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Davide e Bruna Valsecchi

Davide e Bruna Valsecchi

davide e brunaIeri ci siamo sposati: è stato divertente, persino più divertente di quanto mi aspettassi. Curiosamente è forse la prima volta che salgo ai Corni di Canzo senza scattare una foto ma, sono certo, che il miliardo di foto che ci hanno scattato piano piano emergerà. Per ora ne ho solo un paio che mi hanno inviato con il cellulare.

Nel frattempo, aspettando l’aereo che ci porterà in gita al mare, avevo voglia di ringraziarvi. Ieri i Badgers non solo hanno dimostrato di essere una squadra ma anche degli ottimi amici. Sono stato sorpreso e compiaciuto dalle loro iniziative: bravi e grazie! Stefano, il fratello di Bruna, ha suonato durante la cerimonia. Gli zii di Bruna, Mark e Mary, che dalla Germania si sono presentati indossando gli abiti tradizionali bavaresi. Cristian e Catherine si sono dati da fare con le fotografie ed il mio buon amico Ivan ha speso tutto se stesso per superare la salita ai Corni.

All’uscita dal comune una sorpresa inattesa quanto bella: l’arco per gli sposi. I miei compagni di Karate-do sono infatti saliti da Milano: scalzi ed indossando il Gi, la divisa bianca, si sono disposti ai lati formando un corridoio. Anche i Badgers avevano avuto la stessa idea ed indossando una maglietta bianca, stampata per l’occasione, si sono disposti impugando le picozze.

Quando è stato il momento i Karatechi si sono disposti in Oizuki, la posizione del pugno alto, mentre i Badgers hanno introciato come spade le picche. Bruna ed io, ormai sposi, ci siamo chinati attraversando l’arco. All’uscita ci siamo trovati davanti Dario, mio maestro ed amico. Fulminio mi ha piazzato un paio di schiaffi in faccia e, prima che potessi reagire, ci ha piazzato due bicchierini di vetro in mano. Dalle pieghe della giacca ha estratto una fiaschetta di grappa, ha riempito i nostri ed il suo bicchiere: al grido “Kampai!” abbiamo brindato alla goccia!

Anche i Corni si sono dati da fare per contribuire ai festeggiamenti. Ci hanno regalato il sole durante la salita, ci hanno permesso di sederci a tavola al rifugio e poi hanno inscenato uno spettacolo quasi pirotecnico. Da nord è calata impetuosa la tempesta: osservarne la buia avanzata sulle increspature del lago era avvincente ed elettrizzante. Quando poi la tempesta ci ha colpito è stato un tripudio di grandine e lampi!

Una volta che il temporale era passato oltre il cielo era nuovamente sgombro di nuovole e le montagne brillavano vive in una luce straoridnaria ormai già bassa sull’orizzonte. Noi, chiusi al sicuro dentro il rifugio, abbiamo festeggiato osservando da una posizione privilegiata l’assoluto spettacolo della Natura Lariana.

Quando è stato il momento di scendere i Corni hanno fatto nuovamente la loro parte: il sole è tornato a splendere, il cielo è stato nuovamente blu. La nostra allegra compagnia ha potuto serenamente ripercorrere la strada verso casa.

Sì, mi sono proprio divertito. Ringraziamo tutti i presenti ed i volontari della Sev: abbiamo trascorso davvero una bella giornata.

Davide e Bruna Valsecchi

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Mav al Pilastrello

Mav al Pilastrello

d2Quando suonano alla porta sono ancora in mutande e sbadiglio. “Hey, sei in anticipo! Ti aspettavo tra mezz’ora…” Mav oscura la porta ed entra “Ero già in giro da un po’…”. La mia casa è il quartier generale dei Badgers ed è giusto che sia così. Bruna sgattaiola dal letto al bagno, io accendo il caffè ed inizio a riempiere un po’ a caso lo zaino: “Hai tu le corde?”.

Con Boris ero stato in Grigna il giorno prima e sentivo nella schiena tutti i duemila metri di dislivello che avevamo fatto. Ma i Corni sono i Corni ed il Pilastrello è un “rito di passaggio”. Ingollo qualche biscotto e ci mettiamo in marcia. Parcheggiamo in centro a Valbrona e ci infiliamo nel bosco: io, Bruna e Mav.

Dai 400 metri di Valbrona ai 1200 del Rifugio Sev sono altri 800 metri di dislivello ma qui, in casa, pesano meno ed i piedi conoscono tutti i sassi. Sfiliamo sotto la parete Fasana e raggiungiamo il “canyon”. Bruna è in forma e rilassata ma il freddo dei Corni si fa subito sentire nonostante sia Giugno.

Bruna indossa un giacchino, Mav “ilVichingo” invece infila l’imbrago ed una canottiera. Io mi butto addosso una maglietta a maniche lunghe ed attacco il K-Way all’imbrago. La Fasana ed i pilastri sono in ombra ed esposti al vento che scende dal lago, si viaggia coperti da queste parti.

La normale al Pilastrello, la via tracciata da Eugenio Fasana e Vitale Bramani nell’Ottobre del 1922. Due tiri sulla roccia dei Corni quasi “vuoti”, quaranta metri di sviluppo, trenta di altezza, uno spit e tre grossi anelli. Al più un paio di fettucce in clessidra. Non difficile ma neppure banale.

Sono un po’ rigido e le piante dei piedi sono poco sensibili. Mi guardo intorno salendo e per un istante rivivo la mia “prima volta” al Pilastrello, la mia prima salita da primo. Tasto quella roccia priva di appigli e densa di appoggi sfuggenti. Rivivo quegli istanti intensi e confusi dove la paura si fondeva con la concentrazione. Non conoscevo la via ed ero con un amico anche più inesperto di me che provava farmi sicura con un mezzo barcaiolo. Non avevamo nemmeno i rinvii ma solo qualche moschettone e degli anelli di corda. A modo suo quella fu una grande salita!

