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Un’ emozione intesa

Un’ emozione intesa

Davide_Birillo_ValsecchiDovrete perdonarmi ma ci vorrà un po’ perché riesca a superare l’emozione e a raccontarvi tecnicamente ciò che è stata la nostra più recente salita. La “Luigi Paredi”, la via che il fortissimo Pietro Paredi, guida alpina emerita di Valbrona, dedicò nel 1970 a mio nonno materno. Una via tra le più ardite e meno ripetute di tutti i Corni di Canzo. Non pensavo avrei mai osato avventurarmi tra quelle onde di roccia, tra il vuoto di quegli abissi verticali.

La “Luigi Paredi”, qualcosa di impensabile. Due giorni dopo il settimo anniversario della prematura scomparsa di mia madre ero all’attacco della parete: al collo, non a caso, il fazzoletto azzurro che lei usava per legare i capelli nelle gite in montagna. Ai piedi di quella parete c’ero io, i miei nonni, mia madre, Walter Bonatti (che dicono l’abbia percorsa), Marco Anghileri (caduto sul Bianco il giorno in cui abbiamo percorso la vicina “Stella Alpina” trovando all’uscita una vecchia bottiglia di vetro con il suo nome), Giuseppe Ravizza (amico e socio della nostra sezione scomparso nel 2011) e le sue staffe prese a prestito. Il martello e i chiodi che mi ha regalato Renzo Zappa, il pile rosso che mi diede Angelo Rusconi in Pakistan, i moschettoni a pera ed il casco rubati a Simone. Sotto quella parete c’ero io, le mie mille paure e le mie mille speranze, i miei mille ricordi fatti di incubi e sogni.

Davanti a me il più talentuoso e determinato alpinista con cui abbia mai avuto il privilegio di arrampicare. Solo grazie a Mattia, alla sua persistenza e serenità, è stato possibile ripercorrere insieme la storia alpinistica delle nostre montagne. La Fasana, l’Attilio Piacco, la Dell’Oro, la Stella Alpina, Valbrona89, la Cris, la Torre Desio, la Corvara, Attenti a quei Due ed ora anche la Luigi Paredi: che grande e magnifica avventura!

Quello che posso dirvi è che faceva un freddo terribile: nonostante sia Maggio ed il sole si sia fatto caldo, noi abbiamo arrampicato per dieci ore all’ombra, spazzati dal vento freddo che dal lago risale le moregge e scavalca verso Valmadrera. Non ho mai avuto tanta paura e tanto freddo come ne ho avuto sulle pareti dei Corni nell’ultimo anno. Aggrappato alle vestigia di un passato antico ci siamo avventurati attraverso spazi immensi e quasi dimenticati, tra le onde di un mare fatto di roccia ed intriso di storia: è casa mia, casa nostra, eppure non avevo mai fatto un viaggio tanto intensamente bello. Scusate, ma piango e rido perdendomi nei ricordi: ci vorrà un po’ perché riesca a superare l’emozione.

Davide “Birillo” Valsecchi

Una “Via” per mio Nonno

Una “Via” per mio Nonno

Antonia e Luigi Paredi«Luigi Paredi di Canzo: chi, fra gli alpinisti della zona, non ricorda questo nome? Tutti lo hanno ricordato in qualche modo ed io, come scalatore ed allievo, ho voluto dedicargli una via. Ero in dovere di farlo, perché da lui, provetto alpinista, avevo imparato ad amare la montagna e soprattutto le rocce. Da lui ebbi l’incitamento ad iniziare questa mia attività. Da lui ebbi sostegno morale in ogni mia impresa. Fu quindi un grande dispiacere per me, quando, nei mesi scorsi, conseguendo il titolo di “Guida Alpina” non lo vidi stringermi la mano. Come aveva sempre fatto.

Da un altro luogo certamente mi avrà sorriso per questo ambito traguardo. La via, che volevo dedicare alla sua memoria, doveva essere fra le rocce dei Corni di Canzo, che tante volte l’avevano visto scalatore. Dopo vari sopralluoghi scelsi per la scalata lo spigolo Nord-Est del gruppo del terzo Corno. La parte che guarda su Valmadrera e la città di Lecco presenta, nei suoi 150 metri, la difficoltà di 5° e 6° grado artificiale.

Scelsi come compagno di cordata Ernesto Riva di Dolzago e con lui preparai ogni cosa minuziosamente anche perché la roccia era molto friabile. Ma quando tutto era ormai pronto il mio compagno si infortunò sul lavoro . Pareva perciò che si dovesse rimandare tutto.

Tuttavia, la volontà di ascendere quella parete, anziché diminuire, aumentava e mi sembrava che il povero Paredi fosse lì, come aveva sempre fatto, a darmi coraggio ed incitamento. Non mi persi d’animo e, volendo portare a termine l’impresa prima dell’inizio della brutta stagione, ne parlai con Antonio Rusconi di Valmadrera che accettò ben volentieri di farmi da compagno.

Fu così che alle ore sei del 5 Ottobre 1969 iniziammo l’attacco allo spigolo. Le difficoltà, ad una ad una, con grande forza di volontà furono superate e, dopo otto ore di arrampicata estremamente difficile ed impegnativa, raggiungemmo la vetta. La via Luigi Paredi è ora aperta. Il suo nome resterà per sempre legato alla montagna che tanto amò.»

Questo è quello che nel 1970 scrisse Pietro Paredi, Guida Alpina Emerita di Valbrona, sulla rivista  “La Valle” pubblicata della Società Sportiva Valbronese. Nella foto in alto compaiono invece Antonia e Luigi Paredi, i miei nonni materni. Non ho mai conosciuto mio nonno, mi raccontarono morì per un colpo di cuore salendo al rifugio Cazzaniga, rifugio di cui avrebbe dovuto divenire a breve il gestore.

La via che Pietro ha dedicato a mio nonno è stata ripetuta pochissime volte ma, stando alle cronache, tra i rari ripetitori vanta niente meno che il leggendario Walter Bonatti (fonte: L’Isola Senza Nome).

