Category: racconti nel mazzo

CIMA-ASSO.it > racconti nel mazzo
Diario della Quarantena

Diario della Quarantena

Il viso, furioso e trasfigurato, di Eduardo “Lalo” Salamanca ci augura la buona notte con una punta d’ansia, mentre è la piccola Andrea, all’alba, ad imporre la sveglia. Apro lo sportello del frigor: yogurt, cereali, succo di frutta. Metto sul fuoco il caffè, cambio il pannolino ad Andrea, sveglio Bruna e la piccola Noa. Ogni giorno della quarantena è come il giorno della marmotta, nel mio caso dei marmocchi. Noa è nata il 14 Febbraio, usciti dalla sala parto all’asilo di Andrea era in atto un’epidemia di “Bocca Piedi Mani (EV-71)”: per aiutare Bruna, “puerpera” con due bimbe da gestire tra le mura domestiche, ho sfruttato i giorni di congedo parentale per stare a casa. Nel giro di una settimana l’epidemia, di Covid-19 questa volta, si è trasformata in pandemia… ed eccoci qui, 71 giorni dopo.

C’è qualcosa di biologico nel pianto dei neonati, qualcosa che impedisce il corretto funzionamente del cervello. Incasina i pensieri, scardina gli schemi ed acquisisce priorità assoluta, persino sulla volontà. Una prigionia nella prigionia: un imperativo atavico che, barricati in casa, scandisce lo scorrere delle giornate come la sirena di una fabbrica. Quando questa mattina le nanerottole strillavano in stereofonia ho perso il controllo della mia “fame di spazio” e la casa, ormai accampamento, mi si è chiusa addosso: affogavo incastrato tra gli stipiti delle porte che non portano in nessun luogo.

Così, per arginare il caos, ho preso in braccio Andrea, armato di pennarelli ed un foglio A4, ho iniziato a disegnare il diario della quarantena. “La nostra mente, per il modo in cui si è evoluta, lavora per immagini: per questo facciamo disegni e scriviamo!”. Come i carcerati si comincia tracciando una piccola barretta per ogni giorno trascorso in gattabuia, si prosegue poi inseguendo le date: l’ultima volta che ho fatto benzina, l’ultima volta che siamo andati a passeggio tutti insieme fuori dal giardino. Si elencano le “missioni di approvvigionamento”, le date in cui, armati di uno screen-shot sullo smart-phone, ci si è spinti in una solitaria avventura fino al supermercato per ritirare la spesa prenotata via Internet. Quanta nostalgia per quel bottiglione di Aperol comprato nell’ultima occasione in cui ho spinto il carrello tra gli scaffali!!

Sul foglio si continua riportando cose a caso: i videogiochi finiti, le serie concluse, gli eventi eccezionali. Già perchè quella volta dal dentista oppure la prima vaccinazione di Noa sono state giornate d’ansia, ma anche occasioni da segnare sul calendario. Anche quella volta in cui, mancando un gradino, mi sono distorto una caviglia finisce sul “diario della quarantena”: quanto era stato divertente inviare le foto del piede fasciato con la didascalia “Vedete, anche a casa ci si fa male!”. Quanta arguzia nell’aggiungere immobilità ad una situazione immobile! Qualcuno sul proprio diario della quarantena riporterà risultati incredibili, qualcuno avrà preso una seconda laurea, qualcuno avrà imparato il mandarino, qualcun’altro sarà diventato istruttore di Cross-Fit domestico con addominali da urlo. Io no, sono ingrassato, mi fanno male le ossa e passo le giornate ad inseguire le bambine. Mi consola che forse, tra dieci anni, ripenserò a questo periodo come ad un momento bellissimo della mia vita da genitore… qualcosa su cui anche Leo Ortolani potrebbe realizzare una striscia quotidiana. Magari con la vignetta scritta in mandarino…

Andrea mi dà corda, ma si stufa di numeri e dati: afferra un pastello a caso ed inizia a tracciare ghirigori sopra le parole. Forse sono stufo anche io ed improvvisamente ripiombo negli anni 90, quando seduti accanto ad un telefono fisso, con la cornetta in mano, passavamo il tempo chiacchierando e pasticciando con la biro interi fogli di carta, rimpiendoli di forme, simboli e piccole decorazioni. Ben presto la nana si stanca anche di scarabocchiare ma il suo papà, che aveva tanto cercato di coinvolgerla, no. Compare un righello, dei pennarelli, un paio di chiavi inglesi, forme e formine di tutti i tipi. L’analisi razionale lascia spazio a velleità artistiche per naufragare nella semplicità di un gesto senza scopo.

“La gente esibisce ciò che difetta maggiormente”. Sul mio foglio avevo cercato di fare ordine sulle mie giornate ma avevo finito per seppellire ogni cosa sotto il caos di forme e colori confuse, senza senso. Ma ciò che mi appariva evidente è che in quel caos, che io stesso avevo creato, stavo cercando inconsapevolmente di giustapporre le cromie, i segni, di portare equilibrio, in definitiva ordine.

“Birillo, questa è la verità: tu insegui il caos solo perchè hai il bisogno di trovarvi un tuo ordine. Ti giustifichi trovando soluzioni alternative, inesplorate, inconsuete, ma per quanto ti piaccia rappresentarti in modo assurdo sei ordine, non caos”. Autocoscienza fastidiosa…

“Ti sembro davvero il tipo da fare piani? Lo sai cosa sono? Sono un cane che insegue le macchine. Non saprei che farmene se le prendessi! Ecco io … agisco e basta.” Diceva sghignazzando il Joker di Heath Ledger, esibendo incontenibile follia solo per nascondere i suoi machiavellici ed ossessivi piani. Forse è questo che mi turba, la sicurezza con cui nascondo la mia attuale incapacità di prevedere ed anticipare il futuro, la mancanza di una piano, di una rotta o di una via per passaggi inesplorati che mi permetta di creare ordine in questo caos. La cosapevolezza che le difficoltà esterne rendono sempre più pericolosamente allettante adagiarsi nella ripetitività di questo interminabile giorno della marmotta.

“Il linguaggio forma il pensiero”. Parlo con Bruna, con qualche vicino, ma dopo due mesi anche le telefonate si sono inaridite: “Come stai? Io bene, tu?”. Le video conferenze e le video chiamate ci sollevano dal peso delle parole, usate ormai come riempitivi quando non abusate dai media e dai tuttologi da bar sport. Ciò che mi spaventa sono le parole che perdo, quelle che “mancano” o che “non trovo” sempre più spesso. Come una scimmia appesa ad un calcolatore cerco su google sinonimi e significati che giorno dopo giorno, nell’isolamento, mi sfuggono. Mentre il mio pensiero si fa muto e stentato, attorno a me è un fiume in piena di parole senza senso capace di travolgere me ed il mio giudizio: questo mi spaventa.

“All work and no play makes Jack a dull boy” Questa è la frase che Jack Torrance, il Jack Nicholson dell’Overlook Hotel, ripete ossessivamente sulla macchina da scrivere. Forse anche lui, cercando di scrivere il suo romanzo, tentava di mettere ordine nel caos di quell’isolamento, tentava di usare le parole per dare forma al suo piano per arrivare a Maggio. Ma le parole gli sfuggono e tutto ciò che gli resta, sui tasti, è quella frase ossessiva che in qualche modo lo protegge, giorno dopo giorno, rimandando il tracollo. L’implosione veicolata dalla segregazione.

