Category: racconti nel mazzo

CIMA-ASSO.it > racconti nel mazzo
La collina dei ciliegi

La collina dei ciliegi

E se davvero tu vuoi vivere una vita luminosa e più fragrante, cancella col coraggio quella supplica dagli occhi: troppo spesso la saggezza è solamente la prudenza più stagnante, e quasi sempre dietro la collina è il sole. Ma perché tu non ti vuoi azzurra e lucente? Ma perché tu non vuoi spaziare con me, volando intorno la tradizione come un colombo intorno a un pallone? E con un colpo di becco, bene aggiustato, forarlo e lui giù, giù, giù… e noi ancora, ancor più su! Planando sopra boschi di braccia tese. Un sorriso che non ha né più un volto, né più un’età.

E respirando brezze che dilagano su terre senza limiti e confini, ci allontaniamo e poi ci ritroviamo più vicini. E più in alto e più in là, se chiudi gli occhi un istante: ora figli dell’immensità.

Se segui la mia mente, se segui la mia mente, abbandoni facilmente le antiche gelosie. Ma non ti accorgi che è solo la paura che inquina e uccide i sentimenti? Le anime non hanno sesso, né sono mie. No, non temere, tu non sarai preda dei venti. Ma perché non mi dai la tua mano, perché? Potremmo correre sulla collina e fra i ciliegi veder la mattina (e il giorno). E dando un calcio ad un sasso, residuo d’inferno, farlo rotolar giù, giù, giù… e noi ancora, ancor più su! Planando sopra boschi di braccia tese. Un sorriso che non ha né più un volto, né più un’età.

E respirando brezze che dilagano su terre senza limiti e confini, ci allontaniamo e poi ci ritroviamo più vicini. E più in alto e più in là, se chiudi gli occhi un istante: ora figli dell’immensità.

L’Isola dei Bambini Quattro

L’Isola dei Bambini Quattro

Con grande tempesta, tuoni e lampi la nostra avventura incominciò. Il mare in burrasca e i forti venti, il grande veliero affondò. Tutta la notte cercammo gli assenti ma più nessuno si salvò.  E trascinati da forti correnti finalmente terra si toccò. Ora siamo su quest’isola, poche le comodità ma come in una grande favola noi viviamo in libertà. Sembra un paradiso l’isola qui non c’è malvagità mai la vita si fa gelida regna la serenità. Ma quando buio si fa, verso sera scende la paura, il grande fuoco s’accenderà, la capanna resterà sicura, tutti in coro si canterà, ninna nanna nella luna chiara ed il piccino s’addormenterà. Vita libera sull’isola, piccola comunità, la natura ci fa regola con la sua maternità Il sole già alto su nel cielo, i pappagali parlano di già, le trappole pronte attendono al suolo, oggi buona caccia si farà. La piroga è scesa in alto mare, quanto pesce porterà. Al campo muore l’ultimo fiore, nel vecchio mondo più si tornerà.

The monster lived on

The monster lived on

MAXINE: Oggi a scuola uno dei miei studenti è venuto a consegnarmi il suo diario. Il suo nome è Jimmy. È un bravo ragazzo. Si sforza davvero. Ho notato che aveva un graffio sulla fronte, e così gli ho chiesto come se l’era fatto. Mi ha detto che lo aveva scritto nel suo diario e mi ha chiesto se volevo leggerlo. Così l’ho letto durante la mia pausa pranzo. Raccontava di come Jimmy ed i suoi amici stessero giocando alla guerra. Sai …la guerra.

CALVIN: Certo. Fucili giocattolo e tutto il resto.

MAXINE: Jimmy era dalla parte cattiva. Stava interpretando uno dei cattivi. Era salito su albero, ma mentre si nascondeva ha perso l’equilibrio ed è caduto atterrando proprio su uno dei suoi amici che stavano sotto. Tutti i bambini sono accorsi, volevano assicurarsi che entrambi stessero bene. Tutti tranne uno: questo ragazzo salta fuori e spara a tutti i cattivi …e poi si vanta di aver vinto, da solo! E immagino che tecnicamente l’abbia fatto: gli altri bambini non hanno dovuto aiutarlo. Così i cattivi hanno perso. Credo che Jimmy si senta davvero male per l’intera faccenda. Non saprei …non sono esattamente sicura di cosa volesse chiedendomi di leggere il suo diario. Tuttavia ha scritto tutto in modo così dettagliato: quello che è successo deve averlo davvero colpito!

CALVIN: Beh. Probabilmente Jimmy vuole sapere cosa ne pensi tu di un ragazzo del genere. La tua opinione è probabilmente importante per lui.

MAXINE: Tu cosa ne pensi? Del ragazzo che ha sparato ai cattivi?

CALVIN: Non lo so. Un bambino così cresce per essere una persona importante, credo. Come un …come il capo in una fabbrica o … forse il presidente. Non lo so. I bambini sono tosti.

MAXINE: Ma che tipo di ragazzo eri tu?

CALVIN: Io? Io sarei il ragazzo che Jimmy ha schiacciato quando è caduto dall’albero.

“I just killed a man. The monster lived on.
And in the end, the war was won by heroes.
Not me. Do you understand?”
(The Man Who Killed Hitler and Then The Bigfoot )

Il Mirtillo non lo sà

Il Mirtillo non lo sà

Questo week-end sono stato coinvolto, nonostante la pioggia battente, in un’intensa lezione di botanica alpina sul campo. Confesso che le mie conoscenze in ambito floreale sono pari al mio interesse per l’argomento, tuttavia la nostra insegnante, una giovane botanica, è riuscita laddove molti prima di lei – alcuni personaggi piuttosto pittoreschi – avevano clamorosamente fallito per oltre trent’anni: incuriosirmi.

Io credo che la maggior parte della gente si fissi sulla stupida “mania” di esibirsi nella conoscenza dei “nomi” dei fiori perchè il nozionismo superficiale con cui ci si adegua ad una convenzione è lo scudo migliore sotto cui nascondere un’ignoranza profonda. Tuttavia i nomi, nonostante siano arbitrari e spesso transitori, hanno un intrinseco potere nel linguaggio: “un nome definisce ciò che esiste” e questa definizione è spesso il punto di partenza di una storia.

