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Vertigo2019

Vertigo2019

Hai schiodato? Certo: tutto! Quando me lo dice è ancora incerto, forse dubita della mia reazione, ma è solo un sorriso compiaciuto quello che spunta sul mio viso: “2 words, 1 finger”. Sono abbastanza lieto di annunciare che tutte le vie aperte dai Badger negli ultimi anni sul Moregallo sono state schiodate …da noi! Ce la cantiamo e ce la suoniamo tra noi, mentre fuori il mondo si fa disperatamente i cazzi suoi. L’arrampicata è ormai svenduta “prêt-à-porter”, quindi da noi abbiamo tolto dalle nostre vie persino i pochi “stacchetti” che erano stati lasciati. Qualcuno, comprendendone il senso, apprezzerà la cosa. Gli altri avranno solo un ulteriore motivo per tenersi adeguatamente alla larga.

Detto questo non resta che fare l’annuale resoconto delle attività svolte nella “Moregallo Natural Climbing Area”, riserva indiana di un’ analogica tribù cannibale. Quest’anno non sono stato particolarmente in forma ed ahimè ho dovuto passare spesso la mano ad alcune salite del gruppo. Tuttavia, nonostante tutto, nonostante sia apparentemente un anno alpinisticamente magro – ma fortunatamente solo per me – si è fatto comunque significativamente molto, sia nella Valle due Pile che nei settori Orientali del Moregallo. 

Pilastro Charlie Patton

Siebenundfünfzig

La Fessura dell’Albero

Canale Nord

Normale Torre Manzoni

Kora del Moregallo

Kora del Moregallo

“Hey capo dove andiamo questo sabato?” Nicola, da quando Bruna è di nuovo incinta, è diventato la mia guardia del corpo e mi accompagna ormai da mesi a “batter passi” in montagna. Io e lui andiamo d’accordo e Bruna è più tranquilla perchè, quando sono con lui, evito di infilarmi volontariamente nei guai. “Senti Niky, ti andrebbe di fare un giro al Moregallo? Niente di complicato, ma sento il bisogno di fare due passi lassù”.

Negli ultimi dieci giorni la naturale solitudine del Moregallo è stata scossa dall’inquietudine. Ora che è tornata la quiete, ora che è di nuovo silenzio, volevo salirci per riflettere con calma: lo scorso Lunedì, a metà Ottobre, un ragazzo nativo di Trieste si è avventurato sul versante Orientale, purtroppo senza fare più ritorno. Quando sono iniziate le ricerche non ho potuto ignorare la cosa. I tecnici del Soccorso Alpino del Triangolo Lariano, impegnati in quelle zone tanto impervie e difficili, sono miei amici, spesso da decenni. Conosco quei luoghi ed parte i parte dei suoi segreti come pochi altri: negli anni ho raccolto foto, rilievi ed informazioni che era prioritario condividere con i soccorsi. Esplorando le scelte di una persona finisci per conoscerla: più cose scoprivo su questo ragazzo, più sentivo crescere l’affinità nei suoi confronti. Per questo, nonostante io sia un “civile”, ho avuto la possibilità di collaborare nell’imponente attività di ricerca – probabilmente senza precedenti sul Moregallo – condotta dal Soccorso Alpino, dai Vigili del Fuoco e dalla Guardia di Finanza. Certamente non è questo il momento o lo spazio per scendere nei dettagli, ma non posso che provare rispetto per questo ragazzo ed il suo romantico proposito di realizzare una nuova linea di salita in quel versante quasi inesplorato. Allo stesso modo non posso che esprimere stima e gratitudine a tutti i tecnici che hanno permesso di ritrovare questo ragazzo, di ricostruire, per quanto possibile, la difficile e tragica salita che con coraggio aveva intrapreso. Una storia importante, che andrà compresa e ricordata. Ma, come ho già detto, non è questo il momento o il luogo.

«Il mare non fa mai doni, se non duri colpi, e, qualche volta, un’occasione di sentirsi forti. Ora io non so molto del mare, ma so che qui è così. E quanto importi nella vita, non già di esser forti, ma di sentirsi forti, di essersi misurati almeno una volta, di essersi trovati almeno una volta nella condizione umana più antica, soli davanti alla pietra cieca e sorda, senza altri aiuti che le proprie mani e la propria testa.» Primo Levi – Carne dell’orso

Nel 2015, nel canalone che si innalza tra le due gallerie, è stata ritrovata una lapide infissa sulla base della parete che si impenna sul versante sud di quell inquietante canale. La lapide commemora due ventenni, uno originario di Trieste ed uno di Udine, che il 23 Settembre del 1931 persero la vita tentando la salita di quella parete che, a distanza di quasi 90 anni, resta tutt’oggi inviolata. Per la maggior parte degli “indigeni” il Moregallo è una montagna che “non piace”, tuttavia credo che i Friulani provino un’istintiva ed irresistibile attrazione per quelle pareti inviolate, spesso buie e coperte di vegetazione, che precipitano nell’azzurro del lago. Forse non è un caso che l’alpinismo del territorio lecchese, blasonato oggi nel mondo, abbia avuto origine soprattutto grazie all’intraprendenza ed allo slancio verso l’ignoto di un giovane ragazzo friulano. Un ragazzo di nome Riccardo che si era trasferito qui giovanissimo, proprio in cerca di lavoro.