Le parole, devo ritrovare le parole. “Tu non sai stare da solo” – mi ha detto Bruna giorni fa – “Ti piace isolarti ma hai sempre avuto accanto qualcuno nel corso della tua vita”. Quante cose può insegnarci su noi stessi la solitudine di questi tempi? Ci sentivamo forti ed ora tremiamo nel riconoscere le nostre debolezze? Bene, maledettamente bene: perchè definire un problema è il primo passo per risolverlo. Avere paura significa essere ancora vivi.

1) fai una cosa alla volta 2) definisci il problema 3) ascolta 4) poni domande 5) distingui ciò che ha senso da ciò che non ne ha 6) accetta il cambiamento come inevitabile 7) ammetti gli errori 8) dillo in modo semplice 9) resta calmo 10) sorridi, respira, rendi estremo il banale!

Tutto questo non finirà,  non c’è una data di scadenza per questa situazione. Il 4 maggio non significa niente. Non è il D-Day, lo sbarco sulla Luna o Cristoforo Colombo nelle Americhe. Tutto questo non finirà dalla sera al mattino come un sogno. No, non finirà, ma è inevitabile che cambi: tutto ciò che devo fare è vedere ordine nel caos.

”Fare un nuovo passo, dire una nuova parola, è ciò che la gente teme di più.” (Fëdor Dostoevskij)

Aspettando Hans Gruber

Aspettando Hans Gruber

“Le giornate migliori sono quelle peggiori!”. Alle volte, però, le giornate buone sono semplicemente buone. Così quando il Guero mi ha chiamato per andare a piedi al Palanzone con Paolo ho accettato ben volentieri: una volta tanto avremmo avuto la possibilità di chiacchierare senza per forza dover rischiare la pelle. Il “ragazzo edera” resta comunque un soggetto irrequieto ed esuberante. Gli amici che preferisco hanno l’innata capacità di dare vita a situazioni imbarazzanti: in questo il Guero è indubbiamente uno straordinario esemplare. Vista la quantità di anziani che percorreva il ciotolato di San Salvatore il “Nostro” ha iniziato a chiedere a tutti l’età: le risposte però rasentavano i confini della realtà! Non solo si aggiravano attorno ai 74-77 anni ma alla domanda, senza nessun motivo apparente, iniziavano spontaneamente a sciorinare curriculum alpinistici ragguardevoli quanto inaspettati! “Ne ho 77, ma tu quanti ne hai?” Ed il Nostro imitando se stesso nell’imitazione dei Vasco Taldo. “Io ne ho 65” e l’altro di nuovo “65? Io a 65 anni ho fatto lo Spigolo del Velo, in giornata! Ma bada bene: non dal canale che è pieno di chiodi, ma dalla variante Steger!” Io non sapevo nemmeno di quale “regione” stessero parlassero ma il Guero, conoscendo la zona, ha iniziato ad elencare “nomi” in un curioso ping-pong con lo sconosciuto vecchiardo classe ‘42. Per un istante mi sono sentito come uno di quei concorrenti che vengono scartati ai provini per i reality-show: “Ciao a tutti, mi chiamo Birillo, ho 43 anni e questa è la prima volta che vado alla capanna Mara da San Salvatore. Da grande vorrei fare l’alpinista… forse”.

Dopo una doverosa puntata alla cima del Pizzo dell’Asino abbiamo puntato alla piramide del Palanzone. Poi, di corsa, giù nuovamente ad Erba e diretti al DoppioMalto, l’unico locale erbese che garantisce birra a qualsiasi ora. Dopo un paio di pinte eravamo tutti intenti a discutere di come Ruchin, per sfida, svitasse a mano i bulloni delle locomotive. Oppure come Cassin riuscisse, usando indice e medio, a rompere un bicchiere di plastica semplicemente allargando le dita: che a pensarci bene è una cosa piuttosto mostruosa!!

Domenica mattina il sole era ancora caldo e così ho preso la moglie, incinta al settimo mese, e la nanerottola, 18 mesi, e siamo andati a camminare lungo le sponde del lago di Oggiono. Le montagne dell’Isola, riflesse nell’acqua immobile e sospese nel cielo invernale, erano… erano la vita vera, la realtà nelle tinte pastello dell’autunno. Niente di più, niente di meno. La nana si è rotolata nel fango e nelle foglie ma ha compiuto il suo primo chilometro a piedi tutto di fila. Poi, verso le tre del pomeriggio, siamo tornati al “Lago Grande”, al Rapanui, da Beppe e Carla, per pranzare al caldo del camino tra i sub infreddoliti. Uscendo uno sguardo complice alle pendici del Moregallo, un sorriso carico di ricordi e fantasie proibite.

Siamo qui, aspettando Hans Gruber, aspettando che le luci sulla Nakatomi diano inizio al Natale. Yippee Ki Yay…

Davide “Birillo” Valsecchi


When we finally kiss goodnight
How I’ll hate going out in the storm
But if you really grab me tight
All the way home I’ll be warm

And the fire is slowing dying
And my dear we’re still good-byeing
But as long as you’d love me so
Let it snow let it snow let it snow

Dean Martin

 