 

a2bArrivo in sosta, mi appendo ad uno dei grandi anelli e recupero Mav su una mezza corda. “Sali piano e goditela! Va capita”. Lo osservo salire e non posso altro che constatare quanto sia migliorato dalla prima volta in cui ci siamo incontrati, da quel giorno di pioggia speso a far manovre di corda proprio in quella spaccatura.

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Non ci sono appigli che gli permettano di sfruttare la sua grande forza, deve salire morbido, in appoggio sul liscio. Quando mi raggiunge parte anche Bruna. Per lei questa è la seconda volta. Al primo giro la roccia dei Corni l’aveva davvero spaventata ed il primo tiro l’aveva superato insultandomi senza tregua!

Ho visto Bruna arrampicare senza difficoltà con Ivan Guerini, in apertura e su passaggi tecnicamente più difficili. Ma i Corni sono fatti a modo loro, sono increspature nel mare prima della pioggia. “Come va?” le chiedo.“Si sale ma non hai mai una sensazione di sicurezza, non ti senti mai saldo. Non ci sono appigli per le mani ed i piedi non danno sicurezza”

Il giorno prima, in Grigna, ero rimasto affascinato dalla rugosità della roccia, dalle minuscole ma ruvide increspature che ricoprono la superfice. Anche ai Corni è calcare ma più compatto, più liscio, levigato e sfuggevole. Forse è anche per questo che non esistono vie “unte” ai Corni, nemmeno sui pilastri.

Riparto dal terrazzino e rimonto i roccioni prima del muretto. So che sono appoggiati lì da sempre, che tutti ci sono saltati sopra e che probabilmente non cadranno mai. Tuttavia le rimonto morbido perchè, in fondo, da queste parti non conviene dar nulla per scontato. Al mio primissimo assalto mi ero arenato sul muretto, così avevo attraversato verso destra lungo una cengia fino a rimontare sul lato opposto del pilastro. Avevo trovato un chiodo su cui avevo fatto sosta, da quel punto la salita alla cima mi sembrava più facile e per rocce rotte.

Il mio socio, assoluto neofita, doveva però affrontare un traverso senza protezione di oltre dieci metri. Se fosse caduto avrebbe fatto un volo terrificante protetto solo da una sosta ad un chiodo. Così, preoccupato, avevo ripercorso il traverso tornando ad affrontare il muretto. L’inesperienza rende eroici!!

In molti superano il muretto aggirando lo spigolo sulla sinistra: è più esposto ma appigliato. Io all’epoca non me la sentivo di sfidare il vuoto, mi distesi ed allungai le mani fino a raggiungere il bordo del terrazzino successivo. Un respiro e mi tirai su dritto per dritto. Ancora oggi, con un sorriso compiaciuto e nostalgico, lo passo così.

Un ultimo rimonto e poi la croce, dove Gianni Mandelli ha piazzato un nuovo anello per la calata. Mi siedo a cavalcioni e finalmente il sole arriva a scaldarmi. Mi metto comodo e mi godo il momento perchè, comunque sia, è sempre un bel momento.

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Recupero Mav e Bruna,  tutti insieme tiriamo il fiato stretti sulla vetta. Qualche foto e poi iniziamo a trafficare con le corde. Curiosamente per Bruna questa è la prima calata in corda doppia. Faccio scendere Mav per primo e le mostro come fare. Nel mentre una voce dal fondo del canyon mi chiama dal basso: “Birillo butta giù una corda che vengo su!”

La voce è quella di Stefano. Il Soccorso Alpino aveva un presidio alla Ferrata del Venticinquennale e prima di smontare era passato a cercarci ai pilastri. “Lascia che scenda Bruna e poi ti recupero”. Bruna inizia la sua discesa, titubante sui primi metri e poi sempre più divertita “Scendi piano e guarda sempre dove tocca la corda!”

Ridendo arriva incolume a terra ed inizio a recuperare Stefano che sale dritto per dritto fino al tetto per poi rientrare sulla via. Ci stringiamo la mano mentre guardo divertito i fregi sul suo casco “Dannazione, farmi venire a prendere dal Soccorso sul pilastrello è uno dei miei incubi peggiori!” Scherziamo insieme godendoci il sole, poi ci caliamo ripiegando verso la birra del Rifugio.

A modo suo anche questa è stata una Grande salita. Bravo Mav, benvenuto ai Corni!

Davide “Birillo” Valsecchi

 

«E’ fatta!»

«E’ fatta!»

DSCF6073Il sole si nasconde ancora dietro le nuvole, è la fine di Maggio ma alla base del Corno Orientale ancora indossiamo i pantaloni lunghi ed il giubbetto di pile. Questa è la terza volta che vesto l’imbrago sotto la “Stellina”. Guardo in alto ed ancora una volta osservo la serpeggiante fessura che risale verso l’alto. Alle sue spalle, in modo coreografico, brilla l’ultimo tiro della Luigi Paredi.

Il freddo ci ha massacrato nei primi due tentativi ma è qualcos’altro che agita le mie paure. Quella piccola parete comincia a spaventarmi. Le difficoltà sono assolutamente fuori dalla mia portata ed in parte mi sento colpevole: sarà Mattia a dare battaglia mentre io resterò al sicuro, con i piedi per terra. Posso manovrare le corde, seguirlo al meglio delle mie capacità, ma è lui l’artista di quest’opera. Io sono immobile, impotente, stritolato tra la parete e la sua determinazione a salirla.

Non parliamo molto. L’ultima volta Mattia ha sbandierato a metà fessura ed ho dovuto calarlo su un mazzo di friend. Il freddo gli aveva intorpidito mani e piedi, non poteva farcela eppure aveva insistito. Mattia a volte è spaventoso: riesce ad essere il problema e la sua soluzione. La nostra amicizia, vissuta ai due capi della corda, è complessa, difficile da spiegare.

