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Parete Ovest Corno Centrale

Parete Ovest Corno Centrale

Giovedì per “lavoro” ero a Torino, a spasso sotto la Mole curiosavo tra la Grande Madre e le “Porte dell’Inferno”. Torino è la città di Cagliostro e di Nostradamus, ma allo stesso tempo la città di Italia61, dell’esposizione internazionale, della monorotaia e di Palazzo Vela. Un posto davvero curioso in cui “Cima” dovrà organizzarvi una seria missione esplorativa.

Tornando da Torino mi sono ritrovato sull’Arosio-Canzo al tramonto, mentre una morbida luce rossastra avvolgeva le Grigne ed i Corni di Canzo. Osservavo le mie montagne e ne studiavo le ombre: “C’è qualcosa che non mi torna…” Le ombre, nella luce bassa all’orizzonte, rimarcavano i canali e le creste del versante Sud. Per il Corno Occidentale nessun problema, ma sul Corno Centrale apparivano due canali che non trovavano riscontro nella mia geografia mentale. “Tocca andare a vedere!”

Il Corno Centrale è per molti aspetti quello più complesso dei tre, quello la cui natura poliedrica è spesso ben nascosta. Sul lato Nord troviamo la grande parete Fasana sotto la quale svettano i due Pilastri. A ridosso del rifugio Sev ci sono i ripidi prati che portano alla cresta Ovest ed ai torioni che risalgono verso la cima.

Con un facile sentiero dal Rifugio si sale fino alla coletta tra i due Corni e si può scendere lungo l’altro versante. Qui si può vedere la Cresta su cui corre il sentiero EE che, dal prato, porta alla Cima da Ovest. Più sotto, a destra di una rientraza che sembra una caverna, si innalza la torre Desio, un torione che sul lato est forma il camino Fasana. Lo spigolo ud della torre prende il nome di Spigolo Palfieri.

Oltre la torre vi è un anfiteatro, davvero suggestivo, dove la roccia assume le forme più incredibili. La base della parete è una “caverna aperta”, una rientranza che forma una specie di lunga tettoia naturale. Al di sopra della caverna si alternano una serie di placche e tetti aggettanti che furono vinti sul lato destro dai Fratelli Dell’Oro attraverso la Fessura Corvara. Oltre lo spigolo della Corvasa si apre il grande canale centrale in cui troviamo diverse piccole caverne e la grande cengia che permette il traverso attraverso cui risalire alla cima.

Per scoprire cosa si nasconde oltre è necessario abbassarsi in mezzo alla vegetazione addentrandosi in uno degli spazi meno noti e assolutamente meno frequentati di tutto il gruppo.Proseguendo verso Est ci si imbatte in numerosi canali che risalgono verticali emergendo all’altezza della cengia del traverso. L’uscita dei canali dà vita a veri e propri ghiaioni su cui sono visibili i violenti segni dell’acqua, tutt’intorno una fitta vegetazione sembra avvolgere e nascondere ogni cosa rendendo arduo il passaggio.

Oltre questi canali, due dei quali molto grossi (uno dei quali termina con una grossa caverna), si raggiunge finalmente la grande Parete Ovest che, sullo spigolo est, mostra il caratteristico tetto aggettante che rassomiglia ad un grosso naso.

Qui sono state tracciate diverse vie, alcune di tipo alpinistico (che escono oltre la parete) altre di tipo sportivo (moulinette dalla sosta). Le più recenti risalgono alla fine degli anni 80, le più vecchie a metà degli anni ‘70. Le vie principali, da Ovest a Est, sono: “Decennale GG OSA (1976)”, “XXV Rifugio SEV (1976)”, “Cesana-Tessari (1976)”, “Barbara (1976)”. Al di là del naso abbiamo la via “Fratelli Mandressi (1976)”.

Tutte vie TD con abbondanti tratti artificiali che, vista l’epoca, spesso furono armate con chiodi artigianali. Le poche informazioni che ho a dispozione riportano che alcune di queste vie sono state in parte riattrezzate e protette negli anni ‘80 da Gerardo “Gerri” Redepaolini.

Avevo sentito spesso parlare di questo fantomatico “Gerri” di Valamdrera ma, in tutta onestà, non spevo chi fosse. “Google” mi ha riferito che è niente meno che un Ragni di Lecco e che recentemente ha partecipato alla storica “liberazione” della “Via dei Ragni” tracciata da Casimiro Ferrari ai Magnaghi!! (http://ragnilecco.com/via-dei-ragni-ai-magnaghi-in-libera-per-matteo-piccardi/)

Tutto questo impone una riflessione. Quando si parla di Corni di Canzo tutti strocono il naso dicendo che si tratta di un alpinismo minore. Tuttavia se si stila una lista dei nomi e dei calibri con cui tocca confrontarsi tanto minore non sembra, anzi. A volte mi chiedo se per una “mezza sega” come me sia stata “fortuna” o “sfiga vera” essere nato sotto ai Corni di Canzo!!

Oltre lo spigolo del “Naso” la vegetazione riprede il sopravvento ma finalmente trovo il “Canale Ombra” che avevo intravvisto tornando da Torino. Oltre lo spigolo di quel canale la placca su cui la scuole alpinisitca di Valmadrera ha il palo ed i copertoni per le prove di trattenuta, poi via via tutta la bastionata che porta alla “Grotta del Sindaco” ed all’attacco del Sentiero EE che risale da Est.

Avventurandomi sulla roccia ho cercato di emergere dai rovi per osservare il tratto di parete tra il “Naso” ed il “Canale Ombra”. Quello che ho trovato mi ha lasciato davvero stupito! Oltre il naso si trova infatti una placca a grappoli che assomiglia in modo incredibile alla placca chiave di “Attenti a quei Due” sul Corno Occidentale: è uguale, solo tre volte più grande!

In Autunno, quando la vegetazione si sarà diradata, dovrò tornare a dare un occhiata ad uno degli angoli più remoti (e forse ancora vergini) dei Corni di Canzo.

