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Crollo sulla G.G.OSA

Crollo sulla G.G.OSA

Non ho informazioni di prima mano perchè, a causa del LockDown, è tanto che non ho modo di salire sul Moregallo. Tuttavia mi è giunta segnalazione di un importante crollo sulla Crestina GG OSA, soprattutto mi è stato chiesto di segnalare come il crollo abbia interessato il sentiero che da Sambrosera risale all’attacco ed quindi alle moregge. «Praticamente è crollato il blocco di roccia dove c’è l’unico chiodo, quello con il cavo d’acciaio, e ha tirato via tutta quella parte. Il blocco è caduto nel canale, non toccando la cresta, ed è andato giù fino all’attacco portando a valle sassi e piante. Poi ha proseguito tagliando il sentiero che sale all’attacco della cresta.»  Sembra che il Sindaco a breve emetterà un’ordinanza di chiusura del sentiero e della cresta. Ci sono in giro ancora molti sassi pericolanti ed accumuli di materiale sia sul sentiero che sulla piazzola d’attacco.

Quello che posso dirvi è che la scorsa settimana, pulendo la vecchia macchina fotografica con lo Zoom (un modesto 18x) avevo fatto qualche distratto e nostalgico scatto alla Cresta OSA ed alle strutture adiacenti. Oggi questo ci permette di capire, a distanza, cosa è purtroppo accaduto alla cresta con le ultime piogge. Incredibile anche notare quanto, in meno di dieci giorni, la vegetazione sia lettarlamente esplosa.

Davide “Birillo” Valsecchi

Paura e Desiderio

Paura e Desiderio

«Hai paura?» La biondina con gli occhi azzurri si avvinghia al mio braccio mentre siamo sdraiati nel letto, poi con una vocina da pin-up mi risponde: «Sciii». Le faccio un sorriso e le chiedo gentile «E di cosa hai paura?». Lei si stringe ancora di più e con lo sguardo indica il soffitto. «Hai paura delle Ombre?» mi risponde quasi nascondendosi il viso. «Sciii». Allungo un braccio verso l’interruttore della lampada. «Vedi? Le ombre non ci sono più. Basta accendere la luce, aprire gli occhi, e piano piano la paura passa. Ora dormi che è tardi». «Scii».

Davide Birillo Valsecchi

“Paura e Desiderio”
III+ / Moregallo NoSpitZone 2020

Beppe e Giancarlo

Beppe e Giancarlo

La prima guida all’arrampicata dei Corni, di cui ho notizia, fu scritta da Giorgio Tessari e Gian Maria Mandelli nel 1979. Un volume piccolo, quasi tascabile, denso di relazioni, foto in bianco e nero, schizzi delle vie disegnati a mano: “Valmadrera: montagne ed itinerari alpinistici”. La prima ristampa, con aggiornamento, fu pubblicata nel 1996. Due volumi preziosi ed ancora oggi molto validi. Tuttavia ciò che per me ha davvero spalancato un mondo è stata la terza guida, “L’isola Senza Nome: storie di uomini e montagne, dal Moregallo ai Corni di Canzo fino al Cornizzolo” pubblicata nel 2005. Probabilmente quel libro ha influito sulla mia vita come pochissimi altri. Tornato dall’Africa ne trovai una copia mentre curiosavo in biblioteca e, da allora, l’ho sfogliato migliaia di volte. Sebbene sia ormai un libro introvabile ne ho posseduto ben due copie. Anche se, purtroppo, ora solo una. La prima infatti la diedi anni fa, in una sera d’inverno, ad un celebre e giovane alpinista erbese: da allora non ci siamo più rivolti parola. Certo, nella vita non si può mai sapere, ma temo che non rivedrò mai quella mia vecchia copia. Tuttavia Ivan Guerini mi ha fatto dono della sua copia, ricevuta con tanto di dedica da Gianni Mandelli, ed in qualche modo l’equilibrio ha ritrovato la sua strada. La grande differenza di questo libro rispetto alle due guide che l’hanno preceduto è chiara fin dal titolo: “L’isola Senza Nome”, un luogo ben preciso – “dal Moregallo ai Corni di Canzo fino al Cornizzolo” – che in realtà non esiste, non ha nome, e che in qualche modo è isolato, distante, unico e disgiunto da tutto il resto. Un libro che non è una semplice guida all’arrampicata ma la raccolta di “storie di uomini e montagne”. Fino ad allora tutti mi avevano sconsigliato di arrampicare lassù, raccontandomi che erano vie brutte, pericolose, con vetuste soste tenute insieme con il filo di ferro:”Rischi solo di farti male o lasciarci la pelle!!”. Grazie a questo libro quelle vie restavano “terribili” – e tuttoggi io credo lo siano – ma acquisivano una storia, una profondità umana che mai avrei immaginato. In quel libro si poteva ripercorrere un secolo di arrampicata scoprendo, con incredibile sorpresa, momenti di straordinario coraggio ed intensa passione. Per me, che ero ventenne a cavallo degli anni 90, l’arrampicata si era trasformata nello “sport” con cui far pubblicità agli orologi “che spaccano il secondo”, mentre all’alpinismo era toccata la pubblicità dell’acqua gasata “purissima” in bottiglie di plastica. Niente che avesse in qualche modo a che fare con il mio viaggio in Pakistan o con la montagna che mi aveva insegnato mio padre, niente che potesse attrarre lo slancio della mia gioventù. Ma in quel libro, in quell’isola ribelle, vi era un mondo nuovo ed allo stesso tempo antico, un mondo intenso, brutale, spaventoso ma capade di scintillare su quella roccia lucida circondata dal verde, un mondo intriso di un’umanità travolgente, capace di brillare nel buio dell’incertezza, capace di accomunare ed unire le generazioni attraverso un secolo di tradizione: “storie di uomini e montagne”. Non potevo che restarne attratto, non potevo che desiderare farne parte.