Mattia parte. Sfrutta i chiodi che abbiamo piazzato le volte precedenti e raggiunge la base della fessura: il chiodo verde, “Campo1”. Poi si gira e mi guarda «Ma davvero sono arrivato fin lassopra l’altra volta? Sembra alto un cifro da qui!» Ride ed iniziamo la guerra.

Con un trapano e qualche fix potremmo addomesticare la bestia, banalizzare quella salita terribile. Potremmo godere dell’illusione di averla vinta con facilità, ma in realtà la renderemmo invincibile, irripetibile, inarriviabile. La bestia, una volta incatenata, ci additerebbe in eterno ridendo di noi: «Non siete stati alla mia altezza ed ora nessun’altro potrà mai esserlo. La vostra debolezza mi ha reso invulnerabile! Posso solo ridere di voi e di coloro che con presunzione vi seguiranno». Non è quello per cui siamo qui, per cui siamo tornati.

Mattia si alza. Attacca la fessura, infila friend e rinvia. Raggiunge il chiodo, assolutamente precario, su cui aveva sbandierato. Lo supera: siamo di nuovo nell’ignoto. Parte deciso, pompa e spinge guadagnando roccia e metri preziosi. Avanza tutto a friend: non abbiamo mai fatto nulla di simile su una tale difficoltà. Poi si ferma, riposiziona i piedi: «Le braccia cominciano ad andare, non le tengo più.» Venti metri più sotto posso solo parlargli ed ascoltare la corda.

Lo osservo mentre traffica con le fettuccie. Con dei sassi incastrati all’interno della fessura crea una precaria clessidra artificiale: «Occhio, non mi ci appendo ma ho bisogno di tirare fiato». Lavora con una mano sola mentre l’altra è bloccata sulla presa. Si sbilancia verso destra, poi si raddrizza. Con il cavetto metallico di un nat sfrutta una minuscola clessidra naturale sulla destra. Lega il tutto insieme ed inizia, sempre con una mano, a piazzare un chiodo sulla sinistra. Il chiodo, che abbiamo trovato alla base del Corno Occidentale la scorsa primavera, è troppo lungo ma canta bene. Mattia lo strozza con un cordino unendo insieme tutti gli ancoraggi. Finalmente molla la presa e distende il braccio verso il basso. «Sembra reggere. Non sentivo più le braccia».

Siamo nella metà alta della fessura. Ancora qualche metro e poi dovrebbe flettersi verso sinistra diventando meno verticale. Buona parte dei Friend sono già stati piazzati, tra non molto il materiale a disposizione iniziaerà a scarseggiare. Mattia riparte, piazza un friend azzurro abbastanza grosso, si attacca allo spigolo della fessura e spaccando con le gambe si alza. «Questo è enorme ma non ne ho altri da usare» Infila il friend viola, uno dei più grossi che abbiamo, lo piega di traverso, lo incastra e continua.

La fessura è finita, ora deve riuscire ad alzarsi in piedi, distendersi ed afferrare le rocce rotte che formano il terrazzino sovrastante. Mattia non ne ha più, nè materiale nè energie, non piazza protezioni, si raccoglie, respira, si distende in equilibrio: un istante infinito, un gesto interminabile.

Poi le mani afferrano la roccia, una fettuccia in una clessidra. «Corda!» Il rinvio scatta, le mezze corde si tendono mentre le blocco nel reverso recuperando. «E’ Fatta!» Urla Mattia dall’alto. «La Stellina è fatta!»

Lassù, la figura del mio socio saluta stilandosi contro l’azzurro del cielo e il grigio intenso del Corno Orientale. La luce della sera irradia ogni cosa: è fatta! La bestia ride divertita, ora siamo suoi figli, non ringhia più contro noi.

Il mio socio mi saluta ancora una volta e poi scompare oltre il crinale superando gli ultimi metri che lo separano dalla vetta. La bellezza di quel momento, di quel saluto, è qualcosa di travolgente ed indelebile.

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Quando mi urla “sosta” lascio le corde e mi allontano per scattare qualche foto. Ora dovrei salire anche io, ma non sono pienamente convinto di volerlo fare. «Mattia, sono mezzo congelato!» Lui ride «Fidati, ti scaldi salendo!». Guardo dal basso la linea delle corde: non è alla mia portata, ma se non salissi resterebbe incompleta. Salgo. Salgo perchè il mio compagno di cordata mi aspetta all’altro capo della corda.

Mi alzo e schiodo i primi quattro chiodi, quelli tutto sommato meno importanti: chi non è in grado di piazzarne di propri è meglio che stia alla larga. Raggiungo la base della fessura. Qui, in sequenza, ci sono tre chiodi buoni che lascio: “Campo1”, la base di partenza per un viaggio chiamato “fessura”. Il chiodo verde a U è stato provvidenziale compagno di mille avventure, il secondo chiodo l’ha trovato Mattia sul Corno Centrale ed il terzo ci è stato donato da Renzo all’inizio della nostra avventura ai Corni. Stacco i rinvii e risalgo, ora appartengono alla montagna.

Le corde si allungano quando provo ad appendermi, non c’è modo di riposare. Disarmo, affronto la metà delle insidie e delle incertezze che ha superato Mattia da primo ma nonostante questo la salita è fotonica, picchia come un fabbro senza darmi respiro: ”Come diavolo ha fatto Mattia a reggere!?”

Raggiungo il chiodo su chi ha sbandierato, la roccia in cui è piantato è completamente crepata e fratturata: assolutamente inaffidabile. A a due mani mi tengo incastrato nella fessura. Cerco un equilibrio per tentare di schiodarlo ma non trovo nulla, le corde si allungano e perdo quota. Sto per sbandierare anche io. Non sono sicuro di averne abbastanza, guardo ancora una volta quel chiodo, poi stacco il friend sopra di me, spingo e passo oltre. Lo lascio lì, a memoria di quanto dura e precaria è stata la nostra salita: se mai qualcuno fosse in grado di toglierlo è pregato di restituircelo.