Curiosità nella curiosità. Sabato, via internet, mi ha scritto Claudio Mendressi, uno dei due fratelli che tracciarono l’omonima via proprio a ridosso del Naso. Ero davvero stupito avesse scoperto il mio blog mentre io scoprivo la sua via! Ci siamo scambiati qualche messaggio e ci siamo ripromessi di incontrarci ai Corni per “riesplorare” insieme la Parete Ovest ed il Testa di Fra. A volte le coincidenze sono davvero strane!

Davide “Birillo” Valsecchi

 

AsenPark ai Corni di Canzo

AsenPark ai Corni di Canzo

via_longoni_corti_-_01_20140709_1780891718«Tranquillo che ci torneremo! A volte si fanno centinaia di km per percorrere vie come quelle – vie in cui si respira l’odore della storia che le hanno caratterizzate – quando magari ce le abbiamo dietro casa! » Questo è quello che mi ha scritto Lunedì il “Tode” dopo aver affrontato la Longoni-Corti sulla parete Fasana dei Corni di Canzo.

Era da tempo che con gli AsenPark scambiavo messaggi sulle vie dei Corni. Gli Asen sono una compagine alpinistica, principalmente lecchese, davvero forte e di cui già in passato ho avuto occasione di parlarvi: mi piace il loro approccio e mi piace lo spirito, goliardico ma attento alla tradizione, con cui affrontano la montagna.

Domenica 6 luglio 2014 hanno dato l’assalto ai Corni puntando al cuore della Parete Fasana. Ecco il succinto Report di Moretz pubblicato sul loro blog: «Spedizione ai Corni di Canzo. Due cordate, la prima degli elementi Moretz/Todeschini + Guerra/Davide (che non sono la stessa persona), di cui però non si hanno notizie sulla salita se non qualche “terrificante” e qualche birra a civate.» (www.asenpark.it)

La Longoni-Corti è la più recente tra le salite che abbiamo compiuto Mattia ed Io. Nelle passate settimane, con qualche incertezza, ho pubblicato su alcuni Forum le relazioni delle nostre avventure ai Corni ed ora sono davvero contento siano stati loro i primi a raccogliere il messaggio! MOS Bagai!!

Quando ho saputo della loro salita per la contentezza ho scritto a Carlo Caccia. Carlo, un ottimo alpinista, un giornalista e storico di montagna ma anche un grande veterano dei Corni di Canzo, mi ha risposto così: «Conoscendo gli Asen è una via adatta a loro (come lo sono tutti i Corni)». Bravi!

Sono davvero felice sebbene mi è dispiaciuto essere lontano dai Corni quando tentavano la via. Ma forse è meglio così: da padrone di casa ero in ansia per loro come un vecchia zia e gli sarei stato solo di impiccio! Festeggeremo insieme la prossima volta!!

Sono davvero contento! Benvenuti!.

Davide “Birillo” Valsecchi

6 Luglio 2014 – Via Longoni Corti- Parete Fasana, Corno Centrale.
*Moretz/Todeschini
*Guerra/Davide
Peport: Ossimoro al corno centrale: Longoni-Corti

 

Corni Vs Grigne

Corni Vs Grigne

Tramonto sulle Grigne e sui Corni di CanzoIl primo luglio è un giorno speciale: un anno fa Mattia ed io ripetevamo la via Fasana sulla Parete Fasana dei Corni di Canzo. Una delle primissime ed importanti tappe della nostra avventura tra le pareti di Corni.

Eugenio Fasana è davvero una figura leggendaria ed è di fatto il padre dell’Alpinismo ai Corni. Cercando di fare ordine nei miei appunti a proposito del “mito delle origini” mi sono ritrovato a compiere un parallelo davvero incredibile tra la storia dei Corni di Canzo e la storia delle Grigne. Ciò che ne è emerso mi ha lasciato davvero stupito perchè, per molti aspetti, i Corni sono stati precursori delle Grigne.

Ho sempre pensato che i “grandi” fossero giunti ai Corni per curiosità, spinti dal desiderio di trovare qualcosa di nuovo allontanandosi dalle Grigne. Tuttavia le date raccontano una storia davvero diversa!

L’alpinismo in Grigna ebbe inizio sopratutto per le contaminazioni dolomitiche che riuscivano a raggiungere il territorio lecchese. Sappiamo infatti che quando nel 1933 il leggendario Emilio Comici fece visita alle Grigne, incontrando Cassin, Boga e gli altri fortissimi locali, si ebbe una vera e propria rivoluzione epocale. Questi alpinisti, al tempo ancora giovanissimi, avevano tuttavia raccolto l’eredità della generazione che li aveva preceduto. Capostipiti di questo periodo furono Arturo Andreoletti e Carlo Prochownick che nel 1909 introdussero lo stile dolomitico sulle Grigne.

Queste due figure sono due “calibri pesanti”: Andreoletti era un capitano degli alpini e con il patrocinio delle autorità militari compieva esplorazioni alpinistiche sulla Marmolada, sul Catinaccio e sul Sella. Prochownick invece arrampicava in cordata niente meno che con Paul Preuss.

La cosa terribilmente curiosa è che il 20 Ottobre del 1908 Andreoletti e Procownick, dopo aver effettuato la prima ripetizione italiana della Bettega-Tomasson sulla sud della Marmolada, si avventurarono sui Corni di Canzo. La loro salita del versante Sud-Ovest del Corno Occidentale, il versante dove ora corre la ferrata, fu riportata persino sulla rivista mensile del Club Alpino Italiano. Un anno ed otto giorni dopo, il 28 Ottobre del 1909, fu Eugenio Fasana a compiere una nuova salita, in solitaria, sul Corno Occidentale.

