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Due Pile Exposed

Due Pile Exposed

“Ciao Davide, ti ho scritto ormai quasi un annetto fa per chiederti informazioni sul Moregallo… ed è praticamente per lo stesso motivo per cui ti scrivo, ma per un’altra zona: la Valle Due Pile. Domanda forse scontata: tu l’hai mai percorsa dal sentiero Sambrosera-Forcellina fino alla bocchetta di Sambrosera? Guardavo l’altro giorno mentre scendevo dopo aver fatto il Belasa con un amico e mi sembrava una ravanatina facile facile, ma guardando anche da Maps non riesco a capire se il tratto centrale si può fare o ha salti rocciosi che non si vedono. Io arrampico ma non son niente di che…quindi se si dovesse fare qualche passo oltre il III credo lascerei perdere…o troppo esposto, ma vista la conformazione del posto non credo sia il caso.”

Questi sono i messaggi che a volte ricevo e che, confesso, mi danno maggior soddisfazione. Quello che voglio fare ora è quindi raccontarvi la Valle due Pile, ma per gradi, senza “spoilerare” sorprese o colpi di scena. Io ho esplorato la valle un po’ alla volta, ma quasi sempre da solo: in questo modo ho potuto immergermi in un avventura densa di emozioni, incertezze e mistero. Infilarsi nell’ignoto è un viaggio catartico: la Valle Due Pile è letteralmente a due passi dal centro di Valmadrera ma, quando vi si entra, si è davvero fuori dal mondo. Per chi desidera affrontarla in questo modo ho un singolo consiglio: non sottovalutatela, non è docile, ma se volete godervela vi basta aprire la cartina ed affrontare il viaggio e tutti i rischi che comporta. Godetevela!

Spoiler 01: Per chi invece volesse qualche indicazione in più è per me un gran piacere raccontarvi la valle. La Due Pile termina letteralmente davanti a casa mia: nel letto del fiume abbandonato che si riversa in Piazza Fontana. Risale tutta la lunghezza del versante Sud del Moregallo fino alla Bocchetta di Sambrosera a 1160 metri di quota. Il sentiero che dalla Forcellina (717metri) attraversa fino alla Sorgente di Sambrosera divide la valle in due: Due Pile Bassa e Due Pile Alta. Per accedere alla due Pile Bassa l’ingresso migliore è il sentiero Paolo ed Eliana: imboccato il bivio sul sentiero per Sambrosera si supera un primo fiume secco (che risale appunto verso Sambrosera) per immettersi nel secondo fiume secco, che risale la Valle Due Pile. In quel punto il sentiero rimonta una piccola ma verticale cascata ed il letto del fiumiciattolo forma una piccola ma riconoscibile “marmitta del gigante” in cui c’è quasi sempre acqua. Il tratto a valle di questo passaggio attraversa la parte più antropizzata della Due Pile: si rimonta tra le baite superando impegnative cascate che, strette tra le recinzioni, non è possibile aggirare.

Spoiler 02: la Due Pile Bassa è, dal punto di vista tecnico, molto più impegnativa e rischiosa della Due Pile Alta. Nella bassa si può sboulderare liberamente senza troppi rischi fatta eccezione per tre passaggi obbligati. Questi passaggi, con un po’ di accortezza, possono essere aggirati lateralmente ma, se affrontati, sono significativamente impegnativi. Il primo potremmo battezzarlo “il salto della grotta”, il secondo “le tre cascate attraverso l’arco” ed il terzo “la cascata del grande sasso”. In tutti e tre i casi se piombate a terra è davvero un mezzo disastro! Quindi valutate bene. Io, e qui sono molto onesto, sono riuscito a risolvere quei passaggi solo quando accompagnato da qualcuno: in solitaria ho sempre avuto troppa paura di schiantarmi e diventare freddo nella solitudine della gola.

  • “il salto della grotta” è un passaggio tra diversi sassi di granito a ridosso di una nicchia a grotta nel calcare. Si entra nella nicchia, si spacca sulla roccia di granito di fronte girandosi in opposizione con le spalle alla roccia (a 2 o 3 metri di altezza). Ci si allunga e ci si rigira sull’altro lato. E’ un passo di coraggio più che di tecnica, ma se serve non sbagliarlo. Ho visto farlo anche frontalmente, senza andare in opposizione al contrario, ma è richiesta una buona tecnica su roccia fragile.
  • “le tre cascate attraverso l’arco” sono una sequenza di tre piccole cascate su calcare lavorato dall’acqua. Le prime due sono abbastanza semplici, alla base della terza si trova un curioso arco/clessidra. La terza cascata ha un “run-out” che si fa decisamente sentire, ci sono da fare parecchi movimenti per uscire e la nicchia alla base della cascata è davvero un pessimo posto in cui cadere.
  • “la cascata del grande sasso” è il tratto finale della Valle due Pile: iI mostro di fine livello. Il sentiero dalla Forcellina attraversa la valle due Pile grazie ad una specie di ponte naturale formato da un enorme masso erratico verde. La cascata sotto questo sasso è il verticale tratto finale da superare. Qui ci sono due soluzioni, la prima si sfila sulla sinistra della cascata risalendo una costola rocciosa verso sinistra e poi attraversando verso destra (questa è la soluzione che uso io). La roccia è molto friabile e c’è un sacco di roba che si muove, ma è il mio ambiente. L’altra soluzione è rimontare direttamente la cascata. La roccia in quel punto è molto lavorata e costellata da concrezioni molto invitanti. Il problema è che la cascata è DECISAMENTE alta e le concrezioni, per quanto invitanti, non danno alcuna garanzia di solidità: se cedono di botto si arriva diretti a terra. Non l’ho mai provata e credo che, quando capiterà, affiderò i miei ottanta chili alla sicura di una corda dall’alto.

Tutti e tre i passaggi possono essere evitati “uscendo” dai prati dove la valle si fà più docile. “la cascata del grande sasso” si trova alla fine di una forra lunga 20/30 metri. Uscire direttamente sulle pareti erbose della forra (per esperienza) può risultare più ingaggioso della cascata stessa. Meglio arretrare di più ed uscire prima di entrare nella forra.

Nella Due Pile Bassa c’è un sacco di granito e numerose possibilità di bouldering. In particolare la “Bridwell’s Rock” che abbiamo superato in artificiale con friend e staffe.

Spoiler 03: la Due Pile Alta ha passaggi obbligati meno severi ma richiede una certa predisposizione alla ravanata ed un buon occhio nell’evitare i guai. C’è la libertà di arrampicare un po’ ovunque ma se si è intenzionati solo a passare conviene seguire le sagge linee dei Mufloni. Se azzeccate i passaggi il tutto si traduce in un ripido sentiero dai tratti un po’ esposti. Dal Sasso Verde potete risalire lungo le cascate rocciose oppure tenere la destra lungo i tratti più erbosi. In salita bene o male tutti i passaggi sono fattibili senza troppo difficoltà, in discesa invece conviene farsi l’occhio sul sentiero ed evitare i tratti più aggettanti. Superate le prime difficoltà si raggiunge il punto di congiunzione tra la Valle due Pile, a sinistra, ed la Valle del Bech, sulla destra.

In questo punto è possibile osservare la Torre Bifida, il Pilastro Charlie Patton e più in alto lo Zeppelin e le altre strutture rocciose che risalgono a Birillo’s Crack e poi più in alto allo Scoglio dei Tassi ed alla Bocchetta di Sambrosera. In questa zona si concentrano la maggior parte delle vie d’arrampicata realizzate nella Natural Climbing Area del Moregallo.

Nota: La Valle del Bech ha un paio di passaggi obbligati ed è ostruita da un grosso sasso nella parte alta. Serve un po’ di malizia per risalirla. L’uscita della valle interseca la parte finale del sentiero Paolo ed Eliana.

Risalire la Valle Due Pile risulta invece più semplice. Anche in questo caso c’è la possibilità di arrampicare su roccette più o meno impegnative, tuttavia è possibile aggirare queste difficoltà lungo il paglione (tenendo però presente che non sempre il paglione è la scelta meno complicata). Non vi infilate nei canali o negli scivoli erbosi a ridosso delle strutture rocciose se non avete una chiara idea della geografia generale della zona: salire è quasi sempre possibile, scendere spesso è più complicato. Tenetevi sul lato sinistro della valle in modo da avere la possibilità di raggiungere il sentiero che, superato l’attacco della OSA, ora corre nella valle a mezza quota.

