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SAS XIX: esercitazione ai Corni

SAS XIX: esercitazione ai Corni

Domenica splendeva un sole magnifico e nel mio peregrinare per i Corni di Canzo ho avuto modo di assistere ad uno “spettacolo” davvero speciale: sul corno Occidentale, infatti,  il Soccorso Alpino si esercitava sperimentando le manovre per la calata di un ferito.

Molti membri del soccorso sono miei amici, avevo capito che stavano organizzando qualcosa e per questo sono andato a curiosare. Per evitare la tentazione di salire sui Corno ho deliberaramente lasciato a casa ramponi e piccozza limitandomi ad osservare dal basso: non si interferisce MAI con le attività del Soccorso!

Appoggiato al crocefisso di legno dei Corni li ho osservati mentre eseguivano le manovre per la calata di un ferito lungo uno dei canali a nord ovest del Corno Occidentale. Sebbene a distanza riconoscevo le voci e le movenze degli amici apprezzandone le manovre.

Normalmente, per rispetto, non mi sognerei nemmeno di fotografare un soccorso  tuttavia, essendo un’esercitazione, ho potuto sbizzarrirmi con il teleobbiettivo.

Siamo fortunati ad avere una squadra simile pronta a darci supporto. Ancora una volta un sentito ringraziamento a tutti i volontari del Soccorso Alpino!

Davide “Birillo” Valsecchi

Come contattare il Soccorso Alpino per chiedere aiuto.

Sunset Brotherhood

Sunset Brotherhood

Sabato il sole sembrava primaverile e le montagne brillavano innevate. Per me, tuttavia, questo è un periodo piuttosto strano, un momento in cui faccio davvero fatica a capire cosa voglio, cosa vado cercando. Il mio andare per monti è infatti errabondo, fatto di desideri confusi e mete quasi impalpabili che il più delle volte si tramutano in un nulla di fatto.

Forse è la neve, o forse le mille chiacchiere che sulla neve si sono fatte. Comunque sia in questi ultimi due mesi fatto davvero poco, o forse sono io ad avere la percezione di non aver fatto abbastanza. Avevo voglia di tornare alle origini, avevo voglia di lasciare le cime e di reimmergermi nelle foreste. Anni fa i miei racconti erano densi di silenzi, di caprioli sorpresi al pascolo o di panorami insospettabili. Forse meno alpinista e più selvatico.

Volevo andare ai Corni ma temevo di ritrovarmi attorno ad una croce coperta di neve ed affollata di gente. Forse sono solo un egoista o forse cerco solo un intimità che pare andata persa. Per questo avevo lasciato scorrere la mattina attendendo il pomeriggio, attendendo che tutti avessero iniziato a scendere: “Il crepuscolo, il tempo di confine tra la luce ed il buio. Quello è il tuo momento, Birillo”.

Poco prima di uscire di casa butto l’occhio al computer e, curiosamente, vedo mio fratello on line su FaceBook. “Vieni ai Corni?” la domanda non aveva alcuna pretesa e credevo fosse destinata a cadere nel vuoto. “Okay! Si può fare!”.

Completamente alla sprovvista sono passato a prenderlo. Al primo sguardo scoppio a ridere: “Vuoi venire così? Coviene che torniamo a casa mia a prendere qualche pezzo di ricambio!” Mi slaccio uno scarpone e glielo lancio “Ti sta?” Lui lo infila e annuisce: fortunatamente i fratelli Valsecchi, sotto sotto, hanno lo stesso stampo. “Okay, prendiamo un paio di mei vecchi scarponi e delle braghe impermeabili. Non moltissima ma c’è neve lassù!”

Un ora dopo siamo a Pianezzo. Vaghiamo tra la neve errando sotto la parete Fasana.“Hey nelle foto non sembrava tanto grande!” E’ la prima volta che io e lui andiamo lassù insieme. Lo porto a fare un tour ai pilastri ed alla grotta del Sindaco “Appena avrò finito di sistemarla quissù ci si potrà bivaccare: sarà uno spettacolo l’estate quassù!”

Mio fratello, piegato tra i due piani di roccia invasi dal fango, mi guardava dubbioso con un espressione tra l’incerto ed il raccapricciato: credo dovrò lavorare ancora parecchio prima di convincerlo a passarci una notte.