Questo è il caso della Myosotis Alpestris. La giovane Botanica, incontrandone alcuni esemplari sulla morente morena del ghiacciaio Ventina, si è chinata per descrivere ai miei compagni le caratteristiche di quel piccolo fiore azzurro dal centro giallo. Una leggenda tedesca narra che il suo nome “volgare” derivi da una supplica del piccolo fiore a Dio, quando questi stava assegnando un nome a tutte le creature del creato: “non ti scordar di me”.

Io ero distratto in qualche altrove, come lo sono quasi sempre, ma quel piccolo fiore è riuscito a colpirmi, travolgendomi di nostalgia. Quel piccolo fiore azzurro era infatti il preferito di mia mamma e spesso appariva come decorazione dei suoi fazzoletti di stoffa. Così, incuriosito per motivi che nulla sembrano legati alla botanica, mi sono immerso nella spiegazione ascoltando una storia che non conoscevo.

“Il fiore diventa di colore blu dopo che gli insetti lo hanno impollinato, prima è di colore rosa. In questo modo la pianta comunica agli insetti su quali fiori posarsi e quali lasciare in pace”. All’improvviso la nostalgia ha lasciato spazio ad un pensiero più ampio e complesso: “…in che senso comunica?”.

Nella mia mente cercavo di immaginare gli algoritmi, sotto forma di procedure meccaniche e chimiche, che rendono possibile che il fiore, una volta avvenuta l’impollinazione, cambi colore. Tuttavia per la pianta, abusando dell’espressione, questo è un riflesso meccanico e non un atto di volontà. In realtà non esiste neppure una vera comunicazione, il fiore non ha nè coscienza del cambiamento nè alcuna possibilità di conoscere quali effetti ha sul mondo circostante.

L’evoluzione non è un atto volontario, “la pianta non si è volotariamente evoluta per cambiare colore”, semplicemente tutti i fiorellini rosa di quella primitiva famiglia che non hanno cambiato colore si sono estinti o sono diventati qualcos’altro. L’evoluzione è un processo brutale e violento in cui statistica e grandi numeri “selezionano”, in tempi che spesso coinvolgono centinaia se non migliaia di generazioni, ciò che è “vincente” – e perdura – da ciò che è “perdente” – e scompare. Tuttavia l’individuo, in tutto questo, è assolutamente vittima inconsapevole.

Così mi sono focalizzato sulle parole e sul modo con cui presentava le piante. “Il linguaggio forma il pensiero”. Il problema generale è infatti il linguaggio comune e le sue trappole. Così anche la dottoressa, che è straordinaria nel proprio campo di competenza, utilizzava il linguaggio dando spazio al fraintendimento diffuso sull’evoluzione. Un errore che invero è probabilmente giustificabile poichè cerca di ridurre e semplificare “a favola” un’idea tanto enorme da essere, francamente, difficile da abbracciare nella sua interezza.

“La pianta di mirtillo sfrutta gli animali che si cibano dei suoi frutti per diffondere i propri semi su un territorio più ampio”. Questa è la realtà così come comunemente siamo abituati a vederla, nella sua causa-effetto, ma di fatto questa NON è la realtà. Il mirtillo non lo sà, non ha la mimina idea di cosa accada ai suoi semi, non ha “progettato” il suo frutto perchè sia più appetitoso o i suoi semi perchè siano più adatti a resistere ai succhi gastrici degli animali durante il curioso viaggio dalla bocca al culo che li porterà verso “altrove”. No, il mirtillo non sa nulla di tutto questo, non sa nemmeno di esistere.

Eppure ogni anno, come tutte le creature viventi di questo pianeta, compie uno sforzo incredibile per obbedire ad un unico comandamento: “riprodursi”. Questo sforzo enorme anima lo scintillio poliedrico che è il mondo floreale ed ha un solo scopo: “mischiare le carte”. Perchè l’evoluzione è un’infinita e continua “permutazione” di elementi che crea individui “simili ma diversi” affinché, statisticamente, qualcuno di questi individui manifesti – inconsapevolmente – un piccolo ma efficace cambiamento che possa consolidarsi in modo vincente rispetto ai cambiamenti circostanti. “Survival of the fittest”

No, il mirtillo non lo sà, non lo sà che i suoi primitivi e diretti antenati hanno azzeccato, generazione dopo generazione, la “svolta” giusta ad ogni bivio evoluzionistico. Non lo sa che esistono miliardi di suoi parenti “quasi mirtillo” che, senza colpa o volontà, sono “nati inadatti” e si sono estinti. No, il mirtillo non lo sà, e questo mi inquieta perchè presuppone che neppure io, come individuo della mia specie, abbia davvero consapevolezza di quali siano le strategie vincenti – così come i madornali errori – che sto inconsapevolmente mettendo in atto o che sto passivamente subendo.

A complicare le cose un’altro incontro poco distante dal Ventina: il larice millenario della Valmalenco. Una pianta che, ai margini di un ghiacciaio, sopravvive per migliaia di anni è un individuo che hai miei occhi appare leggendario. Nel mio immaginario è il Christopher Lambert dei larici, un “highlander” con Freddy Mercury che gli fa da colonna sonora ogni volta che sorge il sole: “I am immortal, I have inside me blood of kings. I have no rival, no Larch can be my equal: take me to the future of you all!”. Così ho posto timidamente alla dottoressa una domanda: “Ma anche gli alberi millenari ogni anno attivano il processo riproduttivo o redirigono tutte questo energie in ciò che li aiuta a vivere più a lungo?”. Volevo sapere se un individuo aveva la capacità di sottrarsi al cerchio della vita trasformando se stesso, evolvendo volontariamente per estendere la propria esistenza (BioHacking). La risposta però è stata sconsolante: le piante millenarie sono piante come tutte le altre, che seguono lo stesso ciclo come le altre, solo particolari condizioni ambientali hanno permesso loro di vivere tanto a lungo.

Le piante millenarie, sebbene testimoni di un tempo oltre l’umana concezione, non sono speciali, hanno solo avuto fortuna. La loro millenaria individualità si perde nei milioni e miliardi di anni attraverso cui si muove l’evoluzione. Riprodursi attraverso poliedriche imperfezioni e cambiamenti rimane la violenta e vincente scelta della vita. L’esistenza di ognuno di noi è un tiro di dadi nello sconfinato casinò che è l’universo… fanculo ad Einstein ed ai Creazionisti.