Succesivamente Eugenio Fasana tornò altre volte sulle nostre montagne tracciando quattro vie fondamentali e che gli conferiscono il ruolo di padre fondatore. La cosa curiosa è che tale ruolo lo ricopre anche per le Grigne.Purtroppo non esiste una biografia di Fasana e così, stuzzicato dall’idea di elencare l’operato di Fasana in Grigna, ho cominciato a spulciare libri. Ecco cosa è emerso e l’elenco delle vie (probabilmente incompleto) che ha aperto nel nostro territorio:

  • Via Fasana Corno Occidentale, Corni di Canzo (28 Ottobre 1909)
  • Cresta D’ongadina, Zucco Pesciola (Fasana in solitaria inverno 1909-1910)
  • Via Fasana Corno Centrale, Parete Fasana, Corni di Canzo (30 Maggio 1910)
  • Via Fasana, parete Est secondo Maniaghi, Grignetta (18 Giugno 1911)
  • Direttissima, Grignetta (Ottobre 1911)
  • Canalino Albertini, primo Maniaghi, Grignetta (17 Maggio 1914)
  • Via Fasana (o Normale), la Torre, Grignetta (20 Settembre 1914)
  • Via Fasana (o Normale), la Lancia, Grignetta (20 Settembre 1914)
  • Via Fasana (o Normale), il Campaniletto, Grignetta (20 Settembre 1914)
  • Via normale al Fungo, Grignetta (11 Ottobre 1914)
  • Normale al Sigaro Dones, Grignetta (8 Agosto 1915)
  • Normale al Pilastro Maggiore, Corni di Canzo (1 Ottobre 1922)
  • Via Fasana, pizzo della Pieve Parte Fasana (21 Giugno 1925)
  • Bramani-Fasana, Terza Torre Zucco Pesciola (1925)
  • Via Fasana, Pizzo d’Eghen (25 Luglio 1926)
  • Camino Fasana Omio, Torre Desio, Corni di Canzo (Maggio 1931)
  • Bramani-Fasana, Pilastri dei Campelli (31 Luglio 1932)

Quello che davvero colpisce sono le date: pare infatti che “dai Corni sia andato in Grigna” e non viceversa. Questo rende ancora più affascinante alcuni eventi successivi. Ad esempio quando il 15 Settembre 1934 la celebre guida Alpina Giovanni Gandini (Il Gandin), all’epoca già famosa per la sua via sulla parete Sud del Torrione del Cinquantenario, venne sui Corni per tracciare un via nel camino centrale del Corno Occidentale (Il camino Gandin).

Allo stesso modo il 6 Settembre del 1942 un’altro “piccolo gigante” lascia la Grigna per tracciare una via sulla Parete Fasana: Ercolino “Ruchin” Esposito, un nome che sulle Grigne marca le vie più ardite ed impegnative dell’epoca.

Nel 1944 Augusto Corti, compagno di Riccardo Cassin sul Pizzo della Pieve nel 1934 e di Vittorio Panzeri in Medale (stesso anno), traccia un’altra via sulla Parete Fasana.

Ancora più difficile è comprendere il flusso contrario, ossia quello degli alpinisti che distintisi sui Corni davano l’assalto alle Grigne. Superati gli anni quaranta le figure importanti e gli scambi diventano tali e tanti che diventa un impresa riuscire raccordali tutti.

“E’ venuto prima l’uovo o la gallina?” Confesso che per quanto riguarda Grigna e Corni le mie certezze sono ora traballanti. Quello che so è che queste due montagne, che si osservano fiere dalle opposte rive, condividono la stessa incredibile storia e gli stessi straordinari protagonisti.

Credo di essere davvero fortunato ad essere cresciuto in un luogo tanto speciale: posso essere felice ed orgoglioso di avere speso tempo ed energie per “addantrarmi” in tutto questo. Davvero una meraviglia!

Davide “Birillo” Valsecchi

Ps: Complimenti a Giorgio Orsucci per la foto e per il suo sito: http://www.orsu.it

Vie Alpinistiche Corni di Canzo

Vie Alpinistiche Corni di Canzo

luigi_parediLa «Riconquista dei Corni», un avventuroso ed ambizioso progetto teso alla riscoperta alpinistica dei Corni di Canzo. Ancora una volta “due di asso” sono stati protagonisti delle storie di “Cima”: il fortissimo Mattia Ricci ed il casinista Davide “Birillo” Valsecchi, che è colui che scrive qui per voi.

Abbiamo fatto davvero tanta strada e la maggior parte di essa è stata verticale e strapiombante! In questo lungo viaggio abbiamo cercato di unire tutte le informazioni che riemergevano dal passato con ciò che siamo riusciti a raccogliere lanciandoci spesso nell’ignoto.

Fotografie, filmati, schizzi e racconti. Ecco il frutto di questo lungo viaggio, ecco la testimonianza che vogliamo lasciare a beneficio di chi affronterà nel futuro queste salite spesso dimenticate. Nella foto qui in alto appare mio nonno, Luigi Paredi. In un racconto degli anni ’70 scritto da Pietro Paredi, Guida Alpina emerita di Valbrona, si legge a proposito di mio nono: “Da lui ebbi l’incitamento ad iniziare questa mia attività. Da lui ebbi sostegno morale in ogni mia impresa.”  Spero che questa raccolta possa conservare il suo stesso spirito e continuare ad essere di incitamento e sostegno come lo fu lui per molti giovani.

Ora parliamoci chiaro: se cercate gloria e fama il mondo è pieno di montagne dal nome altisonante, andate altrove! Ai Corni di Canzo troverete solo rogne, pericoli e fastidi. Toccherà a voi ignorare le critiche e comprendere il valore di ogni piccolo passo in avanti che saprete compiere. Tuttavia, se vi troverete su quelle pareti appesi nel vuoto, a tenervi conforto ci sarà quella strana sensazione di essere parte di “qualcosa”, vi sentirete vicino quei pochi che prima di voi si sono avventurati nella vostra stessa ardimentosa ricerca attraverso quelle onde di roccia.

I Corni esigono prudenza e rispetto, se vi trovate nei guai perdete il rispetto ma mai la prudenza. Nascoste tra le piante, alla base delle pareti, ci sono vecchie lapidi che rimarcano un monito da non trascurare. Detto questo tenete la testa sulle spalle e godetevi la vostra meravigliosa avventura.