Nel cuore della strapiombante parete Nord-Est del Corno Orientale c’è qualcosa di straordinario e spaventoso che non posso ignorare. Oggi è il 2 Maggio, sono passati sette anni dalla notte in cui mia madre, Nuccia, morì. Era una grande appassionata di montagna ed ogni volta che vado al Cimitero non che posso apprezzare come la sua tomba sia rivolta verso il Corno Occidentale. «Ma’, anche se è il Corno dall’altra parte, butta un occhio! Tra due giorni tentiamo la via del nonno!»

Davide “Birillo” Valsecchi

 

Corni: Sentiero delle Caverne

Corni: Sentiero delle Caverne

I ragazzi della Squadra in questo periodo sono impegnati con il corso d’alpinismo della Scuola Alta Brianza e per questo le occasioni per andare in giro insieme vanno colte al volo. Visto che ancora non eravamo riusciti a percorrere insieme la ferrata del Venticinquennale abbiamo iniziato il nostro mini-tour proprio da lì.

Mav e Andrea se la sono cavata benone sulle placche del Corno Occidentale ma, essendo un sabato mattina di sole, era inevitabile l’affollamento e qualche pausa forzata. All’attacco del tratto finale ci stacchiamo e sostiamo, al sicuro, all’uscita del quarto tiro di “Valbrona89”. Sulla placca finale, alla faccia della sicurezza, erano incrodati ed appesi sei escursionisti in meno di quattro metri di spazio: «Bagai, le distanze in ferrata sono la prima regola! Se parte il primo birlano a basso tutti: milanesi in cerca di guai…»

Abbiamo aspettato che lo “spot” si liberasse ed abbiamo chiuso la nostra ferrata. Una volta in cresta ho portato i ragazzi a vedere la grotta del “Passo della Vacca” che domina il “Camino Gandin”: quella era solo la prima delle grotte che intendevo loro mostrare.

Sulla cima del Corno Occidentale abbiamo dovuto scartare il “caminetto” perché intasato di gente che saliva e scendeva. Per evitare guai e code siamo scesi lungo la variante che sfrutta il breve camino sul lato Est.

Una volta alla Coletta abbiamo puntato verso il versante Sud del Corno Centrale e la Torre Desio.
Il cuore sud del Corno Centrale è davvero un posto affascinante. La base della parete è infatti sagomata da ampie grotte che, rientrando, danno origine ad ampi tetti che caratterizzano l’attacco di quasi tutte le vie.

Questa serie di grotte corre come un’onda dalla torre Desio fino allo spigolo oltre la Corvara, poi la roccia torna più regolare risalendo fino ad insenatura più grande dove, per via di un masso enorme, vi sono una serie di stretti cunicoli più piccoli.

«Dentro gente! Dentro!!» Costringere i miei due compagni, due ragazzoni di quasi di due metri, infilarsi negli stretti cunicoli è stato quasi un atto di nonnismo!

Le cronache riportano che Masciari Vittorio, nell’inverno del 1967, tracciò in solitaria una via invernale attraverso quelle insenature. Di quel tracciato esiste solo la descrizione dell’autore che, per certi versi, conferma la mia convinzione che quel canale esposto a Sud ma costantemente all’ombra possa riservare più di un piacevole sorpresa con la neve in condizioni (verificheremo il prossimo inverno!)

Il sentiero poi attraversa la scoscesa valletta innalzandosi lungo un’obliqua cengia rocciosa che raggiunge la cresta opposta da cui, attraverso spiazzi erbosi si raggiunge il sentiero che da Est risale alla cima del Corno Centrale.

Ero stato in quella zona la settimana prima con Mattia e quindi ne ho approfittato per completare l’esplorarazione con i miei soci più giovani. Il sentiero praticamente non è tracciato ma non è particolarmente impegnativo sebbene vada da considerarsi un EE (EscursionistiEsperti)

Alla fine del nostro Tour abbiamo riparato alla SEV dove amici, birra e chiacchiere di montagna hanno concluso egreggiamente la giornata!

Cya in tha pit!!

Davide “Birillo” Valsecchi

Via Irma – Torre Desio

Via Irma – Torre Desio

Sulla Torre Desio al Corno Centrale, tra lo Spigolo Palfieri ed il Camino Fasana, una curiosa fila di placchette metalliche risale dritta per la strapiombante parete verticale. Alla base, infissa nella roccia, una placchetta recita “Novembre 1983 – Via Irma – G. Benassé e G. Farina”.

Questa infatti è una delle vie tracciate da Giorgio “Giorgino” Farina: veterano “over” dei Corni, membro del Soccorso Alpino,  istruttore di Roccia, diverse importanti salite extraeuropee alle spalla ed uno degli alpinisti più spassosi con cui si possa avere il piacere di andare per monti.

Tra le vie che ha tracciato negli anni questa è una tra le più curiose. “Irma” è infatti un’arrembante linea da affrontare completamente in artificiale dotandosi di staffe e pazienza: le placchette, ricavate artigianalmente da dei ferri a “Elle” forati, sono fissate lassù da oltre 30 anni ed esigono grande cautela.

La settimana scorsa Giorgio ci aveva chiesto di dare un’occhiata alla sua “creatura” e così, dopo aver affrontato la vicina Corvara, abbiamo dato l’attacco anche ad Irma.

Credo che a Giorgino siano fischiate le orecchie tutto il pomeriggio perché la sua via, così come lui, ha un carattere davvero stravagante: innanzitutto l’attacco. La via è infatti tutta in artificiale ma per raggiungere la prima piastrina si devono fare numeri da circo: originariamente pare che l’attacco avvenisse con un eroica “piramide umana”. Tuttavia caricarmi Mattia sulle spalle significava rischiare di ruzzolare malamente giù per il boschetto e così abbiamo piantato un precarissimo chiodo con cui ci siamo alzati abbastanza fino alla prima piastrina.

