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I Rifugi dei Corni di Canzo

I Rifugi dei Corni di Canzo

Nel lontano Maggio 1960 i Volontari di Valmadrera diedero inizio alla costruzione dell’attuale Rifugio S.E.V. a Pianezzo. Costruirono una teleferica di circa 300 metri, i cui basamenti sono ancora visibili sotto la Parete Fasana, con cui si trasportavano i sassi di calcare perchè fossero frantumati producendo la sabbia, un montacarichi e un acquedotto per portare l’acqua al cantiere dalla sorgente del Ceppo della Bella Donna. Dopo quattro anni, la Domenica del 13 settembre 1964, il rifugio fu finalmente inaugurato. Maggiori informazioni sull’attuale – e beneamato – Rifugio sono disponibili sul sito della SEVhttps://rifugiosev.it/

Tuttavia prima di quella data altre due costruzioni avevano ricoperto il ruolo di “Rifugio” ai Corni di Canzo. In rete è apparsa qualche settimana fa – pubblicata da Davide Fadigatti‎ – una bella foto d’epoca di una di queste strutture: un’immagine davvero sorprendente! Nel riproporvela qui aggiungo anche un estratto della Guida alle Prealpi Lombarde realizzata da Silvio Saglio nel 1957 per il Touring Club Italiano e per il CAI Milano. In questa pubblicazione, infatti, vengono infatti menzionati i due antichi rifugi, oggi baite private.

RIFUGIO DEI CORNI o DI PIANEZZO e RIFUGIO POLALBA Il Rifugio dei Corni o di Pianezzo sorge a m. 1225 sul versante settentrionale dei Corni di Canzo, in bellissima posizione dalla quale si domina gran parte del L. di Lecco e dei monti che lo rinserrano,  È una baita trasformata in rifugio; di proprietà privata, con 8 letti e 3 cuccette, acqua di sorgente, aperto dai primi di maggio a fine settembre con spaccio di bevande e di alcuni generi alimentari. Il Rifugio Polalba è situato a m. 900 sul versante della Valbrona, in una conca circondata dai castani, dai faggi e dai larici; dispone di 8-10 posti letto, ed è aperto tutti i giorni nei mesi estivi e al sabato e domenica negli altri periodi dell’anno.

NDR: Nella guida del Saglio non vi erano molte fotografie, la maggior parte delle illustrazioni erano disegni a mano.

ACCESSI:

DA CANZO m 887 si attraversa l’abitato in direzione NE, quindi si scavalca il Torrente Ravella e ci si porta alle Fontane di Gaium m 481 (ore 0.15; osterie). Risalento il torrente, si lascia a destra la strada per San Miro al Monte e si prosegue a sinistra per la comoda carreggiata, che s’innalza selciata e con larghe curve (accorciatoie) nel rado bosco, verso una specie di sella, al di là della quale si raggiunge la prima Alpe Grasso m 725 (pittorescamente inquadrata dai Corni di Canzo) e  l’Alpe Bertalli m 779 (ore 0.45-1), raggruppamento di case, abitate tutto l’anno. Si abbandona allora la carreggiata e, prestando attenzione alle segnalazioni, ci si alza, per un costolone e per il fondo di un valloncello, verso l’estremità pianeggiante del crestone occidentale dei Corni, detto Piano di Candalino m 1067 (ore 0.45-1.45) e ci si affaccia all’azzurro bacino del Lago di Lecco e alla verdeggiante Valbrona. Si prosegue lungo la dorsale, lasciando a sinistra il sentiero che conduce all’ Alpe di Pianezzo e si marcia per sentiero pianeggiante in direzione del Rifugio dei Corni o di Pianezzo m 1225 (ore 0.15-2).

DA VALMADRERA m 237 si prende la strada che si stacca a NO dalla piazza principale e sale a Gianvacca. Di qui si prosegue in direzione di Mondònico; al primo bivio si svolta a destra e, per un viottolo sostenuto da un muro a secco, si contorna un poggio e si riesce sulla sassosa traccia che rimonta la Valle della Boa tra la boscaglia fino ad una spianata (1 ora). Dai ruderi di un cascinale si continua lungo il fondovalle, sì sorpassa una presa d’acqua e, giunti sotto alcuni roccioni, ci si sposta lungo il ripido fianco occidentale per un faticoso sentiero che s’inerpica verso un pianoro, in cui sfociano ampie colate di detriti. Si evitano questi sfasciumi per la traccia segnalata che volge a destra, si passa ai piedi del roccione strapiombante detto Tetto della Porta (che può offrire un buon riparo in caso d’intemperie) e, piegando ancora a destra tra blocchi calcarei, si risale la parte superiore di una valletta, dominata a sinistra (E) dalla parete del Corno di Canzo orientale, onde giungere, fra cespugli sempre più radi, alla Bocchetta di Sambrosera m 1125 c. (ore 1.30-2.30) che separa la massa del Moregallo dal Corno di Canzo orientale, mettendo in comunicazione diretta la Valle della Boa con la Valle delle Moréggie, che sbocca nel Lecco di Lecco di fronte alla Punta dell’Abbadia. Sul valico, non nominato dalla tav. 32 I SE (Lecco), ma indicato dalla pietra di confine dei comuni di Mandello (M) e Valmadrera (V), si trovano alcuni massi erratici di granito ghiandone, che dimostrano l’enorme sviluppo dello scomparso ghiacciaio abduano, il quale invadeva nell’era quaternaria tutto il bacino del Lago di Como, lasciando emergere nel mezzo solo la vetta del Monte San Primo e, come scogli, i Corni di Canzo.  Dal valico si pianeggia attorno alla testata cespugliosa della Valle delle Moréggie, quindi si sale a un’ampia sella erbosa e, scavalcata l’arrotondata propaggine del Corno di Canzo centrale, si arriva al Rifugio dei Corni o di Pianezzo m 1225 c. (ore 0,45-3.15).

