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Il Moregallo Slavina. Sempre.

Il Moregallo Slavina. Sempre.

Quella nella foto è il Canale dell’Indiano. La parte alta, quella finale, di uno dei grandi canali che scendono dal Moregallo verso il lago. Non so se sia veramente il suo nome, il lato orientale del Moregallo è povero di toponimi certi, io lo chiamo in questo modo perchè è un tratto si trova alle spalle di quel contrafforte roccioso, visibile lungo la cresta Est che sale da Preguda, presentato in una vecchia cartolina come “la faccia dell’indiano”. Su quella parete, infatti vi è un una sporgenza, un marcato tetto, che rassomiglia ad un “naso” conferendo a tutta la struttura la fisionomia di un profilo dai lineamenti marcati. Il sentiero non si avvicina nè attraversa mai il canale, tuttavia è possibile osservarlo dall’alto – sporgendosi con attenzione oltre il bordo della cresta – prima di giungere alla “Selletta degli Orfani”, l’intaglio roccioso a “V” che permette di scollinare l’anticima del Moregallo a quota 1170m. Il sentiero infatti scavalca e si abbassa sull’altro lato fino alla “Bocchetta di Sambrosera”, per poi risalire nel bosco fino alla pianeggiante cima del Moregallo (1276m). Che io sappia c’è solo una traccia, che ovviamente non è da considerarsi sentiero, che attraversa quel tratto finale del Canale dell’Indiano: il collegamento dal “Passaggio Zeta” alla Cresta Est. Collegamento che avviene più o meno all’altezza della palina per il sentiero “Paolo e Eliana”. Il passaggio Zeta è il “trucco finale” per emergere dal Sentiero del Casotto, una vecchissima linea di salita che inizia mille metri più sotto, sulle sponde del lago. Quello del Casotto è però un sentiero solo di nome, di fatto è una salita “alpinistica” sul paglione quasi verticale attraverso un labirinto di pareti e scogliere. Io fino ad oggi l’ho percorso solo tre volte ed è una salita che non ripeterei nè da solo nè alla leggera. Nella foto che ho deciso di mostrarvi si vede però qualcosa di molto interessante e che mi ha colpito quando, giorni fa, sono salito al Moregallo dopo l’abbondante nevicata di fine anno. Si vede infatti come, a metà del pendio, la neve abbia iniziato a scivolare sul paglione fiondandosi verso il basso dentro l’inghiottitoio del canale. Si vede bene l’erba schiacciata ed incrostata di neve che durante la slavina è diventata il piano di scivolamento. Certo, può sembrare una banalità parlare di come neve, paglione, forte pendenza uniti a quota bassa possano causare di slavine. Indubbiamente. Quello che però è difficile da comprendere è la quantità di neve che viene coinvolta da un fenomeno apparentemente ridotto, comprendere come questa neve diventi una “massa” dotata di una “forza” straordinariamente considerevole. Non è la “grande valanga”, quella spettacolare e terribile che tutti abbiamo in mente grazie a mille filmati, ma un “mix” di neve bagnata e grumosa che diviene una spinta spaventosa e violenta quando infilata a forza dalla gravità dentro un corridoio verticale. Il Canale dell’Indiano, come si è detto, è fuori da qualsiasi itinerario “turistico/escursionistico” tuttavia qualcosa di simile accade su tutto il versante Sud del Moregallo. Il crinale sulla destra orografica della parte finale della Valle Due Pile, per intenderci il pratone che divide la Crestina Osa dal sentiero che sale alla Bocchetta di Sambrosera, è anch’esso completamente slavinato in questi giorni. Dal Basso, da Valmadrera, non si vede nulla di quello che è accaduto. Fa invece abbastanza impressione osservare la faccenda dall’alto, soprattutto sapendo che il sentiero che risale dal fontanino di Sambrosera compie un lunghissimo traverso proprio sotto. Il versante, fortunatamente, è però molto ampio ed il movimento della slavina si disperde e si arresta sulle piante a monte del sentiero. Come per ogni diga resta comunque un gioco di equilibri. Ancora: fino a qualche giorno fa il sentiero della cresta Est era pressoché vergine. Quel sentiero è una salita lunga, con sviluppo e dislivello, “battersela” tutta è decisamente faticoso. Il sentiero della Cresta Ovest appariva invece ben visibile e battuto. Tipicamente è la salita più gettonata perchè sfruttata sia da chi proviene dalla SEV sia da chi risale il sentiero del bosco fino alla “Bocchetta di Moregge” (1108m). Si può seguire il filo di cresta – che in alcuni tratti è vertiginoso sulla valle delle Moregge – oppure si può seguire il sentiero che, a mezza costa, attraversa il grande imbuto ribaltato che è l’erboso tratto finale del Canalone Belasa e dei canali minori che lo circondano. L’altro giorno, appoggiato alla croce di vetta, solo in mezzo alla neve probabilmente in tutta la montagna, ho osservato dall’alto quella traccia e, senza gloria o troppi dubbi, ho deciso di scendere lungo il sentiero da cui ero salito, nuovamente verso Preguda. Certo, era intrigante l’idea di attraversare fino a Pianezzo e magari scendere dalla Forcellina dei Corni. Sarebbe stato sicuramente un bel giro ad anello, neppure troppo impegnativo. Tuttavia c’è un esperienza, che ovviamente intendo raccontarvi, che ha suggerito diversamente. Prima però una considerazione: nei 7 anni che ho trascorso a Valmadrera, sul versante Sud del Moregallo, questa è la prima volta che vedo così tanta neve, soprattutto in questo periodo. Normalmente, negli anni passati, si trascorreva Dicembre e Gennaio arrampicando sulla roccia: certo la mattina all’ombra faceva un freddo cane ma poi, quando nelle belle giornate usciva il sole, la situazione era assolutamente gestibile se non addirittura godibile. La neve, tipicamente, arrivava verso fine febbraio, marzo, inizi di Aprile: nevicava due giorni, a volte uno solo, e giusto una leggera spruzzata per dare un imbiancata, mai oltre i quindici/venti centimetri (una spanna). Spesso iniziava a nevicare la notte, finiva al mattino ed entro mezzogiorno era già tutto scomparso. Il versante sud è così. Quello nord invece è molto