Una di queste storie è stata scritta da Giancarlo Mauri e ripercorre le vicende che lo portarono all’apertura della via “Giuseppe Verderio” al Corno Orientale. Aperta il 2-3 e 9 Novembre del 1969 da Giancarlo Mauri e Diego Pellacini in ricordo dell’amico “Beppe” caduto il 2 marzo di quello stesso anno dalla vetta del Medale. Quest’anno ricorre il 50° anniversario dei fatti narrati in quella storia: “Arrampicare ai Corni”. Confesso che sono state tante le cose “strane” che mi sono capitate lassù ed oggi, anche più della prima volta, trovo speciale il racconto di Giancarlo. C’è qualcosa di trascendentale su queste montagne, qualcosa che spinge a guardare in faccia i propri sogni e le proprie paure. Nel silenzio di quelle pareti aleggiano fantasmi e spiriti che sussurrano le verità che non vogliamo ascoltare, i ricordi che non vogliamo lasciarci sfuggire.

Giancarlo Mauri ha pubblicato alcuni dei suoi scritti sul web e quindi, nelle ricorrenze di questo cinquantesimo, vorrei riportarne qualcuno anche qui:

50° Via G.Verderio –  ARRAMPICARE AI CORNI: TUTTE LE PUNTATE

L’Isola dei Bambini

L’Isola dei Bambini

Bruna aveva bisogno di riposare, in qualche modo la luna piena aveva reso inquieto il sonno di tutti. Così, per lasciarla un po’ quieta, ho preso la nanerottola, l’ho infilata nello zainetto e sono uscito a far due passi. Quattro anni fa, appena arrivati a Valmadrera, un amico di Bruna venne a farci visita, con la moglie ed un bimbetto neonato. Aveva appena comprato uno zainetto porta-bebè e voleva provarlo con una piccola escursione. Non sapendo dove andare tutti insieme – disertando la supergettonata SanTomaso – avevo proposto di andare fino a Preguda per osservare Lecco ed il lago dall’alto. Il ragazzo è un coscritto di Bruna e quindi aveva circa dieci anni in meno di quanti ne abbia io oggi. Nonostante questo ricordo che arrivò alla chiesetta di San Isidoro completamente demolito e stravolto dalla fatica. “Vecchio, non obsoleto!”. Bene, io credo che i vecchi abbiano un istintivo bisogno di dimostrare ai giovani di non essere obsoleti. Questo istintivo bisogno li spinge a fare le cose più insensate e spesso dannose – tra queste vi è sicuramente arrampicare con il trapano sentendosi ganivelli di talento. Tuttavia, per quanto esecrabile, questo istinto colpisce più o meno tutti, me compreso. Infatti, da quel giorno, quando ho un paio d’ore per andare a spasso con la nana in spalla, la mia prima meta è sempre Preguda, ovviamente cerco di arrivarci sempre prima, sempre più in fretta, sempre più fresco ed ovviamente non faccio la “normale”, ma la diretta dal lago, quella “bella ripida”. Ormai anche la nanetta l’ha capito e si gode il tratto in piano osservando le pecore, le piante, i fiori. Quando iniziano i ripidi tornanti, quando la “giostra-umana” comincia a rimbalare sempre più lentamente tra sbuffi e sospiri, semplicemente si appoggia in avanti, con la testa sulla mia nuca, e si addormenta. Si sveglia solo sul prato di Preguda quando, appoggiato lo zaino, la sdradio sull’erba preparandole qualcosa da mangiare. Francamente non c’è un sentiero “sensato” da fare per raggiugnere Preguda con un carico “pesante” e “fragile” sulla schiena: il sentiero è troppo sconnesso, in alcuni punti sassi e rocce affioranti richiedono passo saldo e, nel caso del sentiero del lago, cadere e perdere l’equilibrio significa “rotolare abbasso”. Quindi non prendete il mio come un consiglio. Tuttavia la cappelletta di San Isidoro è stata costruita a ridosso di un grosso masso erratico che, in epoca antica, era sede di un culto pagano, un idolo alla fecondità. Il prato è sempre ben tenuto e siamo sulle pendici orientali del Moregallo. Quindi, per quanto mi riguarda, è un decisamente un buon posto. La nana apre da sola la tasca dello zaino e  si sbaffa una confezione intera di tarallucci accompagnandola con un succo di frutta. Di fatto è stata semplicemente seduta sulle mie spalle ma, a quanto pare, la faccenda le ha fatto venire un appetito da lupi. Così, finita la merenda, ci siamo fiondati verso casa fischiettando il motivetto di “Yellow Submarine” come una trionfale ed inarrestabile marcetta! We all live in a yellow submarine, yellow submarine, yellow submarine.

“…the Beatles were hard men too. Brian Epstein cleaned them up for mass consumption, but they were anything but sissies. They were from Liverpool, which is like Hamburg or Norfolk, Virginia – a hard, sea-farin’ town, all these dockers and sailors around all the time who would beat the piss out of you if you so much as winked at them. Ringo’s from the Dingle, which is like the f***ing Bronx. The Rolling Stones were the mummy’s boys – they were all college students from the outskirts of London. They went to starve in London, but it was by choice, to give themselves some sort of aura of disrespectability. I did like the Stones, but they were never anywhere near the Beatles – not for humour, not for originality, not for songs, not for presentation. All they had was Mick Jagger dancing about. Fair enough, the Stones made great records, but they were always s**t on stage, whereas the Beatles were the gear.” ― Lemmy Kilmister (Motörhead), White Line Fever: The Autobiography

