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Giuseppe Verderio

Giuseppe Verderio

La sera del 27 dicembre 1968 la passiamo al Rifugio Medale in compagnia del buon Zaccheo. Fuori fa un freddo boia. Un ultimo bicchiere e poi si va a dormire nella tendina che abbiamo piantato a poca distanza dall’attacco della Cassin. Anche il giorno dopo il freddo è carogna – e il Beppe pagherà caro l’essersi dimenticato di mettere l’antigelo nel radiatore della sua Seicento! In parete, non molto lontano da noi c’è baraonda: Tiziano Nardella e soci stanno finendo la Taveggia. Ma in quanti sono? Da quanto urlano, si direbbero una metà di mille. Anche noi oggi siamo qui per assaggiare una via nuova. Attacco per la Cassin. Alla sua prima sosta prendo a destra e salgo tre tiri gnecchi fin sotto gli strapiombi. Tutto in libera: giusto un paio di chiodi di sicurezza e quelli per le doppie. Per oggi ci basta, la via ci pare possibile. Ritorneremo in primavera, quando il caldo avrà sciolto i ghiaccioli che penzolano sopra le nostre teste. Il 2 marzo del 1969 ritorniamo sulla Cassin alla Medale per fotografare di profilo la “nostra” futura via. Il Beppe assicura la new-entry, Diego Pellacini, io salgo in libera fino al primo diedro. Qui mi unisco alla loro corda e portiamo a termine l’ascensione. La Cassin non sbuca in vetta, ma esce sulla destra seguendo una cengetta, prima della quale ci si slega. Parto io, mi segue Diego, chiude il Beppe. Subito sento un rumore sordo, una botta attutita. Mi giro: siamo in due, il Beppe non c’é. Scendiamo a rompicollo. Dico a Diego di andare da Zaccheo per dare l’allarme mentre io perlustro il ghiaione al piede della Medale. Lo trovo quasi subito. Giuseppe Verderio, classe 1944, da allora riposa nel cimitero di Vimercate.

Bruna è sdraiata al sole sul terrazzo, si sente “strana” in questi giorni. Così, per lasciarla tranquilla, il week-end lo passo oziando a casa con lei invece che a zonzo per l’Isola. Tuttavia, quando apro la posta elettronica, resto sorpreso: inaspettatamente è come se fosse l’Isola stessa a scrivermi.

Giancarlo Mauri, grazie a Pietro Corti, ha da poco scoperto l’esistenza di questo piccolo blog ed ha deciso di scrivermi. Quel poco che so’ di lui l’ho letto sul libro L’Isola Senza Nome, dai suoi racconti sulle pareti dei Corni di Canzo. Racconti che fanno parte ormai del folklore e delle leggende che permeano le nostre montagne. Racconti che devono accompagnare le nuove generazioni nei loro gesti sul calcare liscio dei Corni, nel loro tramandare la tradizione dell’Isola. La “Via Elvezio”, la “Dell’Oro-Maggi”, la “Città di Cantù”, la “Via Pozzi” ed infine anche la “Giuseppe Verderio”, la linea verticale che affronta e rimonta la “Grande Onda” del Corno Orientale. Una via dedicata ad un amico scomparso, un ricordo nella roccia.

Giancarlo mi ha inviato un link ad un pdf, una nuova versione, arricchita di nuove immagini, del suo lungo ed intenso racconto “Arrampicare ai Corni di Canzo”. Il ricordo iniziale, qui riportato, è un passaggio di quel lungo racconto. Nella foto proprio Giuseppe Verderio, che come avrete ormai compreso, cadde il 2 Marzo del 1969. Leggendo il racconto di Giancarlo si scopre molto di più sul “Beppe”, sulla loro amicizia e sulle loro avventure.

“Arrampicare ai Corni di Canzo”, nella sua nuova edizione, è disponibile gratuitamente on line a questo indirizzo: Arrampicare ai Corni di Giancarlo Mauri (2014 riedizione academia.edu). Chi abbia arrampicato ai Corni di Canzo, o sia semplicemente affascinato da queste grandi e solitarie pareti, non potrà che rimanere coinvolto, rapito dalle nuove immagini quasi inedite che ora accompagnano questa storia.

Ancora una volta ringrazio Giancarlo per aver condiviso le sue avventure, a tratti dolorose, con noi. Avventure che hanno dato forma alle nostre fantasie, ai nostri sogni su quelle pareti. Avventure, grandiose e terribili, che hanno spalancato le porte di un mondo nuovo, di una visione delle nostre montagne tanto antica quanto moderna. Grazie: fino a quando questo spirito animerà gli arrampicatori dell’Isola il ricordo di Beppe non andrà perduto.

Davide “Birillo” Valsecchi

Giancarlo Mauri attraverso la grande “Onda” del Corno Orientale

Vergine d’oriente

Vergine d’oriente

 

Sabato mattina sguscio fuori dal letto e guardo attraverso le finestre: prima a sud e poi a nord. La neve è arrivata sull’Isola Senza Nome a metà settimana, ma la pioggia a bassa quota mi aveva sempre scoraggiato dall’andare a curiosare tra le nuvole. Ma oggi non piove, forse è la volta buona! La neve sull’Isola è qualcosa di speciale, un evento che accade due o tre volte l’anno e che svanisce in fretta. Così, nel nuovo millennio, apro Internet e do un’occhiata alle webcam e agli “inviati speciali”. Da quando vivo sul versante Sud gli amici del versante nord mi fregano sempre: da Valmadrera salire ai Corni è più lunga che da Valbrona e sul lato nord, specie in val Cerrina, c’è sempre un sacco di neve in più. Qui al sud la neve inizia sempre molto in alto e per raggiungerla tocca affrontare lunghi tratti spesso sotto la pioggia. Questo lo so perchè sono nato e cresciuto al Nord, qui a Sud mi godo il sole ed il caldo  ma durante l’inverno pago pegno agli amici sull’altro versante.