Essendo solo di due tiri volevamo affrontare la via soprattutto per esercitarci con la progressione a staffe, tuttavia l’esercitazione si è dimostrata davvero più impegnativa del previsto.

Il primo tiro, una volta presa confidenza con le piastrine, ha nel mezzo un passaggio obbligato dove si deve sfruttare una spaccatura nella roccia per guadagnare la piastrina successiva. E’ un passaggio breve ma rende necessario un curioso uso di staffe ed appoggi che, su protezioni ultra trentennali, sa essere decisamente coinvolgente.

La sosta del primo tiro è sulla verticale, una catena attorno ad una robusta clessidra. Non vedendola da sotto Mattia ha prima ripiegato verso la sosta del camino Fasana per poi nuovamente traversare verso sinistra.

Una volta in sosta, visto che ne avevamo solo un paio, Mattia mi ha lanciato a terra le staffe. “Ma sei proprio sicuro? A me non è che mi convinca molto…” Ho tentato io. “Ma va, vieni su! Vuoi lasciare una via mozza?” Così con pazienza e metodo ho attaccato le staffe e, recuperato il primo chiodo, ho guadagnato la prima sosta.

Il secondo tiro, se fatto in libera, sarebbe qualcosa di veramente disumano ed anche in artificiale ha riservato più di una sorpresa. Dopo che Mattia infatti si alza di quattro placchette ci viene un dubbio: “Hey Mattia, ma come stiamo messi a rinvii?” Lui si alza sulle staffe ed comincia a contare “5, 6, 7… 9, 10… 13,14, 15. Poi oltre non vedo. Accidenti, mi sa che non ci bastano!”  In totale noi avevamo 15 rinvii e ce ne rimanevano all’imbrago meno di dieci. “Serve fare economia!”

Mattia si alza di altre due piastrine “Mi sembrano buone queste due, calami che recupero quelli sotto”. Calo il mio socio che recupera i rinvii e lo metto in trazione mentre risale. Ogni volta che trovavamo delle piastrine davvero buone ripetevamo l’operazione rimpinguando la nostra scorta operativa di rinvii.

“Hey, qui la piastrina gira a mano, provo a caricarla lo stesso” Mattia si alza, si allunga leggero sulle staffe e raggiunge anche la successiva “Hey, sai che c’è? Anche quella dopo gira a mano!” Mi punto e respiro mentre probabilmente Giorgino si guarda in giro chiedendosi cosa sia questo strano fischio che sente nelle orecchie. “Il successivo è un chiodo, lo provo con il martello e mi sposto!” Il chiodo suona piacevolmente saldo ed il mio socio ci scarica sopra tutto il suo peso.

Mattia avanza ancora fino all’ultima piastrina “Sono all’uscita: mi mancano quattro metri ma qui è tutto una merda! La roccia è cotta e balla tutto… è un vero macello. Dubito fosse in queste condizioni quando l’hanno fatta!” Il socio prende tempo un istante e poi prova a piazzare un chiodo ma più picchia e più la roccia balla. “…trema tutto qui. Non basta questo chiodo, provo ad allungarmi e a pizzarne un secondo”. Mattia piazza il secondo chiodo, ad una spanna dal primo, e si solleva oltre lo spigolo. Altri due leggeri passi ed è in sosta.

“Davide, sosta!” “Mattia, okay! Libera” Il socio recupera le corde, poi libera la rossa e sul capo lega un moschettone ed una delle due staffe. “Occhio che lancio!” La corda spunta oltre l’orizzonte verticale ma precipita troppo a destra. “Acqua, tira più verso la mia sinistra!” Mattia recupera la corda ed effettua un nuovo lancio “Presa! Ce l’ho! Aspetta! Okay, lancia l’altra!”

Con il successivo tiro sono nuovamente dotato di una coppia di staffe. La salita è una specie di esercizio di sincronizzazione “Punto la staffa… mi alzo… cambio staffa… mi alzo” Il socio recupera rendendo la corda un punto d’appoggio permanente che mi permette di velocizzare la salita: in fondo eravamo su quella verticale di roccia proprio per migliorare la nostra tecnica.

Quando arrivo al primo dei due chiodi rido forte: “Ma hai visto come si flette?!” domando al mio socio pochi metri sopra di me in sosta. “E secondo te perché ne avrei messi due?” Dall’imbrago prendo il martello  (che mi ha regalato il mitico Renzo!) ed inizio a battere per recuperare i chiodi. ”Okkio Mattia che balla tutto!” Lui ride mentre ad ogni martellata la roccia vibra tremando fin sotto i miei  piedi. Recupero i chiodi e guadagno la sosta.

La Cima della Torre Desio è uno dei luoghi più panoramici di tutto il gruppo dei Corni. Seduti su una placca di roccia orizzontale grande come un tavolo da cucina, ammiriamo il sole che tramonta alle spalle del Corno Occidentale ed attrezziamo la doppia da 60 fino a terra: letteralmente un tuffo nel vuoto.

Il buon Giorgino vorrà sapere cosa ne penso della sua via: “Irma” vista da sotto sembra una ferrovia, una ferrata a cui mancano le catene. In realtà, percorrendola, dimostra carattere ed alcuni passaggi obbligati sono da non sottovalutare. Il suo grande limite è senza dubbio l’età delle protezioni ma soprattutto la condizione della roccia sull’uscita. Le piastrine sono artigianali, vecchie e con pericolosi spigoli vivi, il foro è anche troppo piccolo per infilare staffe e rinvio contemporaneamente, un paio giravano a vuoto ed andrebbero verificate meglio. Tuttavia lo stato generale è apparso in buone condizioni e credo sarebbe sciocco sostituire le vecchie piastrine: si rischia di dover fare nuovi buchi e di macchiare di ruggine la roccia. Controllerei quelle che si muovevano ma fondamentalmente lascerei tutto com’è. Il suo fascino è anche nella sua storia e nella sua originalità: ai Corni niente va sottovalutato o preso alla leggera. Dove servirebbe qualcosa è l’uscita. Irma è davvero una bella “esperienza artificiale” ma se per uscire si devono piantare due chiodi nel fragile comincia ad essere fin troppo impegnativa per una semplice “esperienza”. Forse tenendosi a sinistra si può, sempre in artificiale, trovare una soluzione d’uscita più solida. Vedremo cosa si piò fare =)

Nonostante qualche dubbio iniziale sono stato contento di averla ripetuta! Bravo Giorgio, mi è piaciuta più di quanto mi aspettassi! (Come sempre grande Mattia!)

