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CornizzoloDay 2011

CornizzoloDay 2011

Ad essere onesti avrei scommesso sulla pioggia,  ero nel letto e rubavo minuti tra le lenzuola ormai rassegnato ad inzupparmi d’acqua nell’impermeabile per andare cima al Cornizzolo: “Ti tocca”, ho pensato, e mi sono tirato in piedi.

Aprendo poi le imposte, con mia grande sorpresa, ho trovato il sole e tutto ha cambiato marcia! Ero in ritardo, ho fatto colazione di corsa, infilato gli scarponi, lasciato un bacio a Bruna e mi sono lanciato a piedi in strada.

Il CornizzoloDay è una tradizione che si protrae ormai da anni: è la giornata dell’ ”orgoglio del Monte Cornizzolo”, la celebrazione dell’impegno di tutti coloro che si sono spesi a salvaguardia di una montagna che è stata pesantemente trasformata dalle cave e dallo sfruttamento estrattivo.

Le cave Holcim sul Cornizzolo
Le cave Holcim sul Cornizzolo

Le ciccatrici del Cornizzolo sono ben visibili sul versante Sud e solo lo sforzo congiuto di tutti i comuni che si trovano alle pendici della montagna ha saputo porre fine e rimedio a questo che oggi appare un’insensato abuso inizato negli anni ’60.

Il CornizzoloDay è quindi una grande festa, un momento di incontro tra i CAI, le associazioni sportive, i Comuni e tutti gli appassionati di montagna.

Io ero in ritardo e dalla piana di Scarenna ho puntato dritto la croce attraversando Canzo, salendo fino al Lazzaretto di San Michele e da lì su per la Val Pesora. Il sentiero è impegnativo, sale rapido per la valle costeggiando il fiume e non concede respiro dimostrandosi una buona prova da affrontare “spingendo”.

L’ambiente circostante ripaga però dello sforzo: nell’umidità della pioggia dei giorni scorsi il bosco profumava di erba cipollina ed il fiume, che scorre a balzi tra rocce, accompagna la salita quasi fino alla cima.

Dalla vetta del Cornizzolo, a 1.241 m, si gode un magnifico spettacolo sulla pianura e sulle montagne del Lario tra cui spicca il Grignone ancora inbiancato di neve. Sul versante sud, a 130 metri dalla vetta, si trova il Rifugio Consiglieri ed è sui prati che lo circondano che si è svolta la grande festa.

Era bello stare tra quella piccola folla e salutare gli amici: una signora mi ha messo un mano un bicchiere di prosecco con una manciata di “Nocciolini di Canzo” mentre su enormi griglie cuocevano decine di salamelle ed ovunque si respirava l’allegria di un’insperata gioranta di sole. Formaggi, salumi, miele: i prodotti del nostro terriorio facevano bella mostra sotto i piccolo gazebo mentre i CAI avevano preparato cartelloni con foto ed itinerari delle nostre montagne.

Bello, una bella festa!

Saluto i CAI di Calco e Oggiono che si stanno dando un gran da fare per dar vita al Parco Monte di Brianza:  è un buon progetto e per chi volesse saperne di più questo è il loro Blog (MonteBrianza).

Nota d’interesse: la vetta del Cornizzolo ieri era stracolma di ragazze, tutte giovani tra i 18 e 25 anni che accaldate per la salita si godevano il primo sole di primavera in pantaloncini e maglietta, sorridenti dopo la lunga camminata e felici di essere parte della festa. Di ragazzi, invece, non ce ne erano molti ma quei pochi presenti erano decisamente felici: forse è anche per questo che ho sempre preferito la montagna…

Per la discesa, sempre direttissima perchè avevo promesso a Bruna di essere di ritorno presto, ho scelto la val di Tenura puntando verso Gajum passando dal Ceppo dell’Angua.