DALL’IMBOCCO OCCIDENTALE DELLA GALLERIA DEL MELGON  (lungo la carrozzabile Malgrate-Onno, quasi a metà strada fra queste due località), si rintraccia, al disopra della scarpata, un piccolo sentiero che s’inerpica lungo quel costolone che fa da sponda orientale alla Valle delle Moréggie. Si segue questo sentiero nel bosco ceduo, trascurando le diramazioni di sinistra, poi si scavalca la testata di un valloncello secondario e ci si mette nel solco principale, allo scopo di innalzarsi a mezza costa, con ampio giro, assecondando gli anfratti del Moregallo, fino alla testata del vallone (ore 2.30), dove passa l’itinerario precedente che conduce al Rifugio dei Corni o di Pianezzo m 1225 c. (ore 0.45- 3.15).

DA CANDALINO m 545 (frazione di Valbrona) si risale per mulattiera la Valle Griarolo fino all’ Alpe Oneda m. 720, dove si prende quel sentiero che si svolge lungo la boscosa dorsale che il Corno di Canzo centrale spinge verso il Sasso della Cassina e il Lago di Lecco; oppure si prende la mulattattiera che attraversa la Valle del Gagetto e, passato il Rifugio Polalba, si continua in direzione dell’Alpe di Pianezzo m 1197, al disopra della quale s’incontra l’itinerario 193, che viene da Canzo e conduce al Rifugio dei Corni o di Pianezzo m 1225 c. (ore 2).

Rifugio SEV – 1964

Nota: le fotografie sono state pubblicate da ‎Davide Fadigatti‎ sulla pagina Facebook “Sei di Valmadrera se”.

Eroe Scarso

Eroe Scarso

Non riesco a vedere da dove vieni ma so da cosa stai scappando. E ciò che conta, piccola, non è chi sia il più cattivo ma chi ti impedisce di cadere dalla tua scala. Quando ti amo come piace a te, provo quello che provi tu ora: faccio ciò che faccio solo per compiacere la tua folla. E soffro, ma non smetterò, perché questo non è un posto per un eroe, questo non è un posto per un uomo migliore, questo non è un posto che un eroe possa chiamare casa.

Ogni volta che chiudo gli occhi, ti penso dentro. Penso a tua madre, che ha rinunciato a chiedersi perchè: perché menti, e tradisci e provi ad ingannarla. Non riesco a vedere da dove vieni ma so da cosa stai scappando. E ciò che conta, piccola, non è chi sia il più cattivo ma chi ti impedisce di cadere dalla tua scala. Perchè questo non è un posto per un eroe, questo non è un posto per un uomo migliore, questo non è un posto che un eroe possa chiamare casa.