Mentre il tramonto avanzava ci siamo riparati alla croce del Corno Orientale. “Mettiti questo, uno sopra l’altro, e chiudi bene la giacca. Con il tramonto arriva il vento e qui soffia forte!” Il vento infatti si alza impetuoso, gelido e graffiante. Lo squilibrio termico dura una decina di minuti e poi, finalmente, il vento sembra scomparire mentre le ombre iniziano ad accentuare i contorni delle montagne.

Le Grigne si fanno di un grigio intenso mentre ad oriente il Monviso svetta negli ultimi raggi di sole. Mio fratello è un promettente musicista, per me è stato un intenso piacere condividere con lui un po’ della mia poesia. Così,mentre il buio avvolgeva ogni cosa, i due “Sunset Brothers” facevano ritorno alla valle: una magnifica salita.

Davide “Birillo” Valsecchi

«Attenti a quei due»: prima ripetizione invernale

«Attenti a quei due»: prima ripetizione invernale

mattia-attenti_a_quei_due-invernaleCi ritroviamo sotto la Parete Fasana con il naso all’insù: è il 21 Dicembre, primo giorno d’inverno. «Sarebbe la prima ripetizione assoluta in invernale, ma hai visto come è ridotta?! Cola acqua da tutte le parti!!» Attorno a noi è tutto coperto di neve, una pioggerellina mista a neve sembra rinforzare. Nello zaino abbiamo tonnellate di materiale ma tutto sembra esserci contro. «Sarebbe davvero strepitoso riuscirci, la via la conosciamo, le soste sono vecchie ma buone, però…  però  infilarsi in quell’oceano in questi condizioni sarebbe davvero da stronzi. Già, davvero da stronzi. Questa è la nostra parete: dobbiamo solo aspettare che non piova. Non possiamo mancarle di rispetto violentandola così: ci ha già preso a calci in passato!»

Restiamo in silenzio un attimo. Poi decidiamo «Facciamo un regalo di Natale a Renzo e Giorgio, facciamo la prima invernale di Attenti a quei due!!» La via che i due veterani hanno aperto due anni fa ha un passaggio tosto di 6a ma è attrezzata alla perfezione e, salvo alcuni tratti dove la roccia è friabile, è completamente protetta.

Ci spostiamo sul Corno Occidentale ed attacchiamo. Il freddo alle mani è violento, i guanti si inzuppano e non resta che procedere senza mentre la roccia sembra mordere le dita. Alla prima sosta Mattia infila le scarpette e comincia a lavorare in aderenza sulla roccia bagnata.

Le dita non mi si scaldano, il dolore sembra travolgermi mentre inutilmente cerco di rimediare. Nella mia testa urlano mille maledizioni e recriminazioni che si trasformano in rabbia. Perché? Perché sono appeso quassù? Perché faccio questo a me stesso? Perché tanta sofferenza? Il mio mondo si incrina e a due mani colpisco la roccia urlando in silenzio. No, dannazione! No!

L’ultima volta che una cosa simile mi era successa ero a seimila metri in India, quella volta mi si erano congelati i guanti: dolore e paura avevano raggiunto nuovi primati quella volta. Il ricordo non aiuta affatto. La crisi dura un istante, probabilmente Mattia nemmeno se ne accorge. Poi, rapida come era arrivata, se ne và, morendo in un respiro più profondo: le mani tornano mie così come il coraggio. La mente è il motore, il resto è un optional.

Riparto, scavalco il traverso ed appeso alle clessidre risalgo fino alla sosta successiva. Arrampico con gli scarponi: ad ogni movimento mi domando stupito come i Grandi abbiamo potuto fare così TANTO in simili condizioni!

Il terzo tiro è la placca a graspoli. Mattia lavora in artificiale fino al passaggio chiave oltre la placca. Lì non c’è nulla da tirare e tutto è invaso da una viscida patina bianca. Trattengo il fiato mentre prova il passaggio. Due movimenti morbidi e Mattia è passato. Si ferma e ride a fiato corto: è stata dura anche per uno come lui!

Sulla placca mi tiro su di braccia sfruttando i fix, gli scarponi scivolano e sgambetto come un cartone animato.  Nel passaggio chiave sono nei guai. Non ho nulla da tirare, le prese “buone” sono tutte in alto e di alzarmi con i piedi non c’è  modo. Faccio un paio di tentativi ma sono inchiodato al fix. «Dannazione, non riesco a passare!» Inizia a piovere per davvero. Devo fare qualcosa. «Fanculo… tieni che provo fuori via!» Mi sposo sulla destra fino a raggiungere un crinale. Mi appendo ad alcune lame e mi tiro su fino ad un cengia dove un “coccodrillo” di roccia inizia a ballare sotto le mie mani! «oh cazzo… Okkio che pascolo in mezzo alla schifo!» Accarezzo il coccodrillo sperando si acquieti mentre mi sposto di nuovo verso sinistra rientrando in via sopra il passaggio chiave.