Davide “Birillo” Valsecchi

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Salita 

Distanza totale: 5,99 km
Durata totale: 1:54:41
Durata in moto: 52:06
Velocità media: 3,14 km/h
Velocità media in moto: 6,90 km/h
Velocità max: 10,80 km/h
Altitudine min: 431 m
Altitudine max: 1286 m
Dislivello: 982 m

Discesa 

Distanza totale: 6,09 km
Durata totale: 1:08:36
Durata in moto: 51:06
Velocità media: 5,32 km/h
Velocità media in moto: 7,15 km/h
Velocità max: 9,72 km/h
Altitudine min: 419 m
Altitudine max: 1156 m
Dislivello: 254 m

Menaresta: la sergente del Lambro

Menaresta: la sergente del Lambro

Ivan e Alifa alla Menaresta
Ivan e Alifa alla Menaresta

Ieri è venuto a trovarmi da Milano il mio buon amico Ivan accompagnato dal suo inseparabile dobermann: la giovane ed ormai non più così piccola Alifa.

Ivan è un addestratore di cani  professionista ed è incredibile il rapporto, la complicità e l’obbedienza che è riuscito ad instaurare con il suo cane: è sempre un piacere andare a spasso con loro due.

Il tempo ieri sembrava trattenere le nuvole ed il cielo sembrava accumulare la pioggia tra gli sprazzi di sole: non avrebbe piovuto e questo bastava per darci l’opportunità di una piccola escursione.

Ivan, Lele, Alifa ed Io ci siamo avventurati su per la Vallassina a bordo di una Mini Cooper Station Wagon adeguatamente riadattata al trasporto cani.

Emuli di Austin Powers siamo saliti a Barni, a Magreglio e su per i tornanti verso Pian Rancio. Era tanto tempo che non passavo da quelle parti e sono rimasto sorpreso da come abbiano trasformato la zona. I sentieri sono ben curati, sono presenti molti pannelli inforamativi e sono stati attrezzati spazi per il campeggio e per il pic-nic, vi è persino una lunga serie di barbecue in sasso per le grigliate: a pasquetta quell’angolo quieto di bosco doveva essere una specie di bolgia infernale!!

Il “downshifting“, la volontaria semplificazione della propria vita professionale, rende decisamente il portafoglio leggero ma permette di godersi spazi che altrimenti sarebbero sofraffollati e quasi inagibili e così, visto che Ivan è di Milano, l’ho accompagnato a visitare la sorgernte del Lambro: la Menaresta.

Tutta l’area, per via delle grotte e della sorgente, era popolata anche in tempi primitivi e non è raro trovare incisioni rupestri sia negli anfratti che fungevano da riparo che sui grandi massi erratici presenti: la Pietra Luna, il Sasso Lentina ed il Buco della Pecora non sono infatti molto distanti dalla Menaresta.

Qui nasce il Lambro che poi attraverserà tutta la Vallassina raggiungendo dopo 130Km il Po nei pressi di Lodi. La caratteristica curiosa da cui deriva il nome “Mena-Resta” è data dall’intermittenza di flusso della sorgente: l’acqua infatti sgorga tutto l’anno ma osservandola ci si può accorgere come il flusso non sia costante ma si riduca ed aumenti con una certa regolarità.

“Ad ogni otto minuti all’incirca la sorgente fa un sensibilissimo aumento, e se n’ode l’interno romorio. Dura circa tre minuti l’accrescimento, e cinque il decrescere. Ivi comincia propriamente il Lambro” – scriveva Carlo Amoretti già nel 1794 nella sua guida “Viaggio da Milano ai tre Laghi”.

Tale caratteristica è legata alla natura carbonatica delle rocce presenti della zona, soggette a fenomeni carsici superficiali e sotterranei. Le variazioni di portata della sorgente Menaresta sono determinate dalla presenza di una cavità carsica sotterranea nella roccia dolomitica, collegata all’esterno per mezzo di un condotto a forma di sifone rovesciato.