Davide “Birillo” Valsecchi

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Davide “Birillo” Valsecchi e Mattia Ricci

Le vie ripercorse:

  • Parete Fasana:

via Longoni-Corti – 20 Giugno 2014
via Fasana – 1 Luglio 2013
– via Attilio Piacco: primo tentativo – 24 Luglio 2013
– via Attilio Piacco: secondo tentativo – 6 Settembre 2013
via Cris – 10 Luglio 2013

  • Corno Orientale

via Luigi Paredi – 4 Maggio 2014
via Stella Alpina – 11 Aprile 2014
via Dell’Oro – 15 Marzo 2014

  • Corno Centrale (Settore Desio)

Torre Desio: via Irma – 16 Aprile 2014
Torre Desio: Camino Fasana – 23 Giugno 2013
via Corvara – 16 Aprile 2014
– Torre Desio: Spigolo Palfieri – 8 Agosto 2014
via Paredi-Canali – 27 Settembre 2014

  • Corno Occidentale

via Valbrona ’89 – 28 marzo 2014
via Attenti a quei due (Prima ripetizione invernale) – 21 Dicembre 2013
via Attenti a quei due (Variante SEM) – 25 Ottobre 2013

  • Gruppo dei Pilastri

Via del Camino – 27 Giugno 2013
Normale al Pilastro Maggiore

A queste possono essere aggiunte le seguenti vie del nostro territorio e quelle effettuate nello stesso periodo:

Grignetta – Sigaro Dones e Maniaghi: Via fasana + via Spigolo Dorn + via Bartesaghi – 8 Novembre 2013
Medale: via Cassin – 29 Novembre 2013
Dito Dones – 15 Dicembre 2013
– Moregallo: Torre Floreanna – 10 Gennaio 2014
– Buco del Piombo: Molteni Valsecchi – 24 Gennaio 2014
– Buco del Piombo: Diedro Scarabelli – 14 Febbraio 2014
Medale: via Taveggia – 7 marzo 2014
Val di Mello: Il risveglio di Kundalini – 16 Maggio 2014
Val di Mello: Luna Nascente – 19 Luglio 2014

Parete Fasana: via Longoni-Corti

Parete Fasana: via Longoni-Corti

Il nome di Angelo Longoni compare tra gli apritori di numerose storiche vie sulla Grigna mentre Augusto Corti era niente meno che il compagno di Riccardo Cassin durante il suo attacco al Sasso Cavallo. Il loro nome si aggiunge a quelli di tanti altri grandi alpinisti che in passato hanno onorato i Corni di Canzo “firmando” sulla loro difficile roccia vie sempre più ardite. Da Fasana a Bonatti: i nostri “tre cucuzzoli” sono una biblioteca dimenticata affollata di piccoli segreti da riconquistare con pazienza ed una certa dose di coraggio.

Era il 6 Agosto 1944 quando Longoni e Corti diedero l’assalto alla Parete Fasana tracciando una nuova linea se risaliva sfiorando il grande tetto centrale. Settant’anni dopo Mattia ed Io eravamo di nuovo alla base della grande parete.

“In effetti a guardala dal sentiero fa una certa paura, se però ti posti di lato e la guardi di traverso fa sempre paura ma forse un po’ meno”. Ecco le nostre significative osservazioni tecniche mentre iniziavamo ad imbragarci. Prima dell’attacco due lapidi, una a memoria di Cesare Guerrini ed una per Carlo Claris, ci ricordano come la natura dei Corni sia tutt’altro che docile e perchè, dopo anni di gloria, le sue pareti siano via via andate dimenticate.

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L’attacco è su roccia a tratti fragile e spesso piena di terra ed erba. Il primo tratto del tiro è infatti insidioso e delicato, la seconda parte insegue delle fessure verticali (un primo passaggio VI+ ed un sucessivo VII ) ed attraversa verso sinistra fino a raggiungere la base del primo diedro. Piacevolmente la sosta è stata attrezzata con una coppia di spit, questo sopratutto perchè lungo tutta la via le protezione sono tutte a chiodi molti dei quali “originali” anni ’40.

Il successivo diedro risale verticale per poi diventare strapiombante prima dell’uscita. Il tiro è piuttosto “violento” sopratutto perchè l’interno del diedro è invaso dalla terra e per trovare i vecchi chiodi è necessario scavare e cercare tra l’erba.

Mattia, in piedi sopra la sosta, si è messo a cercare con la mazzetta il primo chiodo: “I vecchi mica erano bigoli: qui un chiodo devono avercelo messo per forza!” A furia di scavare nella terra un vecchio chiodo ad anello riemerge alla luce: “Vedi che te lo dicevo! Eccolo! Certo che non erano bigoli …e se lo abbiamo trovato forse tanto bigoli non lo siamo neppure noi!” Quando sei appeso nel vuoto a dei pezzi di ruggine trovi il modo di sghignazzare sopratutto delle piccole cose!

Più sopra la faccenda si fa magra e cerchiamo di integrare con friend e nat. Un dado abbandonato ed ancora saldamente incastrato nel diedro diventa la sola risorsa azzerabile lungo tutto il passaggio di VI+ che porta fino allo strapiombo.

Giorgio Tessari, uno dei grandi alpinisti di Valmadrera, nel 1979 descrisse la via aggiungendo come nota:“Per le parecchie ripetizioni presenta qualche chiodo di troppo”. Ho incontrato Tessari solo una volta senza però avere la possibilità di parlare di arrampicata o dei Corni. Guardando nei suoi profondi ed intensi occhi azzurri ho percepito quanto estrema fosse l’epopea alpinistica dei suoi tempi: ci siamo stretti la mano e senza nemmeno conoscerci sono volate scintille nei nostri sguardi.

“Presenta qualche chiodo di troppo”. Ho idea che i “grandi vecchi” conservino intatto il loro invdiabile spirito combattivo. Tessari ha in curriculum “prime invernali assolute” compiute negli anni ’70 sulla Nord del Cengalo, del Badile e del Civetta: non è assolutamente un alpinista con cui confrontarsi alla leggera!

Sulla nostra pelle abbiamo imparato a dare il giusto metro alle vecchie relazioni, sopratutto perchè la maggior parte di esse furono redatte da fuoriclasse ed ormai sono terribilmente datate. “Ma dove cazzo li avrà mai visti tutti ‘sti chiodi!?”: questo, in tutta onestà, è stato il motto della nostra salita…

Dopo il primo strapiombo sull’uscita del primo diedro (VI+) si attacca un’altro impegnativo passaggio verso sinistra (VII+) che porta alla sosta. In quel punto ci si trova praticamente alla base del grande tetto bianco e si può ammirare la “folle” fila di chiodi a pressione che contraddistingue l’ultimo tiro della via “Diretta Città di Cantù”. La parete Fasana assume una fisionomia davvero inaspettata: da quel particolare punto d’osservazione si scorgono guglie e fiamme che dal basso sono quasi impercettibili. Sul lato destro invece si può ammirare, e non vi è espressione più calzante, la straordinaria linea di “Fasanetica”, una via sportiva aperta dal basso nel 2004 da Giacomo Rusconi e Fabrizio Pina (8a, 6b+ obbl.)

