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Monte Acquanera (2806m)

Monte Acquanera (2806m)

“Acquanera, dici? Mi piace. Ha un che di piratesco!” Questo è più o meno come abbiamo deciso la meta venerdì sera. Sabato mattina, dopo aver comprato un paio di panini imbottiti a Lanzada, ci siamo diretti verso il “Largone”, un evidente slargo – con tanto di cartello – su un tornante della strada che porta verso i Campo Moro. Seguendo una comoda mulattiera si giunge all’Alpe Acquanera, un piccolo gruppo di case in sasso ai margini di un grande pianoro umido. Il posto è molto bello, ma la giornata era strana, le nuvole continuano a spostarsi. La croce sulla cima dell’Acquanera è ben visibile (2806 m), così come si intuisce il passaggio della Bocchetta di Acquanera (2709 m) che ci dovrebbe permettere di scollinare nella Val di Togno risalendo poi alla cima dell’Acquanera lungo il suo crinale erboso. Il guaio è che all’alpeggio non troviamo alcuna indicazione del sentiero per la cima. Vediamo in lontananza, alla base di un canale, una palina con alcuni cartelli e così, senza troppe preoccupazione, ci incamminiamo in quella direzione. La palina, che indica un bivio nell’alta via della Valmalenco, non ha tuttavia indicazioni che puntano verso l’alto, nè ci sono segni o tracce in tale direzione. “Oibò! Vuoi dire che oggi è uno di quei giorni in cui mettiamo mano alla carta!”. Così, seduti su un sasso, abbiamo disteso la cartina cercando di capire dove avessimo sbagliato. Anche il Gps non dava supporto: la traccia risultava davanti a noi ma, nella realtà, c’era solo un pendio di rododendri e larici. “Secondo me piega a sinistra, poi scollina verso destra in quella valle, risale poi verso il passo”. L’idea di “inventarcelo” il sentiero non mi dispiaceva, ma il continuo muoversi delle nubi non mi rassicurava “Se le nuvole non mi nascondono il passo, a vista, posso arrivarci: se però si copre e non troviamo una traccia non conviene spingersi troppo in alto”. Stipulati “patti chiari ed amicizia lunga” inizio a cercare un passaggio da sinistra verso destra lungo il pendio. Mi diverto, ma di traccia neppure l’ombra. Nicky mi viene dietro tranquillo, abbuffandosi di quelle bacche rosse che “garantisce” siano commestibili. Io, dal mio, mi guardo bene dal mangiare qualsiasi cosa che sia rossa e non abbia la chiara forma di un lampone o una fragolina selvatica Quando scollino nella valle sono un po’ preoccupato. Della traccia non c’è “traccia”, ravanare tra i cespugli per 700 metri di dislivello in cerca di un passaggio sulla cresta non mi alletta molto, specie se calasse la foschia incasinandomi la discesa. Niky si attarda un attimo e per un istante medito sull’idea di proclamare un sereno, ma salutare, “Battuti e Respinti”. In quel mentre vedo sulle rocce delle ossa, una spina dorsale, poi poco distante il resto di una zampa, più in là un mucchio di costolette e poco oltre un grumo di lana marcia. Incuriosito comincio a cercare tra i sassi il cranio della pecora. In un anfratto trovo un’altro mucchio di ossa e lana, una seconda pecora. “Hey Niky!! Ho due notizie. Quella cattiva è che non trovo il cranio di queste pecore. Quella buona è che ho trovato il sentiero”. Sui sassi vicino alle carcasse faceva infatti mostra di sè uno sbiadito segno bianco, un tempo accompagnato dal suo gemello rosso ormai invisibile, ad indicare la via. I segni sono decisamente rari e poco visibili ma, con un po’ di pazienza, è possibile rimontare lungo la valle fino alla forcella. Il passo è abbastanza facile da individuare, sfrutta una evidente obliquità lungo la muraglia che da destra verso sinistra permette di innalzarsi. Giunti al passo le nuvole ci hanno concesso uno fugace sguardo alla croce prima di avvolgere tutta la piramide nella foschia. “Poco male, seguendo il filo di cresta erboso dovremmo esserci”. In realtà, seguendo il prato mi sono ritrovato su una “cornice” rocciosa esposta nel vuoto per due o tre metri. “Nope! Di qui non si passa! Indietro! Indietro!” Sdraiato con la testa oltre alla cornice ho cercato di capire come e dove fosse possibile superare quel canale. Sconsolati abbiamo dovuto ridiscendere fino alla Bocchetta ed attraversare orizzontalmente anzichè puntare verso l’alto. Giusto per confermare la teoria uno sbiadito segno bianco è finalmente apparso su un sasso. Compreso il trucco non è stato difficile raggiungere la croce. Il Pizzo Scalino era ancora avvolto nelle nuvole ma il panorama sulla Val di Togno era straordinario. La luce che si rifrangeva sulle curve del torrente rendeva l’acqua brillante, sembrava uno di quei documentari con vista aerea sui fiumi delle pianure africane. La cima del Pizzo Painale, avvolto in controluce nelle nuvole, aveva un aspetto imponente ed affascinante sul brillante mondo sottostante. Giunti sulla cima dell’Acquanera mi sono spinto sull’altro versante in cerca di una possibile linea di discesa. Ero concentrato sulla cresta e senza rendermene conto mi ritrovo ad urlare spaventato: ero stato completamente sorpreso da un volo improvviso di una decina di pernici bianche che si erano lanciate nel vuoto. Le ho guardate allontanarsi, divertito da come fossero riuscite a mettermi paura. “Hey Niky, un gruppo di uccelli è riuscito a farmela fare sotto! Però la traccia mica l’ho trovata…”. Il piano, o meglio la teoria, era che fosse un sentiero che permettesse di scendere verso il Passo degli Ometti, tuttavia non c’era quasi nulla ad indicare quella possibilità. Certo, abbassandosi nella valle di Togno, lungo i prati, si poteva poi risalire verso il passo, ma di passaggi lungo la cresta però non ne vedevo. “Io invece ho trovato qualcosa, ma non mi convince…”. Niky mi indica un segno bianco sotto la croce: sembra, ma non ho conferma, che sia possibile abbassarsi sul lato sud-ovest per poi tagliare orizzontalmente sotto il salto roccioso che a nord che porta sulla cima. Dubbioso ho guardato quel segno bianco: ”Io non ci vado lì! Ammesso che ci sia davvero un passaggio, se ti scivola un piede su quella ghiaietta fai un volo di 200 metri. Forse in salita si potrebbe tentare, ma in discesa ed alla cieca io passo la mano. Preferisco tornarmene a casa contento per dove siamo venuti!”. Niky si è messo a ridere, anche a lui non sembrava una buona idea. Patti chiari, amicizia lunga. Ci sediamo e mangiamo con calma i nostri panini. Si era alzato un po’ di vento ma questo aveva spinto via le nuvole e permesso ad un tiepido sole di scaldarci. Il sentiero di ritorno, senza la foschia e dopo averlo percorso una volta, risulta molto più facile da leggere. La discesa è quindi molto meno impegnativa e si dimostra anche abbastanza rapida. Nonostante tutto l’ultimo tratto, quello tra i larici e rododendri, risulta comunque impossibile da individuare (ma non è un gran problema inventarsi una linea). Il Monte Acquanera offre uno straordinario punto di vista per una salita che gode di una certa attitudine selvaggia. Inaspettatamente una bellissima meta!