Raggiunto il sentiero le difficoltà sono per lo più concluse. Se decidete di esplorare più a destra, nelle rocce alte sotto la grande parete dell’Anticima del Moregallo, fatelo con prudenza: tra le guglie tutto è molto più complicato.

Nota conclusiva: la direzione declina ogni responsabilità per le vaccate che rischiate di combinare infilandovi nella valle. La Due Pile non è certamente la valle più complicata o selvaggia tra quelle “offerte” del Moregallo, tuttavia rispetto al Belasa è decisamente un ambiente più selvaggio. Se decidete di andarci posso darvi solo qualche consiglio: andateci con qualcuno, fatela a piccoli tratti (magari la parte bassa e poi quella alta) e portatevi un caschetto ed un pezzetto di corda (meglio passare per mona che fare la fine del mona!)

Divertitevi in modo responsabile (e conservate la bellezza selvaggia del Moregallo).

Ciao!

Davide “Birillo” Valsecchi

– Bridwell’s Rock- – Il Salto della Grotta- -Le tre cascate attraverso l’arco-
-La Cascata del Grande Sasso-
-Memento Mori (Anche loro Sbagliano!)-

Siebenundfünfzig

Siebenundfünfzig

Josef chiama la Valle Due Pile “Moregallo Natural Climbing Area”, area di arrampicata naturale del Moregallo: è convinto che i divieti riescano solo ad ottenere l’effetto opposto di quello desiderato,  così preferisce qualcosa che sia più propositivo e positivo. I miei non sono veri e propri divieti, io li considerò più “salutari avvertimenti”, qualcosa in stile “Cum Terebro: Cave Canis” (Con il trapano attenti al cane!). Josef è un Maestro di Yoga e sul suo casco ha scritto “Pace, Amore e Rispetto”. Io sono un Pirata e sul mio c’è scritto, a gibolli, “Vis Pacem Para Bellum”. Tuttavia credo abbia ragione lui, anzi, credo siano le nostre differenze ciò che ha permesso di creare questa “cosa”, qualsiasi cosa sia. Senza di lui nessuna delle vie, ormai numerose, sarebbe stata possibile. D’altro canto Josef non fa che ringraziarmi – e questo per me è un grande piacere – per aver trovato nuove linee e per aver dato vita al nostro piccolo ma compatto gruppo di amici. Già, io mi avventuro in esplorazione per i meandri del Moregallo, su e giù per paglione e roccette, in cerca di tesori nascosti. Poi mi schiero in seconda linea, alla sicura, alla manovra delle corde, assistendo alla magia con cui Josef supera la gravità. Tutte le vie aperte fino ad ora le abbiamo aperte insieme, io e lui, ma mai soli: con noi si sono via via alternati giovani membri della nostra squadra che, in alcuni casi, sono poi diventati istruttori o membri del soccorso. Per tutti è stata un’indimenticabile esperienza autentica: una ruota che gira, solo apparentemente in modo lento, creando una spirale sempre più ampia.


La “Torre Bifida” è uno dei principali torrioni indipendenti della Valle Due Pile. Si innalza per oltre 40 metri alla biforcazione della Valle Due Pile con la Valle del Bech. Si innalza e si impenna in una curiosa torsione che culmina in una cima doppia, bifida. Josef voleva (e tutt’ora vuole!) affrontarla frontalmente, nel suo versante più alto ma anche più fragile. La roccia di quel lato, gialla e friabile, non mi convinceva molto, anzi, affatto. Così, osservando la torre così come il Colonello Troutman osservava la miniera in cui era prigioniero John Rambo, ho cercato un’alternativa… ed alla fine la Natura mi ha premiato! Sul lato orientale la torre si appoggia su alcune strutture rocciose più piccole che, quasi nascosto, formano uno scivolo erboso che rimonta, alle spalle, lo zoccolo più fragile della torre. Risalendo il canale si poteva quindi raggiungere la parte più solida (in senso relativo) della torre approcciando un’inaspettata fessura verticale che rimonta tutta la sua lunghezza. 

Così è nata Siebenundfünfzig alla Torre Bifida nella Moregallo Natural Climbing Area. Venti metri, VI+. Un chiodo lasciato in via, un cordone di calata per la doppia sulla sommità. La cima della Torre Bifida è più sottile della cime dell’Ago Teresina in Grignetta: provare per credere!

Josef Prina, Gabriele Prina, Ruggero Riva, Davide Birillo Valsecchi

Un ringraziamento a tutti i Tassi: alla loro amicizia, al loro impegno, alla loro eterna voglia di fare festa! 😉 