Non ti scordar di me, una supplica di un fiore a Dio. Non ti scordar di me. Guardando un fiore dovremmo sentirci tristi, perchè sono la prova vivente che la nostra vita, in un gioco più grande, è davvero poca cosa. Ma prima di tornare a Chiareggio un’ultima strana rivelazione mi è apparsa, impetuosa e consolatrice: “Il mirtillo non lo sa, ma la mucca sì!”

Una rivelazione che trova nome in una pianta: Veratro! Già una pianta dall’apparenza decisamente brutta, fogliacce verdi in mezzo ad un prato, qualcosa che difficilmente interesserebbe gli invasati del “nomen florum”. Eppure, senza saperlo, era per me illuminante! L’evoluzione, attraverso una deriva di permutazioni nel tempo, ha infatti ha selezionato questa pianta rizomatosa valorizzando un suo particolare aspetto funzionale: essere velenosa!

Gli antenati della veratro che non erano velenosi, o anche solo vagamente velenosi, si sono estinti. Hanno smesso di esistere come “specie” perchè quando ti mangiano, e non hai altri jolly da giocare, difficilmente ti riproduci. Il verato invece erà lì, cazzuto ed incazzoso, pronto a vendicarsi: “Muoia Veratro con tutte le mucche che si azzarderanno a mangiarlo!”. Perché in fondo è una pianta sfigata: totalmente “perdente” se implicitamente non facesse affidamento sull’intelligenza della mucca.

Già, perchè la mucca lo sa che non deve mangiarlo il Veratro. Mentre il mirtillo non lo sa che il destino della sua prole è affidato al buco di culo di qualche ungulato (o di qualche bipede) la mucca è un mammifero, e questo cambia davvero tutto!

La mucca infatti NON mangia il Veratro, ma NON lo fa NON perchè una volta l’ha assaggiato ed è morta, non è un’esperienza diretta a condizionarla. Non è qualcosa di passivo, meccanico o involontario o istintivo come accade per il rosa ed il blu del “non ti scordar di me”. No, è un’azione volontaria, consapevole, che non essendo frutto di un’esperienza diretta dell’individuo è il risultato di un insegnamento ricevuto e maturato da un’esperienza indiretta. Una piccola straordinaria magia!

L’evoluzione, come una potentissima Intelligenza Artificiale (AI) che traffica senza sosta con la spietata legge dei BigData, nel suo violento percorso di selezione è giunta alla conclusione che un individuo, prendendosi cura ed educando la propria prole, può accelerare e diversificare i cambiamenti che permettano a tale specie di perdurare nonostante le trasformazioni dell’ambiente che li circonda. L’evoluzione non più come mutazione strutturale quanto invece comportamentale. Mica paglia!!

Il vitellino quindi batte a mani basse il larice millenario, soprattutto perchè la mucca è in grado di “educarlo” senza possedere un linguaggio evoluto o una consapevolezza simile alla nostra. Altro che Internet e protocolli di commutazione a pacchetti! L’uomo, con la sua straordinaria capacità di essere individuo, è di fatto il culmine della strategia evolutiva della vita. Il fatto che l’uomo abbia le potenzialità e la volontà di “esportare” la vita su altri pianeti ne è infatti una prova quasi evidente.

Tuttavia ogni strategia, per quanto evoluta, può rivelarsi tanto vincente quanto perdente nella sua attuazione. La nostra società ha aggregato gli “individui” fino alla “massa” rendendo possibili risultati insperati. Tuttavia questa massificazione, forse per la prima volta dall’alba dei tempi, sta trasformando l’ambiente – mortificando anche il libero arbitrio degli individui – con una rapidità ed un’incidenza tanto sproporzionata da mettere a rischio la scommessa di fondo dell’evoluzione: “la vita trova sempre una via”.

Il mirtillo non lo sa che, mentre lui affida con successo i suoi figli alle feci di qualche animale, suo cugino, il “falso mirtillo” (Vaccinium uliginosum), ha reso i propri frutti psicotropi se assunti in gran quantità. Loro non lo sanno, sono nati così, non hanno scelta: noi invece possiamo scegliere, e non è una differenza da poco.

Alla fine di questo viaggio credo dei nomi dei fiori mi interessi ancora meno di quando siamo partiti, ma sono convinto che la lezione offerta a noi dal regno delle piante, così come il suo rapporto con quello animale, sia inestimabile. Sto diventando decisamente vecchio, ma credo anche siano state le nanerottole, “Le Sorelle Tempesta”, e quel polpettone di “Interstellar”, ad aprirmi gli occhi su ciò che era sempre stato sotto il mio naso:

«Dopo che siete nati voi, tua mamma mi ha detto una cosa che non avevo mai capito. Mi ha detto “Ora siamo qui solo come ricordi per i nostri figli”. Credo di aver capito che cosa voleva dire. Quando diventi genitore sei il fantasma del futuro dei tuoi figli.»

Davide “Birillo” Valsecchi

Diario della Quarantena

Diario della Quarantena

Il viso, furioso e trasfigurato, di Eduardo “Lalo” Salamanca ci augura la buona notte con una punta d’ansia, mentre è la piccola Andrea, all’alba, ad imporre la sveglia. Apro lo sportello del frigor: yogurt, cereali, succo di frutta. Metto sul fuoco il caffè, cambio il pannolino ad Andrea, sveglio Bruna e la piccola Noa. Ogni giorno della quarantena è come il giorno della marmotta, nel mio caso dei marmocchi. Noa è nata il 14 Febbraio, usciti dalla sala parto all’asilo di Andrea era in atto un’epidemia di “Bocca Piedi Mani (EV-71)”: per aiutare Bruna, “puerpera” con due bimbe da gestire tra le mura domestiche, ho sfruttato i giorni di congedo parentale per stare a casa. Nel giro di una settimana l’epidemia, di Covid-19 questa volta, si è trasformata in pandemia… ed eccoci qui, 71 giorni dopo.

C’è qualcosa di biologico nel pianto dei neonati, qualcosa che impedisce il corretto funzionamente del cervello. Incasina i pensieri, scardina gli schemi ed acquisisce priorità assoluta, persino sulla volontà. Una prigionia nella prigionia: un imperativo atavico che, barricati in casa, scandisce lo scorrere delle giornate come la sirena di una fabbrica. Quando questa mattina le nanerottole strillavano in stereofonia ho perso il controllo della mia “fame di spazio” e la casa, ormai accampamento, mi si è chiusa addosso: affogavo incastrato tra gli stipiti delle porte che non portano in nessun luogo.