diverso, fa più freddo, c’è meno esposizione e la neve resiste più a lungo. Ricordo fantastiche e polverose giornate risalendo dalla Val Cerrina, a volte anche con gli sci. Sul versante Sud invece devi cogliere l’attimo effimero: in molti casi è sufficientemente bello, in altri è decisamente strano, a volte però persino inquietante! Quindi andiamo con la confessione: credo fosse il febbraio dello scorso anno, un venerdì sera inizia a nevicare e così, insieme a Ruggero, decido di mettere in piedi una “scampagnata” nella neve. Aveva nevicato davvero poco ma al mattino non c’era stata la consueta schiarita e la giornata era rimasta cupa ed umida. In cima al Moregallo forse ci saranno stati una decina di centimetri di neve, non di più, fino al fontanino di Sambrosera era però tutto sconsolatamente pulito. Così, visto che la “magia bianca” sembrava sfumata, ho pensato fosse più divertente risalire per il frizzante Canalone Belasa anzichè farsi la noiosa sfacchinata fino alla bocchetta: francamente una delle decisioni più stupide mi sia capitato di prendere! Per chi non lo sapesse il Belasa è un canalone roccioso, con alcuni salti anche importanti ma protetti da catene, che da Sambrosera risale verso la vetta fin quasi ad incrociare la Cretina OSA prima dei due tratti finali e del ponte di roccia. Ci si può sbizzarrire arrampicando qua e là ed in passato, durante le estati in cui ero decisamente meno pigro, lo percorrevo tutto prima di cena come dopo-lavoro. Il canale è però, fondamentalmente, un grosso intaglio tra due creste di roccia ed erba con una pendenza tra i 50 e 70 gradi di inclinazione. Sia chiaro, un pendio innevato, la cui inclinazione è superiore ai 30 gradi, è potenzialmente pericoloso, tuttavia quella mattina, nonostante avesse nevicato e la cima del Moregallo apparisse imbiancata, di neve ancora non ne avevamo vista… Solo giunto alla base di Pilastri si è mostrata, ma era sui cinque centimetri, dieci al massimo. L’unico impiccio che sembrava causare era quello di dover pulire le prese giocando sulle rocce del canale: nessun pericolo percepito o percepibile. Dopo aver superato i Pilastri la faccenda è però decisamente cambiata: forse non aveva nevicato molto, ma tutta la neve che era caduta sembrava intenzionata a scendere nel canale! La neve, che era diventata fradicia e pesante, era anche notevolmente aumentata ammassandosi: quando ti serviva una presa dovevi iniziare a scavare. I salti più alti non erano un problema, erano praticamente puliti, erano tutti gli altri passaggi “minori” ad essere diventati complicati. Oltre a questo il vero e concreto problema erano le slavine! Le più grosse erano fortunatamente già scese, partite da altezza impensabili sopra il canale erano piombate verso il basso tirandosi dietro una quantità di neve spropositata per la nevicata che era stata. Dei piccoli mostri che rendevano impossibile non percepire l’instabilità diffusa del momento: era come se una pioggerellina avesse creato un alluvione raccogliendo acqua in ogni dove. Intendiamoci, la mia ansia non era certo quello di finire sepolto dalla neve, il problema è che se una di quelle cose ti centra ti butta di sotto e rischi di farti seriamente male anche senza passar giù dai salti più grossi. Lì per lì avrei dovuto girare i tacchi e tornarmene indietro (e sarebbero stati zero problemi), tuttavia l’istinto è stato quello di portarsi a monte del problema (ma è stata una puttanata). Così abbiamo continuato: la neve è diventata sempre peggio, siamo diventati sempre più lenti, traversare in alto per tirarsi fuori passando sopra i canali è stato piuttosto agghiacciante. Quindi sì: neve, paglione, forte pendenza, quota bassa, esposizione a sud ed influsso del lago sono un mix decisamente sconsigliato, anche con quantità apparentemente ridicole di neve! La cosa ancora più ironica è che solo 24 ore più tardi la neve era completamente sparita: noi eravamo proverbialmente nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Quindi no, e lo scrivo più per me che per voi, i canali del Moregallo non sono fattibili in inverno con la neve. Hanno tutti un imbuto erboso sulla sommità e caratteristiche climatiche che rendono impossibile – più che effimere – le giuste condizioni. Sul versante Nord-Ovest ci sono per lo meno tre canali con salite alpinistiche (Masciadri, Mandelli, Ricci), ma tutta quella zona è decisamente un altro capitolo, non meno agghiacciante e con caratteristiche ben specifiche. L’altro giorno mi sarebbe piaciuto avere con me il picozzino che avevo preparato ma poi pigramente lasciato a casa. Oggi, ripensandoci, è stato meglio così: perchè se te lo tiri dietro finisci per usarlo e la lezione di fondo, almeno per me, è che le picche al Moregallo è meglio usarle sull’Erba che sulla neve! Per quanto mi riguarda – e per l’esperienza fatta – “inseguire la bianca” da quelle parti è una pessima pensata. Se c’è neve sul Moregallo salgo dalla Cresta Ovest (se ho abbastanza benzina e voglia per batterla tutta!). Oppure posso fare la cresta Est, evitando il sentiero e scendendo poi verso Preguda (bel giro ad anello fatto più volte a fine inverno). Se però dopo la nevicata c’è stata una bella schiarita e vento da Nord devo fare attenzione al ghiaccio nei passaggi più esposti sul limite della cresta. Se il limite della neve è sopra la parete Nord allora posso anche salire dal sentiero del 25° OSA: è una bella sgambata ma piacevole se non ci si perde. Purtroppo non ho mai visto la neve più in basso e, nei traversi sopra la cava, non ho idea cosa possa cambiare. Diversamente, per evitare guai, conviene andare ai Corni dove la neve ha un suo ciclo vitale indubbiamente breve ma comprensibile. Conviene tornare al Moregallo solo quando la neve se ne è andata e questo, contrariamente a quanto avviene adesso, normalmente richiede di pazientare giusto 12/24 ore…

Davide “Birillo” Valsecchi

“… i vecchi iniziano a dare buoni consigli quando non possono più dare il cattivo esempio” (Cit.)