Zucchero e Canditi

Zucchero e Canditi

“Sono andato in discarica a buttarmi via”. Avevo scritto questa frase su un post-it giallo e Bruna l’ha conservata appesa sul frigorifero per quattro o cinque anni. In qualche modo era la perfetta sintesi dell’inquietudine che mi assale in certe mattinate. Ad aggravare la situazione la cupa incertezza per Tom nelle sconsolanti notizie dal Pakistan. Così ho smesso di girare tra le dita, come una specie di santino, un adesivo dei Badger su cui Tom ci aveva lasciato un autografo, abbozzando poi il disegno di un omino che arrampica. Ho infilato le scarpe, tre magliette, una sopra l’altra, e sono uscito di casa: niente zaino, niente corda, niente idee. “Sembra la Nord Del Lyskamm” aveva detto ridendo Josef qualche settimana fa. Insieme a Ruggero stavamo risalendo il ripido crinale sul lato sinistro della valle Due Pile inseguendo la cresta del grande sperone roccioso, quello alla cui base ombreggia un evidente e buio tetto ben visibile dal sentiero che dalla Forcellina attraversa verso Sambrosera. Il crinale erboso, oltre ad essere estremamente ripido, è costellato da insidiose placche di roccia spesso poco visibili. Per riuscire a risalire è necessario fare la “giusta rotta” tra le nicchie e le guglie. Se anzichè l’erba ci fosse la neve sarebbe una salita quasi prestigiosa anzichè una modesta e bistrattata ravanata senza corda. Josef, ed ormai anche Ruggero, sono incredibilmente più forti di me sulla roccia, ma sul paglione, attraverso le labirintiche linee del Moregallo, affidano a me il compito di guidare la carovana e, intendiamoci, io lo considero un grandissimo onore. Lassù, oltre il crinale, sapevo bene cosa ci attendeva: nella valle Sambrosera la torre Quattordio si innalza creando un alta muraglia, ben nota e visibile sulla destra a tutti coloro che risalgono verso l’attacco della Crestina Osa. Tra la Muraglia del Quattordio ed il crinale che stavamo salendo vi è un’ampio anfiteatro di guglie e pinnacoli. Io conoscevo la parte bassa dell’anfiteatro perchè vi avevo cercato una vecchia via di Ivan Guerini su una di queste guglie. La via, ancora oggi, è riconoscibile per un nat incastrato nella parte più alta della fessura a cavatappi che solca la torre. Con Ruggero e Josef, raggiunto l’anfiteatro, ci eravamo abbassati rientrando verso la base del Quattordio. Avevo curiosato verso la parte alta dell’anfiteatro ma la cresta del Quattordio sembrava chiudersi in un incastro di rocce difficilmente superabili. Lungo i canali erano poi ben visibili crolli rocciosi ed alberi abbattuti: non sembrava molto invitante. Tuttavia i segni di passaggio dei Mufloni sembravano promettenti ed il mio desiderio di scoprire cosa ci fosse oltre si faceva insistente. Settimane più tardi, in un altra gita a cui si era aggiunto anche Gianni, avevamo a lungo discusso di come la cresta del Quattordio non fosse mai stata percorsa e come, nonostante le evidenti difficoltà, fosse un’idea intrigante. Così, tornando al presente, sono uscito di casa carico di pensieri mentre la caviglia, rigida e dolorante, cercava di disperatamente scaldarsi. “La via diretta”. Nella mia mente una strana linea rossa univa i sassi della parte bassa della valle Due Pile, rimontava la cascata del Grande Sasso Verde e risaliva il crinale affrontato con Josef e Ruggero, attraversava l’ignoto dell’anfiteatro e si ricollegava alla crestina Osa, da qui fino alla cima del Moregallo. “La via diretta”. Dovevo quindi scoprire cosa custodiva l’ignoto dell’anfiteatro alto. Risalendo il sentiero verso Sambrosera ho quindi deviato verso la casa abbattuta e preso il crinale che risale dritto per dritto verso l’anfiteatro. Il sole era caldo ed i miei passi lenti, sconsolatamente lenti. Due anni fa era tutto diverso: ci si rende conto del proprio livello solo quando lo si perde. Consapevole dei miei nuovi limiti faccio il mio solitario ingresso nell’anfiteatro rimontando alcune rocce rotte. Sono in un’angolo sconosciuto ed isolato del versante Sud del Moregallo: se mi giro alle mie spalle vedo casa, ma sono decisamente solo quassù. La testa segue il ritmo del respiro affannato e batte i suoi colpi a tradimento. Raggiungo il pinnacolo roccioso dove, con Josef e Ruggero, avevamo rimontato il crinale iniziando a scendere. Davanti a me ho solo l’ignoto e qualcosa nel profondo si agita. Non mi sento forte, anzi, a tenere banco sono soprattutto le mie debolezze. Per un attimo la mia incertezza diventa paura. Quindi respiro e, parlando da solo, pronuncio le regole a voce alta: “Andiamo solo fino alla base della muraglia. Facciamo un sopralluogo e se non ci ispira passare oltre torniamo indietro: missione finita, nessun problema, obiettivo raggiunto”. Potremmo chiamarlo il “metodo Gollum” ma ora che le mie regole di ingaggio sono state pronunciato l’inquietudine di perdere il controllo della situazione, la vera anticamera dalla paura, un po’ si acquieta. Alla base della muraglia che spezza il canale erboso ci sono due opzioni. La prima, seguita dai mufloni, rimonta sulla destra una sottile cengia di terra e sassi che rimonta la struttura rocciosa proseguendo sulla cresta della stessa. La cengia, decisamente ripida, è costellata da grossi sassi poco rassicuranti ed inoltre non conosco l’esposizione sull’altro lato di questa cresta. E’ molto probabile mi ritrovi sulla vetta dello sperone roccioso con il grande tetto alla base: decisamente una posizione vertiginosa! La seconda opzione punta alla muraglia rocciosa. Sfruttando il lato destro è possibile rimontare con facilità metà della sua altezza sfruttando poi un’albero di rubinia per avere aiuto nel vincere il tratto finale. Opto per la seconda e raggiungo l’albero di rubinia usandolo per spaccare prima sulla sinistra, entrando quindi in placca, e rimontando poi sulla destra lasciandolo alle mie spalle a modi “rete del trapezio”. Se volo, oltre la pianta, ci sono quattro/sei metri verticali che precipitano su un terrazzino pieno di sassi ammassati. La mia mente stila una lunga serie di “imprevisti e probabilità” sull’esito di un eventuale caduta. Come nota aggiuntiva riporta anche “E’ il compleanno di tuo nipote: se muori oggi rovini la festa per tutti gli anni a venire!”. Mi concentro e passo. Posso ridiscendere dalla muraglia, ma non sarebbe troppo semplice farlo, quindi ora conviene trovare una via d’uscita verso l’alto. La mia mente si agita di nuovo. E’ possibile osservare la propria mente? Non so se sia possibile ma “rilevo” che la mia testa sta facendo due cose: la prima è guardarsi intorno, sono nella parte alta dell’anfiteatro, non ho idea se vi farò mai ritorno e la mia mente sembra osservare e catalogare tutto quello che le sta intorno. Il secondo processo mentale, quasi in opposizione al primo, sembra analizzare e scartare tutto ciò che non è significativo alla ricerca di una via d’uscita. Parallelamente il mio corpo, cercando di mantenere il ritmo, continua a muoversi. Scatta quindi una strana gara tra il corpo che insiste nell’avanzare e la mente che cerca di individuare la giusta rotta. E’ una cosa decisamente curiosa, probabilmente legato a qualche istinto biologico primario. Fermarsi e guardarsi intorno, apparentemente la soluzione logica più ovvia, non sembra un’opzione plausibile: probabilmente mi arenerei in qualche movimento o in qualche pensiero. Tutto ciò che posso fare è abbassare con la respirazione il ritmo del corpo lasciando campo e tempo alla mente per decidere. Individuo due possibili e promettenti passaggi e poi scorgo qualcos’altro: un rampa franosa porta ad uno stretto diedro sulla cresta del Quattordio. Il mio schema mentale cambia ancora, forte delle due possibilità (ancora tutte da verificare) ho una linea per raggiungere la cresta, una cresta su cui forse nessuno è mai stato prima. Il piano cambia così come qualcosa nella mente e nel corpo: l’incertezza diventa una specie di eccitazione. Ci sono un sacco di sassi ammassati ed incastrati tra roccia e terra, sembra un castello di carte: mi ci infilo cercando di arrampicare sui piedi ed uso la schiena come appoggio aggiuntivo. Qualcosa cede ma avanzo bene. Con una mano afferro il bordo della cresta, ho la tentazione di alzarmi oltre, di assumere una posizione imperiosa e trionfale sulla cresta, ma la quantità di roccia fragile che mi circonda lo sconsiglia vivamente ed ho il più fondato terrore nello spingere il mio barricentro verso il vuoto sull’altro lato.  Allungo la testa e sono là, dove forse nessuno è mai stato prima. Guardo i Corni, le creste della Osa e del Cinquantenario, i canali alle spalle della Torre Marina. Conosco tutti quei luoghi ma, da quel punto di osservazione, non li avevo mai vista. “Nella vita è importante saper cambiare il proprio punto di vista”. L’inquietudine con cui ero uscito di casa è scomparsa ed al suo posto c’è qualcosa di nuovo: che sia felicità? Per un secondo lascio che la mia mente si abbuffi di immagini, poi scatto qualche foto, perchè la memoria è debole ed i piani futuri necessitano di informazioni certe. Poi, sazio, inizio la mia cauta discesa verso il canale: ora devo trovare il modo di superare la cresta più a monte e cambiare versante. Sfrutto la protezione di alcune piante rimontando in un canale verso destra. Mi allungo fino ad una sella oltre la quale trovo una breve prato in discesa alla cui base fa bella mostra di sè la palina della Cresta Osa. Sono Fuori!! I miei calcoli erano giusti: la linea de “La Via Diretta” esiste, parte dal cancello di casa mia, risale la valle Due Pile bassa fino alla cascata, rimonta il Crinale, si infila nell’anfiteatro, lo risale superando la cresta del Quattordio e si collega alla Crestina Osa fino alla Cima del Moregallo. Mille metri di avventura: ora non resta che questo vecchietto li unisca tutti insieme con una singola salita!

Davide “Birillo“ Valsecchi

Nota: la cresta del Quattordio è “zucchero e canditi”. I canditi sono i grossi ed instabili massi che la roccia fragile, lo zucchero, inspiegabilmente trattiene nel vuoto contro ogni logica di gravità.

Granito e Dignità

Granito e Dignità

“Dopo una cosa così come si fa a farsi bastare la falesia!?” Appeso alle roccette, in equilibrio sul paglione, le parole cariche di entusiasmo di Ruggero mi strappano un sorriso. “Andando sempre e solo in falesia si rischia di dimenticare che tutto è cominciato per questo!” Il mio compagno d’avventura guarda rapito i salti di roccia che ancora ci separano dalla cresta: sono ormai quattro ore che arrampichiamo e giochiamo andando a zonzo per la valle Due Pile. Stamattina, dopo aver bevuto un caffè in cucina, abbiamo semplicemente attraversato la strada ed iniziato ad arrampicare a due passi da casa. La Valle Due Pile Inferiore, il tratto al di sotto del traverso che collega Sambrosera al Forcellina, è un tripudio di “aliene rocce dure” giunte qui dalle montagne lontane, trasportate con infinita pazienza dal ghiacciaio in un tempo remoto. La valle, oltre alle cascate ed ai salti rocciosi di calcare, offre graniti di ogni tipo e dimensione su cui sbizzarrirsi sboulderando.