Testo e musica: Short Change Hero – The Heavy
Wikiloc: eroe scarso

Onda Immobile

Onda Immobile

«La Cassin non sbuca in vetta, ma esce sulla destra seguendo una cengetta, prima della quale ci si slega. Parto io, mi segue Diego, chiude il Beppe. Subito sento un rumore sordo, una botta attutita. Mi giro: siamo in due, il Beppe non c’é. Scendiamo a rompicollo. Dico a Diego di andare da Zaccheo per dare l’allarme mentre io perlustro il ghiaione al piede della Medale. Lo trovo quasi subito. Giuseppe Verderio, classe 1944, da allora riposa nel cimitero di Vimercate.» Dicono che l’alpinismo sia “la conquista dell’inutile”, io con il tempo avevo iniziato a credere fosse un modo garbato di dire “inutile conquista”. Per quasi un decennio ho ritenuto che l’arrampicata fosse qualcosa di futile e pretestuoso: “Perchè passare dove la roccia è verticale quando puoi andare in cima passando dai prati dell’altra parte?”. L’uomo aveva raggiunto la Luna, conquistato tutti gli ottomila: c’era stato un “compressore”, poi le bombole d’ossigeno, poi elicotteri ed i trapani a batteria. L’alpinismo e l’arrampicata erano morti e sepolti, trasformati in una caricatura buona giusto per le “reclam” degli orologi senza limiti o dell’acqua gasata in bottiglia di plastica. Non era qualcosa che meritasse più la mia attenzione. Poi mia madre morì ed ogni mia certezza vacillò di colpo: dopo due furiosi anni spesi in giro per il modo, mi ritrovai ancora inquieto e senza scopo sotto le grandi pareti dei Corni, davanti alla grande Onda del Corno Orientale. Tra i tre (a volte quattro) è quello più basso, quello la cui cima si raggiunge “in piano”, quello che nasconde la propria grandezza tra le ombre. Là, su quella roccia verticale, mi raccontavano ci fosse una via dedicata a mio nonno, che morì tra la braccia di mia madre adolescente, in un giorno d’inverno, mentre camminavano insieme tra la neve in montagna. Non arrampicavo più da oltre dieci anni, da quando ero tornato dal Pakistan: la mia era un’idea senza senso, ma avrei provato a riempire il vuoto e placare la rabbia salendo quelle pareti dimenticate da tutti. Fu così che scoprii la storia di Giuseppe e Giancarlo. “Le leggi che governano le formiche governano anche le stelle”. La gravità è una di queste leggi: una forza capace di muovere i pianeti, catturare la luce, distorcere il tempo. Nella buia solitudine del Corno Orientale la gravità si allea con la parte più buia del proprio spirito, quell’infinita tristezza che senza sosta cerca di trascinarci verso il basso. Lassù, tra quella roccia che sembra un mare agitato, la gravità ci spinge al limite, stravolge le percezioni, tanto dello spazio quanto del tempo. All’improvviso, sotto la Grande Onda, il mondo verticale appare orizzontale, guardare in alto significa semplicemente guardare in avanti. Sotto la Grande Onda ogni certezza si affievolisce fino a scomparire: “In fisica con il termine onda si indica una perturbazione che nasce da una sorgente e si propaga nel tempo e nello spazio, trasportando energia o quantità di moto senza comportare un associato spostamento della materia”. La sorgente di quell’onda immobile si trova dentro di noi? Lassù la gravità ti trascina da dietro verso il basso mentre davanti a te la Grande Onda sembra precipitarti addosso: quando finalmente raggiungi la vetta, dopo interminabili ed incerte ore appeso, hai il “mal di terra”, ti sdrai sul prato cercando di riallineare le tue percezioni ed il tuo equilibrio prima di ricominciare finalmente a camminare come un essere umano. Disteso finalmente ti abbandoni esausto alla gravità lasciando che ora sia l’intera grande parete a sostenerti, a darti equilibrio. Per un istante sei finalmente senza peso: la gravità e la grande onda ti hanno travolto, colpito e saggiato. Con la loro forza hanno trascinato verso il basso tutto ciò che non era più parte di te. Dolore, rimpianti e tristezza sono precipitati nel vuoto, per un istante sei nuovamente libero ed accanto a te, in quel mondo nuovo, ti sono di ancora vicine le persone che hai portato con te, oltre la gravità, oltre la grande Onda. «Scarpe? Roccia? Finché si ha bisogno di scarpe e di roccia per salire, non si conosce nulla di quest’arte. Il vero arrampicatore non ha bisogno di artifici, nemmeno di roccia». Se Giancarlo non avesse raccontato la sua storia, sua e di Giuseppe, forse oggi, come molti altri, sarei ingenuamente convinto che l’arrampicata abbia solo lo scopo di salire sulla roccia. Sotto la grande Onda si compiono grandi “viaggi”, tra questi la Verderio resterà probabilmente uno dei viaggi più leggendari, probabilmente irripetuto ed irripetibile, nella tradizione dell’Isola Senza Nome. Grazie.

«Ha ripreso a nevischiare. Foto ricordo. Siamo soli. La via dedicata alla memoria di Giuseppe Verderio adesso è davvero finita. E’ il nostro ultimo legame terrestre. Il nostro piccolo monumento.»