«Cazzo, cazzo, cazzo!!» Attacco la longe in sosta e tiro fiato. Sistemo il reverso e Mattia riparte. Mancano due tiri, dovrebbero essere facili ma il destino non vuole darcela vinta. Mattia, con il suo tocco morbido, appoggia la mano sotto il diedro su un melone di roccia che inizia a dondolare (chiunque altro avrebbe fatto il disastro!). Il gelo ha trasformato gli equilibri rendendo gli incastri instabili. «Occhio, questo balla e soprattutto non so cosa tien sù! Provo a passare ma ho paura di prenderlo dentro con lo zaino. Occhio!» Direttamente sopra di me c’è una massa informe di sassi incastrati che, dondolando, mi salutano dall’alto: se quella roba parte io sono fottuto, davvero fottuto!

Mattia passa oltre il diedro, chiama la sosta ed inizia a recuperami. Avanzo tra roccia, neve e terra sfruttando il Vibram degli scarponi. Tiro un respiro e scavalco le rocce traballanti infilandomi in una fessura sulla sinistra. Mi incastro nel diedro con lo zaino e letteralmente striscio all’indietro su un piccolo terrazzo. Allungo le mani e mi raddrizzo puntando i piedi ed attaccandomi al rinvio. Mentre lo faccio il terrazzino su cui stavo cede di botto, mi ritrovo a penzoloni appeso al rinvio mentre una scarica di sassi grandi come palloni da basket rimbalza sulla parete centrando gli alberi sottostanti. Spavento non è il termine adatto…

«Hey, smettila di demolire la via!» mi sfotte allegro Mattia dalla sosta. Il tiro successivo è un altro passaggio sullo sfasciume e poi, finalmente, la cresta: siamo furi. Abbiamo attaccato alle 10 e mezza, siamo usciti entrambi alle 14.

La cresta è piena di neve ma ormai tutto è alle nostre spalle. La paura, la fatica, il freddo: tutto è rimasto sulla parete,  con noi solo uno strano tepore nel profondo nel cuore.

Buon Natale!

Davide “Birillo” Valsecchi

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Corno Orientale: il gigante silenzioso

Corno Orientale: il gigante silenzioso

Dei tre Corni di Canzo è  quello che spesso viene considerato il meno importante, quello più “facile”. Sulla sua sommità, a poco più di 1230 metri di quota, è posta una grande croce raggiungibile comodamente seguendo un pianeggiante sentiero che parte dal rifugio SEV. Dopo aver superato l’imponente spettacolo della Parete Fasana ed il gruppo dei Pilastri, raggiungere la cima del Corno Orientale sembra davvero poca cosa. Sui versanti Ovest e Nord Ovest sono infatti presenti diversi facili sentieri.

Anche per noi, che proveniamo della Vallassina, il Corno Orientale è spesso poco più che un “piattone” posto ad Est dei due Corni. Spesso ne apprezziamo il valore solo risalendo dal Corno Rat per affrontare la traversata integrale dei quattro Corni. Anche in questo caso ci si avventura per lo più lungo il tratto attrezzato della propaggine rocciosa che affianca il Corno Orientale più che sul Corno vero e proprio.

Vi è un lato, un anima nascosta, del Corno Orientale che il più delle volte non è visibile e che per le sue caratteristiche è spesso trascurata se non addirittura temuta. Posta al buio dei versanti Nord e Nord Est vi è la grande parete, un’odissea di roccia liscia e strapiombante che si innalza dal ghiaione per quasi 260 metri (praticamente due volte la parete Fasana!).

E’ una parete che affascina e spaventa dove in passato sono state tracciate principalmente solo ardite vie in  artificiale che i pionieri affrontavano armati di staffe e chiodi a pressione.

Domenica scorsa, seguendo nella neve le tracce del mio socio  Mattia che mi aveva preceduto di qualche giorno, mi sono avventurato sotto la grande parete per “toccare con mano” la natura indomita di quel tratto di roccia. Con me c’era Andrea che, probabilmente, non è riuscito a comprendere a pieno perché all’improvviso abbia iniziato a comportarmi come un bambino la mattina di natale.