Nonostante mi senta decisamente meglio è ancora presto perché io possa tornare “a giocare da solo”, così il buon Ruggero – nuovo membro della ciurma dei Tassi – mi fa da balia nelle mie scorribande. La cosa divertente, ed allo stesso tempo curiosa, è che con lui sono riuscito a chiudere tutti quei passaggi che da solo, anche quando ero in piena forma, non ero riuscito a superare. Sembra incredibile ma, quando si arrampica da soli e slegati, è la testa il vero motore e la semplice compagnia di un amico alleggerisce ogni difficoltà, rendendo un gioco anche i passaggi più impegnativi o quelli potenzialmente più traumatici.

Risalti fino alla cascata del grande sasso, guadagnato il sentiero con una nuova variante sulla sinistra, ci siamo infilati nella Due Pile Alta, raggiungendo il Pilastro Charlie Patton e le altre strutture iniziali. In quel punto la Due Pile si biforca in due rami, quello occidentale che sale fino alla Bocchetta di Sambrosera, quello orientale che, ostruito a metà da un grosso masso, risale fino all’uscita in cresta del sentiero Paolo ed Eliana. Sui lati di entrambi i rami della valle si innalzano creste, guglie e quinte che contengono gli “spazi alti” sotto l’Anticima del Moregallo. La geografia di questa zona è un dedalo di roccia e paglione, spesso di difficile lettura e comprensione.

Il lato occidentale, per quanto molto poco frequentato, è quasi completamente visibile anche dal sentiero che da Sambrosera porta all’omonima bocchetta. Il lato orientale è invece nascosto e per questo denso di segreti. Risalendo dalla forcellina avevo percorso tutta la cresta sommitale – una piccola avventura di qualche anno fa – ma non avevo mai risalito il fondo della valle: dal basso non sono state poche le interessanti scoperte fatte.

“Ha ragione Josef, tu hai uno strano fiuto per questi posti”. Finalmente sul sentiero ci siamo riposati al sole riflettendo su quanto avevamo avuto modo di osservare. “Beh, a furia di infilarmi nei guai da solo ho imparato a leggere i segni, la forma delle rocce o le tracce dei mufloni: sono quest’ultimi i veri custodi dei segreti più nascosti. Ma non credere: anche loro sbagliano e le ossa nella valle non fanno che ricordacelo”. In effetti sono il figlio di un cacciatore ed è grazie al mio addestramento giovanile sulle Alpi Carniche, insieme a cani e cagnari, che ho imparato a cogliere – così come fanno gli animali selvatici – i passaggi nascosti che sinuosamente creano linee “possibili” tra rocce, guglie e pareti.

Ognuno ha il suo, e per ora il mio compito è trovare quelle gemme nascoste, gemme che gli arrampicatori più forti di me sapranno cogliere con sincerità ed onestà. Questo è il mio dono, il mio talento e, lo confesso, anche il mio divertimento preferito.

Davide Birillo Valsecchi

La Temibile

La Temibile

[Giuseppe.D.] Partiamo da lontano: nel 2009 ho fatto la mia prima escursione, ai Pizzetti, non avendo mai sentito parlare prima di “escursioni”. Fino ad allora, io avrei detto “andare in montagna”, che per me in pratica significava prendere la bici e farsi un giro di un centinaio di km: Penice, valle Imagna, Campo dei fiori, Sestriere, a seconda di dove abitavo..

Da bambino avevo fatto qualche passeggiata sul Vesuvio, e questa era l’idea più vicina al trekking che mi ero fatto: “vai un po’ dove te pare…”. Quando poi mi sono trovato su un sentiero con bolli e cartelli, mi è sembrata una cosa strana. Un po’ alla volta ho cercato di re-interpretare tutti questi segni e di intenderli solo come dei consigli, ma anche così, mancava qualcosa di fondamentale, che Messner chiamerebbe “la libertà di andare dove voglio”.

Come diceva un tale:«Ci sono dei luoghi, credo ce ne siano diversi, che non appartengono proprio del tutto alla geografia fisica; sono dentro la carta geografica ma la topografia dice molto poco di loro. Sono i luoghi dell’ “altrove”, e i chilometri non rendono giustizia della loro distanza: sono molto più lontani della strada che bisogna fare per arrivarci. Appartengono appunto ad un altrove, e quando ci arrivi percepisci tattilmente la loro singolarità: devi adattare il tuo sguardo, la tua mente, le tue attese non semplicemente ad un paesaggio inatteso, ma a un’inattesa realtà. Ci arrivi per caso, o ci arrivi perchè quel luogo ti chiama, assai raramente perchè lo trovi su una guida turistica.» O un altro tale un po’ più conciso: «C’è ancora terreno d’avventura..». E potremmo citarne tanti altri… Perché altrimenti dovrebbe venirci in mente di andare in questi posti?

Ho visto “la temibile” pochi mesi dopo i Pizzetti, cercando una spiaggia dove nuotare lungo il lago: un posto spettacolare. Ma chi se ne intendeva mi aveva detto: “mica si può salire da lì!..”.

Poi è venuto il 50° OSA, poi il lungo periodo della valle Moregge …e poi, una cartina Kompass su cui trovo la traccia che cercavo. A ottobre 2013 ci proviamo un paio di volte, l’ultima anche da solo: le tracce degli animali in realtà sono tante, e fanno tutte paura: si arriva intorno ai 700m ma poi non si capisce dove andare. Si potrebbe salire a caso, ma senza segni “umani” e senza nessuna sicurezza di uscirne in alto, mi sembra troppo difficile…

Passa un altro anno, prima di conoscere “ItinerAlp”, un marziano che fa tranquillamente Manduino e pizzo di Prata in un fine settimana, ed organizziamo un altro tentativo: per lui è solo una variante di un giro già fatto, e con il suo aiuto salgo “facilmente”. Il Moregallo però per me rimane misterioso: ci ho capito ben poco, e tutto quello che ho visto sul lato Est rimane ancora frammentario. Faccio altre esplorazioni dall’alto, arrivo da Preguda alla casetta di “Argo”, da “Argo” scendo alla scalinata della temibile, da “Passo400” a “Preguda”, da “Argo” in traverso verso Nord… ma ogni volta la domanda è “dove diavolo sono??!”

Poi passa il tempo e un po’ alla volta non me la sento più di rifare tutto il giro partendo dal lago; fin quando Davide non arriva lì con il suo omonimo: allora decidiamo di sentirci per la prossima volta… 4 anni e 4 giorni dopo il primo tentativo!

Giuseppe.D.

Moregallo: Via Buontempo

Moregallo: Via Buontempo

“The climb is going where no man has gone before” Questa frase, pronunciata dal leggendario Capitano Kirk interpretato dallo storico William Shatner, mi ronzava nella testa sotto forma di un buffo video musicale. “Andare là dove nessun uomo è mai stato prima”: questo era il motto di StarTrek, una scheggia d’infanzia davanti alla televisione aspettando l’ora di cena. Forse anche per questo il Moregallo, con i suoi grandi spazi ancora sconosciuti, è per me la grande frontiera, il confine oltre cui spingersi.

Da anni, con una birra in mano al Rapanui, sognavo ad occhi aperti osservando la grande parete Nord e il suo “zoccolo” verde: una muraglia verticale di roccia infida ed erba, un dedalo, un rebus da risolvere. Solo la via “Gioventù 77” si era avvicinata zoccolo rimontando però sullo spigolo della parete Nord. Io invece volevo arrivare lassù, sopra lo zoccolo dove si innalza la seconda grande parete Nord, dove la montagna sembra prendere respiro arrestando il proprio impeto in un piccolo pianoro verde.

Quella roccia fragile, spazzata dall’acqua ed immersa nella vegetazione, aveva tenuto lontano tutti, anche i “grandi” che hanno conquistato la Nord. Serviva scaltrezza e metodo per fare ciò che nessuno ha mai (ragionevolmente) fatto. Per questo la mia mente vagava in quel mondo verticale che ho catturato in mille foto, in mille diverse inquadrature.

