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Attilio Piacco: secondo round

Attilio Piacco: secondo round

Mattia ed io avevamo un conto aperto con i Corni di Canzo e la parete Fasana: la via Attilio Piacco. Alcune settimane fa avevano percorso metà della via prima di smarrirne la traccia. Desiderosi di portare a termine quella salita siamo tornati nuovamente tra le onde della Fasana.

L’Attilio Piacco è una via del 1967 aperta da Giorgio Redaelli e Roberto Dotti. Nel 1973 Giorgio Tessari ed Antonio Rusconi tracciarono una variante d’uscita che, a metà del diedro centrale della via, taglia verso sinistra. Nel 1979 Giorgio Tessari, nel volume “Valmadrera, montagne e itinerari alpinistici”, descriveva la via in questo modo: “Via molto bella, con tratti in artificiale; è manchevole di parecchi chiodi e conta una sola ripetizione”. Nel volume “L’isola senza nome” (2005) la via viene descritta come “…via completamente attrezzata ma è comunque utile materiale da incastro e qualche chiodo. Consigliabile”.

Via Attilio Piacco - Corni di Canzo
Via Attilio Piacco – Corni di Canzo

Che Tessari sia arrivato al diedro è cosa certa, chiunque abbia scritto “completamente attrezzata e consigliabile” probabilmente da quelle parti non c’è mai stato e per certo oltre il diedro non si è mai spinto: lassù non è rimasto nulla, solo sassi che ballano, e rogne! “L’isola senza nome” è un libro bellissimo ma prendete le relazioni tecniche delle vie con estrema cautela!

Questa è la storia del nostro ultimo assalto alla Fasana:

Attacchiamo a mezzogiorno. Il primo tiro dell’Attilio Piacco è sulla sinistra, risale una spaccatura verticale e prosegue poi per una cengia ora invasa dall’erba. Era stata soprattutto l’erba a darci i maggiori problemi la scorsa volta e per questo rimontimo dal primo tiro della vicina Cris che, sebbene sia un tiro più complicato, corre sempre su roccia buona e pulita. Nel secondo tiro le due vie in parte si sovrappongono: la Cris devia verso sinistra mentre la Piacco risale dritta.

Probabilmente la seconda sosta originale della Piacco era dentro il diedro, tuttavia per raggiungere il diedro dobbiamo risolvere il rebus che ci ha fermato la volta precedente. Raggiungiamo infatti la sosta del primo tiro di una via moderna che abbiamo recentemente scoperto essere la “Cornibus”. Ancora una volta ancorati a questa solida e moderna sosta abbiamo cercato di capire come i primi salitori abbiano superato quel tratto.

La Cornibus rimonta una placca raggiungendo una grossa fessura obliqua e ben appigliata che risale poi fino al diedro. La placca però “butta in fuori” verso sinistra e non permette alcuna protezione né la possibilità di piantare chiodi. Pensare che nel ’67 abbiano rimontato in libera un tratto di 6c+ appare improbabile. L’unica soluzione originale può essere stata solo la fessura a sinistra che, passante sotto una pancia aggettante, rimonta e si ricollega alla fessura obliqua soprastante che ne è la prosecuzione.

L’altra volta Mattia aveva provato a rimontare da quella parte e piazzando tre chiodi aveva superato la pancia che, tuttavia, dista in traverso ancora quasi tre metri dall’unico solitario vecchio chiodo ancora visibile in tutto quel tratto.

Per sicurezza esploriamo anche la cengia erbosa di destra che scende obliqua verso uno spigolo. Anche lì nessun traccia dei vecchi chiodi o segni della vecchia via. Si potrebbe rimontare anche da quella parte ma pare assurdo che la relazioni neppure accenni ad un simile traverso in discesa. No, la via originale passava a sinistra ed è incredibile quante opzioni, difficoltà ed incertezze possano addensarsi in meno di cinque metri quadrati di parete.

“Completamente attrezzata. Consigliabile” recitava la guida: viene da ridere a pensarci. Fermi allo stesso punto morto dell’altra volta abbiamo deciso di fare un tentativo su quel passaggio, per noi durissimo, della Cornibus. Mattia parte, riesce ad alzarsi, si tira dritto ma quando è il momento di scavalcare la pancia della placca non trova nulla che gli possa dare lo spunto per riuscire a rimontare: se cadesse farebbe un pendolo di un metro e mezzo piombandomi addosso sulla sosta o sbattendo sul terrazzino.

Proviamo tutti i trucchi che le nostre corde ci permettono ma sembra non esserci modo di raggiungere lo spit della Cornibus che appare sempre tremendamente lontano. Siamo sul punto di mollare il colpo quando decidiamo di fare un ultimo rocambolesco tentativo. Calo Mattia verso una piccola nicchia erbosa dove, con il coltello, recupera una piccola pianticella che, foglie comprese, sarà poco più di una trentina di centimetri. Mattia, ridendo, infila quest’improbabile “bacchetta” nell’elastico del “frog” e tenta di nuovo il passaggio. In equilibrio precario si allunga quanto più possibile con quell’accrocchio fino a quando il frog “tocca” la piastrina dello spit agganciandosi automaticamente. Appeso al cordino fissato al Frog Mattia mi guarda e ride forte “Fatto!!”. Io davvero non so se essere felice o preoccupato!

Attraversare la fessura si rivela abbastanza agevole e Mattia raggiunge finalmente la base del diedro. La roccia è abbastanza buona, ci sono alcuni chiodi ed è possibile piazzare qualche friend. Finalmente Mattia raggiunge la sosta di quello che è il terzo tiro. Il tiro originale probabilmente partiva dalla prima sosta e si fermava oltre il diedro: una lunghezza tale che oggi forse sarebbe davvero improponibile!

La sosta nel diedro è probabilmente quella della variante Tessari perché sono poi visibili alcuni chiodi che partono verso sinistra. Due spit con delle curiose e vecchie pastrine Cassin come non ne avevo mai viste prima: sottili ed allungate avevano solo un piccolo foro del dieci ed erano collegate tra loro da un vecchio cordino marcio che abbiamo sostituito con una fettuccia sottile.

Fino a questo punto la salita è difficoltosa ma tutto sommato apprezzabile e proteggibile. Sono solo le due del pomeriggio e quindi abbiamo teoricamente abbastanza tempo per affrontare quello che, sulla carta, dovrebbe essere l’ultimo tiro.

Sopra la sosta il diedro termina in un tetto che nella relazione è segnalato come A1 ed è quindi da superare in artificiale. Il problema è che nel passaggio ci sono solo due vecchi chiodi, uno dei due balla ed tutto ritorto. In una fessura è invece curiosamente incastrato di traverso un Nat che ha tutta l’aria di avere preso il volo di qualcuno. Altro in zona non c’è.

Mentre faccio sicura appoggio una mano sulla placca accanto alla sosta. Una scaglia di roccia grande come un vassoio si stacca e tutto quello che posso fare è scodellarla nel vuoto. La guardo precipitare sibilando per sessanta metri prima di schiantarsi in mille schegge nel ghiaione (fa un certo effetto!!). Questa è la roccia con cui, purtroppo, dobbiamo fare ci conti dopo che negli ultimi tre tiri è stata discretamente buona.

Mattia, leggero come non mai, riesce comunque a passare e, superato il tetto, si imbatte nella seconda sosta della via originale: tre chiodi uniti da un canapo. La sosta è un mezzo disastro: due chiodi sono buoni per rinviare mentre uno è decisamente pericolante. Su quella sosta non c’è la possibilità né di recuperare il secondo né di calare il primo: è un vero schifo ed ormai non ci resta che proseguire. “Completamente attrezzata e consigliabile… sto cazzo!!” è il nostro pensiero comune.

Mattia si mette alla ricerca dei chiodi successivi ma trova ben poca roba. Sopra la testa ha una cengia sporgente di rocce malferme e deve spostarsi a sinistra per rimontare un secondo tetto. “Secondo logica appena qui sopra dovrebbe esserci l’uscita o per lo meno una sosta decente. Non possiamo far altro che passare e vedere…”. Questo era il nostro solo piano possibile.

