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I tessuti del Kashmir

I tessuti del Kashmir

I tessuti del Kashmir
I tessuti del Kashmir

Perchè ancora a Srinagar? Perchè il Kashmir è una terra ricca di tesori che ancora devono essere scoperti.

Sono di Asso e vengono da Como, la capitale italiana della seta. Uno è un fotografo e l’altro si spaccia per scrittore, se ne vanno in giro con una strana uniforme che li distingue da tutti gli altri stranieri ed entrambi sono in bella mostra sul principale quotidiano della città, il Greater Kashmir. Sono arrivati carichi di bandiere, alcune realizzate dai ragazzi del migliore istituo tessile del loro paese ed altre dagli storici telai dell’artista Gegia Bronzini grazie a PuntoComo.  Avevano già attirato l’attenzione a sufficienza ma da queste parti “quando la musica parte tocca ballare e tenere il ritmo” e così, di slancio, si sono spinti ben oltre.

Soldi in tasca ne abbiamo pochi ma a faccia tosta non temiamo rivali:  forse abbiamo esagerato, forse è stata complice la difficoltà linguistica o la presunzione di chi si mette in gioco, di chi cerca di comprendere, ma quando abbiamo lasciato intendere di essere anche due “mercanti italiani in cerca di tessuti pregiati e nuovi contatti” abbiamo scoperchiato il vaso di Pandora ed aperto le porte di un mondo incredibile che pochi stranieri hanno avuto la fortuna di vedere!!

Le voci corrono anche in una città grande come Srinagar e come per magia alla nostra guest-house sono arrivati i taxi e le shicare, le gondole locali, inviate dai più prestigiosi artigiani Kashmiri. Per due giorni siamo stati invitati nei più eccellenti e riservati laboratori dove vengono realizzate, seguendo il più rigoroso metodo tradizionale, le famose pashmine del kashmir. Siamo stati talmente bravi nell’essere “fraintesi” che abbiamo ricevuto anche l’invito ufficiale della più grossa industria governativa per la produzione della seta. Ci andiamo Lunedì, invitati a pranzo!

Ma quello di cui voglio raccontarvi è qualcosa di straordinario e che abbiamo avuto la fortuna di visitare solo grazie al nostro roccambolesco modo di esplorare questo mondo misterioso: una delle più prestigose “case” dove vengono prodotte a mano le migliori pashmine di tutta Srinagar, l’unica che abbia l’autorizzazione del governo per realizzare le copie dei pezzi da museo di oltre trecento anni fa.

La pashmina, per chi non la conoscesse, è una sottile e vellutata fibra tessile realizzata con la lana di cashmere, la famosa lana delle capre del Kashmire. Con lo stesso termine si indicano anche i magnifici scalli e le morbide stole realizzate con questa fibra. E’ qualcosa che grazie all’aiuto dei nostri amici abbiamo imparato ad apprezzare comprendendone le differenti qualità. Come novelli Marco Polo abbiamo avuto tra le mani tessuti meravigliosi e contrattato con i mercanti di questa moderna via della seta.

Dopo un ora a bordo di una specie di ape-car riadattata a taxi siamo arrivati, fuori città, alla destinazione più prestigiosa. Gli artigiani a cui abbiamo fatto visita realizzano pashmine finemente decorate a mano, milioni di “nodi” che danno vita a variopinti e complessi disegni. Nel loro laboratorio vi sono solo una decina di telai e per ogni “pezza” sono al lavoro due uomini. Decine di fili colorati arrotolati attorno a sottili bastoncini di legno che vengono utilizzati come un aghi nella trama del tessuto. Un processo meticoloso e difficile che mi ricordava quello lento e attento dei tappeti.

Per produrre una singola stola con questo processo è necessario oltre un anno e mezzo di lavoro e questo significa che il piccolo laboratorio, dove lavoravano oltre venti persone, riesce a realizzare in tre anni solo una ventina di pezzi. Il costo di queste magnifiche stoffe che riprendono i disegni tradizionali sono accessibili solo ai facoltosi Indiani del sud o agli stranieri se molto ricchi. Producono solo su ordinazione e per via del lunghissimo periodo di lavorazione gli unici tessuti presenti nel laboratorio erano quelli in produzione, aver avuto accesso al laboratorio era una concessione assolutamente straordinaria.Enzo si è letteralmente sbizzarito con la sua Polaroid!!

Il lago ed il tessile di Srinagar hanno molto in comune con la nostra Como ed è stato un grande onore poter essere da trammite tra questi due mondi così lontani.

Nei prossimi giorni siamo invitati a visitare sia la fabbrica della Seta che altri artigiani specializzati nel realizzare tappeti e nella lavorazione del legno, tutto rigorosamente a mano. Ieri abbiamo fatto visita, raggiungendolo in barca, il laboratorio di un artigiano specializzato in sedie intarsiate. Questo simpatico vecchietto dall’aria vispa ha estratto una lettera da una scrivania e me l’ ha mostrata tutto felice. Il figlio, un giovane elegante che era venuto a prenderci in shicara, sorriderva sormione alle sue spalle.Era un Fax su carta intestata del Governo Italiano che, in inglese, ringraziava il vecchietto per l’acquisto di otto sedie in legno da lui realizzate. Per par-condicio non vi dico di chi era la firma sul timbro ufficiale alla fine della pagina. Piccolo il mondo no? Questo solo per farvi capire l’enorme valore degli oggetti realizzati in questa zona dell’india ancora sconosciuta e spesso difficile.

Davide “Birillo” Valsecchi

Leh-Srinagar Road: secondo round!!

Leh-Srinagar Road: secondo round!!

Leh-Srinagar Road

Se i ragazzi della Farnesina vi dicono “state alla larga da quella strada” hanno i loro buoni motivi, tutti lì da vedere in ogni dannata curva che collega Leh a Srinagar!! Questa è la seconda volta che percorriamo questa strada, il racconto del primo viaggio è in questo vecchio articolo. Avevo scritto bello chiaro che si dovrebbe evitare tale percorso ma qualche giorno fa la strada che collega Leh con Manali è stata nuovamente bloccata, interrotta da una grossa frana che è costata la vita ad un paio di persone in transito. I prezzi per un biglietto aereo sono letteralmente triplicati nel giro di quindici giorni, così ci siamo detti:”Perchè no? Facciamoci un secondo round con quella strada maledetta!!”.

Due mesi fa i passi erano stati appena aperti e c’erano muraglioni di neve alti oltre tre metri, noi viaggiavamo di notte a bordo di una Jeep shared-taxi che faceva la spola tra le due città. In totale eravamo in otto, schiacciati come sardine avevo gente che mi dormiva addosso da entrambi i lati mentre i fari nella notte illuminavano le curve sul barato e le montagne innevate. Gli autisti, che si davano il cambio ogni due ore, correvano il più in fretta possibile per poter arrivare a Srinagar in tempo per organizzare una corsa di ritorno il mattino stesso. Quattordici ore di strada sterrata e neve vissuti pericolosamente troppo in fretta!!

Questo giro pensavo di essermi fatto furbo: jeep privata ed autista consigliato dal nostro amico AK, partenza la mattina presto per poter godere di tutta la luce della giornata. Credevo potesse bastare, ma mi sono clamorosamente sbagliato ed il secondo round è stato ancora più duro e massacrante del primo: questo giro ho avuto realmente paura di chiudere la partita e salutare la folla!!

Andiamo con ordine però, le prime dieci ore di viaggio sono state in verità molto piacevoli: la strada è quello che è, per lo più sterrata e a strapiombo, ma alla luce del sole fa molto meno impressione ed il panorama è talmente meraviglioso da rendere trascurabile ogni difficoltà. Lo scenario cambia in continuazione mostrando una natura magnifica e sempre diversa. Bene, ora dimenticatevi quello che vi ho appena detto sul panorama: quella strada è semplicemente da evitare!!!