Davide “Birillo” Valsecchi

50° Via G.Verderio –  ARRAMPICARE AI CORNI: TUTTE LE PUNTATE

Nuova Generazione

Nuova Generazione

Il piazzale del Rifugio Sev è gremito dalle maglie gialle dell’Assalto ai Corni 2019. Noi, sui prati alle spalle del rifugio, abbiamo steso un ampio telo, all’ombra di una pianta su cui giocano ora i bambini del gruppo. In un angolo, tra gli zaini carichi di cibo, iniziano ad affollarsi le bottiglie vuote di vino bianco accanto a quelle, altrettanto vuote, di birra. Pezzi di pizza, focaccia ed affettato: unto dappertutto mentre i nanerottoli gozzovigliano tra gli adulti. Poi, verso l’una e mezza, si avvicina Mattia: “Andiamo?”. Guardo l’orologio: “Yep, ormai è ora!”. Mattia, Simone, io e Nicola ci incamminiamo sotto la grande muraglia della Parete Fasana verso la cima del Corno Orientale. Superiamo la Croce e, costeggiando il margine dell’abisso, ci avviamo verso l’uscita delle vie. Sotto di noi il grande vuoto dell’Orientale, della grande Onda. Quella mattina, uscendo dal Rifugio, ero sceso lungo il ghiaione fino all’attacco della via Dell’Oro. Qui, già alla prima sosta, avevo trovato Gabriele e Ruggero intenti nella salita. Una parte di me avrebbe voluto “corromperli”, convincerli a desistere optando per la festa, ma sapevo che sarebbe stato inutile quanto ingiusto. Le vie dei Corni sono qualcosa di particolare: le ripeti una volta, le ricordi per tutta la vita. Dubito ripeterò mai quella via, percorsa con Mattia in una giornata di Marzo anni fa, eppure ricordo a memoria quasi ogni dettaglio di quella salita. Probabilmente è proprio per quei ricordi che forse non la ripeterò! Una grande salita, la prima sul Corno Orientale, fatta di dubbi, incertezze ed incognite da affrontare e risolvere. Forse oggi, con più esperienza, le difficoltà non mi sembrerebbero così incalzanti o forse, oggi che sono meno allenato e determinato, potrebbero apparirmi anche maggiori. Ma questo non ha importanza: ogni via ai Corni ha il suo momento, unico, speciale, spesso irripetibile. Lasciandoli con un saluto avevo gridato loro le ultime indicazioni: “Dopo il primo tiro su per le linee delle capre. Alla seconda targhetta si risale lo scivolo verso destra, poi si taglia a sinistra sulla cengia con l’anello in mezzo ai piedi. A sinistra! Perchè a destra c’è l’altra via di Mandelli, che è un bastone! Okkio alla roccia appoggiata prima del diedro e poi via verso l’uscita!”. Ruggero e Gabriele: il giorno prima erano andati ai piani di Bobbio con Mattia. Avevano macinato una via dietro l’altra ed erano poi scesi in bicicletta. Se Mattia, vedendoli in azione, avesse avuto dubbi avrebbe di certo detto la sua. Ma i due sono giovani, allenati ed affiatati. Una parte di me li invidia molto, mentre l’altra, quella che ricorda cosa li aspetta, forse un po’ meno. Camminiamo sul bordo dell’abisso del Corno Orientale, verso l’uscita della vie: tre senatori ormai della vecchia guardia, in equilibrio sulla roccia a strapiombo, in cerca dei due più forti della nuova generazione. Cammino a testa bassa, per non mettere i piedi in fallo ma anche per non guardare oltre, per soffocare una punta d’ansia che inizio a non contenere. Chissà se anche Renzo e Pietro, vedendo me e Mattia trafficare sulle vie dei Corni, avevano provato qualcosa di simile. Poi una voce, un saluto, Rugguero in piedi alla sosta finale, sorridente mentre recupera la corda e Gabriele: è fatta, sono fuori! La vera festa può finalmente iniziare! Ci avviciniamo, incuranti del vuoto, e cominciamo a congratularci. A breve anche la voce di Gabriele e finalmente anche lui è in sosta. “Come è andata?!” Gli occhi scintillano in un sorriso trascinante. “Fenomenale! Ma che battaglia!”. Strette di mano, abbracci e pacche sulle spalle. Insacchiamo il materiale e torniamo tutti insieme alla festa. Arriverà il tempo per parlare di quei sassi appoggiati sopra le testa, di quel fittone con l’anello in mezzo ai piedi nel centro del traverso, della roccia buona e di quella cattiva, delle soste, delle ginocchia e dei gomiti incastrati in fessura, dei chiodi piantati alla cieca con le frasche in faccia. Arriverà il tempo per parlare e per riflettere, ma ora è tempo di festeggiare: ancora una volta c’è una nuova generazione ai Corni di Canzo.

Davide “Birillo” Valsecchi

Oggi come Ieri:Gabriele e RuggeroBirillo e Mattia

Restauri alla Torre Desio

Restauri alla Torre Desio

«Ancora una volta è sorprendente vedere cosa fossero in grado di compiere i “grandi” nei “tempi eroici”. In un libro ho trovato una rara foto di Eugenio Fasana a torso nudo mentre si allena: sembra Bruce Lee con i baffi e la barbetta tanto era in forma! Faceva paura! Ma non solo erano atleti prima ancora che l’arrampicata fosse una disciplina, non era solo una questione fisica: in quel camino ho scorto non solo il coraggio ma anche il talento che contraddistingue quegli uomini. Con scarpette di stoffa e corde ragguardevoli hanno fatto cose che ancora oggi, con tecnologia spaziale, fatichiamo a ripetere e comprendere. Non possiamo che rendere loro omaggio e ringraziali per la “via” che hanno tracciato per noi.»

Queste le parole con cui avevo chiuso il mio racconto della mia “prima volta” sulla Fasana alla Torre Desio. In quell’epoca, che ora mi sembra remota, io e Mattia arrampicavamo tutti i venerdì pomeriggio: lui faceva il turno del mattino in Croce Rossa ed io avevo la giornata libera dall’ufficio. I Corni erano deserti, non si sentiva una voce, eravamo completamente soli in un persistente e surreale silenzio quasi opprimente. Eravamo soli ed autodidatti nell’ignoto, non sapevamo davvero nulla di quelle pareti, nel modo più difficile e rischioso non facevamo altro che imparare dai nostri errori. Tutto quello che avevamo erano le vecchie guide e le critiche di chi ci additava come sciocchi incrodati su vecchie vie dimenticate e pericolose. Quanta fatica, e quanta paura, ma con il senno di poi credo che la nostra sia stata una straordinaria avventura, la fortuna di un’esperienza unica per la vita.