Ai piedi della parete c’era una distesa di stalattiti di ghiaccio infrante. In molti punti la parete infatti si fa strapiombante e l’acqua che cola dai tetti si trasforma in canne di ghiaccio che, con i primi raggi del mattino, si lanciano nel vuoto precipitando verso il basso.

Eccitante, davvero eccitante. La parete è liscia e strapiombante, percorsa solo in alcuni punti da bellissime spaccature che, tuttavia, sono raggiungili solo dopo aver superato placche all’apparenza impossibili. Se la Fasana era caratterizzata da alte increspature di roccia sormontate da una gigantesca onda, la parete Nord del Corno Orientale è un mare in tempesta in cui bordate paiono arrivare da tutte le parti!!

In quell’oceano Pietro Paredi ha tracciato una via dedicata a mio nonno, Luigi Paredi: con il naso all’insù verso la roccia grigia non posso che ascoltare il richiamo di famiglia.

Ma se le placche sono un rebus tutto da risolvere sul versante NE si innalza il bellissimo diedro della “Via Dell’Oro”, via tracciata nel 1939  proprio dai due fratelli Dell’Oro, Pierino e Darvino. Lasciatoo Andrea in un punto sicuro e mi sono arrampicato per un canale: trovare la piastrina che ne segna l’attacco è stato come trovare il bandolo della matassa, l’inizio di una nuova avventura.

L’inverno, la roccia viscida e fredda impongono pazienza, quando la primavera arriverà a scaldare di nuovo la parete sarà tempo di dare l’assalto al terzo Corno. La Dell’Oro e, se saremo in forma, anche la magnifica Stella Alpina e la sua strepitosa lama che corre sotto il grande tetto.

Davide “Birillo” Valsecchi

Corni: Ferrata Invernale

Corni: Ferrata Invernale

DSCF2714«Siamo al Cerro Torre o ai Corni di Canzo?!» Una cascata di neve e ghiaccio rotola giù per la roccia verticale bussando innocua sul mio casco. Luca e Stefano, abbarbicati al  ghiaccio sopra di me, se la ridono allegri mentre mi copro di bianco. No, non siamo in Patagonia ma lo scenario è davvero d’eccezione ed eccezionale. La ferrata del Venticinquennale ai Corni di Canzo è imbiancata ed in condizioni strepitose: roccia grigia colma di neve farinosa negli appoggi e di ghiaccio bianco negli anfratti e nei colatoi. Un autentico spettacolo!

Davide “Birillo” Valsecchi

Il Ruggito dei Corni

Il Ruggito dei Corni

Quando la squadra si mette in marcia una pioggerellina leggera sembra intenzionata a rinforzare, ma è solo quando mancano un paio di curve a Pianezzo che il cielo decide di darci una bella sciacquata. Mantelline e copri-zaini: risaliamo fino al rifugio della SEV barricandoci attorno alla stufa.  «Bene Signori, oggi una lezione tra le più difficili: vita da rifugio!» Qualcuno, che se la ghigna, mi sfotte alludendo ai quattro giorni in cui sono rimasto bloccato alla Capanna Margherita. Alle volte capita…

Stipati sulle panchette facciamo saltar fuori dagli zaini cordini e moschettoni: «Bene, è ora di imparare un po’ di teoria, quelle quattro nozioni base che diventano oro quando la situazione rischia di diventare rognosa». Un giro rapido di presentazione per sua eccellenza il Mezzo Barcaiolo e suo cugino il Barcaiolo, nodo delle guide infilato e dell’amore,  poi ci si tuffa sulla piastrina gigi passando per il prussik ed il machard. «Un nodo può essere fatto solo in due modi: giusto e drammaticamente sbagliato. Vediamo se indovinate quale dei due vi salva la pelle?»

DSCF2438La compagnia trascorre al caldo una piacevole ora gingillandosi tra asole e trefoli. Poi, quando sembra iniziare a spiovere, ci rinfiliamo le giacche e torniamo fuori tra la nebbia. Allegri, sebbene un po’ infreddoliti, attraversiamo fino al crocefisso di legno arrivando all’attacco della Ferrata del Venticinquennale. «Che si fa? Saliamo?» Domandano «Manco per sogno! La placca forse è abbastanza asciutta ma ascolta le tue mani: lo senti il freddo? Lo senti come l’umidità morde le dita? Con la roccia viscida devi lavorare tutto di braccia e ti garantisco che con questo freddo umido la catena e la roccia ti gelano via le dita in cinque minuti. Niente gambe e niente braccia: solo guai! Per affrontare la ferrata ora devi essere capace e devi pedalare come si deve. Se restiamo dentro più di un ora o qualcuno si blocca sono rogne vere e per tutti.»