L’Isola dei Bambini Tre

L’Isola dei Bambini Tre

Quale padre, al giorno d’oggi, non regala alla propria figliuola un cranio di faina? Il piano era portare la nana a fare un giretto dietro casa. Dopo Preguda e la Forcellina volevo “inanellare” un altro sentiero circolare che, scarrocciando verso occidente, si mantenesse sotto la “linea” che collega a mezzamontagna Preguda al “Tagliasassi” e Civate. Ricamare piccoli anelli, adiacenti tra loro, che ripercorrano i sentieri meno noti nella parte bassa del Moregallo e dei Corni. Da solo la mia autonomia, ma anche la pazienza della nana, è al più di un paio d’ore e questi piccoli itinerari mi sembrano ideali. Nel primo anello avevo raggiunto Preguda dal sentiero del lago. Nel secondo avevo raggiunto la Forcellina da Piazza Rossè. Nel terzo confidavo di partire da Piazza Rossè scarrocciando verso occidente raggiungendo la mulattiera in cemento che risale da Gianvacca per i “Ranch” di Valmadrera, da qui, passando sotto la teleferica con le palle “bianche e rosse” (che è stata abbattuta credo lo scorso anno) ricollegarsi al “Paolo ed Eliana”, deviando poi per la “casotta sotto la roccia” verso sambrosera attraverso le “mura” sopra la “placca dell’idiota”. Mi riproponevo di “revisionare” la toponomastica con i nomi corretti (quelli sopra sono per lo più nomignoli da me inventati), tuttavia non ce n’è stato bisogno perchè, semplicemente, ho sbagliato strada. O Meglio, ho deciso di perdermi. Appena sopra Piazza Rossè ho imboccato il primo bivio puntando verso l’alto. A un certo punto avrei dovuto piegare a sinistra, verso un passaggio – che ricordo a gradoni esposti su uno stretto canale – con cui emergere dagli orti verso la strada in cemento. Purtroppo, o per fortuna, non avevo voglia di deviare ed ho semplicemente continuato verso destra, verso un sentiero che non avevo ancora mai percorso. La nana rideva, la traccia era evidente, così abbiamo semplicemente continuato. Il sentiero “serve” due piccole baite: la prima ben tenuta è dotata di una gran vista e di una grande Barbecue; la seconda è invece in buono stato ma decisamente più abbandonata. Il sentiero, in quel punto, terminava. Probabilmente, attraversando la valle orizzontalmente, si poteva raggiungere “la casa di Batman”. Una baita che avevo raggiunto tempo fa da basso inseguendo una piccola parete visibile dal mio terrazzo. Le ho dato questo nome perchè, appeso ad una parete esterna della baita, c’è un pupazzetto in gomma del “Difensore di Gotham”. Quella baita è raggiungibile da oriente, arrivando alla fine della strada cementata che dalla prima sbarra a Piazza Rossè fa il giro tra le fattorie. Ora però, io e la nana, eravamo lì, ai bordi un ignoto selvaggio al centro di una ragnatela di linee note. Tempo fa, la mia mente non saprebbe dirvi quando, avevo puntato da solo dritto per dritto alla sommità della Forcellina trovando vecchi sentieri e passaggi nascosti tra i piccoli, ma significativi, salti di roccia che il bosco nasconde. Queste paretine non sono mai più alte di 3 o 5 metri, ma il problema resta sempre lo stesso: o ci arrampichi sopra o devi trovare il modo di aggirarle. E’ un mondo “sempre più piccolo”, ma le regole rimangono sempre le stesse, soprattutto con i tredici chili della nanerottola sulla spalle. “Facciamo due passi nelle terre selvagge nanerottola?”. Christopher McCandless perse la vita “a due passi” dalla civiltà ma probabilmente sono pochi, tra coloro che hanno letto il libro o sbavato per la cine-pagliacciata di Sean Pean, ad aver capito il vero senso di quella storia. La natura è un “serial killer”, il migliore in circolazione, e le basta anche una piccola “zona d’ombra” perchè vi travolga con la sua forza. Sento il rumore della civiltà alle mie spalle, una città di 12mila abitanti come Valmadrera e poco oltre una di 50mila come Lecco. Eppure basterebbe un piede in fallo o un infarto fulminante: la nanerottola si ritroverebbe sola, dispersa nell’ignoto che attende ad una decina di metri al di là dell’ultimo “capillare umano” ai piedi della montagna. Per ritrovarla, ancorata al mio cadavere, servirebbero decine di volontari del soccorso alpino, cani molecolari, elicotteri, triangolazioni GSM. Forse non basterebbe neppure quello. Eppure ci siamo addentrati solo pochi passi nelle terre selvagge, ed è stata una mia scelta. “You have stolen my dreams and my childhood with your empty words”. Disse “Greta” qualche giorni fa nel suo celebre discorso alle nazioni unite. Un discorso che non può rimanere inascoltato perchè è lo specchio di questa distopica epoca. In realtà l’unica risposta apprezzabile è stata quella di Putin, il mio patriarcale dittatore preferito: ”Potrei deludervi, ma non condivido gli entusiasmi di tutti riguardo al discorso di Greta Thunberg. Sai, il fatto che i giovani, gli adolescenti, prestino attenzione ai problemi acuti della epoca moderata, compresa l’ecologia, è giusto e molto buono. Dobbiamo supportarli. Ma quando qualcuno usa bambini e adolescenti nel proprio interesse, merita solo di essere condannato. Nessuno ha spiegato a Greta che il mondo moderno è complicato e complesso, cambia velocemente. Le persone in Africa e in molti paesi asiatici vogliono vivere in modo sano come in Svezia. Vogliono vivere come in Svezia e nulla può fermarli. Ma queste tecnologie rinnovabili non sono per loro economicamente accessibili. Vai e spiega loro che invece devono vivere in povertà. Bisogna essere realisti” (link). Lo spauracchio della mia infanzia, fino al crollo del muro, era l’olocausto atomico, l’escalation della guerra fredda. Lo spauracchio dell’infanzia dei miei figli sarà il riscaldamento globale, il GlobalWarmUp. Come adulto, come “ammaccato” sopravvissuto all’era atomica, sono più preoccupato per le cinque estinzioni di massa che, per cinque volte, hanno annientato il 99,9% della vita sul pianeta nel corso della sua lunghissima esistenza. Le stelle, la visione cosmica della cose, hanno questa straordinaria capacità di rendere insignificante ogni problema che, nella quotidianità, appare enorme. La realtà è che, nonostante tutto (ed è davvero tanto!!) quello che l’uomo combina al pianeta, questo ha un’influenza solo del 5% (che non comunque poco) sul cambiamento climatico. Gli esseri umani, la civiltà umana, “galleggia” sopra incredibili equilibri straordinariamente complessi. Galleggia in modo precario creando a propria volta “micro-equilibri” interni fondamentali ma assolutamente fragili. Questi equilibri sono l’economia, i rapporti tra gli stati, la società, la cultura, la moda del momento. La realtà è che nel terzo mondo ogni giorno muoiono migliaia di persone che non hanno accesso all’acqua potabile, o di dissenteria perchè privi di impianti di fognatura. Allo stesso tempo se nel primo mondo, in un giorno d’inverno, saltasse la corrente per più di 48 ore in un’area sufficientemente grande (chessò, tutta l’Interland Milanese) avremo un numero significativo di problemi, vittime e ripercussioni. Siamo fragili, una civiltà fragile in un modo cosmicamente violento. Ricordo che mia madre faceva l’orto, e mio padre tagliava la legna ogni stramaledetto sabato mattina: “l’alba del giorno dopo” non è mai arrivata – oggi è persino proibito avere un camino – ma la cronaca dimostra che basta un piccolo terremoto o una pioggia anomala perchè ogni certezza diventi una disperata dipendenza. La piccola Andrea è nata in TIN, nella terapia intensiva neonatale, grazie ad piccolo miracolo che questi “micro-equilibri” hanno reso possibile. Ora è qui, in uno zaino sulle mie spalle, mentre evita i rami dandomi manate sulla testa, divertita e contrariata, perchè abbiamo lasciato il sentiero spingendosi oltre la sua fine. I miei pensieri sul futuro, a tratti incerti, scorrono liberi mentre la mia mente è focalizzata su ogni passo, saldo, mentre cerco un passaggio attraverso le pareti di roccia verso l’alto. Sua madre, uscendo, non mi ha chiesto dove andassi. Si è fidata di me. Anche alla nanerottola non interessa dove stiamo andando, si fida di me. Già, ed io sono qui, in un mondo ostile, in modi infiniti, cercando una linea possibile attraverso le difficoltà. Si fidano di me perchè non conosco tutte le risposte, ma perchè ho la capacità di individuare, per tempo, tutte le domande. Sono chiamato a farlo nonostante tutto quello che mi circonda, nonostante il pensiero comune spesso pericolosamente unico. Non sono il genitore uno o due, io sono il Padre: sono la membrana che circonda la cellula, l’ultima difesa. Mentre scansiono il mondo che mi circonda, passo dopo passo, trovo una piccolo cranio di faina: tempo fa ne regalai uno simile a mio nipote “Stewy”. Sua madre, mia sorella, era piuttosto inorridita dal mio regalo di compleanno. La cosa mi stupì, soprattutto perchè è una biologa, ma mio nipote conserva ancora gelosamente quel regalo. La morte, di ogni essere vivente, è parte integrante della vita di ogni creatura sulla terra. Si muore perchè è più efficiente creare qualcosa di “nuovo” anzichè ripare in eterno qualcosa di “vecchio”. Si muore nella speranza che ciò che verrà sia migliore. Ma la morte, nella nostra società, è diventata un tabù: comprendere la morte significa accogliere la responsabilità di uccidere. Questo però spezzerebbe uno degli equilibri fondanti della nostra contemporaneità: solo chi non possiede niente, o chi possiede tutto, ha il diritto di uccidere. “Greta col coltello”, quello sarebbe un discorso interessante. Ma la nanerottola gioca con i resti del piccolo animale mentre io riguadagno l’uscita verso un sentiero più in alto, verso il flusso delle cose note. Come genitore, come essere umano, come membro della mia specie, credo di avere il dovere di mostrare alla mia progenie l’ampia gamma di equilibri che ci circondano: mostrarglieli e sperare che sappiano usare la nostra conoscenza per evolverne la comprensione. Non ho altri poteri nel tempo che non mi appartiene. Sul sentiero, in discesa, ci si para davanti uno scoiattolo rosso: la sua coda è lunga ed elegante, ci osserva, colto alla sprovvista dal nostro silenzio. Prendo il cellulare per scattare una foto, ma alle mie spalle sento i passi di un escursionista. Il suo incedere, per quanto sia da solo, è un frastuono. Lo scoiattolo guarda oltre, ci ignora osservando quanto accade alle nostre spalle. Provo ad allungare una mano, a comunicare allo sconosciuto che si avvicina di non fare rumore, di acquietarsi. Ma ogni mio sforzo sembra inutile. “Scoiattolo, sul muretto” sussurro disperato. “Scoiattolo?! Bello! Dov’è?” Mi risponde urlando lo sconosciuto. Provo ad indicargli il muretto ma la bestiola si è già dileguata. “No! Non l’ho visto! Accidenti che sfortuna!”. Già, sfortuna… Lo sconosciuto non è nè buono nè cattivo, è solo uno sconosciuto che percorreva il proprio cammino. Ho provato a comunicare con lui, per tempo, per il reciproco beneficio, ma non è stato possibile ottenere nulla. Non c’era malevolenza, solo un dato di fatto: un’occasione era andata sprecata. Lo sconosciuto, vedendo uno stramboide con una bambina sulle spalle, attacca bottone e comincia a raccontarmi tutta la sua escursione. Non c’era malevolenza, solo un dato di fatto: non avevo interesse nella sua storia. Così indicando una scorciatoia poco battuta, l’ho salutato cambiando strada tra i rovi. Io e la nana eravamo nuovamente soli, responsabili del nostro destino. Forse pensando a questo ero distratto e così, solo all’ultimo, ho visto la bella viperetta che prendeva il sole sui sassi. Il mio corpo, in ottemperanza ad un istinto atavico, ha reagito in modo violento: mentre il piccolo serpentello si dava alla fuga ogni mio muscolo si contraeva spasmodicamente in una frenata d’emergenza aggravata dal peso della nana. Per un istante, prima che utilizzassi le ginocchia come ABS, tutti i muscoli del mio polpaccio hanno iniziato a “scricchiolare” troncando e soffocando il passo. Il serpente era in fuga, ma per proseguire ho dovuto fermarmi e massaggiare la gamba: un morso sarebbe stato forse meno doloroso! “Hai visto nanerottola? Il tuo papà ha paura dei serpenti!!”. Ridendo mi ha dato una manata sulla testa e siamo tornati a casa.