Davide “Birillo” Valsecchi

Via Irma – Torre Desio Corno CentraleRipetizione 16 Aprile 2014
Mattia Ricci (Capocordata), Davide “Birillo” Valsecchi

Via Corvara

Via Corvara

Corno Centrale versante sud, un angolo di roccia nascosto dietro la Torre Desio su cui, negli anni, sono apparse numerose vie attraverso i tetti e le curve di quella parete. Una di queste è la Via Corvara, tracciata nel 1942 dai Fratelli Pierino e Darvino Dell’Oro di Valmadrera. I due fratelli, i “100% Dell’Oro”, sono stati dei veri pionieri dell’arrampicata ai Corni e questa, secondo i resoconti storici, è l’ultima che tracciarono insieme.

Mercoledì mattina Mattia ed Io eravamo alla base della parete. Tutto attorno a noi brillava un caldo sole mentre l’angolino di roccia in cui corre la Corvara era profondamente immerso nell’ombra: ancora una volta ci tocca arrampicare al freddo battendo i denti ad ogni sosta. (Il sole ha scavalcato lo spigolo ed illuminato la via verso  mezzo giorno, quando il sole è salito quasi verticale. Nel pomeriggio la via resta al sole fino a tardi)

DSCF5463La via risale un’evidente fessura che, a distanza ravvicinata, si dimostra davvero molto più tosta di quanto appaia dal basso. Per rimontare fino alla cengia erbosa sovrastante si devono affrontare tre lunghezze davvero diverse tra loro: sono tiri brevi ma intensi

Il primo tiro non è male, la partenza è di slancio sulla sinistra ripiegando poi verso destra e rimontando lungo la  fessura fino ad una passa grotta al cui esterno, accessibile in una comoda cengia, è piazzata la catena di sosta. Tra le vie affrontate ai Corni questa è la prima in cui si ha la sensazione che la roccia sia smussata dall’uso, non è certamente “unta” ma di sicuro è stata una delle vie più frequentate di tutto il gruppo.

Il secondo tiro è intenso, davvero intenso. La relazione parla di VII grado oppure A1 e sebbene abbastanza corto ha davvero spremuto il mio socio. La fessura infatti è complicata da sfruttare e la chiodatura presente è quella originale. In una minuscola clessidra vi è un cavetto metallico che un tempo era rinviato su un vecchio chiodo che ora penzola sconsolato. Per mettere in sicurezza il passaggio Mattia ha dovuto infilare una fettuccia su di un sasso incastrato, piazzare qualche friend ed agganciarsi anche ad una piccola pianticella che sta crescendo nella spaccatura. Questo per rimarcare come il passaggio non sia facilmente azzerabile come la relazione originale parrebbe indicare.  Probabilmente molti dei chiodi originali hanno salutato la via.

L’uscita dalla spaccatura è un po’ una rogna su roccia malferma ma la sosta, appena sopra, è comoda e solida. Il terzo tiro è un piacevole camino ben appigliato che esce poi a destra su rocce malferme invase dal paglione. Il primo tratto è molto gradevole, il secondo un piccolo brivido anche se il vecchio chiodo a guardia del traverso indica come la via originale fosse quella.

La sosta è una pianta, non eccellente come soluzione ma accettabile. Dall’alto però si vede come una sosta ad anelli moderna sia stata posta sul lato sinistro. Pare che qualcuno sia uscito dal camino a sinistra, anziché a destra, ed abbia dapprima attraversato e poi attaccato per un diedro. La linea è in effetti abbastanza logica ma Mattia non ha trovato nessuna protezione fissa per quel passaggio che, con i chiodi e l’equipaggiamento del ‘42, non era probabilmente superabile.

Con il terzo tiro la via finisce su un cengione erboso. Sulla sinistra vi è una parete di cinque metri attraversata da una spaccatura. Sull’uscita della spaccatura vi vede un vecchio chiodo ma nel mezzo non sembra esserci nulla. Il grado pare piuttosto elevato e non abbiamo idea di che tipo di sosta (se esiste) vi possa essere al di sopra del muro. Per questo, dopo avere comunque curiosato nella fessura, abbiamo deviato verso destra facendo un tiro di corda attraverso le piante e raggiungendo la base di un canale.

Abbiamo piazzato una sosta a due chiodi e siamo risaliti per il canale. Non è un passaggio difficile ma erba e roccette mobili impongono una protezione soprattutto perché sotto il salto è ragguardevole. Una volta fuori dal canale, appena sopra il piccolo prato,  ci si può appoggiare a delle piastrine del soccorso per effettuare l’ultima sosta. Praticamente a due passi dalla croce del Corno Centrale ci siamo goduti il panorama di una giornata primaverile davvero eccezionale.