Il tempo è stato spesso inclemente durante le nostre recenti uscite ma io credo sia stato un bene: con il sole tutto sembra semplice, la gente impara poco ed ancor peggio rischia di montarsi la testa. «Fidati, qualcosa per incasinarti la giornata la troviamo lo stesso.»

Così la comitiva, diligente ed entusiasta come sempre, riparte risalendo il ghiaione e costeggiando la base del Corno Occidentale fino a giungere ai piedi del Caminetto. «Bene, nello zaino abbiamo tutto l’equipaggiamento, visto che ce lo siamo portati fin qui è ben indossarlo. Imbraghiamoci e caschetto in testa. Questo è il caminetto, un tracciato su roccia EE, ossia per escursionisti esperti. Sono quaranta metri, ben appigliati ma quasi in verticale. E’ un secondo grado, forse terzo: con il bagnato va affrontato con testa e metodo.»

Uno alla volta tutti si infilano nello stretto camino risalendo tra le due ali di roccia fino alla cima del Corno Occidentale. Tutti insieme ci stringiamo insime alla croce di vetta per una foto mentre tutto attorno a noi è avvolto da una densa coltre di nebbia. Io ed i miei quattro “scagnozzi” ci concediamo una foto tutta speciale.

«Quello che va su deve tornare giù, preferibilmente tutto intero!» Con una corda da 50 attrezziamo una fissa che scende lungo il percorso affrontato in salita. Qualcuno si auto assicura con un nodo machard, lo stesso usato per le calate in doppia, mentre per chi è più titubante stendiamo una calata con una statica da 30. Mentre osservo Franco manovrare il barcaiolo non posso che apprezzare come, nonostante il cattivo tempo, tutte queste manovre siano un’esperienza anche più importante delle “semplice” ferrata. «Presidente, ti dirò, queste uscite sbarazzine mi piacciono parecchio. Stanno imparando molto e soprattutto tutta roba che torna sempre buona». Anche lui è soddisfatto di come abbiamo dato una svolta alla giornata. Certo, c’è un po’ di delusione per la mancata salita in ferrata ma la squadra è comunque entusiasta e la cosa mi galvanizza. La pioggia comincia a mischiarsi a spruzzate di neve ed i Corni diventano piacevolmente Alpinistici: mi piace!

Ritornati alla Sev ci infiliamo a tavola: brasato, coniglio, polenta e vino rosso. Mi piace anche questo! Il clima è di festa, si fantastica, si fanno piani e si raccontano storie. Per qualche ora sembra di essere tornati all’epoca d’oro!!

Poi smette di piovere, le nuvole si diradano e l’azzurro appare all’orizzonte. L’idea di assaltare la ferrata stuzzica ma, io per primo, ho dato troppa confidenza al vino per andar tranquillo con dei ragazzi alle prime armi. «Bene truppa: andiamo al Corno Orientale a smaltire il pranzo!» La passeggiata, quasi pianeggiante, ci porta a sfilare sotto la magnificenza della Parete Fasana e la bellezza dolomitica del Pilastrello. Alla croce apprezziamo finalmente il panorama dei corni in tutta la sua bellezza concedendoci un’altra foto di cima.

«Okay, ve lo siete meritato: vi mostro la segretissima grotta del tasso!» Inerpicandoci sulle pendici del Corno Centrale porto la squadra a vedere la grotta dove io ed il buon Fabrizio ci siamo spaccati le ossa scavando ed esplorando questa primavera. «Oh ma è una figata! Ma ci sei mai venuto a dormire qui?!» La grotta è orizzontale, alta una quarantina di centimetri ma abbastanza ambia da accogliere otto o nove persone sdraiate. «Ancora no, ma appena arriva la neve conto di testare il bivacco invernale.» Rispondo ammiccando. «Acqua in bocca su dove sta: è un segreto!»

Dalla grotta tagliamo attraverso le roccette fino a raggiungere il sentiero attrezzato che scende  dalla dorsale del corno Centrale. Li osservo muoversi sulle catene, fare attenzione ai sassi e tenersi d’occhio l’un l’altro: hanno imparato bene, davvero bravi.