Il grande zoccolo è attraversato da due evidenti canali che lo attraversano in obliquo raccogliendo l’acqua che precipita dall’alto. Il primo, quello più basso, scende quasi tutta la lunghezza dello zoccolo. Il secondo, il più alto, lo attraversa più di taglio, quasi nascosto osservandolo dalla base, e precipita verticale in un salto ciclopico quando tocca i margini della grande parete Nord. Bal basso quel canale sembrava irraggiungibile, protetto da un’invincibile cascata strapiombante al cui centro una nera cavità osserva minacciosa, il grande occhio.

Ma io sono un pessimo arrampicatore e questo ha reso la mia mente allenata alle soluzioni alternative. Spingendomi alla base del grande canale avevo scoperto il “Trucco” con cui tentare di ingannare il gigante. Alla base della cascata una rampa erbosa si innalza su uno sperone di roccia, qui una spaccatura, una piccola e bassa grotta taglia la parete raggiungendo la rampa erbosa che obliqua risale fino alla sommità della cascata. Una mossa a cavatappi dal sapore speleo per raggiungere il grande canale. Ero già stato in quel punto, avevo tentato il passo verso la rampa in solitaria ma mi ero arreso davanti all’evidenza. Quello è un viaggio senza ritorno, superata la grotta si può solo uscire seicento metri più in alto, quando finisce la montagna: niente che potessi affrontare da solo.

I sogni sembravano coprirsi di polvere finché Mattia non se ne esce con una cosa delle sue  “Facciamo la via dei Panda?”, un’altra storica ed irripetuta via del Moregallo oltre “il grande buio” nel cuore della Nord. “Naaa… se dobbiamo metterci nei guai scegliamo noi la nostra strada, andiamo dove nessuno è mai stato prima!”.

Durante la notte un violento temporale aveva investito il lago e le sue montagne. Fulmini, vento, ed acqua a secchiate: la mattina, seduto su un muretto aspettando Mattia, osservavo sconsolato le grande pozzanghere sull’asfalto. “Oggi non è giornata”. Mattia, binocolo alla mano, invece se la ride:  “Ma no, vedrai che asciuga”. Sappiamo entrambi che non è vero, ma ora non c’è modo di arrestare ciò che ho messo in moto.

Due corde da 60, vasto assortimento di friend, fettucce e cordini in abbondanza, quindici chiodi, compresi i chiodoni ad u ormai fuori produzione. Completano l’equipaggiamento due fittoni da 40 cm realizzati con i pioli di una scala in alluminio e due picozze da ghiaccio, qualora l’arma bianca si riveli l’ultima possibilità nel corpo a corpo contro i prati verticali.    

“Fai le cose difficili quando sono facili, e inizia le grandi cose quando sono piccole. Un viaggio di mille miglia deve iniziare con un singolo passo. (Lao Tzu)” Risaliamo la piccola rampa erbosa e, legati, ci sdraiamo strisciando nella stretta grotta raggiungendo la base della rampa erbosa. Il viaggio ha inizio. Due tiri da 30 e siamo in cima al canale e, con un passo piuttosto ardito, ci infiliamo al suo interno dove una grossa clessidra sembra accoglierci come solida sosta.

Ma il canale non è pronto a concedersi: grandi cascate sbarrano la strada costringendoci ad aggirarle sui lati quando affrontarle frontalmente non è possibile. Il nostro viaggio è scandito dal suono del martello sui chiodi, chiodi buoni su cui però non cadere, chiodi che quando non escono a mano cedono con qualche martellata. Indietro non si torna, l’unica possibilità è verso l’alto, attraverso l’erba, le cascate, le placche compatte e bagnate, la roccia marcia. Indietro non si torna.

L’esplorazione diventa un viaggio totale, un’immersione completa. Mi sforzo di scattare qualche foto, di documentare, ma fatico a contare i tiri, tutto quello che importa è salire, superare il tiro, scoprire quello successivo, lavorare bene, lavorare in fretta, non sbagliare. Mattia, come un trattore guida la nostra cordata, mentre io, immobile nelle silenziose angosce del secondo, manovro le corde studiando la situazione.

Verso mezzo giorno ci sediamo a mangiare un po’ di frutta secca. Sono ormai tre ore che affrontiamo il canale ma ancora non cede, prima o poi dovrebbe abbattersi, perdere inclinazione, ma i tiri si fanno sempre più impegnativi ed intensi. Ogni mia previsione è sovvertita e distorta: il Moregallo è la montagna dei grandi inganni, dove le prospettive vengono puntualmente imbrogliate. Con un avversario tanto temibile nessuno stratega può spuntarla senza uno slancio di coraggio. Come disse qualcuno “Il Moregallo non ti regala niente”.

Ripartiamo, un tiro alla volta, mentre la nostra determinazione assume le sfumature della rassegnazione sfiorando l’autoironia. Su un traverso, dove la roccia è il trionfo dell’inconsistenza,  Mattia si diverte a sfottermi: “Devi fonderti con il marcio! ..stai li che ti faccio una foto!”. Ho i piedi su dei detriti e le mie prese ballano verso l’alto, se piombo faccio cinque metri di pendolo nel canale, eppure riesce a rubarmi un sorriso anche nel momento di massima concentrazione.

Il tiro successivo è un’altra rogna, poi qualcosa cambia. Il canale sembra abbattersi e la corda scorre veloce per sessanta metri prima di chiamare la sosta. Forse si esce, forse il canale è finito! Ma quando arrivo alla sosta, quasi camminando, mi trovo davanti il nuovo ostacolo: una grande cascata che sembra chiudere la testa del canale. Mattia parte, pianta una fila di chiodi, nessuno su cui sia possibile azzerare, si gira, si torce in opposizione, aggrappato come può e finalmente supera la cascata. Quando lo raggiungo in sosta sono le quattro e mezza, siamo stati nel canale quasi sette ore e mezza ma ora sembra sembra concluso e lo scenario attorno a noi cambia radicalmente.

Siamo alla “Piazza grande”, ci aggiriamo quasi spaesati nel centro del mondo ignoto, nel punto in cui tutte le linee si uniscono. Sopra di noi svetta la grande parete nascosta: spaventosa e bellissima è un susseguirsi di tetti strapiombanti e fessure oblique. Quella parete è il futuro dell’Isola Senza Nome: la progenie dell’Isola, i testimoni della tradizione, un giorno verranno qui e scriveranno nuove e meravigliose storie  …e dovranno essere davvero fortissimi per farlo!

 Ci sediamo a mangiare quello che è rimasto nel sacco razionando l’acqua a disposizione. Poi alle mie spalle un boato distante. Nella mia mente una domanda senza senso “Il sabato sparano le mine nella cava di Lecco?”. Ma la risposta è davanti ai miei occhi: le Grigne sono coperte di nero e lampeggiano di fulmini. Chiusi nel canale non avevamo visto il cambiamento del tempo. Osservo quella massa nera che brilla di viola quasi sconsolato. Il nostro piano non cambia, possiamo solo sperare di uscire verso l’alto ed ora dobbiamo farlo prima che quell’inferno ci si schianti addosso.

Abbiamo davanti a noi solo due soluzioni. La terza, quella più ambiziosa ed esplorativa, va purtroppo scartata a priori. Possiamo puntare sul canale di destra cercando di intercettare l’uscita delle vie sulla Parete Nord oppure puntare sul canale di sinistra e cercare di guadagnare l’uscita. Non esistono informazioni sul canale di sinistra, tutto quello che sappiamo sono le foto scattate dall’alto la scorsa estate con mio fratello e quelle fatte la scorsa settimana dal battello. Forse si passa, ma di sicuro c’è un grande salto prima della valle erbosa. Puntiamo a sinistra con la possibilità di rimontare la cresta centrale qualora servisse un “Piano B”.

I tuoni si fanno sempre più forti ma nel canale, sotto i grandi tetti della Parete Nascosta, non abbiamo idea se abbia già iniziato a piovere. Dobbiamo muoverci in fretta, ma non sbagliare. Spingere e trattenere: il temporale all’orizzonte batte il suo ritmo come un tamburo ma noi dobbiamo tenere il nostro.