Come ai tempi della Croce rossa iniziamo ad operare “raccontando a voce” ogni gesto cercando di sincronizzarci e rassicurarci il più possibile. Mattia sfrutta tutto il materiale a nostra disposizione, ribatte tutti gli esigui chiodi in loco ed integra con i nostri. Il suono di alcuni chiodi è alquanto sinistro: tutto pare instabile lassù!!

Mattia trova anche la famosa clessidra riportata nelle relazioni: un vecchio cordino marcio la attraversa ma il lato esterno della roccia è tutto scheggiato e sembra che la clessidra sia ormai ben più piccola e fragile di quanto fosse in origine. Sostituiamo il cordino ma non c’è molto da fidarsi…

Mattia finalmente passa il tetto ma, ahinoi, oltre non c’è la tanto sospirata sosta: solo un vecchio e solitario chiodo con un anello. Mattia è ormai fuori dalla mia visuale e mi racconta a voce ciò che ha difronte: mancano ancora una decina di metri e l’unico modo per uscire è superare uno spigolo ed una successiva placca. Forse si potrebbe anche rimontare dritti seguendo un diedro fin sotto il tetto finale ma siamo in un deserto: non c’è più neppure un chiodo, nulla di nulla!

Noi abbiamo finito tutti i rinvii, le fettucce ed i friend. Mattia ha orami solo quattro chiodi all’imbrago ed il vero ed enorme problema è che le corde, dopo i due tetti e lo spigolo, hanno smesso di scorrere: dalla mia parte sono lasche mentre Mattia è costretto ad afferrarle e tirarle a sé ad ogni passo. Abbiamo speso quasi tre ore e mezza in quel tiro e siamo davvero nei guai.

Se ci fosse stata una sosta lassù Mattia avrebbe potuto farmi sicura ed io, salendo, avrei recuperato tutto il materiale per affrontare gli ultimi dieci metri e l’uscita. Invece eravamo nei casini: Mattia per via delle corde bloccate non poteva proseguire e per la natura precaria degli ancoraggi non poteva scendere. Completamente attrezzata e consigliabile: bella cazzata! A saperlo in tre ore e mezzo avremmo rispittato tutto lo stramaledetto tiro!

Resta solo una cosa da fare ma è piuttosto estrema. Mattia pianta tre chiodi nella cengia in cui si trova e si slega lasciando che io recuperi, una alla volta, le due corde. Non è preoccupato ( o quanto meno non lo mostra) ma ora è lassù, da solo sulla parete senza più alcuna corda. Tocca a me ora: inizio a “raccontargli” a voce alta tutto quello che faccio. Recupero le due corde, le lego ed attrezzo la doppia. Lascio la fettuccia, lascio il moschettone a pera e tutti i cordini di rinforzo. “Mattia, inizio a scendere!” gli urlo. “Okkey, prendi le frontali dagli zaini prima di risalire” mi risponde “Faccio in fretta, tieni duro!” “Bhe… sono nelle tue mani adesso…” Lo dice ridendo ma è la stramaledetta verità.

Scendo morbido ma veloce per i sessanta metri che mi dividono dal suolo. “Sono a terra!” “Okkey, anche le corde sono a terra!” Raggiungo gli zaini, infilo le due corde nel mio, recupero le frontali, gli scarponi e tutto il materiale che non ci siamo portati in parete. “Mattia, guarda che vado! Aspettami!” (dove diavolo potrebbe andare?!).

Lo zaino pesa una tonnellata ma ho le ali al culo. Mentre risalgo le catene del versante sud devo impormi di rallentare: non devo cadere, non devo inciampare! Raggiungo il grande prato ed inizio a sporgermi qua e là oltre la cresta per cercare Mattia. Poi finalmente lo vedo e lui vede me!

Per stemperare la situazione gli faccio una foto ed iniziamo di nuovo a scherzare. Raggiungo il punto esatto della cresta sopra di lui e gli calo un capo della corda a cui si assicura. Il prato è inclinato, potrei sfruttare la cresta e fare da contrappeso facendogli sicura a spalla ma comincio ad averne abbastanza della “moda vecchia” per oggi. Ci sono dei fittoni usati in inverno per calarsi sul prato ma, lavorando tutti nel senso opposto, mi sono pressoché inutili.

Dieci metri più in basso c’è una piccola pianta con un tronco abbastanza robusto. La fascio con cordino e rinvio con un moschettone ed un barcagliolo la corda che va verso Mattia. All’altro capo mi lego io e risalgo il prato. Ho steso tutti i 60 metri della mezza: Io e Mattia siamo ora entrambi legati alla pianta, infilo un altro moschettone nell’imbrago e fisso la corda di mattia con un mezzo barcaiolo. Una pianta ed il mio contrappeso: questo è il massimo a nostra disposizione.

Quando finalmente Mattia riemerge dalla cresta ricominciamo a ridere e ci lasciamo cadere entrambi sull’erba del prato. Finalmente, dopo sette ore tra le onde della Fasana, siamo fuori! Il panorama tutto intorno a noi non è mai stato tanto bello!

Tiriamo fiato, mangiamo qualcosa ed iniziamo a scendere. Salvo le corde tutto il nostro materiale è ancora appeso a modi souvenir in parete: “Domani mattina torniamo quassù, ci portiamo quello che serve e ci riprendiamo ciò che è nostro!”

Il giorno successivo siamo di nuovo in marcia verso i Corni, nello zaino 60 metri di statica, equipaggiamento spelo, fix, piastrine e trapano. Oggi non intendiamo andarci leggeri: dopo tanto affetto ed impegno profuso per quella parete è ora di mostrarle di cosa siamo capaci quando ci arrabbiamo!

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Nel caldo sole del mattino abbiamo attrezzato una solida sosta con una catena e, dopo quattro frazionamenti, Mattia ha raggiunto la terza sosta iniziando a recuperare tutto il nostro equipaggiamento. Risalendo sulla corda, con maniglie e crol, Mattia ha cercato tracce della via ma con scarsissimo successo: in quel tratto di roccia instabile sembra non essere rimasto più nulla.

A testimonianza della nostra avventura sulla Piacco abbiamo lasciato un nastro colorato nel punto in cui la roccia diventa davvero pericolosa ed cedevole. Abbiamo disarmato rimuovendo le piastrine ma i fix, qualora a qualcuno servissero, sono ancora dentro.

Se volete affrontare l’Attilio Piacco fatelo a testa bassa e denti stretti, portatevi un pianta spit ed aspettatevi di tutto da quella parete. Fino al terzo tiro è abbastanza fattibile se siete consapevoli quello che vi aspetta, spingersi oltre significa addentrarsi nei meandri più oscuri ed incerti dell’alpinismo esplorativo ai Corni di Canzo.

Dopo aver ripetuto in una stagione la via Fasana, la Cris e l’Attilio Piacco abbiamo deciso che il nostro ciclo sulla grande parete Fasana si è concluso: speriamo che la nostra esperienza possa essere d’aiuto e di ispirazione a chi verrà dopo di noi. In bocca al lupo!

Davide “Birillo” Valsecchi

CORNI: «Testa dei Fra»

CORNI: «Testa dei Fra»

Il titolo avrebbe potuto essere anche “In missione per conto di Giak” perché è stato proprio Giak “Ultratrail” Kominotti a far scattare la mia curiosità. Il mitico Giak mi aveva infatti  chiesto informazioni sulla parete rocciosa che si vede dal Terz’alpe sulla cresta ad Ovest del Corno Occidentale.

Spulciando tra le mie vecchie guide avevo ottenuto ben pochi risultati: “Seguendo la cresta che procede, dal Corno Occidentale, in direzione Ovest, si incontra una parete alta una cinquantina di metri dove esistono alcune vie. Di quelle che si svolgono sulla parete denominata Testa dei Frà, non possediamo alcuna relazione. Ci limitiamo a segnalare ai lettori la possibilità di arrampicare anche in questa zona.”