Il Moregallo, nei suoi 1200 metri di altitudine, è una montagna forse piccola ma labirintica, selvaggia e ribelle nei suoi mille metri pieni di prominenza sul livello del lago. La sua natura cambia, senza mai addolcirsi troppo, nei suoi tre versanti. Quello a Sud è soleggiato, il bosco lambisce torri, pilastri, guglie e creste che raramente si innalzano oltre i cinquanta metri ma che sono quasi sempre verticali quando non strapiombanti. Questo versante è quello relativamente più antropizzato, l’unico dei tre che offre numerosi sentieri d’accesso adatti anche agli escursionisti. E’ qui che si innalza la famosa Cresta GG.OSA, aerea linea di roccia su cui si sviluppa l’omonima e celebre via d’arrampicata. Il lato Nord è invece caratterizzato dalla buia Valle Inferno che, con le sue forre, si abbatte verso il lago. Un luogo in cui i sentieri sono scarsi, quasi mai segnati. Una valle frequentata per lo più da esperti di Canyoning e che concede poco o nessuno spazio all’escursionismo. Il Versante Orientale è invece la “frontiera”, probabilmente uno dei luoghi più misteriosi, sconosciuti ed ostili sia del Triangolo Lariano sia del Lecchese. Uno spazio che si estende per oltre quattro chilometri di costa innalzandosi per mille metri, uno spazio ampissimo che offre un solo ed unico sentiero ufficiale in grado di raggiungere la vetta dal lago: il 50°OSA. Oltre a questo sentiero solo due tracciati – storici, impervi, dimenticati e pericolosi – solcano il versante: il Sentiero del Costone ed il Sentiero della Teleferica. Il resto è un labirinto di canali e grandi pareti circondate da prati verticali ed affioramenti rocciosi. La Parete Nord, la Parete del Tempo Perduto, il Corno di Braga, lo Scoglio dei Giardini di Maggio: strutture imponenti, spesso tenebrose, su cui sono state tracciate temibili e temute vie d’arrampicata. Ma nonostante l’esplorazione ci sono ancora pareti, spesso impressionanti, che non hanno nè un nome nè vie. Pareti che richiedono significativo sforzo alpinistico solo per per poterne raggiungere la base. Esistono cenge e terrazzi in cui nessuno ha mai messo piede, e forse nessuno giungerà mai. Questo è il versante in cui il ragazzo di Trieste ha tentato la sua salita.

«Non importa quanto stretta sia la porta, quanto impietosa sia la vita. Io sono il padrone del mio destino: Io sono il capitano della mia anima.» Invictus – William Ernest Henley.

Il Moregallo inizia appena oltre il mio cancello di casa. Nei miei ricordi si affollano gli istanti di intensa ed incerta solitudine vissuti in quegli sconfinati spazi verticali. Spazi in cui alpinismo ed arrampicata perdono importanza, spazi in cui tutto si riduce ad un cuore che respira in un labirinto verde a strapiombo sull’azzurro del lago. Oggi, oggi che sono diventato padre, non ho più la forza mentale o la volontà necessaria per sostenere da solo tali difficoltà o incertezze. Una strana commozione, quasi  nostalgica, permea il ricordo, fuori dal tempo, di quegli istanti di vita lassù. Ora io non ho critiche per questo ragazzo, il senno di poi non ha mai affrontato il Moregallo con la sua stessa determinazione. Il senno di poi non è mai giunto dove è giunto lui solo. Avrei voluto conoscerlo, dargli qualche dritta, ascoltare la sua storia al suo ritorno. Avremmo potuto essere amici.

«Kora è una parola della lingua tibetana che significa “circumambulazione” o “rivoluzione”. Per Kora si intende il pellegrinaggio meditativo nelle tradizioni del Buddhismo tibetano e del Bön. Il praticante esegue un Kora facendo una circumambulazione intorno a un sito o un oggetto sacro»

Ci sono cose in cui non sono affatto bravo. Nonostante l’età ed i lutti non sono in grado di gestire, nemmeno con le parole, il grande mistero che attende tutti noi. Funerali, commemorazioni, condoglianze: niente di tutto questo mi riesce bene. Tuttavia credo ci sia qualcosa di profondamente umano nel rito, spesso personale, con cui dobbiamo sforzarci di lasciar andare i caduti. Così, accompagnato da Nicola, sono sceso in spiaggia ed ho infilato in tasca un piccolo ciotolo prima di salire lungo il 50° Osa. Il Moregallo ha infatti un’ultima caratteristica che lo rende una montagna speciale: i suoi versanti sono selvaggi, spesso brutali, mentre la sua cima, erbosa e piana, è un luogo permeato da un’irreale senso di pace. Quando il cielo grigio d’autunno si confonde con il silenzio solitario, con il vento del lago, si possono osservare le Grigne, l’arco alpino svizzero, la grande parete Est del Monte Rosa, il lontano Monviso. Ci si può sdraiare sull’erba e lasciare che tutti gli affanni umani, che vibrano nella sottostante pianura che porta a Milano, scompaiano in una quiete immobile e trascendente. Lassù, sul limite degli alberi, vicino alla piccola madonnina che sorveglia la valle, ho portato dalla spiaggia quel piccolo ciotolo: compensazione per quella “cima” che è tristemente mancata.

Questo è quello che posso raccontarvi sul Moregallo. So che Matteo, questo è il nome del ragazzo di Trieste, provava ammirazione per un grande alpinista del passato. Credo sia giusto chiudere questo piccolo racconto, che forse inevitabilmente è diventato una commemorazione, proprio con una frase di questo incredibile esploratore. «L’alpinismo è un’attività sfiancante. Uno sale, sale, sale sempre più in alto, e non raggiunge mai la destinazione. Forse è questo l’aspetto più affascinante. Si è costantemente alla ricerca di qualcosa che non sarà mai raggiunto.» (Hermann Buhl).