  • Canalone Belasa Febbraio 2019

  • Dalla Cima del Moregallo 2021

  • Canali Orientali Moregallo

Duemila e Ventuno

Duemila e Ventuno

C’era una volta un uomo ridotto in estrema miseria. Era un devoto del patriarca taoista Lu Dong-pin e lo pregava con grande fervore; così il santo scese sulla terra per aiutarlo. Arrivato a casa sua e visto che era senza alcuna risorsa decise di aiutarlo. Il santo puntò il dito su una pietra che era nel cortile e quella si trasformò subito in oro splendente. «Vuoi quell’oro?» chiese il santo al povero. L’uomo fece un profondo inchino e rispose: «No, non lo voglio». Il santo taoista era tutto contento e disse: «Se tu sei così sono pronto a insegnarti la grande dottrina del Dao». L’uomo disse: «No, quello che voglio davvero è il tuo dito».

Vertigo2019

Vertigo2019

Hai schiodato? Certo: tutto! Quando me lo dice è ancora incerto, forse dubita della mia reazione, ma è solo un sorriso compiaciuto quello che spunta sul mio viso: “2 words, 1 finger”. Sono abbastanza lieto di annunciare che tutte le vie aperte dai Badger negli ultimi anni sul Moregallo sono state schiodate …da noi! Ce la cantiamo e ce la suoniamo tra noi, mentre fuori il mondo si fa disperatamente i cazzi suoi. L’arrampicata è ormai svenduta “prêt-à-porter”, quindi da noi abbiamo tolto dalle nostre vie persino i pochi “stacchetti” che erano stati lasciati. Qualcuno, comprendendone il senso, apprezzerà la cosa. Gli altri avranno solo un ulteriore motivo per tenersi adeguatamente alla larga.

Detto questo non resta che fare l’annuale resoconto delle attività svolte nella “Moregallo Natural Climbing Area”, riserva indiana di un’ analogica tribù cannibale. Quest’anno non sono stato particolarmente in forma ed ahimè ho dovuto passare spesso la mano ad alcune salite del gruppo. Tuttavia, nonostante tutto, nonostante sia apparentemente un anno alpinisticamente magro – ma fortunatamente solo per me – si è fatto comunque significativamente molto, sia nella Valle due Pile che nei settori Orientali del Moregallo. 

Pilastro Charlie Patton

Siebenundfünfzig

La Fessura dell’Albero

Canale Nord

Normale Torre Manzoni

Kora del Moregallo

Kora del Moregallo

“Hey capo dove andiamo questo sabato?” Nicola, da quando Bruna è di nuovo incinta, è diventato la mia guardia del corpo e mi accompagna ormai da mesi a “batter passi” in montagna. Io e lui andiamo d’accordo e Bruna è più tranquilla perchè, quando sono con lui, evito di infilarmi volontariamente nei guai. “Senti Niky, ti andrebbe di fare un giro al Moregallo? Niente di complicato, ma sento il bisogno di fare due passi lassù”.

Negli ultimi dieci giorni la naturale solitudine del Moregallo è stata scossa dall’inquietudine. Ora che è tornata la quiete, ora che è di nuovo silenzio, volevo salirci per riflettere con calma: lo scorso Lunedì, a metà Ottobre, un ragazzo nativo di Trieste si è avventurato sul versante Orientale, purtroppo senza fare più ritorno. Quando sono iniziate le ricerche non ho potuto ignorare la cosa. I tecnici del Soccorso Alpino del Triangolo Lariano, impegnati in quelle zone tanto impervie e difficili, sono miei amici, spesso da decenni. Conosco quei luoghi ed parte i parte dei suoi segreti come pochi altri: negli anni ho raccolto foto, rilievi ed informazioni che era prioritario condividere con i soccorsi. Esplorando le scelte di una persona finisci per conoscerla: più cose scoprivo su questo ragazzo, più sentivo crescere l’affinità nei suoi confronti. Per questo, nonostante io sia un “civile”, ho avuto la possibilità di collaborare nell’imponente attività di ricerca – probabilmente senza precedenti sul Moregallo – condotta dal Soccorso Alpino, dai Vigili del Fuoco e dalla Guardia di Finanza. Certamente non è questo il momento o lo spazio per scendere nei dettagli, ma non posso che provare rispetto per questo ragazzo ed il suo romantico proposito di realizzare una nuova linea di salita in quel versante quasi inesplorato. Allo stesso modo non posso che esprimere stima e gratitudine a tutti i tecnici che hanno permesso di ritrovare questo ragazzo, di ricostruire, per quanto possibile, la difficile e tragica salita che con coraggio aveva intrapreso. Una storia importante, che andrà compresa e ricordata. Ma, come ho già detto, non è questo il momento o il luogo.

«Il mare non fa mai doni, se non duri colpi, e, qualche volta, un’occasione di sentirsi forti. Ora io non so molto del mare, ma so che qui è così. E quanto importi nella vita, non già di esser forti, ma di sentirsi forti, di essersi misurati almeno una volta, di essersi trovati almeno una volta nella condizione umana più antica, soli davanti alla pietra cieca e sorda, senza altri aiuti che le proprie mani e la propria testa.» Primo Levi – Carne dell’orso

Nel 2015, nel canalone che si innalza tra le due gallerie, è stata ritrovata una lapide infissa sulla base della parete che si impenna sul versante sud di quell inquietante canale. La lapide commemora due ventenni, uno originario di Trieste ed uno di Udine, che il 23 Settembre del 1931 persero la vita tentando la salita di quella parete che, a distanza di quasi 90 anni, resta tutt’oggi inviolata. Per la maggior parte degli “indigeni” il Moregallo è una montagna che “non piace”, tuttavia credo che i Friulani provino un’istintiva ed irresistibile attrazione per quelle pareti inviolate, spesso buie e coperte di vegetazione, che precipitano nell’azzurro del lago. Forse non è un caso che l’alpinismo del territorio lecchese, blasonato oggi nel mondo, abbia avuto origine soprattutto grazie all’intraprendenza ed allo slancio verso l’ignoto di un giovane ragazzo friulano. Un ragazzo di nome Riccardo che si era trasferito qui giovanissimo, proprio in cerca di lavoro.