Il terzo tiro è una rogna, o meglio, ha tutte le caratteristiche per esserlo ma, fortunatamente per noi, non lo è stato. Dalla sosta ci si deve spostare sulla sinistra aggirando una fiamma di roccia dall’aspetto tremendamente precario. Si riesce a rinviare oltre e poi si deve “abbracciare” questo monolite alto un metro e mezzo staccato dalla parete, traversare a sinistra per poi rimontarci sopra in piedi. Da lì ci si allungarsi verso un vecchio chiodo al centro di una strapiombante placca a ridosso del grande tetto.

La fiamma appare fragile e crepata, se vienisse a basso oltre a fare un vero disastro è probabile che la via non sia più ripetibile senza aggiungere altri ancoraggi per azzerare. Quel monolite fa davvero paura e lo conferma come, nella concitazione del momento, nè io nè Mattia abbiamo pensato di scattargli una foto.

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Nello spazio di tre chiodi si superano quasi sei metri di strapiombio (VIII-) guadagnando l’accesso al piccolo diedro successivo, anch’esso sormontato da un piccolo tetto. La via originale probabilmente puntava direttamente all’uscita ma qualche anima pia, alquanto avveduta, ha fortunatamente spezzato il lungo tiro piazzando una più che idonea sosta a spit (ottima scelta!!).

Il quarto tiro, quindi, affronta un diedro che conduce fino all’ultimo tetto sotto il quale si trova ancora la vecchia sosta a chiodi del tiro originale. Il diedro è un V+ ma le protezioni sono ormai andate perdute e vanno integrate: tutto ciò che è rimasto è un fittone ad anello che si piega in modo ragguardevole!

Giunti alla vecchia sosta si piega verso sinistra raggiungendo la pianticella visibile fin dal basso e raggiungendo finalmente la cresta. La sosta finale è un anello su un solo fix che Mattia ha opportunamente rinforzato con una fettuccia ed un cordino alla piantana del Soccorso Alpino posta poco più sotto. L’uscita è al fianco della grande clessidra che si scorge in contro luce da basso e che appare evidentissima quando il sole alle spalle lascia filtrare la luce.

Quattro tiri, 105 metri di parete e sei ore di battaglia! Non male per un’avventura ai Corni di Canzo che abbiamo davvero goduto!! Tessari la riporta come fattibile in tre ore e questo mi fa pensare che probabilmente non saremo mai “forti” come i grandi che ci hanno preceduto, tuttavia nella storia della nostra montagna credo che una piccola menzione ce la siamo meritata, quantomeno per impegno, dedizione ed affetto nei confronti di questi tre “cucuzzoli” a volte dimenticati.

Davide “Birillo” Valsecchi

Via Longoni-Corti, Parete Fasana Corni di Canzo.
Ripetizione del 20 Giugno 2014.
Mattia Ricci (primo di cordata) e Davide “Birillo” Valsecchi

Una birra con i Fratelli Rusconi

Una birra con i Fratelli Rusconi

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Bruna smonta dal turno di notte e così lascio che dorma un po’. Di tanto in tanto mi infilo nel letto per rubare un po’ di caldo e sonnecchiare un po’ anche io. Alle tre pranziamo “al sacco” sul tavolo della cucina e decidiamo di fare una puntata ai Corni per godere dell’ultimo sole. Chiamo mio fratello ed arruolo anche lui: la “squadra mezze seghe”, così come i miei due compagni hanno scelto di chiamarsi, è al completo!

Sono le cinque quando saliamo da Oneda: tutti i gitanti hanno piacevolmente già liberato il campo e solo gli ultimi si attardano a scendere. Un oretta e siamo a Pianezzo, i prati sono invasi dal giallo dei fiori e la luce bassa sull’orizzonte disegna stupende ombre sulla sagoma delle Grigne.

“Bene squadra, scegliete: puntata veloce sulla cima del corno centrale o birra alla SEV”. Mio fratello, complice con Bruna, ride e risponde deciso: “Sei un pessimo motivatore! La birra vince sempre!” Insieme ci infiliamo dentro il rifugio ed ordino tre lattine di birra, tre gazzosini e tre boccali grandi: il necessario per la leggendaria Panaché dei Corni!

DSCF5382Nonostante l’ora il rifugio è affollato, una squadra del CAI di Porto Gruaro si ferma infatti per la notte. Tra loro una figura che mi pare nota: ad accompagnare il gruppo c’è infatti Giorgio Tessari di Valmadrera. Tessari, capelli bianchi ed acuti occhi azzurri, è uno dei protagonisti della leggendaria epopea alpinistica dei Fratelli Rusconi ed uno dei più eminenti veterani dei Corni.

Mentre siamo seduti al tavolo con le nostre birre in mano, Tessari accende il video e per la gioia dei suoi ospiti (ma anche nostra!!) mostra un magnifico documentario sulle salite Invernali dei fratelli Gianni ed Antonio Rusconi. Salite che per complessità ed importanza alpinistica portarono i veterani dei Corni alla notorietà nazionale ed internazionale. Percorsero prime ed importantissime salite invernali ma anche e soprattutto tracciarono nuove vie invernali di assoluto prestigio come la “Via dei cinque di Valmadrera” sulla Parete Sud del Cervino, la “Attilio Piacco” sulla Nord del Pizzo Cengalo o la meravigliosa “Via del Fratello” sulla parete Est-Nord-Est del Pizzo Badile.

Gianni e Antonio Rusconi, Gianbattista Crimella, Giorgio Tessari, Giuliano Fabbrica, Gian Battista Villa, Elio Scarabelli. Se la leggenda vuole che “Chi arrampica ai Corni arrampica ovunque” è anche grazie a loro!