Davide Birillo Valsecchi

Dante Verga e Cesare Alberici

Dante Verga e Cesare Alberici

Bruna ed Andrea erano al Rifugio SEV mentre la morbida luce di un tramonto di Luglio mi chiamava. “Posso andare a farmi un giro?” chiedo. “Certo, noi ci mettiamo in terrazza e ti aspettiamo per cena” ha risposto Bruna. Così via, giù per i grandini e dentro nel bosco. Un giro rapido, semplice, il giro delle cime per il passo della vacca, niente di complicato. Lascio che le gambe diano il tempo, i piedi devono riprendere confidenza, tornare precisi e rapidi. Lascio che i sassi del sentiero maltrattino i miei scarponi pesanti. Sono in cerca di risposte e spero che siano i Corni a darmele. Le mie domande sono sempre sciocche, piccole debolezze nell’incertezza di una scelta che è già presa. Piacevolmente non ho dubbi nelle scelte che contano, in quelle importanti, ma in quelle minori, che spesso minori non sono, a volte tentenno. Ripercorro sentieri che conosco quasi a memoria, rispolverando nella mente le “varianti” ed i passaggi “stramberia” tentati qua e là sulle pendici del corno. “Resta sul sentiero, Birillo!” mi impongo silenziosamente. Supero il passo della vacca e raggiungo la cima del Corno Occidentale. E’ la prima volta che vado a zonzo con gli occhiali, le prospettive a volte mi ingannano e la coda dell’occhio si ritrova cieca più spesso di quanto mi aspetti. Probabilmente, negli anni, ho inconsciamente coltivato la percezione periferica più di quanto credessi: mi sembra di essere in piscina con la maschera e devo muovere la testa più di quanto sia solito fare. Poi inizio a scendere lungo il caminetto, con attenzione e pazienza: …ed è a quel punto che succede quello che succede sempre. A metà del caminetto vedo una linea appena accennata che sembra scavalcare il lato esterno del camino. I miei buoni propositi saltano all’istante, esco dal sentiero mi metto ad inseguire le linee delle capre in spazi nuovi. Gli scarponi sono troppo grossi per le tacche piccole, gli occhiali circoscrivono il mio mondo, ma le mani “pinzano” piacevolmente mentre arrampico in discesa tra roccia e terra smossa. “Bello questo movimento… sembri quasi uno capace!”. Scendo verso il basso mentre guardo in alto curiosando la roccia che appare tra fronde degli alberi. Quando ero bambino saltavo giù dai terrazzamenti di casa mia, cinque salti, uno dietro l’altro, ognuno di due metri e mezzo. Poi risalivo lungo le rocce alle spalle del pollaio e ricominciavo a lanciarmi nel vuoto. Quello era il mio Parkur domestico, quando imparai il Mae Ukemi, la caduta rotolata in avanti del Judo, riuscivo a saltare anche da più in alto. Cadere non è mai stato un problema per me ed il Mea Ukemi, tirato “teso” tra i sassi del canale, mi ha salvato la pelle anche una decina di anni fa, mentre facevo lo stupido nel Belasa. Credo ora l’arrampicata abbia probabilmente cancellato queste mie antiche certezze, ci sono “salti” che non possono essere semplicemente ammortizzati deflettendo con morbidezza linee di forza. Forse è per questo che non mi lancio più nel vuoto come un tempo e che le mie mani “pinzano” ogni movimento quasi fossi diventato un quadrupede… Appeso ad un albero mi calo sul sentiero ritrovato: “Eccomi nuovamente sulla retta via!”. Potrei giurare di essere passato in quel punto un centinaio di volte, di giorno, di notte, con la neve o la pioggia. Eppure, solo in quel momento, ero riuscito a vedere qualcosa che era lì, letteralmente, da più di 75 anni.