Davide “Birillo” Valsecchi

«Dopo che siete nati voi, tua mamma mi ha detto una cosa che non avevo mai capito. Mi ha detto “Ora siamo qui solo come ricordi per i nostri figli”. Credo di aver capito che cosa voleva dire. Quando diventi genitore sei il fantasma del futuro dei tuoi figli.» – Interstellar

L’Isola dei Bambini Due

L’Isola dei Bambini Due

Chuck Yeager è stato il primo uomo a raggiungere la velocità del suono, nell’ottobre del 1947. La sua storia è parte del film “The Right Stuff” del 1983. In quella pellicola Yeager, che non era entrato a far parte dei sette piloti del Progetto Mercury (le prime missioni spaziali americane con equipaggio), quasi per rappresaglia sale a bordo di un Lockheed NF-104A, un aereo supersonico, decolla e punta dritto verso il cielo, tentando di superare ogni record di altitudine. Il suo aeroplano è una scheggia argentea impennata verso l’alto, il suo motore, un missile con le ali, ruggisce mentre in verticale punta verso i 36.000 metri di altitudine. In una scena di una bellezza incredibile, Yeager riesce ad intravvedere le stelle oltre il cielo, riesce per un istante a sfiorare lo spazio. Prima di lui solo Yuri Gagarin, ma a bordo del gigantesco vettore spaziale Vostok1, si era spinto oltre. Per un commovente istante vede lo spazio, quasi lo sfiora, poi il suo aereo perde completamente la spinta, stalla, precipita verso il basso avvitandosi ormai senza controllo. Era così vicino al suo sogno, ora precipita verso il basso dai confini del cielo. Riesce finalmente a lanciarsi ed il suo corpo attraversa le nuvole in una caduta che sembra interminabile mentre la sua tuta ha preso fuoco. Nella pellicola una ballerina, in controluce con due ali di piume, balla sinuosamente, quasi ad introdurre la drammatica conclusione del film. Ma l’immagine stacca all’improvviso, mostrando Yeager in piedi, nel deserto, che nonostante le ustioni raccoglie il proprio paracadute a poca distanza dai rottami del suo aereo in fiamme.

Vidi questo film molti anni fa, per caso, un pomeriggio da adolescente, e ne rimasi enormemente colpito. Tutta la storia è incredibile, ma la scena dello spazio e dello stallo è per me indimenticabile e terribilmente simbolica. Bellissima.

Lo scorso anno, lo scorso settembre, tutta la mia famiglia era seriamente preoccupata per me. Una situazione tanto grave che fu mio padre, caso eccezionale, ad affrontarmi e dirmi: ”E’ ora che vai a farti vedere da un dottore”. Io avevo il fiato corto anche solo a salire una rampa di scala e mi sentivo debole come mai lo ero stato prima. Se non si fosse impegnata Bruna, obbligandomi ed accompagnandomi, non avrei avuto la capacità di reagire e sottopormi a tutte le analisi. Anche i dottori, sulle prime, erano tutt’altro che sereni e tutti i test, fatti d’urgenza, miravano a scoprire se il problema fosse un “male brutto”. Mia madre, dieci anni prima, era morta di cancro al Pancreas ed ora sembrava fosse il mio fegato a non voler più funzionare. Ero piuttosto depresso: avevano spittato i Corni e stavo per morire di malattia. Che brutto finale. Bruna, quando negli anni precedenti facevo qualcosa di pericoloso, mi rimbrottava sempre: “Vedi di non morire prima di avermi messo incinta! Poi fai pure quello che vuoi!”. Lo diceva per scaramanzia, ma di fatto avevamo una bambina sei mesi ed io ero a terra.

In realtà dalle analisi emerse che non avevo nulla, o perlomeno nulla di rotto. Il mio corpo aveva avuto una specie di black-out, i motori erano andati in stallo, tutti i sistemi avevano semplicemente smesso di funzionare correttamente. Non si sapeva il motivo. I miei valori erano tutti sballati, di due o tre volte la norma, ma nulla che non potesse essere aggiustato. Tuttavia, ve lo garantisco, il viaggio è stato tutt’altro che semplice. La prima vera difficoltà è ammettere un problema, accettare nuovi limiti. Serve pazienza, costanza ed indulgenza verso se stessi.