In questo vano, che fa da serbatoio, si raccoglie l’acqua circolante nella roccia circostante, molto permeabile, attraverso delle fessure di alimentazione. Quando il livello d’acqua nella cavità raggiunge una certa altezza, corrispondente al gomito del sifone, l’acqua comincia a defluire copiosa. La sorgente aumenta così di portata, fino a che il livello dell’acqua nella cavità scende sotto il livello di uscita: da questo momento la portata si riduce fino a quando l’acqua non avrà riempito nuovamente il serbatoio.

Davide “Birillo” Valsecchi

Ecco il breve percorso che da Piano Rancio Porta alla Sorgente:
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Il bacio di Giuda Iscariota

Il bacio di Giuda Iscariota

Io sono Giuda, il figlio di Simone che fu fratello del Sommo Sacerdote Caifa della tribù di Giuda. Io sono colui che chiamano l’Iscariota, colui che sa. Io sono colui che aspetta l’alba di questo giorno triste mentre la propria fede vacilla.

Portai i soldati al cospetto del mio Maestro e diedi Lui il mio ultimo bacio, il bacio di Giuda, il segno del tradimento, l’ultimo sofferto atto di una muta obbedienza. Baciai il mio Maestro trattenendo le lacrime, bacia il Salvatore consapevole della mia condanna: ubbidii perchè era questo il sacrificio che mi fu richiesto.

Avevo supplicato che non scegliesse me, l’avevo pregato di guardare di nuovo tra i Dodici e scegliere altri:“Tu li supererai tutti. Perchè sacrificherai l’uomo che mi riveste”. Un ultimo bacio e la ruota del destino, la volontà del mio Maestro, si mise in moto.

Pietro, il prediletto, estrasse la spada pronto a macchiare la sua fede con il sangue e mi chiamò traditore maledicendomi, coprendomi di ignominia. Ma come predisse il mio Signore prima di quest’alba, che ancora attendo, tre volte rinnegò il Maestro, tre volte si sottrasse al sacrificio.

Ed ora, dopo che il gallo ha cantato, è Pietro che io attendo in questo che diverrà l’Akeldamà, un “campo di sangue”. Anche questo il Maestro mi disse:“Dirà che sei caduto impiccandoti, dirà che ti si squarciò il ventre e tutte le tue interiora si sparsero tingendo di sangue questa terra”.

Ora, mentre la luce appare all’orizzonte vedo Pietro salire, il viso sconvolto dal pianto e dalla colpa mentre brandisce la sua spada in cerca di vendetta, in cerca di un’espiazione per il suo tradimento.

La fede nel Maestro mi sostiene, la Sua grandezza ed il Suo sacrificio sono per me di esempio e non sento il peso delle accuse che cadranno sul mio capo. Sono il servo del mio Maestro: ho fatto ciò che mi fu chiesto.

Chiudo gli occhi davanti al mio destino: perdonami Signore perchè in quest’ alba terribile ho ancora paura di morire.

Davide “Birillo” Valsecchi

[note] Tra Barabba e Gesù scelsero Barabba e questo dovrebbe insegnare quanto sia semplice per la massa salvare la persona sbagliata. Giuda e Pietro: chi scegliete? Chi è stato condannato alla gloria e chi all’ignominia?

Josè Saramago, premio nobel per la letteratura, nel suo “Vangelo secondo Gesù” ci mostra un messia finalmente umano, finalmente pervaso dai dubbi e dalle incertezze che appartengono ad un uomo e non ad un Dio onnipotente. Anche Zeffirelli e Martin Scorsese reintepretando il libro di Nikos Kazantzakis portano in primo piano l’umanità del Cristo: un dio che si è fatto uomo.

Nell’epoca di Superman e Mario Bros non è l’onnipotenza a stupire,  ma al contrario ad essere di ispirazione è la capità di affrontare la fragilità delle paure umane. Un dio che si fa esempio d’uomo: questo è davvero rivoluzionario.

Purtroppo da Mosè in avanti siamo asserragliati dai Dogmi, dagli Assiomi, dalle verità a prescindere che allontano gli uomini intelligenti e soggiogano gli stupidi: è l’arroganza delle religioni a sminuire la fede mentre i mercanti sono tornati nel tempio.