Se, con rispetto a quanto fatto dai fratelli dell’Oro, si sistemassero le protezioni del secondo e terzo tiro, la Corvara potrebbe diventare una delle vie più belle e fruibili del Gruppo. Tuttavia inizio a capire la “gelosia” che intimamente anima i vecchi alpinisti dei Corni. “Fino a quando quel vecchio chiodo penzolerà attaccato alla clessidra non ci saranno fighetti con la magnesite ad ungere le grandi vie classiche dei Corni.” Come dargli torto…

Davide “Birillo” Valsecchi

Via Corvara, versante Sud Corno Centrale
Ripetizione 16 Aprile 2014
Mattia Ricci (Capocordata), Davide “Birillo” Valsecchi

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Stella Alpina

Stella Alpina

«La Grande Onda» Dal basso sembra di osservare un oceano increspato da cavalloni e frangenti di roccia su cui sta per riversarsi dall’alto l’onda più grande. Sia la parete Nord-Est del Corno Orientale che la Parete Fasana al Corno Centrale sono caratterizzate dalla presenza di un grande tetto aggettante che, morbido e compatto, si lancia oltre la linea, oltre l’orizzonte verticale. Già, l’orizzonte verticale, perché su quelle grandi pareti ci sono attimi in cui verticale ed orizzontale si confondono, “sdraiato in piedi” cerchi di restare a galla sulla roccia grigia, circondato dalle onde, mentre la più grande, la più imponente sembra prendere forza davanti a te prima di infrangersi. Soli tra le onde dell’oceano, ecco cosa significa trovarsi nel cuore di quelle pareti.

Alle otto e mezza siamo già operativi ed imbragati: le luci del mattino sono magnifiche e la giornata è calda, la parete però è perennemente al buio e sarà un freddo intenso e pungente ad accompagnarci. Sono le salite fatte durante l’inverno a darci la forza di addentrarci nell’ombra, nonostante le nostre gambe tremino ad ogni sosta mentre i piedi e le mani si intorpidiscono. I Corni bisogna guadagnarseli ed infatti i primi due tiri attraversano roccette malferme e paglione, prima risalendo e poi affrontando un lungo traverso che porta verso sinistra attraversando un canale erboso e costeggiando il limite della roccia.

Il piede del corno Orientale è fatto di roccia friabile e franosa, per questo la via attacca a metà della sua altezza. Prima ancora di iniziare a salire abbiamo sotto di noi oltre 80 metri di vuoto che precipitano verticali verso il ghiaione. Guardi in basso, guardi il traverso: no, una volta qui non si torna più indietro.

La roccia è compatta e le placche tracciano piani e linee che mozzano il fiato. La prima fessura risale leggermente verso sinistra e poi piega verso destra prima di affrontare un lungo traverso su placca verso sinistra che ripara alla base del diedro.

Mattia attacca, risale fino al secondo chiodo e poi si aggancia con il cliff. Non c’è modo di passare se non seguendo il lascito degli apritori. La via, aperta da G.Crippa e G.Arosio nel 1963, è costellata dai vecchi chiodi con cui, davvero eroicamente, superarono la grande placca. Noi non abbiamo staffe ma solo un pedale di fettuccia: lavoriamo insieme dandoci voce e manovrando le corde. Ogni chiodo, ogni metro guadagnato, è una storia a se stante. Nella nostra peregrinazione un paio di chiodi li acchiappiamo al volo con veri e propri “lanci” dell’anello di fettuccia lunga. Sull’uscita della fessura Mattia pianta un chiodo: «Non c’è nulla per le mani, devo alzarmi tutto sul pedale e sdraiarmi in avanti per raggiungere il chiodo. Metto il chiodo ad U: non credo possa reggere il peso ma mi serve per avere un minimo di equilibrio mentre mi allungo. Occhio!».

Mattia si allunga e passa. Con noi abbiamo 15 rinvii ma doppiamo “razionarli” posizionandoli e togliendoli perché, diversamente, non sarebbero sufficienti per affrontare interamente il tiro. Salvo i Fix delle soste i chiodi sono tutti vecchi ed originali. Sono numerosi e ben piantati, ma ognuno di esso va verificato e ribattuto perché ormai sono sulla grande parete da oltre 50anni: qualcuno è indomito come il primo giorno, qualcun altro si flette come una “carezza d’addio” quando lo carichi.

Se il terzo tiro è prevalentemente in artificiale il quarto è arrampicabile e risale prima sulla sinistra della grande fessura poi piegando a destra ed infilandosi finalmente nella spaccatura che risale ai piedi della grande onda. Guardandoti intorno, osservando come le placche si intersecano tra di loro, vedi l’eleganza delle linee con cui è disegnato il mondo: ciò che dal basso sembrava solo un muro compatto è in realtà un universo di movimenti immobili. Qualcosa che disorienta e davvero difficile da descrivere.

Il quinto tiro è il cuore della via. Sotto la sosta troviamo un vecchio cuneo di legno incastrato nella spaccatura. Nonostante gli anni è ancora perfettamente conservato e, protetto dal  grande tetto che lo sovrasta, sulla roccia sono ancora visibili i segni che ha lasciato strisciando mentre veniva inserito. Per rispetto ed in omaggio a quel cimelio antico agganciamo la nostra corda con un rinvio ed affrontiamo la grande spaccatura.

Sono due i punti chiave del tiro che, tra tutti quelli della via, è il meno protetto. In quei due passaggi ci sono solo due possibili approcci. Il primo, quello elegante usato da Mattia, alla Dülfer: a sbalzo nel vuoto in opposizione con le gambe mentre le mani sono in trazione sullo spigolo della fessura. Il secondo, meno elegante ma a tratti eroico, con cui sono passato io: «A cavalcioni: una gamba incastrata nella fessura e ti alzi cavalcando la roccia». Questo è quello che un giorno mi raccontò aver fatto Pietro Paredi, guida alpina emerita, quando trovò la placca bagnata negli anni eroici dei Corni. La mia roccia era asciutta ma il suo consiglio è quello che ho seguito (con grandissima soddisfazione!)

Risaliti alla sosta non restava che ammirare ancora una volta la parete e riemergere, finalmente al sole, sulla cima del Corno. Stesi alla luce, coperti da maglioni e giacche, abbiamo atteso sdraiati che il calore della primavera si infondesse nuovamente in noi. «Senti che bello il caldo: solo ora mi rendo conto di quanto freddo abbiamo patito!»