Oltre a questo due anziane glorie, Bruno e Pietro, mi hanno raccontato di avere arrampicato in gioventù su quella parete lungo una via che corre lungo una grossa fessura. Bruno mi ha anche raccontato un piccolo aneddoto su quella parete: “Avevo perso l’orologio dentro la fessura e non mi era riuscito di recuperalo. L’anno successivo, quando siamo tornati a ripetere la via, l’orologio era scivolato sul fondo della fessura e sono riuscito a riprenderlo. Purtroppo, però, non funzionava più.”

Non mi restava altro che andare lassù e vedere. Partito da casa ho percorso la cresta di Cranno fino alla Coletta e proseguendo fino a quando la cresta incontra il sentiero n° 5. Ho continuato a salire fino dove il sentiero costeggia una pineta pianeggiante, qui ho lasciato la traccia addentrandomi nel bosco verso la cresta.

Lungo il crinale, nascoste dalla vegetazione, ci sono formazioni rocciose che ricordano molto quelle dal Malascarpa e che piano piano diventano sempre più alte e strapiombanti: è un posto molto bello e selvatico. Si segue la cresta fino dove alcune radure erbose su piccole rocce permettono di vedere individuare la grande parete bianca del Testa di Fra. Guardando si è perfettamente sopra il terz’alpe a strapiombo su ripide scogliere nel bosco. Tagliando di traverso e navigando un po’ a vista si raggiunge la base della parete.

Il bosco sta letteralmente divorando la roccia. Alla base della parete si è letteralmente “staccata” una grossa “fetta di roccia” che sporge ora obliqua creando una profonda spaccatura verticale che corre lungo quasi tutta la base. Questa grande lama, in alcuni punti fragile, si innalza formando un paio di belle “fiamme” di roccia. Arrampicandomi sullo spigolo della lama ho potuto alzarmi di una decina di metri emergendo dalla vegetazione sulla parete vera e propria.

“La parete è grande! Davvero grande!” La roccia della parete è buona e ricca di piccole prese e rugosità, tuttavia è terribilmente verticale. Nel settore occidentale sulla sinistra ci sono due fessure che risalgono la parete fino alla cima. Quella più a sinistra pare abbastanza fattibile ed è la più grossa, quella più a destra invece è più piccolina e nella parte finale verticale. In entrambe le fessure ci sono dei vecchi chiodi: probabilmente sono queste le vie di cui mi hanno parlato.

Spostandosi verso destra la parete si fa sempre più compatta e nuda. C’è una prima grande placca completamente vergine mentre un po’ più a destra, sopra la fiamma di roccia, c’è un’altra imponente placca liscia percorsa però da una fila di chiodi a pressione che risalgono dritti ed allineati verso la cima. Deve essere una via artificiale nello stile degli anni 70/80. Ciò che mi ha colpito è che la sosta, posta ad una ventina di metri, è stata attrezzata con un cordino e dei fix/spit (non ho capito bene) nuovi o quantomeno recenti. Forse c’è anche un rinvio abbandonato a metà. Sarei curioso di sapere chi è il “folle” che si è avventurato in artificiale su quei vecchi chiodi a pressione…

Smontando dalla lama di roccia arrampicando in discesa ho riguadagnato il bosco aggirando verso destra la parete e raggiungendo il settore orientale. Il testa dei fra è infatti un grosso pilastro che risulta staccato su tre lati dalla cresta dei corni. Alle spalle vi è infatti un canale abbastanza ampio che separa il pilastro da una seconda parete. A ridosso dello spigolo ci sono altre due vie in artificiale che risalgono superando il piccolo tetto sotto la cima della parete. Sulla destra, dove vi è una spaccatura, ci sono dei vecchi chiodi che rimontano lungo la roccia rotta e che probabilmente guadagnano la vetta sullo spigolo interno. Qui la roccia sembra meno “bella” anche perché tutto è molto più umido e friabile.

Il canale risale ripido tra le due grandi pareti di roccia, è invaso dai detriti e dalla vegetazione. Mi ci sono infilato e, avanzando con un certo sforzo, ho iniziato a dare un occhiata al settore interno. Anche qui un lato della parete è completamente liscio mentre laddove corrono delle spaccature sembra esserci la possibilità di salita. Qui non visto vecchi chiodi ma di certo questo lato è il meno appagante e quello con la roccia peggiore e friabile.

Il canale termina in una specie di ponte di roccia che permette di rimontare verso la cima. Il Testa dei Fra è quindi un grosso pilastro triangolare che solo su un angolo è a contatto con la cresta dei Corni. Salire alla cima è un affare per chi sa bene cosa sta combinando: è un passagino selvatico su rocce a lama invase dalle piante, da un lato cinquanta metri nel vuoto e sull’altro ce ne sono una buona trentina. Okkio!!

Il panorama sul Corno Occidentale è appagante anche se la vegetazione riduce la percezione dell’altezza. Guardando verso il terz’alpe ci si rende incece subito conto di quanto si è a strapiombo! La roccia è estremamente lavorata, molto compatta, densa di clessidre e canalini erosi dell’acqua e dalla chimica del carsismo. Se conserva quelle caratteristiche anche in parete potrebbe essere davvero uno spettacolo.

Sulla cima, a ridosso dell’uscita della parete, c’era uno spit/fix (forse due) ed un cordino che non sembra nemmeno troppo datato. Probabilmente l’uscita della via in artificiale vista dal basso. Dall’uscita alla cima c’è un tratto di un paio di metri non difficile, tuttavia per raggiungere quell’armo dall’alto dovevo scendere un paio di metri in libera rischiando il super tuffo nel vuoto: accontentatevi della foto con lo zoom!

Dalla cima del Testa di Fra ho riguadagnato il ponte sul canale e percorso una vecchia traccia attraverso il bosco e la cresta dei Corni che, come mi aspettavo, spunta nuovamente sul sentiero n°5 all’altezza del fontanino con la madonna.

Direi che su questo “gigante nel bosco” c’è parecchio da fare e da esplorare. Le due vie in fessura sono sicuramente interessanti mentre la placca resta roba al di fuori della mia portata. Mi aspettavo fosse abbandonata ed invece ci sono segni di vita, quantomeno abbastanza recenti, sulla via in artificiale (…che qualche “mostro” la stia studiando in arrampicata?)

Io la mia parte “esplorativa” l’ho fatta. Ora tocca ai miei soci “con il grado” aiutarmi a scoprire cosa si nasconde tra la base e la cima di quell’angolo verticale dei Corni di Canzo. 😉

Davide “Birillo” Valsecchi

Visto che voglio mostrare ai “soci” più dettagli possibile per l’occasione, oltre alle foto, pubblico anche i miei “appunti video”. Scusate il fiato corto 😉

Attilio Piacco: battuti e respinti

Attilio Piacco: battuti e respinti

Ieri è stata una giornata davvero piacevole nonostante la parete Fasana ci abbia inequivocabilmente sconfitto. Già, dopo la via Fasana e la via CRI ci siamo arenati sulla via Attilio Piacco. In realtà non ci siamo proprio arenati: ci siamo persi.

Andiamo con ordine. Al mattino una leggera pioggerellina sembrava voler mandare i nostri piani in fumo poi, verso mezzo giorno, il sole è tornato a splendere asciugando la roccia. Al rifugio della SEV abbiamo incontrato Pietro Paredi, ex guida alpina ora sulla settantina è stato uno dei protagonisti dell’epopea alpinistica dei Corni.

Pietro, sempre gentilissimo e disponibile, ci ha accompagnato insieme a Sandro (che era con me sullo Strahlhorn domenica) fino all’attacco della via tenendoci compagnia dal fondo del ghiaione. La via Attilio Piacco deve il proprio nome all’omaggio che nel 1967 vollero tributare Giorgio Redaelli e Roberto Dotti ad uno dei fondatori dell’omonima scuola di alpinismo di Valmadrera. Come molte altre vie della parete Fasana è una perla della storia dell’alpinismo locale.