Scatto in avanti e mi aggrappo sulla roccia per vedere meglio. La prima lapide recita: “Il 24 Agosto 1944 – Quando ancora a lui arrideva la vita su di queste rocce che gli erano pur tanto care cadeva vittima della sua stessa passione DANTE VERGA. Ora che non sei più sei ancora e sempre con noi. I tuoi amici.” Sotto la prima una seconda lapide: “Genitori e fratelli a ricordo di CESARE ALBERICI che dopo ansiose alternative raggiungeva il compagno di gita DANTE VERGA. N.28-4-1927 — 3-9-1944”. Non avevo mai visto quelle lapidi prima d’ora: ero alla ricerca degli spiriti, ma non mi aspettavo rispondessero in modo tanto concreto! Così mi fermo ed osservo quelle lastre, scatto qualche foto e rifletto sulla storia che tramandano. Cesare aveva 17 anni e probabilmente, in quella lontana estate del ‘44, cadde insieme al compagno di cordata Dante. Ma mentre Dante morì nella caduta, il destino di Cesare rimase incerto per quasi dieci giorni. Ecco perché due lapidi distinte per la medesima caduta. Mi sporgo in avanti sulla roccia alzandomi per osservare lo sperone di roccia da cui forse sono precipitati. Nella mia memoria ricordo che qualcuno dei “vecchi”, forse Renzo, mi aveva raccontato di come su quelle rocce, sul lato est del Corno Occidentale che scende fino alla bocchetta si arrampicasse spesso in passato. Pilastri compatti si alternano a rocce rotte, spesso fragili, che si innalzano per una ventina di metri, a volte trenta, un’altezza di certo sufficiente a perdere la vita nell’arrampicata del ‘44 (ma anche in quella di oggi). Ero stupito, e grato, per quella scoperta: avevo malvolentieri lasciato la strada conosciuta ma avevo trovato qualcosa di nuovo, qualcosa di sconosciuto che in realtà era stato sempre sotto i miei occhi. Gli spiriti, ancora una volta, mi avevano condotto alla risposta che andavo cercando ed io non potevo far altro che ringraziarli testimoniando la memoria di coloro che furono e che appartengono ora a queste montagne. Immerso in quel mondo al confine del tramonto ero nuovamente libero di aggirarmi tra gli alberi e le rocce, di incalzare di soppiatto le capre che, ignare della mia silenziosa presenza, oziavano sul corno centrale mentre l’orizzonte iniziava ad infiammarsi. Come nei giorni del passato mi sono sdraiato a terra, spingendo la testa oltre il bordo della Fasana, oltre il margine del vuoto abissale. Ma, diversamente da allora, ora osservavo quelle onde di roccia accarezzando ricordi anziché fantasie. Sfilando poi, nuovamente ai piedi della grande parete, il corpo ha trasformato in “forma” la memoria e, per un istante, ho percepito sulla pelle la stoffa di quella vecchia maglietta rossa, che tirava stretta su spalle ben più allenate e robuste di quanto siano ora. Per un istante ho camminato nel passato e, con un sorriso compiaciuto, ho abbracciato il futuro.