Pizzo Badile, Inverno 1970 — Antonio non risponde. “Cento metri e siamo in vetta!” Per superare quei cento metri, impiegheremo otto ore e mezzo. Salgo alla cieca. L’incrostazione di ghiaccio sul volto limita la visibilità. Ripulisco con la mano guantata l’occhio sinistro: sopracciglia e ciglia partono. Prima che riesca a ripulire l’occhio destro, quello sinistro è di nuovo ricoperto. Le slavine precipitano a valle, fra la tormenta; il vento turbinoso le ributta su dalla parete dentro l’imbuto nel quale lottiamo; la neve polverosa risale ribollendo fino a noi, ritorna a precipitare. Il vento crea continui vortici sibilanti. Tutto è in movimento; sembra che la parete non debba finire mai. Al termine di un primo tiro faccio sicurezza, recupero Antonio. Mentre salivo è dovuto rimanere fermo ed il ghiaccio l’ha foderato, sembra una bianca statua imbacuccata che si muove. Una maschera gelata gli ricopre completamente il volto. Non vede nulla. È salito seguendo la corda. L’aiuto a ripulirsi. “Non ce la faccio più”, geme, “non ce la faccio più, mi fa male il cuore”. Frugo in tasca, gli faccio inghiottire una delle pastiglie che portiamo sempre. “Dai che ce l’abbiamo fatta già altre volte”. Non mi risponde. “Pensa a Carlo. Era tutto d’un pezzo, lui. E noi gli dedichiamo questa via!”. Seguono un secondo, un terzo tiro. La tempesta acuisce la violenza. Le raffiche ci buttano addosso palate di neve. Ogni volta che Antonio mi raggiunge, devo scrostarlo dal ghiaccio. Il turbine fischia e ulula; per udire la voce del fratello devo accostare l’orecchio alla sua bocca. “Non ce la faccio più!” ripete. Non ho più nulla da dargli. Gli metto le corde sulle spalle; come un automa le prende e le manovra, per forza d’abitudine. Ho due possibilità. Proseguo diritto verso destra, con il rischio che se faccio un volo strappo via anche Antonio; oppure vado su verso sinistra, aggirando un becco di roccia e di neve che sporge e che, al caso, trattenendo la corda mi potrà fermare. Scelgo questa seconda soluzione e prima di arrivare alla forcella scorgo delle rocce nere. Punto verso esse, ma non faccio in tempo a raggiungerle, una slavina mi investe. “Volo!”, urlo ad Antonio, che non mi può sentire. Per non esser strappato via, faccio pressione sulla piccozza, punto i ramponi, dapprima sembra di essere sulla sabbia, poi di colpo, sento che le gambe lavorano, la punta della piccozza tiene, mi fermo, siamo salvi. Ripulisco la faccia dalla neve, scopro di essere trenta metri sotto il punto dove stavo. Riprendo a salire più cocciuto che mai. Nella sfortuna c’è anche un po’ di fortuna: la slavina che mi ha tirato giù ha posto allo scoperto due spuntoni di roccia. Assicuro ad essi due cordini, ricupero il fratello. Un’altra volta lo ripulisco, un’altra volta gli metto le corde in spalla. La vetta sta a trenta metri. Proseguo tastando con la piccozza, ad un certo momento sento il vuoto: sopra di me non c’è più nulla. Sono arrivato in cima. La “via del fratello” è compiuta. Mi inginocchio e prego. Prego con il pensiero, non con le parole. Il vortice delle nubi e della neve intorno a me non mi lascia aprire la bocca; attraverso la nuvolaglia squassata dal vento filtra un raggio di sole. È il momento indescrivibile del compimento di un’impresa, ma l’attimo sublime trascorre fulmineo, è già passato. La realtà mi chiama: noto una specie di cassa formata da due lastroni verticali e ci salto dentro; ricupero velocemente il fratello che viene su alla cieca. “Siamo in vetta”, urlo, “siamo in vetta!”

Questo è un passaggio tratto dal libro “Pareti d’inverno” scritto dal giornalista Aurelio Garobbio e che raccoglie molte delle avventure invernali del celebre gruppo di Valmadrera.

Ascoltare le parole di Gianni Rusconi è stato davvero affascinante: dal suo entusiasmo si capiva come tra le pareti dei Corni e della Grigna, le montagne di casa, avesse avuto la pazienza di creare un gruppo affiatato e solido in grado di affrontare, inarrestabile, straordinarie imprese sulle alpi e non solo (magnifica anche l’avventura in Alaska sul Sant’Elia).

Alla fine dei filmati abbiamo salutato il Signor Tessari e nella luce, resa intensa dalla pioggia, siamo tornati verso casa con la testa colma di magnifiche fantasie. Non male come pomeriggio una birretta ai Corni!

Davide “Birillo” Valsecchi

Il giardino proibito

Il giardino proibito

Esistono luoghi in cui non sono mai stato sebbene li abbia a lungo osservati da lontano: alcuni di questi sono inaccessibili, altri invece mi sono preclusi perché incompatibili alla mia natura. Tuttavia la mia inquietudine esigeva attenzione ed il tempo incerto, minacciando temporale,  favoriva una sortita in completa solitudine.

Come un penitente mi sono incamminato verso San Miro e l’ignoto:“Non c’è nulla di fattibile lassù” è quello che mi hanno ripetuto più volte. Risalivo il crinale dopo aver attraversato il fiume e ripetevo a me stesso: “Smettila di mugugnare, te lo sei guadagnato sui Corni il diritto di venire a curiosare qui”. Mi sentivo come quando da bambino sfidavo i ragazzi più grandi: sapevo che era sbagliato, sapevo che non potevo vincere, ma sapevo anche che non avrei perso e che non mi sarei arreso.

“E’ tutto nella tua mente, ragazzo: è lì che nascono e crollano i tuoi limiti” Nella mia ingenuità  non conoscevo nemmeno il sentiero ed arrancavo tra la boscaglia inseguendo un miraggio che si sollevava oltre la cima degli alberi. Dove stavo andando? Ero diretto nella grande arena, nel giardino proibito.

Nella più assolta solitudine emergo dal bosco e davanti a me esplode la grande parete di roccia ed i suoi tetti strapiombanti. Sono nel “Giardin di Fraà”, non avevo mai neppure osato avventurarmi fin quassù.