Arrivo al chiodo “dei Corni” ed alla clessidra a nat. Tiro fiato. La maglia a maniche lunghe è piena di buchi sul braccio destro: il cuore della fessura mi ha riempito le dita e l’avambraccio di graffi sanguinanti . «Dai che ci sei quasi!» Mi incita Mattia dall’alto. «Ormai sei fuori!»

Quel vecchio chiodo ad U lo abbiamo trovato ai Corni, su un sentiero infestato di rovi mentre cercavamo la “Fasana Perduta”. Appartiene ai Corni ed è giusto che resti ai Corni: “Ciao amico: fai buona guardia qui!”. Mi alzo, stacco gli ultimi due friend, l’imbrago pesa una tonnellata. Afferro la fine della fessura, mi raccolgo, mi alzo ed agguanto la meravigliosa fettuccia tubolare che attraversa una strepitosa clessidra calcarea. E’ fatta!

Mattia mi attende in sosta, una bellissima sosta fatta solo di fettucce e clessidre. Mi guarda, indossa il k-way ed i guanti, è infreddolito ma sorride contento. La “Stellina” è un suo capolavoro, una nuova via ai Corni di Canzo, dura e totalmente senza Spit. La bestia si è straformata in una creatura bellissima, assolutamente libera, totalmente indomita.

Il terrazino sulla cima si è riempito di erba cipollina e fiori gialli. Ci sediamo ammirando la bellezza che ci circonda, che in un istante di pace assoluta ci abbraccia accogliente, forse grata, certamente complice.Tre assalti, freddo e paura per qualcosa che è solo un’idea nella roccia: un’idea semplice, terribile e magnifica. Non abbiamo mai fatto nulla di simile!

Mattia, dopo tutto quello che ha affrontato, mi ha chiesto una cortesia: «Possiamo dedicare la via a Serena e Matteo? Per la comprensione e la pazienza con cui mi lasciano andare a spasso e fare tardi con te.» La nostra è una cordata davvero strana, formata da due individui a tratti davvero differenti. Mattia è una delle “persone” più forti e resilenti che io conosca, ma è chiaro che oltre le difficoltà, che è in grado di sostenere e superare, il suo pensiero è sempre rivolto alla sua famiglia. Credo che questa sia la dedica migliore e la più adatta: al presente, al futuro. Amico mio, è stato un privilegio esserti secondo!

Davide “Birillo” Valsecchi

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Un richiamo selvaggio

Un richiamo selvaggio

«Una nuova era esplorativa può nascere oggi stesso, e forse qualcuno l’ha già inaugurata: l’era dell’esplorazione introspettiva, umana. La nuova meta dell’esploratore non è più quella di percorrere per primo un itinerario, bensì quella di affrontare questo itinerario, ormai noto, senza supporti tecnici ma affidandosi invece, ragionevolmente, ai soli mezzi umani. Così facendo, e forte solo di se stesso, mille nuove avventure nasceranno intorno a lui, sui fiumi, nelle giungle, sulle montagne, tra gli animali “feroci”. Per risolvere i problemi che via via si presenteranno, egli dovrà dunque scavare solo in se stesso, fino in fondo: scoprirà allora possibilità immense, inimmaginabili. Ritroverà quell’istinto che già possiedeva alle origini e che il progresso ha poi sempre più atrofizzato: una dote innata che, unita al sapere dell’uomo evoluto, crea un prezioso dialogo con la natura, costruttivo e ridimensionante. Nello stesso tempo, attraverso la sensibilità che filtra l’mpresa del moderno esploratore, questa nostra Terra apparirà, come per incanto, inesauribilmente inesplorata.»  Walter Bonatti, 1969

Sulla Via delle Ossa

Sulla Via delle Ossa

DSCF5671Arrampicare è divertente, ma la maggior parte dei «climber» non ha davvero idea di cosa sia realmente l’avventura. A volte l’arrampicata diventa una faccenda un po’ troppo da fighetti per i miei gusti. Non è la difficoltà ma l’ignoto ciò che mi attira: forse è anche per questo che sono un sono un pessimo arrampicatore ma uno straordinario avventuriero.

Tempo fa sono rimasto coinvolto in un dibattito epistolare con un l’autore di un articolo pubblicato su “StileAlpino”. Lo scrittore  sosteneva che essendo terminata l’epopea delle “grandi esplorazioni” chiunque parlasse di alpinismo esplorativo era un millantatore o un bugiardo. Io gli ho scritto: “L’esplorazione è l’avventura dell’ignoto. Finché esisteranno bambini che si avventurano nel proprio giardino avremo degli esploratori: solo una mente superba ed ignorante può considerare l’esplorazione conclusa”. Immaginatevi il pandemonio che ne è nato!

Io sono nato a Cranno, una frazione di Asso ai piedi del lungo crinale che porta ai Corni di Canzo. Forse è per questo che il mio “giardino” si è allargato fino alle grandi pareti dei Corni ed ora si affaccia sui misteri selvaggi del Moregallo. Da “bambino-adulto” posso dirvi che non c’è niente di più eccitante dello scoprire qualcosa di nuovo che è sempre stato sotto il naso di tutti!

Così, in un bel venerdì di sole, mi affaccio sulla cima del Ceppo della Bella donna osservando da solo il lago ed il Crinale del Moregallo. Sotto di me la strapiombante profondità che porta alla Val delle Moregge. Lascio il sentiero ed inizio ad abbassarmi nel bosco: perdersi è il primo passo per la scoperta.