Mattia mi aveva portato ad arrampicare sulla Bramani-Fasana ai Piani di Bobbio. Terzo/Quarto grado da secondo. Tremavo, avevo le vertigini e la nausea, arrancavo pieno di paura. Fummo costretti a deviare sulla Ferrata per uscire dalla salita e ricordo me stesso, aggrappato alle catene, che mi trascino disperato verso l’alto. Ma la vera angoscia erano le scale del parcheggio che, ogni mattina, affrontavo per andare in ufficio. I dolori alle gambe, alle caviglie, erano uno sconforto senza fine ed orizzonte. Zoppicavo, zoppicavo sempre. Era desolante, non avevo nulla di rotto, ma non ero più in grado di fare nulla, nulla di ciò che mi rendeva ciò che ero stato fino ad allora. Corpo, forza, coraggio, volontà, non c’era più nulla …ero sconfitto. Sconfitto e spaventato. In un circolo vizioso mi trascinavo sempre più in basso.

La bergamasca si è però messa di impegno: mi ha tolto zucchero, birra e caffè, dandomi il tormento, con verdura, strani semini e quintali di pesce cucinato al forno. Si è presa cura di me, quel tanto che bastava per ridarmi la forza di fare altrettanto. Così la mattina, prima di andare in ufficio, ero nuovamente in grado di fare qualche imbarazzante esercizio per sciogliere i muscoli. “La mente è il motore, tutto il resto è un optional”. Ma è facile dirlo quando sei al volante di una “Birillo Full Optional del ’76” pienamente efficiente, molto meno quando sei in un biroccio scassato che non vuole saperne di funzionare. Un tempo, dopo il lavoro, andavo in cima al Moregallo prima di cena. Ora, con due bastoncini, stringevo i denti cercando di arrivare almeno a Sambrosera. Ma è proprio in quei momenti che ti rendi conto che realmente la mente è il vero motore, che tutto il resto puoi aggiustarlo a martellate.

Ed oggi, ad un anno di distanza, mi sento come Chuck Yeager che, un po’ ustionato, raccoglie il proprio paracadute stando in piedi nel deserto. Ciò che possedevo prima mi era stato in dato in dono, ciò che posseggo ora me lo sono conquistato e mi appartiene. I miei occhi sono di nuovo aperti, ora vedono lo spazio anche attraverso le nuvole.

Così guardo la nana mentre gioca sui prati della Forcellina, sdraiata su una colorata stoffa comprata in un viaggio in Africa anni fa. C’è un bel sole di settembre, i Corni brillano, potremmo salire più alto, anche se continua a crescere non la sento più cosi pesante, ma la piccola si stancherebbe stando troppo a lungo dentro il suo zainetto. Quindi ci siamo fermati qui. Tanto nel pomeriggio si va ad arrampicare con i neofiti del gruppo e domani si va a macinare passi da qualche parte con Niky, che mi fa da allenatore. L’inverno è alle porte ed è necessario allenarsi per tornare finalmente al Moregallo, al proprio posto con gli altri Tassi.

E Bruna? Bruna verrebbe volentieri a spasso con me e la nana, ma al momento ha decisamente un buon motivo per stare tranquilla ad aspettarci a casa.

Davide “Birillo” Valsecchi




Utile Esperimento

Utile Esperimento

Incredibilmente per la mia natura, ho trascorso la quarta estate consecutiva seppellito nelle profondità di un ufficio. Per riequilibrare questo squilibrio estivo, quasi ogni giorno feriale, dopo le diciotto, parcheggio la mia vecchia Subaru in riva al Lago e mi butto in acqua. Sulla spiaggia il più delle volte mi aspettano Bruna e la piccola Andrea. La nanerottola, poi, sta iniziando a prendere confidenza con l’acqua e non sembra per nulla intimorita dal freddo o dalle onde. La spiaggia che frequentiamo è ai piedi del Moregallo, sotto le grandi pareti Nord. E’ una spiaggia gestita e ben curata, dove con grande serenità posso lasciare le “mie donne” confidando negli amici che la custodiscono. Francamente la considero come un’estensione di casa mia.

Normalmente la spiaggia ed il Bar restano aperti fino a tarda serata, ma il lunedì i cancelli si chiudono verso le sette. Ieri Bruna, per amicizia, si è offerta di aspettare una coppia di nuotatori di fondo che non era ancora rientrata, e poi chiudere tutto. Così, custodi della spiaggia (o forse solo del cancello), ci siamo ritrovati soli soletti tra la ghiaia del lago.

Visto che in acqua cominciavo ad avere freddo mi sono messo a girovagare con una strana idea nella testa. All’improvviso mi erano venute in mente tutte quelle foto, pubblicate su internet, delle bottigliette d’acqua riempite con mozziconi di sigarette. Così ho preso anche io una bottiglietta ed ho iniziato la mia ricerca. I gestori della spiaggia si danno realmente un gran da fare per tenerla in ordine, passano e ripassano più volte al giorno sostituendo i cestini dell’immondizia e raccogliendo quello che trovano abbandonato. Diversamente da quanto accade sulle spiagge a ridosso delle gallerie, qui l’accesso non è libero, sono proibiti i barbeque e ci sono chiare regole di comportamento. Io la considero una delle spiagge più pulite ed avevo poche speranze di riempire la mia bottiglia sebbene tutta la faccenda mi intrigasse come indagine statistica.

Una spiaggia per coppiette, per famiglie e ragazzi. Una spiaggia frequentata da subacquei, apneisti, nuotatori di fondo e canoisti. Quindi una spiaggia dove si presume la stragrande maggioranza dei fruitori abbia un’adeguata coscienza ambientale. Una spiaggia ben tenuta e curata, decisamente pulita. Una spiaggia dove non ho nessun timore a lasciare mia moglie e mia figlia. Tutto assolutamente perfetto eppure, in venti minuti, ho riempito con i mozziconi una bottiglia da un litro e mezzo.

Con grande soddisfazione, egocentrica e narcisistica, ho scattato la mia bella foto prima di scaricare il tutto nell’apposito bidone per i rifiuti che i gestori provvedono quotidianamente a svuotare e sostituire. Visto che ero ancora in costume e ciabatte sono tornato al mio stuoino per infilarmi mutande e calzoni. Quello è stato il vero momento topico di tutta la faccenda. Mi ero impegnato nel cercare e raccogliere mozziconi, ne volevo tanti per riempire la bottiglia, per fare la foto, volevo fosse “piena” e per questo mi ero impegnato a battere la spiaggia con avida attenzione, cercando di raggiungere il mio risultato nel minor tempo possibile. Ma riguardando la ghiaia che avevo già setacciato, con uno sguardo ora allenato ed un punto di vista differente, mi appariva enorme la quantità di mozziconi che non avevo nè visto nè raccolto. Tutto quello che avevo fatto era inutile, e sarebbe diventato ulteriormente inutile il giorno successivo quando altri cattivi fumatori avrebbero ridisseminato nuovi mozziconi. Non era stata la bottiglia a colpirmi, ma quello che nella bottiglia non avevo messo.

Vi confesso che è un esperimento che bisogna provare, qualcosa che risulta illuminante. Una sigaretta impiega circa 5/6 mesi a decomporsi, il filtro invece tra i 5 e 12 anni. Ci si aspetta che “gettare mozziconi in spiaggia” sia qualcosa di universalmente riconosciuto come sbagliato. Non parliamo di salvare l’Amazzonia ma di buttare quattro “mucci” nel bidone dappresso che qualcun’altro provvederà poi a svuotare. Eppure, quanto inizi a riempire una bottiglia, ti accorgi che non è così. Ti rendi conto che il problema non sono i rifiuti o l’inquinamento, sono le persone. Non importa quanto volenteroso sarà il contributo dei singoli, la massa, nella sua sconfinata ignoranza ed ingordigia, finirà per corrompere ogni cosa. Questa è la vera natura del problema.