Sdraiato al sole, nell’anfiteatro della Torre Desio, mi godo il tepore del mattino. Con me ci sono Ruggero, Gabriele, Miky e Lorenzo: quasi tutti ventenni. Sono sparsi sulle vie, sullo spigolo Palferi e sulla Corvara. Io sono sdraiato sull’erba mentre loro hanno capi-cordata d’eccezione: da un lato Josef e dall’altro Gianni, colui che scrisse le guide su cui io e Mattia abbiamo studiato tutte le salite classiche. E’ un sabato di sole, si sentono le voci dei gitanti sul sentiero sottostante mentre gli escursionisti si accalcano sulla cima del Corno Occidentale. Ascolto le loro voci, così vicine e così distanti: incredibile essere tanto rilassato sotto queste pareti. Sono sdraiato al sole e mi godo il momento con un sorriso compiaciuto. Forse i “Tassi del Moregallo” sono nati per compensare quelle infinite ore di solitudine trascorse sospesi, e spesso appesi, tra queste pareti di calcare grigio. Forse sono nati perchè quelle schegge di conoscenza, così difficoltosamente conquistate, non andassero perdute e fossero tramandate. Forse sono nati perchè sono un asociale socievole o perchè, come raccontano facesse mio nonno materno Luigi Paredi, è di famiglia incitare nei giovani la voglia di scoprire queste piccole grandi montagne.

Non so, sono ormai molte le nuove vie aperte con i Tassi sui versanti del Moregallo, spesso anche molto impegnative ed estetiche. Tuttavia nessuno di loro aveva mai affrontato le “Grandi Classiche” dei Corni. Almeno fino ad oggi. Sdraiato al sole mi godo il tepore del mattino, sorrido sornione dietro gli occhiali, compiaciuto del lungo e complicato viaggio che ci ha portato fin qui.

Poi le due cordate si ritrovano insieme alla base del Camino Fasana alla Torre Desio. Il giovane Lorenzo raggiunge da primo la sosta del primo tiro: “Birillo vieni?”. Avevo indossato imbrago ed equipaggiamento ma non avevo intenzione di arrampicare. La caviglia mi fa ancora male, la schiena è rigida e sono praticamente un rottame, ma per un istante guardo verso l’alto e l’istante dopo ho un otto infilato all’imbrago: che bello inseguire nuovamente Eugenio Fasana!

Il diedro camino iniziale ha un passaggio atletico che richiede determinazione e coraggio. Impressionante pensare che Fasana, in apertura nell’ignoto, lo superò probabilmente senza protezioni, semplicemente con una straordinaria tecnica di progressione in camino. Anche il secondo tiro, dove il diedro si chiude in due strette pareti parallele, non si può che provare ammirazione per i pionieri che per primi, nel 1931, si avventurarono fin sulla vetta percorrendo tutta la torre: Eugenio Fasana ed Antonio Omio.

“Un’altra via di Fasana ed un altro capolavoro di tecnica, estetica e coraggio. Il camino della Torre Desio è una di quelle arrampicate che lascia impressionati i ripetitori, le difficoltà sono nettamente superiori a quelle che Fasana aveva espresso a suo tempo (IV+). Ultimamente, dopo aver piazzato un paio di fix del camino, si è arrivati a valutare i passaggi fino al VI+. Più realisticamente si possono valutare i passaggi più difficili un grado in più, certo non deve mancare la predisposizione all’arrampicata in camino e non dovrebbe mancare un briciolo di coraggio ai ripetitori.“ Questa era la descrizione della via nell’edizione del 2005 de “L’isola senza Nome”.

Su una Fasana ai Corni di Canzo c’erano due Fix piantati con il trapano: c’erano, perchè ora non ci sono più. Furono piazzati certamente con buona intenzione, dall’alto, per proteggere i ripetitori nei due passaggi più complicati ed esposti tra due chiodi tradizionali. L’attitudine sportiva di quelle piastrine era evidente perchè “proiettava” un eventuale caduta nel vuoto fuori dal camino. Tuttavia in questo modo quella protezione influiva negativamente sulla progressione classica da camino, certamente faticosa e delicata, che in quell’ancoraggio esterno trovava solo false e pericolose illusioni fuori linea. Inoltre, il secondo di cordata, rischiava di essere “strattonato fuori” dal camino in un pendolo più che aiutato dalla corda dall’alto. I due Fix, nell’ottica di rimuovere il superfluo e conservare lo spirito e la storia di una via classica, sono stati quindi rimossi con cura: al loro posto sono stati piantati due chiodi tradizionali che, oltre a sfruttare quanto offerto dalla roccia, hanno posizioni più adatte e logiche alla progressione in camino. Il fix, con anello di calata arancione, in supporto alla clessidra della prima sosta è stato lasciato, così come la sosta sommitale su cui effettuare le doppie lungo la torre. (La doppia originale di Fasana, per chi fosse interessato, era molto breve, realizzata su uno spuntone e scendeva sul ripido terrazzo erboso a sinistra della torre).

