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Le Vecchie Glorie ruggiscono ai Corni

Le Vecchie Glorie ruggiscono ai Corni

Quest’anno la neve è caduta copiosa ai Corni Di Canzo regalando un’inverno appassionante agli amanti della nostra montagna. Ora la neve sta arretrando ma le nostre Vecchie Glorie sono pronte a godersi ogni istante della meraviglia che ancora rimane. Più“hard core” di molti giovincelli, gli Over60 hanno dato l’assalto al Corno Occidentale con gli sci in spalla: il risultato è una discesa dalla vetta da repertorio!

La Riconquista dei Corni

La Riconquista dei Corni

«Ed ora sono tre!» Già, sembra impossibile ma in meno di un anno ho rinfilato le scarpette d’arrampicata e dato battaglia su tutti e tre i Corni di Canzo attraversando le loro pareti maggiori. Sembra ieri quando me ne stavo con il naso all’insù pensando «un giorno…». Sembra davvero ieri.

Ovviamente la stragrande maggioranza del merito va all’inossidabile Mattia, ma in questa donchisciottesca avventura sono comunque orgoglioso del mio ruolo di Sancio Panza. “La riconquista dei Corni”: difficile spiegare quale emozione rappresenti.

Il 1° Ottobre del 1902 Eugenio Fasana tracciava la prima via nel Gruppo dei Corni di Canzo:  112 anni di storia, una traccia densa di nomi ed eventi a cui, lentamente, cominciamo ad appartenere anche noi.

Certo, non è tutto “rose e fiori”, confesso di aver vissuto ai Corni momenti di intensa paura ed incertezza come mai altrove: i fulmini sulla Criss o le peregrinazioni sull’Attilio Piacco giusto per citare qualche “strizza” del repertorio.  Poi però la paura passa, lascia il posto alla meraviglia ed alla voglia di esplorare ancora.

Dopo aver passato tanto tempo su vecchi libri e manuali mi affascina immaginare quello che sarà il futuro. Immaginare come la prossima generazione di “Avventurieri dei Corni” rileggerà le nostre storie, le nostre salite e le nostre testimonianze prima di perpetrare la storia alpinistica delle nostre montagne.

E’ davvero emozionante, è un avventura che sfida la gravità ed il tempo. Un giardino di roccia in un angolo di mondo dimenticato ed incontaminato, uno spazio alpinistico puro, protetto dalle critiche, dalle chiacchiere o dalle ipocrisie. Già, perché prima di dire cazzate sui Corni, sui Corni bisogna prima salirci.

Ecco a voi la Riconquista dei Corni di Canzo!

Davide “Birillo” Valsecchi

Corno Orientale: Via Dell’Oro

Corno Orientale: Via Dell’Oro

Settembre 1939: Darvini e Pierino dell’Oro  (che non sono fratelli ma solo compaesani) attaccano il Corno Orientale, Primo Corno di Valmadrera, tracciando una via che diverrà una delle scalate classiche dell’intero gruppo avventurandosi attraverso il grande diedro che prende ora il loro nome. L’anno successivo, nel maggio del 1940, tracciamo un nuovo attacco che allunga la via e  permette di accedere direttamente alla roccia senza tagliare da ovest attraverso cenge e prati.

Sabato 15 Marzo 2014, tocca ai due assesi il nuovo assalto al Corno Orientale. Il giorno prima, per guadagnare tempo ed essere più riposati, Mattia ed io abbiamo portato tutto il materiale d’arrampicata sotto la parete. La giornata, contrariamente alle aspettative, è cupa e soffia un fastidioso vento freddo.

L’attacco della via è posto al interno di una stretta gola di roccia che vi è tra la parete ed un’evidente scogliera sormontata da un’inconfondibile “pietra pendula” in equilibrio sulla sua sommità. La via parte dura e si risale in spaccata tra le due pareti fino a rimontare un piccolo strapiombo che porta al prato sottostante. Sosta su una pianta e proseguiamo tra rocce ed erba rimontando fino al successivo terrazzo erboso, la grande cengia da cui si attacca la via del ’39 (è presente infatti  una seconda targhetta).