Davide “Birillo” Valsecchi

Due Camosci ai Pizzetti

Due Camosci ai Pizzetti

Era da parecchio che non tornavo da quelle parti e sono rimasto molto colpito dalle quantità di piante abbattute dal vento, probabilmente nella funesta tempestata che colpì il nord Italia lo scorso anno. Tra le possibilità per alzarsi da Lecco sulle pendici del Coltignone, il Sentiero dei Pizzetti è quella che preferisco e per questo ero molto dispiaciuto nel vedere come la natura, alle volte, sappia essere anche crudele con se stessa. Il tracciato è dedicato a Piero Pensa e confesso che sulle prime questo nome mi aveva spaesato: la mia fantasia era intrigata dall’idea che, in quella parte del Coltignone, vi fosse una via dell’Ingegner Pietro Pensa, a me noto per l’ardita via “battaglione Morbegno” al Pizzo d’Eghen. In realtà la dedica è per Piero Pensa, nativo di Parlasco, classe 1946, volontario della parrocchia di San Francesco e fondatore del Gruppo Sportivo Sci-Montagna Aurora, di cui per anni è stato presidente. La vicinanza della Chiesa di San Francesco ai Pizzetti spiega l’attaccamento della comunità a questo tracciato ed ai due grandi torioni. Sul primo torione è possibile salire sulla sommità per un comodo sentiero, sul secondo invece, sebbene vi sia una madonnina sulla cima, è necessario arrampicare. Il secondo torione mi ha sempre incuriosito perchè, anche solo dalla selletta, è sconsigliabile tentare la salita se una corda ed un compagno. Francamente non conosco (nè ho trovato informazioni) sull’etimologia dei pizzetti o sulla presenza di vie d’arrampicata (ma di certo qualcosa c’è su entrambi i torrioni).

Domenica mattina il tempo non era affatto buono ed il mio proposito di puntare con Nicola ai Resinelli passando dai Pizzetti e dal GER sembrava minacciato dall’acqua. Anzi, una fitta pioviggine sembrava incalzare mentre dalla Grignetta nubi scure si abbassavano sul Forcellino. Ormai però eravamo “in giro” ed abbiamo deciso di risalire almeno fino al Rifugio Piazza. Io sono il figlio di un cacciatore e sono stato educato ad andare in montagna rispettando la magia del silenzio. Questo, molto spesso, mi permette di fare “incontri ravvicinati” piuttosto interessanti. Per via della pioggia il bosco era deserto, ma è stata con una certa sorpresa che ci siamo trovati davanti, a pochi metri del tracciato, due camosci intenti a risalire una “ravanata” di terzo/quarto grado su roccia e fango. I due animali erano sorpresi quanto noi, tanto da bloccarsi nella loro scalata indecisi sul da farsi. Tuttavia quello che realmente mi stupiva era quanto fossero a bassa quota e vicini al centro abitato di Lecco (erano sotto il primo belvedere!). Ho condiviso con Niky qualche trucco su come muoversi quando, in due, si incontra il selvatico. Trucchi che a mia volta mi erano stati insegnati da mio padre: “Loro individuano e si focalizzano sul primo che vedono, se questo resta immobile anche loro faranno altrettanto fissandolo, in attesa, pronti a reagire alla sua mossa. Se non ti muovi per un po’ non lo fanno neanche loro. Il secondo, sfruttando la copertura del primo, può quindi spostarsi lentamente e prendere posizione senza che loro scappino”. Click, Click! Ci siamo osservati per un po’, almeno fino a quando uno dei due si è piegato sulle gambe “caricando” un salto da fermo con cui ha rimontato di slancio un passaggio aggettante probabilmente di quarto grado. Impressionante l’eleganza e l’equilibrio con cui affrontavano quella parete coperta di muschio e terra.