“Mio padre diceva di usare i chiodi con grande parsimonia perchè feriscono la roccia”. Queste è la frase che mi disse l’adorabile ed anziana figlia di Eugenio Fasana. Sostituire i Fix con chiodi tradizionali è stato il nostro modo per conservare un equilibrio, forse inevitabilmente imperfetto ma coerente, tra passato, presente e futuro. Un tributo doveroso ad un talento ed un insegnamento che, banalizzati ed oscurati dal trapano, rischierebbero di non essere compresi ed apprezzati.

Gian Maria Mandelli, membro del CAAI e storica figura di rilievo dell’arrampicata Valmadrerese, ha avallato, supervisionato e personalmente condotto l’iniziativa di “bonifica”. Ai Corni di Canzo sono molte le vie “restaurate” recentemente, una di queste ad esempio è la Palferi sul Pilastro Gianmaria. Un lavoro certosino e paziente che mira a conservare, in modo razionale e ponderato, lo stato delle “classiche”, minimizzando le alterazione ma permettendone la fruizione alpinistica. In alcuni casi i chiodi più malridotti sono stati attentamente sostituiti o integrati, la Fasana è probabilmente la prima in cui sono stati rimossi infissi permanenti. Una scelta importante, in controtendenza a ciò che avviene altrove, e che per questo ha richiesto l’intervento di uno tra i più autorevoli dell’Isola. Io credo che questi “restauri”, queste bonifiche, non solo conservino la storia umana quanto la natura delle pareti, ma possano soprattutto insegnare con l’esempio un uso più consapevole e corretto degli spazi verticali per le grandi classiche che ancora devono essere realizzate.

Rimuovere ciò che è superfluo per proteggere ed educare. “Tuttavia, se esiste un equilibrio, la sua ricerca sarà un compromesso non privo di rischi, tanto nell’etica quanto nel diritto. Speriamo non violento.” Se qualcuno ritiene di avere ragioni valide per contestare la rimozione dei due fix sulla Fasana alla Torre Desio allora si faccia avanti, si assuma il peso ed il rischio delle proprie parole, parli con coraggio e sarà ascoltato.

Davide “Birillo” Valsecchi

Corni: Antivigilia 2018

Corni: Antivigilia 2018

Bruna, ora che è mamma, ha venduto la “Hornet600” e questo ha privato la nostra sconclusionata compagine della batteria da moto con cui alimentare i nostri tamarrissimi led per la tradizionale fiaccolata dell’antivigilia alla Croce del Corno Occidentale dei Corni di Canzo. Invero avevamo anche trovato una batteria sostitutiva ma, ahimè, qualcuno dei Tassi l’ha dimenticata in ufficio. Quindi nulla, quest’anno la si è combinata al buio con le frontali da 4 eruo comprate all’OBI.

In realtà la faccenda non si dimostra un gran problema per due motivi. Il primo è che, essendo l’antivigilia di domenica, il rifugio SEV è eccezionalmente aperto per la serata. Una fiaccolata di volontari è partita da Oneda e sulla terrazza del rifugio si è festeggiato con vin brulè e panettone. La seconda ragione è che, come sempre accade, “l’uso e l’abuso del buso porta al disuso del buso stesso”. Illuminare le cime la notte dell’antivigilia era inizialmente una tradizione discreta, un piccolo gesto simbolico. Oggi è diventato un “happening” e, come sempre accade, è scattata sulle montagne una competizione a chi ha le luminarie più grosse e a chi tira più gente. Quindi, visto che noi non abbiamo manco la batteria per quei quattro led tamarri comprati sempre all’OBI, abbiamo festeggiato piacevolmente al buio. “esserci più che apparire, invisibili ma radicalmente presenti”, ecco la riflessione e la missione per il prossimo anno.

Il rifugio era gremito di gente e la tentazione di non salire sulla cima mi ha sfiorato: questa volta sono stati i Tassi, e non il Nostromo, ad impegnarsi per proteggere la tradizione. Mav e Ruggero hanno risalito la ferrata del Venticinquennale mentre il resto della piccola compagine ha raggiunto la cima lungo il Caminetto. Strette di mano, abbracci e foto di rito. Poi tutti di nuovo al rifugio.

“Il mio galletto. Sì l’ha un bel becco. Tutte le donne lo voglion nel letto. Galletto qui, galletto là. E il mio galletto l’è mai a ca’. E muoio, muoio, muoio per te mio galletto. Evviva l’amor, evviva l’amor e chi lo sa fare.” Nella sala grande della SEV è un tripudio di scodelle di trippa, caraffe di rosso e canzoni sberciate battendo il ritmo sul tavolo. Magnifico!

Davide “Birillo” Valsecchi

Corni: Antivigilia 2017

Feliz Navidad

Anche i Corni brillano!