Su Facebook ecco puntuali le foto di Ivano: caminetto, corno Occidentale e poi via, traversata verso il corno Centrale. Doppietta. Stefano invece pubblica una foto del crocifisso di legno: probabilmente affronterà la ferrata del venticinquennale e poi risalirà la cresta superando il Passo della Vacca. Andata anche questa! Resta forse la cresta integrale del Moregallo, forse… Per me è tardi: la “vergine bianca” sulle cime se la sono già presa tutta!

Come maschio adulto posso dirvi che una “vergine” è letteralmente il peggior guaio in cui abbia cercato di infilarmi da giovane: fortunatamente alla mia età simili rischi sono ormai scongiurati! Se devo essere onesto quella cosa del “paradiso con 70 vergini” mi pare più una spaventosa minaccia che un’invitante premio. Tuttavia se parliamo di roccia o neve incontaminata ed intatta, vergine appunto, è tutta un’altra questione! Alla mia età addentrarsi per primi in un universo bianco di morbide e vellutate linee è ancora un’eccitante attrazione!

Certo, ma in questo assalto generale dove cercare la propria vergine bianca? Così ho svegliato Bruna, che è astrologicamente vergine: “Hey Bru! Vieni a fare due passi nella neve?” Due ore più tardi, dopo brontolii ed interminabili preparativi, riusciamo ad uscire di casa. Ormai sono le undici, decisamente tardi, ma il cielo è coperto di nuvole: l’unico pericolo è che la neve si sciolga prima di riuscire a raggiungerla!

Da Piazza Fontana a Sambrosera il nostro è un piccolo intenso calvario: “Io non ci volevo venire!” “E allora perchè  mi hai detto sì?” “Perchè volevo fare qualcosa con te!” “Tipo brontolarmi contro tutto il tempo?” “Maledetto #$£*! Spero che nella prossima vita tu ti reincarni in una donna costantemente travolta dagli sbalzi ormonali!!” “Curioso… sai che una maga una volta mi ha detto che nella vita precedente ero una prostituta inglese che scriveva poesie… guarda, credo che con un paio di tette sarei irresistibile anche senza scrivere sonetti!” “AAAAARRRGH!!!” Fino a quando le endorfine non le hanno dato un po’ di gratificazione non c’è stato modo di vederla sorridere!!

Tuttavia io un’idea su dove trovare la mia vergine ce l’avevo! Da Sambrosera rimontiamo verso la cresta che dal Corno Rat risale al Corno Orientale. Sulla traccia ci sono già due piste: una persona con scarpe leggere è scesa ed un’altra, indossando degli scarponi, è risalita. Tuttavia sono abbastanza confidente: vanno e vengono dal Fo, il grande faggio ai limiti del val Ravella, non sembra gente che punti alla cima lungo la cresta!

Al bivio la mia teoria trova conferma: la cresta è vergine! Piano piano inizio a fare le traccia risalendo attraverso il bosco. La neve trasfigura ciò che ci circonda rendendo luoghi familiari quasi sconosciuti. Copre ogni cosa ma è ancora poca, non offre appoggio ma nasconde i sassi e le insidie. Sui lati della cresta il bosco precipita ripido e profondo, suggestivo ed inquietante: scivolare di sotto significa mettersi in guai davvero seri.

Per Bruna è dura, nei passaggi più complessi, attraverso le rocce ed i passaggi obbligati, devi infilare le mani sotto la neve, cercare qualche buona presa e piazzare bene i piedi cogliendo appoggi ricoperti di bianco. Dopo l’incidente non si fida ancora della roccia, ha sempre paura che crolli di colpo e di certo le mani intorpidite dal freddo non la aiutano. “Accidenti, che freddo alla mani! Ma perchè dovevo sposare un dannato alpinista! Perchè ti ho dato retta!”

Lungo la cresta ci sono un paio di lunghi passaggi attrezzati con le catene: possono essere aggirati ed evitati seguendo il sentiero ma con la neve quelle deviazioni, a sbalzo sul bosco verticale, mi sembravano persino più esposti e pericolosi del tratto attrezzato. “Te la senti di passar su di qui?” “Quanto è lungo” “Trenta metri, massimo quaranta” “Okay, proviamo!”. In realtà c’è gran poco da provare, la parete sale quasi verticale e se piombi arrivi a terra.

Le catene sono incrostate di neve ma non c’è ghiaccio, non fa abbastanza freddo. Tuttavia la placca è bagnata ed ogni appiglio è coperto e nascosto dalla neve. Parto per primo e cerco di fare pulizia, con la catena la difficoltà è azzerata …ma solo se hai forza e metodo per restarci aggrappato. Bruna mi segue, spinge e tira, ma a metà si blocca. Nonostante i guanti la catena è molto fredda ed anche infilare le mani nella neve non aiuta. Io sono tranquillo senza guanti, ho dovuto arrampicare spesso al freddo, ma lei non c’è abituata: il dolore alle mani la sorprende e la spaventa. Appesi a metà parete cerchiamo di risolvere la questione: un pezzo di corda mi avrebbe fatto decisamente comodo! Poi, ritrovato coraggio e determinazione, rimontiamo l’ultimo tratto della parete. Il resto della cresta ha ancora tratti esposti ma nessuno così continuo e lungo.