Il primo tiro nel canale è poco incoraggiante. Ciò che sembrava facile si dimostra difficile e ci fa tribolare, ci ruba tempo. Poi la situazione cambia, il canale si allarga, compare qualche pianta e salvo qualche salto roccioso superiamo due tiri da sessanta quasi camminando.   Poi il canale reclama e si oppone con una piccola cascata fatta di lame oblique che rimontiamo con un friend e un chiodo “simbolista”. Forse ce la si fa, il temporale incalza ma la montagna sembra finire. Se riusciamo a raggiungere il bosco in cima possiamo giocare a carte con Noè sotto la pioggia, ma dobbiamo uscire.

Due grandi grotte segnano il nostro cammino prima che questo si infranga contro l’ultima colossale muraglia: il muro dei sogni rubati. Il canale è bloccato da una cascata di roccia inchiodabile e coperta di melma. Proviamo un attacco frontale ma appare subito disumana.

A sinistra la grande parete nascosta mentre a destra roccia fragile che rimonta la cresta centrale. “Piantiamo tutti i chiodi che abbiamo, ma dobbiamo rimontare quello schifo sulla destra”. Attraversiamo il canale mentre il temporale ringhia minaccioso. Mattia si alza, pianta un chiodo il cui suono è una promessa, poi si alza e gira lo spigolo: “No! Non è così male come sembra, si passa bene di qui!!” La corda inizia a scorrere, Mattia si muove veloce. “Trenta!” urlo quando passa il segno della mezza corda. “Dieci!”. “Cinque!”. La corda scarseggia tra le mie mani. “Mi servono cinque metri per raggiungere una pianta!” Mi urla Mattia dell’alto. I tuoni ridono di noi, smonto la mia sosta e parto verso il primo chiodo. “Vengo!”. Sono scocciato, quasi arrabbiato, niente e nessuno dovrebbe provare a fermarmi quando sono in quello stato mentale. Raggiungo il chiodo e mi alzo finchè ancora mi è ancora possibile schiodarlo. “Sono alla pianta! Stai fermo che faccio sosta!” mi urla Mattia. Lascio che si leghi e riparto, ha bisogno di altra corda per mettermi in sicura. ”Okay, ora sei dentro! Vieni!” Il tiro scorre veloce tra roccia ed erba, altri sessanti metri che ci portano finalmente tra le grandi piante. Il temporale si è spostato verso sud, non ha attraversato il lago, non ci ha preso.

Siamo fuori, tra le piante, le Grigne sono limpide ed un tramonto rosso illumina il Lario e la punta di Bellagio. La “pace” è una gioia che scoppia all’improvviso. Siamo fuori: abbiamo attraversato la frontiera e fatto ritorno. 

Ci stringiamo la mano riempiendoci di pacche prima di crollare seduti sull’erba. Lui chiama Serena, io Bruna: è tempo di rassicurarle. “Siamo fuori, tutto bene”. Bruna ride, mi racconta che a Varenna è da poco finita una terribile grandinata. Quando lo racconto a Mattia restiamo un attimo in silenzio osservando il lago: “Varenna è là davanti…”.

Poi Mattia si fa avanti. “Hai già un nome? Io ne ho pensato uno poco fa.” “Spara!” “C’è la Parete del Tempo Perduto, la via del Tempo Rubato, la via Tempo al Tempo. Potremmo mantenere la tradizione e chiamarla via ‘Buontempo’, tutto attaccato: sia per celebrare il brutto tempo sfiorato che per rimarcare il ‘buontempo’ che devi avere per una ravanata simile!” “Mi piace! Approvata!”.

La via esplorativa “Buontempo” si innalza per oltre seicento metri, con uno sviluppo a zig-zag piuttosto difficile da valutare. Non sono in grado di ricordare il numero esatto di tiri, credo siano attorno ai quindici: la maggior parte sui trenta/quaranta metri ma tre o quattro anche sul sessanta pieno. Abbiamo impiegato poco più di dieci ore dall’attacco all’uscita. Il grado massimo, con la dovuta furbizia, è un V+ …ma nella gradazione dei Corni di Canzo con l’aggiunta di un tocco speleo. Nessun chiodo è stato lasciato in via. La roccia è terribile, l’erba spaventosa, l’esposizione agghiacciante appena metti il naso fuori dal canale. No, non abbiamo mai usato le picozza ma, con quello che l’ho pagata, era un piacere sentirsela addosso. Il triangolo nelle foto indica il punto denominato “Piazza Grande”.

Mattia si conferma uno straordinario chiodatore, un caparbio lottatore capace di mantenere il sangue freddo nelle difficoltà. Uno dei migliori con cui abbia mai arrampicato, uno dei più “solidi”, probabilmente l’unico con cui affrontare una “ravanta” tanto incerta e scomoda quando la tempesta incalza. Negli annali dell’Isola Senza Nome la nostra cordata non sarà ricordata come la più forte, nè la più furba o saggia, ma per certo come una delle più coriacee e selvagge che abbiano attraversato con coraggio i territori dell’Isola. Grazie per essere stato mio compagno in questa nostra ennesima avventura.

Davide “Birillo” Valsecchi 

Pace in tempo di Guerra

Pace in tempo di Guerra

La sveglia suona alle sei e mezza ma ci metto un’ora intera prima di uscire di casa. Bruna dorme, io mi faccio un caffè, una doccia e mi aggiro per il salotto dando un’occhiata ad Internet mentre coccolo i gatti. Cerco il giusto stato mentale, diversamente conviene me ne torni nel letto. Poi, finalmente, esco e lascio che ogni passo aggiusti e riassetti il mio corpo.

Quando arrivo a Passo400 soffia un vento forte da nord, supero il crinale a sbalzo sul lago e mi ritrovo davanti il regno selvaggio del Moregallo Orientale mentre il sole del mattino ne illumina le forme. Per un istante tentenno, mi siedo e scatto qualche foto mentre studio ancora il canale che intendo salire. Se mi fermo troppo a lungo il coraggio verrà meno: respiro, mi alzo e riparto.

Alla base del canale sono sovrastato dalle pareti ritorte e la mia unica possibilità verso l’alto è quella ruga nella montagna, scavata dall’acqua e dall’ignoto. Mi aspettavo un canale detritico a blocchi ma il primo rialzo è di roccia compatta, quasi placca: bene e male. L’attacco sembra parlare chiaro: qui si arrampica o non si passa. Supero il primo salto ed affronto il successivo. Nello zaino ho trenta metri di corda, la mia sola possibilità di fuga. Ad ogni salto di roccia mi guardo in giro cercando dove giocarmela con una doppia. Poi i salti rocciosi diventano quattro, cinque, sei: sempre più sostenuti, sempre più impossibili da affrontare in discesa.

“Con doppie da 15 diventa un inferno scendere da qui”. Rimonto il salto successivo ed ormai mi è chiaro che indietro non si torna più: ho mollato gli ormeggi, non resta che navigare nell’ignoto e trovare un’uscita. “Io ho fatto la mia scelta, ora tocca alla montagna non essere troppo cattiva”. La solitudine avvolge i miei pensieri mentre le mie percezioni si dilatano: la mia vita è ora nelle mie scelte. Sembra spaventoso ma è qualcosa di piacevole.

Il canale si abbatte un poco e la vegetazione ne approfitta per invaderlo. Senza la gravità a lavorare in verticale il fondo si riempie di detriti e sassi instabili. Sembra meno difficile, ma devo fare più attenzione. Mentre avanzo trovo qualcosa di inaspettato: un vaso di plastica per fiori! Sorrido e gli scatto una foto: sopra di me, sulla sinistra orografica c’è il Sasso Preguda e la sua chiesetta: quel vaso è finito di sotto spinto dal vento.

Proseguo ma il canale sembra chiudersi morendo in pareti verticali, quindi mi sposto sulla destra cercando di guadagnare il crinale che separa il mio canale da quello affianco. Raggiungo la cresta ed inizio a salire aggirando i grossi sassi di calcare e le piante che segnano il confine tra i due “vuoti”. L’esposizione è ragguardevole ma le difficoltà sono accettabili: ora tornare indietro è davvero impossibile. Seguo linee invisibili accarezzando la roccia, ma la vegetazione mi nasconde il resto della mia storia: non posso far altro che credere e dubitare.