All’improvviso, tra le piante, mi ritrovo ad attraversare un inatteso tappeto verde di erba cipollina. Il sole filtra tra i rami degli alberi rendendo scintillante le foglie verdi che coprono il sottobosco. Un profumo intenso rende magica questa piccola radura. Poi, superato un crinale, mi ritrovo di nuovo sul paglione, aggrappato ad una betulla nel vuoto osservo la parte Fasana come non l’avevo mai vista!DSCF8637

Attraverso le roccette della valle ed inizio a risalire sul versante opposto. Il piano era quello di limitarsi, di seguire la tenue traccia che attraversa orizzontalmente il fianco della montagna fino a giungere alla cresta. Purtroppo in un afratto tra le rocce trovo un piccolo e resiliente accumulo di neve ed i miei piani cambiano. Con Mattia ho discusso spesso sulla possibilità di risalire in invernale il grande canale che quasi verticale raggiunge la cresta. Visto che sono alla base tanto valeva dargli un occhiata.

Ancora indeciso se sia una scelta opportuna rimonto un piccolo salto roccioso salendo in spaccata tra due grossi sassi (III+/IV-). Appena sopra mi imbatto in qualcosa di inatteso. Accatastate l’una sull’altra ci sono un infinità di ossa d’animale più o meno ricoperte dai detritti. Incastrate insieme trovo una testa di muflone ed una di capriolo: “Come inizio non è male… dimmi un po’, Birillo, oggi aggiungerai anche le tue ossa al Club?”

Uomini più saggi di me avrebbero girato al largo. Io però, vedendo un curioso diedro appoggiato, decido di proseguire. Prima però “scavo” ed estraggo le due teste dai sassi. Quella di capriolo trova spazio ma quella di muflone è troppo grande. Così infilo il teschio nello zaino, chiudo la patella superiore lasciando che le due grandi corna ricurve escano sui lati. Indossandolo il risultato è ergonomico e confortevole ma piuttosto curioso: alle mie spalle sono apparse due grandi ali demoniache ed una puzza di carogna mi avvolge come una spettrale aurea!

Risalgo ancora lungo il canale ed i miei pensieri iniziano ad assomigliare a quelli di un tabagista o di un alcolista: “Ma no, non ti preoccupare, esco quando voglio…” Le pareti che mi circondano ed i salti di roccia che supero rendono manifesta la mia bugia ad ogni metro che guadagno. L’unica uscita è alle spalle o in cima, entrambe sono da conquistare.

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Il canale è un ripido ghiaione ed i punti più complessi sono proprio i grossi accumuli di materiale. Ogni piccolo sasso che si muove innesca una piccola frana che come una slavina di superfice scorre lenta ma inesorabile verso il basso. Facendo attenzione a non “slavinarmi” addosso sassi supero in opposizione un altro stretto salto di roccia (III+/IV-). “Bene Birillo, ora sai come sono morte le ossa lassotto. Da qui si va solo avanti…”

Per quanto pieno di detriti il canale è popolato di provvidenziali pianticelle. Quello che inquieta è la straordinaria mole di roccia instabile che appoggiata sulle pareti mi sovrasta. “Quando il ghiaccio respira e fa il suo mestiere di spaccasassi questo non è propriamente un luogo salutare…”

Sopra l’uscita del canale non ci sono rocce e questa la rende curiosamente verde ed accogliente. Mi aggrappo alle piante e raggiungo finalmente la cresta: l’incognita è che sull’altro versante ci sia un precipizio roccioso. Fortunatamente c’è invece una valletta erbosa da cui si può guadagnare i prati sommitali della cima del Moregallo. Una stretta e alta forcella rocciosa è attraversata da una pista che probabilmente gli animali utilizzano come passo dal versante di Valmadrera, il canalone Belasa per intenderci, alla versante delle Moregge.

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Finalmente al sole mi godo la cresta scendendo fino all ultimo sperone della cresta. Il Moregallo è davvero una montagna misteriosa ed affascinante. Sono circondato da prati e sembra impossibile che appena più sotto vi sia un universo roccioso e verticale che scende per quasi mille metri fino al lago. Osservo l’uscita della parete Nord: davvero quegli sono gli ultimi metri di una parete alta più del Medale?

Seduto sul paglione del misterioso altopiano del Moregallo osservo un muflone che pascola ignaro. “No, non sei pronto per i 600 metri della Nord. Non è la che devi andare a curiosare ora”. Piccole e grandi pareti si innalzano come isole sui prati per qualche centinaio di metri formando piccole montagne invisibili dal fondo valle. Lavorate, concrezionate e dense di grotticelle e buchi mi appaiono bellissime ed intriganti. E’ la prima volta che arrivo fin qui e cerco di dare loro un nome in base ai racconti letti sull’Isola senza Nome. “Forse quello è lo Scoglio dei Giardini di Marzo e quello, con le tre punte, deve essere il Corno di Braga”. La mia mente affonda nei racconti di Gianni e Roberto Mandelli e la mia esplorazione si trasforma in riscoperta.

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Sono emozionato. La roccia è impressionante ma qua e là se ne intuiscono le vulnerabilità, i possibili passaggi. Non avevo mai visto quella parete da sotto e nelle mie fantasie avevo immaginato di venirci d’estate, di piantare le tende ed esplorare con i Badgers quella roccia lontano da tutto e sospesa sopra il lago.

Il tempo sta girando ed un po’ a malincuore lascio quell’angolo segreto. Torno nel bosco e qui le linee tra le piante mi incuriosiscono. Cambio strada ed all’improvviso una grossa grotta mi appare tra la vegetazione: “Accidenti!!” Inseguire grotte è eccitante!

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L’ingresso è alto quattro o cinque metri ed ampio probabilmente otto o nove. All’inizio è molto ampia e prosegue restringendosi in uno scivolo molto concrezionato che forma una piccola cameretta e si chiude poi in un evidente foro largo un pugno. In tutto lo sviluppo sarà sui 30/35 metri, molto stillicidio, molte concrezioni ma non sentivo “aria” dal buco finale. Diversamente dalle altre grotticelle che conosco della zona questa non era frutto dell’azione del gelo (come ad esempio quella nel cuore del Pilastro Maggiore) e le acquasantiere presenti sul fondo suggeriscono qualche processo di formazione più complesso e “chimico”. Scatto foto ed esco all’aperto cercando di agganciare un satellite per fare il punto con il GPS. “Chissà se è accatastata, devo chiedere al Dolfo!”