Giunto sotto lo sperone dell’anticima ci accolgono un paio di curiosi uccelli che paiono banchettare con i ciuffi d’erba che spuntano tra la roccia innevata. Un ultimo tratto di catene rimonta l’anticima portando direttamente alla Croce del Corno Orientale. Le catene rimontano una placca inclinata non particolarmente difficile, tuttavia rimonta verso il lato sud dell’anticima puntando alla parete aperta: dove la catena curva per piegare ad ovest ci si trova a sbalzo su un vuoto di quaranta metri che precipita verticale sulle piante. In estate, con la roccia asciutta, è un passaggio capace di mettere una certa inquietudine se affrontato senza lounge di sicurezza. Pensare a Bruna in quel passaggio slegata e con la neve mi metteva i brividi: così ho preferito aggirare per il bosco.

Quando siamo arrivati in cima al Corno Orientale sopra di noi si è aperto l’azzurro e le nuvole hanno reso surreale lo scorcio verso il Corno Centrale ed il pilastrello: un piccolo premio finale per la nostra piccola avventura prima di ripiegare verso la SEV in cerca di pastasciutta e vino rosso!

Davide “Birillo” Valsecchi

Feliz Navidad

Feliz Navidad

“Ma la batteria? Dove è finita la batteria?” Fino a Lunedì l’operazione “Luce ai Corni” sembrava essere destinata all’annullamento. Lo scorso anno, la notte del 23 dicembre, avevamo acceso una striscia di led usando una pesante batteria da 12kg recuperata da una vecchia sedia a rotelle: portarla fino in cima al Corno Occidentale era stata una vera mazzata piombata direttamente sulle mie spalle. Ora però nessuno sapeva più dove fosse finita e non avevamo neppure idea di come sostituirla. Per di più Andrea e Mav erano arruolati per la fiaccolata al Palanzone mentre Simone aveva il turno in Croce Rossa: la squadra Badgers partiva già dimezzata, disorganizzata e senza adeguato equipaggiamento.

“Dai, ti accompagno io: alla peggio andiamo su solo noi due” Lo slancio di mio fratello Keko era assolutamente imprevisto, ma era la spinta che mi serviva per onorare una tradizione ancora fragile e tutta da costruire. “Bene, allora diamoci da fare!”. Così abbiamo saccheggiato la moto di Bruna (…sì, la bergamasca possiede una vecchia Hornet che non mi lascia guidare) ed abbiamo ricostruito l’impianto a led con l’aiuto di Andrea: “Ma posso prendere la scossa se metto la batteria nello zaino?” “Birillo! Accidenti, sono 12volt! Non la puoi prendere la scossa!!”. Bha …io sono dell’idea che sia sempre meglio chiedere, non si sa mai con la corrente…

Venerdì 23 Dicembre c’è mezzo mondo in giro per le montagne. Fiaccolata al Cornizzolo, a Megna, al Palanzone, al San Martino, al Regismondo, sulla Crestina Osa, sul Corno Rat e persino sulla Cassin al Medale. Fiumane di gente ovunque, ma ai Corni di Canzo solo due piccole squadre si preparano a salire verso il punto più alto dell’Isola Senza Nome: il Corno Occidentale.

Io, Bruna e Kekko siamo i primi a partire. TeoBrex e gli altri ci raggiungeranno più tardi uscendo dal lavoro. In un oretta e mezza risaliamo da Oneda al Corno. Nel caminetto, che è un rispettabile secondo grado da affrontare al buio, piazzo una corda fissa per andar sul sicuro. La maggior parte dei Tassi ha un addestramento speleo ma conviene essere prudenti per la discesa da fare disarrampicando al buio ed al freddo.

In cima allestiamo le luci giusto in tempo per la partenza della fiaccolata al Cornizzolo. Quest’anno i nostri led sono nuovi ed hanno la capacità di cambiare colore: una tamarrata incredibile dotata persino di telecomando per programmare i colori!! A dare supporto abbiamo anche un faro “artigianale” sottratto a mio padre: un occhio di bue degno di una contraerea e capace di illuminare da un corno all’altro. “Tutto pronto! Bene, ora non resta che aspettare gli altri” Già, peccato che faccia un freddo becco e che da nord la cima sia spazzata da un arietta tesa e gelida che piomba direttamente dal lago. Inutilmente cerchiamo di nasconderci accovacciandoci dietro la croce. “Che disagio! Siam messi peggio dei barboni in centrale!” Kekko accende le musichette natalizie sul cellulare mentre ammassati cerchiamo di tenerci caldo stringendoci l’un l’altro. “Bagai che freddo!!”

Così, spinti dall’istinto di sopravvivenza, cominciamo a fare l’unica cosa sensata per scaldarci: “tu scendi delle stelle” a palla ed iniziamo a ballare e saltare in cima ai Corni mentre la Croce di vetta, in modalità stroboscopica, lampeggia di mille colori stile discoteca! Qualcosa di assolutamente improponibile ed al contempo magnifico!

Dopo un’ora intensa trascorsa in cima “all’agghiaccio” dimenandosi al ritmo furioso e trascinante di “Feliz Navidad” finalmente appaiono nuove luci alla base del caminetto: TeoBrex, Krulak, Veronica, Giusy e Maurizio. Finalmente le due squadre sono finalmente riunite nel freddo abbraccio dei Corni. Zaini a terra, si fa festa: vin brulè caldo e dolcetti fatti in casa! Stretti in cerchio tutti insieme  a festeggiare fa già meno freddo!