La grande onda, avevo finalmente cavalcato la grande onda. Ci sono gesti che apparentemente non sembravano avere nessun valore, nessuna importanza concreta. Eppure questi gesti, sdraiato  sotto l’azzurro del cielo di primavera, sanno sciogliere la felicità in una lacrima commossa: la grande onda del corno orientale…

Davide “Birillo” Valsecchi

Stella Alpina – Corno Orientale Gruppo Corni di Canzo
11 Aprile 2014: Mattia Ricci (capocordata) e Davide “Birillo” Valsecchi.
Ancora una volta i migliori complimenti al mio socio: grande Mattia!

Corni Valbrona89

Corni Valbrona89

Renzo Zappa è stato il presidente della sezione Cai Asso che, quando avevo otto anni, ha firmato la mia tessera d’iscrizione: membro emerito del Soccorso Alpino, istruttore della Scuola d’alpinismo Alto Lario ma sopratutto pioniere e custode dei Corni di Canzo. Lui, Giorgio Farina e Pietro Paredi sono le figure che in questi anni hanno saputo trasmettere a noi “Bagai” l’affetto e la passione per i Corni, aiutandoci e consigliandoci lungo la via che ripercorreva le loro gesta sulla roccia.

Dopo forse vent’anni d’oblio è stato un grande piacere, per me e Mattia, ripetere una via “storica”: Valbrona89 al Corno Occidentale. La via è stata tracciata alla fine degli anni ’80 ed è una delle primissime sul versate Sud (prima di loro probabilmente solo figure leggendarie come Eugenio Fasana e Giovanni Gandin).

Gli apritori sono Marco Lattuada, Giacomo “Mino” Fugazza e Renzo Zappa aiutati anche da M.Bellotti e G.Masciadri.

Confesso che per me questa è stata la mia “prima volta” nel grande ed inaccessibile anfiteatro della “Fessura Gandin”: bagai, che posto incredibile si nasconde lassopra!! Ecco a Voi i Corni di Canzo come forse non li avete mai visti!

Mattia ed io lasciamo la neve del lato nord immergendoci nel sole del lato sud:  la giornata sembra preannunciarsi anche più calda di quanto fosse previsto. La Val Ravella è completamente illuminata e la roccia sembra perfettamente asciutta. Attraverso la cengia attrezzata raggiungiamo l’attacco della via, la prima alta muraglia che rimonta fino alla grande conca sovrastante.

Valbrona89, una piccola grande emozione. In maniche di maglietta ci imbraghiamo ed attacchiamo il primo tiro: Mattia è il capo cordata e l’uomo di punta, io il suo fidato e casinista secondo. Ancora una volta “Due di Asso”.

Dopo il primo passaggio ci si immette a sinistra  alla base di un diedro prima di risalire verso destra seguendo un fessura e superando uno strapiombo. “Qua è pieno di terra” Mi informa Mattia ”Non è brutto ma mi serve una protezione, vedo di aggiungere qualcosa. Provo un chiodino”. Poi scoppia a ridere. “Volevo mettere un chiodo in una fessura, ho tirato via una zolla d’erba e sotto ho trovato uno dei chiodi originali.” La via è infatti abbandonata probabilmente da oltre vent’anni ed è invasa dalla terra e dalle erbacce dove la roccia non è compatta. “Bhe, almeno è certo che la pensiamo allo stesso modo degli apritori!” Gli apritori della via, Renzo soprattutto, sono le persone che ci hanno avvicinato alla montagna ed insegnato le basi: sono i dettagli che fanno un Clan, una famiglia.

Mattia dà battaglia sullo strapiombino e si dà un gran da fare a liberare la via da tutti i sassi che possono cadere. A protezione del passaggio più esposto aggiunge un chiodo in una fessura verticale. Finalmente passa il tetto ed organizza la sosta su una pianta. Quando è il mio turno sullo strapiombo quel piccolo chiodo posto da Mattia saluta la roccia appena provo ad estrarlo. Per un attimo, sorpreso dal cedimento improvviso, rimango appeso per braccio tutto sbilanciato all’indietro: il primo di una lunga serie di brividi!

Il secondo tiro è un semplice passaggio tra i sassi e le piante: prendendo in giro Mattia sono io a  tirarlo da primo fino alla successiva grande placca. Una scritta “Valbrona89” segna il punto d’attacco dove la via torna ad essere arrampicata dura.

L’ambiente attorno a noi è incredibile, neppure io mi sarei aspettato ci fosse così tanto “spazio” su quel lato della montagna. Siamo dentro una specie di anfiteatro semicircolare completamente isolato, raggiungibile solo arrampicando dal basso oltre i 30 metri di scogliera o scendendo dall’alto attraverso rocce e placche. Nel centro dell’anfiteatro vi è la grande spaccatura a camino che risale culminando nella grotta passante del passo della vacca. E’ in quel punto, secondo i diari, che Giovanni Gandin, pioniere e guida alpina delle Grigne, compì la sua poco nota risalita del Corno Occidentale.

Il tiro successivo è molto godibile e rimonta roccia sana alternando un piccolo tetto ad una lunga placca densa di clessidre e maniglie di roccia. La sosta è una catena attorno ad un vecchio albero da cui si può poi risalire di un’altra decina di metri fino ad una comoda cengia munita di una solida catena a spit: è in questo punto che ci siamo fermati a mangiare e a tirare fiato. Sulla sinistra vi è un vecchio cavo metallico che protegge un passaggio con cui lasciare la via riparando sui prati che risalgono fino alla scala metallica della Ferrata del Venticinquennale.

Il terzo tiro, il quarto contando anche il passaggio nel bosco, è il più “bastardo”. Probabilmente il meno bello della via e quello che richiede più cautela ed attenzione. Secondo lo stile aggressivo di Marco Lattuada il tiro si lancia a sinistra sulla parte strapiombante ignorando il passaggio a destra forse più docile ed intuitivo. Rimontato il primo strapiombo si attraversa verso sinistra guadagnando la base di un diedro. Superato questo si prosegue ancora verso sinistra rimontando un ultimo sbalzo di roccia invaso dalla terra e dall’erba prima di giungere sulla cengia alla base dell’ultimo tratto della ferrata. In questo punto Mattia ha dovuto piazzare integrare con un chiodo perchè c’era poco o nulla di sano a cui fosse salutare attaccarsi.