Dopo tante ore a zonzo la mia situazione è chiara: ho una testa di muflone appesa a sbalzo sullo zaino, ho risalito un canale, trovato pareti nuove ed una grotta a me sconosciuta. Sono sudato, assetato e puzzo di carogna marcia. Nello zaino ho le scarpette d’arrampicata, il piano orginiale prevedeva di scendere fino all’attacco della Crestina G.G. Osa per poi risalirla in libera. “Birillo, amico mio, hai quasi quarantanni ed hai letteralmente una carogna sulle spalle. Non è che ti fermeresti un’istante a prendere il sole in cima al Moregallo piantandola lì di fare l’asino o il tasso che dir si voglia?”

Guadagno la vetta e mi sdraio sull’erba lasciando che il vento allontani la puzza di marcio e che il sole mi scaldi piacevolmente la schiena. Chiudo gli occhi e mi perdo nuovamente.“Sì, il Moregallo è  davvero la mia montagna sacra!”. Non date retta a chi vi dice sciocchezze: il mondo è ancora tutto da scoprire e l’unica via davvero buona è quella che vi sentite di aprire!

Davide “Birillo” Valsecchi

Una possibilità su cento

Una possibilità su cento

Finalmente Mattia è di nuovo con i piedi per terra, possiamo rilassarci e persino di scaldarci un poco. Sotto la grande Parete Nord-Est del Corno Orientale fa un sempre un freddo cane ed oggi il cielo è coperto e tira una gran aria. Seduti prendiamo fiato ascoltando i sassi sche rotolano lungo il ghiaione ed il vociare che li accompagna.

Ancora infreddolito mi alzo e da dietro il torrione spunta un ragazzo con un fedora sulla testa ed una chitarra sulle spalle, tutti traballanti, all’allegra brigata di coscritti. Stupito ci guarda: «Siete qui ad arrampicare? Accidenti, c’era una possibilità su cento di incontrare qualcuno passando di qui!» Mattia ghigna «Bhe, noi siamo quell’1%» Anche il ragazzo ride. «Giovani, da dove arrivate?» Chiedo «Dalla Sev, abbiamo festeggiato un addio al celibato!» Rido forte «Accidenti, dov’è il festeggiato?» Alle spalle di quello con la chitarra spunta un altro ragazzo: due profondi occhi azzurri, sgranati, sperduti e provati da una serata impegnativa ancora tutta da chiudere, delle buffe ghirlande rosa a modi banderuola, passo incerto ed un caschetto d’arrampicata pieno di scritte benauguranti a pennarello. Gli stringiamo la mano partecipando alla festa mentre alla spicciolata “rotolano” sul ghiaione. «Hey Giovani, avete visto Gianni? E’ questa domenica o la prossima che la scuola di Valmadrera sale ai Corni?» Uno di loro, quasi inciampando, mi risponde «No, anche io sono con la scuola:  saliamo settimana prossima, con il freddo che fa oggi ci congelavano gli allievi sotto il pilastrello!».Ed in effetti ha ragione da vendere!

L’ultimo della fila ha in spalla una “dama” di vino rosso ormai esausta. Non ci conosciamo ma siamo ai Corni e se arrampichi da queste parti, qualsiasi sia il tuo versante, sei tra amici, specie dopo una notte brava! Ci salutiamo strillando auguri da lontano e, piano piano, torna la quiete assoluta. E’ stato bello incontrarli!!

Già, è stato bello ridere con loro, specie dopo due ore di battaglia con la “Stellina”. Il nostro secondo assalto al torrione, nonostante il freddo, ha dato qualche risultato ma la partita è tutt’altro che conclusa. Mattia ha risalito i chiodi piazzati la vostra precedente raggiungendo l’inizio della grande fessura che contraddistingue la seconda parte del tiro.

E’ riuscito a piazzare un chiodo abbastanza sicuro e poi è partito a friend attacando la fessura. Dando battaglia si è alzato di un paio di metri buoni piazzando due friend e raggiungendo la prima “spira” verso destra. Incastrando il piede destro nella fessura cercava una posizione stabile «Il secondo friend non è buono, devo cercare di piazzare qualcosa di solido». Prova a pizzare un chiodo sulla sinistra ma la roccia è compatta, dove cede il chiodo rompe senza tenere. «Questo chiodo è uno schifo, ha spaccato la roccia e non terrà mai!». Il momento è delicato e vampate di caldo sembrano vincere il freddo «Mattia, fai come dice Ivan: picchia dentro un mazzo di Friend, qualcuno sul numero terrà qualcosa!» Il mio non è un consiglio ma un rinforzo morale per il socio che in equilibrio già traffica con i friend!

Ne riesce a pizzare tre vicini, uno grosso (marrone) e due più piccoli, tuttavia appendersi anche solo per riposare è da escludere. Si volta nuovamente e cerca di piazzare un chiodo ad U morbido ma lavorando con una mano sola il chiodo cade dalla roccia precipitando nel vuoto. Osservo il pezzo di metallo cadere, consapevole che una cosa simile non è MAI successa con Mattia e che quello è un chiaro campanello d’allarme. Mattia prende dall’imbrago un altro chiodo a lama, lo appoggia con una mano in una fenditura, lo lascia in equilibrio e, sempre tenendosi all’orlo della fessura con l’altra mano, cerca di affarrare la mazzetta che pende alle sue spalle.

Quello è il momento, il momento in cui l’equilibrio si sposta e l’unico chiodo che abbiamo salta. Mattia sbandiera ma due dei tre friend che formano il “mazzo” lavorano bene e reggono, io blocco e lui resta appeso nel vuoto: quando si dice gli amici…

«Hey?! Okey?! Tengono o ti abbasso al primo chiodo?» «No, tutto bene. Il marrone lavora bene ed anche quello del Cervino tiene. Quello blu invece è saltato». Il chiodo a lama ha raggiunto a terra il chiodo precendete. Mattia, senza danno, prova a riposizionarsi e caparbiamente riesce a piazzare un chiodo legandolo con una ghirlanda di rinvii al “mazzo” di friend. Poi, trovando nuovi equilibri, si alza ancora raggiungendo la seconda “spira” della fessura che tende a sinistra.