Per un’altra ora restiamo lassù ad ammirare il panorama ed ingollare dolcetti riempiendo di vino caldo le ciotole. Poi spenta la croce, scendiamo di nuovo tutti insieme lungo il caminetto riparando nel Bivacco invernale della Sev. Finalmente a riparo si apre lo spumante e si scarta il panettone! Anche quest’anno è fatta: i Corni hanno avuto la loro luce! Buon Natale gente, tanti Auguri!

Davide “Birillo” Valsecchi

Corno Occidentale: Giorgio e Renzo

Corno Occidentale: Giorgio e Renzo

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Era da un po’ che Mattia ed io non arrampicavamo più insieme, dai tempi della Gary Hemming ad Aprile. Nel frattempo è nato il piccolo Ivan, Bruna si è tirata un sasso su un piede ed un sacco di altri imprevisti hanno tenuto diviso il duo assese dei Corni di Canzo: bisognava per forza rimediare!

Così, nonostante le difficoltà logistiche, alle quattro del pomeriggio ci siamo finalmente ritrovati al crocefisso di legno sotto il versante ovest del Corno Occidentale. L’ora era alquanto tarda per attaccare una via ed un vento intenso presagiva qualcosa di oscuro nonostante il sole splendente in un cielo terso. Il vento rimontava gelido da Sud mentre nuvoloni bianchi rimontavano le Grigne dalle spalle coprendole dal Rosalba in sù. Le nuvole da nord spingevano l’aria fredda giù lungo il lago verso la pianura dove, per effetto del caldo, rimbalzava nuovamente verso nord attraverso l’Isola Senza Nome come vento gelido: “Amico mio sta girando: diamoci da fare!”

Quello che dovevamo affrontare era la prima ripetizione della nuova via di Giorgio Farina e Renzo Zappa, due veterani del Soccorso Alpino e dei Corni di Canzo. Qualche anno fa, già sessantenni, avevano aperto “Attenti a quei Due” sempre sul Corno Occidentale. Mattia e Serena avevano effettuato la prima ripetizione mentre Mattia ed Io avevamo fatto la prima invernale (…due asini a testa bassa su placca bagnata con neve tutto intorno!!). Quindi era obbligo rispettare la tradizione e scoprire dove, con caparbia tenacia, si erano nuovamente avventurati i nostri due beniamini.

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Era un po’ che non toccavo la roccia dei Corni e, nonostante l’esperienza maturata nel tempo, resta sempre tra le più impegnative che mi sia capitato di incontrare. Un colore grigio intenso costellato da piccole chiazze bianche, un dalmata smussato e sfuggente costellato da asperità quasi mai vive. “Accidenti, non si scherza con la roccia dei Corni! Davvero diversa da quella su cui arrampico in questo periodo!”

Giorgio e Renzo hanno trovato un passaggio molto logico attraverso un settore del Corno Occidentale in cui sembra improbabile trovare roccia buona: un buon compromesso tra difficoltà e solidità. La via è facile da leggere, aperta prevalentemente a chiodi e rinforzata con qualche spit piantato a mano laddove ci sono passaggi erbosi e roccia incollata da capire. Il primo ed il secondo tiro hanno bei passaggi su roccia lavorata ma da valutare, il terzo è un allungo sulla cengia erbosa ed il quarto è un bel diedro verticale abbastanza tecnico e protetto tutto a chiodi. Le soste sono tutte a catena tranne quella sull’albero.

Al primo tiro, facendo lo spiritoso da secondo, mi è saltata una presa su uno spostamento e quasi sbandiero passando di sotto: probabilmente i Corni ci tenevano a rimettermi in riga! Questo solo per dirvi come, nonostante il gran lavoro fatto dai nostri due, sia importante non sottovalutare un itinerario che, nonostante alcune protezioni a spit, conserva un carattere alpinistico. A differenza di “Attenti a quei due” non ci sono tiri esageratamente tecnici (come la bella placca a gocce) o troppo “ravanosi” (come l’attacco iniziale alla nicchia o l’uscita sui terrazzi erbosi). Nella cengia erbosa hanno piazzato un paio di fittoni proteggendo un passaggio spesso godibile solo agli “amanti del genere”.

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 Un po’ di placca “cornica”, un mezzo strapiombo obliquo non proprio semplice, un po’ di prato, un po’ di roccia non proprio compatta, un bel diedrino da spaccata, il tutto ben protetto ma in buona parte a chiodi. Con un po’ di attenzione, ma con facilità, si riesce a comprendere come gli apritori hanno salito la via e le scelte che hanno effettuato. Probabilmente questa via (di cui ancora non conosco il nome) può divenire il giusto compromesso per permettere a chi ha già un po’ di esperienza di approcciarsi ai Corni prima di affrontare le grandi classiche dell’Isola. Rispetto ad una “Cris” sulla parte Fasana questa è decisamente meno inquietante e più godibile per cominciare. Il diedrino finale è molto bello, non altissimo ma protetto a tre chiodi con un passaggio d’uscita su prato molto istruttivo: attenzione che la roccia incastrata nella terra non sempre tiene, mi raccomando!

Io e Mattia l’abbiamo trovata molto bella e, sicuri di guadagnarci qualche imprecazione dai futuri esploratori dei Corni, ci sentiamo di dire una frase quasi leggendaria da queste parti: “Ripetuta e consigliabile”.