L’attacco è appena a sinistra di quello della via CRI, le due vie infatti si incrociano poco sopra il diedro che forma la prima evidente fessura. E’ un attacco violento, subito duro, che si alza in fretta e porta ad una cengia inclinata invasa dall’erba che conduce alla prima sosta.

«Ai miei tempi non c’era tutta quell’erba! Era tutto meno sporco» ci urla Pietro «Comunque il più è fatto, ragazzi. Il duro era all’inizio, poi attenzione nel diedro scuro in alto: forza, il più è fatto!» Agita le mani in cenno di saluto e riprende la sua passeggiata con Sandro.

La CRI ripiega verso sinistra mentre noi proseguiamo, a rigor di logica, verso destra innalzandoci in un diedro e seguendo sempre verso destra una fessura. Ci sono dei vecchi chiodi in buono stato ed altri raddoppiati per far spessore come si usava nei tempi eroici: la via sembra giusta.

Il secondo tiro è davvero godibile, impegnativo il giusto e protetto qua e là con dei friends.  Quando raggiungo Mattia in sosta, però, qualcosa comincia a non quadrare. Il secondo passaggio chiave della via è un grosso diedro/camino scuro che corre a sinistra del “tetto” dei Corni ed è il passaggio che, sulla carta, dovrebbe avere il grado di VII e VI+ con la possibilità di tirarlo in A1.

Per arrivare alla base del diedro dobbiamo però raggiungere un gradino obliquo e seguirlo. Il problema è che dalla sosta dobbiamo guadagnare tre metri superando una placca che, inizialmente gradinata, si fa poi sfuggente ed aggettante. Mattia attacca la placca e, per la prima volta da quando lo conosco, mormora deciso: «Okkio che sto per andare!»

Senza tuttavia cadere il buon Mattia riguadagna la sosta ed insieme cominciamo a guardarci intorno. Sulla placca non c’è nulla, né moderno né antico. Solo un solitario chiodo arrugginito e malsicuro fa mostra di sè un metro oltre la placca. Scostandosi di lato vediamo un fix sulla destra, anche lui ad una distanza impossibile oltre la placca.

Sempre guardandoci intorno capiamo che la nostra sosta è stata riammodernata perché si trova in linea con una via moderna che sale perfettamente verticale, supera la placca e prosegue oltre.  Che via sia non ci è dato saperlo, sulle relazioni non compare nulla tra l’Attilo Piacco e la Esposito Galli (più a destra oltre lo spigolo). Le uniche vie riportate sono Saponetta (6c) e Cornibus (6b+) due monotiri moderni che, sempre stando alla carta, dovrebbero fermarsi più in basso.

Certo, qualche “eroe moderno con il grado alto” riuscirebbe a superare quella placca anche chiodata in quel modo ma per noi resta il problema di capire come, negli anni 70, abbiamo superato un simile ostacolo che nella relazione non sembra comparire.

Chiodi su quella placca non ne hanno messi (ne avrebbero potuto) e così abbiamo incominciato ad esplorare. Calo Mattia verso sinistra e lascio che traffichi con l’unica fessura che sembra risalire la pancia esterna della placca. Mattia è deciso a passare, pianta due chiodi e si alza arrivando quasi a rimontare la placca e raggiungere il gradino. Per raggiungere lo spit (che cmq sembra appartenere ad un’altra via) deve però affrontare tre metri di traverso dove non è possibile metter nulla a protezione.

«Ma son passati di qui?» Il problema è che tutti i passaggi che stavamo individuando erano ben oltre il V o V+ che mostrava la relazione: c’era qualcosa di sbagliato in tutto ciò. Mattia (dopo che ho iniziato a brontolare) scende lentamente disarmando i chiodi (che ormai erano tre) e riguadagnando la sosta.

A sinistra c’era una cengia obliqua piena d’erba che calava di tre o quattro metri e da cui era possibile imboccare un piccolo diedro o, volendo, spingersi oltre lo spigolo e raggiungere delle placchette piuttosto appoggiate. Calo Mattia che inizia a guardarsi intorno dal basso «Volendo di qui si passa, ma cmq anche qui non c’è dentro nulla. I vecchi qualche chiodo l’avrebbero lasciato».

Forse ci siamo alzati troppo, forse avremmo dovuto tenere più la destra lasciando la fessura (che appariva però la via più logica) attraversando alcune cengie erbose (magari puliteai tempi) risalendo più in linea con il successivo diedro. Il disegno più recente della via, per quando approssimativo e spesso inesatto, riporta infatti i  due diedri in linea mentre noi avevamo comunque da affrontare un piccolo ma significativo traverso.

Solo qualche gocciolone di pioggia ha convinto Mattia a desistere e a risalire alla sosta. «Amico mio, tocca andare a bere la birra» ho iniziato a scherzare «Noi qui siamo indigeni, non possiamo metterci nei casini sbagliando strada». Mattia ha riso «Già, ma qui ci tocca ritornare!» A Mattia non piace lasciare le cose a metà, tuttavia quel passaggio ci stava rubando troppo tempo ed anche superarndolo non ce ne sarebbe rimasto a sufficenza per risolvere eventuali ulteriori casini nel grande diedro. Inoltre, visto i goccioloni, nessuno voleva prendere nuovamente una scuffiata di pioggia come era successo sulla CRI.

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Con una doppia da sessanta siamo arrivati alla base ed il tempo, quasi a volerci prendere in giro, ha smesso di far piovere. Mentre riassettavamo le nostre cose, ad ulteriore smacco,  chiudevano le imposte al rifugio e scendevano a valle: «Niente birra…»

«Dai, facciamo almeno il punto della bandiera: facciamoci il trii cioo!» Così, ancora imbragati, abbiamo dato l’assalto al diedro sud-est del pilastro che fronteggia la parete Fasana. Il pilastro deve il suo nome dialettale, tre chiodi, perché nei tempi andati un alpinista forestiero impiegò ben tre chiodi per risalire il versante Nord. Visto che i locali percorrevano quel tratto in libera usarono quel nome a sempiterno scherno del poveretto (tenete presente che poco più di un mese fa anche il mio socio Fabrizio, ancora alle prime armi, l’ha salito in libera con gli scarponi e che quindi lo sfotto era più che giustificato).

Sul lato Sud Ovest vi è una semplice via di III+ mentre per risalire la via del fessura di Sud-Est abbiamo dovuto usare 4 friend, due chiodi (uno nostro, uno già presente) e tre spit posti sulla cresta!!Quindi il pilastro, spesso bistrattato, una via tosta, aggettante e di forza ce l’ha e non è da prendere alla leggera!!

Ma non è la conquista del “Trii Cioo” ad avere reso la giornata speciale. Ho desiderato a lungo arrampicare sulla Parete Fasana ma ripercorre le sue vie facendo “filotto” non era ciò che desideravo. Attilio Piacco ci ha fermato,  e nel farlo ci ha donato un regalo: ci ha costretto a guardare nuovamente in alto, a studiare, a conoscere, a fantasticare e, infondo, a sognare. Non è una gara a punti, siamo lì per conoscere e raccogliere un “testimone” per il futuro.

Quella che segue è una foto su cui ho tracciato quella che credevamo fosse la traccia da seguire. Il cerchio giallo indica il punto dove si trova la sosta, la placca, le possibili soluzioni laterali ed il vecchio chiodo.

viaIl diagramma riportato su “Isola senza nome” è davvero impreciso. La guida, poi, si sta dimostrando un po’ troppo “alla buona” ( …i “consigliata” e “frequentemente ripetuta” si sprecano ingiustificatamente troppo spesso in quel libro!!). L’unico diagramma decente che ho trovato risale alla prima pubblicazione del 1979 della guida di Tessari e Mandelli ed è quello qui sotto.

Ho idea che la prima sosta originale fosse molto più in alto, che la seconda sosta da noi usata all’epoca non esistesse e che il primo A1 riportato nella relazione non fosse dentro il diedro ma proprio sulla placca (questo giustificherebbe l’impennata di grado di quel tratto). Resta ora da capire come fecero a superare in artificiale quel passaggio visto che non sembra rimasto nulla delle protezioni originali.

