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Attacco ai Due Pilastri!

Attacco ai Due Pilastri!

Raggiungere la croce del Pilastro Maggiore si è dimostrato uno sforzo abbastanza lineare. Dopo un po’ di capricci (ed insicurezze) si è concesso abbastanza docilmente. Suo fratello, il Pilastro Minore, si sta invece dimostrando un tipaccio coriaceo. Il Maggiore è una splendida e compatta torre di pietra, il Minore invece è grosso e tozzo, solcato da camini, diedri e derive di sfasciumi pericolanti.

Pilastro Maggiore

Per raggiungerne la sommità ci sono diverse vie d’arrampicata e tutte hanno un loro peculiarità e tutte, inevitabilmente, portano alla cuspide sommitale su cui svetta una curiosa croce ad anello che, con mio grande disappunto, non sono ancora riuscito a raggiungere.

La scorsa settimana avevamo percorso la via del “sasso incastrato”: avevamo risalito le due strette pareti parallele del canyon-trincea superando, appunto, il grosso sasso incastrato a mezz’aria tra la roccia. Per prudenza, vista la quasi totale assenza di protezioni, avevo evitato di salire l’ultimo slancio di sette metri  che porta alla cima: la mia speranza era che il versante opposto della cuspide fosse più sicuro e più agevole.

Così ieri mattina, Fabrizio ed Io, eravamo nuovamente alla base di pilastri tentando la salita sul versantw esterna. Le uniche vie protette nelle zona della parete Fasana sono le vie dure, quelle con il grado che va dal 6a in su. L’unica eccezione è la via dello Spigolo che, tuttavia, ha un primo tiro di 5b ed un secondo tiro di 25 metri non protetto tra gli sfasciumi.

In questi giorni non sono in gran forma, ho un gran mal di gola dovuto al caldo e domenica avevo la febbre (probabilmente come reazione allergica ai matrimoni!). Nonostante questo volevo provare a tirare sullo spigolo e vedere se ero migliorato abbastanza da riuscire a passare. Sulle spalle però avevo fissato, a modi zainetto, anche la fidata statica da 25 metri che uso per “cavarmi” dai guai e questo la diceva lunga sulla mia convinzione.

Sul passaggio chiave, tra il terzo ed il quarto rinvio, non riesco a trovare una soluzione: la roccia dei Corni non concede certezze ed io non riuscivo a trovare un movimento abbastanza saldo con cui tentare il passaggio. Sessanta centimetri mi separavano dal fix successivo ma non trovavo il modo di guadagnarli. Cincischio un po’ e poi mi abbasso sullo spit sotto di me, aggancio il moschettone della longe nell’anello dell’ancoraggio. Per evitare che drammaticamente la corda mi cada verso il basso la fisso all’imbrago con un barcaiolo ed un moschettone, poi apro il mio nodo delle guide con frizione ed infilo il capo della corda attraverso il fix e di nuovo lo fisso all’imbrago.

«Che combini?» mi urla da sotto Fabrizio «Soldato che fugge combatte un altro giorno! Cala che vengo giù!» rispondo io. Una volta a terra, piuttosto seccato dai miei limiti, volevo fare ancora un tentativo. Al lato della “via dello Spigolo” corre una lunga e liscia placca solcata da una via di 6a. Ancora più a destra vi è la “via del Diedro”, un percorso alpinistico malsicuro e mal attrezzato di due tiri da 4a.

L’attacco è un’evidente fiamma di roccia si cui inizio ad arrampicarmi. Visto che sulla via, salvo qualche vecchio chiodo storico, non c’è alcuna protezione inizio ad ancorarmi dove meglio posso. Il primo rinvio lo fisso su di un fix della via da 6a e, attorcigliando un cordino ad anello sulla sommità della fiamma di roccia, fermo il secondo rinvio iniziano a risalire nel diedro.

Nel diedro non trovo nulla se  non un vecchio chiodo arrugginito che probabilmente ha il doppio della mia età. Senza troppa fiducia rinvio e proseguo oltre. La roccia in quel punto spancia leggermente per poi proseguire in una cengetta. La mia mente comincia a smacchinare calcoli: “Bene, l’ultimo rinvio è attaccato ad un chiodo con l’età di tuo nonno. Superare questa pancia di roccia significa non poter più tornare indietro arrampicando in discesa: se passi devi arrivare fino alla sosta e sperare che sia buona. Quello che poi ti attende tra gli sfasciumi nessuno lo sa…”

La giornata stava prendendo una piega curiosa e quello sarebbe stato il secondo schiaffo che il Pilastro Minore mi avrebbe assestato: battuti e respinti! Mi abbasso di nuovo arrampicando fino a raggiungere la punta della fiamma con i piedi. Mi incastro in una piccola fessura e tolgo dalle spalle la fida “25”. La faccio girare attorno alla punta della roccia ed attrezzo una doppia veloce mantenendo attiva la precaria sicura dal basso di Fabrizio. Dieci metri e sono di nuovo sul prato piuttosto contrariato.

Non credevo potesse finire in quel modo la giornata, poi ho avuto uno scatto d’orgoglio. Il primo ad insegnarmi ad arrampicare è stato mio padre: ogni volta che andavamo a pescare sul torrente ci ritrovavamo aggrappati a qualche scogliera marcia ed infestata di piante trafficando con un vecchio pezzo di corda rossa che usavamo per legare la legna. Io probabilmente non ho il “grado” o il senso estetico del climber ma “ravanare” è per me una questione di imprinting!!

«Piano B:  b come Birillo! Forza Fabrizio: prendi gli zaini!» Con le scarpette d’arrampicata ancora ai piedi facciamo il giro dei pilastri e ci infiliamo nel canyon. «Saliamo di qui e poi tagliamo tutto in un lungo traverso» Spiego a Fabrizio indicandogli il primo tiro della Normale al Pilastro Maggiore. «Ma è tutto bagnato il camino, gocciola acqua dall’alto» osserva il mio socio. «No,no: solo dentro. Se arrampichiamo sullo spigolo esterno va bene» ribatto io.