Davide “Birillo” Valsecchi

Matteo Sponza.
Trieste: 17 Ottobre 1987  – Moregallo: 14 Ottobre 2019


Kora del Moregallo: Salita lungo il Sentiero (EE) 50°OSA. Breve deviazione sotto la Parete del Corno di Braga. Cima risalento lungo la cresta Nord. Discesa lungo la Cresta Sud Est, lungo il “Sentiero Elvezio”, sentiero dedicato alla memoria di Elvezio Dell’Oro, pioniere dell’alpinismo locale, caduto sulla Torre Trieste nell’agosto del 1958.

A spasso con la Nana

A spasso con la Nana

«Oggi sono un uomo più saggio di quanto fossi ieri. Sono un essere umano, ed un essere umano è una creatura vulnerabile, che non può assolutamente essere perfetta. Dopo la morte, ritorna agli elementi, alla terra, all’acqua, al fuoco, al vento, all’aria. La materia è vuota. Tutto è vanità. Noi siamo come fili d’erba o alberi della foresta, creature dell’universo, dello spirito dell’universo, e lo spirito dell’universo non ha né vita né morte. La vanità è solo ostacolo alla vita»
Sōkon “Bushi” Matsumura

Canale Nord

Canale Nord

In cima alla Torre Manzoni volevamo scendere sull’altro versante, quello nord, lungo l’evidente canale che, dalle sponde del lago, risale quasi “a cavatappo” il crinale nord della Torre. Tuttavia dell’alto era abbastanza difficile valutare se ci fosse la possibilità di attrezzare punti di calata o la possibilità di uscire verso il “sentiero della scala”. Così decidemmo di calarci sul lato sud, ripercorrendo la via di salita e sfruttando le grosse piante presenti. Non ultimo, per quanto mi riguarda, il lato sud era ormai noto ed illuminato dal sole, quello nord ingoiato dall’ombra e dalle incertezze. Tuttavia il “tarlo” di scoprire cosa ci fosse in quel canale non lasciava in pace la curiosità di Mattia, curiosità che è diventata incontenibile quando abbiamo scoperto che quel canale era stato risalito da Gianni Mandelli nel lontano 1981. Gianni infatti ci ha raccontato di come in quell’anno una scarica di sassi colpì ed uccise uno sfortunato automobilista che percorreva la vecchia strada costiera. Così il prefetto chiese all’allora sindaco di Valmadrera di mandare una squadra di rocciatori per disgagiare i sassi pericolanti: più o meno, in modo artigianale, quello che hanno fatto recentemente i rocciatori professionisti per i distacchi della superstrada SS36 sull’altro lato del lago. Dopo la frana ci fu il devastante incendio della raffineria e tutta la zona fa abbandonata per anni.

Oggi la vecchia strada, con le nuove gallerie, è abbandonata, invasa dalle piante e dalle macerie. I vecchi ponti sembrano in buono stato ma è un po’ inquietante pensare a come vengano ripetutamente colpiti dai massi caduti dall’alto. Lo stesso vale per le gallerie. Ad accentuare quella strana sensazione da “Zona Morta” si aggiungono i murales dipinti con lo spray sulle parte e l’incuria generale che avvolge ogni cosa di quella terra abbandonata. “extra mundo”: onestamente, sotto questo aspetto, è un posto magnifico.

In realtà, con uno sguardo un po’ più attento, la “Zona Morta” è molto più animata di quanto sembri. Oltre ad un ricovero per capre e “Smuggler”, sulle pareti a precipizio sul lago è pieno di “fix”. Quella zona abbandonata è infatti spesso utilizzata come campo d’addestramento per i gruppi speleo (sia locali che Milanesi) che qui insegnano ai neofiti le manovre base di calata e risalita. Anche la base del Canale Nord è stata attrezzata in questo modo. Tuttavia superati i 30 metri ogni segno del trapano scompare. Due anni fa, in una serata dopo lavoro, avevo provato ad alzarmi oltre. Tuttavia il canale si era difeso con grandi salti rocciosi verticali, impossibili da superare da solo e senza corda. Anche Mattia aveva fatto diversi sopralluoghi in solitaria, ma anche lui aveva dovuto desistere. Il “tarlo” però non aveva mai smesso di agitarsi.

Così qualche giorno fa Mattia e Ruggero si sono organizzati per una “Punta Esplorativa”, rubando un termine speleo, più massiccia. Insieme non solo hanno risalito il canale ma hanno anche ritrovato i chiodi lasciati, ormai quarant’anni fa, da Gianni Mandelli.

Il nostro piccolo gruppo, in modo irriverente ma assolutamente bonario, ha preso l’abitudine di intonare una buffa canzoncina ogni volta che abbiamo la fortuna, ma anche la capacità, di inseguire le gesta del “Mucchio Selvaggio”, il leggendario gruppo Valmadrerese di Gianni negli anni 70. La canzoncina è una specie di coretto da stadio in cui scandiamo in modo ritmato, quando possibile anche battendo le mani, il nome di Gianni: è una canzoncina assolutamente divertente nella sua infantile semplicità (sembra la sigla di un cartone animato anni ‘80). Credo poi ci piaccia perchè è una specie di tributo e perchè cantare in mezzo ai guai, con i compagni di cordata, è qualcosa di assolutamente speciale. Quando Mattia e Ruggero risalivano il Canale io ero al lavoro a Lecco e così, i due, mi telefonavano per aggiorarmi sui loro progressi e per farmi il coretto con la canzone di Gianni. Adorabili Bastardi!! Hehehe

“Già! Già! Già! Giannimandelli! Già! Già! Già! Giannimandelli!”