«Qui la roccia inizia di nuovo a strapiombare. Butta in fuori. La fessura è rugosa ma, accidenti, senza nulla per i piedi è davvero tosta.» La situazione è ancora davvero complicata. Mattia deve superare almeno altri cinque metri di fessura al termine della quale deve riuscire ad alzarsi in piedi su una placca  verticale e compatta per afferrare il terrazzino d’uscita. «E’ bellissima ma è tosta!»

Io Indosso una maglia a maniche lunghe, un maglione in pile, un gilet in pile ed una K-Way antivento. Nonostante tutto sto gelando dal freddo ed è mio compito, come secondo, suonare il gong della ripresa: «Hey Mattia, la vedo dura passare oltre con sto freddo. Organizziamo la ritirata!» «Okay, ho i piedi che sembrano due mattoni. Sistemo il tutto e poi mi cali».

Calare il socio su un paio di friend è un brivido leggero. Finalmente a terra restiamo con il naso all’insù. «Dovrei afferrare la fessura e tirarla tutta al volo: è quando mi fermo per mettere le protezioni che mi tiro posso. Il problema è che la placca finale è tutt’altro che banale e se arrivo lassù senza averne più e senza protezioni allora sì che diventano guai seri». Lo ascolto consapevole che la nostra “Stellina” si sta dimostrando meno docile del previsto. «Dai, è ora di tornare a casa o lo morose ci spennano. Facciamo in tempo giusto per una Birretta alla Sev».

Sfruttando delle belle clessidre traversiamo dall’alto e recuperiamo le nostre cose disarmando la via dai Friend. Riempiti gli zaini ci portiamo al rifugio. Sui prati di Pianezzo i ragazzi dell’alpinismo giovanile di Canzo si avventano allegri e felici sui loro panini. Nonostante il brutto tempo oggi ai Corni ci sono tutte le “contrade”, tutte le generazioni: qualcosa che scalda il cuore! Birra, gazzosa e due chiacchiere: «No, ho idea che senza un po’ di caldo quel passaggio non riusciamo a chiuderlo. Dobbiamo aspettare qualche settimana.» Quelle parole, prononciate da Mattia “IlTrattoreInarrestabile” Ricci, sono una mezza sorpresa. Rido e batto il mio boccale con il suo «Bhe, mentre aspettiamo ci toccherà andare in trasferta a fare qualche numero! In fondo gli esperti dicono che i Corni non fanno curriculum…» Gli strizzo l’occhio consapevole di essermi messo nei guai: siamo l’1%, dobbiamo farci onore!

Davide “Birillo” Valsecchi

I Giardini d’Oriente

I Giardini d’Oriente

«Ma siete andati sabato?» mi chiede Ivan divertito mentre con Paolo siamo finalmente seduti al tavolo dell’Osteria da Edo a Valmadrera. Io mi limito ad annuire mentre lui prosegue ghignando. «In quel posto fa un freddo terribile tutto l’anno e la giornata era pessima! Paolo hai visto la foto? Fa venire freddo solo a guardarla! Per giunta ti eri allenato con il noi il giorno prima. Tutta quella fatica e l’indossifazione di non chiudere la via: perchè questa punizione auto inflitta?» Affondo i baffi nel mio boccale, poi sorrido divertito. La risposta onesta sarebbe “Per lealtà e per amicizia”, ma sarebbe fin troppo seriosa. Così faccio una smorfia da duro e sbiascico teatrale: «Mattia è il mio capo cordata. Lui dice “andiamo?” ed io rispondo “okay!”. E’ questo che fanno i Ragazzi dei Corni!». Ivan mi osserva per un istante, poi scoppia a ridere divertito mentre schiocchiamo i boccali in un altro brindisi.

Già, Sabato mattina faceva un freddo raccapricciante alla base del Corno Orientale. L’orientamento della parete ed il vento che scende da Nord attraverso il Lago rendono quell’angolo dei Corni una vera e propria ghiacciaia. Quando il 4 Maggio del 2014 abbiamo ripetuto la Luigi Paredi brillava ovunque un caldo sole primaverile, noi invece arrampicavamo battendo i denti nonostante indossassimo le mantelline, i berretti di lana ed i guanti in stoffa.

Tuttavia avevamo deciso che era arrivato il momento di attaccare la “Stellina”, il monotiro di 30 metri che da tempo volevamo tracciare sul torrione alla base della “Stella Alpina”. Avevamo a disposizione solo il mattino, poi dovevamo tornare dalle nostre famiglie, tornare a quei letti da cui eravamo sgattaiolati in silenzio nel freddo dell’alba.

«Osti, io me la ricordavo una cosa un po’ più leggera!» Già, per qualche strana ragione nella mia mente avevo già venduto la pelle dell’orso ma ora, che l’orso mi stava strapiombantemente davanti, ero più incerto sull’esito della gioranta.

La parte alta del torrione è attraversata da due grosse e profonde fessure che serpeggianti risalgono fino all’uscita. Per attaccare la “serpe” di sinistra avevamo portato con noi i friend grandi e tutto il materiale da incastro. Per raggiungere le fessure dovevamo però attraversare una quindicina di metri tutt’altro che banali e tutti da interpretare.

Chiodi e martello Mattia inzia ad alzarsi con cautela cercando di interpretare la roccia e valutare le protezioni. Come sempre si muove inesorabile e deciso ma a tratti, dove la roccia lo inchioda immobile, il freddo comincia a flagellarlo. Io, fermo alla base, tremo come una foglia seguendo con la corda i suoi corti movimenti. Guanti, cappello, mantellina: non c’è modo di difendersi, non resta che attendere restando vigili.