Sulla parete brillano i fix, i rinvii e le corde fisse lasciate sulla parete. Davanti a me ci sono 29 vie: la maggior parte di esse sono 7c, 8a e 8b, tutte a strapiombo. Gradi di difficoltà assurdi che rimarcano in modo netto l’assoluta differenza tra alpinismo ed arrampicata. Le protezioni sono ottime ed il rischio, se si opera correttamente, è minimo. Non vi è neppure la tensione della salita, l’ansia per il tempo, la roccia friabile o l’imprevisto. La via è chiara, non puoi sbagliare o perderti tra la roccia. Venti metri in salita e venti in discesa mentre il compagno ti cala. Non devi dare “battaglia senza quartire” per tornare a casa, per la tua vita o quella del tuo compagno. Puoi smettere quando vuoi, restare appeso a riprendere fiato, studiare il passaggio: basta dare voce al compagno e tutto finisce fino alla prossima volta.

Non c’è nulla di eroico o di drammatico, ma guardando quella roccia ti rendi conto che non c’è neppure nulla di semplice. Per superare quell’assurdamente incredibile si deve cercare una profondità nuova, un’assoluta intensità del gesto ed equilibrio del movimento. Il destino ha voluto che nella val Ravella, nel centro dei Corni di Canzo, nel cuore del mio mondo, si innalzi una tale magnificente mostruosità. Potrei davvero fare finta di non averla vista?

Se il tempo non fosse tanto incerto ai piedi delle pareti avrei trovato i “fortissimi”, quelli con le scarpette strette, a dorso nudo, con le mani inbiancate di magnesite ed il fastidioso accento milanese di chi crede di saperla lunga. Ci saremmo salutati, forse avremmo scambiato due parole o forse mi avrebbero semplicemente guardato come un forestiero. Credo di non avere niente in comune con loro: è come se fossimo di due tribù differenti, di due nazioni in lotta. Oppure è solo la paura che alimenta la diffidenza?

Mattia ed io abbiamo riconquistato i Corni, ci siamo avventurati là dove pochissimi, se assennati, si spingono ancora. Dubito che chi arrampica su questa falesia possa fare lo stesso, tuttavia è altrettanto vero che al momento non ho modo di vincere quei tetti strapiombanti così come fanno loro. Troverò l’umiltà e la pazienza per imparare?

Dicono si debba accettare la sconfitta se si vuole ottenere la vittoria: per vincere qui dovrei ricominciare da capo, ricominciare dalla basi ed avventurarmi in un mondo quasi sconosciuto. Ma la domanda a cui cerco di dare risposta è semplice: “Come puoi cercare altrove se i mostri da battere sono ancora tutti qui?”.

Osservo la roccia, il pittoresco riparo di sasso ricavato sotto una sporgenza conca. Osservo dove hanno bivaccato, dove hanno fatto fuoco o dove riposano probabilmente chiacchierando. Mi aggiro nel cuore di un accampamento che non è il mio cercando di imparare.

Alzo lo sguardo: “Quei tetti non posso superarli ma una via normale la trovo di certo per arrivare là in cima!” Mi avventuro nel bosco risalendo lungo il crinale destro e visito il grande terrazzo erboso che attraversa la parete. Davanti ad una corda fissa mi devo fermare: è l’uscita delle vie ma i quaranta metri di vuoto sotto di me sconsigliano di tentare la traversata da solo.

Mi sporgo in fuori e mi chiedo se esista una via, magari alpinistica, che risalga fino alla cima. Una linea che superato il primo tetto attacchi il secondo ed esca oltre la parete. Deciso a scoprilo torno ad arrampicare a destra uscendo tra le roccette ed i canali fino al grande piano erboso che sovrasta l’anfiteatro roccioso.

Con molta prudenza mi avvicino al ciglio e curioso di sotto. La roccia si fa meno compatta, e gli sfasciumi riempiono tutti i terrazzi ed i passaggi. “Dubito che chi arrampica senza casco si avventuri lì in mezzo a quei sassi appoggiati. Forse solo sulla parte a sinistra: là la roccia sarebbe abbastanza compatta fino all’uscita”.

Oltre la parete, minuscolo, spicca il tetto della chiesetta di San Miro. Mi siedo e guardo l’orizzonte. Davanti al me, oltre la valle, il Prim’Alpe. Alle mie spalle, tra la nebbia, i Corni di Canzo. Sotto i miei piedi un vuoto tutto da vincere. Sospiro riflettendo mentre scuoto la testa: “Potrebbero volerci anni per riuscire a chiudere forse una sola di queste vie. Devi trasformare di nuovo il tuo corpo, riallineare la tua mente. Non sei più così giovane: ti costerà fatica e dolore cambiare ancora.” Tuttavia qual’è il senso di un sfida se non il cambiamento stesso?

Chi arrampica ai Corni arrampica ovunque, ma chi ai Corni arrampica ovunque ha bisogno di arrampicare altrove? Seduto nella mia follia non potevo che pensare a tutte le volte che ho osservato dal basso la grande parete Fasana: sembrava impossibile anche allora ma in qualche modo è stata trasformata in realtà. Il “giardino proibito” resterà per me una chimera inarrivabile o un giorno, seduto di nuovo sul ciglio, sorriderò di ciò che è stato? “E’ tutto nella tua mente, ragazzo: è lì che nascono e crollano i tuoi limiti” E’ ora di ricominciare a cambiare.

Davide “Birillo” Valsecchi

Luigi Paredi – Corno Orientale

Luigi Paredi – Corno Orientale


Raggiungere l’attacco della via è di per sè una piccola avventura: dalla bocchetta di Luera, la coletta che separa la cima del Corno Orientale dal Corno Centrale, si scende lungo il ghiaione che costeggia la parete Nord Est. Da quel punto si ne può subito ammirare la grandezza e la belelzza di quella strepitosa muraglia di roccia.

Il sole illumina la parete solo il mattino e, molto presto, rimane completamente in ombra. Questo è un aspetto davvero da non sottovalutare perchè la via è esposta in modo quasi diretto ai venti che dal lago che risalgono la valle del Moregallo e scavalcano alle “moregge” prima di calare su Valmadrera: si arrampica al freddo!!