Quindi io non c’ero e posso solo riportarvi quanto mi ha scritto Mattia via “whats’Up” aggiungendo poi varie foto. “Si,mancavano 50 di misto erba per arrivare alla selletta dove siamo arrivati l’altra volta ma veniva tardi oltre a dover attrezzare la sosta, quindi siamo scesi in doppia. La prima su Carpino Bianco 50m. Poi chiodo Gianni 30m, poi sosta Gianni 50m e usciti dal canale su traccia animali per scendere alla vecchia strada. Dimenticavo ultima doppia da 30 su sasso dove c’è il chiodo di calata piegato. Un ambiente spettacolare dietro casa…”

Dall’origine del Mondo solo in due occasioni questo canale è stato risalito dagli esseri umani. Questo è tutto ciò che sappiamo su quell’angolo di mondo, abbandonato in una terra abbandonata. Tutto dietro casa, alla faccia degli “esperti” che vanno raccontando che l’esplorazione sia finita da un pezzo!

Davide “Birillo” Valsecchi

Moregallo Raffineria ILSEA

Moregallo Raffineria ILSEA

La roccia del versante Sud della Torre Manzoni, salita domenica scorsa con Mattia e Ruggero, è tale da rendere incredibile l’assenza di ascensioni precedenti. Per questo motivo ho ulteriormente investigato negli archivi storici se qualcuno ci avesse preceduto. Così ho contattato Gianni Mandelli, una delle più figure più autorevoli ed esperte nei territori dell’Isola Senza Nome. Gianni mi ha raccontato di aver percorso nel 1982 quella cresta, risalendo dal canale a Nord della Torre ed effettuando dei disgaggi per mettere in sicurezza la strada sottostante. All’epoca le nuove gallerie non esistevano ed una frana aveva causato la morte di uno sfortunato automobilista che vi si trovava a passare. In quell’occasione era intervenuto il Prefetto ed il Sindaco di Valmadrera aveva chiesto aiuto agli alpinisti locali per l’opera di bonifica.

Tuttavia la faccenda non mi era ancora chiara: perchè uno come Gianni, che è stato quasi ovunque sull’Isola, era stato da quelle parti solo un’unica volta nel corso degli anni? Alla mia domanda il buon Gianni, armato di grande pazienza, mi ha risposto come si fa ad uno che non conosce la storia di base : “Il motivo del perché nessuno è mai salito in quella zona è semplice: laggiù è successo di tutto. Prima la raffineria, poi la frana, l’incendio, la successiva bonifica, poi una nuova frana nella zona bassa, un altro morto su una ruspa e per finire l’interdizione dell’area perché zona di collaudo dei motoscafi della finanza.” In effetti tutta la faccenda era un inedita scoperta per me, all’epoca degli accadimenti infatti avevo sei anni e vivevo sull’altro lato dell’Isola, sul versante Nord della Vallassina. Non c’era modo di conoscere questa storia. Tuttavia spesso è sorprendente quello che gli “anziani”, nel senso più rispettoso e tribale del termine, danno per scontato e che invece i giovani ignorano completamente: la memoria è un patrimonio da tutelare e tramandare.

Ora tutta quella zona è pressoché abbandonata, tuttavia volevo saperne di più. Quindi ho iniziato una piccola nuova ricerca storica, aiutato in modo provvidenziale anche del Guerra. Il mio omonimo mi ha infatti diretto su una pagina FaceBook dove trovare molte delle informazioni che cercavo: LeccoDiUnaVolta.

Qui ho trovato immagini d’epoca ma anche un breve riassunto della storia dell’Ilsea, della frana, della galleria e, purtroppo, dei morti che ci sono stati. Il testo è di Ebe Buzzi.

La raffineria ILSEA (Industria leganti stradali e affini) venne fondata dopo la seconda guerra mondiale, nel 1948, da un gruppo di soci: Ugo Ratti, Piero Biacco e Carlo Boatti. Questi rilevano tutta la zona di terreno tra la montagna e il lago, dove allora sorgeva soltanto una vecchia fornace di calce. Inizialmente la raffineria occupa un limitato spazio di terreno, tra la strada statale per Bellagio ed il lago: le sue prime cisterne per il greggio sono i rimorchi dei camion Dodge, comprati come residuati bellici. La raffineria all’inizio arriva a stento a processare 100 quintali di greggio ma ben presto inizia a crescere e ad occupare tutto lo spazio disponibile, arrivando a ridosso della montagna. Nonostante la strada stretta e dissestata, da cui passavano anche 200 autotreni al giorno prima della costruzione dell’oleodotto, l’azienda fiorisce. Nel 1964, all’apice della sua crescita, l’ILSEA viene collegata all’oleodotto che da Genova arriva fino a Ingolstadt, in Germania. La lunghezza dell’oleodotto era tale che il primo carico che lo attraversò, oltre 30.000 litri di greggio indirizzati proprio all’ILSEA, servirono a malapena a riempire l’oleodotto stesso! Durante gli anni ‘70 però l’azienda entra in crisi. Le crisi del petrolio si succedono e il prezzo del greggio si decuplica in appena dieci anni. Boatti si trova ad essere unico proprietario di un’azienda in crescente perdita. Alla fine del decennio l’ILSEA è spesso in cassa integrazione e le cose sembrano andare sempre peggio: il greggio scarseggia e procurarselo, anche a costi elevatissimi, diventa sempre più difficile, mentre le tasse mangiano i già scarsi ricavi. Nonostante la situazione ormai agonizzante, la fine della ILSEA è improvvisa e tragica: un incendio scoppia attorno alle 21.00 del 26 settembre 1981. Le cause non furono mai chiarite, probabilmente si trattò di un problema interno, forse un cortocircuito. Nell’incendio del 26 settembre persero la vita due lavoratori, Giacomo Corti e Roberto Dell’Oro, di soli 20 anni: il fuoco divampò per tutta la notte e si estese a tutti i serbatoi, inclusi quelli a ridosso della montagna, nonostante gli sforzi dei Vigili del Fuoco. La strada viene chiusa immediatamente, mentre alla fabbrica viene dato ordine dal Comune di svuotare e smantellare i serbatoi e di rimuovere tutto il materiale infiammabile. I serbatoi sono molti e il fabbro impiega diversi mesi a rimuoverli completamente. La strada, ormai tornata sicura, viene riaperta nel maggio dell’anno successivo.