La terza sosta è una catena con fix artigianali ma, nonostante l’età, è ancora buona: è la roccia ad essere marcia! Il primo tratto rimonta verso destra seguendo una fessura svasata.  Un tiro abbastanza appoggiato ma poco protetto (1 chiodo) e caratterizzato da roccia instabile e precaria che porta fino ad una grossa nicchia.

La quarta sosta è buona, un fix artigianale ed uno spit a brugola. Il passaggio successivo è un traverso a sinistra abbastanza lungo, dapprima si abbassa sotto la sosta per poi tornare ad alzarsi verso l’alto oltre il traverso. Non è un passaggio difficile ma è particolarmente delicato perché il rischio di cadere in un ampio pendolo è concreto, l’unica protezione è un vecchio chiodo ad anello che è posto all’altezza dei piedi.

Anche nella parte successiva il quinto tiro si dimostra rognoso, caratterizzato da roccia rotta e da un passaggio su quello che sembra una frana appoggiata. Mattia, che ha tirato da primo tutta la via, ha dovuto lavorare molto per proteggere quel tratto. In particolare  è costretto a piazzare un paio di friend cambiando il giro delle corde proprio per evitare che possano essere investite da un eventuale crollo.

Dulcis in fundo la sesta sosta è composta da due chiodi ed un fittone ad anello probabilmente originale dei primi ripetitori. Il tiro più rognoso si è dimostrato anche quello con la sosta peggiore. Mattia ha lavorato per rinforzarla e per far lavorare il carico nel modo migliore: “Hey! Io te lo dico, l’elemento più solido della sosta avrà più di settant’anni: vedi di salire leggero ed occhio alla roccia che si muove!”

Con i “santi in saccoccia” risalgo leggero  il tiro recuperando i friend e la coppia di chiodi piazzati a protezione: finalmente siamo nel grande diedro!

La roccia sembra trasformarsi diventando ottima, compatta e ricca di elaborati appigli: dopo aver tanto ravanato siamo giunti al cuore della via. Restano solo due tiri all’uscita, 60 o 70 metri di roccia verticale, ma questo è probabilmente uno dei tratti più belli dei Corni di Canzo per arrampicare.

Il sesto tiro risale del dietro sfruttando uno stretto camino che corre nella sua parte più interna.  Mattia risale con un’elegante spaccata, io letteralmente strisciando in verticale ed avanzando ad incastro stando a cavalcioni dello spigolo sinistro del camino. Alla fine del tiro una grossa clessidra anticipa un traverso su placca verso sinistra che porta alla sosta. “Ma sei fuori! E come la mollo ‘sta clessidra?! Se parto sulla placca ti finisco due metri sotto i piedi!!” Mattia ride, mi sfotte un po’ ma alla fine tolgo la fettuccia dalla clessidra e passo il traverso.

Sulla sesta sosta sono ancora presenti i vecchissimi chiodi originali, un fix artigianale ed uno spit a brugola che, in modo piuttosto inquietante, appare mezzo fuori. “Bhe, è mezzo fuori ma cara grazia che c’è. Sai che ridere se dovevamo fare sosta su quei due vecchi chiodi? Certo, se salta fuori ce la facciamo sotto per davvero!!” Mattia è quello che vede il bicchiere sempre mezzo pieno, io quello perennemente pentito di aver lasciato a casa il trapano!

Per rimontare lo strapiombo tocca tirare due vecchi fittoni ad anello e spaccare sul fianco destro del diedro prima di risale a sinistra. Nella lunghezza c’è solo un successivo chiodo a protezione e per questo abbiamo piazzato un paio di friend e un chiodo alla base del passaggio aggettante sulla sinistra: è possibile infatti uscire a destra su rocce rotte oppure attaccare a sinistra in una spaccatura non banale ed impegnativa che risale a camino. “Su, su! Non ti lamentare, è la via originale!” Potete ben immaginare quale sia stata la scelta di Mattia…

L’ultima sosta è un fittone arancione da cui si vede la Croce del Corno Orientale. Una stretta di mano ed un autoscatto insieme sulla croce. Finalmente anche il terzo corno ci ha regalato il privilegio di ripercorrere una delle sue storiche, e probabilmente dimenticate, vie d’arrampicata. Una grandissima soddisfazione!!