Mattia lavora sui chiodi, infila una piccola clessidra e sonda ogni appoggio con qualche colpo di mazzetta. La roccia è tutta da comprendere ma la sensibilità è ridotta dal freddo. «Questo chiodo è una vera schifezza! Provo a caricarlo ma dubito che regga. Tiemmi d’occhio» Mattia sposta delicatamente il peso, per un’istante sembra reggere e poi “Vraaam”: Mattia si ritrova appeso senza danno a chiodo sotto. Come due stupidi ridiamo insieme. «Tutto apposto Màttì?» Lui si raddrizza ed estrae un piccolo nat. «Sì, Sì. Aspetta… guarda che figata! Il chiodo saltando ha aperto una clessidra!» Infila il sottile cavo metallico del nat e prima che possa obbiettare lo carica «Visto?! Regge!».

Il mio socio riparte, si alza, guadagna spazio in verticale e riesce a piantare un’altro chiodo. Ormai siamo all’attacco della fessura. «Hey Mattia. Se passi oltre dovrai lavorare tutto su friend ed arrivare fino in fondo. Dubito tu possa trovare dove piantare un chiodo per tirare fiato…». Le gambe di Mattia, dopo quasi due ore, hanno iniziato a tremare visibilmente per il freddo. «Forse vale la pena tornare senza i pinguini …magari possiamo anche godercela quella fessura…»

Mattia guarda in alto, sposta il peso ed osserva sotto di sè. «Per entrare nella fessura devo usare questa presa e fare il passo deciso infilandomi subito sopra. Con questo freddo mi stanno gelando i piedi: rischia di diventare una faccenda piuttosto pericolosa in queste condizioni» Io e lui arrampichiamo insieme ininterrottamente da due anni: fulmini, grandine, pioggia, freddo, roccia marcia, nebbia, neve. Per quanto io sia migliorato lui resta comunque l’esempio da raggiungere. «Okay allora, attrezziamoci per farti scendere e spazziamoci via da questo gelo!»

Lentamente si abbassa sulla clessidra e si attacca con il “Fifi” al chiodo che riteniamo più solido. Libera le protezioni a monte mentre lo rimetto in fretta in tiro. «Okay calami!» Con calma ma con una certa sollecitudine lo faccio scendere su un singolo chiodo metre recupera gli altri rinvii. Quando finalmente raggiunge terra cessano le ostilità con le solite manate di rito.

Irrigiditi dal freddo infiliamo le corde negli zaini e camminiamo un po’ nel tentativo di scaldarci. «Comunque è davvero un posto strepitoso!» La roccia grigia e compatta che ci sovrasta rapisce lo sguardo. Sopra di noi la Paredi e la Stella Alpina: «Ma davvero siamo passati da quelle placche lassù?» La risposta, per quanto ovvia, appare ancora incredibile.

Ma i “Giardini d’Oriente”? Bhe, visto che avevamo freddo abbiamo iniziato a camminare arrampicando sciolti tra le rocce più semplici. Così, in modo del tutto inatteso, abbiamo trovato un settore a noi completamente sconosciuto pieno di placche, diedri e solidi alberi su cui assicurarsi. Come due bambini eravamo su un terrazzino erboso e, senza troppo curarci degli ottanta metri di vuoto alle nostre spalle, guardavamo verso l’alto confabulando: «Secondo me ci stanno due o tre tiri buoni prima di uscire sulla cresta!».

E’ difficile spiegare. Questi sono i Corni di Canzo e noi, nel rispetto della tradizione, noi siamo orgogliosamente una delle loro cordate indigene: Mattia Ricci e Davide “Birillo” Valsecchi, i ragazzi dei Corni!

Davide “Birillo” Valsecchi
Ps: Un saluto a Sisso e a Barbara: è stato un vero piacere trovarvi sulla via di casa!

 

Corni di Canzo in 3D!!

Corni di Canzo in 3D!!

Assolutamente incredibile! Per molti anni le immagini satellitari del nostro territorio fruibili attraverso GoogleMaps e GoogleEarth sono state piuttosto imprecise e datate. Recentemente queste immagini sono state aggiornate, tuttavia ciò che davvero mi ha lasciato a bocca aperta è la nuova funzionalità 3DBuilding.

Quest’opzione offre la possibilità di visualizzare una rielaborazione (render) delle immagini rendendole esplorabili in modo tridimensionale: un’opzione che risulta particolarmente “scenografica” negli ambienti urbani ma che diventa “assolutamente incredibile” se focalizzata sulle nostre montagne!

Io credo di conoscere piuttosto bene i Corni di Canzo ma vi garantisco che non li ho mai visti così! Muovendo il mouse, spostando la visuale, è come se le immagini diventassero vive e si “volasse” sopra la roccia esplorando quelle zone spesso difficili da raggiungere o anche solo da osservare! Ve l’ho detto: io credo di conoscerli bene, ma così è davvero incredibile!

Durante il mio “volo” ho scattato qualche istantanea che ora vi mostro qui. Per noi Badgers, sempre alla scoperta delle nostre montagne, queste immagini sono davvero “oro”. Offrono spunti e conferme, permettono di “sbriciare” anche dove ancora non siamo riusciti ad arrivare. Davvero incredibile!

Il “volo” si trasforma da “incredibile” ad assolutamente “pazzesco” se ci si sposta dai Corni per perlustrare il dedalo di canali e di creste che contraddistingue il Moregallo: è come puntare un telescopio in un universo inesplorato! Si rimane inevitabilmente a bocca aperta conoscendo quelle zone!

Se mai  riuscissi a visitare dal vivo anche solo la metà dei “luoghi“ che questo strumento mi ha mostrato sarei davvero un “prealpinista” soddisfatto! Che spettacolo le nostre montagne!

Davide “Birillo” Valsecchi

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