Ma la vicenda della strada per Bellagio si complica: poco prima dell’incendio, il 18 luglio 1981 uno smottamento provoca la caduta di alcuni sassi e la morte di un uomo, schiacciato nella sua auto. La strada rimane quindi chiusa per alcuni giorni e in seguito si decide di fornire maggior protezione ai veicoli che la percorrono. L’ANAS sceglie di costruire un’ “avan-galleria” che ripari da eventuali frane il tratto di strada immediatamente accanto all’ILSEA. I lavori sono interrotti in seguito all’incendio del 26 settembre, ma già in ottobre il costruttore, Paride Cariboni, ottiene una deroga e può continuare a lavorare, sebbene la strada resti ufficialmente chiusa al traffico. Quando la galleria è ormai quasi pronta per essere inaugurata l’impresa Pensa, che sta lavorando sul sito, si accorge che qualcosa sul monte non va. Ci sono scosse e smottamenti che lasciano presagire un’altra frana e la strada viene chiusa, il 18 gennaio 1983. Appena in tempo: dopo pochissimi giorni c’è un enorme crollo nel tratto antistante la galleria, che blocca ogni possibile accesso. Cosa era successo? L’eredità dell’incendio dell’ILSEA si era infine fatta sentire: la montagna calcarea, formata al 90% da carbonato di calcio, era stata “cotta” dalle fiamme dell’incendio e successivamente allagata dagli acquazzoni dell’autunno. Quello che si produsse fu qualcosa di molto simile alla calce viva: la pietra si sciolse con grandissima facilità, e franò rovinosamente a valle. Sebbene non vi fossero state vittime, la frana sommerse quel poco che restava della raffineria, inclusi i materiali che durante lo smantellamento era stato possibile recuperare ed erano pronti per essere riciclati.

Normale Torre Manzoni

Normale Torre Manzoni

Attraversando il ponte Kennedy appare evidente nel profilo all’orizzonte del Moregallo orientale una torre che svetta in una cresta che declina verso il lago. La torre è nella zona della prima cava, a ridosso del primo tratto di gallerie abbandonate. Tutta quella zona, da “Passo400” al “Crinale della Teleferica” sono da lungo tempo la mia personale frontiera. Prima di scoprire che Bruna fosse incinta, due estati fa, mi ero avventurato in quella zona risalendo da solo il primo canale da sud, quello in cui precipitano i vasi di plastica che il vento spinge nell’abisso dalla Chiesetta di San Isidoro al Sasso Preguda. La mia salita, per quanto mi è dato sapere, è una delle pochissime – forse addirittura l’unica – esplorazioni alpinistiche di quella parte del Moregallo. Avrei voluto spingermi oltre, raggiungendo i canali più a nord sopra la cava, ma oggi non ho più la preparazione nè la determinazione per affrontare da solo quel labirinto. Tuttavia quella torre, giorno dopo giorno, continuava ad osservarmi attraverso le finestre dell’ufficio, mentre io ne ammiravo il cambiare delle ombre nelle ore del mattino, prima che il sole scomparisse dopo mezzogiorno lasciando in ombra tutto il versante. La mattina, prima del lavoro, mi ero spinto spesso verso l’Orsa-Maggiore armato di teleobiettivo per studiare il mio rebus: come raggiungere la base della torre? Valutando le varie prospettive avevo stilato un “piano d’azione”, tuttavia i tempi per le mie solitarie sembrano finiti ed avevo bisogno di formare una squadra di “incursori” per un sopralluogo. Per raggiungere la torre è necessario infatti superare uno zoccolo fatto di canali, placche e paglione decisamente insidioso: in quegli spazi entrare non è così scontato, così come non lo è riuscire ad uscire. “Per la torre serviranno delle ballerine, ma in basso ci servono dei picchiatori”. Mentre osservavo le foto il mio pensiero era ormai chiaro: “Abbiamo bisogno di Mattia”. Già, Mattia è una specie di “tasso leggendario”, quello che nella “serie televisiva” non si vede spesso nella formazione ufficiale, ma che appare quando la “puntata” si fa davvero impegnativa e risolve la situazione. Mattia è come il Kraken, la mitologica creatura degli abissi, «Molto, molto al disotto nel mare abissale il suo antico, indisturbato, sonno senza sogni dormiva il Kraken […]». Svegliare il Kraken significa affrontare la sua incontenibile e travolgente furia: “Mattia non si ferma nè torna indietro (ahimè!!)”. Così gli ho mandato due foto, insieme allo schizzo delle linee di accesso alla torre ed il mio piano per un prudente sopralluogo. La sua risposta è stata come sempre entusiasta e spaventosa: “Andiamo! Ma non alla base: in cima!!”. I tassi più giovani, coinvolti nella questione “Torre Manzoni”, erano piuttosto stupiti: ”Come in cima? Non sappiamo ancora nulla e lui vuole salirla in giornata?”. Arrampicare con Mattia significa trovarsi tra l’incudine ed il martello, la sua grande capacità è un arma a doppio taglio. “Suvvia, vedrò di provare a contenerlo.” Avevo risposto loro divertito. “Ma mettetevi in testa che non sarà una passeggiata”. Forse devo averli spaventati perchè, la mattina dell’appello, si è poi presentato solo Ruggero che, per la cronaca, nonostante abbia già aperto un paio di vie con Josef parteciperà alla sua prima lezione di un corso AR1 del CAI solo il prossimo week end (questa cosa mi diverte un sacco).