Non resta che tornare lassù e scoprirlo!

Davide “Birillo” Valsecchi

Tempesta in parete

Tempesta in parete

La scorsa settimana avevamo salito la via Fasana, una via storica e difficile che tuttavia mi ero goduto alla grande nonostante la fatica e la tensione. Forse anche per questo ora difettavo di determinazione, non ero coinvolto e motivato come avrei dovuto essere. Forse più semplicemente la via, questa volta in gran parte in placca, era al limite delle mie capacità e per questo ho iniziato a subirla fin dal primo tiro. Forse, invece, il mio sesto senso aveva intuito qualcosa o forse ero proprio io a gufarmela. Non lo sapremo mai.

Mattia ed io, come di consueto, abbiamo fatto rendezvous al Rifugio SEV verso le due. Il piano era attaccare la via CRi oppure, se il tempo fosse stato cattivo, chiuderci nel rifugio per una birra ed un tagliere di affettato (in fondo dovevamo ancora festeggiare per la Fasana!).

La via Cri, Crisitana e Ruggero insieme, fu aperta Cristiana Del Buono e Ruggero Dell’Oro nel 1978 e risale sul lato sinistro della Parete Fasana: 95 metri di sviluppo verticale su tre lunghezze (che poi si sono rivelate essere quattro) con difficoltà in gradi 6b, 6a+ e 6a+. I gradi vanno poi rapportati alla roccia dei Corni e quindi già sulla carta la via era per me un sonoro calcio in culo.

Qualcuno dice poi che sia la via più ripetuta dei Corni: vista la quantità di erba e roccia che ci è rimasta in mano i Corni sembrano davvero dimenticati da tutti! Rispetto alla Fasana qui ci sono un buon numero di protezioni fisse, questo sebbene molte le abbia trovate io, secondo di cordata, accuratamente nascoste nell’erba!

Come vi ho già detto sentivo di non arrampicare bene, di non avere fiducia nella roccia e questo, vergogna per me, si è tradotto in un sacco di passaggi risolti in artificiale. Al contrario Mattia era bello carico come sempre ed ancora una volta si è dimostrato esponenzialmente più bravo e sicuro di me (comincio a fare fatica a tenere il suo passo anche da secondo!).

I primi tre tiri (che vi racconterò quando avrò anche le foto scattate da Mattia) sono stati superati con relativa scioltezza (da Mattia!) portando la nostra cordata fino alla terza sosta ed all’ultimo tiro. Tutto sommato, nonostante qualche mia imbarazzante soluzione a base di cordini e rinvii, la salita stava andando bene.

Il cielo, che la mattina era abbastanza chiuso, sembrava reggere e a noi mancava solo un ultimo tiro per raggiungere la cresta e percorrere in discesa il sentiero del Corno Centrale. Quando Mattia attacca il tiro finale rimbomba in lontananza un tuono. Oltre la Grigna, oltre il Due Mani, laggiù in fondo all’orizzonte lontane e cupe nuvole fanno la loro minacciosa comparsa. Io e Mattia ci guardiamo: «Magari non passano neppure il lago ma diamoci comunque una smossa».

Mattia affronta e supera il passaggio chiave ed avanza poi sulla spalla di roccia e quindi nello sfasciume prima della sosta. “Bhe, ormai è fatta” penso tra me “ormai siamo fuori”. Mattia recupera le corde, mi mette in tiro ed inizio ad arrampicare mentre altri tuoni, questa volta più vicini, si fanno sentire. Come una scimmia mi attacco ai rinvii e tiro cercando di salire il più in fretta possibile.

Il passaggio chiave, un giro di 6a+, supera salendo sulla destra una fessura aggettante per poi chiudere nuovamente a sinistra da sopra. Avevo quindi una delle due mezze corde, la rossa, rinviata due metri a destra mentre l’altra, la gialla, rinviata sul chiodo successivo quattro metri in verticale sopra di me.

Mi alzo più possibile cercando di capire come affrontare il traverso quando mi si scatena addosso il pandemonio. La pioggia comincia a cadere battente trasformandosi in grandine. Sono ad 80 metri dal suolo e quando guardo in alto la faccia mi si riempie d’acqua. Poi arrivano i tuoni ed il loro inquietante rimbombo nell’anfiteatro della grande parete: ”Porca puttana!”.

Ancor prima che possa rendermene conto sono fradicio ed anche la roccia ormai è completamente bagnata. Cerco “di starci dentro” e con un colpo di culo ed un mezzo magheggio riesco a raggiungere il rinvio di destra. La grandine batte da tutte le parti e la vedo accumularsi nei risvolti e nelle spalline della camicia.

“Reggi Birillo, reggi!” continuo a ripetermi. Devo affrontare il ritorno del traverso sulla sinistra ed alzarmi fino al rinvio successivo. C’è una specie di lama smussata per le mani ma i piedi dovrebbero lavorare in aderenza su una placca ormai fradicia. Respira: devo solo riuscire a fare due passi per raggiungere la verticale oltre la pancia, poi posso anche rimanere appeso, ma quei due passi devo riuscire a farli.

Libero la corda dal rinvio ed attacco. Riesco a fare uno dei  due passi, sposto il peso, poi i piedi sulla placca scivolano e pendolo di un metro e mezzo perdendo poi un altro metro in discesa. Il pendolo è senza danno, innocuo per me, ma per la mia progressione è una mezza tragedia: sono di nuovo sotto la fessura aggettante, il rinvio sulla destra è stato tolto e tutto, compreso me, è tremendamente bagnato. “Gesù Cristo” sibilo tra i denti (e posso garantivi non era una bestemmia): non ci sono più solo i tuoni, ora si vedono bene anche i fulmini!

Se fossi passato in dieci minuti (forse) avremmo potuto metterci al riparo mentre invece ero di nuovo al punto di partenza: messo molto peggio! Provo ad attaccare dritto ma non c’è verso di guadagnare i  quattro metri che mi servono. In mezzo al casino provo a dare voce a Mattia, gli faccio bloccare una delle due corde e traffico con un prusik nel tentativo di rubare qualche metro. Le corde dinamiche si allungano però come elastici e nonostante tutti i mei sforzi non guadagno niente, perdo solo energia.

Ero quasi fuori dannazione, se avesse iniziato a piovere cinque minuti più tardi sarei stato già in cima, a ridere, ed invece ero inchiodato lì: 80 metri sopra e 10 sotto, zuppo ed infreddolito.

Con le energie comincio a perdere lucidità ed è qualcosa che uno sente e fa davvero paura, forse persino più di quei dannati fulmini che continuavano a cadere. Mi rinvio nuovamente sul chiodo a cui sono bloccato e mi spingo in fuori in modo da poter guardare oltre e vedere Mattia. Fortunatamente lui è in parte riparato sotto un piccolo tetto di roccia ed ha infilato il K-Way. Nonostante il frastuono discutiamo sul da farsi ad urla e gesti.

Una silenziosa parte di me vorrebbe superare quei quattro metri con un paranco (l’amico Poldo) ma sotto quella grandine ed in quelle condizioni sarebbe solo una scelta sciocca e difficile. Lentamente, per non grattare le corde, Mattia mi cala fino alla sosta sottostante. Mi ancoro e, immobile sotto la pioggia, aspetto che Mattia inevitabilmente si cali in doppia.

La pioggia, osservata dall’alto della parete, è uno spettacolo magnifico e terribile: un infinità di stelle cadenti che precipitano nel vuoto. Uno spettacolo magnifico davvero se non avesse iniziato a tremarmi una gamba ed il freddo (e forse anche un po’ di paura) non si stesse facendo strada in me.