Il Moregallo, nei suoi 1200 metri di altitudine, è una montagna forse piccola ma labirintica, selvaggia e ribelle nei suoi mille metri pieni di prominenza sul livello del lago. La sua natura cambia, senza mai addolcirsi troppo, nei suoi tre versanti. Quello a Sud è soleggiato, il bosco lambisce torri, pilastri, guglie e creste che raramente si innalzano oltre i cinquanta metri ma che sono quasi sempre verticali quando non strapiombanti. Questo versante è quello relativamente più antropizzato, l’unico dei tre che offre numerosi sentieri d’accesso adatti anche agli escursionisti. E’ qui che si innalza la famosa Cresta GG.OSA, aerea linea di roccia su cui si sviluppa l’omonima e celebre via d’arrampicata. Il lato Nord è invece caratterizzato dalla buia Valle Inferno che, con le sue forre, si abbatte verso il lago. Un luogo in cui i sentieri sono scarsi, quasi mai segnati. Una valle frequentata per lo più da esperti di Canyoning e che concede poco o nessuno spazio all’escursionismo. Il Versante Orientale è invece la “frontiera”, probabilmente uno dei luoghi più misteriosi, sconosciuti ed ostili sia del Triangolo Lariano sia del Lecchese. Uno spazio che si estende per oltre quattro chilometri di costa innalzandosi per mille metri, uno spazio ampissimo che offre un solo ed unico sentiero ufficiale in grado di raggiungere la vetta dal lago: il 50°OSA. Oltre a questo sentiero solo due tracciati – storici, impervi, dimenticati e pericolosi – solcano il versante: il Sentiero del Costone ed il Sentiero della Teleferica. Il resto è un labirinto di canali e grandi pareti circondate da prati verticali ed affioramenti rocciosi. La Parete Nord, la Parete del Tempo Perduto, il Corno di Braga, lo Scoglio dei Giardini di Maggio: strutture imponenti, spesso tenebrose, su cui sono state tracciate temibili e temute vie d’arrampicata. Ma nonostante l’esplorazione ci sono ancora pareti, spesso impressionanti, che non hanno nè un nome nè vie. Pareti che richiedono significativo sforzo alpinistico solo per per poterne raggiungere la base. Esistono cenge e terrazzi in cui nessuno ha mai messo piede, e forse nessuno giungerà mai. Questo è il versante in cui il ragazzo di Trieste ha tentato la sua salita.

«Non importa quanto stretta sia la porta, quanto impietosa sia la vita. Io sono il padrone del mio destino: Io sono il capitano della mia anima.» Invictus – William Ernest Henley.

Il Moregallo inizia appena oltre il mio cancello di casa. Nei miei ricordi si affollano gli istanti di intensa ed incerta solitudine vissuti in quegli sconfinati spazi verticali. Spazi in cui alpinismo ed arrampicata perdono importanza, spazi in cui tutto si riduce ad un cuore che respira in un labirinto verde a strapiombo sull’azzurro del lago. Oggi, oggi che sono diventato padre, non ho più la forza mentale o la volontà necessaria per sostenere da solo tali difficoltà o incertezze. Una strana commozione, quasi  nostalgica, permea il ricordo, fuori dal tempo, di quegli istanti di vita lassù. Ora io non ho critiche per questo ragazzo, il senno di poi non ha mai affrontato il Moregallo con la sua stessa determinazione. Il senno di poi non è mai giunto dove è giunto lui solo. Avrei voluto conoscerlo, dargli qualche dritta, ascoltare la sua storia al suo ritorno. Avremmo potuto essere amici.

«Kora è una parola della lingua tibetana che significa “circumambulazione” o “rivoluzione”. Per Kora si intende il pellegrinaggio meditativo nelle tradizioni del Buddhismo tibetano e del Bön. Il praticante esegue un Kora facendo una circumambulazione intorno a un sito o un oggetto sacro»

Ci sono cose in cui non sono affatto bravo. Nonostante l’età ed i lutti non sono in grado di gestire, nemmeno con le parole, il grande mistero che attende tutti noi. Funerali, commemorazioni, condoglianze: niente di tutto questo mi riesce bene. Tuttavia credo ci sia qualcosa di profondamente umano nel rito, spesso personale, con cui dobbiamo sforzarci di lasciar andare i caduti. Così, accompagnato da Nicola, sono sceso in spiaggia ed ho infilato in tasca un piccolo ciotolo prima di salire lungo il 50° Osa. Il Moregallo ha infatti un’ultima caratteristica che lo rende una montagna speciale: i suoi versanti sono selvaggi, spesso brutali, mentre la sua cima, erbosa e piana, è un luogo permeato da un’irreale senso di pace. Quando il cielo grigio d’autunno si confonde con il silenzio solitario, con il vento del lago, si possono osservare le Grigne, l’arco alpino svizzero, la grande parete Est del Monte Rosa, il lontano Monviso. Ci si può sdraiare sull’erba e lasciare che tutti gli affanni umani, che vibrano nella sottostante pianura che porta a Milano, scompaiano in una quiete immobile e trascendente. Lassù, sul limite degli alberi, vicino alla piccola madonnina che sorveglia la valle, ho portato dalla spiaggia quel piccolo ciotolo: compensazione per quella “cima” che è tristemente mancata.

Questo è quello che posso raccontarvi sul Moregallo. So che Matteo, questo è il nome del ragazzo di Trieste, provava ammirazione per un grande alpinista del passato. Credo sia giusto chiudere questo piccolo racconto, che forse inevitabilmente è diventato una commemorazione, proprio con una frase di questo incredibile esploratore. «L’alpinismo è un’attività sfiancante. Uno sale, sale, sale sempre più in alto, e non raggiunge mai la destinazione. Forse è questo l’aspetto più affascinante. Si è costantemente alla ricerca di qualcosa che non sarà mai raggiunto.» (Hermann Buhl).