Ovviamente, come è ormai tradizione da un po’, all’uscita dell’ultimo tiro ci è piombata addosso una nebbia scura e gelida che ci ha messo in fuga dall’imminente acquazzone. Detto questo questo non resta che aggiungere un’ultima cosa: Bravo Giorgio! Bravo Renzo!

Davide “Birillo” Valsecchi

Normale Dotazione Alpinistica, martello e qualche chiodo scaramantico attaccato all’imbrago, fettucce per allungare, un paio di friend piccoli per l’ansia. Ad eccezione dell’albero, dove la sosta va attrezzata, le altre fermate permettono la calata.  Una via dei Corni di Canzo, ben protetta ma da non prendere sottogamba.

Fratelli Mandressi

Fratelli Mandressi

Fratelli Mandressi

Da tempo, dopo la via alla parete del Pradello, ero alla ricerca della possibilità di aprire una nuova via d’arrampicata, solo io e mio fratello. Dopo innumerevoli scorribande fra le pareti del Lago, Grignetta, Resegone e Corni abbiamo individuato la possibilità di apertura sulla parete SO del Corno Centrale di Canzo. Al che, con tutta l’accortezza possibile, abbiamo fatto delle ricerche per assicurarci che nessuna via fosse mai stata aperta e/o tentata, specialmente dai nostri amici di Valmadrera, molto attivi in quel settore di parete chiaramente contraddistinto dall’evidentissimo strapiombo iniziale ben visibile anche da lontano.

L’8 settembre 1976, al mattino presto, circa le 6, partiamo da Meda con il camioncino Fiat 600 con direzione la 2° stanga della strada che da Valbrona sale ai Corni, in modo da risparmiare energie il più possibile. Purtroppo la strada era chiusa sin dall’inizio ed abbiamo dovuto caricari i due zaini sin dal basso della valle. Zaini ben pesanti in quanto avevamo portato tutta l’attrezzatura d’arrampicata su roccia a noi disponibile, oltre a 3 corde ed a un filo di nylon per poter eventualmente issare dell’altro materiale, in caso di necessità.

Dopo circa un ora e mezzo siamo giunti sotto lo strapiomo, ed espletate le solite operazioni abbiamo iniziato l’avventura. Già alla partenza, come previsto, sono iniziate le difficoltà di chiodatura: avevamo costruito noi in casa dei piccoli chiodi di lega “tenera” ricavate da “balestre” vecchie, perchè avevamo previsto potessero ben adattarsi a fessure strette e sinuose, oltre al fatto che non potevamo permetterci di usare troppo i chiodi Cassin che avevamo, per noi costosi. La chiodatura ci ha impegnato notevolmente perchè abbiamo sempre tentato di “chiodare il più lungo possibile”.

Dopo la 1° sosta, mi sono caricato sulle spalle uno zaino di solo materiale, in modo da averne a disposizione il più possibile. L’impegno è stato “totale” tant’è che i ricordi sono ancora vivi. Dopo due tiri decisamente “duri” e faticosi, finalmente si è potuto arrampicare in libera, e dopo alcuni tentativi per trovare la soluzione migliore, finalmente abbiamo raggiuntola rampa che ci ha portato in cima al Corno Centrale.

Da lì, di corsa, siamo ritornati alla base per recuperare tutto il nostro materiale, e con il morale alle stelle, siamo tornati a casa. L’attacco della via è stato segnalato con un pennarello che, sicuramente, dopo non molto si sarà sbiadito. L’anno dopo, arrampicando in Dolomiti, abbiamo incontrato Romano Corti di Valmadrera che, essendo venuto a conoscenza dell’apertura della via, ci ha chiesto di inviargli una relazione da poter inserire nella nuova guida dei Corni, in fase di stesura.

Ancor’oggi, quando vado ai Corni di Canzo, salendo da Gajum mi prende un senso di commozione e grande soddisfazione guardando il grande strapiombo che fa bella mostra di sè.

Via Fratelli Mandressi Parete SO Corno Centrale
Primi Salitori:

Mandressi Giorgio 22/12/1959
Mandressi Claudio 05/01/1954
Lunghezza 60 metri – 2 tiri di corda difficoltà A1 – A2 un passo di A3 – V°
Prima ed unica ripetizione, in libera, di Ivan Guerini e C. anno 2000. Valutata VII + VIII

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Assalto Ai Corni: Tasso Alcolico

Assalto Ai Corni: Tasso Alcolico

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Finalmente Bruna poteva mettere il naso fuori casa e ne abbiamo approfittato per partecipare all’Assalto ai Corni, l’annuale manifestazione organizzata alla SEV. Visto che il piede non è ancora guarito, per la prima volta in vita mia, sono salito ai Corni in Jeep! Comodi comodi, io, Bruna e le stampelle ci siamo piazzati sulla terrazza del rifugio ad attendere che Teo, Keko e Nicky ci raggiungessero a piedi. Al loro arrivo Pianezzo era ormai affollata di partecipanti che avevano raggiunto il rifugio da tutti i versanti dei Corni (gli organizzatori hanno registrato più di 300 iscritti!!).

Nuovamente tutti riuniti abbiamo indossato le magliette dell’evento e cominciato a festeggiare (…ma di brutto!). Prima di mezzo-giorno, in tre, avevamo già ingollato cinque boccali da mezzo litro di “La tazza di Aurora”: un dionisiaco intruglio a base di Gin + Campari + Vino Bianco + Aranciata. Dopo questo “piccolo preambolo introduttivo” abbiamo preso parte all’aperitivo offerto dalla SEV: aranciata e Gin a mestolate!