Così, per arginare il caos, ho preso in braccio Andrea, armato di pennarelli ed un foglio A4, ho iniziato a disegnare il diario della quarantena. “La nostra mente, per il modo in cui si è evoluta, lavora per immagini: per questo facciamo disegni e scriviamo!”. Come i carcerati si comincia tracciando una piccola barretta per ogni giorno trascorso in gattabuia, si prosegue poi inseguendo le date: l’ultima volta che ho fatto benzina, l’ultima volta che siamo andati a passeggio tutti insieme fuori dal giardino. Si elencano le “missioni di approvvigionamento”, le date in cui, armati di uno screen-shot sullo smart-phone, ci si è spinti in una solitaria avventura fino al supermercato per ritirare la spesa prenotata via Internet. Quanta nostalgia per quel bottiglione di Aperol comprato nell’ultima occasione in cui ho spinto il carrello tra gli scaffali!!

Sul foglio si continua riportando cose a caso: i videogiochi finiti, le serie concluse, gli eventi eccezionali. Già perchè quella volta dal dentista oppure la prima vaccinazione di Noa sono state giornate d’ansia, ma anche occasioni da segnare sul calendario. Anche quella volta in cui, mancando un gradino, mi sono distorto una caviglia finisce sul “diario della quarantena”: quanto era stato divertente inviare le foto del piede fasciato con la didascalia “Vedete, anche a casa ci si fa male!”. Quanta arguzia nell’aggiungere immobilità ad una situazione immobile! Qualcuno sul proprio diario della quarantena riporterà risultati incredibili, qualcuno avrà preso una seconda laurea, qualcuno avrà imparato il mandarino, qualcun’altro sarà diventato istruttore di Cross-Fit domestico con addominali da urlo. Io no, sono ingrassato, mi fanno male le ossa e passo le giornate ad inseguire le bambine. Mi consola che forse, tra dieci anni, ripenserò a questo periodo come ad un momento bellissimo della mia vita da genitore… qualcosa su cui anche Leo Ortolani potrebbe realizzare una striscia quotidiana. Magari con la vignetta scritta in mandarino…

Andrea mi dà corda, ma si stufa di numeri e dati: afferra un pastello a caso ed inizia a tracciare ghirigori sopra le parole. Forse sono stufo anche io ed improvvisamente ripiombo negli anni 90, quando seduti accanto ad un telefono fisso, con la cornetta in mano, passavamo il tempo chiacchierando e pasticciando con la biro interi fogli di carta, rimpiendoli di forme, simboli e piccole decorazioni. Ben presto la nana si stanca anche di scarabocchiare ma il suo papà, che aveva tanto cercato di coinvolgerla, no. Compare un righello, dei pennarelli, un paio di chiavi inglesi, forme e formine di tutti i tipi. L’analisi razionale lascia spazio a velleità artistiche per naufragare nella semplicità di un gesto senza scopo.

“La gente esibisce ciò che difetta maggiormente”. Sul mio foglio avevo cercato di fare ordine sulle mie giornate ma avevo finito per seppellire ogni cosa sotto il caos di forme e colori confuse, senza senso. Ma ciò che mi appariva evidente è che in quel caos, che io stesso avevo creato, stavo cercando inconsapevolmente di giustapporre le cromie, i segni, di portare equilibrio, in definitiva ordine.

“Birillo, questa è la verità: tu insegui il caos solo perchè hai il bisogno di trovarvi un tuo ordine. Ti giustifichi trovando soluzioni alternative, inesplorate, inconsuete, ma per quanto ti piaccia rappresentarti in modo assurdo sei ordine, non caos”. Autocoscienza fastidiosa…

“Ti sembro davvero il tipo da fare piani? Lo sai cosa sono? Sono un cane che insegue le macchine. Non saprei che farmene se le prendessi! Ecco io … agisco e basta.” Diceva sghignazzando il Joker di Heath Ledger, esibendo incontenibile follia solo per nascondere i suoi machiavellici ed ossessivi piani. Forse è questo che mi turba, la sicurezza con cui nascondo la mia attuale incapacità di prevedere ed anticipare il futuro, la mancanza di una piano, di una rotta o di una via per passaggi inesplorati che mi permetta di creare ordine in questo caos. La cosapevolezza che le difficoltà esterne rendono sempre più pericolosamente allettante adagiarsi nella ripetitività di questo interminabile giorno della marmotta.

“Il linguaggio forma il pensiero”. Parlo con Bruna, con qualche vicino, ma dopo due mesi anche le telefonate si sono inaridite: “Come stai? Io bene, tu?”. Le video conferenze e le video chiamate ci sollevano dal peso delle parole, usate ormai come riempitivi quando non abusate dai media e dai tuttologi da bar sport. Ciò che mi spaventa sono le parole che perdo, quelle che “mancano” o che “non trovo” sempre più spesso. Come una scimmia appesa ad un calcolatore cerco su google sinonimi e significati che giorno dopo giorno, nell’isolamento, mi sfuggono. Mentre il mio pensiero si fa muto e stentato, attorno a me è un fiume in piena di parole senza senso capace di travolgere me ed il mio giudizio: questo mi spaventa.

“All work and no play makes Jack a dull boy” Questa è la frase che Jack Torrance, il Jack Nicholson dell’Overlook Hotel, ripete ossessivamente sulla macchina da scrivere. Forse anche lui, cercando di scrivere il suo romanzo, tentava di mettere ordine nel caos di quell’isolamento, tentava di usare le parole per dare forma al suo piano per arrivare a Maggio. Ma le parole gli sfuggono e tutto ciò che gli resta, sui tasti, è quella frase ossessiva che in qualche modo lo protegge, giorno dopo giorno, rimandando il tracollo. L’implosione veicolata dalla segregazione.

Le parole, devo ritrovare le parole. “Tu non sai stare da solo” – mi ha detto Bruna giorni fa – “Ti piace isolarti ma hai sempre avuto accanto qualcuno nel corso della tua vita”. Quante cose può insegnarci su noi stessi la solitudine di questi tempi? Ci sentivamo forti ed ora tremiamo nel riconoscere le nostre debolezze? Bene, maledettamente bene: perchè definire un problema è il primo passo per risolverlo. Avere paura significa essere ancora vivi.