Pensavo di avercela fatta, mancavano poco meno di 45km sui 530 da percorrere, solo un passo e poi via, strada liscia fino a Srinagar. L’altra volta questo passo, illuminato solo dai fari e dalla luna piena mi era piaciuto tantissimo: la strada era letteralmente scavata nella neve e costeggiata per lo più a muraglioni bianchi altri oltre tre metri. La salita stava andando bene, qualche difficoltà quà e là per dei buchi troppo grossi nella strada ma nulla di preoccupante. Aveva cominciato a grandinare ma neppure questo sembrava un grosso problema. Arrivati in cima sembrava fatta, si doveva solo scendere.

Quando hai 12 ore di jeep nelle ossa speri soltanto che l’ultima ora fili lisci ma a quanto pare la strada voleva la sua rivincita prima del gong. Erano ormai le otto e la grandine si era trasformata in pioggia battente ed il cielo ormai era buio, di nuovo notte, di nuovo fari. Scendendo ricordavo quel passaggio, uno di quelli esposti proprio prima di una curva cieca. La strada è totalmente sterrata ed è a strapiombo su un baratro di oltre 200 metri, non c’è appello o speranza se si sbaglia. Larga poco più di una corsia non permette a due veicoli di restare affiancati e non mi arrischierei a piedi su quei bordi, figurarsi in macchina.

E’ in quel momento che un pensiero mi sfiora: “Chissà che casino se dovessimo incontrare ora un camion che sale”. Nella vita basta chiedere alle volte. Dalla curva spunta uno di quei variopinti bisonti meccanici, sale sbuffando e dando di abbaglianti perchè non ha intenzione di dare strada. Il nostro autista è un montagnino e non sembra intenzionato a discutere se non con il clacson. Questi due imbecilli semplicemente si puntano come se lasciare spazio precipitando nella scarpata fosse un’opzione percorribile!!! Io ero seduto davanti ed essendo la guida inglese a sinistra ero sul lato che dava sul bordo. Sentire i freni bloccare le ruote e sentire la jeep scivolare sulla ghiaia in cerca di uno spazio nel lato esposto della strada è qualcosa che ricorderò a lungo. Il sangue ha abbandonato le gambe che disperatamente cercavano di opporsi al barato: bloccato nel mio sedile potevo solo sperare che tutto si fermasse prima che la strada finisse!!

Dio ci ha messo una pezza e ci siamo fermati, incastrati a mezza curva tra il camion ed il bordo. L’autista ha dato un bacio al suo anello, il suo portafortuna, e ha cominciato ad insultare l’autista del camion, anch’esso bloccato a mezza curva. I due hanno cominciato a discutere su chi dovesse spostarsi e dare strada mentre un altro camion si accodava al primo. Io sarei sceso volentieri da quella dannata jeep se ci fosse stato abbastanza terreno su cui appoggiare i piedi aprendo la portiera!!

Retromarcia nel fango, lasciamo passare una decina di camion e finalmente riusciamo a passare la curva. Lo spettacolo dall’altra parte è terrificante: tutta la strada a salire del passo è illuminata da una fila infinita di camion. In una strada a strapiombo e ad una sola corsia significa un maledetto incubo vissuto sul bordo di un barato!! Eravamo così vicino alla fine!!

La situazione era questa: la strada è in terra battuta ed è grande una corsia, quei bisonti di camion sono dei vecchi rottami agghindati come carnevale che stracarichi danno fondo a tutte le loro ridotte per salire lungo il passo. Hanno i peggiori pneumatici ricostruiti del pianeta ed affrontano uno dei terreni più difficili per simili pachidermi. L’unica possibilità per scendere, tralasciando la piombata diretta dalla scarpata, era riuscire a spostarsi lungo il bordo da uno spiazzo all’altro fermando i camion e lasciandoli passare un po’ alla volta.

Significa che ogni dieci o quindici metri ci si doveva fermare e discutere con una colonna di autisti e ad ogni fermata gli aiuto-autista dei camion dovevano bloccare con i cunei o con i sassi per aiutare qui bestioni a ripartire in salita. Si caricavano dando gas al massimo e poi dentro le marce sperando che non slittasse troppo e riuscisse a mettersi lentamente in moto lungo la salita. Quasi trecento camion significano una montagna di soste per percorre i quindici chilometri che restavano per uscire dal passo.

La pioggia non accennava a smettere creando un nuovo problema: all’improvviso tutti i camion hanno cominciato a dare fondo ai loro clacson e si sono messi a sgasare come una mandria impazzita mentre gli autisti urlavano ed imprecavano senza che nessuno potesse realmente muoversi: “Vengono giù i sassi!!” . Non si va nè avanti nè indietro, siamo bloccati lassù e la montagna comincia a scrollarsi sotto la pioggia: eravamo quasi arrivati, maledetta strada questo giro hai intenzione di farmi paura per davvero!!

Io non parlo la lingua dei camionisti e posso solo capire quello che mi traduce l’autista ed ormai è più il tempo che passiamo fermi a discutere sotto la pioggia di quello a bordo della jeep. Ero rassegnato, questo giro o finivano giù per la scarpata o ci diventavo vecchio su quella strada. Poi forse il cielo ha avuto pietà di me ed ha inviato il più improbabile dei soccorsi in mio aiuto: una croce-rossa!!

Una sgangherata ambulanza con una strozzata sirena ed un pallido lampeggiante blue si fa strada piano piano tra i camion scendendo dal passo.Ci raggiunge e ci sorpassa arrampicandosi sul bordo opposto della corsia fermandosi ed inevitabilmente nella strettoia che tieni bloccati. Dal mezzo scende un militare ed il marito della donna che viene trasportata. Il nostro autista parla un po’ con loro mentre il militare si avvia a piedi impartendo ordini a tutti i camionisti fermi lungo la strada.

Dopo anni di servizio ad insultare chi si piazza all’inseguimento delle ambulanze del 118 mi toccava farmi strada seguendo la croce rossa!! Il militare coordina i camion ed avanziamo sempre solo di una ventina di metri al colpo ma finalmente avanziamo con un po’ di metodo sebbene sempre sul bordo del precipizio. Sassi che vengono a basso nella poggia, camion che non ripartono, qualcuno ha persino bucato e nella notte si sentono solo i clacson e gli strilli degli autisti che discutono e litigano. Welcome in Wild India!!

Quindici chilometri di passo in cinque ore!!! Siamo partiti da Leh alle otto e mezza dopo una magnifica colazione in una giornata di sole, siamo arrivati a Srinagar a mezza notte sotto la pioggia, distrutti. Lo spettacolo che offre quella strada è magnifico ma ha vinto anche il secondo round ed ho veramente paura che se mi azzardo ancora a sfidarla mi metterà KO una volta per tutte. Come dice la Farnesina: “state alla larga da quella strada!!” e non accusatemi poi di non avervelo detto!!

Davide “Birillo” Valsecchi

Il Leone e la Montagna

Il Leone e la Montagna

Heian Shodan
Heian Shodan

Sono nato Leone ascendente Leone nell’anno del Drago: già di per sè questo vuol dire guai! Per un sacco di tempo sono stato una mina vagante, in perenne conflitto tra il “selvatico” che è in me e la “persona” che vorrei essere. Poi ho imparto ad incanalare tutta quest’energia in qualcosa di costruttivo che potesse darmi anche soddisfazone e serenità, ovviamente alla mia maniera!! “Quando l’alievo è pronto ad imparare il maestro si manifesta”, ed è così che il destino ha deciso di correre ai ripari!!