Meno di un mese fa risalivo con reverente cautela quei verticali venti metri di libera. Ieri erano semplicemente “la mia scorciatoia verso l’alto”.  Alla fine del camino si apre una spaccatura abbastanza grossa in cui infilarsi che attraversa la roccia e conduce sul versante esterno: praticamente una finestra. Io mi ci sono infilato per dare un occhiata trovando il modo di aggirare l’ultimo tratto di camino che mi avrebbe portato troppo alto oltre la bastionata. Nello spazio tra i due pilastri corre infatti un muro di roccia alto 25 metri  verticali e lisci sul lato del canyon ed oltre una trentina di metri di malsicure e friabili cenge cariche di sfasciume sul lato esterno.

La mia corda, priva di ancoraggi concreti, compiva un curioso dentro e fuori nelle viscere dei pilastri. Aggirato dall’esterno uno sperone mi sono ritrovato sull’altro lato a guardare dall’alto Fabrizio: «Cucù! Eccomi qui! Appena  riesco a trovare qualcosa su cui ancorarci ti faccio salire!».

Con un paio di pugni sondo la solidità di una punta di roccia e vi lego intorno un cordino a cui attacco la mia longe e la sicura per Fabrizio. Il suono non era dei più rincuoranti ma era il meglio che vi fosse a disposizione «Vieni! Ma non cadere!»

La bastionata è una trentina di metri in orizzontale, una volta superata ce ne sono altri 10 da risalire fino alla bellissima catena di sosta che ci attendeva alla base della cuspide del pilastro minore: 30m di traverso  + 10m di quota significa che se cado e faccio pendolo arrivo nei prati o sul fondo del canyon. Probabilmente è per questo che quasi nessuno passa mai di qui… Divertente pensare che tutto questo è dovuto a 60cm di incertezza, alla distanza che separa ciò che ci sentiamo “in grado” di fare e cosa no.

«Okkay, vado. Non tenerla troppo stretta la corda. Provo a buttarla un po’ da un lato e un po’ dall’altro sulla muraglia ma non confido tenga molto. Mi vien comoda se è un po’ lasca.» Il traverso, per quanto vertiginoso, non è difficile e mi diverto parecchio così come nel successivo tratto in salita. Quando raggiungo la catena ho finalmente un ancoraggio decente e dall’alto recupero in piena sicurezza il mio socio.

«Questo pilastro mi manda ai pazzi! Da questo lato è anche peggio che dall’altro. Non ci arrivo alla croce!» Ironia della sorte la cuspide sul quel lato è anche più verticale che dall’altro. Dopo aver guadagnato trenta metri di quota, quasi tutti in libera, mi sono arenato, nuovamente, sull’ultimo breve tratto che porta alla stretta cima del pilastro maggiore. «Non trovo appigli sicuri su cui issarmi. Se sbaglio finisco quattro metri sotto nel canyon o giù nel camino sull’altro lato!». L’idea di agganciare al lazzo la croce mi aveva sfiorato ma sono stato costretto ad arrendermi all’inevitabile: finché, sulla roccia dei corni, non potrò superare in sicurezza un passaggio in placca di quinto grado a quella croce non ci potrò arrivare. Non resta che allenarsi e fare esperienza!

Buttate le doppie ci siamo calati nel canyon: prima o poi infilerò la mano in quel curioso anello che qualcuno ha posto in cima al Pilastro Minore dei Corni.

Davide “Birillo” Valsecchi

Generazioni nella Pietra

Generazioni nella Pietra

«Ci recavamo abitualmente a Pianezzo con tutta la famiglia e ad un certo punto, con tanta roccia attorno, ci colse il desiderio di arrampicare. Ma a quell’epoca, mezzo secolo fa, non esisteva alcuna scuola e ci toccò arrangiarci, guardando gli altri e sperimentando in qualche modo… In un paio di domeniche apprendemmo la tecnica di calata in corda doppia e, nel 1952, misi nel cassetto la mia prima arrampicata: il Pilastro Maggiore noto come Pilastrell. Ci sarebbe piaciuto recarci più frequentemente in Grignetta (o magari più lontano…) ma i soldi che giravano erano ancora pochi e i Corni erano la meta più economica! Così, nel giro di qualche anno, ripetemmo tutte le vie, dilettandoci ad accompagnare su quelle più facili i clienti del rifugio SEV. Sì, proprio così, perché c’era gente che passava sul sentiero, ci vedeva con corde e ferramenta e subito voleva provare. E noi “Prima dovete andare e… comprare! Capito? Per il Pilastrell basta un fiasco di vino”. Così quelli sparivano in fretta e, dopo un po’, tornavano pimpanti “Abbiamo comprato questo e quello, mangiato e bevuto. Adesso dovete farci salire”. E in seguito a queste esperienze decidemmo di creare una scuola di alpinismo.»

Queste le parole di Giordano Dell’Oro, classe 1934, uno dei numerosi “pionieri” dei Corni di Canzo. Sono parole semplici ma che è facile sentire vicine. Sono passati oltre settant’anni ma sui Pilastri qualcuno, ancora una volta, torna a muovere i suoi primi passi. Quelle che seguono invece sono le parole di Luigi Corti:

«Ricordo con nostalgia, come se fosse stato ieri  – e invece quanti anni sono passati -, quando nel 1937 decidemmo di mettere una croce sul GianMaria, quale simbolo della nostra fede e del nostro attaccamento alle montagne e quale punto di partenza per ciò che dei nostri sogni avremmo realizzato. A quei tempi alpinisti a Valmadrera ce n’erano pochi, e questi stessi si limitavano a fare dell’escursionismo salendo e scendendo le nostre montagne. Noi eravamo un piccolo gruppo, per di più molto giovani, e le nostre aspirazioni erano spesso derise e incomprese. “Sono degli incoscienti, delle teste matte!” ci sentivamo dire, quando, con i nostri zoccoli chiodati (che erano la nostra caratteristica) salivamo a Pianezzo dove ci potevamo esercitare sulla roccia, salendo il Pilastrello e il Gian-Maria con corde rudimentali che oggi farebbero ridere. Il nostro desiderio era di formare un’associazione di tutti gli appassionati della montagna, per poter fare cose sempre più grandi.»