Dubito che chi legge “Cima” possa essere tanto stupido da abbandonare un mozzicone sulla spiaggia di casa. Ne rimmarrei sorpreso. Tuttavia c’è un messaggio per tutti coloro che lo fanno: “Anzichè fumare, datevi fuoco!”

Davide “Birillo” Valsecchi

Ruggine e Ricordi

Ruggine e Ricordi

“For you will still be here tomorrow, but your dreams may not”. Da qualche tempo sto “stampando” fotografie in bianco e nero su tavolette di legno utilizzando la colla vinilica. Ho cominciato ad appenderle in un angolo della casa che, senza volerlo, assomiglia sempre di più ad un santuario degli spiriti antichi. Credo fosse inevitabile, in fondo sono sempre stato fondamentalmente un animista con il culto degli antenati: ”I primitivi attribuiscono un’anima anche agli elementi naturali: i monti, i laghi, i fiumi, il mare, gli alberi, la terra, le stelle: insomma, tutto l’Universo è dotato di un’anima e spiriti invisibili vegliano sulla natura“. Probabilmente è vero, sono solo una scimmia spaziale, un primitivo dotato di iper-tecnologia avanzata.

Quei volti sul legno, giovani o vecchi che siano, non invecchiano più, non hanno più un domani, e guardandoli spesso non resta che interrogarsi sui sogni che li hanno condotti fin lì, sul legno sbiadito dei miei ricordi. Per casa poi, dopo quattro anni, ho finalmente appeso anche tutte le fotografie che avevo incorniciato ed abbandonato qua e là sui mobili. I “vivi” sono piacevolmente a colori, alla massima risoluzione possibile, su carta fotografica. Curioso modo in cui la mia mente agisce inconsapevolmente.

Oltre alle foto, sui mobili di casa, erano appoggiati gli oggetti più stravaganti, strambi cimeli raccolti in un passato recente ed abbandonati alla polvere. Guardandoli mi sono tornate alla memoria tutte le storie che hanno portato quegli oggetti dentro casa. Oggetti assolutamente senza valore proprio, tipicamente ferraglia, ma che acquistano significato per ciò che custodiscono: un ricordo.

Chissà, forse dovrei incidere su questi oggetti delle “rune”, qualche sorta di stregoneria magica che conservi e tramandi questo ricordo che custodiscono. Tuttavia, nonostante mi intrighi l’idea di costellarli di mistici segni di colore blu, ho optato per qualcosa di più dozzinale: una foto con il cellulare.

“Hai intenzione di metterti a pubblicare su Facebook quelle cinafrusaglie?!?” è stato il commento sprezzante della mia Bergamasca. “Naaa… i social network sono morti e sepolti, ma Internet possiede ancora un po’ di magia: la sua memoria è salda (finchè avremo elettricità). Se non salvo la loro storia come faranno i miei figli a riconoscere questi oggetti?” Lo sguardo perplesso della mia Bergamasca era piuttosto indicativo “Tanto io prima o poi li butto comunque…”. Così ho sorriso le ho risposto sghignazzando “Allora è ancora più importante che io li fotografi, li cataloghi e racconti la loro storia!”

La Bomba


La carcassa esplosa di un colpo da mortaio l’ho trovata a Scarenna, tempo fa, girovagando con Bruna sulle pendici di Dosso Mattone. Fu una giornata molto divertente, trascorsa esplorando il “margine del grande vuoto” con colei che sarebbe diventata mia moglie ed una vecchia corda. Quando avevo 10 anni trovia un’altra bomba, questa volta inesplosa. Se quel giorno quella “gemella” fosse saltata per aria oggi non sarei qui. Quindi sono contento ci sia un pezzo ruggine di bomba sul mio mobile.

Bombe a Scarenna

Il Calzolaio


Quest’oggetto credo appartenga al bancone di un ciabattino, che serva per aggiustare le scarpe come supporto per battere chiodi e martellate. La cosa curiosa è che lo trovai abbandonato nel Lambro. Era l’estate del 2009, avevo trovato un mezza muta da windsurf ed ero partito da Scarenna risalendo tutto il Lambro attraverso il territorio di Asso. Non capivo come un oggetto tanto pesante potesse essere finito nel fiume e trasportato dalla corrente. Visto che mi sembrava un ottimo fermaporte me lo infilai nello zaino. Quell’uscita sul fiume fu molto divertente e scattai un sacco di belle foto per uno dei primissimi articoli di Cima-Asso. Feci anche un piccolo video con un canzone che mi piaceva molto all’epoca. Le foto sono andate poi perdute ma quel video è ancora lì, a mostrami quanto ero giovane e stravagante giusto qualche giorno fa.

Risalendo il Lambro

Il Piccone


Il piccone è un cimelio proveniente da Valmadrera. Lo trovai alle pendici della Torre SEV, in uno dei luoghi meno conosciuti del versante Sud del Moregallo. In quel periodo vagavo spesso da solo ed arrampicavo dove capitava. Avevo risalito uno stretto canale che diventava un camino tra due strette pareti di roccia. Pensavo di essere fuori dal mondo (e per molti aspetti lo ero!) ed invece, tra le rocce di un piccolo ghiaione, trovai questo curioso manufatto umano, solida ed inconsueta testimonianza di qualcuno che mi aveva preceduto. Mi piacque lo strano smacco che simboleggiava quell’oggetto. Così, ancora una volta, lo infilai nello zaino e, nonostatne il peso e la paura di bucare la stoffa, me lo portai a casa.

Moregallo Live and Let Die

Il Grande Chiodo


Questo invece lo trovai con Ivan Guerini mentre aprivamo una nuova via su uno sperone roccioso in una valle alle spalle di Lecco. Arrampicavamo in quella zona due volte a settimana ed ogni volta su una struttura diversa. Un periodo molto particolare della mia piccola vita alpinistica: “Ma se cado con sta cosa nello zaino mi passo fuori per fuori!!” Avevo protestato con Ivan. Lui si era limitato a rispondermi ridendo “Allora non cadere”. Difficile spiegare la bellezza agghiacciante di quel tipo di arrampicata.

Il Mozzo di Colombo

Il boccione degli innamorati


Questo grosso sasso è un “dono” di Mattia. Era il giorno di San Valentino ed alle due del pomeriggio attaccammo il Diedro Scarabelli al Buco del Piombo. Inevitabilmente all’ultimo tiro era ormai buio pesto e raggiunta l’uscita non abbiamo potuto far altro che calarci con le frontali nelle tenebre. Mentre salivo avevo inopportunamente lasciato cadere uno dei rinvii di Mattia che, presumibilmente, era precipitato fino alla base della parete. Chi conosce Mattia sà come questo equivalga al peggior sacrilegio possa essere commesso! Così la mia principale preoccupazione non era precipitare nel vuoto ma recuperare quel rinvio! Al buio mi sono messo a cercare tra le sterpaglie quasi disperato. In realtà Mattia aveva trovato il rinvio appena giunto terra con le doppie. Senza dirmelo si era divertito a guardarmi cercare invano tra le sterpaglie mentre riempiva il mio zaino con il suddetto sasso. La cosa però più divertente è che, per via della stanchezza, mi sono accorto del sasso dentro lo zaino solo due giorni dopo…

Diedro Scarabelli: Happy Valentine!