Davide “Birillo” Valsecchi

Corno Orientale: Via Dell’Oro
Ripetizione: 15 Marzo 2014
Mattia Ricci, primo di cordata, e Davide “Birillo” Valsecchi

via dell'oro

All’uscita dalla via, mentre mi avviavo a recuperare tutto il resto del nostro materiale, ho notato una vecchia bottiglia semi nascosta nel sottobosco. Con delicatezza l’ho dissotterrata e, guardando l’etichetta, ho sorriso. L’etichetta recitava “Anghileri” e così ho scattato qualche foto. Nessuno di noi ancora sapeva quello che era accaduto al “Butch” al Bianco solo qualche ora prima. A volte la vita è davvero un mistero.

Ceppo della Bella Donna

Ceppo della Bella Donna

ceppo della bella donna“Sembra di essere al mare!” Il sole splende caldo sebbene attorno a noi gli alberi siano scossi da un vento furioso che risale dal lago. Siamo sdraiati sulla cima del Ceppo della Bella Donna, uno sperone che si innalza verticale per oltre duecento metri sulla valle delle Moregge. Siamo sdraiati sull’erba, rivolti a sud, con il sole di Marzo che ci scalda. La forma del Ceppo crea come isola quieta al centro delle raffiche di vento che, come la risacca del mare, rumoreggiano rifluendo tutto intorno a noi.

“Sembra di essere al mare!” Intorno a noi però solo le mie montagne ed alle spalle il lago. A dorso nudo lascio che il sole asciughi la pelle, che il calore lenisca i segni dell’inverno.  Davanti a me un anfiteatro, un tempio: al centro la parete Fasana, più a sinistra la grande onda del Corno Orientale e a destra, sullo sfondo, la cima del Corno Occidentale.

La neve ancora si nasconde nelle pieghe d’ombra e nei prati di Pianezzo ma sembra ormai rassegnata a cedere il passo alla primavera. In lontananza vedo le sagome di chi è salito sul Moregallo o di chi risale fino alla SEV da Valmadrera. Sul ceppo della Bella Donna ci siamo solo noi, distanti da ogni rumore, da ogni chiacchiera, da ogni sguardo.

“Non siamo al mare: sei ai Corni, sei al centro del mio piccolo mondo.”

Inseguendo l’alba

Inseguendo l’alba

Io e “SilverHorse” non ballavamo insieme da oltre dieci anni. La mia meravigliosa “vintage” MountainBike mi fu regalata quando avevo 19 anni, più o meno nel ’95 e quindi quasi vent’anni fa. Era una delle prime biciclette con il telaio in alluminio e per questo esibiva una magnifica livrea argentea.

Tecnologia del passato, telaio rigido senza ammortizzatori, ma con lei all’epoca avevo affrontato tutte le salite che oggi sono considerate “classiche”: una compagna d’avventura incredibile!  Quando poi mi trasferii a Milano per l’Università le occasioni divennero meno e piano piano “SilverHorse” iniziò a prendere polvere. Mio padre e mio fratello la usarono qualche volta per passeggiare ma riuscirono solo a demolirne il cambio anteriore: ferita ed abbandonata sembrava destinata ad essere dimenticata.

Tuttavia le vecchie glorie sanno esserci quanto conta e così, quasi al buio, io e “SilverHorse” siamo di nuovo insieme inseguendo l’Alba. Per liberare la catena ho letteralmente tolto il cambio anteriore ed ora posso cambiare la corona davanti solo manualmente. In pratica ho due cambi: salita e discesa. Ma non importa, non importano neppure i copertoni screpolati e consumati o il ghiaccio che brilla nella luce della frontale: due vecchie glorie cavalcano ancora insieme dando battaglia all’Inverno!

Arranco sui pedali con gli scarponi cercando di non far sbandare lo zaino: risaliamo da Oneda e dobbiamo sbrigarci, dobbiamo arrivare prima dell’alba e dobbiamo fare ritorno in tempo per essere in ufficio in orario a Lecco. Pedala Birillo! Pedala!

Poi raggiungo la neve ed il cielo inizia ad schiarirsi. Appoggio “SilverHorse” e proseguo a piedi sul manto bianco piacevolmente gelato.  Rimonto il promontorio ed il mio sguardo si allarga sul Ceppo della Bella Donna e sulle Grigne oltre il lago. Sono le Sei e Trenta del Mattino: inizia lo spettacolo.