Equipaggiamento NDA, cinque chiodi a testa, fittoni da terra e chiodi lunghi ad U. Set completo di Dadi e Nat. Cordini, fettuce, canapo d’abbandono e due mezze corde da 60 (quelle belle, per le grandi occasioni). “Leggeri e veloci, ma equipaggiati pesante per ogni evenienza”. Mattia, Ruggero, io ed il Jet Lag per il cambio dell’ora. “Okay, proviamo di qui!” Ci imbraghiamo ed iniziamo a salire slegati. Risaliamo per canali e placche invase dal paglione e, nella nostra risalita, troviamo tracce di vecchi muretti a secco: testimonianza di come queste terre dimenticate un tempo fossero assiduamente frequentate per il pascolo e la legna. Il paglione ci permette di salire ma per la discesa, con il blu del lago prepotentemente oltre l’abisso, servirà ben più che passo fermo e presa buona. Tuttavia buona parte delle difficoltà che temevo di incontrare trovano quasi autonomamente soluzione e, prima del previsto, ci troviamo alla base della torre. Lo scenario che ci circonda è straordinario, probabilmente uno dei più suggestivi di tutta l’Isola Senza Nome. La Torre Manzoni ricorda in modo curioso il terzo Magnaghi in Grignetta, ma sopra la placca che ne segna la base si innalza un diedro che rimonta fino alla sommità.

Io e Mattia iniziamo a discutere sul da farsi. Lui vorrebbe attaccare dritto per dritto, aggirare la placca strapiombante sulla destra e traversare fino al diedro e quindi verso la vetta. I miei piani per una sicura esplorazione erano andati a farsi benedire: dovevo trovare una valida alternativa ad uno scontro diretto con la torre. Io fisicamente sono ancora tutto fuorchè affidabile, c’è la possibilità che ceda all’improvviso oltre ad avere uno scarso margine operativo. Ruggero invece è alle sue primissime esperienze, è molto bravo ma dobbiamo essere prudenti con lui. Siamo alla frontiera: se in quell’ignoto qualcosa va storto, su questo lato della montagna, sono davvero grossi grossi guai. Così, cercando la mediazione, propongo di rimontare la spalla rocciosa a sinistra della torre. La roccia sembra buona, ricorda quella della Cresta del Cinquantenario ed offre lungo la linea grosse piante da cui ritirarsi facilmente. La placca iniziale è verticale ed impegnativa ma offre la possibilità si alzarsi e di studiare meglio la torre prima di decidere se affrontarne le difficoltà.

Piante e radici offrono punti di ancoraggio e di sosta mentre ci alziamo sul fianco della torre, sul lato opposto del canale traverso che ne segna la base. Ci alziamo abbastanza da tentare un lungo traverso verso destra che ci permette di abbassarci nel canale approcciando la torre nella sua parte alta. Mattia, corda lasca ed infinita, parte all’attacco della torre. Ruggero, che gli fa sicura, lo guarda stupefatto: “E’ una macchina! Va su con il sorriso sulle labbra!”. Dall’altro lato del canale ci giungono le risate divertite e compiaciute di Mattia: la roccia è infatti magnifica, lavorata e densa di appigli, spaccata in grossi blocchi ma adeguatamente solida. La speleologia, salvo casi eccellenti, ha regalato all’alpinismo figure di straordinaria capacità e determinazione: Mattia è per certo uno di queste. Una volta sotto la sommità della torre attrezza la sosta ed inizia a recuperarci ad una sosta realizzata con un carpino ed un grosso masso.

“Dobbiamo tornarci, dobbiamo tornarci! Hai visto il diedro? Dobbiamo tornarci!” Mattia già immaginava divertito la prossima salita mentre io mi accontento di risolvere la questione dell’imminente discesa. Facciamo un primo tentativo sul lato opposto della torre. Mattia disarrampica calato dall’alto fino ad un terrazzino, si allongia ad una pianta e si sporge oltre il bordo per capire come raggiungere il canale sottostante. La “teoria” prevede che se raggiungiamo il canale a nord della torre e riusciamo ad uscirne sull’altro lato possiamo sfruttare il non-semplice “sentiero” della teleferica per raggiungere nuovamente le rive del lago. Il canale, tuttavia, è già in ombra e tutt’altro che invitante. Ad occhio e croce servono due doppie per scendere e dobbiamo ancora scoprire come uscire dal canale. Inoltre l’unico a conoscere il trucco della “scala di sasso” ero io: avevo percorso quella zona diverse volte in salita, ma mai in discesa e, da quella prospettiva, anche il mio orientamento rischiava di essere ingannato. “Dall’altro lato almeno c’è il sole e conosciamo la strada: torniamo da dove siamo venuti?”. La proposta, dopo un breve consiglio a tre, è stata approvata ed usando un solido carpanello ci siamo calati fin dentro il canale sud della Torre. Qui abbiamo attrezzato un traverso che ci ha portato al di sopra della prima sosta, a sbalzo sui grandi prati. Da qui con altre due calate da 30 siamo arrivati all’attacco del crinale roccioso da cui eravamo partiti al mattino. Con prudenza ci siamo abbassati sul paglione fin dove eravamo protetti dalle piante poi, con due ulteriori doppie da 30 abbiamo raggiunto la base del canale sud e l’accesso alla vecchia provinciale abbandonata. Fine missione: tempo di birra al Rapanui! Solo con le gambe sotto al tavolo, come raccontano ricordasse Nardella, una salita si può finalmente considerare conclusa.