La roccia osserva il susseguirsi delle generazioni e ne conserva il ricordo: è qualcosa che conforta e sprona verso il futuro!

Davide “Birillo” Valsecchi

Ps: Fabrizio mi devi una birra per il tuo ”Pilastrell” (ed anche io te ne devo una per avermici accompagnato!)

Doppia al Pilastro Minore

Doppia al Pilastro Minore

«Mi hanno spostato la riunione di domani: sono libero, dove andiamo?» Questo è stato più o meno il messaggio che Fabrizio mi ha inviato ieri sera. Galvanizzato dalla salita al Pilastro Maggiore voleva provare ancora qualcosa di nuovo e, dato che anche io avevo la mattina libera, ho accettato ben volentieri l’invito.

Inizialmente pensavo al Resegone ma poi, rimuginandoci sopra, ho optato nuovamente per salire ai Corni: “Sono la nostra casa, dobbiamo pascolare lassù ogni volta che si può!”. Il mio piano era dare un’occhiata più approfondita al Pilastro Minore e mostrare a Fabrizio qualche manovra con le corde.

Nonostante l’equipaggiamento sulle spalle saliamo in fretta e ci ritroviamo tra i prati di Pianezzo anche prima di quanto sperassi: superata la SEV sfiliamo sotto l’imponenza della parete Fasana raggiungendo i due Pilastri. Osservare dal basso la croce del pilastro GianMaria, salito insieme giusto ieri, ha dato ad entrambi una certa soddisfazione.

Ci infiliamo nel Canyon da Sud,  superando il grosso masso che ne occlude la parte centrale fino a raggiungere l’uscita sul lato opposto sotto il Pilastro Minore. Dall’esterno avevo osservato come poco sotto la sommità del pilastro, in un comodo terrazzo, sia stata attrezzata una bella sosta con fix e catena.

La sosta serve due vie sportive molto impegnative, Rudi’s (6b+) e Catif (7a), riattrezzate e modernizzate qualche anno addietro. Io intendevo risalire la Normale al Pilastro Minore, o via del sasso incastrato, fino a raccordarmi proprio con la quella sosta.

Ai Corni regna una strana filosofia:  gran parte delle vie classiche furono affrontate e tracciate utilizzando prevalentemente mezzi da incastro e per questo, ancora oggi, sono quasi completamente prive di chiodi o protezioni fisse. “Il confronto sportivo con chi ci ha preceduto può esistere solo se ci si confronta sullo stesso terreno di gioco” recita una delle poche ed autorevoli guide sulle vie dei Corni. Questo spesso si traduce in passaggi di terzo o quarto grado a quaranta metri d’altezza totalmente sprotetti.

Io non saprei dirvi se sia giusto o sbagliato, non ho l’autorevolezza o l’esperienza per esprimere un giudizio in tal senso, quello che so è che ai Corni arrampicano davvero in pochi e che le scelte, lassù, vanno davvero ponderate.

Dal fondo del canyon, sotto un grosso masso incastrato a mezza altezza, inizio a salire in opposizione. Questa tecnica è davvero particolare e davvero divertente: invece di “tirare” si “spinge”. Tanto con le mani quanto con i piedi si procede in spaccata tra le due pareti parallele risalendo, movimento dopo movimento, questo curioso “vicolo di roccia”.

Davide "birillo" Valsecchi

Per sicurezza, sempre più psicologica che efficace, ho infilato un cordino attorno al sasso incastrato e rinviato la corda in modo che un eventuale caduta non mi precipitasse giù, oltre il canyon, nei verdi ghiaioni sottostanti. Dopo il primo tratto in opposizione, superato il masso, si risale lungo la parete del pilastro attraverso uno sconquassato diedrino.

La grande parete Fasana forma un tetto spiovente al disopra del pilastro e per questo, mentre risalgo, numerose goccioline d’acqua trasudano dalla roccia che mi sovrasta cadendo rumorose sulla mia testa. Proprio per il continuo gocciolio dall’alto la roccia interna dei pilastri è spesso umida, “saponosa” e popolata solo da appigli lisci e levigati: niente maniglioni a cui appendersi da queste parti!

Venticinque metri dalla partenza e finalmente sono fuori dal canyon ancorato alla sosta. Do voce a Fabrizio dicendogli di prepararsi ma di aspettare il mio segnale prima di salire: prima, infatti, voglio guardarmi un po’ in giro.

Sul lato opposto al Canyon una parete liscia precipita per trenta metri mentre al suo fianco risale l’evidente camino nero del versante nord-est del pilastro. Davanti a me ci sono solo 7-8 metri di roccia prima di raggiungere la cima del pilastro. Speravo di vedere la sosta finale ma dal terrazzino dove sto non si scorge nulla. Non sono mai stato lassù, alcune relazioni dicono che là in cima ci sia un fittone piantato nella roccia, altre raccontano di doppie attrezzate direttamente su di un’instabile croce di vetta. Tutte le relazioni parlano un gran male di quella sosta ma da nessuna descrive davvero come sia fatta e quanto sia affidabile.