Nella mia storia, frutto delle mie fantasticherie, compare una frase, “Tu li supererai tutti. Perchè sacrificherai l’uomo che mi riveste”, che appartiene al Vangelo secondo Giuda, un vangelo gnostico che propone una visione diversa dell’Iscariota: il servo e non il traditore del Maestro.

L’ipotesi che sia stato Pietro ad uccidere Giuda invece è mia ed emerge dagli Atti degli Apostoli dove Pietro racconta la morte di Giuda. Pietro era una testa calda, era umiliato dalla profezia di Gesù ed armato di spada quando racconta di aver trovato “squarciato” il corpo di Giuda suicida per soffocamento. Date un occhiata ai 2000 anni della Chiesa che ha fondato e fatevi delle domande…

Qualunque sia la verità nel giorno del Venerdì Santo quattro uomini morirono: io voglio ricordarli tutti con la “pietà” che meritano. Nessuno si senta offeso da questo.

La vita nei boschi

La vita nei boschi

Se, a chi non lo conoscesse, dicessi che Henry David Thoreau è il più grande Anarchico Americano probabilmente lo immaginerebbe vestito di nero come un Black Block pronto ad invadere Genova o come un terrorista urlante stile YouTube.

In realtà è una figura tanto rispettabile da essere ritratta persino sui francobolli ed una delle menti che maggiormente ispirò i primi movimenti di protesta e resistenza non violenta: Tolstoj, Gandhi e Martin Luther King lessero le sue opere.

Thoreau nacque nel 1817  in America e per capire il suo tempo basti pensare che Napoleone Bonaparte, in quegli anni, era recentemente diventato “ospite” dell’Isola di Sant’Elena e gli Stati Uniti  avevano da poco raggiunto l’indipendenza nonostante “ruggini” portassero spesso al contrasto militare con la Gran Bretagna ed il regno di  Spagna.

“Scrivere il proprio nome può portare a scrivere frasi. E la prossima cosa che vi ritroverete a fare è scrivere paragrafi, e poi libri. E poi sarai nei guai tanto quanto me!” – Henry David Thoreau

Thoreau è famoso sopratutto per due libri: “Walden, ovvero La vita nei boschi” e “Disobbedienza civile”. Thoreau cercava la conciliazione tra l’artista ed il mondo naturale, credeva nell’ottimismo scaturito dal considerare l’uomo come artefice del proprio destino e come essere dipendente da sensazioni ed emozioni.

La natura è per me tanto affascinante quanto crudele, chi l’ama sa quanto dolorosi siano i segni che può lasciare e quanti arditi amanti abbia già tratto a sè per sempre. Nella mia mente i “druidi” delle foreste sono uomini duri dalla scorza inspessita dagli anni e dagli eventi, uomini che fondono l’esaltazione e la disperazione in una quieta furia, in una volontà dominatrice e vittima delle forze della natura.

Per questo trovo affascinante la figura di Thoreau, tra i vecchi delle montagne sarebbe considerato poco più che villeggiante di città dalle mani sottili, eppure egli sapeva trarre una felicità che a me appare preclusa. Lui e Christopher McCandless mi appaiono “inadatti” al viaggio che decisero di affrontare ma nonostante questo provo invidia per la gioia che erano in grado di provare: questo è il fascino che esercitano su di me.

“Andai nei boschi per vivere con saggezza, vivere con profondità e succhiare tutto il midollo della vita, per sbaragliare tutto ciò che non era vita e non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto.”

Ogni volta che preparo un viaggio salta fuori Thoreau: un immagine, una foto, una citazione che appaiono solo per turbarmi. Cerco di predisporre ogni cosa, di prevedere ogni imprevisto ed organizzare il mio equipaggiamento con scrupolo quasi militare mentre la sua presenza sembra aleggiare intorno a me:“Cosa stai facendo, ragazzo? Parti per una guerra? A cosa ti prepari a dare battaglia?”