Credo che non ci siano state salite precedenti alla torre, per questo mi permetto di suggerirne alla comunità alpinistica dell’Isola senza Nome il toponimo “Torre Manzoni”. Un omaggio allo scrittore ma anche alla città di Lecco. Lo scorso anno volevo appendere alla statua del Manzoni una collana di spit, dedicargli ora una torre senza trapano è il mio modo di fare ammenda. Ho pensato di chiamare la via “Normale alla Torre Manzoni” perchè ha un certo fascino, nel 2019, tracciare una normale su una struttura inesplorata (dietro casa). Inoltre, tra le diverse possibilità, è sicuramente la via più logica dal versante sud alla cima della torre.

C’è un mondo antico ed inesplorato lassù. Ho delle fotografie che non pubblico per egoismo, ma anche per precauzione. L’accesso dal basso è relativamente rapido ma significativamente pericoloso: il rischio di ritrovarsi spiaccicati sugli scogli o sull’asfalto della provinciale abbandonata è assolutamente concreto. L’ambiente è straordinario ma selvaggio, nella sua accezione più magnifica e terribile. La roccia invita, esalta persino, ma richiede occhio, mestiere e rispetto (non ci si avventuri alla leggera). Da ultimo, avendo conquistato – e non uso a sproposito questo termine – la cima della torre “by fair means” rivendico tutta la zona come “Moregallo Natural Climbing Area”: l’uso del trapano è quindi interdetto per l’arrampicata. Si tratta di una zona incontaminata, probabilmente una delle ultime in tutto il Lario: non roviniamo questo gioiello prezioso, non ne esistono quasi più, impariamo a conservali!

Normale alla Torre Manzoni, Moregallo Orientale. Mattia Ricci, Ruggero Riva, Davide Birillo Valsecchi – Tassi del Moregallo.

I bene-intenzionati possono contattarmi e sarò benfelice di condividere con loro appunti ed archivio fotografico.

Davide “Birillo” Valsecchi
Nostromo dei Tassi del Moregallo

La Fessura dell’Albero

La Fessura dell’Albero

“Forse Ondra non ha urlato sulla via, ma Madre Natura lo  ha sicuramente fatto. Ai miei tempi, negli anni ’80, ad Apricot Dome, avevamo una regola non scritta: se spitti una fessura, ti tagliamo le gomme. Lo fai di nuovo, trasciniamo un sacco di patate in parete e giochiamo a “Colpisci il Bersaglio” mentre stai arrampicando. Il punto è: sapevi che ci sarebbero state conseguenze. Oggi, puoi trasmettere in diretta la video premier dei tuoi crimini mentre il mondo applaude. Cosa diavolo è successo all’arrampicata?” Questa è la parziale traduzione di un articolo in inglese inviatomi via WhatsUp da Gabriele: parla di un tizio, un tale CrustyTradDad58, che vuole togliere gli spit da una via del cecoslovacco con il collo lungo. Onestamente non so assolutamente nulla di questa faccenda e non ho assolutamente idea se sia una cosa seria o una provocazione. Tuttavia la faccenda delle patate mi aveva rubato un sorriso, così ho semplicemente risposto: ”Vabbè: severo ma giusto… Domani 8:15 da me? C’è una fessura che ci aspetta!!”

Così, sghignazzando, ci siamo ritorvati a far colazione in un baretto del centro a Valmadrera. Io, Josef, Ruggero e Gabriele. “Dove andate ragazzi?”. Ha chiesto il barista scambiandoci per gitanti forestieri. Così ho dato spago a questa sua impressione. “Facciamo due passi sulle montagnette qui dietro…” Il barista allora si ferma, si volta, mi squadra un secondo e mi risponde gentile ma deciso: “Non le chiamerei montagnette queste qua…”. Noi, tutti insieme, siamo scoppiati a ridere all’unisono: “Amico, con noi hai già vinto tutto!”

Quando arriviamo nella Due Pile Alta siamo fradici, il caldo è opprimente per essere Marzo ed abbiamo già asciugato le scorte d’acqua nonostante il rifornimento fatto al fontanino di Sambrosera. Il clima è da spiaggia e le prospettive sulla roccia torride.

Mentre il reparto “ricerca e sviluppo” conduce i propri esperimenti alla Chouinard su una piccola roccia, ho cercato un buon posto dove fare sosta alla base del torrione, non troppo distante dalla Torre Bifida. Il torrione, che abbiamo battezzato con semplicità “Quello della Fessura con l’Albero”,  è caratterizzato da una larga fessura verticale che, nel punto più strapiombante, è attraversata da un vecchio ma solido albero. Alla base del torrione ho travato una piccola ma solida clessidra in cui infilare un sottile cordino  per  attrezzare la sosta: un ottimo presagio di buon auspicio. Mi sono messo a manovrare le corde mentre Josef iniziava la propria salita.

La via, battezzata “Optional Tree”, è probabilmente un V+/VI- se ci si affida al provvidenziale aiuto dell’albero che la custodisce, oppure  VII+/VIII- se si decide di ignorarlo. Josef riferisce che lo strapiombo iniziale è più duro di quello di Birillo’s Crack, lo sforzo è più intenso ma più breve. La terrificante continuità di Birillo’s Crack resta però ancora insuperata.