Anche sulla destra del diedro c’è una grossa lama di roccia alta quasi due metri che, quando ho appoggiato il peso in spaccata, ha oscillato in modo ragguardevole e tremendamente preoccupante. Tutto il tiro va affrontato con la massima attenzione perché c’è davvero tanta roba che si muove e che rischia di crollare.

Giunti fino a quel punto non ci restava che il gran finale: quello che probabilmente è il tiro più bello di tutta la via e che la rende probabilmente una “classica”. A destra del tracciato della ferrata si innalza infatti il quarto tiro: ancora una volta alla base una scritta “Valbrona89” indica il punto d’attacco.

Per Mattia è il momento di furoreggiare e dare spettacolo! Quando siamo partiti la mattina il sole era caldo e noi sudavamo in maglietta, quando abbiamo attaccato il tiro l’aria si era fatta tanto fredda che per non tremare indossavamo i gilet imbottiti ed il K-way. “E’ una figata! Dobbiamo tornarci con un po’ più di caldo perché è magnifica!” Questo era quello che mi ripeteva divertito Mattia ogni volta che era costretto a fermarsi per scaldarsi le mani infreddolite. “Voglio provarla con il caldo. Con il caldo deve essere strepitosa!”

La roccia è magnifica, compatta e lavorata ma assolutamente non banale. Sul primo tettino volo e resto appeso. La corda, quasi completamente distesa, si allunga facendomi perdere i metri duramente conquistati. “Ohhh! Ma è dura!!” urlo a Mattia lasciandomi investire dalla sua consueta vagonata di allegri sfottò.

Al tentativo successivo mi scivola il piede destro ma con la mano sinistra tengo e resto appeso il tempo che serve per fare il passo. Piano piano risalgo la fessura fino a giungere sotto il successivo strapiombo. Oltre lo strapiombo la via segue prima una piccola fessurina sul sinistra e poi traversa su una placca verso destra fino alla sosta.

“Hey Mattia! Ma qua se volo mi sparo un pendolo senza fine!” Mattia, flemmatico, mi esorta “Ma va! Basta non cadere!” Stacco l’ultimo rinvio lasciando che la corda si distenda ed attacco il passaggio. Provo a restare appeso sulla sinistra con una manciata di dita nella fessura ma non riesco a girarmi verso destra e a rimontare di slancio. “Hey! Guarda che ci sono! Due secondi e vado!”. Sento la forza delle braccia disperdersi e per un secondo sono solo mie nocche incastrate a sorreggere il mio peso. “Vado!” Pedalo sulla roccia e pendolo verso destra finendo cinque o sei metri sotto la sosta nel vuoto.“Visto! Te l’avevo detto che andavo!!”

Una delle due corde si tende su una piccola lama di roccia dando quel giusto tocco di brivido che mancava. “Ci sei?” “Ci sono” “Trova dove appoggiarti che scarichiamo la rossa” “Okay, ho un appoggio, falla saltare”. Le due corde si ridistendono parallele appoggiate sulla roccia piatta. “Aspetta che ti faccio una foto!” “Pirla sono appeso!” “Ma smettila, sono le mie povere corde quelle che hanno sofferto di più!”. Sdrammatizzare in sicurezza è la regola.

Spiaggiato su una placca non restava che affidarmi ai metodi più beceri. Blocchiamo la corda rossa mentre Mattia recupera sulla gialla. “Naaa, così ci mettiamo una vita a tirarmi su! Buttami giù il lasco della piastrina che mi paranco da solo!” Mattia ride e mi cala le corde a cui, come un salame, mi appendo mentre lui controlla che scorrano e si blocchino correttamente. “Pare non ci sia modo che io ne esca in modo dignitoso da una via!” Ridiamo insieme tirando fiato alla sosta.

L’ultimo tratto rimonta una placca appoggiata ed un muretto aggettante  prima di ripiegare su roccette rotte fino all’uscita della ferrata. Finalmente fuori dalla via ci appoggiamo alla roccia ed osserviamo il tramonto rosso all’orizzonte. Prendo il cellulare e faccio un numero: “Ciao Renzo! Sì sì, abbiamo fatto! Siamo usciti ora! Sì, sì, tutto bene! È un posto incredibile! Un vero Spettacolo!!”

Questi sono i Corni Canzo, l’avanguardia e la tradizione del Cai Asso. Sono davvero felice.

Davide “Birillo”  Valsecchi

Via Valbrona89 Corno Occidentale, ripetizione del 28 marzo 2014.
Mattia Ricci (primo di cordata), Davide “Birillo” Valsecchi
Note: oltre a materiale da incastro e chiodi sui primi tiri servono 12/14 rinvii.
Sul terzo tiro la roccia è spesso fragile con molta terra ed erba.
Le soste sono su solide piante o su ottime soste a catena.
Sono presenti chiodi originali e pistrine fix resinate ed in ottimo stato.
La via ha numerose possibilità di uscita.

Corni: le inviolate inviolabili

Corni: le inviolate inviolabili

La Valle delle Moregge, il grande vallone che separa i Corni di Canzo dal Moregallo, è un territorio di confine, uno spazio denso di misteri noto solo a pochissime persone. Il perché di questa sua natura selvaggia e sconosciuta è presto detto: è un postaccio terribilmente pericoloso!

Il Moregallo è una montagna dal carattere davvero straordinario, una montagna dura ed indomabile che, a seconda delle opinioni, può essere magnifica o tremendamente brutta. Una volta mio padre e mia mamma provarono ad avventurarvisi passando da Oneda. Mio padre me lo ripete sempre: “Tua madre non si è mai tirata indietro ma quel giorno me lo disse chiaramente: quella montagna le faceva paura”.