Davide “Birillo” Valsecchi

Matteo Sponza.
Trieste: 17 Ottobre 1987  – Moregallo: 14 Ottobre 2019


Kora del Moregallo: Salita lungo il Sentiero (EE) 50°OSA. Breve deviazione sotto la Parete del Corno di Braga. Cima risalento lungo la cresta Nord. Discesa lungo la Cresta Sud Est, lungo il “Sentiero Elvezio”, sentiero dedicato alla memoria di Elvezio Dell’Oro, pioniere dell’alpinismo locale, caduto sulla Torre Trieste nell’agosto del 1958.

A spasso con la Nana

A spasso con la Nana

«Oggi sono un uomo più saggio di quanto fossi ieri. Sono un essere umano, ed un essere umano è una creatura vulnerabile, che non può assolutamente essere perfetta. Dopo la morte, ritorna agli elementi, alla terra, all’acqua, al fuoco, al vento, all’aria. La materia è vuota. Tutto è vanità. Noi siamo come fili d’erba o alberi della foresta, creature dell’universo, dello spirito dell’universo, e lo spirito dell’universo non ha né vita né morte. La vanità è solo ostacolo alla vita»
Sōkon “Bushi” Matsumura

Canale Nord

Canale Nord

In cima alla Torre Manzoni volevamo scendere sull’altro versante, quello nord, lungo l’evidente canale che, dalle sponde del lago, risale quasi “a cavatappo” il crinale nord della Torre. Tuttavia dell’alto era abbastanza difficile valutare se ci fosse la possibilità di attrezzare punti di calata o la possibilità di uscire verso il “sentiero della scala”. Così decidemmo di calarci sul lato sud, ripercorrendo la via di salita e sfruttando le grosse piante presenti. Non ultimo, per quanto mi riguarda, il lato sud era ormai noto ed illuminato dal sole, quello nord ingoiato dall’ombra e dalle incertezze. Tuttavia il “tarlo” di scoprire cosa ci fosse in quel canale non lasciava in pace la curiosità di Mattia, curiosità che è diventata incontenibile quando abbiamo scoperto che quel canale era stato risalito da Gianni Mandelli nel lontano 1981. Gianni infatti ci ha raccontato di come in quell’anno una scarica di sassi colpì ed uccise uno sfortunato automobilista che percorreva la vecchia strada costiera. Così il prefetto chiese all’allora sindaco di Valmadrera di mandare una squadra di rocciatori per disgagiare i sassi pericolanti: più o meno, in modo artigianale, quello che hanno fatto recentemente i rocciatori professionisti per i distacchi della superstrada SS36 sull’altro lato del lago. Dopo la frana ci fu il devastante incendio della raffineria e tutta la zona fa abbandonata per anni.

Oggi la vecchia strada, con le nuove gallerie, è abbandonata, invasa dalle piante e dalle macerie. I vecchi ponti sembrano in buono stato ma è un po’ inquietante pensare a come vengano ripetutamente colpiti dai massi caduti dall’alto. Lo stesso vale per le gallerie. Ad accentuare quella strana sensazione da “Zona Morta” si aggiungono i murales dipinti con lo spray sulle parte e l’incuria generale che avvolge ogni cosa di quella terra abbandonata. “extra mundo”: onestamente, sotto questo aspetto, è un posto magnifico.

In realtà, con uno sguardo un po’ più attento, la “Zona Morta” è molto più animata di quanto sembri. Oltre ad un ricovero per capre e “Smuggler”, sulle pareti a precipizio sul lago è pieno di “fix”. Quella zona abbandonata è infatti spesso utilizzata come campo d’addestramento per i gruppi speleo (sia locali che Milanesi) che qui insegnano ai neofiti le manovre base di calata e risalita. Anche la base del Canale Nord è stata attrezzata in questo modo. Tuttavia superati i 30 metri ogni segno del trapano scompare. Due anni fa, in una serata dopo lavoro, avevo provato ad alzarmi oltre. Tuttavia il canale si era difeso con grandi salti rocciosi verticali, impossibili da superare da solo e senza corda. Anche Mattia aveva fatto diversi sopralluoghi in solitaria, ma anche lui aveva dovuto desistere. Il “tarlo” però non aveva mai smesso di agitarsi.

Così qualche giorno fa Mattia e Ruggero si sono organizzati per una “Punta Esplorativa”, rubando un termine speleo, più massiccia. Insieme non solo hanno risalito il canale ma hanno anche ritrovato i chiodi lasciati, ormai quarant’anni fa, da Gianni Mandelli.

Il nostro piccolo gruppo, in modo irriverente ma assolutamente bonario, ha preso l’abitudine di intonare una buffa canzoncina ogni volta che abbiamo la fortuna, ma anche la capacità, di inseguire le gesta del “Mucchio Selvaggio”, il leggendario gruppo Valmadrerese di Gianni negli anni 70. La canzoncina è una specie di coretto da stadio in cui scandiamo in modo ritmato, quando possibile anche battendo le mani, il nome di Gianni: è una canzoncina assolutamente divertente nella sua infantile semplicità (sembra la sigla di un cartone animato anni ‘80). Credo poi ci piaccia perchè è una specie di tributo e perchè cantare in mezzo ai guai, con i compagni di cordata, è qualcosa di assolutamente speciale. Quando Mattia e Ruggero risalivano il Canale io ero al lavoro a Lecco e così, i due, mi telefonavano per aggiorarmi sui loro progressi e per farmi il coretto con la canzone di Gianni. Adorabili Bastardi!! Hehehe

“Già! Già! Già! Giannimandelli! Già! Già! Già! Giannimandelli!”

Quindi io non c’ero e posso solo riportarvi quanto mi ha scritto Mattia via “whats’Up” aggiungendo poi varie foto. “Si,mancavano 50 di misto erba per arrivare alla selletta dove siamo arrivati l’altra volta ma veniva tardi oltre a dover attrezzare la sosta, quindi siamo scesi in doppia. La prima su Carpino Bianco 50m. Poi chiodo Gianni 30m, poi sosta Gianni 50m e usciti dal canale su traccia animali per scendere alla vecchia strada. Dimenticavo ultima doppia da 30 su sasso dove c’è il chiodo di calata piegato. Un ambiente spettacolare dietro casa…”

Dall’origine del Mondo solo in due occasioni questo canale è stato risalito dagli esseri umani. Questo è tutto ciò che sappiamo su quell’angolo di mondo, abbandonato in una terra abbandonata. Tutto dietro casa, alla faccia degli “esperti” che vanno raccontando che l’esplorazione sia finita da un pezzo!