Nota sulla Moregallo Natural Climbing Area: negli ultimi 4 anni abbiamo aperto più o meno 15 vie (…purtroppo si può arrampicare per lo più solo nei periodi invernali senza neve) ed abbiamo lasciato in via qualcosa come 6/8 chiodi da arrampicata. Il nostro obiettivo futuro, dopo una lunga riflessione, è rimuovere buona parte di questi chiodi lasciandone probabilmente solo uno o due, quelli che già in passato non abbiamo estratto per non rovinare la roccia. Vogliamo ulteriormente sforzarci nel limitare al massimo ogni segno di passaggio umano. Quindi, se volete giocare da queste parti, dovrete adeguarvi a questa linea di condotta con la consapevolezza che ogni vostra salita sarà completamente indipendente e probabilmente unica.

Davide “Birillo” Valsecchi

Nel dubbio… Karate!

Nel dubbio… Karate!

Superata la Torre Marina buttiamo gli zaini a terra ed iniziamo ad imbargarci all’attacco della Cresta del Cinquantenario. Cerco di infilarmi le scarpette ma un dolore alla spalla mi blocca. Sorpreso da quella fitta mi siedo per terra e piano piano finisco di equipaggiarmi. Conosco quel dolore e mi ruba un sorriso quasi divertito. Con me ci sono Gabriele e Ruggero: loro si prendono cura di me, io mi prendo cura di loro. Ruggero si è presentato a casa mia, all’alba, in bicicletta: i due sono in grande forma ma ne combinano davvero una più di Bertoldo… specie con le corde! Mancano di esperienza ma abbondano in talento e determinazione. Io sono invece un rottame. La caviglia mi da il tormento ed ho l’agilità di un manico di scopa spezzato. Di fatto, per come mi sento, la cresta del Cinquantenario sarebbe fuori dalla mia portata senza di loro (…anche se poi  si dimenticheranno di farmi sicura sul qualche tiro!!!). Le gambe, il fegato, la schiena, il lavoro, la Nana, il sonno mancato… sono uno abituato ad inventarsi ottime scuse, ma questa volta mi toccano solo giustificazioni più che reali. Povero me. Sono un rottame ma per come è andato l’ultimo anno è inevitabile io lo sia, quindi bene. Anzi benissimo. Poi questi due “giovinastri” (e lo dico con affetto) si occupano di me ed io mi occupo di loro: l’equilibrio vince ogni cosa. Però quel dolore alla spalla è diverso, quel dolore lo conosco e nel tempo gli ho dato anche un nome: paura. Io vivo una certa simbiosi con il mio corpo (quando non siamo litigati!) e quel dolore è il modo in cui fisicamente cerca di comunicarmi che non siamo preparati. Perchè, francamente cos’è la paura se non impreparazione?

Così mi è venuta in mente una frase del Maestro Funakoshi “Il karate è come l’acqua: si raffredda solo quando smetti di scaldarla”. Superata la cresta del Cinquantenario e la successiva bevuta nella mia cucina, ho preso a mano un vecchio libro. “Secondo me, ci sono tre specie di disturbi che affliggono un essere umano: le malattie che causano febbre, le disfunzioni del sistema gastrointestinale e le ferite fisiche. Quasi sempre la causa di un’infermità è radicata in una condotta di vita malsana, in abitudini irregolari, ed in una circolazione povera. Se un uomo con la febbre pratica il karate, fino a che comincia a sudare, egli presto troverà che la sua temperatura si è abbassata e che la malattia è stata curata. Se un uomo con disturbi gastrici fa lo stesso, il suo sangue circolerà più liberamente ed allevierà la sua sofferenza. Le ferite sono, naturalmente, un’altra cosa, ma anche molte di queste possono essere evitate da un uomo ben allenato che si esercita con attenzione e cautela. Il Karate-do non è semplicemente uno sport che insegna come colpire e calciare; è anche una difesa contro le malattie e gli acciacchi.”

Ho fatto leggere il passaggio a Bruna che, da esperta massofisioterapista, ha confermato che ho tutte le tre patologie. Tuttavia cercava di contraddire con la sua esperienza medica l’idea che bastasse praticare Karate per guarire dai tre disturbi. Così ho cominciato a prenderla in giro rispondendo ad ogni sua domanda con “Karate!” come in uno spettacolo dei Monty Python. Hai bisogno di dimagrire? Karate! – Hai la pressione alta? Karate! – Devi portare fuori l’immondizia? Karate! Può sembrare ridicolo, ma è la verità: il Karate, nella giusta accezione, è sempre la risposta.

“Studia come un principiante, in seguito potrai stare in modo naturale.” Ora, due volte al giorno, come un politraumatizzato in riabilitazione fisioterapica, mi alleno per circa 40 minuti. Non crediate che danzi in un tripudio di calci volanti (potrei morire tentando di nuovo qualcosa di simile!!!), mi esercito in movimenti che ai più potrebbero apparire ridicoli ed inutili. Piccoli, ma densi. Tuttavia ogni restauro inizia dai dettagli e, finalmente, confido di poter tornare presto a giocare con i miei compagni sulle rocce del Moregallo.

Curiosamente, dopo anni di indisciplinato e piacevole castigo, il mio Maestro mi conferì la cintura nera proprio per meriti alpinistici, perchè nel mio andare per monti avevo dato prova di aver davvero compreso il significato del Karate-Do, la via della mano vuota. Forse questi due credono di imparare qualcosa da me, ma la realtà è che sono io ad imparare, e molto, da loro.

Ora, se vi riesci di allestire una sosta decente e chiudere queste benedette ghiere, possiamo ricominciare a salire! 😉

Davide “Birillo” Valsecchi    

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