Quando Mattia mi raggiunge lo guardo e semplicemente gli chiedo scusa. Lui mi guarda e ride «hehe, da sopra sembrava stessi arrampicando dentro la doccia!». Insieme ridiamo e fradici attrezziamo la lunga doppia da 60 metri. Avevo sempre desiderato fare una calata lungo la parete Fasana ma non mi sarei aspettato fosse una tale ritirata: c’est la vie…

In breve siamo nuovamente a terra, inzuppati ed infreddoliti ma finalmente al sicuro. Raccogliamo le corde, insacchiamo tutto l’equipaggiamento bagnato ed iniziamo a scendere: “Accidenti che battaglia!”. Al bivio ci salutiamo, lui verso Valbrona ed io lungo la dorsale verso Asso. Continua a piovere e ci salutiamo in fretta, ridendo, con una bella stretta di mano: in fondo non è andata poi male, lui è arrivato in cima ed io ricorderò davvero a lungo i dieci metri che mi sono mancati.

Mentre scendevo attraverso il bosco, ormai non più impensierito dal temporale che ancora si agitava sopra la mia testa, mi è tornato alla mente un racconto di Fabrizio. Il mio socio siciliano un annetto fa, alle primissime esperienze con la montagna, andò a comprare calzettoni ed uno zainetto in un negozio sportivo a Milano. La commessa, visto il suo entusiasmo, gli aveva chiesto con fare civettuolo dove intendesse andare con quell’attrezzatura. Lui, con una punta d’orgoglio, aveva risposto fermo: “Corni di Canzo”. La commessa, con fare deluso e smorfioso, pugnalò il mio buon Fabrizio rispondendogli: “I Corni di Canzo? Ma sono una montagna da nulla…” 

Beh, piccola stronza dal culo basso, se tu avessi preso i calci in culo che ieri mi hanno assestato i Corni forse capiresti qualcosa in più di questa magnifica “montagna da nulla”!!

Davide Birillo Valsecchi

Via Fasana – Parete Fasana Corno Centrale

Via Fasana – Parete Fasana Corno Centrale

via fasana«Corni di Canzo:  questa è stata la prima via tracciata e la parete stessa ha preso, non a caso, il nome di Fasana. Scalata storica e difficile, non sono poche le persone che, dopo averla ripetuta, hanno avuto dubbi sulle difficoltà effettive.  Per chi vuole viaggiare nella storia è meritevole di una visita sebbene negli ultimi anni non si abbiano notizie di ripetizioni. Attenzione particolare alla roccia del primo tiro.»

E’ con grande gioia che vi racconto una delle salite più intensamente desiderate tra le possibili ai Corni di Canzo: la leggendaria via Fasana, la prima storica via che solca l’abisso dell’omonima parete. Era il 30 Giugno del 1910 quando Eugenio Fasana, figura altrettanto leggendaria dell’alpinismo nazionale, compieva quella prima storica salita, probabilmente madre di gran parte dell’alpinismo nel gruppo dei Corni.

«Lascia perdere: nessuna protezione, roccia marcia e sassi che si muovono ovunque. Lascia stare, nessuno fa più quella via». Questo era il consiglio che, a ragion veduta,  gran parte degli alpinisti più esperti di me avevano su quella via. Nonostante ciò quella via era qualcosa che davvero desideravo nel profondo.

Quando Mattia mi ha scritto “dai, proviamo la Fasana” ho perso il sonno fino al giorno della salita e, imbragato all’attacco, provavo una reverente soggezione per quella maestosa mostruosità (103 anni ed un giorno dopo Fasana). La parete infatti è un oceano di onde, un susseguirsi di increspature di roccia liscia e strapiombante. Seguendo i dettami del tempo, che rifuggivano la parete aperta, la via corre in un’angusta spaccatura ed in un lungo e verticale camino attraversando tutti i 100 metri  d’altezza.

Fin dal primo tiro la roccia si mostra cedevole e friabile. Mattia, che ha tirato da primo tutta la via, si muove con leggerezza saggiando la resistenza di ogni minuta presa ed appoggio. I pochi punti saldi sono spesso lisci o al contrario, per questo da subito si è costretti a lavorare in opposizione con le spalle al lato destro della spaccatura. Un grosso friend alla partenza e poi due vecchi chiodi rinviati con una fettuccia, ancora un friend e, sul passaggio in cui la spaccatura si fa aggettante sul vuoto, infiliamo un chiodo ad U a protezione. Una serie di lame verticali e cedevoli e poi, fissando un altro chiodo, affrontiamo un un passaggio delicato verso sinistra raggiungiamo la moderna sosta a fix della via che corre al fianco.

Decidiamo di piazzare lì la sosta perché ancora non sappiamo come sia la quella vecchia (che ipotizziamo dentro il camino) e soprattutto perché, riparato a sinistra, il secondo di cordata può fare sicurezza senza il rischio di essere investito da eventuali sassi in caduta: qui letteralmente si muove tutto!! Ogni volta che Mattia, per prudenza, lancia qualche sasso instabile oltre la parete lo vedo volare nel vuoto ascoltandone il sibilo ed il successivo schianto.

Nel primo tratto del camino la roccia si dimostra un disastro anche peggiore del precedente. Il fondo è invaso dalla terra e dai detriti, il bordo destro è un’aggettante placca liscia che protende nel vuoto mentre il lato sinistro non offre alcun appiglio. L’unico modo per proseguire è dando fondo alla tecnica da camino guadagnando in opposizione ogni metro (“faticosa arrampicata ad incastro” recitava la relazione).

Finalmente, sopra un franoso terrazzino, troviamo la sosta originale a cui hanno aggiunto una modernità ormai anticata: due fix del dieci ancorati ad un vecchio fittone. Accorciare il primo tiro si è dimostrata una buona scelta e Mattia mi recupera fino alla sosta. Ora arriva il difficile, il passaggio chiave della via.

caminoFortunatamente in quel tratto la roccia torna ad essere sana (sul lato sinistro) mentre il camino si chiude in una profonda e stretta fessura che si incassa da destra verso sinistra.  Il lato destro è una lama che sporge in fuori mentre il lato sinistro cresce e poi spancia. Non ci sono protezioni fisse in questo passaggio e Mattia mostra il meglio di sé dando prova di grandissima tecnica e controllo. Nella fessura piazziamo tre friend recuperando l’ultimo ed alzandolo poi oltre i primi. Mattia “aderisce” di schiena al lato destro recuperando altezza a piccoli passi in completa opposizione: in quel passaggio puoi solo spingere, non c’è nulla a cui attaccarsi.

L’uscita del camino è altrettanto curiosa. La roccia, infatti, sembra torcersi ed un castello di massi incastrati declina in un’ansa di roccia liscia e compatta. Mattia ha affrontato il passaggio “spalle al muro” lavorando d’incastro fin dove possibile e compiendo poi una abile “girata”. Io invece, che avevo superato con grande soddisfazione il camino, ho affrontato l’uscita viso alla roccia: in pratica mi sono ritrovato con le braccia aggrappate a rocce instabili ed i piedi in appoggio su placca liscia!

La terza sosta, che la relazione indicava in un vecchio albero mugo, deve essere venuta a mancare negli anni perché, oltre ad una nicchia di sfasciumi, non c’era poco e nulla a cui ancorarsi sotto la friabile fascia sommitale della parete. Mattia, aggirandosi tra i detriti, ha combinato un alberello e due chiodi  risolvendo comunque mirabilmente la questione.

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Salire verso sinistra, puntando quindi alla più vicina cresta sud, significa avventurarsi in un mondo di roccia marcia, gialla e malferma sopra un salto verticale di cento metri. La via, seguendo l’esperienza del buon Fasana, si alza infatti verso destra attraversando grossi massi e riparando sul ripido prato che scivola dal fianco della cima lungo il lato nord est del Corno Centrale. Qui una grossa pianta offre un valido supporto per la sosta ed un ottimo sentiero per capre il disimpegno dalla via.

Mentre salivo dalla seconda sosta verso la terza, prima di affrontare il camino, Mattia dall’alto mi ha gridato: «Davide fai un po’ di foto! Qui ho idea che non ci torniamo più!». Stretto tra le pareti di roccia, chiuso in quel punto d’osservazione unico, guardavo già con trasporto speciale il Moregallo e più dietro il Coltignone e le Grigne. No, ha ragione Mattia, probabilmente non passeremo più da quell’angolo tanto agognato di mondo: troppo rischioso, troppi sassi, troppo pericolo. Tuttavia l’emozione che ha saputo darci quell’attraversata lungo l’argine delle onde della Fasana è qualcosa di difficilmente descrivibile, qualcosa di intenso che rimarrà vivo a lungo.