Questa manifestazione che è apparsa quando ne avevo bisogno si chiama Dario ed è il mio Maestro di Karate-do, il “capo branco” di una scapestrata banda di curiosi personaggi che per lungo tempo è stata per me come una seconda famiglia: “Shiroi Shishi Kan”, la Grande Scuola del Leone Bianco fondata dal Maestro Roberto Vedovati.

Come fece Dario ad insegnarmi a vivere un po’ più serenamente azzittendo il mio orgoglio? Semplice, mi spedì 5 anni ad insegnare karatè ad una ventina di bambini tra gli 5 ed 12 anni. Maestro Birillo e la sua straordinaria compagine di bambini. Un’esperienza eccezionale, posso dire di avere imparato moltissimo da quei “nanetti”. Ora hanno tra i 18 ed i 22 anni ed è un grande piacere vedere come sono cresciuti diventando ottime persone.

Il primo Katà che si insegna a chi comincia Karatè-do si chiama Heian Shodan, il primo Katà della Pace. E’ una forma che ho ripetuto, spiegato e mostrato migliaia di volte. Conosco anche molte altre forme e katà superiori al primo ma per quanto mi riguarda potrei passare la mia vita a studiarlo scoprendo sempre qualcosa di nuovo. Okey Birillo ma cos’è un Katà? E’ una serie ben precisa di tecniche eseguite con un ben preciso ritmo ed un schema predefinito. Respiro, movimento e forma. Per me è quasi una danza o una preghiera. Quando non mi sento bene o sono turbato Heian Shodan è il mio rifugio, qualcosa che ormai appartiene al mio corpo ed in cui la mente si abbandona completamente.

Quando eseguo il primo Katà mi libero di tutte le maschere e metto a nudo tutta la mia natura. Mi libero da ogni vincolo ed in ogni tecnica riscopro me stesso apprezzando tutte quelle qualità che spesso trattengo. Apprezzo la mia volontà e le mie capacità dando loro pieno e furioso sfogo senza rimanere intrappolato nei sensi di colpa o nelle trappole dell’orgoglio. Al termine del mio Katà sò di essere una buona persona, sò quali siano in questo mondo le mie cruente potenzialità ed ho la serenità di poterle controllare per realizzare qualcosa di buono. Poi torno ad essere il “Birillo” di sempre!!

Al Campo Base dello Stok Kangri, a 4800 metri in mezzo alla neve e le montagne dell’Himalaya, ho voluto dedicare il mio primo Katà ai quei bambini che mi hanno insegnato tanto e che ora, quasi adulti, hanno dato vita nel paese di Brugherio ad una nuova piccola famiglia: “Shishi no Nirami”, Lo Sguardo del Leone. E’ nello sguardo che si nasconde la magia dell’uomo e la sua capacità di guardare al futuro. Quei ragazzi l’hanno capito impegnandosi ad insegnare ad altri bambini perchè è in loro che è racchiusa la nostra speranza per il futuro.

E’ stato un gran piacere per me eseguire il primo Katà in un luogo come quello e, come per magia, ha smesso di nevicare dopo tre giorni di cattivo tempo. Nel 1999, al Campo Base di Cima-Asso, al termine del mio Eian Sho Dan smise di piovere dopo cinque giorni di monsone. Io non credo nelle coincidenze ed ho un magnifico e fiero Heian Shodan da eseguire sotto lo sguardo attento del Cielo. Forse dopo la mia esibizione lo Stok Kangri ha voluto divertirsi misurando la mia resistenza ed ha schiarito il cielo invitandomi a salire. Poi ci è andato pesante!!!

(Ndr. Sono state le uniche 18 ore di bel tempo sullo Stok Kangri in 3 settimane. Credo che qualcuno se la riderà sotto i baffi come al solito!!)

Ciao Brugherio, se mi riesce ad Ottobre vedo di organizzare qualcosa per portarvi nella nostra Vallassina a mangiare le castagne e a fare qualche katà all’aperto tra un bicchiere di vino, una salamella e qualche nuovo amico!!

Davide “Birillo” Valsecchi

Fratelli d’Italia!!

Fratelli d’Italia!!

Mameli dalta quota!!
Mameli d'alta quota!!

Siamo atterrati qui un mese e mezzo fa. Abbiamo toccato terra a 3500 metri e siamo saliti fino  a 4500, poi 4900 poi più sù fino a 5100 e 5200. Di slancio ci siamo fiondati fino a 5500 e quasi strisciando siamo arrivati a 6130 metri. Insomma è da un bel pezzo che diamo i numeri!!

Oggi, sistemando i bagagli prima di lasciare Leh alla volta del sud dell’India, ho ritrovato tra le varie registrazioni realizzate con il recorder Edirol anche un file molto curioso!!

Era una mattina di qualche settimana fa, io ed Enzo arrancavamo sul fianco di una montagna per raggiungere il passo a 4900 metri. Eravamo stanchi e con il fiato corto perchè quella dannata salita non ne voleva sapere di finire. Avevo il registratore in tasca ed erano le otto del mattino, non so perchè ci sia venuto in mente ma senza fiato abbiamo cominciato a cantare l’Inno Nazionale.

Come gli Azzurri di Rugby abbiamo provato ad avanzare cantando ma è stata durissima!! Spero che nessuno si offenda, non è nostra intenzione mancare di rispetto all’inno,anzi!! Il risultato è molto divertente e ci piace pensare di aver portato il “nostro mameli”  il più in alto possibile!!

LifeGate Radio in Leh

LifeGate Radio in Leh

Il palazzo di Leh
Il palazzo di Leh

Dopo lo Stok Kangri (6310m) ed i tafferugli dei giorni scorsi la situazione a Leh è tornata finalmente alla normalità. Qui la gente è talmente pacifica che quando si arrabbia fa sul serio ma poi gli passa subito.

Questa sera, mentre eravamo ad abbuffarci al Gesmo, abbiamo ricevuto una chiamata da Claudio di LifeGate Radio ed abbiamo fatto una bella chiacchierata che credo verrà trasmessa in radio in questi giorni.

Tra qualche giorno il nostro viaggio ripartirà verso sud, abbiamo in programma di ripassare da {it:Srinagar} e dirigerci verso {it:Jammu} , una città induista. Da qui andremo a {it:Amritsar} per vedere il {it:Tempio_d’Oro|Golden Temple} e conoscere la cultura {it:Sikh} .

Abbiamo di fronte a noi ancora un mese di viaggio attraverso l’india prima della spettacolare eclissi totale di sole che avverà a {it:Varanasi} il 22 Luglio.

Per ringraziare LifeGate Radio e tutti i suoi ascoltatori ecco un piccolo elenco di tutti racconti di viaggio  che abbiamo pubblicato  fino ad ora, ecco la nostra storia:

Monday 15 June – Tafferugli in Paradiso
Scaramucce e sassate nel cuore di Leh durante lo sciopero: la battaglia della verdura!!
Sunday 14 June – Scioperi, botte e legnate nella vecchia Leh
Lo sciopero di Leh visto da Birillo ed Enzo.
Thursday 11 June – L’ultima bandiera sventola a 6000 metri!!
La salita verso la cima dello Stok Kangri innevato e l’ultima bandiera che ora sventola a 6130metri
Tuesday 09 June – Birillo dove sei?
Se insegui un sogno prima o poi lo prendi o forse e’ il sogno a prendere te! Ma qua si va nel filosofico e non e’ il momento!
Tuesday 09 June – Scatti e riscatti
la Polaroid la piu’ vecchia ed unica macchina a sviluppo immediato forse qua non e’ mai arrivata e se per puro caso e’ passata veloce…
Saturday 06 June – L’ultima bandiera
In partenza per cinque giorni speciali verso una destinazione segreta. Si vedrà quel che si potrà!!
Friday 05 June – Il giornale dall’Italia
Dall’Italia arriva una copia de La Provincia che racconta la nostra storia quaggiù in Ladakh
Thursday 04 June – ll deserto all’improvviso!!
In viaggio tra le montgne del Ladakh mi sono ritrovato in mezzo ad un deserto di sabbia e dune!!
Monday 01 June – Lettere dall’Italia per i due in Ladakh
Su Facebook è attiva la bacheca Lettere dall’Italia dove lasciare un messaggio ai due assesi in viaggio.
Sunday 31 May – Indiana Enzo ed il monastero perduto!!
Alla scoperta dei vecchi monasteri abbandonati del Ladakh
Friday 29 May – Püsséé in sü
Una preghiera ed una promessa nel vento dell’hymalaya
Thursday 28 May – Il suono delle Preghiere di Stoffa
Sul passo Gunda La a 4970 metri recitano la lore preghiera le bandiere dei ragazzi del setificio di Como
Wednesday 27 May – Buon Compleanno Lucia!!!
Come regalo alla mia sorellina le prime foto del nostro passaggio attraverso la valle del Marka in Ladakh
Monday 25 May – Un “passo” alla volta!
Enzo e Davide superano il passo Kangmaru La, a 5200 metri
Sunday 24 May – La sofferenza in un sorriso…
Prendo fiato in questo deserto e rifletto sulla sofferenza che si cela dietro la serenità di questa gente di montagna.
Thursday 21 May – Il cielo che non ti apsetti
Un nuovo aggiornamento telefonico dai nostri viaggiatori! Passati a 4900 mt si percepisce una leggera mancanza di fiato dovuta piu’ allo spettacolo che gli si e’ parato davanti nel cielo che alla quota a cui si trovano.
Tuesday 19 May – In viaggio da Stok
Davide ed Enzo sono partiti in mattinata da Stok in compagnia della loro guida Tsering e di un paio di “pony da soma”.
Monday 18 May – LifeGate Radio in Ladakh
la mia prima volta in radio la faccio a 4000 metri di quota in mezzo a tesori tibetani vecchi di secoli celati nel cuore del Ladakh
Monday 18 May – Riti di iniziazione: Barber Shop
Come da tradizione prima di affrontare la montagna ci si fa un giro da brivido dal barbiere locale!
Monday 18 May – Si parte per il Marka!!!
Ultimi preparativi prima di entrare nella valle del Marka, il primo degli obbiettivi della nostra spedizione
Friday 15 May – Tanti Auguri Cristiana!!
In cerca di una preghiera speciale peri il compleanno della sorella di Enzo siamo coinvolti in uno degli eventi più importanti della comunità buddista in Ladakh
Thursday 14 May – Brazil Adventure: Chemrey monastery
In viaggio verso il monastero di Chemrey accompagnati da unaffasciante ricercatrice brasiliana
Thursday 14 May – Ritorno a Leh
Aspettando l’evolversi della situazione neve alcune foto delle nostre esplorazioni nei dintorni di Leh
Wednesday 13 May – I due Assesi finiscono sul giornale del Kashmir
Enzo Sanambrogio e Davide Valsecchi intervistati del principale giornale bilingue del Kashmir
Tuesday 12 May – Srinagar: il mercato sull’acqua
Il nostro viaggio nella venezia dell’India, la capitale del Khasmir al di là dei valichi che circondano il Ladakh
Saturday 09 May – Luna piena sulla strada Leh-Srinagar
La strada che da Leh attraversa i valichi orientali e scende a Srinagar, la capitale del Kashmir
Friday 08 May – La scuola tibetana
In visita alla scuola tibetana supportata dal professor Chodun, profugo tibetano, e diretta da Thuptsan Wangchuk, monaco buddista
Thursday 07 May – Appunti di viaggio
Ancora nei dintorni di Lhe organizziamo le tappe successive del nostro viaggio aspettando che la neve lasci la valle
Wednesday 06 May – Primi giorni a Leh
Ecco le prime foto ed il racconto dei nostri giorni arrivati a Leh, capitale della regione del Ladakh

Tafferugli in Paradiso

Tafferugli in Paradiso

Se ti ritrovi a camminare lungo la via principale nel senso opposto ad una massa di persone urlanti che sembra scappare da qualcosa dovresti avere il buon senso di girarti a tua volta e tornatene sui tuoi passi. Credo sia logico, ma non è quello che mi è venuto in mente: ho guardato Enzo ed aveva già la macchina fotografica in mano, abbiamo semplicemente accelerato il passo e siamo andati a vedere.

In effetti era la cosa più ovvia, se obblighi a chiuder bottega un intero paese e minacci le licenze dei commercianti il primo che comincerà a protestare con veemenza non può essere che il fruttivendolo. Ha comprato la verdura per buona e non potendo venderla vede i propri soldi (già spesi) marcire sugli scaffali. La battaglia della verdura di Leh era inevitabile dopo 3 giorni di totale sciopero imposto.

La dinamica però è più complessa: a Leh vi è un piccola viuzza dove sono concentrati un buon numero di fruttivendoli musulmani provenienti dal Kashmir. Per accedere al piccolo mercato coperto si passa attraverso due piccoli portoni in metallo. Contrariamente allo sciopero oggi pomeriggio i due portoni erano aperti e questo ha scatenato una mezza rivoluzione nella città.

I fomentatori che hanno dato il via alla bagarre sono i più inaspettati. Dalle montagne ogni giorno scendono le vecchiette per vendere la verdura sui marciapiedi del centro, anche oggi erano scese in città ma non avevano potuto stendere la loro merce sugli stracci proprio per via dello sciopero. Quando hanno visto che i mercanti musulmani avevano aperto i battenti hanno cominciato a fare cagnara e a tirare sassate contro i portoni urlando in Ladaki. Le vecchiette di queste parti è meglio non farle arrabbiare!!

Ovviamente la situazione era destinata a peggiorare quando i mercanti hanno cominciato a rispondere alle vecchiette con la verdura ormai passata. Lo strano teatrino aveva attirato un sacco di curiosi che si erano accalcati ai due lati della strada per godersi lo spettacolo. Ingenui come scimmie ed incapaci di prevedere il naturale evolversi di quella scena non hanno potuto fare altro che darsela a gambe urlando quando la situazione si è fatta seria e sono arrivati i ragazzi con i bastoni che hanno cominciato a far volare per davvero le pietre. In quel mentre arrivavamo io ed Enzo, due scogli in mezzo ad un fiume di gente in fuga.

Sassi tanto grossi da essere lanciati a due mani volavano da una parte all’altra mentre insulti in lingue diverse tuonavano da uno all’altro schieramento. I mercanti si erano barricati nel mercato che gli assalitori cercavano di espugnare. Persino i monaci in rosso si erano messi a tirare sassi alla faccia del pacifico buddismo. “Li ricacciamo a Srinagar” mi dice in inglese un ragazzo che lavora nei bazar e da cui compro spesso da bere. Qui a Leh si mischiano pacificamente culture diverse, ma quando gli attriti scaldano gli animi anche le vecchie ruggini tornano a galla.

Enzo continuava felice a scattare le sue fotografie mentre i sassi rimbalzavano allegri sull’asfalto e sui portoni di ferro, la cosa divertente è che riconoscevo un sacco di facce in entrambi gli schieramenti e, schivando le sassaiole, non avevo idea per chi tifare. Poi si sentono le sirene, il ragazzo delle bibite mi corre affianco urlano “police!! police!!” mentre tutti se la danno a gambe. La prima jeep della polizia arriva talmente veloce che ho come l’impressione che intenda travolgere quella folla urlante. Ho sopravvalutato la jeep e sottovalutato la capacità di volatizzarsi di quei ragazzi. Dalla camionetta scendono una  decina di agenti dotati di lunghi e minacciosi bastoni di legno. Di tutta quella folla riescono ad acciuffare solo un pischello che ha tutta l’aria di essere semplicemente rimasto in mezzo. Si becca una serie di legnate sulle chiappe che fanno rabbrividire persino me!!