Davide “Birillo” Valsecchi

Moregallo Raffineria ILSEA

Moregallo Raffineria ILSEA

La roccia del versante Sud della Torre Manzoni, salita domenica scorsa con Mattia e Ruggero, è tale da rendere incredibile l’assenza di ascensioni precedenti. Per questo motivo ho ulteriormente investigato negli archivi storici se qualcuno ci avesse preceduto. Così ho contattato Gianni Mandelli, una delle più figure più autorevoli ed esperte nei territori dell’Isola Senza Nome. Gianni mi ha raccontato di aver percorso nel 1982 quella cresta, risalendo dal canale a Nord della Torre ed effettuando dei disgaggi per mettere in sicurezza la strada sottostante. All’epoca le nuove gallerie non esistevano ed una frana aveva causato la morte di uno sfortunato automobilista che vi si trovava a passare. In quell’occasione era intervenuto il Prefetto ed il Sindaco di Valmadrera aveva chiesto aiuto agli alpinisti locali per l’opera di bonifica.

Tuttavia la faccenda non mi era ancora chiara: perchè uno come Gianni, che è stato quasi ovunque sull’Isola, era stato da quelle parti solo un’unica volta nel corso degli anni? Alla mia domanda il buon Gianni, armato di grande pazienza, mi ha risposto come si fa ad uno che non conosce la storia di base : “Il motivo del perché nessuno è mai salito in quella zona è semplice: laggiù è successo di tutto. Prima la raffineria, poi la frana, l’incendio, la successiva bonifica, poi una nuova frana nella zona bassa, un altro morto su una ruspa e per finire l’interdizione dell’area perché zona di collaudo dei motoscafi della finanza.” In effetti tutta la faccenda era un inedita scoperta per me, all’epoca degli accadimenti infatti avevo sei anni e vivevo sull’altro lato dell’Isola, sul versante Nord della Vallassina. Non c’era modo di conoscere questa storia. Tuttavia spesso è sorprendente quello che gli “anziani”, nel senso più rispettoso e tribale del termine, danno per scontato e che invece i giovani ignorano completamente: la memoria è un patrimonio da tutelare e tramandare.

Ora tutta quella zona è pressoché abbandonata, tuttavia volevo saperne di più. Quindi ho iniziato una piccola nuova ricerca storica, aiutato in modo provvidenziale anche del Guerra. Il mio omonimo mi ha infatti diretto su una pagina FaceBook dove trovare molte delle informazioni che cercavo: LeccoDiUnaVolta.

Qui ho trovato immagini d’epoca ma anche un breve riassunto della storia dell’Ilsea, della frana, della galleria e, purtroppo, dei morti che ci sono stati. Il testo è di Ebe Buzzi.

La raffineria ILSEA (Industria leganti stradali e affini) venne fondata dopo la seconda guerra mondiale, nel 1948, da un gruppo di soci: Ugo Ratti, Piero Biacco e Carlo Boatti. Questi rilevano tutta la zona di terreno tra la montagna e il lago, dove allora sorgeva soltanto una vecchia fornace di calce. Inizialmente la raffineria occupa un limitato spazio di terreno, tra la strada statale per Bellagio ed il lago: le sue prime cisterne per il greggio sono i rimorchi dei camion Dodge, comprati come residuati bellici. La raffineria all’inizio arriva a stento a processare 100 quintali di greggio ma ben presto inizia a crescere e ad occupare tutto lo spazio disponibile, arrivando a ridosso della montagna. Nonostante la strada stretta e dissestata, da cui passavano anche 200 autotreni al giorno prima della costruzione dell’oleodotto, l’azienda fiorisce. Nel 1964, all’apice della sua crescita, l’ILSEA viene collegata all’oleodotto che da Genova arriva fino a Ingolstadt, in Germania. La lunghezza dell’oleodotto era tale che il primo carico che lo attraversò, oltre 30.000 litri di greggio indirizzati proprio all’ILSEA, servirono a malapena a riempire l’oleodotto stesso! Durante gli anni ‘70 però l’azienda entra in crisi. Le crisi del petrolio si succedono e il prezzo del greggio si decuplica in appena dieci anni. Boatti si trova ad essere unico proprietario di un’azienda in crescente perdita. Alla fine del decennio l’ILSEA è spesso in cassa integrazione e le cose sembrano andare sempre peggio: il greggio scarseggia e procurarselo, anche a costi elevatissimi, diventa sempre più difficile, mentre le tasse mangiano i già scarsi ricavi. Nonostante la situazione ormai agonizzante, la fine della ILSEA è improvvisa e tragica: un incendio scoppia attorno alle 21.00 del 26 settembre 1981. Le cause non furono mai chiarite, probabilmente si trattò di un problema interno, forse un cortocircuito. Nell’incendio del 26 settembre persero la vita due lavoratori, Giacomo Corti e Roberto Dell’Oro, di soli 20 anni: il fuoco divampò per tutta la notte e si estese a tutti i serbatoi, inclusi quelli a ridosso della montagna, nonostante gli sforzi dei Vigili del Fuoco. La strada viene chiusa immediatamente, mentre alla fabbrica viene dato ordine dal Comune di svuotare e smantellare i serbatoi e di rimuovere tutto il materiale infiammabile. I serbatoi sono molti e il fabbro impiega diversi mesi a rimuoverli completamente. La strada, ormai tornata sicura, viene riaperta nel maggio dell’anno successivo.