Tiro fiato: il mio addestramento, il mio equipaggiamento, la mia esperienza mi possono portare forse più lontano di quanto abbiano fatto loro ma la vera ricerca è la felicità che provarono loro, la stessa che in modo spaventoso mi rapirà, come sempre è successo, un attimo dopo il primo passo con lo zaino in spalla.

“Vai con fiducia nella direzione dei tuoi sogni. Vivi la vita che hai immaginato” – Thoreau
La felicità spesso è spaventosa e magnifica quanto la natura. Un passo alla volta, amico mio, un passo alla volta…

Davide “Birillo” Valsecchi

Walden è il racconto dei due anni spesi da Thoreau vivendo sulle rive di un lago. Forse per questo che il viaggio delle Flaghéé lo richiama tanto spesso.

È con vero entusiasmo che sottoscrivo il motto: «Il migliore governo è quello che governa meno». Mi piacerebbe che fosse realizzato il più rapidamente e sistematicamente possibile. In realtà si riduce a questo, che il miglior governo «è quello che non governa affatto» e anche in ciò credo fermamente. Riusciremo a ottenerlo quando saremo abbastanza maturi. Nella migliore ipotesi il governo è un espediente, ma il più delle volte la maggior parte dei governi, e talvolta tutti i governi, sono inefficienti. [Henry David Thoreau, La disobbedienza civile]

Mai sconfitto

Mai sconfitto

Nelson Mandela
Nelson Mandela

Dal profondo della notte che mi avvolge,
buia come il pozzo più profondo che va da un polo all’altro, ringrazio gli dei qualunque essi siano per l’indomabile anima mia.

Nella feroce morsa delle circostanze
non mi sono tirato indietro né ho gridato per l’angoscia. Sotto i colpi d’ascia della sorte
il mio capo è sanguinante, ma indomito.

Oltre questo luogo di collera e lacrime
incombe solo l’Orrore delle ombre,
eppure la minaccia degli anni
mi trova, e mi troverà, senza paura.

Non importa quanto sia stretta la porta,
quanto piena di castighi la vita,
io sono il padrone del mio destino:
io sono il capitano della mia anima.

Questa è la poesia che Clint Eastwood cita nel suo film dedicato a Nelson Mandela e al mondiale di Rugby del 1995: Invictus.  La poesia fu scritta dal poeta inglese William Ernest Henley nel 1888 ed era estremamente autobiografica: l’autore infatti combatè tutta la vita contro la tubercolosi e fu costretto a subire l’amputazione di una gamba.

Henley fu un grande amico dello scrittore Robert Louis Stevenson e fu proprio la sua figura ad ispire quella di Long John Silver, il pirata senza una gamba de L’isola del Tesoro.

Stevenson descrisse l’amico Henley come: «un grosso, sanguigno individuo dalle spalle larghe con una gran barba rossa ed una stampella; gioviale, sorprendentemente arguto, e con una risata che scrosciava come musica; aveva una vitalità e una passione inimmaginabili; era assolutamente travolgente»

In vita mia non ho mai imparato ad essere un vincente, nè a stare con i vincitori. Ho fatto tante cose ma nessuna mi è mai sembrata un trionfo o traguardo per cui valesse la pena fermarsi.

Ogni tanto mi chiedo:“sono un perdente?” Quando capita sorrido: posso non aver mai vinto ma di certo non ho mai perso. Enzo l’ha chiamata arroganza e la considera il mio peggior difetto. Quando capita sorrido: mi è stato insegnato che “ognuno di noi è chiamato a possedere l’arroganza necessaria a battersi per ciò in cui crede”.
Questo mi basta per continuare.

Non conta vincere, l’importante è non perdere.

Davide “Birillo” Valsecchi

Queste sono illustrazioni realizzate da N. C. Wyeth di un edizione inglese dell’Isola del Tesoro:

Benzina nel motore

Benzina nel motore

Infinito - Caspar David Friedrich
Infinito - Caspar David Friedrich

Ricevo e pubblico direttamente una lettera proveniente dall’Africa:

Solo ora mi si snebbiano le nubi che mi obnubilavano nuvolosamente la mente: te non ci fai…..ci sei!!!!