Una luce anche ai Corni

La Falesia che non c’è

La Falesia che non c’è

La sezione di Lecco “Riccardo Cassin” del Club Alpino Italiano, fondata il 30 giugno 1874, è certamente una delle più importanti a livello nazionale. E’ quindi facile comprendere come il loro Notiziario Sezionale, a differenza di quello delle sezioni più piccole, non sia un “ciclostile” in bianco e nero ma una vera e propria pubblicazione con cadenza quadrimestrale. Ogni “numero”, oltre alle comunicazioni della sezione, raccoglie articoli e racconti, sia contemporanei che storici, arricchiti da immagini e fotografie. Io, purtroppo, non ne possiedo nemmeno una copia cartacea ma, grazie alla potenza del web, è possibile accedere all’archivio on line dove, con qualche mese di differita, ogni numero viene ripubblicato in formato digitale. Qui potete trovare l’archivio on line: Archivio Notiziario Cai Lecco.  

L’ultimo notiziario reso ora disponibile sul web risale a Maggio 2018, sulla sua copertina fa bella mostra di sè il “Bivacco Ferrario”, l’astronave della Grignetta, ed all’interno della rivista è possibile rileggere la storia della sua costruzione.    

Tra quelle pagine, inaspettatamente, ha trovato spazio anche un articolo dedicato ai Corni di Canzo. Una riflessione, ponderata e precisa, su qualcosa che ha decisamente agitato gli animi alla fine del 2017. Confesso che per me, tutt’oggi, è ancora impossibile affrontare l’argomento con moderazione: la mia indole mi impedisce di soprassedere a certe cose. Tuttavia, visto che il mio pensiero è ormai ampiamente noto, ho pensato che fosse interessante riproporre qui, su questo piccolo blog che in “attesa” si è fatto silente, il pensiero altrui.   

Link Originale: Notiziario Cai Lecco 01/2018 

Riflessioni sulla nuova iniziativa dei Ragni al Corno di Canzo Occidentale
(Sergio Poli)

Negli ultimi mesi del 2017 sono apparsi sulla stampa locale diversi articoli che parlavano di una “nuova falesia sui Corni di Canzo” in via di realizzazione da parte dei Ragni di Lecco. La falesia si sarebbe chiamata “K90”, in onore dei 90 anni di fondazione dell’industria lecchese Kapriol, leader nella produzione e commercializzazione di attrezzature e abbigliamento da lavoro, che sponsorizza l’attività di alcuni Ragni.

Sembra impossibile che ci siano pareti, o almeno porzioni di esse, ancora non vergini sulle montagne attorno a Lecco, dopo decenni di sistematiche esplorazioni di ogni struttura rocciosa e di apertura di vie sempre più difficili, in luoghi dove un tempo nemmeno si pensava di poter passare. Eppure, ogni tanto salta fuori qualche sorpresa, come questa.

Infatti, sorpresa è stata: proprio sulla conosciutissima parete sud del Corno Occidentale, una struttura in magnifica dolomia, già attraversata dalla “Ferrata del Venticinquennale”, i Ragni hanno visto la possibilità di realizzare una serie di vie d’arrampicata di grande difficoltà, che nell’insieme avrebbero formato una falesia di tutto rispetto anche in un territorio già quasi saturo come il nostro.

I Corni di Canzo rappresentano di per sé un pezzo di storia dell’alpinismo lecchese, e più propriamente valmadrerese: sulle pareti dei Tre Corni – che in realtà sono quattro, comprendendo a pieno titolo il Corno Ratt – sono state aperte decine di vie di tutte le difficoltà, sia classiche che moderne e sportive, e quel gruppo montuoso ancor oggi è un banco di prova di tutto rispetto per chi vuole confrontarsi con le proprie capacità arrampicatorie. Basti sfogliare il bel volume “L’Isola senza nome’ uscito nel 2005 a cura delle Sezioni CAI di Oggiono e Valmadrera, ripubblicato e aggiornato nel 2015 con le nuove vie, per rendersene conto.

Dicevamo anche della Via Ferrata del Venticinquennale: realizzata dal CAI Canzo nel 1972 sul Corno Occidentale per celebrare i 25 anni della fondazione della locale sezione, viene percorsa da centinaia di appassionati ogni settimana e rappresenta una delle vie ferrate più frequentate di Lombardia. La ferrata è stata quasi completamente ridisegnata nel 2008: il tracciato originale percorreva, nel tratto intermedio, l’ampio zoccolo che taglia orizzontalmente il Corno, mentre nella nuova versione compie un lungo traverso in piena parete, aggiungendo notevole difficoltà tecnica, e interesse alpinistico, all’itinerario.

Fin qui la storia. Tornando alla “falesia”, le cronache raccontano di una scoperta quasi casuale di quel settore di parete, grazie al rinvenimento di chiodi lasciati da qualcuno durante precedenti tentativi di apertura delle vie. Ma questo è alla base del gioco dell’arrampicata: da sempre, come diceva qualcuno, “le montagne sono lì”, è l’uomo che le vede con occhi diversi, non più come grossi sassi inerti ma come mondi inesplorati da conoscere e sui quali provare a divertirsi. Logico quindi che qualcuno abbia pensato di salirci senza farsi troppe domande, tanto più che su quel sasso in particolare c’era già una via ferrata molto conosciuta.