Mentre lasciamo Pianezzo alle nostre spalle il sole irrompe caldo sul Lario. «Dannazione, sto davvero invecchiando: domani sarà una giornata magnifica e a me toccherà stare in ufficio.» Il socio mi guarda e ride «Forse più che vecchio ti stai semplicemente civilizzando!». Forse… o forse no. Comunque sia:  alla prossima!

Davide “Birillo” Valsecchi

Corno Occidentale: Variante SEM

Corno Occidentale: Variante SEM

La pioggia al mattino era caduta intensa e l’umidità trasudava ovunque in questa giornata d’autunno ai Corni: acqua sul rosso delle foglie, sul prato ingiallito e sulla roccia scura. Poco distante dal crocefisso in legno c’è una grossa roccia sormontata da un alberello spoglio: il punto migliore da cui studiare la parete Sud-ovest del Corno Occidentale. Appollaiato su quello sperone osservavo la nebbia risalire da Valmadrera superando la Colma di Ravella. Non c’era molto da sperare nel tempo.

Me ne stavo lì, in uno dei tanti momenti di solitudine vissuti sui Corni. Davanti a me il Corno Occidentale. Suo fratello, il Corno Centrale, è stato il campo di battaglia degli ultimi mesi, l’inquietante scenario in cui ho accarezzato soddisfazioni travolgenti ed attimi di interminabile paura. Ora la sfida si era spostata ad occidente.

Quel giorno però era diverso. Non dovevamo inseguire le antiche vie storiche, nessuna traccia dimenticata e pericolosamente abbandonata al destino es al tempo. No, oggi dovevamo affrontare una via moderna, una via attrezzata come si deve e disegnata da due amici, due “vecchie volpi” di oltre sessant’anni che, a giusto merito, possiamo considerare i nostri mentori: Renzo e Giorgio, che coppia! Davvero difficile non affezionarsi a loro!

Già, la via è ”Attenti a quei Due” ed è tanto che volevo percorrerla. Se ci fosse stato un occhio di sole tutto sarebbe stato diverso ma a volte con la luce sbagliata ci si può sentire a disagio anche a “casa” propria. La paura si nutre di dubbi, si alimenta di incertezze ed appesantisce come una zavorra: non è mai piacevole arrampicare “pesanti”.

Quando arriva Mattia è allegro e scherziamo insieme guardando la parete e le chiazze d’acqua sulla placca: “Asciugerà” mi dice, ma entrambi sabbiamo che non è vero ed accettiamo la cosa indossando l’imbrago e l’attrezzatura.

Il primo tiro mi inquieta e la cosa è divertente perché, non più tardi della settimana prima, avevo “giocato” in quel tratto di roccia arrampicando da solo ed in libera. L’acqua e l’umido accentuano la percezione d’instabilità che contraddistingue quel tratto friabile alla base della parete. All’improvviso il panico: mani e braccia sono aggrappato ad un grosso masso e la mia mente realizza che non c’è alcuna certezza che quel bisonte sia parte della parete, che non sia semplicemente “appoggiato” e pronto a trascinarmi a valle con sé. Anche i respiri fanno peso, con leggerezza ed urgenza mi sfilo aggrappandomi sulla sinistra a speroni nemmeno troppo rassicuranti. Forse era stata solo una sensazione, un illusione alimentata dalla nebbia e dall’umidità ma arrampicare è quasi sempre una questione di “sensazioni”, siano esse vere o illusorie.

Poco più sopra mi attacco a due mani al rinvio e mi sporgo verso il basso con la punta del piede: ”E’ la giornata giusta per fare un po’ di pulizia”. Basta un leggero tocco ed macigno grande come mezza lavatrice si muove nel vuoto riempiendo di schianti la valle: esplode fermandosi nel ghiaione sottostante. “Ora non c’è più il rischio che qualcuno abbia la cattiva idea di tirarselo addosso!”.

Alla prima sosta dobbiamo rimontare una pancia sporgente per raggiungere finalmente la placca. L’acqua aveva reso fradicio quel punto e guardandolo dubitavo davvero fosse possibile passare. Giorgio e Renzo hanno però scelto il passaggio giusto e, nonostante l’acqua, gli appigli presenti erano tanto buoni da reggere sicuro l’appoggio anche in quel viscidume: finalmente siamo sulla placca!