Scendendo di incontra un enorme monolite che forma con, una propagazione della parete, uno stretto tunnel. La cima del monolite è uno dei più panoramici punti d’osservazione per studiare la via “Stella Alpina” ed il complesso avvicinamento alla Luigi Paredi.

Si risale infatti lungo uno spigolo di rimpetto al monolite attraverso rocce ed erba alzandosi fino ad un gruppo di piante su cui è possibile organizzare una sosta. Lungo il tratto vi è solo una piastrina a cui è fissata una vecchia e logora corda penzolante che ora serve per lo più ad indicare la direzione. La roccia è fragile e l’erba è infida!!

Il secondo tiro è un lungo traverso per un canale erboso fino alla base rocciosa della parete vera e propria. Si “arrampica” puntando le scarpette nella terra ed aggrappandosi ai cespugli d’erba, è un tratto che non và assolutamente sottovalutato perchè al di sotto del tratto erboso vi è una serie di salti rocciosi che raggiungono e superano i sessanta metri di altezza.

Sulla parete ci sono vecchi chiedi ed una catena a fix su cui si può rinviare anche se tutto il tratto è difficile da proteggere e richiede davvero molta attenzione, sopratutto perchè si affronta in discesa ed un pendolo sotto la sosta sarebbe qualcosa di davvero sconsigliabile.

Costeggiando la roccia si raggiunge un breve tratto su cui si arrampica in un traverso e, finalmente, una coppia di fix su cui montare la sosta. L’ancoraggio è probabilmente l’attacco della via moderna “Crimella”. Qui, con un cordino da abbandono ed un “grillo”, si attrezza una calata in doppia di una ventina di metri in verticale con cui si aggiungere la cengia erbosa più sotto.La cengia è abbastanza appoggiata, vi è una “fragile” clessidra a cui ancorarsi prima di spostarsi orizzontalmente verso sinistra arrivando finalmente all’attacco della Luigi Paredi.

La prima sosta è a chiodi ma in buone condizioni. Si arrampica attraverso una linea logica risalendo prima verso sinistra e poi verso destra seguendo i chiodi e le fessure che rimontano sullo spigolo portando fino ad un primo tetto sotto cui si trova la sosta successiva.

La sosta è buona ed è a spit. Curiosamente è parallela e dista orizzontalemente meno di una decina di metri dall’altra sosta a spit su cui si era effettuata la calata in corda doppia. Probabilmente in passato qualcono ha tracciato una “scorciatoia” che permette di evitare il primo tiro. Va anche detto che sempre a sinistra erano visibili dei chiodi molto più recenti di quelli della via Paredi. Forse qualcuno, partendo dalla “Crimella”, ha cercato di tracciare una nuova linea attraverso la roccia che divide la “Luigi Paredi” dalla “Don Arturo Pozzi”.Quella sosta a fix è stata una graditissima sorpresa ma non saprei dirvi di più sulla sua storia.

Il tiro successivo inizia con un tetto strapiombante ed aggettante che si supera a penzoloni sulle staffe con non poco impegno. Ci sono molti vecchi chiodi ma tutti, vista l’età, vanno controllati: qualcuno flette, qualcuno è eccellente, qualcuno è stato smagrito dal tempo (alcuni chiodi sono artigianali e segnati profondamente dalla ruggine).

Oltre il tetto si giunge alla strepitosa placca che contraddistingue il primo tiro della “Stella Alpina” e si risale fino alla base della grande fessura che caratterizza il proseguo della via vicina. In questa fessura c’erano numerosi vecchi chiodi e probabilmente il primo tiro originariamente terminava qui. Il tratto successivo, inizialmente molto friabile, rappresenta la vera incognia della via e per questo in quel punto abbiamo rinforzato la sosta a due chiodi con uno spit.

Per proseguire ci si deve abbassare sulla sinistra passando sotto un grosso agglomerato di sassi instabili che assolutamente non si deve toccare per via della sua precarietà. Il primo di cordata è quasi costretto a farsi calare per un paio di metri, al secondo non resta che usare un cordino su un chiodo per fare altrettanto ed evitare il pendolo.

Subito sotto, infatti, si trova il primo chiodo e si inizia a risalire su roccia molto migliore. La via prosegue da sinistra a destra finchè, finalmente, si raggiunge e si supera lo spigolo entrando sulla grande placca finale. Sulla placca si rincontra la via “Crimella” ed è possibile attrezzare una sosta intermedia sfruttando un chiodo della “Luigi Paredi” ed un fix della “Crimella”. La via originariamente proseguiva probabilmente fino all’uscita con un lungo tiro.

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La placca la si affronta seguendo una grossa fessura svasata che termina un tratto completamente liscio in cui sono stati posti quattro chiodi a pressione. Superati quelli ci si può inserire nella grande fessura della “Stella Alpina” raggiungendo l’uscita e l’ultima sosta.

L’ambiente è assolutamente grandioso. La roccia assume curve e movimenti incredibili che danno l’impressione di trovarsi in mezzo a delle gigantesche onde. Un luogo strepitoso che però richiede davvero molto impegno: dal ghiaione all’uscita abbiamo impiegato 10 ore e, posso garantirvelo, visto il freddo che faceva di tempo ne abbiamo perso davvero poco!

La via è quasi interamente in artificiale, richiede di integrare con chiodi e di proteggere con nut e friend, inoltre anche smezzando i tiri servono davvero tanti rinvii. Noi ne avevamo complessivamente 15 ed abbiamo dovuto spesso sostituirli con moschettoni e fettucce per poter proseguire (minimo ne servono una ventina).
Come ho detto è quasi interamente artificiale e questo a tratti la rende facile e sicura così come a tratti insidiosa e pericolosa. Tutto dipende dallo stato dei chiodi e quello, purtroppo, può cambiare in ogni momento. Serve essere estremamente cauti nella progressione.

Se volete conoscere la storia di questa via ed il suo apritore, Pietro Paredi, potete trovare tutte le informazioni nei precedenti articoli. Spiegarvi invece cosa abbia rappresentato per me questa via è forse più difficile. Sono davvero contento di averla percorsa e di aver potuto mostrarvela.

Davide “Birillo” Valsecchi

via Luigi Paredi – Corno Orientale
4 Maggio 2014
Mattia Ricci (Primo di Cordata), Davide “Birillo” Valsecchi

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