Quando la polizia lo sta per caricare sul furgone riappaiono magicamente tutti gli altri ragazzi che erano scomparsi protestando con cori ed urla contro la polizia. Ho dato un occhiata sulla camionetta perché mi aspettavo che nel buio del furgone gonfiassero di botte il ragazzo ma con mia sorpresa era seduto tranquillo con un agente al fianco. Probabilmente dopo le pubbliche legnate sul culo a scopo educativo con vi era ragione di infierire.

Compare anche il capo della polizia, un signore con i baffi molto gentile ed educato con cui ho avuto occasione di parlare dello sciopero già nei giorni precedenti: “Si comportano come uomini con la testa d’asino, in questo modo non risolvono nulla ma spaventano solo i turisti e la loro unica fonte di guadagno. Non posso permettere simili cose in questa stagione”. E come dargli torto?!

Comunque sia in mezzo a quel tafferuglio io ed Enzo siamo gli unici stranieri presenti, così il cameraman della polizia mi riprende, mi fa domande sull’accaduto e sul punto di vista degli stranieri che, ormai, da più di tre giorni vagano in città senza poter comprare cibo o acqua. Sono finito sulla televisione della polizia indiana?!?

E noi? Noi siamo italiani, per di più assesi. Abbiamo talmente tante conoscenze in città da poter trovare da mangiare e bere dove ci pare. Siamo due casinisti in uniforme che si aggirano in città da quasi due mesi, abbiamo attaccato bottone con tutti e nonostante qualche difficoltà con la lingua parliamo fin troppo chiaro per la gente di questo posto. Siamo diventati amici di tutti i capi religiosi, dei mercanti dei bazar e dei rifugiati tibetani. Tutti quelli con cui abbiamo avuto a che fare ci considerano amici e sono più che soddisfatti del modo genuino con cui trattiamo ogni genere di affare. Poi ci avete visto? Sembriamo due con cui mettersi nei guai? Basta dire che dopo il mezzo incidente al Gismo facciamo colazione lì tutte le mattine in compagnia del capo della polizia e da allora nessuno si è più presentato dai nostri amici nepalesi con cattive intenzioni.

Non abbiamo molti contatti con i ricchi ladaki del governo locale ma nelle strade di Leh abbiamo veramente tanti amici ed è difficile che qualcuno ci crei problemi. Chi se la passa male sono i turisti, quelli che arrivati qui in vacanza si trovano, inesperti, a dover fronteggiare una situazione se non difficile per lo meno inaspettata.Niente acqua e cibo non è il massimo se hai il mal di montagna appena sceso dall’aeroplano.

Fino a ieri sembrava che la serrata sarebbe durata addirittura una decina di giorni, dopo i tafferugli di oggi forse rimanderanno tutte le decisioni a dopo la stagione estiva e risolveranno la questione nella tranquillità del buio invernale. Fortunatamente oggi non si è fatto particolarmente male nessuno e la nostra giornata si è movimentata un po’,  staremo a vedere cosa succede domani.

Scioperi, botte e legnate nella vecchia Leh

Scioperi, botte e legnate nella vecchia Leh

Leh on strike
Leh on strike

Dopo la vetta dello Stok Kangri siamo tornati a Leh. Qui abbiamo affittato, pagando in anticipo, una stanza in una guest house della città vecchia. E’ il nostro magazzino e il nostro rifugio quando torniamo in città ed io, questo giro, avevo davvero bisogno di riposare quasi comodo. La nostra guest house non è frequentata da turisti stranieri ma per lo più da famiglie indiane che scappano dal caldo del sud.

La borghesia indiana è in crescita a livello nazionale e mondiale grazie al forte sviluppo economico dell’India. Molti dei nuovi ricchi provengono da questo paese. Avevo sentito dire che gli alberghi di lusso francesi si rifiutavano di ospitare gli indiani sebbene molto facoltosi. Qui a Leh ho capito, a mie spese, le ragioni di questa sacrosanta discriminazione. Ogni maledetta mattina alle sei gli indiani si alzano ed accendono a tutto volume la televisione, spalancano le porte delle proprie camere e si mettono a strillare allegramente tra di loro nei corridoi. Non hanno il ben che minimo senso del rispetto e della convivenza. Più di una volta sono uscito in mutande gridandogli in inglese che erano delle “fottute scimmie ritardate” (fuked retarded monkeys) e che dovevano spegnere quella stramaledetta televisione ma il risultato è stato totalemente imprevisto: ridevano divertiti, per loro è normale fare quel puttanaio la mattina o nel cuore della notte. Non sono nemmeno riuscito a litigarci!!

Ma quello di cui voglio parlarvi è ben diverso e non rigurada i turisti indani ma la città di Leh ed i complicati meccanismi che la regolano. Io credo che sia istruttivo vedere come gira il mondo da queste parti, sopratutto perchè ci aiuta a mettere a fuoco i problemi più nostrani: mi sono alzato ieri mattina, incazzato con gli indiani casinisti come sempre, e sono uscito in strada. Leh era completamente deserta e tutte le serrande erano abbassate, uno scenario inconsueto per una caotica località turistica: strike, sciopero, tutto chiuso oggi. La maggior parte dei turisti se ne stava rintanata in albergo mentre io ed Enzo ce ne andavamo a zonzo per le desolate vie del centro in cerca di un posto aperto dove mangiare.

Mi piace capire e mi sono messo a fare domande a chi mi capitava sotto tiro: Il Ladakh è in qualche modo una zona “a statuto speciale” che gode di una specie di governo e statuto indipendente rispetto al resto dell’India. Questo sia per la posizione geografica molto complessa e per la massiccia presenza di militari sui confini caldi dell’India. In particolare in Ladakh i residenti non pagano le tasse nè sono sottoposti al VAT, l’equivalente della nostra IVA.

Ma la situazione negli ultimi anni è molto cambiata ed ora con i turisti, sebbene solo sei mesi l’anno, girano parecchi soldi ed i proprietari Ladakini sono diventati molto ricchi. Quasi nessun Ladakino lavora nei bazar o negli hotel, semplicemente affittano le varie botteghe ed i vari palazzi ai mercanti Kashmiri o ai ristoratori Nepalini occupando le principali cariche politiche della regione. Ho incontrato i Ladakini solo durante i giorni delle elezioni e la differenza economica dal resto della popolazione è inconfondibile. Sono una vera e propria classe economica e politica in piena crescita.

Il governo ha quindi deciso di introdurre la tassa per il valore aggiuto (VAT) ai Ladakini così come è applicata in tutta l’India, questo ha causato lo sciopero e la quasi completa paralisi di Leh. Aggirandomi per la città non capivo le ragioni dello sciopero, se non vuoi pagare le tasse non farlo ma non chiudere bottega perchè vuol dire solo perdere soldi e non effettuare alcun tipo di pressione efficace sul governo. Rompere le palle ai turisti non mi sembrava una gran scelta tattica.

Io ed Enzo ce ne siamo andati al Gismo, una piccolo Caffè dove mangiamo spesso e dove i cinque ragazzi nepalesi che gestiscono il locale sono diventati molto amici. Quando siamo entrati nel locale il prmo giorno di sciopero non abbiamo potuto che incazzarci a morte. Il ragazzo che gestisce la piccola sala, misera ma carina, è un tipo molto spigliato con un buon carisma ed una buona parlantina. Mi fa sempre molto ridere ma ieri ci si è presentato con la faccia mezza gonfia ed incredibilmente mogio. Non ci voleva un genio per capire che le aveva prese e che qualcuno gliele aveva date perchè probabilmente non aveva voluto aderire allo sciopero.