Quelli che seguono sono due tiri attraverso roccia splendida, forse la migliore incontrata sui Corni. Clessidre, appigli e graspoli di roccia rendevano quel tratto entusiasmante nonostante l’umido e l’acqua. Le incertezze del tratto friabile erano ormai un ricordo: “Che spettacolo! Valeva davvero la pena passare quello schifo per arrivare qui!!”

Il cuore del terzo tiro è una placca verticale solcata da mille minuscole increspature di roccia. Una meraviglia che è probabilmente il simbolo della via. Purtroppo l’acqua ci ha impedito di godere a pieno di quel tratto ed ha imposto una certa decisione per superare il successivo tratto appoggiato, invaso dalla “melma”, ed il piccolo tetto che lo sovrasta. “Peccato, asciutto questo posto deve essere uno spettacolo!”

Rimontiamo fino alla terza sosta ed al “bivio”. Mattia ha infatti aperto una variante che, attraversando sulla destra, attacca la pancia sovrastante che la via originale supera sulla sinistra. Il tiro successivo è infatti un lungo traverso molto godibile che conduce fino alla sosta successiva alla base del diedro obliquo che rimonta la pancia di roccia.

Purtroppo anche qui l’acqua sembrava accanirsi sul punto critico. Mattia prova il passaggio ma i piedi non sembravano voler restar attaccati alla roccia ed è stato costretto a fermarsi. “Ridicolo, questa variante l’ho aperta io e con il trapano in spalla: ridicolo che non riesca a passare!” Mentre tira fiato mi racconta un po’ di quel passaggio: “Ho cercato di mantenere il giusto rapporto tra chiodatura e sicurezza, volevo che nessuno si facesse male ma che il passaggio, che dovrebbe essere un 6b, non fosse snaturato: chi passa se lo deve guadagnare senza tirare.” Poi ridendo ha proseguito “Comunque appena oltre il passaggio ho messo per sicurezza uno spit. Quando sono passato io la prima volta ho infilato al volo un dado in una fessura ma non è stato un gesto banale. Quindi L’ho messo per evitare che qualcuno si metta nei guai: se passa e non ne ha più può almeno  mettersi subito in sicurezza.”

Io ho guardato le macchie d’umido e cercato di tirare l’acqua al mio mulino: ”Guarda Mattia, se il passaggio è troppo bagnato non vale nemmeno la pena rischiarsela. Da qui, sulla sosta, con una doppia dovremmo raggiungere la ferrata ed uscire comodi comodi”. Mattia ha riso come fa sempre: ”Sì con una doppia si esce sulla ferrata da qui. Ora però fammi sicura che passo! “. Dieci minuti dopo lui era alla sosta successiva mentre io cercavo di sfruttare i miei cordini a modi staffa nel tentativo scomposto e maldestro di passare quell’abisso strapiombate!!

Quando ci siamo ritrovati nuovamente insieme alla sosta la nebbia era calata ed uno strepitoso tramonto stava dando magnifica mostra di sé: ”Quelli che stanno sotto la cappa non avranno nemmeno idea di quello che si stanno perdendo sopra la loro testa!”

L’ultimo tiro ci riporta sul sentiero di cresta: era dalla Fasana che non riuscivamo ad uscire insieme da una via ai Corni!! Complimenti a Renzo e Giorgio per la via e a Serena e Mattia per la variante SEM (Serena e Mattia): avete reso un magnifico omaggio alla mostra montagna!!

Davide “Birillo” Valsecchi

Bentornato ai Corni di Canzo

Bentornato ai Corni di Canzo

Da quando sono sceso dall’Etna, tre settimane fa,  sono rimasto a digiuno di montagna e di roccia. Il bisogno di tornare “a casa” si era fatto intenso ma la pigrizia ed il cattivo tempo sembravano avere la meglio. Così oggi, quando il sole ha iniziato a splendere, mi sono infilato in strada ricalcando passi che ben conosco.

I Corni di Canzo, ancora una volta, hanno saputo accogliermi e mostrarmi qualcosa di nuovo. Ognuno di noi ha una propria montagna, un’ ansa di fiume, una discesa preferita o un proprio posto segreto: il mio, fortunatamente, è ancora tutto da scoprire!

Il piano originale era percorrere la ferrata del Venticinquennale e compiere la traversata dei tre corni  ma, alla fine,  mi sono semplicemente dedicato al Corno Occidentale: l’impegno è stato pienamente ripagato!