Una parte di me vorrebbe andare a curiosare lassù ma devo affrontare un paio di conti. Sugli ultimi sette metri non c’è alcuna protezione, certo non sembra particolarmente difficile ma se scivolo e vado a basso il povero Fabrizio dovrà fare fronte ad un mio volo di una quindicina di metri. Ammesso riesca a trattenermi finirei sconquassato e a penzoloni direttamente dentro il camino. Con la poca esperienza a sua disposizione, ammesso che la “sberla” non lo ferisca o lo getti nel panico, non avrebbe nessuna possibilità né di aiutarmi né di aiutare se stesso. Uno scenario davvero poco allettante.

Se ci fosse un chiodo o uno spit là in mezzo tutto sarebbe diverso ma, tant’è, questi sono i Corni. “Birillo, basta non cadere…” Sussurra una vocina. “Ma se la sosta fa schifo” risponde una seconda voce “te la senti di arrampicare in discesa mentre un principiante ti fa sicura dal basso?”.  Stava per iniziare una specie di colluttazione interna quando una voce calma ha semplicemente suggerito la scelta più ovvia “Che fretta hai? Fagli fare un po’ esperienza, non rovinare tutto solo per ingordigia. Aspetta…”.

Ai Corni si impara davvero tanto e non sempre ciò che ci si aspetta: «Fabbrì, sei in sicura, puoi salire ora.» Il mio socio si gode la salita in opposizione ma viene sconfitto dal cordino incastrato attorno al masso: «No! No Fabrizio, tira dalla parte del nodo… vabbè, lascia lì. Passo poi io a riprenderlo. Vieni su, fa lo stesso…».

Quando mi raggiunge facciamo un po’ di teoria su come vada organizzata una sosta e sulle diverse soluzioni che si possono adottare per mettersi in sicurezza. «Andiamo in cima?» mi chiede. «No, ci fermiamo qui per oggi: ce la guadagniamo a puntate la cima. Oggi studiamo la calata in corda doppia: ormai è inaccettabile che tu non sappia scendere da qui senza di me». Già, quella di oggi per Fabrizio è stata la sua prima doppia: tutte le altre volte, per sicurezza, l’avevo sempre calato con un fidato “mezzo barcaiolo”.

Piastrina Gigi, longe, cordino autobloccante: tutto coma va fatto e poi giù, in verticale lungo la roccia fino alla base del canyon in piena autonomia. Va meglio del previsto, io a suo tempo ci misi parecchio per imparare a fidarmi delle corde. Bravo Fabrizio!

Tolti gli imbraghi ci siamo sdraiati a mangiare su un grosso sasso esposto al sole. Guardavo i Pilastri e la parete Fasana studiando le vie: ero consapevole che prima di me molti altri avevano fatto lo stesso probabilmente stando seduti proprio su quel masso  come noi. Assorto nei miei pensieri ammiravo la roccia quando, voltandomi, ho visto il mio socio russare beatamente: sì , c’è bisogno che faccia pratica ancora un po’! ( ;)).

Davide “Birillo” Valsecchi

Il “tetto” dei Corni

Il “tetto” dei Corni

La Parete Fasana, il verticale versante NE del Corno Centrale: all’improvviso quello che appare un ripido pendio erboso precipita in un dirupo che scuote i polsi ed il cuore di chi si avvicina al suo ciglio. Il fascino che esercita su di me quest’anfiteatro di roccia è sempre più forte e vibrante.

Ogni volta che passo da quelle parti scopro qualcosa, una traccia o un segno che poi ricerco nei libri o nelle vecchie relazioni alpinistiche. “Chi arrampica sui Corni arrampica ovunque!” Questo è ciò che i vecchi  (e forti) alpinisti raccontano di queste montagne dalla roccia quasi sempre o troppo compatta o molto delicata, sempre umida e dagli appigli al contrario.

La Fasana è considerata poi una ghiacciaia: ”l’esposizione di questa parete e il clima particolare della zona favoriscono le scalate solo pochi mesi durante l’anno, ed in alcuni casi quando il clima sembra accettabile altrove, su questo versante diventa proibitivo”.

Ogni volta che passo da quelle parti alzo il naso e guardo in alto: “Potevo nascere altrove ma sono nato qui. Non so se sia stata sfortuna o buona sorte: tocca essere all’altezza delle montagne a cui si appartiene”. Potrei fare finta di nulla, dedicarmi a mete più ambite ed accessibili ma dubito che potrei provare lo stesso affetto e la stessa passione che sento ora guardando questa parete per me inacessibile.

Poco più avanti, sul corno Orientale, c’è una via che fu dedicata a mio nonno e che ne porta ancora oggi il nome (Luigi Paredi): da queste parti è un po’ come essere in famiglia. Un luogo magico e solitario: in pochi vengono ad arrampicare quassù, dove tutto è magnifico e terribile.

Salgo lungo la cresta erbosa e mi sdraiato a terra strisciando con attenzione (e timore) verso l’abisso. La prima, irrazionale, sensazione è che tutta la cornice di roccia ceda all’improvviso trascinandomi nel vuoto. Ingoio la paura e mi spingo oltre.

Sopra di me appare la coppia di grossi corvi che hanno preso dimora qui. Gracchiano, volteggiano ed uno di loro si appoggia sulla cresta opposta. Al di là dell’abisso mi osserva e la sua presenza quasi mi rincuora: non sono più solo.

Intravvedo il fondo della parete ma non riesco a spingermi oltre, a mente cerco di capire la mia posizione rispetto alla roccia sotto di me. Sono quasi sulla verticale del pilastro minore e sul fianco dell’imponente tetto di roccia che sporge nella parte alta e centrale della parete.

Punto la macchina fotografica, apro lo zoom ed inizio a studiare quella porzione di roccia tanto impressionante da basso. A 110 dal suolo la roccia si fa compatta e sporge in avanti, la macchina fotografica mi mostra i chiodi che si intravvedono ad occhio nudo.