Noi siamo indigeni dei Corni, eredi di un passato che ha gettato le basi per il nostro presente. Per noi quel tratto di roccia ha un valore speciale: lassù, oltre quel camino, siamo stati all’altezza delle nostre montagne, all’altezza di chi ci ha preceduto ed indicato la via. Ripassando sotto quella grande parete non sospireremo più “forse un giorno”, ma un intenso e nostalgico “quella volta” da conservare con affetto ed emozione.

Grazie Signor Fasana, grazie Mattia, grazie a tutti voi!

Davide “Birillo” Valsecchi

Camino Fasana – Torre Desio

Camino Fasana – Torre Desio

“Un’altra via di Fasana ed un altro capolavoro di tecnica, estetica e coraggio. Il camino della Torre Desio è una di quelle arrampicate che lascia impressionati i ripetitori, le difficoltà sono nettamente superiori a quelle che Fasana aveva espresso a suo tempo (IV+). Ultimamente, dopo aver piazzato un paio di fix del camino, si è arrivati a valutare i passaggi fino al VI+. Più realisticamente si possono valutare i passaggi più difficili un grado in più, certo non deve mancare la predisposizione all’arrampicata in camino e non dovrebbe mancare un briciolo di coraggio ai ripetitori.“ Questa è la descrizione che accompagna la via sulla guida “L’isola senza nome”, la bibbia alpinistica dei Corni.

Dopo la normale al Pilastrello questa è la seconda via di Fasana che affronto, la prima che porta il suo nome. La Torre Desio è un pilastro di sessanta metri che svetta a margine del versante sud-ovest del Corno Centrale. A battezzarla con tale nome fu proprio Eugenio Fasana che per primo la scalò nel maggio del 1931.

Mattia ed io ci ritroviamo alla base della torre dopo aver superato la Via del Camino sul Pilastro Minore. Il versante Nord Est del Corno Centrale è buio e freddo, il versante Sud Ovest è invaso dal sole: due facce della stessa medaglia, simili ma opposte come il giorno e la notte.

camino_fasana

L’attacco della via è romboante. Spalle al camino ci si innalza di una decina di metri in “opposizione violenta” fino al primo chiodo. Poi tocca girarsi, uscire sul lato sinistro ed innalzarsi per superare la prima grande pietra incastrata tra le due pareti. Un momento “duri e cattivi o non passi”, un attimo in cui incastrato tra la roccia con il torace cerchi qualcosa a cui aggrapparti per guadagnare il metro che ti serve fuori dal camino. Quando le scarpette scivolano nel vuoto ed è solo l’aria nei polmoni a difenderti dalla gravità capisci cosa intendessero per “coraggio”!

Poi finalmente la prima sosta. Un fix del dieci, un vecchio moschettone arancione ed un cordino in una clessidra su di un terrazzino colmo di sassi instabili. Mattia, che ovviamente è primo di cordata, è stato bravo a non far cadere sassi ma il materiale che si accumula in quei terrazzini è da tenere d’occhio, specie muovendo le corde. Si muove tutto lassù, occhio sotto.

mattia_camino

Oltre la sosta appare in tutta la sua bellezza la grande spaccatura in cui si apre il camino, uno squarcio nella rocca che divide la torre dalla parete del Corno Centrale. Io avrei volentieri riparato dentro la spaccatura ma Mattia, che è un purista, segue il proseguo del camino puntando sulla successiva roccia incastrata.

La roccia spancia e costringe ad uscire oltre i bordi del camino. Sulla carta è un V+ ma per passare oltre sputo l’anima ingollando una buona dose di strizza sugli appigli lisci della roccia dei Corni: “Ma come cazz ….oh ooooh cazzo!!”. Dall’alto Mattia mi sfotte: “Soffi e sbuffi come una che sta per partorire!!” Ed è la sacrosanta verità!!

Un po’ cotto supero il masso successivo arrampicando sui gomiti e, finalmente, sono sullo spigolo finale della cima. Sulla sommità della Torre Desio c’è un terrazzo in leggera pendenza che domina una valle di un verde abbagliante.

Attrezziamo la doppia usando entrambe le corde da sessanta ed uno alla volta iniziamo il nostro viaggio nel vuoto lungo l’abisso dello spigolo Palferi.

calata_torre_desio

Ancora una volta è sorprendente vedere cosa fossero in grado di compiere i “grandi” nei “tempi eroici”. Su di un libro ho visto una rara foto di Eugenio Fasana a torso nudo mentre si allena: sembra Bruce Lee con i baffi e la barbetta tanto era in forma! Faceva paura!

Ma non solo erano atleti prima ancora che l’arrampicata fosse una disciplina, non era solo una questione fisica, in quel camino ho scorto non solo il coraggio ma anche il talento che contraddistingueva quegli uomini. Con scarpette di stoffa e corde ragguardevoli hanno fatto cose che ancora oggi, con tecnologia spaziale, fatichiamo a ripetere. Non possiamo che rendere loro omaggio e ringraziali per la “via” che hanno tracciato per noi.

Grazie Maestro Fasana!

Davide “Birillo” Valsecchi

Via del Camino – Pilastro Minore

Via del Camino – Pilastro Minore

Birillo al pilastro minore«Sono dieci giorni che sono malato!» Racconto al telefono a Mattia. «Anche io sto uno  schifo da Venerdì» mi risponde lui. «Bhe, allora al diavolo tutto ed andiamo ad arrampicare!» la buttò là. «Bene, domani alle due sotto al SEV ai Corni!». Risponde lui. Andata!

Alle undici mi metto in cammino. Risalgo a piedi la cresta di Cranno, uno degli itinerari in assoluto più lunghi, con la speranza che una sana sudata mi dia un po’ di tregua dalla tosse che mi tormenta. Due ore più tardi ho nelle gambe sei chilometri in salita e quasi mille metri di dislivello: se resto caldo qualcosa sembra migliorare ma non ho idea fino a quando le endorfine ed il panorama terranno a freno la mia tosse da anziano.

Puntuale al rendezvous incontro Mattia. «Facciamo il camino? Hai un po’ di Friend?» Mattia, per tutta risposta estrae dalla sacca speleo due enormi AirCam. Io rido di gusto perché sono quasi sicuro che questi siano gli unici che abbia comprato, gli altri, per lo più,  li ha recuperati in parete lavorando pazientemente dove altri si erano affrettati a battere in ritirata.“Sulle vie lunghe e famose, specie quelle un po’ difficili, è come fare la spesa a gratis: qualcosa porti sempre a casa”.

La Via del Camino è una classica dei Pilastri dei  Corni e percorre l’evidente spaccatura scura che attraversa tutto il versante nord  del Pilastro Minore. Sulla guida, la splendida “L’isola senza nome”, è descritta così: “Evidentissimo camino a sinistra della spaccatura. Splendida arrampicata da non prendere alla leggera per le difficoltà a proteggersi. Un test serio per chi desidera provare la tecnica di camino.”

Attacchiamo la via, Mattia ovviamente da primo. Per la roccia dei Corni è in vigore la legge 626: nessuno spigolo vivo! Come al solito ogni asperità è smussata e gli appigli sono tutti al contrario. Nel camino si lavora però in opposizione ed ogni parte del corpo, anche le meno nobili, vengono comode per star sù.

A metà camino c’è un grosso anello su cui fare la prima sosta (si potrebbe fare tutto in un unico tiro ma rischia di diventare lungo). In questo primo tratto c’è un solo un vecchio chiodo ed il bullone, pericolosamente sporgente, di un fix che è stato rimosso (su cui abbiano agganciato a strozzo ed in modo sbarazzino un piccolo nat). I Corni sono terra di confine tra “Clan” di alpinisti: non c’è una linea guida o una filosofia condivisa, c’è chi mette e c’è chi toglie in un infinito pisciarsi sulle scarpe che dura da generazioni (ma che forse i giovani sapranno superare).