Con il cavalletto e la macchina fotografica mi butto nella neve sporgendomi oltre il dirupo che precipita nella valle delle Moregge. Ogni istante che passa cambia i colori, le sfumature, la forma delle nuvole. Il mondo si trasforma oscillando tra il grigio, il rosso e la luce. La magia dell’alba tra le vette innevate e le increspature del lago.

Poi inizia a diventare tardi. Sono le sette, poi le sette e un quarto, poi le sette e venti. “Devi andare! Devi andare! Non puoi più restare!”  A malincuore ripongo la macchina fotografica nello zaino e scendo di corsa nella neve. Sistemo il sellino di “SilverHorse” ed inizio a scendere.

I freni sono entrambi tirati al massimo, fischiano e stridono, ma riescono solo a rallentare la bicicletta che leggera e veloce corre tra i tornanti inseguendo il fondo asciutto: “Arriveremo fino in fondo?” Mentre sono aggrappato alle leve due caprioli mi attraversano correndo la strada. Vorrei tentare di fotografarli ma lasciare le mani dal manubrio non è un opzione: “Quei due sono solo per me, solo per i miei occhi…”

Una doccia, poi via in superstrada, in galleria, nel parcheggio sotterraneo e quindi in ufficio. Alle nove varco la soglia: “Buongiorno Davide”. Già davvero un buon giorno.

Davide “Birillo” Valsecchi

Horny Corny

Horny Corny

«Sei invecchiato!» Lei si ferma, mi guarda e me lo ripete avvicinando la sua faccia alla mia. «Scusa, ma mi sono perso qualcosa?» le domando. Lei si avvicina ancora e mi studia ridendo «Sei invecchiato!». La guardo dubbioso e vagamente infastidito «Ti sei rincretinita?». Lei sempre più divertita insiste «No, no. Sei invecchiato!» Certo, non sono più un giovinetto ma invecchiato proprio no. «Ma nell’aspetto o nell’atteggiamento?» chiedo infastidito. «Nell’aspetto, ovviamente! Nell’atteggiamento sei da sempre come tuo padre, solo che lui di anni ne ha sessanta ed è comunque più figo di te!». Quando con una palla di neve la centro in piena fronte smette di ridere e per un istante sembra una bimba sul punto di scoppiare a piangere.

Lei è Miss Bruna, insieme ne abbiamo passate tante ed è forse per questo che ancora ci sopportiamo. Convincerla ad affrontare la neve è stata una mezza battaglia: ha smesso di protestare solo quando sotto Oneda le ho fatto vedere un bel capriolo maschio con delle magnifiche corna ancora in velluto. (In realtà  mi ero fermato in quella curva per fare una foto alle Grigne ma l’occasione fa l’uomo ladro…)

Da venerdì, quando ero salito in cima al corno Occidentale, era caduta altra neve e tutto era nuovamente immacolato ed ovattato di bianco. Tuttavia, visto che non ci eravamo messi in marcia troppo presto, la traccia avanzava ben battuta attraverso la neve polverosa.

«Benvenuta nel mio regno» le dico allargando le braccia. La nostra è una semplice passeggiata ma è bello essere ai Corni. Eccovi la magnificenza delle nostre montagne di casa!

Davide “Birillo” Valsecchi

White Horn

White Horn

Quando nella valle risuona la sirena dell’Oltolina io sono ormai quasi arrivato a Pianezzo. La strada che risale da Oneda è coperta di neve, cinque centimetri buoni in più da quando ero passato  domenica. Davanti a me, probabilmente ieri, qualcuno è salito e sceso con gli sci e le sue sono le uniche tracce che si uniscono alle mei. Superato Pianezzo la neve torna ad essere immacolata, vergine.

Punto dritto all’attacco del Caminetto risalendo attraverso il bosco. Il cielo si era fatto azzurro e qualche raggio di sole era filtrato attraverso le nuvole, poi tutti si è nuovamente coperto rendendo ogni cosa silente, quasi in attesa: io affondo fino al ginocchio godendo di ogni passo.