“Accidenti…” Quei chiodi sono stati posti negli anni 60. Schegge di memoria poste nella roccia. Probabilmente nessuno o quasi è passato di lì negli ultimi 40 anni, probabilmente nessuno oggi affiderebbe la propria vita ai quei pezzi di metallo incastrati a mano con martello e punteruolo. “… quanto mi piacerebbe poterli toccare…”.

Davide Valsecchi

Anima nel vuoto

Anima nel vuoto

La Cassin al Medale non sbuca in vetta, ma esce sulla destra seguendo una cengetta, prima della quale ci si slega. Parto io, mi segue Diego, chiude Beppe. Subito sento un rumore sordo, una botta attutita. Mi giro: siamo in due, il Beppe non c’è. Scendiamo a rompicollo. Dico a Diego di andare da Zaccheo per dare l’allarme mentre io perlustro il ghiaione ai piedi del Medale. Lo trovo quasi subito. Giuseppe Verderio, classe 1944, da allora riposa al cimitero di Vimercate.

Voglio, devo, fare qualcosa per ricordarlo. Fin da subito ho chiaro dove: quello strapiombo che tante volte avevamo osservato dalla SEV porterà il suo nome.

Primo novembre 1969. Alla Bocchetta di Leura vi è un gruppetto di tende ed un fuoco per scaldare l’aria. Il giorno dopo scendiamo alla base della parete nord-est. Girato l’angolo si erge un pilastro. Attacco. I primi tiri di corda non sono proprio il massimo, per via di tutta quell’erba che c’è in parete. Alla fine del terzo tiro supero un bel passaggio su roccia ed eccomi alla sosta. Sorpresa! Nella fessura che qui ha inizio vi sono alcuni chiodi. Sono vecchi, è vero, ma ci sono! Non mi resta che salire e capire dove portano.

Dopo una decina di metri ne vedo uno alla mia sinistra, in direzione del “naso”.  Ho incrociato, per pochi metri, la “Stella alpina”, una via aperta anni prima da Giuseppe Crippa e Giuseppe Arosio (neppure la citata guida dice quando).

Guardo verso l’alto: due strisce nere d’acqua scendono parallele. Salirò in mezzo a loro, sul grigio. Il passaggio che segue, fatto completamente in libera e con gli scarponi rigidi – così si usava allora – è rimasto tra i miei ricordi alpinistici. Un pilastrino dove mettere un chiodo di sicurezza ed una cengetta inclinata verso il basso è quanto offre il quarto posto di sosta. Preparo il tiro successivo salendo un po’ di metri su chiodi a pressione (la roccia è compatta, senza buchi né fessure), poi decido di buttare giù le doppie.

Tre novembre. Eraldo si ritira dalla partita. Io e Diego raggiungiamo l’ultima sosta di ieri. Il nostro cielo ha il colore dello strapiombo, tondo, compatto (ma quanti metri esce?). Di salirlo in arrampicata non se ne parla nemmeno.  O si lascia perdere e si torna a casa, oppure lo si chioda a pressione. E così faccio, dandoci dentro con martello e punteruolo.

Dopo una quindicina di metri un chiodo esce dal suo buco. Io ci sono appeso, i piedi nel vuoto. Diego si è distratto e non mi sta facendo sicurezza. Volo.

Incredibile ma vero, non provo né panico né angoscia. Vedo soltanto il ghiaione, circa 200 metri più sotto, venirmi incontro velocemente. Un attimo prima dello strappo delle corde (un chiodo ha tenuto!) rivedo la mia vita in una frazione di secondo. Pendolo nel vuoto. Le corde s’intrecciano. Tolgo dalla tasca due cordini, faccio due Prusik e risalgo sulle corde fino alla sosta. Due paroline “di conforto” all’attonito amico, poi riprendo a salire.  Il mio volo è stato di (circa) venticinque metri; giorni dopo, una volta rientrato a casa, scoprirò di avere due costole incrinate.

Ad una trentina di metri dalla sosta comincio a spostarmi verso destra, dove intuisco una possibilità d’uscita. Nella parte terminale, dove l’esposizione nel vuoto è massima, provo l’ebrezza di vedere che alcuni chiodi – su cui ho appena sostato, appeso al tondeggiante soffitto come un salame – fuoriescono dalla roccia per scivolare lungo la corda.

Una cosa mi è chiara: indietro, tanto facilmente non si torna. Devo assolutamente uscire da questo vuoto. Una crepa nella roccia – la prima in quaranta metri – mi permette di piantare un chiodo, ma dal suono capisco che è solido quanto un panetto di burro al sole.

Metto un chiodo e mi ci assicuro e… adesso che faccio? Ricapitolo: sotto, lo strapiombo si è parzialmente schiodato; dove sono io la sicurezza è al suo minimo storico (il chiodo che ho piantato lo devo considerare mezzo dentro o mezzo fuori?); posto per sostare in due neanche a parlarne.

Penso: se mentre mi raggiunge il Diego esce un altro chiodo e vola in fuori, è sicuro al cento per cento che mi strapperebbe da questa malsana posizione. E il rischio che tutto possa accadere è davvero tanto. Devo decidere in fretta, e lo faccio: piano piano, misurando i gesti, mi slego dalle due corde ombelicali che mi uniscono al compagno, quaranta metri più in basso.  Le vedo scivolare veloci attraverso i moschettoni. Adesso sono qui, sull’orlo dello strapiombo, solo e slegato.

Una decisione suicida questa? No. Mi sono detto: se mi slego, con le due corde Diego può scendere in doppia fino ai piedi della parete, poi risalire per sentiero alla bocchetta di Leura e da lì cercare, con il mio aiuto, la direttrice sa cui calare le corde e farmi sicurezza mentre esco dalla via. E così è stato. Sotto un cielo più rosso che blu abbandono questa parete-frigorifero.