1) fai una cosa alla volta 2) definisci il problema 3) ascolta 4) poni domande 5) distingui ciò che ha senso da ciò che non ne ha 6) accetta il cambiamento come inevitabile 7) ammetti gli errori 8) dillo in modo semplice 9) resta calmo 10) sorridi, respira, rendi estremo il banale!

Tutto questo non finirà,  non c’è una data di scadenza per questa situazione. Il 4 maggio non significa niente. Non è il D-Day, lo sbarco sulla Luna o Cristoforo Colombo nelle Americhe. Tutto questo non finirà dalla sera al mattino come un sogno. No, non finirà, ma è inevitabile che cambi: tutto ciò che devo fare è vedere ordine nel caos.

”Fare un nuovo passo, dire una nuova parola, è ciò che la gente teme di più.” (Fëdor Dostoevskij)

Aspettando Hans Gruber

Aspettando Hans Gruber

“Le giornate migliori sono quelle peggiori!”. Alle volte, però, le giornate buone sono semplicemente buone. Così quando il Guero mi ha chiamato per andare a piedi al Palanzone con Paolo ho accettato ben volentieri: una volta tanto avremmo avuto la possibilità di chiacchierare senza per forza dover rischiare la pelle. Il “ragazzo edera” resta comunque un soggetto irrequieto ed esuberante. Gli amici che preferisco hanno l’innata capacità di dare vita a situazioni imbarazzanti: in questo il Guero è indubbiamente uno straordinario esemplare. Vista la quantità di anziani che percorreva il ciotolato di San Salvatore il “Nostro” ha iniziato a chiedere a tutti l’età: le risposte però rasentavano i confini della realtà! Non solo si aggiravano attorno ai 74-77 anni ma alla domanda, senza nessun motivo apparente, iniziavano spontaneamente a sciorinare curriculum alpinistici ragguardevoli quanto inaspettati! “Ne ho 77, ma tu quanti ne hai?” Ed il Nostro imitando se stesso nell’imitazione dei Vasco Taldo. “Io ne ho 65” e l’altro di nuovo “65? Io a 65 anni ho fatto lo Spigolo del Velo, in giornata! Ma bada bene: non dal canale che è pieno di chiodi, ma dalla variante Steger!” Io non sapevo nemmeno di quale “regione” stessero parlassero ma il Guero, conoscendo la zona, ha iniziato ad elencare “nomi” in un curioso ping-pong con lo sconosciuto vecchiardo classe ‘42. Per un istante mi sono sentito come uno di quei concorrenti che vengono scartati ai provini per i reality-show: “Ciao a tutti, mi chiamo Birillo, ho 43 anni e questa è la prima volta che vado alla capanna Mara da San Salvatore. Da grande vorrei fare l’alpinista… forse”.

Dopo una doverosa puntata alla cima del Pizzo dell’Asino abbiamo puntato alla piramide del Palanzone. Poi, di corsa, giù nuovamente ad Erba e diretti al DoppioMalto, l’unico locale erbese che garantisce birra a qualsiasi ora. Dopo un paio di pinte eravamo tutti intenti a discutere di come Ruchin, per sfida, svitasse a mano i bulloni delle locomotive. Oppure come Cassin riuscisse, usando indice e medio, a rompere un bicchiere di plastica semplicemente allargando le dita: che a pensarci bene è una cosa piuttosto mostruosa!!

Domenica mattina il sole era ancora caldo e così ho preso la moglie, incinta al settimo mese, e la nanerottola, 18 mesi, e siamo andati a camminare lungo le sponde del lago di Oggiono. Le montagne dell’Isola, riflesse nell’acqua immobile e sospese nel cielo invernale, erano… erano la vita vera, la realtà nelle tinte pastello dell’autunno. Niente di più, niente di meno. La nana si è rotolata nel fango e nelle foglie ma ha compiuto il suo primo chilometro a piedi tutto di fila. Poi, verso le tre del pomeriggio, siamo tornati al “Lago Grande”, al Rapanui, da Beppe e Carla, per pranzare al caldo del camino tra i sub infreddoliti. Uscendo uno sguardo complice alle pendici del Moregallo, un sorriso carico di ricordi e fantasie proibite.

Siamo qui, aspettando Hans Gruber, aspettando che le luci sulla Nakatomi diano inizio al Natale. Yippee Ki Yay…

Davide “Birillo” Valsecchi


When we finally kiss goodnight
How I’ll hate going out in the storm
But if you really grab me tight
All the way home I’ll be warm

And the fire is slowing dying
And my dear we’re still good-byeing
But as long as you’d love me so
Let it snow let it snow let it snow

Dean Martin

 