La cresta obliqua ancora verso sinistra, verso il mio canale. Rientro nel fossato di roccia e faccio una nuova sorpresa: un teschio di tasso dai ragguardevoli denti. L’incontro in parte mi inquieta: un tasso morto, disperso in un canale sconosciuto, non è un bel presagio per il Nostromo dei Tassi del Moregallo. Mi fermo a studiarlo, scatto qualche foto. Mi sfiora l’idea di infilarlo nello zaino ma subito desisto. Con quei denti era un’animale forte ed orgoglioso, ha trovato la morte cadendo dall’alto, vinto dalla montagna, forse al buio, forse nella pioggia. Meritava di più che finire nei miei trofei, così l’ho appoggiato su una bella roccia salutandolo: “Augurami sorte migliore, fratello tasso”.

Il canale diventava uno stretto diedrino erboso tra una placca compatta ed un muretto a salire. Mi alzo nel diedro ma davanti a me, oltre la vegetazione vedo solo la roccia ed i caratteristici prati verticali sotto Preguda. Mi alzo ancora ma devo cambiare strategia, in quella direzione non si può proseguire. Così rimonto sul muretto ed inizio un traverso su roccia verso destra cercando di guadagnare nuovamente il crinale. Ormai sono fuori, sono in parete, l’esposizione è ormai irrilevante: arrampico slegato su passaggi di IV. La cosa, curiosamente, non mi disturba: è l’unica opzione razionalmente possibile e la roccia è stupenda. Rimonto il crinale per poi abbassarmi nel canale di destra, dentro cui guadagno ancora quota.

Qui faccio un errore di valutazione che comprenderò solo più tardi. Un’esile traccia di muflone sembra alzarsi ancora verso destra attraverso una cengia di detriti. Le piante mi impediscono di vedere bene ma mi alzo seguendo quella linea che punta a rimontare sulla spalla destra del secondo canale. La roccia si fa però friabile e poco convincente: quel “sentiero da capre” potrebbe essere la soluzione più logica ma anche una pericolosa trappola. Non mi fido, rientro nel canale e lo riattraverso riguadagnando il crinale sfilando dentro una roccia spaccata.

Davanti a me ho uno strano mosaico di prati verticali e roccia bianca costellata da piccole ma apparentemente solide piante. Punto dritto per dritto arrampicando nel misto. Poi prendo, mi alzo sopra un diedro roccioso e mi ritrovo davanti una pancia di rocca. Per rimontarla devo alzarmi oltre lo strapiombo su prese piccole e riposizionarmi su fessure, oppure tirare un metro di dulfer orizzontale su lama buona e placca liscia prima di rimontare su una pianta. In entrambi i casi, se nel momento di massimo sforzo non mi bastano le braccia o mi partono i piedi, passo di sotto senza scampo. “Gli equilibristi muoiono credendo che l’esercizio sia finito”. Un pensiero che abbozza la frase di Philippe Petit, di cui ricordo il senso ma non le parole esatte.

Al primo movimento mi accorgo che è troppo, che mi sto giocando il jolly quando forse manca poco ad uscire. Mi fermo, mi guardo in giro e di lato, scendendo e compiendo un piccolo traverso, vedo una soluzione più abbordabile. Forse anche più esposta ma gestibile e frazionabile in più movimenti. Mi abbasso, mi incastro in una nicchia, mi sfilo e con una “mastrufolata imperiosa” raggiungo una pianta e finalmente il bosco di betulle.

Faccio due passi, mi allontano dal vuoto, ed inizio a respirare a pieni polmoni. Altri due passi ed i miei respiri si fanno ancora più intensi e rumorosi. “Fuori, sono fuori!”. Ormai sto iperventilando e mi siedo a terra sul prato. Dallo zaino prendo la bottiglia dell’acqua e bevo avido. Respiro e prendo il cellulare: “Sono fuori. Canale fatto, Birillo vivo” scrivo a Bruna. Poi mi alzo e guardo di nuovo di sotto: senza sporgermi troppo perchè mi fa un po’ paura…

Sull’altro lato del canale la cengia delle capre appare ora come una buona soluzione percorribile ma, in fondo, era stato figo anche chiudere con una bella serie di placche intense! Mi siedo di nuovo ed dallo zaino estraggo una busta di fette di mela essiccate. Le mani non tremano ma si muovono in modo strano, mi sento una scimmia goffa che tenta di infilarsi in bocca patatine sbriciolate. Il mio corpo ha staccato la spina e la mente ha mollato il colpo: improvvisamente mi sento un vecchio pieno di dolori. Ma il sentiero è venti metri alle mie spalle, mi godo il momento.

Davanti a me, sul lato opposto del lago, fa mostra di sè il Forcellino. E’ da questa mattina che ripenso a Dean Potter ed alle sue parole raccontate da Luca Calvi: «Una delle espressioni che maggiormente lo infastidiva era sentirsi accusare di essere un adrenaline-addicted, adrenalina-dipendente. “No, Luca, per favore, aiutami a spiegare che la mia non è ricerca dell’adrenalina, è esattamente il contrario. Fin da piccolo mia madre mi ha insegnato l’arte dello yoga, il sapermi concentrare e controllare. L’adrenalina è l’esatto contrario di quello che cerco io. Io spingo le difficoltà al massimo, salgo una via in free-solo oppure cammino sulla slack senza cordino di sicurezza perché così mi concentro al massimo, mi avvicino maggiormente a quello stato di benessere con me stesso e col mondo che è l’esatto contrario delle sensazioni di chi va a drogarsi di adrenalina. Per loro l’adrenalina arriva dal gioco quasi inconscio con il rischio semisconosciuto, una sorta di roulette russa. Per me no, non c’è nulla di non calcolato, è un percorso che mi porta a salire, ad elevarmi, a camminare con vuoto tra le gambe ed infine a poter volare… So che mi capisci, scrivilo tu…”». Curiosamente le parole di Dean mi ricordano quelle di Ivan e quelle apprese studiando “la via della mano vuota” (Karate-Do). L’ignoto è la mia difficoltà massima, la posta in gioco la stessa: con una punta di egocentrismo avevo quasi sperato fosse lui uno dei due corvi che avevano vegliato la mia salita nel canale. Sull’altro non ho dubbi, mi segue ormai da anni su queste montagne. 

Ieri, Bruna ed io, eravamo ad Esino Lario: Davide Castelnovo era il tracciatore della prima edizione del EsinoBlockRock, una gara di Street Boulder tra le vie del paese. Oltre a Davide e suo papà Pier abbiamo incontrato anche il Guerra e gli altri ragazzi di Valmadrera: tutti veterani dell’Isola Senza Nome. “Serve la testa per le vie dei Corni” chiacchieravamo insieme “Senza il giusto stato mentale al secondo tiro cerchi la fuga in doppia anche se hai già ripetuto la via più volte”.

Come spesso accade ero affascinato dalle straordinarie capacità dei boulderisti, dal modo in cui riuscivano a risolvere movimenti tanto complessi con apparente semplicità e leggerezza. Probabilmente non riuscirò mai ad arrampicare come loro, così come non sarò forse mai al livello di Mattia, di Josef, Ivan o Gianni. Ma in fondo è giusto così: nelle mie “cose”, nella mia “dimensione”, nel mondo che ho scelto di sentire mio, credo di essere diventato piuttosto bravo …e forse mi basta questo per apprezzare il giusto equilibrio. Quella di oggi è stata una bella salita, completa in tutti gli aspetti che mi appartengono.

Davide “Birillo” Valsecchi

Non credo che il canale sia mai stato salito o che possieda un nome. Ho pensato a tanti nomi ma nessuno mi sembrava appropriato, così mi piacerebbe chiamarlo “Canale del Nostromo”: ma è giusto un vezzo, non è fondamentale. La salita non scende mai sotto il secondo/terzo grado ed è da considerarsi prevalentemente di “misto-verde”. Serve intuito e capacità nel tracciare la rotta, bisogna saper mitigare le difficoltà ma anche essere consapevoli che molte situazioni vanno risolte di petto con passaggi, anche lunghi, di IV tendente al IV+ (La roccia è buona quindi è possibile che il grado sia più alto e che semplicemente non l’abbia sentito). Di questi passaggi, ahimè, non ci sono foto perchè ero troppo impegnato a cercare di sopravvivere anzichè fotografare 😉 Il punto d’uscita l’ho segnato con un adesivo vinilico su una betulla. Due ore e quaranta nel canale. E’ una ravanata intensa di quasi quattrocento metri di dislivello senza via di fuga: mi raccomando, non mettetevi in testa idee stupide se non è il pane vostro.