Ma non può finire così. Sei giorni dopo, io e Diego siamo di nuovo ai Corni, avvolti nella nebbia. Dopo aver cercato invano un posto dove attaccare le corde per la doppia, d’accordo con lui decido che io solo mi calerò dall’alto, assicurato a spalla, fino alla sosta sul bordo dello strapiombo. Da qui risalirò gli ultimi trentacinque metri in arrampicata solitaria. Le difficoltà non vanno oltre il quinto grado. Un traversino a sinistra e rivedo l’amico.

Ha ripreso a nevischiare. Foto ricordo. Simo soli. La via dedicata alla memoria di Giuseppe Verderio adesso è davvero finita. E’ il nostro ultimo legame terrestre. Il nostro piccolo monumento.

Giancarlo Mauri
(estratto da “Arrampicare ai Corni” pubblicato su “L’Isola senza Nome: storie di uomini e montagne”)

Maggembre ai Corni

Maggembre ai Corni

«Che tempo infame!! Ma come fa Maggio ad essere tanto brutto?! A quest’ora si dovrebbe iniziare a fare il bagno al lago ed invece non si trova neppure una giornata di sole per poter arrampicare!!» Come un anziano brontolone rimuginavo sul tempo,  offeso ed infuriato da come i pochi caldi raggi di sole non riuscissero ad asciugare nessuna delle pareti che avrei voluto affrontare. Fabrizio, il mio fido compagno di mille avventure, camminava al mio fianco condividendo il mio disappunto ma con una punta di ironia in più: «Siamo a Maggembre, che ti lamenti? Il mese un po’ Maggio ed un po’ Novembre. E’ un’invenzione della modernità: vedi, essendo il tredicesimo mese porta sfiga e piove sempre!»

In una finestra di tempo asciutto io e lui salivamo da Valbrona verso i Corni cercando di sfruttare quel disgraziato sabato quantomeno per sistemare la “Grotta del Sindaco(dei Corni)” ed allenarci un po’. Il sole andava e veniva mentre una pioggerellina persistente e sottilissima ci accompagnava in modo fantozziano.

Sulla via incontriamo però Giovanni: Giò, che più o meno è mio coscritto, è il figlio di Pietro, una delle storiche guide alpine della nostra valle; è un valente alpinista che in curriculum vanta diverse salite al Bianco e all’Aconcagua nelle Ande argentine. «Oilà Giovanni! Tutto bene? Infame sto tempo, accidenti!!»

Anche per lui i Corni sono terreno d’allenamento e capita spesso per questo di incrociarsi su per i monti. «Arrampichiamo un po’ insieme quest’anno? Io e Fabrizio siamo spesso a far pratica dalle parti del Pilastrello. Se ti capita di passare sei il ben venuto!» Io e lui ci conosciamo da qualche anno ma sono state poche le volte in cui abbiamo avuto occasione di fare attività insieme. Speriamo finalmente che questo sia l’anno buono!

Dopo una sincera stretta di mano ognuno ha proseguito per la sua strada. Ahimè, giunti alla grotta ci siamo trovati davanti una sconsolante distesa di fango. Quando abbiamo scoperto la caverna era in una giornata di sole e, completamente asciutta, ci aveva totalmente rapito. Purtroppo in seguito ha sempre piovuto e la grotta, che comunque raccoglie pochissima acqua, si è via via sempre più inzuppata costringendoci a lavorare, soprattutto nella parte iniziale, in mezzo al fango. «Maggembre infame!!»

Distesi in avanti con una paletta da giardino abbiamo trascorso le ore successive spostando terra ed ascoltando musica. Oltre il margine della grotta la pioggia andava e veniva in modo sconsolante. «Dannato Maggembre!»

Verso le quattro, quando ormai eravamo adeguatamente scassati ed anchilosati,  abbiamo raddrizzato la schiena uscendo finalmente dalla grotta. «Birra?» e birra sia. Dismesse le tute speleo abbiamo fatto fagotto e ci siamo infilati alla Sev. Il rifugio è in manutenzione ma è comunque aperto e ad accoglierci abbiamo trovato un gruppetto di giovani che, ripulendo diligentemente le cucine, avevano già cominciato a far festa.

«Ciao, un paio di birre per favore!». Il ragazzo ci poggia sul tavolo due Printz da 66 e, ahimè, io ed il socio avevamo nello stomaco solo mezzo panino a testa: «Ho idea che siamo nei premi oggi. Queste due ci mandano a nanna!» Così, con stoica perseveranza, abbiamo ucciso le due bottiglie discutendo e fantasticando su quello che sarebbe possibile fare alla fine di questo disgraziato “Maggembre”.

Un ultimo sorso e ci siamo tirati in piedi e, dopo aver salutato la compagnia, ci siamo messi in cammino verso valle. «Davvero curiosa la birra: più scendi e più sale!» Il mio socio stava scoprendo a proprie spese ciò che il mio amico Iceman scoprì al ghiacciaio del Ventina dopo aver fatto lo spiritoso con una bottiglia di Génépì: mai mischiare alcool, quota e pressione atmosferica in modo avventato!!

Ormai vittime dell’ebrezza al malto scendevamo pacifici per la strada verso Oneda inseguendo i passi ed i pensieri. Sul lato della carreggiata un grosso masso giace avvolto dalla vegetazione, su di un lato l’evidente segno di come l’acqua abbia scavato una profonda scanalatura quasi rotonda.

«Vedi questo masso, Fab? Per migliaia di anni questo sasso è stato “altrove”, probabilmente parte di qualche montagna lontana. L’acqua correva e scorreva sopra di esso e, nel corso di un tempo infinito, ne ha scavato la roccia formando questo scivolo. Poi, all’improvviso, questo sasso è stato vittima di forze più possenti della roccia stessa ed è finito qui, ai bordi di un prato, in un altro “altrove” imprevisto ed imprevedibile.»