Lasciate le due “rupicapre” alle spalle abbiamo continuato a salire. Niky se la cava bene e, nonostante il sentiero sia a tratti decisamente esposto verso il basso, non mi preoccupo molto dei suoi movimenti sulla roccia. Più avanti incontriamo la “panchina”. Lungo il sentiero, in un punto molto panoramico sul bacino di Parè, c’è una panchina in legno con una targa in metallo. Incuriosito chiedo a Niky di fare una foto per ricordarmi poi il nome a cui è dedicata. Niky mi guarda dubbioso “Ma con questo tempo e questa angolazione non verrà una bella foto!”. “Bhe, forse non sarà bella, ma probabilmente farà comunque piacere a quelli che hanno messo la targa…”. Così, grazie alla foto, tornato a casa ho potuto investigare meglio su tutta la faccenda. La “panchina” è infatti dedicata a Lorenzo Mazzoleni, lecchese classe 1966. Spulciando tra gli archivi on-line, sopratutto quotidini e ritagli di giornale, è emersa la sua storia: a 18 anni diventa un membro dei Ragni della Grignetta di Lecco, a 22 il primo ottomila, il Cho Oyu, a 26 è sull’Everest, a 27 sull’Aconcagua, a 28 sul McKinley. A 29, in occasione del 50° dei Ragni di Lecco, è in cima al K2 ma perde la vita nella discesa e da allora le sue spoglie riposano sulle pendici della montagna. La storia di questo ragazzo, così giovane e così talentuoso mi colpisce. Per questo, un po’ a malavoglia, vado sul sito dei Ragni in cerca di maggiori informazioni. “OlioDiPalma™” deve essere stato troppo occupato a trapanare marchette ai Corni anzichè completare le schede dei membri dello storico sodalizio: l’archivio è terribilmente incompleto, per Mazzoleni c’è solo una pagina vuota con l’anno di nascita e di morte (1966 – 1996). Nonostante il disappunto mi accorgo che nell’elenco c’è anche una bella foto di Paolo ”Cipo” Crippa, anche lui Ragno di Lecco (anche lui con una scarna scheda vuota 1965 – 1990). Tanto basta però per rendersi conto che Paolo e Lorenzo erano praticamente coscritti e che indubbiamente – entrambi giovanissimi Ragni – si conoscevano (e chissà quali storie e quali ricordi stanno andando perduti!). Io nel 1990 avevo 14 anni e per la prima volta in vita mia ero andato in una discoteca (La pizzeria Eden alla stazione di Asso) per vedere con i compagni di scuola una partita di Italia90. Nel 1996 ne avevo 19 e cercavo di sopravvivere a Milano armato di un TuttoCittà e biglietti ATM. Questi due invece, Paolo e Lorenzo, avevano già compiuto l’incredibile: forti di un’esperienza anagraficamente limitata ma probabilmente di un enorme talento. Ve lo immaginate un ventenne di oggi mentre attraversa il Nepal – come era 20 anni fa!! – per tentare un 8000!? Sorprendente ed affascinante: non guarderò più quella panchina con la stessa superficialità.