E così che ha sempre funzionato l’arrampicata in ambiente: si trova una bella parete e ci si prova a salire, esprimendo così la propria libertà creativa. Semplice.

Detto fatto, i Ragni hanno iniziato ad attrezzare una via lungo la parete, proprio sopra la via ferrata, come primo itinerario della futura falesia, che stando ai programmi avrebbe dovuto arrivare a 15-17 tiri in totale, di difficoltà crescente. Fin qui, niente di diverso dal solito, si è sempre fatto così.

Invece, qualcosa di diverso c’è: ci sono delle tutele che riguardano l’interesse di tutti.

Anzitutto, c’è una considerazione da fare sulla proprietà: un conto è aprire una via come libera espressione della propria libertà, un “atto unico” conseguenza di un momento di creatività, un altro è pianificare e realizzare una serie di vie, magari attrezzandole dall’alto, creando una struttura permanente destinata ad un uso collettivo. E’ la stessa differenza che c’è fra salire un giorno su un albero e realizzare nel bosco un jungle-rider park. In questo secondo caso, è difficile pensare di non dover chiedere il permesso al proprietario dell’albero. Specialmente se l’albero, pardon, la parete, come tutto il versante sud del Corno occidentale, è proprietà di Regione Lombardia, cioè di tutti noi.

Altra considerazione: l’intera foresta regionale, compresa quindi la parete del Corno, appartiene alla rete europea Natura 2000 in quanto ZPS – Zona di Protezione Speciale – “Triangolo Lariano”, cioè è tutelata come zona importante per l’avifauna. Nella vicina foresta e sulle pareti sono infatti stati segnalati falco pecchiaiolo e pellegrino, nibbio bruno, allocco e picchio muraiolo, oltre al rarissimo succiacapre. E sicuramente la frequentazione della parete da parte degli alpinisti, compresi i fruitori della ferrata, può dar fastidio ai rapaci e agli altri uccelli che vivono nell’area. Gli alpinisti sanno che su un’altra parete della zona, quella del Buco del Piombo sopra Erba, l’arrampicata viene vietata nel periodo di nidificazione del falco pellegrino.

Ancora: le rocce calcaree ospitano un tipo di vegetazione particolare, ricca di specie rare ed endemiche quali la peonia, la primula di Lombardia, l’erba regina, che nel loro insieme costituiscono un habitat piuttosto delicato e raro, che va giustamente tutelato e protetto. E ancora una volta, il ripetuto passaggio di persone in ambienti così fragili può rappresentare una seria minaccia per la sopravvivenza di queste specie.

Infine, esiste un imprescindibile tutela, quella della sicurezza e incolumità delle persone che frequentano la montagna: le vie in progetto dovrebbero tutte attraversare – e letteralmente incrociano – l’esistente traverso della via ferrata, creando potenziale pericolo per caduta di sassi, oggetti e magari persone che volano sulla testa dei passanti, ma soprattutto inediti grovigli fra corde di alpinisti e imbraghi di ferratisti, con conseguenze facili da immaginare. Una cosa tecnicamente improponibile, mai vista finora su nessuna parete, e vista come molto negativa dalle scuole di arrampicata delle sezioni CAI della zona.

Tutte le considerazioni esposte sopra valgono anche per la ferrata, che anzi porta in parete molte più persone all’anno rispetto alle poche decine in grado di salire le difficilissime vie d’arrampicata. Ma la ferrata c’è dal 1972, esisteva già da trent’anni quando la foresta venne dichiarata ZPS nei primi anni 2000, quindi non si può pensare di chiuderla: è arrivata prima della tutela. AI limite, si potrebbe pensare ad una sua regolamentazione, almeno nel periodo di nidificazione – tipo Buco del Piombo – non certo ad una chiusura. Sembra corretto dunque non aggiungere disturbo a disturbo, evitando di realizzare una nuova falesia che fatalmente aumenterebbe la frequentazione dell’area.

Anche il CAI nazionale in diversi documenti (dal Bidecalogo in poi) scoraggia la proliferazione delle vie ferrate, imponendo un’attenta manutenzione di quelle già esistenti, sia in termini di sicurezza che di inserimento ambientale. Insomma, le ferrate sono tollerate, ma non certo caldeggiate. E non si può che essere d’accordo con questa visione: forse le ferrate hanno fatto il loro tempo.

La vicenda della ipotizzata falesia sul Corno offre lo spunto per una riflessione moderna sul rapporto uomo / montagna, alla luce di un nuovo modo di vedere il territorio montano: non più esclusivo terreno di gioco per pochi, ma prezioso angolo di tutela della natura per tutti. Ci auguriamo che i Ragni di Lecco, con il grande prestigio e autorità di cui sono eredi, siano i primi a rendersene conto.

[Tramonto d’inverno nella suggestiva solitudine serale del Corno Occidentale (2013). La famosa falesia avrebbe dovuto sorgere sulla piccola parete sotto questa pianta. Non serve forare la roccia se davvero si desidera arrampicare su quella parete. Serve pazienza, amore e rispetto. La bellezza non esige rumore. Davide Birillo Valsecchi

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