Le parole, stentate e rotolanti, sembravano uscire da sole mentre mi trovavo incantato davanti ad una semplice roccia sul lato del sentiero. «L’universo è cambiamento». Il tempo e lo spazio erano evidenti in quel pezzo di roccia: la forza della natura, una forza che cambia restando sempre se stessa. Un tutto che racchiude un infinito niente dove anche l’impossibile è solo un semplice e cangiante punto di vista.

Credo di essermi incartato per bene davanti a quel masso e, probabilmente, per un istante anche io sono stato in qualche “altrove”. Fabrizio, con lo sguardo un po’ perplesso, mi ha dato una mezza manata sulla spalla: «hey, Universo! Guarda che ricomincia piovere!». Come due bambini abbiamo iniziato a correre ridendo mentre il cielo apriva violento i suoi rubinetti.

Maggembre non esiste, non esiste questo tempo e nemmeno questo spazio. Neppure noi  esistiamo sebbene in noi vi siano tutte le cose: mantieni  l’atteggiamento intrepido di un eroe e il cuore tenero di un bambino perché quando un sasso rotola dalla collina non conosce mai la sua traiettoria.

Davide “Birillo” Valsecchi

Very  Local People

Very Local People

DSCF7564«Domenica? Beh, domenica ai Corni! Siamo o non siamo i “Local People”?» Così i o e Fabrizio ci siamo incamminati per i Prati di Pianezzo, in cima ai Corni di Canzo. Con noi anche un “socio” quasi nuovo:  Gasko infatti è stato con me al corso speleo ed è il primo a visitare la nostra “segretissima” grotta del Sindaco dei Corni.

La giornata era  finalmente illuminata da un sole primaverile e nonostante i nostri zaini fossero stracarichi di attrezzatura  è stato davvero piacevole sentire finalmente il “caldo”.

Alla SEV abbiamo incontrato Angelo, lo storico capo-spedizione di gran parte delle avventure extraeuropee che il Cai-Asso ha condotto negli anni ’90. Angelo giudò anche la fortunata spedizione a cui ho preso parte e che conquistò e battezzo la vetta di 5100 metri che porta ancora oggi il nome di CIMA ASSO. «E’ bello incontrarsi ai Corni!»

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Dopo un rapido giro turistico del Corno Centrale abbiamo raggiunto la grotta. Gasko ha fatto una prima esplorazione del ramo “dispensa”  che abbiamo aperto con fatica la scorsa settimana. Poca roba: 4 o 5 metri di cunicolo ma guadagnati palmo a palmo!

Insieme abbiamo cominciato a scavare, sempre in spazzi ristrettissimi, anche il secondo ramo:  dopo quattro ore sdraiati a terra con una paletta da giardinaggio siamo finalmente riusciti a liberare il passaggio inoltrandoci nel cunicolo che, purtroppo, si arresta dopo 6 o 7 metri oltre una brusca curva a gomito che tanto ci aveva fatto sperare.

L’esplorazione de “La grotta del Sindaco dei Corni” si può dire quindi conclusa. Probabilmente è una delle più ampie presenti nella dolomia dei Corni ma, speleologicamente  parlando, è davvero piccina. Resta solo un ramo esterno da verificare.

Visto che Gasko era l’unico di noi tre che fumasse la sua presenza ci ha permesso di effettuare la prova della sigaretta. Tenendo in mano una sigaretta abbiamo infilato il braccio nella fessura del cunicolo iniziale del ramo esterno osservandone il fumo: due ampie spirali sfilavano  verso l’esterno mentre la  sigaretta si è lentamente consumata in un totem di cenere.  «Tirare tira! Anzi: soffia!»

Di scavare oltre non se ne parlava nemmeno e così, smesse le infangate tute speleo, ci siamo infilati nella fessura del Pilastrello per arrampicare un po’ sul Pilastro Maggiore. Il nostro Gasko, come è usanza per chi visita per la prima volta la fessura, ha dovuto impegnarsi nella foto celebrativa in opposizione sotto il masso sospeso! Bravo Gasko!

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Dispensa a Tasso Zero

Dispensa a Tasso Zero

birilloLa zia Giusy prepara un panino per Fabrizio che, finito il lavoro alle due, passa  a prendermi a casa: è il due maggio e prosegue la nostra esplorazione de “La grotta del Sindaco (dei Corni)”. Arriviamo ad Oneda in macchina, parcheggiamo prima della stanga e ci infiliamo su per il sentiero che taglia per la Val Cerina.

Il nostro materiale, incrostato dal fango del giorno prima, è umido e pesante nello zaino mentre avanziamo a passo lento lasciando che le gambe inizino a sciogliersi. A metà salita il primo incontro. Poco dopo il “gigante” il fiume si avvicina ad un piccolo torrente. Il rumore dell’acqua copriva i rumori e così, quando abbiamo scollinato una piccola cresta, ci siamo trovati davanti una capriola che, altrettanto sorpresa, si puntava sulle gambe davanti frenando la sua corsa a non più di cinque metri da noi. Alle sue spalle, una quindicina di metri più indietro, anche un giovane maschio.

Lei, indecisa sul da farsi, inizialmente si blocca, poi indietreggia avvicinandosi al maschio, sempre immobile. Un’ultima occhiata ai due bipedi intrusi e poi via di corsa insieme attraversando il torrente e scappando nel bosco sull’altro lato. «Fabbrì, questa volta dovresti averli visti bene…» Il sorriso compiaciuto di Fabrizio era la migliore risposta.

Raggiunto Pianezzo ci siamo incamminati verso la parete Fasana. Camminando sotto quell’immensa muraglia di roccia un grosso corvo ci ha sorvolato e si è posato a raccogliere qualcosa alla base della parete. I corvi sono i messaggeri degli spiriti e la mia famiglia, anticamente di carbonai, in dialetto è chiamata Curbàtei, “i piccoli corvi”.