Davide “Birillo” Valsecchi

Passo di Campagneda

Passo di Campagneda

Il piano originale era raggiungere la Sella del Forno, a 2769 metri di quota, per poi decidere se scendere in Svizzera verso l’omonimo ghiacciaio fino alla Capanna del Forno (2574m) oppure risalire verso la cima del Monte Forno (3213m). L’obiettivo era esplorare quella zona e meglio comprendere la tragica ed eroica fuga di Ettore Castiglioni. Tuttavia entrambe le opzioni prevedevano dalle 6 alle 8 ore di “esposizione” mentre le previsione meteo minacciavano precipitazioni e gelo tardo estivo. Giusto la settimana prima avevamo preso una ribattuta di grandine all’ex rifugio Scerscen e farsi sorprendere dalla neve di settembre sullo stesso passo che è costato la vita a Castiglioni sarebbe stato quantomeno irrispettoso, oltre ad essere una probabile batosta. Così, visto che aveva già iniziato a nevicare in quota – il Disgrazia era già avvolto nella bufera – abbiamo ridefinito i nostri obiettivi in modo molto più prudente. Anziché puntare ad occidente, verso Chiareggio, abbiamo deviato verso oriente e Campo Moro. Lasciata l’auto al primo parcheggio, ai piedi dello Zoia, ci siamo incamminati verso la seconda via. Ero ancora mezzo addormentato quando al parcheggio, in quel mentre preciso, è sopraggiunta una colonna di auto: con mia ingenua sorpresa era l’alpinismo giovanile del Cai Asso! Mi sono ritrovato davanti mia sorella, i miei nipotini, Simone e tutta la compagnia – una trentina tra adulti e bambini – decisi a raggiungere il rifugio Bignami (2387m) per trascorrervi la notte. Nemmeno dandoci appuntamento avremmo centrato il momento con tanta precisione!! L’idea di accompagnarli mi allettava ma il nostro piano puntava sul lato opposto del Lago di Gera: la Val Poschiavina. Sebbene il nostro percorso non fosse particolarmente impegnativo avevamo un finestra di bel tempo molto stretta per raggiungere il passo di Campagneda (2626m). La valle Poschiavina è molto più bella di quanto mi aspettassi ed il clima, opaco e costellato dalla prima neve, rendeva lo scenario incredibilmente “nordico” ed affascinante. Ma la fantasia correva come le nuvole ed il nevischio si faceva incalzante mentre risalivamo verso il Passo sulla piana di Campagneda. Giunti al cospetto della vedretta dello Scalino il tempo si è acquietato diventato quasi surreale: la tentazione di risalire verso il Monte Spondascia era incalzante ma dal Disgrazia avanzavano neri nuvoloni cariche di incognite e problemi. Così, dopo qualche foto, siamo serenamente scesi tra le vacche e le marmotte della piana sottostante, rientrando allo Zoia dal Cà Runcash. La pioggia, battente, ha cominciato a scendere solo quando ormai eravamo in macchina tra le gallerie di Franscia: tempismo perfetto!

Davide “Birillo” Valsecchi

Lierna – TGS – Monte Pilastro

Lierna – TGS – Monte Pilastro

Qualche giorno prima ero stato con Bruna ed Andrea sui prati di Ortanella e, sdraiato sull’erba, mi ero guardato intorno. Così, il giorno successivo, avevo scritto a Nicola: ”C’è una valle intera, a Nord delle Grigne, in cui non sono mai stato: facciamo un giretto domani?”. Tutto questo ci ha portato a Lierna, ai piedi del Monte Cucco (1436m), risalendo verso l’omonima Bocchetta di Lierna (1356m). Il sentiero sale ripido ed impegnativo ma, fortunatamente, al mattino quel versante è all’ombra è questo ha alleviato non poco la calura di una salita a bassa quota. Lasciando la traccia, in cerca di uno scorcio da cui fotografare una grande parete che emerge dal bosco, ci siamo trovati faccia a faccia con un camoscio che ci fissava dall’altro versante della valle. Ma quello è stato solo il primo di una lunga serie di incontri “selvatici”, durante la nostra “passeggiata” abbiamo incontrato più animali che esseri umani (un gita perfetta quindi!). Dalla bocchetta abbiamo risalito il bosco fino alla cima del Monte Palagia (1549m). All’improvviso, curiosamente non me lo aspettavo, ci sono apparse davanti le Grigne, offrendosi in una visuale insolita. Il profilo integrale sull’orizzonte del Cresta Segantini ed il Sasso Cavallo nel suo profilo laterale, quello forse meno possente (dai Corni sono abituato ad osservarlo frontalmente, nella sua imperiosa imponenza). Siamo quindi ridiscesi verso la Bocchetta di Calivazzo (1420m) e quindi, inventandoci un po’ il sentiero, sulla Cima degli Eghen (1557m). Qui abbiamo incontrato il tracciato del TGS (Trail Grigne Sud) con cui abbiamo raggiunto dappirma la cima del Monte Pilastro (1827m) e poi la cima del Monte Croce (1780m). Da lì tutta discesa, o quasi, prima verso la Bocchetta dell’Alpe (1122m) e giù nuovamente verso Lierna. Senza mai superare i 2000 metri di quota si macinano 1960 metri di dislivello positivo per circa 17km di percorrenza, tuttavia lo sforzo è ripagato da un continuo susseguirsi di inaspettati punti di vista sul Grigne, sul Lago e sull’arco montuoso all’orizzonte. Dalla cima del Monte Pilastro si ha una straordinaria visuale del Pizzo d’Eghen e, confesso, mi fa sempre un certo effetto ritrovarmelo davanti: ho elettrizzanti ricordi di quella grande parete! Ottima gita, vi lascio ora alle foto di Nicola.