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Ed è all’apice di questa iperbolica parabola che un inviato di “TeLeLecco”, armato di telecamera e microfono, ha deciso di intervistare i Badgers!! Onestamente all’inzio non credevo facesse sul serio: il nostro pietoso stato sembrava assolutamente lampante. Tuttavia, quando si è accesa la lucina rossa, mi sono reso conto he faceva sul serio, che ero finito nei guai!

Il ruolo di “capitano” mi spingeva in prima linea mentre alle mie spalle i miei soci assumevano le peggio eroiche pose da tamarro beone. Tutti i presenti attorno erano consapevoli (e divertiti) di come quella non sarebbe stata un intervista, ma una fucilazione pubblica. Quando sbiascicando ho definito i “Tassi del Moregallo” come “un gruppo che fa gruppo” ho capito che inesorabilmente stavo rotolando giù per la collina, sbattendo e rimbalzando ad ogni nuova domanda. “Credo di essermela cavata peggio del vincitore del primo premio Becchi!!”. (…perchè il tasso è il miglior animale che c’è, … dopo la donna – Link -) 

Incredibilmente, grazie ad un imprevedibile intervento di Keko, il giornalista ha voluto uno dei nostri adesivi e ci ha lasciato i suoi contatti con l’intento di realizzare un ulteriore servizio dedicato alle attività alpinistiche dei Tassi sull’Isola senza Nome (…in vino veritas?).

Ormai la nostra dignità era smarrita nell’etere come fumo nel vento: non restava altro che continuare a festeggiare! Al termine dell’aperitivo, dopo un paio di salvifici panini al salame, l’ardito trio dei Tassi è crollato scomposto in un angolo all’ombra. Mentre in lontananza venivano celebrate le premiazioni e risuonavo i numeri della lotteria, noi eravamo sprofondati tra le braccia di Morfeo russando ormai senza più ritegno.

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Ore più tardi, quando la quiete, il silenzio e la solitudine avevano ripreso possesso dei Corni, i Tassi si sono risvegliati dal loro temporaneo letargo. “Ecco – ha esordito il mio fratello aprendo gli occhi – è la storia della mia vita: mi addormento ed al risveglio la festa è finita!!” Barcollando con fare incerto siamo scesi attraverso il bosco fino alla fonte per rinfrescarci il corpo e le idee. “Questa è la cosa più pericolosa che abbia mai fatto ai Corni!”. L’acqua gelida ha rinvigorito i tassi scuotendoli dall’alcolico torpore in cui si erano lungamente avvolpacchiati! L’ultima jeep ha riaccompagnato a valle Bruna mentre il resto del “gruppo che fa gruppo” rientrava a piedi, soddisfatto dal proprio epico e celebrativo “Assalto ai Corti”.

Davide “birillo” Valsecchi

I Badgers avevano un motivo in più per festeggiare: Sabato 09 Luglio 2016 alle ore 23:55 è nato Ivan, fratello di Matteo e figlio di Serena e Mattia Ricci. Socio, te lo dicevo che sabato nasceva!! Benvenuto!

Via Buon Compleanno

Via Buon Compleanno

“Lassopra è tutto un programma!” Io e Mattia avevamo attaccato la via Buon Compleanno in un pomeriggio di fine Ottobre. Avevamo superato il primo tiro ma le difficoltà si erano dimostrate più ostiche del previsto e lentamente, ma inesorabilmente, ci avevano rubato tempo. All’orizzonte il sole calava nell’intenso rosso del tramonto d’inverno.  “Bhe, sarà per la prossima volta…” Questo era stato il nostro pensiero lasciando la parete sud del Corno Occidentale.

“Buon Compleanno” è una via aperta da Giulio Zappa, Fabrizio Pina e Roberto Rusconi nel 2002. Giulio e Fabrizio sono buoni amici, ci avevano inviato lo schizzo della via, quella poteva essere la prima ripetizione e con un po’ di rammarico siamo ridiscesi a valle prima del buio. Poi, come spesso accade, la fantasia è stata rapita da idee nuove: era il 2014, nei due anni successivi ci perdemmo sulla roccia dei Corni senza fare ritorno a quella via.

Le pareti dell’Isola Senza Nome ci avevano già regalato molto, anche se c’era costata non poca fatica convincerle a prenderci in simpatia. Da allora, piano piano, altri amici hanno cominciato ad avvicinarsi alle nostre montagne ed è sempre stato un piacere accoglierli ed ascoltare le loro storie.

Mesi fa avevo incontrato Davide Tagliabue alla sede del Cai di Cantù: Bruna era uscita ed io avevo approfittato di una lezione di scialpinismo per passare nella “bassa” a salutare. Su internet avevo visto le foto di Davide quando, con Lorenzo Festorazzi e Luigino Tomasella, aveva ripetuto la via del Det alla Torre Costanza. Ero rimasto colpito da quella sua salita e così, tra il serio e lo scherzo, gliel’avevo buttata lì: «Vieni a fare un giro ai Corni se ti capita: lassù ci stiamo dando un gran da fare e non sarebbe male avere un po’ di buona compagnia». A volte sono cose che si dicono, a volte sono cose che funzionano.