Ho iniziato a guardare quella soverchiante parete completamente trasportato dalle sue forme e dalla sua imponenza. «Hey, guarda un po’!» Ridevo mostrando a Fabrizio le mie mani: scosso da un fremito avevano iniziato a tremare mentre il cuore si era messo a correre. «hehe! Questo posto comincia a farmi davvero uno strano effetto: proseguiamo và, se mi fermo a guardare non ci muoviamo più». Quell’anfiteatro sta diventando un luogo magico: magnifico!

Finalmente al “Sindaco” abbiamo cercato un punto d’accesso alla grotta un po’ più semplice ma, anche in questo caso, abbiamo dovuto calare una corda, in doppia su un albero, per issare gli zaini ed il materiale. Infilate le tute abbiamo iniziato il nostro “lavoro”.

Sdraiato sulla pancia ho iniziato il giro di controllo della “pastura”. Il giorno prima avevamo lasciato, qua e là, un po’ di frutta per cercare di capire la presenza ed i movimenti di LEMMY, il nostro tasso. La frutta era sparita solo dai cunicoli più esterni e posti ai margini della grotta, relativamente lontano da dove stiamo avanzando. Oltre la nostra trincea tutto era rimasto intatto. «Okkey, oggi passo oltre: abbassiamo ancora un po’ quello strato di terra ed infiliamoci nel cunicolo.»

In un oretta di lavoro siamo riusciti a creare abbastanza spazio per passare e raggiungere la stretta cameretta dove erano ben evidenti i segni del tasso. L’ingresso dei due cunicoli più piccoli erano infatti “unti” ed anneriti dal continuo passaggio del’animale.

«Okkey ci sono. Qui si alza abbastanza. Avanzo un altro metro». Fabrizio, alle mie spalle, ascoltava la radiocronaca della mia progressione «Altri due piccoli cunicoli alla mia sinistra. Dentro c’è acqua, non ne vedo la fine. Avanzo di un altro metro. Ho quasi raggiunto la curva.» Sembrava un allunaggio o un operazione chirurgica ma “parlarci” era l’unico modo per restare in contatto nel cunicolo.

Strisciando nel budello di roccia, dopo cinque metri, ho raggiunto finalmente la curva dove la luce si arrestava: «Niente, sono sul fondo. Qui si restringe di botto e dopo un altro metro e mezzo diventa impercorribile.»

Arretrando piano, strisciando all’indietro, sono tornato alla strettoia. «Oky, tocca a te ora. Vai tranquillo, non c’è nessun guaio fino al fondo. Stringi le spalle e non spingere troppo quando tocchi.» Così Fabrizio, indossando un buffo caschetto da canoista fluviale, si è infilato nel budello spingendosi con la punta dei piedi.

Dopo aver raggiunto il fondo mi ha di nuovo raggiunto: «Ma che figata! E’ uno spettacolo entrare così! Sembra che non ci sia nulla ma è pieno di cose da guardare! Hai visto quei disegni sulla roccia?». Nonostante fosse coperto di fango era entusiasta e quei “disegni”, di cui parlava, erano i bellissimi “ricami” che spesso l’umidità forma sulle pareti e che ricordano molto, nella loro elaborata ramificazione, le foreste di corallo.

«Benvenuto in grotta Fabrizio!»

Purtroppo il primo dei due cunicoli de “La grotta del Sindaco (dei Corni)” si è subito esaurito dopo sette, otto metri. Visto che ieri era il 2 maggio, una data per me molto particolare e densa di ricordi, ho deciso di chiamare quel piccolo ramo “la dispensa”: il cuore della casa.

Riemersi nella parte più ampia della grotta, dove la luce esterna ancora illumina intensa l’interno, abbiamo festeggiato la nostra piccola (forse insignificante) conquista. Per mostrarvi la bellezza di quel posto abbiamo “infangato” completamente la macchina fotografica di Fabrizio realizzando qualche scatto.

Ormai erano le sette e, tutto intorno a noi, si stava scatenando il temporale. Le Grigne sembravano avvolte da un inferno di fulmini mentre altri sinistri rombi ringhiavano, sul lato opposto, dal San Primo. Ovunque stava piovendo a dirotto ma, sopra di noi, sembrava fosse stata accordata una tregua. Correndo lungo la strada per Oneda siamo scesi a valle e, solo raggiunta la macchina, ha iniziato a pioverci addosso: a volte la fortuna aiuta davvero gli scriteriati!

Bhe, ma dov’è La grotta del Sindaco? Chi deve saperlo già lo sa, mentre a tutti gli altri lo racconterò ad Ottobre: dopo che avremo potuto goderci il fresco in tranquillità tutta l’estate 😉

La sera, poi, ho incontrato gli altri speleo alla sede del Cai di Erba per la riunione dello Speleo Club e, raccontando della mia piccola grotta, tutti mi hanno ricordato come nella dolomia, la roccia di cui sono fatti i Corni, difficilmente si formano grotte di dimensioni importanti.

Con un disegno della grotta ho mostrato a Pier, uno dei più esperti ed attivi “esploratori” del gruppo, il secondo dei due cunicoli che ancora dobbiamo esplorare: «Ricorda, le grotte sono ignoranti: a volte non lo sanno di essere di dolomia, nessuno glie l’ha detto che avrebbero dovuto restare piccole…» Mi ha detto ammiccando con un sorriso complice.

Davide Valsecchi

Come sempre accade Fabrizio è uscito dalla grotta tenendo il casco in testa per tutto il viaggio di ritorno. Visto che  era un “modello” particolarmente atipico voglio mostravi con chi mi tocca andare in giro! 😉

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