Ma la vicenda della strada per Bellagio si complica: poco prima dell’incendio, il 18 luglio 1981 uno smottamento provoca la caduta di alcuni sassi e la morte di un uomo, schiacciato nella sua auto. La strada rimane quindi chiusa per alcuni giorni e in seguito si decide di fornire maggior protezione ai veicoli che la percorrono. L’ANAS sceglie di costruire un’ “avan-galleria” che ripari da eventuali frane il tratto di strada immediatamente accanto all’ILSEA. I lavori sono interrotti in seguito all’incendio del 26 settembre, ma già in ottobre il costruttore, Paride Cariboni, ottiene una deroga e può continuare a lavorare, sebbene la strada resti ufficialmente chiusa al traffico. Quando la galleria è ormai quasi pronta per essere inaugurata l’impresa Pensa, che sta lavorando sul sito, si accorge che qualcosa sul monte non va. Ci sono scosse e smottamenti che lasciano presagire un’altra frana e la strada viene chiusa, il 18 gennaio 1983. Appena in tempo: dopo pochissimi giorni c’è un enorme crollo nel tratto antistante la galleria, che blocca ogni possibile accesso. Cosa era successo? L’eredità dell’incendio dell’ILSEA si era infine fatta sentire: la montagna calcarea, formata al 90% da carbonato di calcio, era stata “cotta” dalle fiamme dell’incendio e successivamente allagata dagli acquazzoni dell’autunno. Quello che si produsse fu qualcosa di molto simile alla calce viva: la pietra si sciolse con grandissima facilità, e franò rovinosamente a valle. Sebbene non vi fossero state vittime, la frana sommerse quel poco che restava della raffineria, inclusi i materiali che durante lo smantellamento era stato possibile recuperare ed erano pronti per essere riciclati.

Normale Torre Manzoni

Normale Torre Manzoni

Attraversando il ponte Kennedy appare evidente nel profilo all’orizzonte del Moregallo orientale una torre che svetta in una cresta che declina verso il lago. La torre è nella zona della prima cava, a ridosso del primo tratto di gallerie abbandonate. Tutta quella zona, da “Passo400” al “Crinale della Teleferica” sono da lungo tempo la mia personale frontiera. Prima di scoprire che Bruna fosse incinta, due estati fa, mi ero avventurato in quella zona risalendo da solo il primo canale da sud, quello in cui precipitano i vasi di plastica che il vento spinge nell’abisso dalla Chiesetta di San Isidoro al Sasso Preguda. La mia salita, per quanto mi è dato sapere, è una delle pochissime – forse addirittura l’unica – esplorazioni alpinistiche di quella parte del Moregallo. Avrei voluto spingermi oltre, raggiungendo i canali più a nord sopra la cava, ma oggi non ho più la preparazione nè la determinazione per affrontare da solo quel labirinto. Tuttavia quella torre, giorno dopo giorno, continuava ad osservarmi attraverso le finestre dell’ufficio, mentre io ne ammiravo il cambiare delle ombre nelle ore del mattino, prima che il sole scomparisse dopo mezzogiorno lasciando in ombra tutto il versante. La mattina, prima del lavoro, mi ero spinto spesso verso l’Orsa-Maggiore armato di teleobiettivo per studiare il mio rebus: come raggiungere la base della torre? Valutando le varie prospettive avevo stilato un “piano d’azione”, tuttavia i tempi per le mie solitarie sembrano finiti ed avevo bisogno di formare una squadra di “incursori” per un sopralluogo. Per raggiungere la torre è necessario infatti superare uno zoccolo fatto di canali, placche e paglione decisamente insidioso: in quegli spazi entrare non è così scontato, così come non lo è riuscire ad uscire. “Per la torre serviranno delle ballerine, ma in basso ci servono dei picchiatori”. Mentre osservavo le foto il mio pensiero era ormai chiaro: “Abbiamo bisogno di Mattia”. Già, Mattia è una specie di “tasso leggendario”, quello che nella “serie televisiva” non si vede spesso nella formazione ufficiale, ma che appare quando la “puntata” si fa davvero impegnativa e risolve la situazione. Mattia è come il Kraken, la mitologica creatura degli abissi, «Molto, molto al disotto nel mare abissale il suo antico, indisturbato, sonno senza sogni dormiva il Kraken […]». Svegliare il Kraken significa affrontare la sua incontenibile e travolgente furia: “Mattia non si ferma nè torna indietro (ahimè!!)”. Così gli ho mandato due foto, insieme allo schizzo delle linee di accesso alla torre ed il mio piano per un prudente sopralluogo. La sua risposta è stata come sempre entusiasta e spaventosa: “Andiamo! Ma non alla base: in cima!!”. I tassi più giovani, coinvolti nella questione “Torre Manzoni”, erano piuttosto stupiti: ”Come in cima? Non sappiamo ancora nulla e lui vuole salirla in giornata?”. Arrampicare con Mattia significa trovarsi tra l’incudine ed il martello, la sua grande capacità è un arma a doppio taglio. “Suvvia, vedrò di provare a contenerlo.” Avevo risposto loro divertito. “Ma mettetevi in testa che non sarà una passeggiata”. Forse devo averli spaventati perchè, la mattina dell’appello, si è poi presentato solo Ruggero che, per la cronaca, nonostante abbia già aperto un paio di vie con Josef parteciperà alla sua prima lezione di un corso AR1 del CAI solo il prossimo week end (questa cosa mi diverte un sacco).

Equipaggiamento NDA, cinque chiodi a testa, fittoni da terra e chiodi lunghi ad U. Set completo di Dadi e Nat. Cordini, fettuce, canapo d’abbandono e due mezze corde da 60 (quelle belle, per le grandi occasioni). “Leggeri e veloci, ma equipaggiati pesante per ogni evenienza”. Mattia, Ruggero, io ed il Jet Lag per il cambio dell’ora. “Okay, proviamo di qui!” Ci imbraghiamo ed iniziamo a salire slegati. Risaliamo per canali e placche invase dal paglione e, nella nostra risalita, troviamo tracce di vecchi muretti a secco: testimonianza di come queste terre dimenticate un tempo fossero assiduamente frequentate per il pascolo e la legna. Il paglione ci permette di salire ma per la discesa, con il blu del lago prepotentemente oltre l’abisso, servirà ben più che passo fermo e presa buona. Tuttavia buona parte delle difficoltà che temevo di incontrare trovano quasi autonomamente soluzione e, prima del previsto, ci troviamo alla base della torre. Lo scenario che ci circonda è straordinario, probabilmente uno dei più suggestivi di tutta l’Isola Senza Nome. La Torre Manzoni ricorda in modo curioso il terzo Magnaghi in Grignetta, ma sopra la placca che ne segna la base si innalza un diedro che rimonta fino alla sommità.