Il sangue mi si era già scaldato e vederlo così insolitamente sottomesso non migliorava la questione. Due minuti dopo entrano nel locale un gruppetto di cinque ragazzotti che parlano “duro” con il ragazzo alla cassa. Un attimo dopo i nepalesi si scusavano con i clienti invitandoli a lasciare il locale a causa delle sciopero. Io odio stupidità e violenza e anche ad Enzo “giravano” parecchio per quella brutta situazione in stile “Altrimenti ci arrabbiamo”.

Chiamo il ragazzo e gli chiedo se ci sono problemi che “possiamo aiutare a risolvere”, lui capisce cosa intendo ma mi risponde che possiamo rimanere a mangiare, dirà “loro” che siamo amici e non clienti. Sempre peggio, quasi fumavo dalla rabbia. Il bagno è dietro il locale e per raggiungerlo si deve uscire dall’ingresso e fare il giro dell’edificio. Prendo la scusa per dare un’occhiata e mi inbatto nei cinque che sono entrati e che ora fanno la “posta” all’ingresso e alla cucina del locale tenendo in mano degli espliciti pezzi di legno. Il cuoco è tutto “stropicciato”. Un paio di loro li ho già visti tra i bazar e come dei paraculi si affrettano a salutarmi come se niente fosse. Rispondo con un mezzo ghigno, sollevo gli Oakley sulla fronte e squadro quello centrale tra di loro che se ne stava zitto con un pezzo di legno di legno in mano.

Non importa quello che dici, importa come lo dici in certi casi. Gli ho chiesto a cosa servisse quel pezzo di legno e se avessero intenzione di “giocare a kricket”. Il tipo, dietro un paio di occhiali scuri aspetta un secondo, ha capito cosa intendo, riflette e poi mi rispode che sì, oggi è una giornata in cui a Leh si gioca a Kricket. Sono uno straniero e vado comunque trattato con rigurado, mi faccio in avanti in mezzo al gruppo e lo squadro ancora più stretto attraverso gli occhiali ringhiando: “…e chi vince?”

Il tipo non se l’aspettava un “puntata” diretta come quella, la domanda era stupida ma il tono e le intenzioni erano limpide tanto che ha fatto un mezzo passo indietro e poi mi ha risposto con una banalità evasiva: “…vince l’Inghilterra”. Credo che tutti e cinque abbiamo capito la “suonata” perchè trovarsi davanti uno straniero incazzoso era qualcosa d’inaspettato e per loro pericoloso a prescindere da quanto fossi bravo a “giocare a kricket”. Cacciarmele per loro era peggio che prenderle.“Vado a pisciare e poi torno dentro a finire il mio pranzo, non giocare a Kricket con i mie amici”. Il tipo annuisce. Che dannata voglia di prenderli a calci in culo!!

Quando ripasso dall’ingresso non c’erano più ma credo abbiano dato l’ultimatum ai nepalesi, noi eravamo gli ultimi per quel giorno. I nepalesi non la finiscono più di scusarsi ma è evidente che l’idea di spaccare la testa a quegli idioti non li sfiora nemmeno. Il mio sangue assese urla furioso ma il massimo che posso fare è lasciare una mancia di 100 rupie per un paio di caffè da 20. Quanto mi girano le palle, sopratutto perchè non capisco il senso di questo sciopero forzato e perchè ci debbano essere in giro delle squadre a minacciare i gestori dei locali. Un venditore indiano ci passa un paio di birre sotto banco e passiamo il pomeriggio sul tetto di un palazzo a bere con una ragazza del Canada e due infermiere Svizzere, l’unico aspetto positivo di questa stupida giornata di sciopero.

Ma i conti ancora non mi quadravano, tutto questo casino come può fare leva sul governo affinchè non applichi le tasse? Ma nel secondo giorno di sciopero ho cominciato a capire meglio. Il mio amico  mi si avvicina e mi dice che il padrone del locale ora sà che siamo “clienti speciali” e che se vogliamo possiamo avere da mangiare nel retro del locale. Il proprietario? Ed allora ho capito tutta la faccenda comprendendo quanto fosse più complessa di quattro stupidi con dei bastoni.

Tutti gli edifici e le attività commerciali di Leh appartengono ai Ladakini e sono affittati ai mercanti del kashmir ed i ristoratori che provengono per lo più dal sud dell’India o dal Nepal.Qui tutti pagano già le tasse all’India e l’affitto dei locali tranne i Ladakini, gli unici che sarebbero danneggiati dalle nuove tasse.Ecco qual’è il pensiero dietro tutto lo sciopero: “Governo Indiano, tu credi che qui a Leh girino troppi soldi? Bene, allora noi blocchiamo tutte le attività e facciamo tenere chiusa bottega a tutta la città”. Ai Ladakini i mercanti ed i ristoratori l’affitto di sicuro continuano a pagarlo per non perdere la stagione ma senza poter aprire il negozio possono solo perdere soldi giorno dopo giorno. Se il governo vuole colpire i Ladakini loro sono disposti a schiacciare a loro volta tutti quelli sotto di loro per calcare il polso al governo. Ci si rifà sempre sul più debole, ecco la leva.

“Tu mi paghi l’affitto ma tieni chiuso fino a quando al governo non gli passa l’idea di queste stupide tasse.” Se sei il propietario di qualche palazzo e di una decina di negozzi è qualcosa che ti puoi permettere, specie se fai lega con gli altri proprietari ed occupi le cariche pubbliche del governo locale. Da noi sarebbe inpensabile una cosa del genere, anche làddove non vi siano contratti scritti abbastanza forti ci sarebbe intesa cinque minuti dopo aver menzionato un paio di taniche di benzina pronte a riequilibrare questa strana trattativa tra inquilino e proprietario. Qui la maggior parte della gente ha una mentalità maledettamente pacifica ma le legnate volano secche e per molti questi pochi mesi di attività sono il sostentamento di tutto l’anno, ecco perchè accettano rassegnati anche questo sciopero imposto.

Quando vedi un buddista con in mano un legno che si comporta come un mafioso occidentale per una questione di percentuali ti rendi conto che il mondo è tutto uguale. In Italia ci insegnano a scioperare da quando siamo alle elementari, hanno smesso di usare il bastone passando alle lusinghe, puntando sugli studenti e sugli operai, i più stupidi ed i più deboli. Alla fine credo che sia lo stesso di quanto accade qui e che i mandanti siano sempre gli stessi: cani mafiosi che manipolano un paese intero per il proprio interesse.

Continuo a lasciare mance esagerate a quei poveri ragazzi ed ho smesso di prendere di punta i “bravi” locali, se i mandanti sono i padroni della città posso ottenere solo altri guai per i mei amici gonfiandone un paio. Ricchi ladakini, mercanti munsulmani, ristoratori nepalesi, profughi tibetani con passaporto Onu e poveri montanari mischiati con gli opulenti stranieri di tutto il mondo sulla linea di confine tra due potenze atomiche in conflitto. Che strano e complesso scenario abbiamo trovato quassù tra i monti, sono così lontano ma quante cose imparo su “casa” nostra.

Davide “Birillo” Valsecchi

L’ultima bandiera sventola a 6000 metri!!

L’ultima bandiera sventola a 6000 metri!!