Forse con questa ferraglia la mia progenie forgerà spade e pugnali, forse con quella roccia edificherà un castello. Forse ne faranno aratri, chiodi ed attrezzi. O forse, ascoltando la saggezza della loro madre, ne faranno fermaporte. Nessuno può saperlo. Possiamo conservare il passato, ma ascoltare pazientemente il presente è il solo modo per conoscere il futuro. Okay Birillo, basta chiacchiere, ma se questo è il passato qual’è il presente? Bhe, eccolo.


Davide “birillo” Valsecchi

Mezzo Corno di Fuoco

Mezzo Corno di Fuoco

«La prima arte che devono imparare quelli che aspirano al potere è di essere capaci di sopportare l’odio» (Seneca). Domani sarà il mio 42° compleanno, il 19° anniversario della prima salita di Cima-Asso in Pakistan, il 10° da quando ho aperto questo blog, il 13° da quanto è morta mia madre, il 2° con mia moglie, il primo con la piccola Andrea. «Io vengo in pace, ma sono sempre pronto alla guerra» Questo è Birillo, il nostromo dei Tassi del Moregallo. Ma in questi lunghi anni ho forse compreso cosa sia il potere? L’odio, la pace o la guerra? Quanta strada per imparare così poco… Ho osservato il potere in molte forme, ma niente possiede la possanza della natura: una forza così assoluta da travalicare il tempo e lo spazio in modi per noi mortali inimmaginabili. La Natura non conosce pace o guerra, vittoria o sconfitta, la natura conosce solo l’equilibrio, essa stessa è Equilibrio. Un’equilibrio che scorre identico tanto nel mondo delle formiche quanto nel reame dei giganti di granito. La Natura non conosce né amore né odio: sono stati gli uomini, nella loro mancanza di potere, nella loro mancanza di equilibrio, ad aver creato amore ed odio. «Io vengo in pace, ma sono sempre pronto alla guerra» Dopo tanti anni è ancora vero? Possiedi ancora la distaccata serenità della pace? Sei pronto ad abbandonarti alla furia irresponsabile della Guerra? Le mie gambe non funzionano più: la caviglia è rigida, i polpacci tormentati dai crampi. Zoppico, arranco, spesso ho persino le vertigini. “La mente è il motore, il resto è un optional”. Forse, ma mi sento come uno rottame vagante, un vecchio camion sfuggito alla demolizione. “La guerra più difficile per l’essere umano è la guerra contro se stesso. La storia è piena di uomini e di donne che hanno vinto il mondo ma che sono crollati di fronte a loro stessi e alle loro debolezze. La debolezza è ciò che porta l’ignoranza, la convenienza, il razzismo, l’omofobia, la disperazione, la crudeltà, la brutalità, tutte cose che non faranno altro che tenere una società incatenata al suolo e il piede inchiodato al pavimento.” In gioventù aspiravo all’invincibilità di Achille, ora spero di avvicinarmi alla dignità di Ettore. Mi hanno chiamato ignorante, maleducato, provocatore, invidioso. Quante volte è già successo? E lo hanno sempre fatto indignandosi davanti alla folla come vittime innocenti. Ciechi alle proprie colpe, si sono sempre nascosti dietro i giornali, dietro gli azzeccagarbugli, dietro ai codici che essi stessi avevano travisato. Quante volte è già successo? Perché l’equilibrio scorre attraverso un dedalo di possibilità fino a scovarti, perché ti insegue nonostante tu ti nasconda in isole sempre più piccole? Birillo, la risposta è nell’equilibrio stesso: tu non concederai mai a te stesso la possibilità di perdere, per questo sulla tua strada il destino pone solo chi ha l’arroganza di voler vincere sempre. Ora però, a quarantadue anni, cominci ad intravvedere quanto logorante sia questa tua natura patetica. Ma non ho cuore di essere troppo crudele con te perché, con onestà, ogni tuo “ultimatum”, per quanto ruvido, conteneva implicitamente ed esplicitamente un opportunità di pace, un cammino possibile al dialogo, alla mediazione. Non hai mai attaccato nessuno a tradimento, attraverso i letali sentieri delle ombre, senza lasciargli la possibilità di difendersi. Ma forse è questo che vuole l’equilibrio: non potrei considerare un nemico colui che, dritto davanti a me, pronto a tutto, mi spiegasse la forza delle proprie ragioni guardandomi negli occhi. Non potrei muovere guerra contro una persona tanto simile a me. “Io ho il consenso e faccio quello che voglio” ti ha risposto qualcuno tanto tempo fa. “Io ho gli avvocati gratis” più recentemente. Già, perché il modo più semplice con cui gli uomini possono ottenere un potere simile a quello della natura, valicare i limiti dell’individuo, è ingannando i propri simili. Gli esseri umani vivono di credenze. E le credenze possono essere manipolate. Il potere di manipolare le credenze diventa quindi l’unica cosa che conta. La magia della parola è anche questo, il suo terribile e spaventoso lato oscuro, capace di corrompere e travolgere. Ma anche in questa magia scorre l’equilibrio, perché la parola possiede il potere stesso della creazione. Ma un potere simile richiede sufficiente forza per essere usato con onestà di intenti. Io possiedo ancora forza sufficiente per inseguire la verità con la parola? Le cicatrici, la mia debolezza, le mie gambe rigide, faranno cadere la mia voce in quel brulicare di vermi che, rumoroso e convulso, corrompe la parola in brusio? Tre giri attorno alle mura delle mia città al traino della biga dell’eroe trionfante, un padre in lacrime a reclamare le spoglie per un triste funerale prima che la fortezza sia vinta. A modo suo anche Ettore ebbe la croce. Io, nemmeno inchiodato a testa in giù, smetterei di sbiascicare insulti ed agitarmi: no, non ho la stoffa del martire. “Non puoi vincere, non puoi perdere: Birillo, tu sai solo ciò che non puoi…”  Fottuta incolmabile ignoranza, morde più della fame. Beati coloro che sanno sempre tutto, che sono sempre nel giusto, che con altezzosa e sprezzante superbia ti guardano dall’alto. Forse è vero li invidio, ma non per le meschinità che mi attribuiscono. Li invidio perchè la loro ignoranza spesso li consola mentre la mia non smette mai di tormentarmi. 

Il sole è ormai alto. Mi sono attardato nei pensieri ma scrivere, lasciar scorrere l’equilibrio attraverso la parola, era ormai un esigenza fisica. A lungo mi sono trattenuto: era necessario lasciar cadere la spada, appoggiare la penna, ritrovarmi sulla via della mano vuota. Speriamo di avere ora sufficiente forza per seguire la giusta via tra caos ed ordine. Oggi pranzerò con mia moglie, giocherò con la piccola, poi aspetterò la frescura del pomeriggio per salire, zoppicando, ai Corni. Settimane fa un’anziano dell’Isola mi ha chiamato: “Birillo, non ci sono più gli spit!!”. La notizia mi ha colto impreparato. “Sei sicuro?” “Credo di sì, ma devi andare tu a controllare. Io non potevo salire a vedere quando li hanno messi. Io, dove mi hanno detto che erano, ho visto solo buchi vuoti…”. Questo accadeva due settimane fa, questo dovrebbe darvi l’idea di quanto deboli siano le mie gambe: in altri tempi sarebbero passate solo poche ore. Curiosamente, in modo specularmente opposto a quanto accaduto lo scorso inverno, salgo di nuovo ai Corni per controllare una voce.  “Io porto la guerra, ma sono sempre pronto alla pace”. Vedremo cosa accadrà…