L’Isola dei Bambini Tre

L’Isola dei Bambini Tre

Quale padre, al giorno d’oggi, non regala alla propria figliuola un cranio di faina? Il piano era portare la nana a fare un giretto dietro casa. Dopo Preguda e la Forcellina volevo “inanellare” un altro sentiero circolare che, scarrocciando verso occidente, si mantenesse sotto la “linea” che collega a mezzamontagna Preguda al “Tagliasassi” e Civate. Ricamare piccoli anelli, adiacenti tra loro, che ripercorrano i sentieri meno noti nella parte bassa del Moregallo e dei Corni. Da solo la mia autonomia, ma anche la pazienza della nana, è al più di un paio d’ore e questi piccoli itinerari mi sembrano ideali. Nel primo anello avevo raggiunto Preguda dal sentiero del lago. Nel secondo avevo raggiunto la Forcellina da Piazza Rossè. Nel terzo confidavo di partire da Piazza Rossè scarrocciando verso occidente raggiungendo la mulattiera in cemento che risale da Gianvacca per i “Ranch” di Valmadrera, da qui, passando sotto la teleferica con le palle “bianche e rosse” (che è stata abbattuta credo lo scorso anno) ricollegarsi al “Paolo ed Eliana”, deviando poi per la “casotta sotto la roccia” verso sambrosera attraverso le “mura” sopra la “placca dell’idiota”. Mi riproponevo di “revisionare” la toponomastica con i nomi corretti (quelli sopra sono per lo più nomignoli da me inventati), tuttavia non ce n’è stato bisogno perchè, semplicemente, ho sbagliato strada. O Meglio, ho deciso di perdermi. Appena sopra Piazza Rossè ho imboccato il primo bivio puntando verso l’alto. A un certo punto avrei dovuto piegare a sinistra, verso un passaggio – che ricordo a gradoni esposti su uno stretto canale – con cui emergere dagli orti verso la strada in cemento. Purtroppo, o per fortuna, non avevo voglia di deviare ed ho semplicemente continuato verso destra, verso un sentiero che non avevo ancora mai percorso. La nana rideva, la traccia era evidente, così abbiamo semplicemente continuato. Il sentiero “serve” due piccole baite: la prima ben tenuta è dotata di una gran vista e di una grande Barbecue; la seconda è invece in buono stato ma decisamente più abbandonata. Il sentiero, in quel punto, terminava. Probabilmente, attraversando la valle orizzontalmente, si poteva raggiungere “la casa di Batman”. Una baita che avevo raggiunto tempo fa da basso inseguendo una piccola parete visibile dal mio terrazzo. Le ho dato questo nome perchè, appeso ad una parete esterna della baita, c’è un pupazzetto in gomma del “Difensore di Gotham”. Quella baita è raggiungibile da oriente, arrivando alla fine della strada cementata che dalla prima sbarra a Piazza Rossè fa il giro tra le fattorie. Ora però, io e la nana, eravamo lì, ai bordi un ignoto selvaggio al centro di una ragnatela di linee note. Tempo fa, la mia mente non saprebbe dirvi quando, avevo puntato da solo dritto per dritto alla sommità della Forcellina trovando vecchi sentieri e passaggi nascosti tra i piccoli, ma significativi, salti di roccia che il bosco nasconde. Queste paretine non sono mai più alte di 3 o 5 metri, ma il problema resta sempre lo stesso: o ci arrampichi sopra o devi trovare il modo di aggirarle. E’ un mondo “sempre più piccolo”, ma le regole rimangono sempre le stesse, soprattutto con i tredici chili della nanerottola sulla spalle. “Facciamo due passi nelle terre selvagge nanerottola?”. Christopher McCandless perse la vita “a due passi” dalla civiltà ma probabilmente sono pochi, tra coloro che hanno letto il libro o sbavato per la cine-pagliacciata di Sean Pean, ad aver capito il vero senso di quella storia. La natura è un “serial killer”, il migliore in circolazione, e le basta anche una piccola “zona d’ombra” perchè vi travolga con la sua forza. Sento il rumore della civiltà alle mie spalle, una città di 12mila abitanti come Valmadrera e poco oltre una di 50mila come Lecco. Eppure basterebbe un piede in fallo o un infarto fulminante: la nanerottola si ritroverebbe sola, dispersa nell’ignoto che attende ad una decina di metri al di là dell’ultimo “capillare umano” ai piedi della montagna. Per ritrovarla, ancorata al mio cadavere, servirebbero decine di volontari del soccorso alpino, cani molecolari, elicotteri, triangolazioni GSM. Forse non basterebbe neppure quello. Eppure ci siamo addentrati solo pochi passi nelle terre selvagge, ed è stata una mia scelta. “You have stolen my dreams and my childhood with your empty words”. Disse “Greta” qualche giorni fa nel suo celebre discorso alle nazioni unite. Un discorso che non può rimanere inascoltato perchè è lo specchio di questa distopica epoca. In realtà l’unica risposta apprezzabile è stata quella di Putin, il mio patriarcale dittatore preferito: ”Potrei deludervi, ma non condivido gli entusiasmi di tutti riguardo al discorso di Greta Thunberg. Sai, il fatto che i giovani, gli adolescenti, prestino attenzione ai problemi acuti della epoca moderata, compresa l’ecologia, è giusto e molto buono. Dobbiamo supportarli. Ma quando qualcuno usa bambini e adolescenti nel proprio interesse, merita solo di essere condannato. Nessuno ha spiegato a Greta che il mondo moderno è complicato e complesso, cambia velocemente. Le persone in Africa e in molti paesi asiatici vogliono vivere in modo sano come in Svezia. Vogliono vivere come in Svezia e nulla può fermarli. Ma queste tecnologie rinnovabili non sono per loro economicamente accessibili. Vai e spiega loro che invece devono vivere in povertà. Bisogna essere realisti” (link). Lo spauracchio della mia infanzia, fino al crollo del muro, era l’olocausto atomico, l’escalation della guerra fredda. Lo spauracchio dell’infanzia dei miei figli sarà il riscaldamento globale, il GlobalWarmUp. Come adulto, come “ammaccato” sopravvissuto all’era atomica, sono più preoccupato per le cinque estinzioni di massa che, per cinque volte, hanno annientato il 99,9% della vita sul pianeta nel corso della sua lunghissima esistenza. Le stelle, la visione cosmica della cose, hanno questa straordinaria capacità di rendere insignificante ogni problema che, nella quotidianità, appare enorme. La realtà è