Io e Mattia iniziamo a discutere sul da farsi. Lui vorrebbe attaccare dritto per dritto, aggirare la placca strapiombante sulla destra e traversare fino al diedro e quindi verso la vetta. I miei piani per una sicura esplorazione erano andati a farsi benedire: dovevo trovare una valida alternativa ad uno scontro diretto con la torre. Io fisicamente sono ancora tutto fuorchè affidabile, c’è la possibilità che ceda all’improvviso oltre ad avere uno scarso margine operativo. Ruggero invece è alle sue primissime esperienze, è molto bravo ma dobbiamo essere prudenti con lui. Siamo alla frontiera: se in quell’ignoto qualcosa va storto, su questo lato della montagna, sono davvero grossi grossi guai. Così, cercando la mediazione, propongo di rimontare la spalla rocciosa a sinistra della torre. La roccia sembra buona, ricorda quella della Cresta del Cinquantenario ed offre lungo la linea grosse piante da cui ritirarsi facilmente. La placca iniziale è verticale ed impegnativa ma offre la possibilità si alzarsi e di studiare meglio la torre prima di decidere se affrontarne le difficoltà.

Piante e radici offrono punti di ancoraggio e di sosta mentre ci alziamo sul fianco della torre, sul lato opposto del canale traverso che ne segna la base. Ci alziamo abbastanza da tentare un lungo traverso verso destra che ci permette di abbassarci nel canale approcciando la torre nella sua parte alta. Mattia, corda lasca ed infinita, parte all’attacco della torre. Ruggero, che gli fa sicura, lo guarda stupefatto: “E’ una macchina! Va su con il sorriso sulle labbra!”. Dall’altro lato del canale ci giungono le risate divertite e compiaciute di Mattia: la roccia è infatti magnifica, lavorata e densa di appigli, spaccata in grossi blocchi ma adeguatamente solida. La speleologia, salvo casi eccellenti, ha regalato all’alpinismo figure di straordinaria capacità e determinazione: Mattia è per certo uno di queste. Una volta sotto la sommità della torre attrezza la sosta ed inizia a recuperarci ad una sosta realizzata con un carpino ed un grosso masso.

“Dobbiamo tornarci, dobbiamo tornarci! Hai visto il diedro? Dobbiamo tornarci!” Mattia già immaginava divertito la prossima salita mentre io mi accontento di risolvere la questione dell’imminente discesa. Facciamo un primo tentativo sul lato opposto della torre. Mattia disarrampica calato dall’alto fino ad un terrazzino, si allongia ad una pianta e si sporge oltre il bordo per capire come raggiungere il canale sottostante. La “teoria” prevede che se raggiungiamo il canale a nord della torre e riusciamo ad uscirne sull’altro lato possiamo sfruttare il non-semplice “sentiero” della teleferica per raggiungere nuovamente le rive del lago. Il canale, tuttavia, è già in ombra e tutt’altro che invitante. Ad occhio e croce servono due doppie per scendere e dobbiamo ancora scoprire come uscire dal canale. Inoltre l’unico a conoscere il trucco della “scala di sasso” ero io: avevo percorso quella zona diverse volte in salita, ma mai in discesa e, da quella prospettiva, anche il mio orientamento rischiava di essere ingannato. “Dall’altro lato almeno c’è il sole e conosciamo la strada: torniamo da dove siamo venuti?”. La proposta, dopo un breve consiglio a tre, è stata approvata ed usando un solido carpanello ci siamo calati fin dentro il canale sud della Torre. Qui abbiamo attrezzato un traverso che ci ha portato al di sopra della prima sosta, a sbalzo sui grandi prati. Da qui con altre due calate da 30 siamo arrivati all’attacco del crinale roccioso da cui eravamo partiti al mattino. Con prudenza ci siamo abbassati sul paglione fin dove eravamo protetti dalle piante poi, con due ulteriori doppie da 30 abbiamo raggiunto la base del canale sud e l’accesso alla vecchia provinciale abbandonata. Fine missione: tempo di birra al Rapanui! Solo con le gambe sotto al tavolo, come raccontano ricordasse Nardella, una salita si può finalmente considerare conclusa.

Credo che non ci siano state salite precedenti alla torre, per questo mi permetto di suggerirne alla comunità alpinistica dell’Isola senza Nome il toponimo “Torre Manzoni”. Un omaggio allo scrittore ma anche alla città di Lecco. Lo scorso anno volevo appendere alla statua del Manzoni una collana di spit, dedicargli ora una torre senza trapano è il mio modo di fare ammenda. Ho pensato di chiamare la via “Normale alla Torre Manzoni” perchè ha un certo fascino, nel 2019, tracciare una normale su una struttura inesplorata (dietro casa). Inoltre, tra le diverse possibilità, è sicuramente la via più logica dal versante sud alla cima della torre.

C’è un mondo antico ed inesplorato lassù. Ho delle fotografie che non pubblico per egoismo, ma anche per precauzione. L’accesso dal basso è relativamente rapido ma significativamente pericoloso: il rischio di ritrovarsi spiaccicati sugli scogli o sull’asfalto della provinciale abbandonata è assolutamente concreto. L’ambiente è straordinario ma selvaggio, nella sua accezione più magnifica e terribile. La roccia invita, esalta persino, ma richiede occhio, mestiere e rispetto (non ci si avventuri alla leggera). Da ultimo, avendo conquistato – e non uso a sproposito questo termine – la cima della torre “by fair means” rivendico tutta la zona come “Moregallo Natural Climbing Area”: l’uso del trapano è quindi interdetto per l’arrampicata. Si tratta di una zona incontaminata, probabilmente una delle ultime in tutto il Lario: non roviniamo questo gioiello prezioso, non ne esistono quasi più, impariamo a conservali!

Normale alla Torre Manzoni, Moregallo Orientale. Mattia Ricci, Ruggero Riva, Davide Birillo Valsecchi – Tassi del Moregallo.

I bene-intenzionati possono contattarmi e sarò benfelice di condividere con loro appunti ed archivio fotografico.

Davide “Birillo” Valsecchi
Nostromo dei Tassi del Moregallo

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