Mi avvicino all’attacco con cautela cercando di capirne le condizioni. Quando gli arrivo sotto affondo nella neve che ha già scaricato, riparo a sinistra sotto lo sperone di roccia ed inizio a vestirmi.  Casco, ramponi, imbrago, piccozza: “Sei da solo, prima mettiti tutto e poi andiamo a vedere se si passa…”.

Il canale mi piace, quello che doveva muoversi sembra averlo già fatto e ciò che resta è a tratti soffice e a tratti ghiacciato: “Oky, andiamo”. Piccozza nella destra e con la sinistra, quando serve,  scavo in cerca di appigli sotto la neve (una seconda picca non sarebbe stata male). I ramponi si fanno indispensabili lavorando con le punte dove è troppo dura e compatta per gradinare.

Un passo alla volta, senza fretta. Lavoro con calma, in silenzio, lasciando che siano solo i pensieri ad agire. Quando rimonto il caminetto un ultimo breve tratto di neve mi separa dalla croce: attorno a me solo il vuoto, il lago e le altre grandi montagne. Non c’è nulla lassù, solo io ed una sconfinata quiete che sembra espandersi in ogni direzione fino all’orizzonte. “Ciao Corni, sono tornato! Sono ancora qui!”

Probabilmente esistono montagne più belle ma scendendo  in equilibrio lungo la cresta la mia mi appare stupenda. Arrivo fin sopra la spaccatura del “Passo della Vacca”. Sotto la neve, da qualche parte, c’è un anello con cui calarsi ma i fianchi del canale sono ancora carichi. Volevo provare a risalire dritto lungo il fianco di destra, dove la pendenza aumenta, ma  non credo la neve sia assestata o abbastanza solida da reggere:”Se solo facesse più freddo…”

Lassù non c’è posto per la tristezza o i rimpianti, lassù tutto ti assorbe e ti sostiene: il problema infatti e non andare in basso, o per lo meno non andarci troppo in fretta. Scatto qualche foto e torno sui miei passi fino all’uscita del Caminetto. Qui i “Vecchi” hanno piazzato un magnifico spit ad anello a cui mi assicuro con la Daisy Chain: stendo in doppia la mia statica da 30 metri ed inizio a calarmi.

Finiti i 15 metri della mia breve doppia (sarebbe buona cosa avere una corda da 60 e fare due doppie) mi tocca arrangiarmi in libera con piccozza e ramponi. “Con calma birillo, scendere scendiamo, l’importante è non scendere troppo in fretta…” Sghignazzo da solo lavorando con la punta della piccozza mentre tasto la roccia e la neve.

Sono partito da Oneda alle sette e mezza, alle nove e venti  ero in cima al Corno Occidentale ed alle dieci meno dieci di nuovo sotto l’attacco del Caminetto. Ora il tempo  faccia quello che vuole, la mia parte io l’ho fatta.

Curioso verso il Corno Centrale ma la normale da Ovest è tutta slavinata, la neve è smossa ed è rovinata a valle lungo il pratone precipitando nel vuoto oltre il sentiero sottostante: la gente spesso risale da Fo senza fare caso a quanto davvero quel breve tratto possa essere pericoloso. Se voglio andare in cima lassù dovrò provare dal lato Est anche se probabilmente da quella parte la neve sarà già stata mangiata dal sole.

Comunque sia non oggi, forse domani o magari il prossimo inverno. Chi può dirlo? Veramente importa? No, lassù tutto acquisisce un senso e perde di importanza. Questo è il vero grande segreto. Eccovi alcune foto di un mondo magnifico.

Davide “Birillo” Valsecchi

Dancing with MySelf

Dancing with MySelf

DSCF2382-001On the floor of Tokyo or down in London town to go. With the record selection and the mirror’s reflection I’m dancing with myself.  When there’s no-one else in sight in the crowded lonely night,  well, I wait so long for my love vibration and I’m dancing with myself.

Oh dancing with myself,  dancing with myself. Well there’s nothing to lose and there’s nothing to prove: I’ll be dancing with myself.

If I looked all over the world and there’s every type of girl, but your empty eyes seem to pass me by: leave me dancing with myself. So let’s sink another drink ’cause it’ll give me time to think. If I had the chance I’d ask the world to dance and I’ll be dancing with myself

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