Già, perchè poi Davide, insieme ad Attilio Invernizzi, sono davvero saliti ai Corni e, senza saperlo, scegliendo una via quasi a caso, ci hanno “soffiato” da sotto il naso proprio la prima ripetizione di Buon Compleanno. Quando ho visto le foto sono scoppiato a ridere, ma non ero indispettito, anzi, ero davvero contento che la sua “prima volta” sull’Isola fosse anche una “prima”. Così gli ho subito scritto «Hey! Maledetto! Voglio la relazione!» Lui ha capito, ha riso e dopo qualche settimana mi ha inviato il suo racconto. «ciao Birillo, ho scritto un “mini racconto” sulla via: dimmi come ti sembra. P.s. scusa i tempi lunghi ma sono tutt’altro che uno scrittore».

Per me è sempre un grande piacere pubblicare una salita ai Corni. Mi piace che anche altri, animati dal giusto spirito, si avventurino tra le nostre montagne rendendole un poco anche proprie. Siete i Benvenuti!!

Davide Tagliabue e Attilio Invernizzi – 24 Aprile 2016 – Via Buon Compleanno Corno Occidentale.

Tutto ha inizio in una piovosa giornata di dicembre. Sono allo Sport Specialist e, curiosando nel reparto libri, vedo che vendono la guida “Arrampicate sui Corni di Canzo e Moregallo”. Decido subito di comprarla, è da un po’ che cerco una guida su questa zona di cui non si riescono a reperire moltissime informazioni, eccetto che per le poche vie più battute. Mi ritrovo così a casa a spulciarla per bene, e noto con grande piacere che ci sono un gran numero di vie di ogni varietà. La mia attenzione è tutta per le vie di stampo classico, e su questo  libro ce ne sono un sacco! Mi segno quindi le vie che mi interessano maggiormente, e attendo il momento propizio dopo l’ inverno.

Domenica si presenta finalmente l’occasione, i miei abituali “soci” d’ arrampicata hanno organizzato di andare a fare la ferrata sul corno occidentale per portare amici e parenti. Inizialmente decido di unirmi a loro, poi mi ricordo che sullo stesso corno ci sono un paio di vie che mi piacerebbe fare. Sento così Attilio e gli illustro la situazione, dicendogli che ci sono due vie che mi interesserebbe fare. Scegliamo di comune accordo la via “buon compleanno”, i gradi sono gli stessi, ma questa via è molto più corta, e come prima arrampicata dell’anno può andare più che bene.

Alla mattina ce la prendiamo con comodo, così ci troviamo tutti e undici al parcheggio per le dieci!! Si in effetti abbiamo preso un po’ sottogamba questa via “tanto è lunga solo 150 metri, e quel grado lo arrampichiamo bene”. Ignari di quello che ci aspetta, risaliamo il sentiero verso la ferrata con tutta calma, e mentre gli altri si preparano, io e Attilio ci dividiamo dal gruppo e attacchiamo la ferrata. In pochi minuti superiamo altri “ferratisti” e ci troviamo sulla cengia dopo la scala di ferro: è questo il punto dove dobbiamo abbandonare la ferrata per attraversare in leggera discesa verso destra aiutati da un cavetto metallico.

Troviamo i due spit  che decretano l’ attacco della via e cominciamo a prepararci. Ora sarebbe il momento di decidere chi dei due parte da primo, cosa ambita da entrambi visto che i primi 15 metri sono già uno dei due passaggi più duri della via. Attilio gioca d’anticipo e si fa trovare con parte del materiale già appesa all’ imbrago, quindi decido di farlo partire. Il primo chiodo è ad una decina di metri da terra, e nella compatta placca iniziale riusciamo a proteggerci solo con un micronut meramente psicologico. Il mio compagno col suo solito autocontrollo, esegue i movimenti giusti ed arriva a rinviare il primo e, due metri più su, anche il secondo chiodo, uscendo poi su una rampa erbosa dove si trova la sosta, mi recupera e finalmente tocca a me. Durante la sua progressione ho prestato attenzione ai suoi movimenti, cercando di memorizzarli. Riesco così ad arrivare in sosta abbastanza in fretta e senza fare troppa fatica. I tiri successivi scorrono senza problemi ma non velocissimi, la roccia è veramente bella nei passaggi difficili ma negli altri punti è molto sporca di vegetazione e con molti massi instabili a causa delle pochissime ripetizioni. Al giorno d’ oggi la maggior parte degli arrampicatori si riversa in massa sulle vie più battute e perciò più protette, pulite e sicure. La zona dei Corni viene invece un po’ snobbata, si crea quindi un circolo vizioso in cui se la via non è più che pulita, non viene ripetuta e le condizioni peggiorano. Io e Attilio però non facciamo parte di questa categoria e ci piace ripetere vie poco battute. Dopo ben tre ore e mezza di arrampicata mista a prati usciamo in vetta, sistemiamo l’attrezzatura negli zaini, e corriamo giù a raggiungere gli altri nove della ferrata .

La relazione della guida “Arrampicate sui Corni di Canzo e Moregallo” è perfetta, ad eccezione della terza sosta dove non abbiamo trovato né spit né chiodi, ma poco importa visto che c’è un bell’ albero su cui sostare. I chiodi in parete sono tutti molto affidabili, comunque per una ripetizione è consigliabile avere anche qualche chiodo a lama, a U ed eventualmente uno corto a foglia per il passaggio iniziale dove noi abbiamo messo il micronut. Fate anche molta attenzione ai tratti con vegetazione, nel terzo tiro, per una zolla d’erba che mi è ceduta sotto al piede, mi son fatto un bel pendolo di cinque metri fortunatamente senza brutte conseguenze.