Davide “Birillo” Valsecchi

Vallone di Scerscen

Vallone di Scerscen

Nicola ha in affitto un appartamento a Lanzada, uno dei paesini nei pressi di Chiesa Valmalenco. Lo scorso week-end ci ha invitato lassù: io, Bruna e la Nanerottola. Il piano era salire in valle il Venerdì sera, andare io e lui a camminare il Sabato e rientrare la Domenica prima del traffico. L’idea mi è subito piaciuta, soprattutto perchè Bruna e la Nanerottola avrebbero trascorso la giornata all’aria aperta, lontano dal caldo. Le mete proposte da Niky per la nostra uscita era tutte molto interessanti: Sasso Nero, Monte del Forno, Valle Scerscen, Cima Fontana. Alla fine abbiamo optato per un giro ad anello attraverso il Vallone dello Scerscen. L’ultima volta che ero stato da quelle parti era per salire il Bernina: Carati, Marinelli, Marco e Rosa, cima e ritorno pancia a terra. Francamente non ho mai avuto tanta paura in montagna come in quei due giorni: c’era uno sproposito di gente che voleva salire alla vetta ed erano tutti intenzionati a commettere i peggio disastri: due cecoslovacchi mi hanno quasi ammazzato buttando giù sassi (enormi!) lungo la ferrata, uno svizzero è passato di sotto nel canalone Est perché gli si era sfilato un capo della corda durante una doppia(!!!), un’altro straniero ha perso lo zaino che, rotolando sulla neve, ha centrato e travolto un bergamasco (riconoscibile dalle imprecazioni!). Mi sentivo prigioniero di una zona di guerra, probabilmente è per questo che ho deciso che nel futuro avrei disertato come la peste le “mete prestigiose”. Tuttavia, ora insieme a Nicola, avevo la possibilità di godermi con calma e serenità la bellezza di quelle valli glaciali. Nicola, poi, è estremamente disponibile e mi sta aiutando ad “aggiustare”, una volta per tutte, le mie caviglie. La cura è semplice: macinare passi in totale relax, ascoltare i messaggi del corpo, far girare le gambe, il fiato, la testa.

La valle dello Scerscen è molto bella e mi intriga particolarmente andare a curiosare nella parte alta della Vedretta Inferiore di Scerscen. Certamente è impressionante osservare come il ghiacciaio si sia spaventosamente ritirato, tuttavia quello scenario in trasformazione, tra il ghiaccio che arretra, la roccia che riemerge dopo un tempo infinito, la natura “viva” che guadagna terreno, è qualcosa di misterioso ed affascinante.

|MappaSvizzera|

La sera siamo rientrati abbastanza presto, in tempo per andare tutti insieme a festeggiare alla Sagra di Vetto. Posso dire che il week-end prima del mio 43° compleanno è andato piuttosto bene!

Davide “Birillo” Valsecchi

Vedrétta s. f. [der. (di area ladina) del lat. vetus -tĕris «vecchio», propr. «campo di neve vecchia»; altri propongono una derivazione dal lat. vĭtrum «vetro»]. – In geografia fisica, ghiacciaio minore o di second’ordine, circoscritto entro la conca di un circo, senza una lingua ghiacciata vera e propria (ghiacciaio di circo), o che si presenta sotto forma di una falda o lamina ghiacciata che ricopre un versante (ghiacciaio di pendio).

Ecco qualche foto realizzate da Nicola:

Bruna tra le Grigne

Bruna tra le Grigne

L’idea di portare Bruna a dormire al Brioschi mi era venuta mentre risalivo la Gamma2 al Resegone. Guardavo la Grignetta illuminata dal sole del mattino e pensavo al Canalone Porta. «Qualche passaggio di secondo grado, una bella salita quasi tutta su roccia, ambiente strepitoso. Cima e poi giù per il Federazione e su per gli scudi. Cenetta al Brioschi e poi si vede cosa fare per il ritorno». Bruna detesta camminare ma ho scoperto che arrampicare sembra davvero piacerle ed ogni proposta che abbia qualche attinenza con la roccia viene accolta con entusiasmo.

«Ti va di andare in Grigna a dormine? Guarda che è un giretto lungo. Niente di impossibile ma di certo impegnativo. Ti va?» Con una certa sorpresa ha accetto di buon grado nonostante avessi posto due imprescindibili condizioni: 1) devi mettere il caschetto 2) dobbiamo partire presto.

Quando attacchiamo il Porta non è presto quanto avessi sperato ma l’orario è comunque buono e soprattutto davanti a noi non c’è nessuno. Lei ha un piccolo marsupio ed io un mega zaino in cui è riuscita ad infilare anche un pigiama per la notte e mille altre cianfrusaglie: siamo buffi insieme.

Il canale mostra i segni del travagliato inverno trascorso: non l’avevo mai visto così “scosso” e pieno di terra e detriti. Incredibilmente, all’altezza della “finestra”, ci imbattiamo in un enorme accumulo di neve alto ancora più di cinque metri. La quantità di neve che deve essersi accumulata durante l’inverno doveva essere davvero impressionante se ha potuto resistere al caldo ed alle abbondanti piogge fino a settembre! L’acqua, scorrendovi all’interno, ha scavato al delle enormi gallerie in cui un uomo potrebbe camminarci comodamente in piedi: ovviamente infilarcisi sarebbe una delle cose pià stupide da fare! (Attenzione)

Bruna non se la cava male e sono abbastanza tranquillo mentre sale. Nei punti più complicati la tengo d’occhio ma li supera spedita e divertita:«Ti piace qui?» le chiedo dubbioso. «Certo che mi piace! E’ camminare che non sopporto: qui ci si diverte!»

Usciamo dal canale e seguendo la cresta affrontiamo le catene che portano alla cima: «Benvenuta in Grignetta!» Stretta di mano e foto di rito con la croce. L’occhio inevitabilmente cade nostalgico sulla bandierina dedicata al Butch: la sorte ha voluto che non sia più possibile avere la fortuna di incontrarlo in Grignetta, tuttavia è davvero impossibile salire lassù senza dedicargli un pensiero.