Poi stasera mi son detto: – Vai a vedere il suo sitello-, mancava solo beppe, maria e il bue e mi sbocciava un natale nel cuore.

Un Natale di buone intenzioni, pace, amore e tante favole che non fanno il mondo migliore ma almeno lo abbelliscono.

Magistrale l’incipit dell’articolo dei laghi: “La mia sorellina, oltre ad essere la mamma del mio nipotino e la moglie di un mio buon amico, è anche una valente biologa specializzata nello studio delle acque dei nostri laghi e fiumi.”

Il buon vecchio De Amicis avrebbe pianto al solo leggere sì tanti -ina -ino -buon -amico -nostri laghi e poi addirittura un VALENTE ( agg. prevalentemete maschile che esalta le eventuali doti pseudo mascoline della BIOLOGA e come se non bastasse anche…. SPECIALIZZATA!.) Puzzona della Pupazza!!!!!!

Il pezzo sullo stivalone minava definitivamente la femminilità della tua povera “sorellina” e credo che in molti si aspetteranno il prossimo articolo nel quale la tua “sorellina” ormai nostra “eroina” si calera nelle profondità dei “nostri laghi” con scafandro e tuta piombata per scandagliare i meravigliosi e misteriosi fondali melmosi dei nostri splendidissimi laghi.

Sei un pazzo ottimista lessicale, un sognatore recidivo e pericoloso, un positivo del cazzo e un felicifero in quanto portatore di felicità.

Ti dico la verità: non ho letto un cazzo dei tuoi articoli ma quel poco che ho letto mi ha donato una serenità che davvero mi mancava .

Grazie Davide
IL “Toscano”


In realtà questa lettera, ed il suo autore “Africano made in Florence”, sono riusciti a mettermi di buon umore mentre ero furente: benzina nel motore, direbbe qualcuno!!

Grazie mille  per la tua missiva maledetto toscanaccio: spero che i miei racconti, che non hai manco letto, abbiano per chi li legge lo stesso effetto della tua lettera per me.

Vedrò di dare il mio meglio per essere all’altezza della follia che mi attribuisci!!

Davide “Birillo” Valsecchi

Lettera ad un Amico in partenza

Lettera ad un Amico in partenza

Foto scattata da Enzo Santambrogio in Brimania
Foto scattata da Enzo Santambrogio in Birmania

Guidando verso casa, ripensando a quanto ci siamo detti, ho cominciato a riflettere su come rispondere alle tante lettere che mi hai mandato. Quei fogli, scritti a mano e condensati di emozioni, ricordano le lettere che scrivevo al mio maestro ormai anni or sono: finalmente riesco a capire quali fossero i suoi pensieri nel leggerle.

C’è qualcosa di strano nel nostro essere, nell’inquietudine che ci accomuna e ci conduce spesso sullo stesso sentiero. Nei nostri occhi e nei nostri errori brilla una forza, una furia trascinante. Siamo consapevoli, spaventati ma allo stesso tempo tentati ed attratti della distruzione e dal potere che tale forza può offrire.

Non vi è molta differenza tra quello che tu sei ora e quello che avrei potuto essere io allora: solo il destino e la fortuna ci ha portato lungo strade diverse ed è la consapevolezza di questo che mi aiuta a comprenderti, a vedere in te una speranza che è anche mia.

Nella foto vi è un monaco che Enzo ha incontrato durante il suo viaggio in Birmania. Prima di indossare l’abito arancione era un soldato delle forze speciali del governo dittatoriale del Myanmar. Il suo corpo è coperto di tatuaggi e cicatrici così come la sua mente è colma di ricordi terribili.

In gioventù ha massacrato quasi tutti gli abitanti di un villaggio abbattendo uomini, donne e bambini ma neppure la droga, il denaro e l’onnipotenza sono state sufficienti a celare l’orrore, ad azzittire le voci.