Canali strapiombanti di erba paglione che si alternano in creste e salti rocciosi nel nulla più assoluto. Se sbagli rischi di precipitare a valle e di rimanere, probabilmente per sempre, sul fondo dell’orrido sottostante. Non a caso, ogni volta che facciamo canyoning, troviamo lassotto carcasse di caprioli e mufloni a conferma di quanto il posto non sia uno scherzo neppure per loro.

Al Moregallo, almeno in quei versanti, si sperimenta la solitudine, la precarietà, la lontananza da tutto. A conferma della sua natura straordinaria raggiungere la cima offre invece una sensazione totalmente opposta: sulla vetta sei accolto da un oasi verde, un pianeggiante prato affiancato da un placido bosco di faggi e betulle. Sono davvero pochi i luoghi che sappiano racchiudere tanta  pace e bellezza come la vetta del Moregallo, ma è un premio che va conquistato con fatica, qualsiasi sia il versante da cui si sale.

Forse è per questo, per la vicinanza con il Moregallo, che anche i Corni celano qui alcune delle pareti più imponenti e più nascote di tutto il gruppo. Per andare a dare un occhiata da Oneda mi sono alzato a mezza costa seguendo i piloni della corrente ed addentrandomi poi nella valle seguendo sentieri tracciati dalle bestie.

Seguire i sentieri degli animali significa due cose: prendere le pulci in estate e rischiare la pelle tutto l’anno. Le tracce infatti si addentrano superando i balzi erbosi e i canali seguendo una logica “animale” tutta da interpretare. “Qui davvero non ti ritrova più nessuno”. Ma ormai ero lì e la curiosità mi spingeva oltre ogni cresta.

Poi, sulla soglia del punto di non ritorno, ho dovuto fermarmi. Avanzare significava costeggiare la base del Ceppo della Bella Donna e l’unica via d’uscita possibile sarebbe stata risalire fino alla bocchetta. Tradotto: un altro paio d’ore “disperso” nel nulla.

Quello che mi serviva però era lì: uno scorcio chiaro delle due pareti dove poter scattare qualche foto. Credo siano davvero poche le persone che vi abbiano dato un’occhiata approfondita. La luce non era il massimo ma credo possano rendere l’idea e mostrare un angolo segreto dei Corni di Canzo.

I vecchi hanno affrontato tutte le pareti del Gruppo, tracciato vie ovunque ad eccezione di qui. Il perché è facile capirlo: l’avvicinamento è difficoltoso, l’ambiente è ostile in ogni aspetto, le pareti sono marce, fragili e spazzate dal vento. Slanci strapiombati densi di tetti e cenge pietrose. Vie impossibili, lunghe, pericolose e difficili che terminano tutte nei prati di Pianezzo ai piedi di rifugio. Credo che mai nessuno salirà da quelle parti e mi piace pensare che nel cuore dei Corni di Canzo vi sia un segreto inviolabile, un monito di roccia ad ogni vanità.

Certo, forse sulla prima parete si potrebbe tracciare una ferrata ma il livello di difficoltà sarebbe altissimo ed oltre alle problematiche tecniche per realizzarla rischierebbe di diventare un “ammazza cristiani” di prima qualità.

No, meglio restino così. Meglio resti un posto magico sopra cui portare la morosa a prendere il sole, una passeggiata pianeggiante dal vicino rifugio senza che possa comprendere  la mostruosità alpinistica su cui si è placidamente sdraiata.

Dopo le foto ho dato battaglia in salita lungo un canale emergendo finalmente sulla strada cementata che porta alla SEV:  due ore di fatiche per ritrovarmi tra i gitanti che, a passo lento, andavano a pranzo al rifugio. Non proprio avventuroso in effetti, eheh…

Il mio giro però non era ancora finito. Venerdì avevo infatti perso il “chiodo verde ad U” di Mattia e se non volevo incorrere nelle ire del socio conveniva ritrovarlo!! Avevo il sospetto di averlo perduto nel tratto in cui la via Valbrona89 incrocia la ferrate del Ventinquennale: così ho dapprima risalito la cresta del Passo della Vacca per poi infilarmi lungo sentieri segreti che portano a metà della ferrata.

La scena è stata divertente. Io ero vestito praticamente come un pastore di capre impugnando le mie racchette rigide mentre gli escursionisti, giustamente attrezzati con casco, imbrago, fettucce e moschettoni, riemergevano dalla lunga e strapiombante scala a pioli della ferrata.

Credo davvero di avere purtroppo spento il loro “momento eroico”. Io ero in piedi ad un sasso cercando il mio chiodo ed ho salutato il primo della comitiva che, palesemente stupito, non capiva come fossi arrivato lì. “Ma la ferrata è finita?” “No, no. Ne avete ancora un bel pezzo e tutto verticale. Forse la parte più dura” “Ma tu hai fatto la ferrata?” “No, no …sono passato un po’ qui, un po’ là. Comunque io sono indigeno, non fate caso a me: sto solo cercando un chiodino…”. Il tipo non mi ha più parlato: ai Corni si incontra un sacco di gente strana!!

Finalmente ho ritrovato il fantomatico chiodo (Hurra!!) e dalla ferrata sono emersi anche due amici: Pietro e “il Tigre”. Loro non erano affatto stupiti di trovarmi a zonzo. Abbiamo chiacchierato un po’ facendo un po’ di rumosorsa “caciara” e, dopo esserci salutati, ognuno ha continuato per la sua strada. La vetta del Corno Occidentale era un po’ troppo affollata, così ho tagliato per un canale e sono tornato verso casa. In fondo ho ritrovato il chiodo e scattato qualche foto senza ammazzarmi: ho di che essere soddisfatto!

Davide “Birillo” Valsecchi

Ecco alcune foto non bellissime ma piuttosto insolite…

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