Davide “Antani” Tagliabue

Attraverso l’Onda

Attraverso l’Onda

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“Dite amici ed entrate” questa è la famosa frase di Tolkien incisa sulla porta di ingresso delle miniere di Moria: forse questo motto può valere anche per l’Isola Senza Nome. Mi è infatti naturale, quasi istintivo, considerare “amico” chiunque venga qui ad arrampicare: quelle vie, così diverse, così inconsuete e misteriose, inevitabilmente creano un legame tra coloro che si avventurano a ripeterle. Si diventa parte di una “ricerca” comune e, anche se queste persone tra loro spesso quasi non di conoscono, nasce spontanea un’alleanza, un’amicizia. Sono i Corni a fare da garante: fino ad oggi non hanno mai sbagliato nel giudizio.

Io e Giovanni Giarletta non ci siamo mai incontrati, ma curiosamente ci siamo scambiati spesso i saluti attraverso comuni amici nel Soccorso Alpino. Il nostro primo contatto è stato attraverso Internet, condividendo impressioni e ricordi del Pizzo d’Eghen: Giovanni, ad inizio Luglio, aveva infatti ripetuto la Cassin trovando i chiodi che noi avevamo lasciato a Giugno, fuggendo sotto il temporale. Da allora ci siamo tenuti spesso in contatto.

Quando Giovanni mi hanno scritto di aver ripetuto insieme a Luca Danieli la Stella Alpina al Corno Orientale è stata per me una gioia ed una sorpresa. Ero felice fossero approdati all’Isola Senza Nome ed ero felice di rivivere attraverso il loro racconto la nostra salita attraverso la Grande Onda.

Ora fanno parte anche loro di questa nostra strana e piccola comunità: benvenuti! Le nostre montagne sono rimaste a lungo avvolte da una “nebbia” che le ha conservate e preservate dai grandi e violenti cambiamenti che sono avvenuti altrove. I “vecchi” sono stati davvero bravi nel proteggerle ed è merito loro se oggi possiamo vivere queste piccole ma intense avventure: qualcosa di cui dobbiamo essere grati, una tradizione che dobbiamo raccogliere e perpetrare.

Ho chiesto loro di scrivere una piccola relazione,  sia da pubblicare su “Cima” che da inviare a Gianni Mandelli che, proprio in questi giorni, sta organizzando una specie di diario dell’Isola dove annotare le salite e le nuove vie.

Questa è la loro storia:

Stella Alpina – Corno Orientale
Ripetizione di Giovanni Giarletta e Luca Danieli il 02/04/2016.

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A parte la classica e divertente cresta OSA, il mio primo approccio con l’attività alpinistica della zona risale a quasi tre anni fa durante una delle poche ripetizioni della via OSA lungo l’imponente e severa parete del Moregallo. Successivamente altri obiettivi hanno distolto la mia attenzione dalla cosiddetta “Isola senza nome”, di cui però nel frattempo ho continuato ad informarmi, leggere e sentirne parlare.

L’idea che mi ero fatto di questa zona era di un alpinismo diverso da quello praticato in Grignetta (montagna alla quale sono particolarmente legato perchè quella che più ha contribuito con le sue guglie e le sue vie di arrampicata alla mia formazione alpinistica). Un’arrampicata classica mista artificiale, faticosa e mai scontata con una forte componente psicologica era il quadro che infatti avevo dipinto nella mia mente. Così, incuriosito e desideroso di voler verificare di persona storie/anneddoti letti e sentiti, ho accolto volentieri la proposta del mio compagno di cordata Luca di ripetere la via Stella Alpina al Corno Orientale di Canzo.

La giornata è grigia e la nostra destinazione avvolta da un ammasso di nubi basse. Sebbene le premesse non siano delle più invitanti, spinti dalla curiosità e dalla voglia di scoprire un posto nuovo a due passi da casa, raggiungiamo Valmadrera e in men che non si dica siamo sul sentiero verso la sorgente di Sambrosera. Al cospetto della parete, il diedro con quel caratteristico andamento a forma di onda appare evidente e una targhetta alla base dello zoccolo elimina ogni dubbio circa lo sviluppo: le prime due lunghezze sono su rocce affioranti e prato verticale reso assai più insidioso dall’umidità della giornata… ma questi sono i Corni di Canzo e le regole del gioco che abbiamo accettato.

Superato lo zoccolo, a causa della fumosità della relazione in nostro possesso e della scarsa conoscenza del luogo, ci accorgiamo di essere sulla fessura sbagliata quando ormai è difficoltoso tornare indietro. Ci troviamo di fatto sulla prima lunghezza di Arsene Lupin (via sportiva a spit) al termine della quale per raccordarci con Stella Alpina occorre superare il tratto da cui nasce il diedro, composto da una fessura svasa rovescia nella quale riusciamo a proteggerci con due friend e un chiodo piatto puramente psicologico. Superato l’inghippo, i chiodi diventano numerosi ma da verificare e tirare (se necessario) con cautela mentre la colata d’acqua della parte destra del diedro obbliga ad una progressione più precisa e limitata nei movimenti. L’ultima lunghezza (l’unica veramente godibile in completa arrampicata libera) è una larga lama ben proteggibile con materiale da incastro.

Arrivare in cima e sentire il tepore del sole completamente assente per via dell’esposizione della parete è stata davvero una bella sensazione e proprio come un surfista al termine di una gran cavalcata nel tunnel di un’onda, usciamo soddisfatti ed entusiasti per l’itinerario e il posto appena scoperto. Dopotutto, l’unica certezza che avevamo prima di partire per questa avventura era che una volta terminata la via ne saremmo rimasti delusi o, come fortunatamente è successo, completamente esaltati.

Giovanni e Luca.

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