Lasciò l’esercito e si ritirò in Ladakh, si chiuse in un monastero fuggendo dai suoi fantasmi e cercando consolazione nel buddismo tibetano. Lassù tra i monti lo hanno accolto, ne hanno compreso la furia ed il rimorso: hanno dato lui le cure e l’aiuto di cui aveva bisogno.

Quando è stato pronto, quando era finalmente riuscito a trovare un equilibrio, il suo maestro gli ha affidato un compito, qualcosa che solo lui avrebbe potuto fare in virtù di ciò che era e di ciò che ora era diventato: lo mandò a prendersi cura del villaggio che aveva attaccato, di coloro che erano sopravvissuti, dei parenti e degli amici delle sue vittime.

Gli abitanti del villaggio compresero e da allora, in mezzo alla giungla, lui è il monaco che si prende cura di quella comunità tra le mille insidie che affliggono quella terra. Quella foto ti fa comprendere perchè egli sia il monaco giusto e come tutto ciò che ha attraversato, tutto ciò che ha appreso, sia stato posto in un nuovo equilibrio.

Tu, per quanto giovane, hai alle spalle una vita densa di racconti ed ora sei alla fine di un percorso in cui hai lasciato alle spalle la furia, la criminalità, la droga e la violenza. Hai fatto una strada difficile ma è stato bello guardarti mentre la percorrevi sbandando qua e là ma andando comunque diritto.

Ora comincia una nuova parte del viaggio: non ti illudere, non sei guarito, non sei ancora pronto e l’inquietudine ed il dubbio che provi ne sono ancora la prova. Non vi è nulla di male in questo: sei caduto, ti sei ferito, ma ti stai alzando, stai riprendendo a camminare e non vi è niente che impedisca che tu torni a correre.

Non sbagliare però: è tempo di essere felice, è tempo di provare affetto, è tempo di lasciarsi aiutare. Credere di essere abbastanza eroico e stoico da cavartela da solo significa solo votarsi al martirio o alla sconfitta. E’ il tempo di prendere ciò che ti verrà offerto, prendere senza ricambiare, prendere con il cinismo di chi vuole guarire, di chi ha il dovere di guarire.

Guarire significa trovare l’equilibrio per un nuovo inizio. Quando avrai ottenuto questo potrai iniziare a ripagare ciò che hai preso. Chi ora deciderà di aiutarti in modo onesto ti darà quello che può e non vorrà nulla in cambio, credere  che tu possa farcela è la speranza che ripaga i suoi sforzi. Prendi ciò che ti verrà dato,  l’unico modo che hai per ricambiare è semplicemente farcela, farcela per davvero.

Hai molto da dare quando ne diverrai consapevole ed è questo ciò in cui io credo.

In bocca al lupo, pischello: Birillo e tutto ciò che ha imparato da coloro che sono stati prima di lui vegileranno su di te nel tuo cammino illuminato dalla luna.

Davide “Birillo” Valsecchi

PS. Enzo è stramaledettamente geloso delle sue foto ma so per certo che non avrà da obbiettare per l’uso che ho fatto di questa. Grazie, Santos..

Similitudine e pi greco

Similitudine e pi greco

Il volo della Fenice
Il volo della Fenice

“Ma tu progetti anche roba grossa, Elliott? Dico, aerei che portano persone? “
“No no, Sizemore e Pratt costruiscono solo aeromodelli”

“Penso signor Towns che lei dovrebbe considerare due aspetti di grande importanza. Innanzi tutto, si applicano gli stessi principi dell’aerodinamica sia agli aerei in scala che a quelli di dimensioni reali. I profili aerodinamici, i coefficienti di portanza e resistenza, tutte le teorie sui velivoli più pesanti dell’aria sono esattamente gli stessi”

Queste frasi sono pronunciate dai protagonisti del filmIl volo della fenice” (The Flight of the Phoenix – 2004), remake dell’omonimo film del 1964 tratto dal romanzo di Elleston Trevor.

