sui prati e mi siedo a discutere con Boris. Poi, cercando più sagge alternative, comprendo che quello non è un sentiero ma una traccia dei mufloni. Più sotto, tra le piante, una freccia rossa indica di scendere per affrontare il traverso in un punto meno esposto. Due grossi bolli confermano il passaggio.

Ancora sotto adrenalina valuto il passaggio che, nonostante tutto, non è affatto banale e decisamente esposto sulla valle. Posso passare, ma per andare dove? Guardo in alto e vedo una grande parete gialla segnata da un’evidente colata nera. Forse il sentiero risale fino ai piedi della parete e risale ai suoi piedi verso destra rimontando quello zoccolo erboso. Sono rapito da una brama illogica.

Cosa stavo facendo? Non avevo idea se fosse possibile passare in alto, se fosse possibile risalire e raggiungere i prati sovrastanti. Forse avevo già preso troppi rischi alla cieca. Dove volevo andare senza un pezzo di corda in quell’universo di roccia e prati strampiombanti?

Così mi sono fermato e dopo aver tirato il fiato siamo scesi nuovamente lungo il canale per cui eravamo saliti. Poi, tornati sul sentiero del 50°, il sole ha ricominciato a splendere caldo trasformando l’ambiente e le nostre emozioni. Tutto appariva meno opprimente,verde e brillante nel contrasto azzurro del Lario. Con uno spirito nuovo siamo scesi nuovamente al lago per fare il bagno, studiando dal basso la linea della nostra imprevista avventura.

“Appena torno a casa devo chiedere a Gianni Mandelli di quei bolli rossi e di quella parete”. Questo era il mio pensiero. Tuttavia prima di scrivergli ho cominciato a spulciare l’Isola senza Nome ed ho trovato, e finalmente compreso, quella sua storia scritta alla “Royal Robbins”. Senza rendermene conto mi ero addentrato in uno degli angoli del Moregallo più carichi di storia e di emozioni: la Parete del Tempo Perduto.

Davide “Birillo” Valsecchi

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