La “Direttissima” del Moregallo

La “Direttissima” del Moregallo

Domenica mattina di luglio: un caldo terribile. Il paradosso è vivere ad un chilometro in linea d’aria dal Lago e tecnicamente non riuscire a sfruttarlo. La costa che risale da Parè, frazione di Valmadrera, fino ad Onno, frazione di Oliveto Lario, è infatti “logisticamente” un problema su cui continuo ad “incartarmi”. Il tratto di strada, la provinciale SP583, che collega le due frazioni è lungo 11 chilometri ed attraversa due nuove e lunghe gallerie. La prima di 1,7 chilometri, la seconda di 2.3 chilometri. La vecchia strada statale, che correva lungo la riva del lago, è oggi chiusa e quasi completamente impraticabile, nel senso che il primo tratto di strada è diventato privato ed è solidamente recintato. Neppure “ravanando” è possibile aggirare questo blocco lungo la riva: forse solo a nuoto, tenendosi ben lontani dal cantiere navale, si riesce a passare!

Curiosamente la parte “insensatamente” privatizzata appartiene al comune di Valmadrera mentre il resto della vecchia strada, oggi in abbandono ma praticabile a piedi, appartiene al comune di Mandello del Lario che, sebbene sulla riva opposta del lago, vanta storici diritti sui territori del Moregallo.

Le due nuove gallerie impongono quindi di accedere alla sponda orientale solo a Parè, prima della prima galleria; in località Moregallo, tra le due gallerie; alla spiaggia delle Moregge, dopo la seconda galleria. Purtroppo a queste limitazioni se ne devono aggiungere altre due: la prima è un cronico affollamento estivo di tutta la zona, la seconda è la scarsa possibilità di parcheggio, oggi anche a pagamento. Anche volendo affrontare due chilometri di provinciale chiusi dentro una trafficata galleria, una camera a gas, sarebbe comunque impossibile: la galleria, per problemi all’impianto di illuminazione, è interdetta tanto ai pedoni quanto alle biciclette. Quindi la macchina ed il parcheggio a pagamento sono l’unica soluzione diretta.

Tutto il versante Est del Moregallo è caratterizzato da grandi pareti verticali e, come se questo non bastasse, ci sono ben quattro cave che “aranano” i già difficili fianchi della montagna. Per questo motivo non vi è un sentiero che corre a mezza costa da sud a nord. Al momento l’unica soluzione possibile e ufficiale è il sentiero 50° Osa che dalla bocchetta di Sambrosera, a 1192m di quota sulla cresta del Moregallo, compie una lunga discesa superando la Parete Nord e raggiungendo il lago tra il Rapanui e l’Avalon. Quindi, solo andata, sono oltre 1000 metri di dislivello ed oltre 6 km di sviluppo per ovviare ad un impraticabile strada di 2 chilometri pianeggiante a bordo lago!

Inevitabilmente tutta quella zona, osservabile solo dall’altra sponda del lago e quindi lontana da occhi indiscreti, è territorio di “saccheggio”: quando in cava, il 6 marzo 2015 si sono lasciati prendere la mano con le mine, per il boato che ne è derivato se la sono fatta sotto anche a Lecco. Così, giusto per dire… (LeccoNotizie: Boato sul lago, tanta paura)

Le alternative al 50° sono poche, selvatiche e spesso non offrono alcun vantaggio se non quello di “pericolare” negli angoli più fieri del Moregallo. C’è infatti il “Sentiero della Teleferica” (un’avventura!), quello “del casotto dal lago” (un’altra avventura!) e più a nord tracciati dei mufloni e dimenticati sentieri sulla sinistra orografica della valle delle Moregge. In ogni caso è necessario raggiungere la cresta del Moregallo oltre i 900 metri per poi poter scendere.

Nello scorso inverno, agli inizi di Dicembre, mi sono avventurato ad esplorare una possibile soluzione che, più o meno a quota 400, riuscisse a vincere gli ostacoli attraversando orizzontalmente tutto il versante. La prima parte della mia esplorazione è stata vertiginosa ma di successo: molti “sentieri” tracciati dagli animali attraversano orizzontalmente fino a raggiungere la cresta a quota 400: il sasso Preguda è a quota 630, quindi questa linea è decisamente “bassa” ma sufficientemente alta per accedere all’anfiteatro roccioso che “ospita” la cava al di sopra della sua linea di scavi.

Quella zona è bellissima e probabilmente, al di sopra della cava, è assolutamente “vergine” del tocco umano. Ci sono un paio di linee che, attraverso la roccia a strati ed i prati strapiombanti, può essere inseguita per raggiungere la cresta opposta, dove corre il sentiero del casotto. Il prossimo autunno, quando l’erba sarà seccata ed i serpenti avranno smesso di pascolare per prati, ho intenzione di continuare la mia esplorazione. Ovviamente serviranno corde e chiodi per riuscire a raggiungere l’altro lato ma, se mai ci riusciremo, avremo superato i primi due grossi ostacoli: la prima cava e la prima galleria. Da quel punto, attraverso il sentiero del Casotto e quello della Teleferica si potrebbe proseguire orizzontalmente fino al grande (e temibile) canalone che scende a valle a sinistra della parete del Tempo Perduto. Se anche questo secondo “problema” fosse risolto il nostro viaggio potrebbe continuare in orizzontale fino alla base della Parte Nord.

Mentre rifletto sulle possibilità e sulle difficoltà non posso che pensare ad Eugenio Fasana, il grande alpinista che stato il capostipite degli arrampicatori dell’Isola Senza Nome. Sua è infatti la prima storica via d’arrampicata sull’omonima parete del Corno Centrale realizzata il 30 Giugno del 1910. Pensavo a Fasana perchè fu sempre lui, nell’Ottobre del 1911 , a tracciare l’avventurosa linea su cui oggi corre la celebre Direttissima che in Grignetta collega i Resinelli con il rifugio Rosalba. Quella linea avveniristica, tra canali repulsivi ed allora inesplorati, oggi è uno dei sentieri più noti e frequentati della Grignetta. Certo, oggi ci sono cavi in metallo, pioli, scale e probabilmente ben pochi si rendono conto di cosa possa significare affrontare quel percorso senza tutte quelle “correzioni” umane che furono introdotte dal Cai Milano nel 1923.

La direttissima di Fasana e la mia esplorazione attraverso il Moregallo per certi versi si assomigliano molto: un’avventura ed un’esplorazione “diversamente” alpinistica. Ma quale potrebbe essere il suo futuro? Per quanto io sia contrario ai cavi metallici, alle catene ed al trapano non è possibile negare il ruolo dell’attuale direttissima nello scenario della Grignetta. Il Moregallo però è aggredito da quattro cave, qualcosa che ha decisamente un impatto esponenzialmente più violento delle mie consuete remore etiche. Un sentiero attrezzato, fosse anche con passaggi da vera e propria ferrata, segnerebbe un limite invalicabile alla salita della cave ed una maggiore frequentazione permetterebbe una maggiore vigilanza. Spalancare le porte di un mondo segreto o lasciare che sia consumato in silenzio? Forse il compromesso è accettabile, di certo avrebbe un senso ed uno scopo forse più nobile di molte altre ferrate “ludiche” del territorio lariano. (A partire da Gamma1 fino alle nostrane Belasa, Venticiquennale Canzo e Trentesimo Osa…)

Così, mentre attendo il ritorno dell’autunno, fantastico su cosa potrebbe essere fatto. Cosa accadrebbe se le avventate esplorazioni dei Tassi del Moregallo riuscissero a raccogliere il sostegno delle storiche realtà dell’Isola: la OSA, la SEV, il Cai di Valmadrera così come quello di Canzo ed Asso. Forse persino i Corvi di Mandello, a cui appartiene ufficialmente quella zona, potremmo esserne interessati. Chissà, forse unendo tutte le forze e tutti i talenti, si potrebbe creare la nostra direttissima, chiudere il cerchio attorno al Moregallo e presidiare una parte del nostro territorio spesso abbandonato.

Davide “Birillo” Valsecchi

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