I protagonisti sopravvissuti a un disastro aereo nel bel mezzo di un deserto ed insieme  decidono di costruire un piccolo aereo coi rottami di quello precipitato sotto la guida di un misterioso ingegnere aeronautico. Il climax si raggiunge quando, terminato il nuovo aeroplano, si scopre che l’ingegnere ha progettato e costruito solo aerei radiocomandati e non “veri” aerei.  Alle accuse dei compagni, la sua difesa consiste proprio nel dichiarare che le regole per cui un aereo vola sono applicabili ai modellini e viceversa:”similitudini e pi greco”

Questa “difesa” è molto più veritiera di quanto non ci si possa aspettare ad una prima analisi: non si tratta infatti solo di dire che entrambi gli oggetti (aerei “veri” e modellini) sottostanno alle stesse leggi fisiche, ma che il comportamento di un oggetto può essere ricavato dall’analisi del comportamento di una sua copia scalata. Questo principio è alla base delle prove sperimentali che si effettuano nelle gallerie del vento. (Per la cronaca, lo strumento matematico che si usa in queste misurazioni prende il nome di teorema pi di Buckingham o teorema di Rayleigh).

Galleria del vento del Politecnico di Milano - Dipartimento di Ing. Aerospaziale
La prima galleria del vento del Politecnico di Milano - Dipartimento di Ing. Aerospaziale

Ma come funziona una galleria del vento e come si effettua un esperimento?

Una galleria del vento non è altro che un condotto in cui viene fatto scorrere un fluido (generalmente aria ma anche acqua), spinto da grossi “ventilatori”. Le dimensioni di una galleria (e dei relativi ventilatori) dipendono dagli esperimenti che si devono effettuare, così che possiamo avere una galleria del vento che può essere tenuta sulla scrivania piuttosto che gallerie di decine di metri di lunghezza e larghezza.

Durante la visita al museo della Moto Guzzi, abbiamo potuto osservare il modellino della galleria del vento in cui sono state testate le moto. Le dimensioni delle nonché le velocità per le quali queste moto sono state progettate sono tali da poterle testare direttamente: nella gallerie della Guzzi, vengono portate delle vere moto e la velocità del vento è di qualche centinaio di chilometri orari.

Ma cosa dobbiamo fare se dovessimo, per esempio, esaminare un Boeing 747 o anche solamente un idrovolante come quelli di base a Como ?

L’ovvia soluzione è quella di costruire una galleria di dimensioni adeguate, ma questo non sempre è possibile, considerando solamente l’investimento economico che questa soluzione comporta.

Fortunatamente, possiamo sfruttare la similitudine dinamica, così da testare un modellino dell’aereo ad un’opportuna velocità ed applicare poi i risultati al modello vero.

Si parte con un modellino in scala dell’aereoplano: in base alla scala del modello, si “scalano” allora le altre quantità fisiche (es. velocità dell’aria, temperatura, eventualmente densità del fluido) in modo che l’effetto sulla struttura del modellino sia equivalente a quello “reale”.

Chi ha detto che si devono testare solo aeroplani?
Chi ha detto che si devono testare solo aeroplani?

L’idea di fondo è che gli effetti non siano tanto determinati da un valore numerico preciso, quanto più a dei rapporti di forze: saranno paragonabili quindi due eventi che hanno un uguale rapporto fra le forze aerodinamiche e le forze dovute alla massa.

Un esempio dei risultati che si sono ottenuti in galleria è la determinazione dei coefficienti di portanza e resistenza dei profili aeronautici: si sono testate in galleria “ali” di dimensioni contenute, ma i coefficienti ottenuti sono gli stessi di un’ala avente lo stesso profilo ma di dimensioni maggiori (o minori….)

Si potrebbe continuare a lungo a discutere delle prove che si possono fare in galleria, a partire dalla visualizzazione di vortici (con effetti che potrebbero stuzzicare la vena artistica del nostro “mastro” Santambrogio), oppure su come si possa arrivare a distruggere un’ala dopo averla fatta vibrare in maniera più o meno incontrollata…

Ma, come si dice in questi casi, queste sono altre storie.

Giulio Malinverno
Ingegnere Aerospaziale e consulente tecnologico per Cima-Asso.it

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