Durante il week-end la Grignetta è assaltata dalle cavelltte. Attorno a noi, in assetto da spiaggia, un gruppetto di “fighetti attillati e fosforescenti” fanno i grossi confrontando i tempi con cui hanno “vinto” i temibili prati della Cermenati: sono le prime persone che incontriamo da quando siamo partiti e non vedo l’ora di tornare nel silenzio delle Grigne! Uno di loro, forse il più ardito, lancia con tono di sfida agli amici «La prossima volta tentiamo la traversata alta fino alla Grigna!». Dentro di me rido pensado come Bruna, senza alcuna posa eroica e piglio da duro, la sua traversata la stia “tentando” al suo primo giro in Grigna. «Dai Bru, andiamo che si fa tardi…»

Guardandoci passare con i caschetti in testa sembrano biasimarci con una mal celata strafottenza. Cerco di non darlo a vedere ma dentro di me rido ancora una volta: “bla bla bla, fighetti del cazzo…” Io posso dirvi che se possedete un caschetto le Grigne sono davvero il posto giusto per usarlo, anche se non vi infilate nei canali. Primo perchè è affollato di teste di cazzo (vedi sopra) e secondo perchè i sassi sui prati delle Grigne corrono veloci e silenziosi come mai vi aspettereste. Una piccola accortezza evita davvero parecchi guai.

Scendiamo per il Canale Federazione abbassandoci lungo il ghiaione ed il giogo sottostante. Questro tratto della traversata, abbastanza pianeggiante, è davvero bello e singolare. Ci sono passaggi in cui sembra di essere tra le dolomiti ed altri invece che ricordano la Corsica o la Sardegna: una simbiosi tra l’alta quota e gli influssi del lago. Un luogo “lontano”, da cui si gode di una vista magnifica e che riesce ad infondere sempre una piacevolissima sensazione di libertà, di spazio.

Incontriamo un ragazzo del Cai di Parma che, salito in solitaria al Brioshi da Rongio passando dal sentiero dei Chignoli, sta ora scendendo dagli scudi. Diversamente dai fighetti di prima ha lo spirito giusto e con lui è un vero piacere fermarsi e scambiare quattro chiacchiere sulle rispettive salite.

Superato il primo scudo la fatica comincia a farsi sentire e per questo, aprofittando del sole, ci fermiamo a mangiare un boccone sulla cresta erbosa. Il senso di colpa per l’enormità del mio zaino mitiga le lamentele di Bruna: «Accidenti, non posso nemmeno brontolare! Vai su come fosse niente nonostante tu sia carico come un asino. Come posso protestare io che non ho niente!» La questione è infatti divertente perchè dal mio zaino escono le cose più strane: «Bruna, perchè abbiamo una confezione intera di biscotti integrali da 250 grammi?» «Per la colazione, ovviamente…» Sciocco io che chiedo (Ndr: ovviamente il pacchetto ritornerà alla base intonso!!)

Bruna si sta divertendo nonostante la fatica e le lunghe ore di cammino: sono davvero contento. Le nuvole coprono la cima della Grigna e per questo ci fermiamo a godere del caldo abbraccio del sole prima di infilarci nella nebbia. Mi piace il nostro piccolo Pick-nic sui prati della cresta!

Superiamo l’ultimo tratto attrezzato e finalmente giungiamo al Bivacco Merlin: l’illusione di essere arrivati inganna sempre perchè per raggiungere il Brioschi mancano ancora quasi 300 metri di dislivello. Con pazienza ci mettiamo in marcia ma la nebbia si trasforma in pioggia battente trasfigurando il panorama e le luci che ci circondano.

Bruna ride ed infila la mantellina: ormai non la ferma più nessuno!

Davide “Birillo” Valsecchi

Legnone da Premana

Legnone da Premana

Da qualche giorno mi aggiro inquieto con un ritornello che continua a frullarmi nella testa. Una canzone dal sapore Western, la colonna sonora ideale per un pistolero fuorilegge mentre entra in una polverosa città cavalcando il proprio asino e le proprie ambizioni. “Questo non è un posto per un eroe, non è un posto che una persona migliore chiamerebbe casa”.

Ogni tanto succede. Ogni tanto osservando dalla cima dei Corni decido di andare in trasferta, di andarci pesante. In fondo è  dove lo sfiora sguardo che la mente sogna. La mia fantasia sbircia maliziosa all’orizzonte, al di là delle Gigne, dove spunta una montagna che è la più alta di tutto il Lario: il Legnone.

Con i suoi 2,609 metri di quota è “tosta” e “selvatica”, una montagna che racchiude in sè ancora molto fascino e mistero. La maggior parte delle persone sale alla vetta dai Roccoli di Laorla per pascolare sotto la croce, ma sono davvero poche quelle che si avventurano lungo gli altri itinerari ben più impegnativi.

Con un piccolo azzardo ho chiamato Nicola:”Hey NickyBoy, sei sempre dell’idea di venirmi dietro in qualche giretto impegnativo?”. Credo che quando Nicola mi ha risposto di “sì” probabilmente non avesse ben chiaro ciò che lo aspettasse.

Puntare al Legnone da Premana significa affrontare un dislivello di oltre 1800 metri addentrandosi in uno scenario di rara bellezza e godendo di un panorama forse senza pari nel nostro territorio: la ricompensa è “grossa” ma bisogna davvero sudarsela!