Sempre alla prima sosta, su un terrazzino formato da sassi incastrati, ci si può addentrare nella spaccatura che affonda per oltre un paio di metri creando una specie di profondo e buio camino interno. Abbiamo provato ad esplorare ma, senza pila, era difficile studiarne la forma a colpi di Flash (toccherà tornarci!).

Nel secondo tiro c’è un passaggio che sembra “ostioso” visto che la roccia, nello spigolo di sinistra, spancia costringendo a passare all’esterno del camino. In realtà nell’interno dello spigolo di sinistra vi è un lunga spaccatura verticale che, come una maniglia, permette agevolmente di montare la spalla del camino. Superata quella parte Mattia piazza il “mega-friend” (se no cosa l’avremmo portato a fare?) assicurando l’ultimo tratto del camino prima dell’uscita alla sicura sosta sotto la cuspide del Pilastro.

«Bhe, ora ti tocca andar sù» mi dice Mattia. Già, mancano solo gli ultimi quattro metri per raggiungere la croce, i famosi quattro metri dove, con il mio socio Fabrizio, avevo desistito la settimana prima. Mattia mi fa sicura sulla sosta: per lui era la prima volta sulla via del Camino ma in cima al Pilastro Minore c’è già stato e se la ride dal basso.

Io provo ancora a destra ma, oltre ad un sottostante ed inquietante vuoto, non trovo nulla. Così mi alzo ancora un po’ sui piedi e provo ad esplorare a sinistra, a strapiombo sul canyon, e scopro l’arcano: un netto spigolo di roccia offre un più che solido appiglio per forzare il passo. Rido, affogavo in un bicchiere d’acqua: in un movimento e mezzo sono in cima. Finalmente!

cima pilastro minore

La cima è grande a malapena per un persona e nel centro s’innalza la curiosa croce ad anello che fino a quel momento ero stato costretto a guardare mestamente dal basso.  Sul lato che guarda verso il rifugio è incisa la scritta “Ruggero Dell’Oro”. Sono contento come un bambino a Natale!!

Davide “Birillo” Valsecchi

Il Club del Pilastrello

Il Club del Pilastrello

Il piano originale prevedeva la salita del corno occidentale, su per il caminetto che conduce alla cima dal lato nord-est. Purtroppo eravamo stati costretti a partire molto più tardi di quando avessi previsto e la nostra piccola avventura pomeridiana doveva accontentarsi di una gita alla Spaccatura dei Pilastri.

Superato l’ingresso del Canyon ci siamo addentrati tra le alte e strette pareti che formano quel suggestivo spazio segreto a ridosso del Corno Centrale. A metà del Canyon un grosso masso ostruisce il passaggio e, per superarlo, bisogna affrontare un paio di metri di arrampicata su roccia liscia. Non è un passaggio difficile ma la roccia, resa scivolosa e liscia dal continuo stillicidio delle pareti, mette spesso a dura prova chi tenta il passo.

Così, per star tranquillo, appoggio lo zaino e ne estraggo il mio fidato spezzone di statica ed un paio di cordini da tre metri. Lei mi guarda incuriosita: «Che fai?». Io sorrido divertito e le rispondo: «Ti lego». Lei, rossa baciata dal fuoco, ammicca un sorriso serio e divertito mentre mi fissa tagliente dritto negli occhi: «C’era bisogno di fare tutta questa strada per legarmi?». Colpito ed affondato: io ancora non capisco perché l’abbiano chiamato “sesso debole”

Con un cordino da tre metri creo per lei la “sedia svizzera” (swiss chair), un imbrago di corda veloce ed affidabile, a cui fisso la statica. Attacco il masso sulla sinistra, dove fa pancia sulla roccia della parete. Ormai lo conosco bene ma ricordo ancora con affetto quando la prima volta, per guadagnare il passaggio, mi costrinse a strisciare scomposto. Sopra il masso fisso un lungo cordino ad una piccola sporgenza della roccia perchè faccia da “maniglia” ed inizio a recuperarla facendole sicura a spalla.

Sul lato destro del masso sono stati impilati alcuni sassi a modi gradino. In realtà quel lato, che sporge in un’ampia pancia, è il più difficile da risalire ed è facile scivolare sbattendo, a scelta, il muso sulla roccia o il culo sul fondo del canyon: la statica serve a scongiurare entrambi i problemi.

Il canyon prosegue fino all’uscita sotto il Pilastro Minore raggiungendo il prato dopo alcuni salti tra le rocce franate dall’alto: un percorso non facile in salita ed abbastanza impegnativo in discesa.  E’ in questo tratto che si trova il famoso sasso incastrato dove spesso porto gli amici per una foto ricordo.

«Ora devi salire spingendo in opposizione mani e piedi in questo modo.  Devi praticamente incastrarti tra le due pareti». Ho ai piedi gli scarponcini da trekking ma, con un certo piacere, non ho difficoltà nel risalire la roccia: essere indigeni alla lunga ha i suoi vantaggi.

Sempre per star tranquillo fisso un cordino in una piccola clessidra formatasi tra il masso e la parete. Rinvio la statica con un semplice pera e torno abbasso facendo lo spaccone alla Yuri Chechi. «Tocca a te! Mi raccomando!»

Lei attacca la roccia divertita ma con lo sguardo serio ed deciso. Il suo ambiente è l’acqua, lei nuota ed io arrampico (…e magari sapessi arrampicare al pari di come lei nuota!!). Con leggerezza si alza dei tre metri necessari per raggiungere il sasso. Probabilmente la salita si è dimostrata più semplice di quanto si aspettasse ed ora, da lassù in alto, prova a protestare mentre le scatto la foto di rito! «Benvenuta nel club del Pilastrello!»

Le faccio sicura mentre scende e, piano piano, iniziamo ad uscire dal Canyon. Sempre dall’alto la calo con la statica dal grande sasso che divide in due il canyon. Quando è il mio turno uso un cordino ad anello per ancorarmi ad una piccola sporgenza lasciandomi scivolare oltre la pancia della roccia. La sporgenza è davvero piccola e per non far “saltare” il cordino è necessario mantenerlo in tensione nella direzione giusta per tutto il passaggio.

Oltre i pilastri una piccola sorpresa. Sulla Fasana ci sono infatti tre che arrampicano in parete. A parte Fabrizio Pina, esperta guida alpina assese ed apritore di vie sui Corni, quei tre sono i primi che mi capita di vedere lassù negli ultimi tre anni.

Mi avvicino lungo il sentiero e lancio un “Ciao” seguito da un sincero gesto di saluto. Uno dei tre, l’unico non impegnato nella salita, mi guarda senza ricambiare in alcun modo. Accenno ancora con la mano ma nulla da fare. “Fottuto stronzo…” sussurra il mio orgoglio indigeno. Poi la curiosità ha il sopravvento e mi appoggio ad un grosso masso godendomi lo spettacolo.

I tre stanno attaccando la “Fasanetica”, una via aperta dal basso appunto da Fabrizio Pina nel 2004. Tre tiri di corda sulla difficile roccia dei Corni di Canzo: 35m con 7a, seguiti da 30m con 7b che si concludono in 25m con 8a. Praticamente una serie impressionante di calci in culo per chiunque non possieda il “grado” giusto per quella meraviglia tra le onde della Fasana. (… e parliamo di gradi a fine scala!!)

I tre sono arenati poco sotto la prima sosta ma io ne approfitto per fare qualche foto. Non capita tutti i giorni di avere qualcuno in parete e di poter studiare le proporzioni e le distanze. I tre si danno il cambio cercando di battere il passaggio sotto la sosta ma sono respinti uno dopo l’altro (è davvero dura lassù! E sopra è anche peggio!!).

La parete è ormai in ombra da ore e nonostante il caldo di Giugno che dilaga ovunque qui inizia già a fare freddo. Il ragazzo che mi ha negato il saluto infila un paio di guanti in pile mentre manovra con il gri-gri: «Benvenuto ai Corni!»

Davide “Birillo” Valsecchi

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