Davide “Birillo” Valsecchi

Charlie nel vento

Charlie nel vento

La situazione è surreale: ho bevuto una fila di birre a stomaco vuoto e sono fermo ad un semaforo, aggrappato al volante della mia scassata subaru. La mezza notte è appena passata ed un fitta pioggia distorce e confonde luci ed ombre della città. Davanti a me, immobile nella pioggia, una minigonna rossa fuoco e due infinite gambe nude reggono orgogliose e salde un motorino nelle intemperie. Riccioli biondi dal casco scivolano sulle spalle accompagnando lo scorrere dell’acquazzone. Piego la testa di lato e per un secondo mi scuoto dai miei pensieri: “Figa. Figa bagnata. Letteralmente…”. Poi il rosso sfugge ed il verde brilla nei riflessi. L’amazzone, con caparbia tenacia, riparte per la sua strada ed io faccio altrettanto lasciando che la mia mente si disperda ancora: giorni fa ero in palestra… sì, vado in palestra, e lo faccio per tre motivi: primo, sono un vecchio spompato; secondo, è letteralmente davanti all’ufficio in cui passo 12 ore al giorno; terzo la gestisce un veterano del piolet traction con cui ci siamo subito intesi: “Negli ultimi 50 anni ho visto tutte le ultime generazioni di arrampicatori. Oggi sono forti, professionisti, campioni. Ma se prendi uno della vecchia scuola, tipo un Oppio, capisci subito che erano di un altra pasta”. Bhe… ero in palestra ed all’improvviso un ragazzo mi si avvicina: “Tu sei Birillo?”. Alle pareti ci sono le foto di Cassin e quella semplice domanda poteva essere l’inizio di un significativo guaio. “Dipende. Chi lo chiede?” “Ci siamo incontrati nel 2015 ai Corni per il simposio di arrampicata. Ci hai fatto le foto mentre arrampicavamo nel Diedro dell’Oro al Corno Orientale”. Ho sorriso: 100% friendly per fortuna. Abbiamo chiacchierato del più e del meno, del Moregallo e dell’arrampicata. Poi è apparsa un’increspatura, un’ombra di tristezza quasi tattile: “Non so se lo sai, ma giovedì a Calolziocorte fanno una serata per ricordare Giovanni. Era un mio amico. E’ salito sul Cerro Torre ma è stato travolto da una valanga in Grignetta”. No, non ero pronto. Non ero pronto per una cosa del genere. Certo che sapevo della serata, certo che conosco la storia di Charlie. Quello che non sapevo, per tanti motivi, era se ci sarei andato. Al suo funerale ero rimasto in disparte, lontano da tutti, non ero riuscito a parlare con nessuno. Senza rendermene conto, senza una volontà consapevole, allungo la mano e stringo la sua in un’inaspettato gesto di cordoglio. Sono finalmente le mie condoglianze? Così continuo: “Se vuoi possiamo trovarci qui in palestra ed andarci insieme…”. E così era successo, così mi ero ritrovato a Calolziocorte, in una sala che iniziava a gremirsi. Eravamo in anticipo, ma ci siamo attardati al bar chiacchierando dietro due birrette mentre ogni posto a sedere viene occupato. Il Presidente del Cai e “Rochi” danno inizio alla serata: sul palco salgono i protagonisti del presente e del passato. Le luci si spengono e scorre il video-racconto della spedizione. Sono in piedi accanto ad una delle porte laterali della sala. Nel video il vento patagonico scuote tende ed alpinisti mentre una brezza sempre più intensa scende alle mie spalla delle montagne. “Climbing in the wind”. Il vento aumenta e la tenda del teatro si gonfia come una vela avvolgendomi la schiena: spinge, si scuote, mi agita. Il vento racconta la storia sullo schermo, fino al suo tragico epilogo: Charlie nel vento. Allargo le braccia: mi immergo nel momento, mi abbandono al momento. Il vento ora soffia, insorge, ruggisce intenso mentre al buio brilla invisibile un inspiegabile sorriso sul mio viso. Poi, dal nulla, una donna si avvicina: “Possiamo chiudere la porta?”. La guardo sorpreso mentre la parafrasi dei miei pensieri scorre nei miei occhi: “Che cazzo vieni a vedere la Patagonia se ti da fastidio il vento?”. Ma nella sala non è la sola che inizia ad agitarsi. Non mi oppongo, faccio semplicemente un passo indietro ed esco sul portico, all’esterno dell’auditorium, mentre chiudono la porta a vetri davanti a me. Il vento rinforza e trascina con sé i lampi e la pioggia. Le porte si chiudono mentre la gente, assiepata sotto il portico, fugge e si accalca nella sala. All’improvviso, nel buio tra le colonne, ci ritroviamo soli in due: io ed il giovane compagno di cordata di Charlie. Ci salutiamo. Ci siamo già scritti in passato, ma non abbiamo mai avuto occasione di affrontare la questione di persona. Per un istante restiamo in silenzio, nessuno dei due è bravo in queste cose. Poi torna alla mia mente l’ultima chiacchierata via internet con Giovanni. “Non ci sono più gli alpinisti di una volta…” mi aveva scritto. “…vuol dire che ne costruiremo di nuovi” gli avevo risposto con la mia solita goliardica e complice arroganza. Ci siamo salutati scherzando. Davanti a me ora ho un giovane ragazzo, un giovane uomo, a cui la montagna ha sottratto un prezioso amico. “Hey, tienimi il posto che torno subito!” Mi fiondo al bar e riappaio con un paio di birre. In un improbabile solitudine osserviamo le immagini attraverso la porta a vetri: ora possiamo parlare, ora possiamo brindare, ora possiamo lasciar scorrere. “…entrare nei Gamma era il nostro sogno, purtroppo solo uno di noi due c’è riuscito”. La sua tristezza è una piccola cupa realtà in un momento che dovrebbe essere di gioia. Tiro un fiato di birra e con la bottiglia indico sghignazzando la Patagonia che brilla nella sala: “Amico mio, tu avrai anche preso la patacca… ma lui si è preso il Torre: devi così darti da fare sei vuoi eguagliarlo!”. Anche lui ora sorride, orgoglioso per l’impresa compiuta dal suo amico. Continuiamo a chiacchierare, sempre più sciolti. Nella mia testa scorrono però altri nomi, altri volti. Ancora una volta sono sorpreso dalla straordinaria forza dei Gamma: grandi talenti, grandi imprese, grandi perdite. Prendere così tanti colpi e restare saldi, continuare e continuare nel modo più difficile ma allo stesso tempo più semplice, genuino. Un grande scuola. La pioggia ora si placa un po’ ed il caldo all’interno della sala riapre le porte: torniamo al mondo in un clamore di applausi. Un minuto di silenzio in ricordo di Giovanni e qualche domanda dal pubblico. Qualcuno si alza e chiede come può un genitore, davanti alla tragedia, incoraggiare il proprio figlio all’alpinismo. Non so perchè abbia fatto una simile domanda, non mi è chiaro se gli interessi la risposta o semplicemente alzarsi in piedi. Rochi ed il Panz abbozzano qualcosa senza troppa convinzione. La domanda forse appare sciocca, ma è importante la ricerca che scatena, specie se hai una bimba di tre mesi, specie se è la figlia del nostromo. “Tutti dobbiamo morire: le montagne, per chi impara ad ascoltare, insegnano a vivere con dignità”. Charlie era nel soccorso alpino, Charlie è salito in cima al “Paracarro”, Charlie è stato tradito dalla “Sentinella”. Credo che Charlie, nel vento, abbia già iniziato a “costruire” i nuovi alpinisti.

Butta un occhio su noi scarasoni…

Davide “Birillo” Valsecchi

Theme: Overlay by Kaira