Da Premana ci si addentra nella Valle di Chiarelli risalendo fino ai 1680 metri dell’Alpe Deleguaggio. Qui una targa ad una piccola baita mi strappa un sorriso e mi fa sentire piacevolmente di casa: ”Il 4 agosto del 1913, nella baita di Rizzi Amedeo, pernottò tale Achille Ratti con l’intento di raggiungere la cima del Legnone il giorno successivo”.

Achille Ratti fu un eccellente alpinista e trascorse la propria gioventù ad Asso “cazzeggiando” sotto i Corni di Canzo in villeggiatura presso lo zio. Fu uno degli apritori della Normale Italiana al Monte Bianco e fu sempre tra i primi a compiere la prima traversata del Monte Rosa per il colle Zumstein da Macugnaga a Zermatt (quindi salendo dalla parete Est, quella con caratteristiche himalayane). Oltre a questo si può menzionare che ad un certo punto della sua vita, più o meno nel 1921, tutti iniziarono a chiamarlo “Papa Pio XI”

Dall’alpe ci si alza verso destra attraverso la valle di Butter fino a raggiungere il laghetto inferiore di Deleguaggio (2090m). Da qui, nuovamente verso sinistra, si punta la cresta che porta prima alla Cima di Moncale (2305m) e finalmente alla cima del legnone (2609m). La cresta a tratti si fa molto esposta ed aerea, a protezione di questi tratti vi sono alcune catene ed alcune staffe metalliche.

Per raggiungere la vetta ci vogliono circa sei ore, tuttavia se la giornata è limpida potrete godere di un panorama incredibile che vi permetterà di spaziare a 360° tra laghi e montagne letteralmente a perdita d’occhio!

La discesa doveva essere piuttosto semplice, il piano prevedeva di percorrere la vecchia mulattiera militare fino al rifugio Griera e da lì, attraverso sentieri, puntare nuovamente verso Premana. Il buon Nicola è un appassionato di mountain-bike e questo lo rende molto forte anche quanto si tratta di salire a piedi. La discesa, al contrario, lo massacra e dopo tante ore di cammino deambulava sbandando allegramente come un ubriaco (cosa particolarmente divertente visto che è astemio!).

Insieme ci siamo fatti forza cercando di chiudere quella lunga marcia prima del tramonto. Purtroppo nella parte bassa della montagna la vegetazione si fa più fitta ed i sentieri, sopratutto quelli meno battuti, sono spesso inghiottiti dalla vegetazione.

Seguendo le indicazioni a nostra disposizione abbiamo imboccato un sentiero che piegava da ovest verso l’interno della valle di Chiarella. Purtroppo l’aspetto del sentiero non sembrava offrire molte garanzie ed il rischio di trovarsi in un vicolo cieco a ridosso del torrente si stava facendo pericolosamente concreto. Nichy era troppo stanco per rischiare un’avventata ravanata su qualche scogliera e così, a malincuore, siamo tornati sui nostri passi rassegnati a puntare verso Pagnona e a sorbirci un lungo tratto da percorrere sulla strada asfaltata.

Solo agli alpeggi sottostanti, grazie ad un cartello, abbiamo puntato nuovamente verso Est addentrandoci nuovamente tra la vegetazione lungo le rive del torrente. Dai rilievi GPS è emerso che anche il primo sentiero, nonostante l’apparenza, era buono e si congiungeva poco più avanti. La traccia, a volte poco chiara, si abbassa  fino al torrente e lo attraversa grazie a due passerelle di legno e a qualche tratto attrezzato con catene.

Voglio essere onesto: se non conoscete la zona statene alla larga e piegate verso Pagnona. La traccia è spesso incerta, piante e roccia viscida a ridosso di scogliere che precipitano sul torrente. Non è un buon posto in cui “perdersi” quando si hanno tante ore di cammino nelle gambe. Fatelo all’andata, sconsigliato al ritorno se volete andare sereni.

Finalmente a Premana, all’alba delle otto e mezza, ci siamo concessi una birra (almeno io) ed una pizza prima di fare ritorno verso casa. I miei complimenti vanno a Nicola: sulla cresta non ha avuto incertezze ed ha tenuto duro con grande perseveranza anche quando davvero non ne aveva più nella gambe. Davvero una bella prova, bravo!

Da parte mia credo di aver trovato più di quanto mi aspettassi: pensieri inquieti si aggirano tra quelle valli sconosciute ed affascinanti che stuzzicando linee e fantasie. Qualcosa bolle in pentola ma è ancora presto per sollevare il coperchio 😉

Davide “Birillo” Valsecchi

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Grigna: Sasso Cavallo (1923m)

Grigna: Sasso Cavallo (1923m)

Il piano prevedeva che alle quattro di notte mi imbarcassi con gli altri alla volta del Pizzo Cassandra (3.226m), tuttavia avevo voglia di fare un “giro” insieme a Fabrizio con cui, da un po’, era mancata l’occasione: «Facciamo un giretto in Grigna. Niente di pesante, giusto per far due chiacchiere, che stanotte devo andare in quota». Purtroppo, come spesso accade, mi sono lasciato prendere la mano!