Davide “Birillo” Valsecchi

Trail

Trail

Milarepa aveva cercato ovunque l’illuminazione, ma non aveva trovato nessuna risposta. Un giorno vide un vecchio che scendeva lentamente da un sentiero di montagna con un pesante sacco sulle spalle. All’istante, Milarepa seppe che quel vecchio conosceva il segreto che cercava disperatamente da tanti anni: “Vecchio, ti prego, dimmi: che cos’è l’illuminazione?”. Il vecchio sorrise, si tolse il pesante fardello dalle spalle e rimase immobile. “Adesso capisco!”, esclamò Milarepa. “Hai la mia eterna: gratitudine. Ma ancora un’altra domanda: e dopo l’illuminazione?”. Sempre sorridendo, il vecchio raccolse il sacco, se lo mise sulle spalle, lo bilanciò e continuò per la sua strada.

Tronc Feuillu

Tronc Feuillu

«Sette anni in Tibet» è un film del 1997 diretto da Jean-Jacques Annaud, ispirato ad un libro autobiografico scritto da Heinrich Harrer e pubblicato nel 1953. Il film dura circa due ore e tre quarti, ma più o meno dopo un’ora e venti c’è quello che mi è sempre parso il passaggio principale di tutta la faccenda. In quella sequenza Brad Pit, nei panni di Harrer, fornisce una dimostrazione pratica di come si scende in corda doppia e mostra, giggioneggiando compiaciuto con la compagna tibetana del suo amico, i ritagli di giornale in cui compare per la sua salita alla Nord Dell’Eiger e per la medaglia olimpica. La ragazza, contrariamente alle aspettative, guarda Brad Pit più come un’idiota da aiutare anzichè come un incontrastato sex-symbol hollywoodiano. Il nostro beneamato Tyler Durden in versione alpinistica riceve quindi un romboante “due di picche” accompagnato da una “fatality” senza scampo: “Questa è un’altra grande differenza tra la nostra civiltà e la tua. Ammiri l’uomo che si fa strada verso l’alto in ogni ambito della vita. Mentre noi ammiriamo l’uomo che abbandona il suo ego. Un tibetano non penserebbe di mettersi in mostra in questo modo”.

Non so se questo passaggio compaia nel libro di Harrer, per cui provo una trasversale antipatia, o se rispecchi davvero il pensiero tibetano. Non credo neppure che i tibetani abbiano una superiorità culturale o spirituale, sebbene il loro mondo, fatto in passato di grandi privazioni e ristrettezze, sia stato certamente un indiscutibile grande maestro. Detto questo, quel passaggio del film, quella frase, ha vibrato nella mia mente fin da quando l’ho sentita la prima volta ed è andato in risonanza con le parole di Funakoshi tramandate attraverso Matsumura: “La vanità è solo ostacolo alla vita. La materia è vuota”. Una vibrazione che ha il suo apice in quell’enigmatico passaggio di Bernard Amy pubblicato poi da Gianni Mandelli sull’Isola Senza Nome: «Scarpe? Roccia? Finché si ha bisogno di scarpe e di roccia per salire, non si conosce nulla di quest’arte. Il vero arrampicatore non ha bisogno di artifici, nemmeno di roccia.»

Dall’alto delle montagne questo “vuoto” si fa ancora più evidente: chissà, forse finalmente inzio ad intravvedere davvero il senso delle cose. Sarebbe anche ora, forse…

Davide Birillo Valsecchi

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