Giunto all’attacco della ferrata ho aspettato ad indossare l’imbrago, ho appoggiato tutta la mia roba in un angolo ed ho cominciato a girovagare. Ben presto mi sono ritrovato in libera nei posti più strani ma ero in forma e rilassato: quando sono rilassato arrampico bene e quando arrampico bene sono rilassato!

Ho trovato alcuni punti davvero interessanti sul lato Sud, ho percorso il primo tratto della via “Attenti a quei due” fino a raggiungere l’albero ai piedi della placca tagliano poi verso sinistra e riguadagnando il prato.  Sempre da quelle parti ho trovato un vecchio “otto” smarrito ed ammirato la breve ma bellissima fessura verticale che si innalza a breve distanza dalla lapide di Alfredo, anni 18 classe 1943. (Prima o poi attrezzerò quella fessura e gli daremo il tuo nome, Alfredo!)

Indossato l’imbrago ed il caschetto ho attaccato la placca iniziale della ferrata. Poche volte l’ho superata con tanto stile in passato. Me la sono goduta appiglio dopo appiglio fischiettando felice “Kindom Come” dei Manowar (una cosa imbarazzante!!) completamente assorto e distante. Solo quando mi sono voltato due passanti sul sentiero, immobili con il naso all’insù, mi hanno fatto capire quanto “bella” e “morbida” fosse stata la mia salita.

Superata la placca mi sono imbattuto in un ancoraggio del vecchio tracciato, ormai smantellato. Quasi non ricordo come fosse la vecchia ferrata e così, semplicemente sganciando i moschettoni, mi sono messo a percorrere in libera la vecchia traccia. Certo, non è cosa da fare alla leggera, ma è meno difficile di quanto sembra visto che il vecchio tracciato scendeva fino al prato pensile risalendolo.

Non ricordo l’ultima volta che ero stato in quel luogo ormai quasi dimenticato. Ho attraversato il prato spingendomi fino alla sommità delle pareti che avevo osservato poco prima dal basso (ho “idee” su quei camini!!). Il bello di ritrovarmi sul prato è stato poter ammirare nella sua interezza tutto il lungo traverso e la scala della ferrata: solitamente si è troppo “sotto” la roccia per poter ammirare quelle pareti.

DSCF2060Dalla cima del Corno Centrale un paio di escursionisti cominciavano ad osservarmi incuriositi e così, rimontando una breve placca, mi sono riagganciato alla ferrata superando la scala metallica. Ormai ero però “contaminato” dalla voglia di arrampicare e così, invece che proseguire a destra per il secondo tratto di ferrata,  ho deviato a destra addentrandomi attraverso bellissime placche calcaree. Il grado non superava il terzo (credo…) e la roccia era ben appigliata, pulita e ben fornita di piccole clessidre: è stato come nuotare tra placide onde!! Bellissimo!

In questo tratto ho trovato una vecchia lapide che mai in passato avevo notato: Nino Bertola, anni 20 “prematuramente spentosi precipitando dalla sottostante parete” nel 1925. I Corni, i bistrattati Corni, conservano il ricordo di tanti di questi ragazzi appartenenti ad un tempo lontano. Io, come loro, mi aggiro tra queste rocce in cerca di qualcosa, probabilmente della stessa cosa, e quindi non posso che considerarli “amici” sentendo vicina la storia di questi “sconosciuti”.

Il sole era caldo ed io giravo a pieno regime e così, invece di percorrere il sentiero, ho semplicemente continuato a girovagare arrampicando anche sul lato nord.  Ero in cerca di “canali” da percorrere in salita durante quest’inverno che tutti promettono abbondante di neve. Posso dirvi che la ricerca è stata fruttuosa ed in molti casi, sebbene con materiale un po’ datato, ne ho trovati di attrezzati.

Giunto alla croce mi sono tolto un ulteriore sfizio scendendo dalla variante est, la via meno frequentata e alternativa al famoso caminetto dei Corni. Nonostante sia stato in vetta innumerevoli volte non l’avevo mai percorsa: non è affatto male ma visto che ai piedi della via vi sono altri cento metri di strapiombo è facile capire perché sia stata trascurata!

Ancora una volta ho giocato sulla “Cresta Baracca” trovando un paio di chiodi non troppo vecchi a breve distanza dalla lapide di Sandro, classe 1926. Prima o poi ci porto la corda e vediamo cosa ci si può fare.

Mi piacciono i Corni, basta cambiare prospettiva e tutto appare come nuovo e da scoprire: sono la misura giusta per me, una montagna più grande mi amerebbe meno!

Davide “Birillo” Valsecchi

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