che, nonostante tutto (ed è davvero tanto!!) quello che l’uomo combina al pianeta, questo ha un’influenza solo del 5% (che non comunque poco) sul cambiamento climatico. Gli esseri umani, la civiltà umana, “galleggia” sopra incredibili equilibri straordinariamente complessi. Galleggia in modo precario creando a propria volta “micro-equilibri” interni fondamentali ma assolutamente fragili. Questi equilibri sono l’economia, i rapporti tra gli stati, la società, la cultura, la moda del momento. La realtà è che nel terzo mondo ogni giorno muoiono migliaia di persone che non hanno accesso all’acqua potabile, o di dissenteria perchè privi di impianti di fognatura. Allo stesso tempo se nel primo mondo, in un giorno d’inverno, saltasse la corrente per più di 48 ore in un’area sufficientemente grande (chessò, tutta l’Interland Milanese) avremo un numero significativo di problemi, vittime e ripercussioni. Siamo fragili, una civiltà fragile in un modo cosmicamente violento. Ricordo che mia madre faceva l’orto, e mio padre tagliava la legna ogni stramaledetto sabato mattina: “l’alba del giorno dopo” non è mai arrivata – oggi è persino proibito avere un camino – ma la cronaca dimostra che basta un piccolo terremoto o una pioggia anomala perchè ogni certezza diventi una disperata dipendenza. La piccola Andrea è nata in TIN, nella terapia intensiva neonatale, grazie ad piccolo miracolo che questi “micro-equilibri” hanno reso possibile. Ora è qui, in uno zaino sulle mie spalle, mentre evita i rami dandomi manate sulla testa, divertita e contrariata, perchè abbiamo lasciato il sentiero spingendosi oltre la sua fine. I miei pensieri sul futuro, a tratti incerti, scorrono liberi mentre la mia mente è focalizzata su ogni passo, saldo, mentre cerco un passaggio attraverso le pareti di roccia verso l’alto. Sua madre, uscendo, non mi ha chiesto dove andassi. Si è fidata di me. Anche alla nanerottola non interessa dove stiamo andando, si fida di me. Già, ed io sono qui, in un mondo ostile, in modi infiniti, cercando una linea possibile attraverso le difficoltà. Si fidano di me perchè non conosco tutte le risposte, ma perchè ho la capacità di individuare, per tempo, tutte le domande. Sono chiamato a farlo nonostante tutto quello che mi circonda, nonostante il pensiero comune spesso pericolosamente unico. Non sono il genitore uno o due, io sono il Padre: sono la membrana che circonda la cellula, l’ultima difesa. Mentre scansiono il mondo che mi circonda, passo dopo passo, trovo una piccolo cranio di faina: tempo fa ne regalai uno simile a mio nipote “Stewy”. Sua madre, mia sorella, era piuttosto inorridita dal mio regalo di compleanno. La cosa mi stupì, soprattutto perchè è una biologa, ma mio nipote conserva ancora gelosamente quel regalo. La morte, di ogni essere vivente, è parte integrante della vita di ogni creatura sulla terra. Si muore perchè è più efficiente creare qualcosa di “nuovo” anzichè ripare in eterno qualcosa di “vecchio”. Si muore nella speranza che ciò che verrà sia migliore. Ma la morte, nella nostra società, è diventata un tabù: comprendere la morte significa accogliere la responsabilità di uccidere. Questo però spezzerebbe uno degli equilibri fondanti della nostra contemporaneità: solo chi non possiede niente, o chi possiede tutto, ha il diritto di uccidere. “Greta col coltello”, quello sarebbe un discorso interessante. Ma la nanerottola gioca con i resti del piccolo animale mentre io riguadagno l’uscita verso un sentiero più in alto, verso il flusso delle cose note. Come genitore, come essere umano, come membro della mia specie, credo di avere il dovere di mostrare alla mia progenie l’ampia gamma di equilibri che ci circondano: mostrarglieli e sperare che sappiano usare la nostra conoscenza per evolverne la comprensione. Non ho altri poteri nel tempo che non mi appartiene. Sul sentiero, in discesa, ci si para davanti uno scoiattolo rosso: la sua coda è lunga ed elegante, ci osserva, colto alla sprovvista dal nostro silenzio. Prendo il cellulare per scattare una foto, ma alle mie spalle sento i passi di un escursionista. Il suo incedere, per quanto sia da solo, è un frastuono. Lo scoiattolo guarda oltre, ci ignora osservando quanto accade alle nostre spalle. Provo ad allungare una mano, a comunicare allo sconosciuto che si avvicina di non fare rumore, di acquietarsi. Ma ogni mio sforzo sembra inutile. “Scoiattolo, sul muretto” sussurro disperato. “Scoiattolo?! Bello! Dov’è?” Mi risponde urlando lo sconosciuto. Provo ad indicargli il muretto ma la bestiola si è già dileguata. “No! Non l’ho visto! Accidenti che sfortuna!”. Già, sfortuna… Lo sconosciuto non è nè buono nè cattivo, è solo uno sconosciuto che percorreva il proprio cammino. Ho provato a comunicare con lui, per tempo, per il reciproco beneficio, ma non è stato possibile ottenere nulla. Non c’era malevolenza, solo un dato di fatto: un’occasione era andata sprecata. Lo sconosciuto, vedendo uno stramboide con una bambina sulle spalle, attacca bottone e comincia a raccontarmi tutta la sua escursione. Non c’era malevolenza, solo un dato di fatto: non avevo interesse nella sua storia. Così indicando una scorciatoia poco battuta, l’ho salutato cambiando strada tra i rovi. Io e la nana eravamo nuovamente soli, responsabili del nostro destino. Forse pensando a questo ero distratto e così, solo all’ultimo, ho visto la bella viperetta che prendeva il sole sui sassi. Il mio corpo, in ottemperanza ad un istinto atavico, ha reagito in modo violento: mentre il piccolo serpentello si dava alla fuga ogni mio muscolo si contraeva spasmodicamente in una frenata d’emergenza aggravata dal peso della nana. Per un istante, prima che utilizzassi le ginocchia come ABS, tutti i muscoli del mio polpaccio hanno iniziato a “scricchiolare” troncando e soffocando il passo. Il serpente era in fuga, ma per proseguire ho dovuto fermarmi e massaggiare la gamba: un morso sarebbe stato forse meno doloroso! “Hai visto nanerottola? Il tuo papà ha paura dei serpenti!!”. Ridendo mi ha dato una manata sulla testa e siamo tornati a casa.