Lultima bandiera
L’ultima bandiera

Lo Stok Kangri è una montagna di 6130 metri che domina la valle di Leh, è impossibile non vederla: uno sperone di roccia che regna sovrana incontrastata nell’orizzonte. E’ la montagna principale di queste valli e durante il nostro viaggio nella valle del Marka le abbiamo praticamente girato attorno. Mi ero documentato a lungo prima di partire, durante il periodo estivo è possibile salire verso la vetta lungo un ampio ghiaione sul lato Nord-Est completamente privo di neve. Una salita certamente dura, si tratta sempre di un 6000, ma che non richiede altra prerogativa se non una buona preparazione fisica. Per questo motivo il mio piano originale era riuscire a trascinare lassù anche Enzo.

Una volta giunti a Leh la situazione mi è apparsa decisamente diversa e lo Stok Kangri non si è rivelato il “montagnone stupido” che mi aspettavo. La situazione climatica qui è cambiata radicalmente negli ultimi anni e notostante sia Giugno sono quasi tre settimane che continua a nevicare sopra i 5000 metri e lo Stok Kangri, per via della grande quantità di neve e del pericolo slavine, offre un’ unica via di salita molto più impegnativa e complessa di quella estiva: un ripido canalone sul lato a Sud-Ovest.

Ormai mi ero messo in mente di portare l’ultima bandiera lassù e mi sono dato da fare per organizzare quest’imprevista spedizione. La prima difficoltà è stato trovare qualcuno che mi accompagnasse: le guide che possono acompagnarvi durante l’estate senza neve sono molte, quelle che hanno la capacità, le prerogative e la volontà per farlo con la neve sono invece molto poche.  Io ho avuto la fortuna di incontrare Juma, un ragazzo di 28 anni grande come un armadio, con una bella faccia e due occhi gialli molto intensi. Juma è una delle guide “emergenti” di Leh, ha scaltato molte delle montagne del Ladakh mettendo in curriculum anche un 7000 nella valle del Nubra. Non aveva mai avuto la possibilità di salire lo Stok Kangri con la neve e quando ha saputo in paese che cercavo una guida mi si è presentato alla porta della guest house. Ci siamo visti, ci siamo studiati confrontando le relative esperienze ed abbiamo deciso di provarci.

Se il problema della guida era risolto dovevo fronteggiare quello dell’equipaggiamento: avevo quanto di meglio in commercio per il trekking ma per l’alta montagna e la neve non avevo praticamente nulla con me. Due giorni prima della partenza ho trascinato il povero socio per i bazar di Leh in cerca delle cose che mi servivano, praticamente mancava tutto! Ho trovato una vecchia picozza ed un paio di ramponi presi a noleggio presso un’ agenzia, un piumino arancione, conciato da sbatter via, a prestito da un portatore, un paio di gette bianche uguali a quelle che avevo ad 8 anni ed un paio di pantaloni in finto gore-tex acquistati al mercato dei rifugiati tibetani. Stavo affrontando per la prima volta un 6000, per di più in condizioni climatiche avverse, con un paio di pantaloni contraffatti North Face da 8 euro, il venditore è stato talmente onesto da dirmi che non erano originali ma fatti in Nepal.

Non ho molta esperienza sulla neve, avevo l’equipaggiamento dei puffi e volevo salire un 6000 nel periodo in cui nessuno si azzarda a farlo. Ogni tanto avevo l’impressione di essermi imbarcato in una grossa pirlata piuttosto azzardata ma tant’è che ormai ero in ballo e Juma non vedeva l’ora di partire.

Il giorno della partenza era bel tempo e questo mi aveva rincuorato molto, i tre giorni successivi invece non ha mai smesso di nevicare e questo mi rincuorava molto meno. Con la neve fresca la salita oltre che essere pericolosa sarebbe stata un vero massacro. Juma non era affatto preoccupato, anzi, peggiori diventavano le condizioni atmosferiche e più diventava eccitante per lui la nostra spedizione. Io mi sarei accontentato anche di salire il ghiaione senza neve come fanno tutti!!

La mia tenda era costantemente coperta di neve, faceva un freddo becco ed il cielo era sempre coperto ma nostante tutto mi sentivo molto carico, alla fine l’entusiasmo di Juma era riuscito a coinvolgermi molto più di quanto avessi creduto. Voleva conquistare la cima ed io volevo portarci la mia bandiera. Eravamo una squadra affiatata e per due giorni abbiamo esplorato  il ghiacciaio alle pendici dello Stok Kangri mentre nevicava. Se volevamo andare in cima avremmo dovuto partire in piena notte e per questo motivo ogni dannata notte dormivo nel sacco a pello indossando l’equipaggiamento completo di imbragatura aspettando l’una di notte: il tempo fosse stato bello saremmo partiti di gran carriera.

Ma la notte non smettava mai di nevicare e giorno dopo giorno continuavamo a rimandare sperando in un tempo migliore. L’ultima delle sere a nostra disposizione avremmo provato con qualsiasi tempo giocandoci il tutto per tutto. Non so cosa sia successo, alle volte serve anche un po’ di fortuna, ma proprio l’ultima notte utile tra le nuvole è apparsa la luna piena e con essa anche una magnifica stellata, il cielo è apparso improvvisamente sgombro dalle nuvole ed anche il vento era cessato.

All’una, come due spettri nella notte, Juma ed io, legati in una cordata da due, ci siamo lanciati sul ghiacciaio alla volta dello Stock Kangri. La fortuna ha voluto che la luna fosse piena ed illuminasse quel mare bianco mettendo in risalto le roccie delle montagne a contrasto con il cielo scuro e le stelle. Il candore dalle neve era infranto solo dalle nostre impronte e nel cuore della notte era stupendo vedere la nostra ombra seguire i nostri passi. Era un oceano di quiete bianca e la neve era caduta talmente abbodante che tutti i crepacci del ghiacciao erano completamente chiusi. La temperatura, secondo Juma, si aggirava attorno ai -20 ma non sentivo affatto freddo camminando sul quel manto bianco. Con quella luce magica era uno dei posti più belli che avessi mai visto, camminavo con una serenità ed una felicità difficili da spiegare.Un momento magnifico ed indimentcabile. Nella mente ascoltavo il sassofono di One step Beyond dei Madness e me ne andavo a zonzo a 5500 metri come se fosse la cosa più naturale. Stupendo.

Quando mi sono trovato davanti al canalone la musica era destinata a cambiare e parecchio in fretta: è stato come sentire una puntina che salta su un vecchio giradischi mentre si pianta. “Steepy” è la parola inglese che usando per indicare una salita ripida, in questo frangente significava un vero guaio per il povero Birillo: 600 metri di dislivello in un canalone in piedi come una mano farcito di neve fresca e rocce. Trascurando i 6000 metri di quota significava che ad ogni passo potevi affondare fino al ginocchio nella neve o potevi sentire i ramponi stridere senza presa sulla roccia sotto la crosta bianca. Riuscivamo a fare una decina di passi alla volta prima di essere costretti a fermarci per prendere fiato: 600 metri di dislivello a dieci passi alla volta sono un maledetto calvario.

Nonostante tutto mi sentivo bene, ero ben acclimatato ed ero bello carico mentre affrontavo con decisione quella salita. Tuttavia credo di aver venduto la pelle dell’orso molto prima di averlo anche solo visto perchè ad un certo punto lo Stok Kangri ha deciso di mostrarmi chi realmente comandasse lassù: a circa 5800 metri, a tre quarti del canalone, sono letteralmente crollato in ginocchio aggrappato a due mani alla picozza piantata nella neve, con la testa appoggiata ai polsi annaspavo cercando di capire che diavolo succedesse mentre cercavo disperatamente di pompare aria. Era come guardare una città di notte che si spegne piano piano per via di un black-out. Non funzionava più nulla, ero il pilota di un robot da combattimento completamente in avaria, continuavo a pigiare tutti i tasti a mia disposizione ma non succedeva assolutamente nulla!!