Fabrizio passa da casa mia ed insieme arriviamo in macchina a Rongio, una frazione di Mandello del Lario posta a 400 metri di quota ai piedi della Grigna. La Val Méria, su cui si affaccia Rongio, risale dalle sponde del lago verso i 2409 metri della Grigna Settentrionale ed i 2177 della Grigna Meridionale, ai suoi fianchi i 1365m dello Zucco di Sileggio ed i 1673m dello Zucco Pertusio. «Solo un giretto!!» mi ero ripromesso un’istante prima di scendere dalla macchina. Poi, diradandosi le nuvole, è apparso il Sasso Cavallo…

L’ultima volta che ero stato da queste parti risaliva a Febbraio quando, sempre con Fabrizio, eravamo saliti in invernale fino al Rifugio Elisa (Esplorazioni nella Nebbia). Per questo, raggiunta la famosa Grotta Ferrera, ho deciso di seguire il sentiero che costeggia il lato ovest dello Zucco Pissavacca (1244m) fino alla baita de La Gardata (1043). La vecchia mulattiera selciata risale tra i prati immergendosi poi in un ambiente alpino denso di pini e profumi di montagna.

Un ambiente davvero strepitoso «Amico mio ho idea che nel futuro “Cima” pascolerà più spesso in questa zona!» Fabrizio, ascoltandomi, rideva consapevole di quali esiti comportino solitamente queste mie parole.

Da la Gardata abbiamo puntato alla Pertica (1326m) fino a raggiungere la Val Cassina. Essere ai piedi del Sasso cavallo è una sensazione incredibile: 400 metri di roccia compatta costellata di muri perfettamente verticali. Un gigante!

Io mi sbizzarrisco in foto e filmati ammirando quell’immensità. Con il naso all’insù ho raccolto così tanto materiale che probabilmente sarà necessario scrivere un articolo intero per descriverlo tutto. «Accidenti! Accidenti! Ma hai visto che accidenti di posto è questo!??!». Fabrizio, sempre più divertito, annuiva contento mentre io scattavo foto come un bambino.

La Val Cassina risale tra il Sasso Cavallo ed il Sasso dei Carbonari attraverso un vallone roccioso tra i due imponenti muraglioni di roccia. La stretta valle, invasa dalla foschia e dalla nebbia, è stata attrezzata con catene e pioli che permettono di superarne i passaggi ed canali più strapiombanti. Ovunque si percepisce la forza che in inverno la neve esercita in quell’anfratto angusto: le staffe e le scale metalliche sono torte e piegate e le rocce stesse sono sconquassate ed ammassate da quell’enorme e ciclico peso che si accula là in mezzo.

Meno di un anno fa, quando Fabrizio iniziava a muovere i suoi primi passi in montagna, in un ambiente simile l’avrei sorvegliato a vista con una certa ansia. Ora potevo invece andare più tranquillo dandogli voce ogni tanto e lasciandolo procedere da solo anche tra la nebbia.  Incredibile quanta esperienza abbia fatto e quanto sia migliorato.

Giunti alla boccetta della Val Cassina (1823m) si incrocia il sentiero che sale verso la cima della Grigna ed il Rifugio Brioschi. «Senti, ci facciamo un paio di birre alla Bietti o andiamo in cima al Sasso?» Chiedo con leggerezza a Fabrizio. Lui ridendo mi ha semplicemente risposto: «Che te lo dico a fare… facciamo entrambe le cose!». Beh, è davvero migliorato il ragazzo!

Per raggiungere la cima del Sasso Cavallo da Nord ci si deve immergere in un lungo e gradevole sentiero tra i pini mughi ed i rododendri che, con qualche passaggio tra le rocce, arrivano alla sommità del gigante. Lassù, quando il prato incontra la strapiombante parete, c’è solo un piccolo ometto di sassi a segnare la cima. Purtroppo per noi quel magnifico terrazzo sul Lario era invaso dalla nebbia e l’unica foto interessante da fare è stata un autoscatto dei nostri faccioni sudati!

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Ridendo e scherzando c’eravamo sparati 1500 metri secchi di dislivello ed era davvero giunto il momento di mettere le gambe sotto ad un tavolo. Dal Sasso Cavallo siamo scesi fino al Rifugio Bietti dove i simpatici e cordiali gestori ci hanno sfamato con affettati e polenta saltata. (dura la vita della montagna!!). L’anfiteatro che circonda il rifugio è uno spettacolo straordinario carico di curiosità alpinistiche che vanno dal Canale Guzzi al Canale della Neve. «C’è davvero un mondo da scoprire qui! (intanto mangiamo…)»

Per la discesa abbiamo imboccato il sentiero dell’asino tenendoci ad est dello Zucco Fontana e tornando a La Gardata passando da La Cetra. E’ stato nella discesa, soprattutto grazie al tranquillo tepore pomeridiano, che abbiamo potuto imbatterci in diversi esemplari di caprioli e camosci a distanze davvero ravvicinate. Il buon Fabrizio ha infatti cominciato ad imparare cosa significhi “muoversi silenziosamente”.

1550 metri di dislivello ed oltre 15km di sviluppo in ambiente non sono esattamente un “giretto”: ho avuto giusto il tempo di preparare lo zaino, mangiare un boccone e buttarmi in branda prima che la sveglia suonasse di nuovo alle tre e mezza di notte. Mi sono lasciato prendere un po’ la mano ma credo ne valesse la pena. Grazie ancora al mio socio per essere stato parte di quest’ennesima scorribanda!

Davide “Birillo” Valsecchi

Ps. Il sasso cavallo è preoccupantemente magnifico!!

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