Davide “Birillo” Valsecchi

«Dopo che siete nati voi, tua mamma mi ha detto una cosa che non avevo mai capito. Mi ha detto “Ora siamo qui solo come ricordi per i nostri figli”. Credo di aver capito che cosa voleva dire. Quando diventi genitore sei il fantasma del futuro dei tuoi figli.» – Interstellar

L’Isola dei Bambini Due

L’Isola dei Bambini Due

Chuck Yeager è stato il primo uomo a raggiungere la velocità del suono, nell’ottobre del 1947. La sua storia è parte del film “The Right Stuff” del 1983. In quella pellicola Yeager, che non era entrato a far parte dei sette piloti del Progetto Mercury (le prime missioni spaziali americane con equipaggio), quasi per rappresaglia sale a bordo di un Lockheed NF-104A, un aereo supersonico, decolla e punta dritto verso il cielo, tentando di superare ogni record di altitudine. Il suo aeroplano è una scheggia argentea impennata verso l’alto, il suo motore, un missile con le ali, ruggisce mentre in verticale punta verso i 36.000 metri di altitudine. In una scena di una bellezza incredibile, Yeager riesce ad intravvedere le stelle oltre il cielo, riesce per un istante a sfiorare lo spazio. Prima di lui solo Yuri Gagarin, ma a bordo del gigantesco vettore spaziale Vostok1, si era spinto oltre. Per un commovente istante vede lo spazio, quasi lo sfiora, poi il suo aereo perde completamente la spinta, stalla, precipita verso il basso avvitandosi ormai senza controllo. Era così vicino al suo sogno, ora precipita verso il basso dai confini del cielo. Riesce finalmente a lanciarsi ed il suo corpo attraversa le nuvole in una caduta che sembra interminabile mentre la sua tuta ha preso fuoco. Nella pellicola una ballerina, in controluce con due ali di piume, balla sinuosamente, quasi ad introdurre la drammatica conclusione del film. Ma l’immagine stacca all’improvviso, mostrando Yeager in piedi, nel deserto, che nonostante le ustioni raccoglie il proprio paracadute a poca distanza dai rottami del suo aereo in fiamme.

Vidi questo film molti anni fa, per caso, un pomeriggio da adolescente, e ne rimasi enormemente colpito. Tutta la storia è incredibile, ma la scena dello spazio e dello stallo è per me indimenticabile e terribilmente simbolica. Bellissima.

Lo scorso anno, lo scorso settembre, tutta la mia famiglia era seriamente preoccupata per me. Una situazione tanto grave che fu mio padre, caso eccezionale, ad affrontarmi e dirmi: ”E’ ora che vai a farti vedere da un dottore”. Io avevo il fiato corto anche solo a salire una rampa di scala e mi sentivo debole come mai lo ero stato prima. Se non si fosse impegnata Bruna, obbligandomi ed accompagnandomi, non avrei avuto la capacità di reagire e sottopormi a tutte le analisi. Anche i dottori, sulle prime, erano tutt’altro che sereni e tutti i test, fatti d’urgenza, miravano a scoprire se il problema fosse un “male brutto”. Mia madre, dieci anni prima, era morta di cancro al Pancreas ed ora sembrava fosse il mio fegato a non voler più funzionare. Ero piuttosto depresso: avevano spittato i Corni e stavo per morire di malattia. Che brutto finale. Bruna, quando negli anni precedenti facevo qualcosa di pericoloso, mi rimbrottava sempre: “Vedi di non morire prima di avermi messo incinta! Poi fai pure quello che vuoi!”. Lo diceva per scaramanzia, ma di fatto avevamo una bambina sei mesi ed io ero a terra.

In realtà dalle analisi emerse che non avevo nulla, o perlomeno nulla di rotto. Il mio corpo aveva avuto una specie di black-out, i motori erano andati in stallo, tutti i sistemi avevano semplicemente smesso di funzionare correttamente. Non si sapeva il motivo. I miei valori erano tutti sballati, di due o tre volte la norma, ma nulla che non potesse essere aggiustato. Tuttavia, ve lo garantisco, il viaggio è stato tutt’altro che semplice. La prima vera difficoltà è ammettere un problema, accettare nuovi limiti. Serve pazienza, costanza ed indulgenza verso se stessi.

Mattia mi aveva portato ad arrampicare sulla Bramani-Fasana ai Piani di Bobbio. Terzo/Quarto grado da secondo. Tremavo, avevo le vertigini e la nausea, arrancavo pieno di paura. Fummo costretti a deviare sulla Ferrata per uscire dalla salita e ricordo me stesso, aggrappato alle catene, che mi trascino disperato verso l’alto. Ma la vera angoscia erano le scale del parcheggio che, ogni mattina, affrontavo per andare in ufficio. I dolori alle gambe, alle caviglie, erano uno sconforto senza fine ed orizzonte. Zoppicavo, zoppicavo sempre. Era desolante, non avevo nulla di rotto, ma non ero più in grado di fare nulla, nulla di ciò che mi rendeva ciò che ero stato fino ad allora. Corpo, forza, coraggio, volontà, non c’era più nulla …ero sconfitto. Sconfitto e spaventato. In un circolo vizioso mi trascinavo sempre più in basso.

La bergamasca si è però messa di impegno: mi ha tolto zucchero, birra e caffè, dandomi il tormento, con verdura, strani semini e quintali di pesce cucinato al forno. Si è presa cura di me, quel tanto che bastava per ridarmi la forza di fare altrettanto. Così la mattina, prima di andare in ufficio, ero nuovamente in grado di fare qualche imbarazzante esercizio per sciogliere i muscoli. “La mente è il motore, tutto il resto è un optional”. Ma è facile dirlo quando sei al volante di una “Birillo Full Optional del ’76” pienamente efficiente, molto meno quando sei in un biroccio scassato che non vuole saperne di funzionare. Un tempo, dopo il lavoro, andavo in cima al Moregallo prima di cena. Ora, con due bastoncini, stringevo i denti cercando di arrivare almeno a Sambrosera. Ma è proprio in quei momenti che ti rendi conto che realmente la mente è il vero motore, che tutto il resto puoi aggiustarlo a martellate.

Ed oggi, ad un anno di distanza, mi sento come Chuck Yeager che, un po’ ustionato, raccoglie il proprio paracadute stando in piedi nel deserto. Ciò che possedevo prima mi era stato in dato in dono, ciò che posseggo ora me lo sono conquistato e mi appartiene. I miei occhi sono di nuovo aperti, ora vedono lo spazio anche attraverso le nuvole.

Così guardo la nana mentre gioca sui prati della Forcellina, sdraiata su una colorata stoffa comprata in un viaggio in Africa anni fa. C’è un bel sole di settembre, i Corni brillano, potremmo salire più alto, anche se continua a crescere non la sento più cosi pesante, ma la piccola si stancherebbe stando troppo a lungo dentro il suo zainetto. Quindi ci siamo fermati qui. Tanto nel pomeriggio si va ad arrampicare con i neofiti del gruppo e domani si va a macinare passi da qualche parte con Niky, che mi fa da allenatore. L’inverno è alle porte ed è necessario allenarsi per tornare finalmente al Moregallo, al proprio posto con gli altri Tassi.

E Bruna? Bruna verrebbe volentieri a spasso con me e la nana, ma al momento ha decisamente un buon motivo per stare tranquilla ad aspettarci a casa.

Davide “Birillo” Valsecchi




Theme: Overlay by Kaira