Letteralmente “piegato in due” cercavo di venire a capo di quella strana situazione. Piano piano, concentrandomi, qualcosa ha ricominciato a funzionare, ho ripreso il controllo della respirazione ma non mi riusciva di fare un movimento uguale due volte di fila. Se il mio corpo sembrava “andato” la mia mente, ancora lucida, cominciava a vacillare. Mai sentito così incapace in vita mia!! Ho dato fondo a tutte le mie riserve e mi sono rimesso in piedi per andare avanti al ritmo di dieci passi. Dieci venivano bene ed i successivi dieci erano un disastro. Ma il peggio doveva ancora arrivare!!

Lo so bene, la prima regola è “non toccare la neve con le mani “, quasi riesco a vedere Angelo, Ginetto e tutto il corpo istruttori che scuotono sconsolati la testa. Ho provato ad attenermi alla regola quanto più possibile ma ero abbastanza “incartato” e cercavo di arrabbattarmi come meglio potevo su quel pendio. All’improvviso, come un colpo secco, i miei stupidi guanti da quattro soldi si sono letteralemente congelati ed avevano la ferma intenzione di surgelarmi le dita!!! Le mani mi si erano completamente bloccate, non risucivo a togliermi i guanti ed il meglio che mi riuscisse di fare era picchiarle senza risultato sulle cosce. La sinistra era un vero disastro e non riuscivo più nemmeno a chiuderla. Ho pompato sulle gambe e sono salito più in fretta che potessi: “JUMA!! HELP!! FAST!!”. Juma mi ha tolto in fretta i guanti ghiacciati ed ha cominciato a stringermi le dita riattivando la circolazione. Un dolore terribile, tanto intenso da impedirmi qualsiasi cosa se non annaspare in un grido senza fiato piegato sulle mie mani. Mi sentivo come un bambino impotente mentre riacquisivo la proprietà delle mie dita. Senza l’intervento di Juma credo che tre dita della sinistra le avrei salutate. Da lì in poi ho proseguito con un paio di guanti di lana elasticcizzata (ma asciutti) fino a quando i guanti bangnati, al caldo sotto il piumino, non si sono scongelati. Questa è la stramaledetta conferma che se decidi di abbandonare la poltrona di casa devi avere un equipaggiamento decente ed un buon compagno!!!

Rimanevano ancora quei trecento metri da fare, anche Juma era sempre più stanco ma non eravamo intenzionati a mollare. Ero consapevole di essere ben oltre il mio limite e questo era quello che mi preoccupava di più ma, se quel pendio stava spezzando la mia volontà, scendere a mani vuote e con il morale a pezzi poteva essere anche più pericoloso. In qualche modo, passando da dieci a cinque passi fino a seplicemente a “un po’ più avanti” siamo arrivati in cima: alle 8:25 AM del 9 Giugno 2009 Davide “Birillo” Valsecchi ed il suo compagno e guida Juma erano a 6130 metri, in vetta allo Stok Kangri coperto di neve. Su quella vetta, totalmente distrutto, mi faceva ridere pensare di avere raggiunto il mio primo 6000 quasi strisciando: che totale mancanza di dignità per Birillo, l’alpinista assese!!

Ci nascondiamo al riparo delle bandiere tibetane e del cumulo di sassi su cui sono poste. Queste piccole preghiere di stoffa hanno resistito incredbilmente tutto l’inverno ai rigori dell’Himalaya, hanno veramente qualcosa di magico!! Mangio qualche biscotto ed una sorsata di the e poi mi dedico a quello per cui sono andato lassù. Estraggo dallo zaino l’ultima grande bandiera dei ragazzi di Como, la lego alle altre bandiere e passo la macchina a Juma per qualche foto. Ero troppo cotto per sistemarmi o per cercare qualche inquadratura scenica. Forse è meglio così, sembro uno scappato di casa che ha dormito sotto un ponte ma le foto hanno un sapore autentico, genuine come piacciono a me.

Chi mi conosce lo sà, scendere per me è sempre un casino. Stanco e mal messo si rischia di farsi vermamente male scendendo. Io e Juma ci siamo fatti quasi 400 metri di dislivello scivolando sul sedere controllando la discesa con i ramponi e la picozza evitando i sassi affioranti. Se non fossi stato stremato sarebbe stato anche uno spasso  quello scivolo sulla neve direttamente da 6000 metri di quota!!

Una volta sul ghiacciaio ho inserito il pilota automatico e mi sono femato solo davanti alla tenda al campo base. Dopo tre ore ha ripreso a nevicare forte, giusto per ribadire la sfacciata fortuna di quelle ore di bel tempo. Juma era a pezzi ma strafelice. Che battaglia, alla fine ce l’ho fatta ma quante ne ho prese!!

Avrei potuto vantarmi, in fondo sono il quarto alpinista straniero che riesce a raggiungere la vetta dello Stok Kangri dall’inizio della stagione e questo nonostante già dieci spedizioni abbiano tentato la cima e solo tre, la mia compresa, abbiano avuto successo. Sarebbe la verità ma non come piace a me, medaglie e pose eroiche le lascio agli alpinisti veri. Io mi chiamo Birillo, per metà montagnino e per metà casinista preferisco raccontarvi di come ho raggiunto per la prima volta i seimila metri e come l’abbia fatto, dannazione a me, senza gloria quasi strisciando dopo aver preso da quella montagna una tale serie di calci nel culo da abbassare la cresta per un bel pezzo!! Preferisco raccontarvi di quell’ultima bandiera che  sventola lassù a 6130 metri e che è ciò che mi rende veramente felice ed orgoglioso. Salire fin lassù senza quel pezzo di stoffa sarebbe stato per me solo un atto di vanità e questo non sarebbe un buon motivo per sfidare simili giganti.

Il giorno dopo nella mia tenda mi sono svegliato e mi sono dato un’ occhiata nel riflesso degli occhiali. Tutto arruffato e con il naso arrostito dal sole mi sono detto:«Bene, alla fine, sebbene “alla Birillo”, sembra che tu ce l’abbia fatta anche questa volta»«Grazie, anche tu non eri male, specie quando frignavi per le tue stupide dita mentre io cercavo di salire in quella dannata montagna»«Hai ragione, “qui dentro” quello tosto sei tu ma ora, campione, cercati una doccia. Sei imbarazzante per la comunità per quanto puzzi!!»«Touchè». Sono veramente stanco se riesco a litigare anche da solo!! Credo che sia il momento di scendere a valle, farsi una doccia e cercare una bella birra e magari un bisteccha. Tocca riposare un po’ adesso e godersi un po’ i ricordi. Il ghiacciaio di notte è qualcosa che non dimenticherò!!

Voglio ringraziare pubblicamente lo Stok Kangri, nonostante per mesi lo abbia definito una “mezza calzetta” di montagna ha saputo farsi valere senza farmi la pelle e, alla fine, mi ha concesso d’incoronargli il capo con la nostra bandiera. Sono stato fortunato, ho potuto fare quella salita in una condizione molto speciale, benedetta da un improvviso bel tempo. Sono stato pestato come un barattolo ma solo per godere di un’ esperienza realmente intensa e straordinaria. Possano le preghiere di quell’ultima bandiera posta così in alto essere di buon auspicio per tutti noi!!!

Voglio ringraziare anche quel brontolone di mio padre e tutti i soci e gli instruttori della mia sezione, il Cai Asso: quelle quattro cose che ho imparato e che mi hanno aiutato lassù le devo a voi!! Grazie.

Ps: credo che dopo Simone, il marito di mia sorella che ha fatto un 6400 ed è recentemente assese d’adozione, dovrei essere quello che in paese è salito più in alto. Forse solo Rocco mi batte. La cosa ridicola è che forse anche Enzo, che non era mai salito nemmeno fino al San Primo, ora è piazzato tra i primi dieci!!!

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