Category: racconti nel mazzo

CIMA-ASSO.it > racconti nel mazzo
Charlie nel vento

Charlie nel vento

La situazione è surreale: ho bevuto una fila di birre a stomaco vuoto e sono fermo ad un semaforo, aggrappato al volante della mia scassata subaru. La mezza notte è appena passata ed un fitta pioggia distorce e confonde luci ed ombre della città. Davanti a me, immobile nella pioggia, una minigonna rossa fuoco e due infinite gambe nude reggono orgogliose e salde un motorino nelle intemperie. Riccioli biondi dal casco scivolano sulle spalle accompagnando lo scorrere dell’acquazzone. Piego la testa di lato e per un secondo mi scuoto dai miei pensieri: “Figa. Figa bagnata. Letteralmente…”. Poi il rosso sfugge ed il verde brilla nei riflessi. L’amazzone, con caparbia tenacia, riparte per la sua strada ed io faccio altrettanto lasciando che la mia mente si disperda ancora: giorni fa ero in palestra… sì, vado in palestra, e lo faccio per tre motivi: primo, sono un vecchio spompato; secondo, è letteralmente davanti all’ufficio in cui passo 12 ore al giorno; terzo la gestisce un veterano del piolet traction con cui ci siamo subito intesi: “Negli ultimi 50 anni ho visto tutte le ultime generazioni di arrampicatori. Oggi sono forti, professionisti, campioni. Ma se prendi uno della vecchia scuola, tipo un Oppio, capisci subito che erano di un altra pasta”. Bhe… ero in palestra ed all’improvviso un ragazzo mi si avvicina: “Tu sei Birillo?”. Alle pareti ci sono le foto di Cassin e quella semplice domanda poteva essere l’inizio di un significativo guaio. “Dipende. Chi lo chiede?” “Ci siamo incontrati nel 2015 ai Corni per il simposio di arrampicata. Ci hai fatto le foto mentre arrampicavamo nel Diedro dell’Oro al Corno Orientale”. Ho sorriso: 100% friendly per fortuna. Abbiamo chiacchierato del più e del meno, del Moregallo e dell’arrampicata. Poi è apparsa un’increspatura, un’ombra di tristezza quasi tattile: “Non so se lo sai, ma giovedì a Calolziocorte fanno una serata per ricordare Giovanni. Era un mio amico. E’ salito sul Cerro Torre ma è stato travolto da una valanga in Grignetta”. No, non ero pronto. Non ero pronto per una cosa del genere. Certo che sapevo della serata, certo che conosco la storia di Charlie. Quello che non sapevo, per tanti motivi, era se ci sarei andato. Al suo funerale ero rimasto in disparte, lontano da tutti, non ero riuscito a parlare con nessuno. Senza rendermene conto, senza una volontà consapevole, allungo la mano e stringo la sua in un’inaspettato gesto di cordoglio. Sono finalmente le mie condoglianze? Così continuo: “Se vuoi possiamo trovarci qui in palestra ed andarci insieme…”. E così era successo, così mi ero ritrovato a Calolziocorte, in una sala che iniziava a gremirsi. Eravamo in anticipo, ma ci siamo attardati al bar chiacchierando dietro due birrette mentre ogni posto a sedere viene occupato. Il Presidente del Cai e “Rochi” danno inizio alla serata: sul palco salgono i protagonisti del presente e del passato. Le luci si spengono e scorre il video-racconto della spedizione. Sono in piedi accanto ad una delle porte laterali della sala. Nel video il vento patagonico scuote tende ed alpinisti mentre una brezza sempre più intensa scende alle mie spalla delle montagne. “Climbing in the wind”. Il vento aumenta e la tenda del teatro si gonfia come una vela avvolgendomi la schiena: spinge, si scuote, mi agita. Il vento racconta la storia sullo schermo, fino al suo tragico epilogo: Charlie nel vento. Allargo le braccia: mi immergo nel momento, mi abbandono al momento. Il vento ora soffia, insorge, ruggisce intenso mentre al buio brilla invisibile un inspiegabile sorriso sul mio viso. Poi, dal nulla, una donna si avvicina: “Possiamo chiudere la porta?”. La guardo sorpreso mentre la parafrasi dei miei pensieri scorre nei miei occhi: “Che cazzo vieni a vedere la Patagonia se ti da fastidio il vento?”. Ma nella sala non è la sola che inizia ad agitarsi. Non mi oppongo, faccio semplicemente un passo indietro ed esco sul portico, all’esterno dell’auditorium, mentre chiudono la porta a vetri davanti a me. Il vento rinforza e trascina con sé i lampi e la pioggia. Le porte si chiudono mentre la gente, assiepata sotto il portico, fugge e si accalca nella sala. All’improvviso, nel buio tra le colonne, ci ritroviamo soli in due: io ed il giovane compagno di cordata di Charlie. Ci salutiamo. Ci siamo già scritti in passato, ma non abbiamo mai avuto occasione di affrontare la questione di persona. Per un istante restiamo in silenzio, nessuno dei due è bravo in queste cose. Poi torna alla mia mente l’ultima chiacchierata via internet con Giovanni. “Non ci sono più gli alpinisti di una volta…” mi aveva scritto. “…vuol dire che ne costruiremo di nuovi” gli avevo risposto con la mia solita goliardica e complice arroganza. Ci siamo salutati scherzando. Davanti a me ora ho un giovane ragazzo, un giovane uomo, a cui la montagna ha sottratto un prezioso amico. “Hey, tienimi il posto che torno subito!” Mi fiondo al bar e riappaio con un paio di birre. In un improbabile solitudine osserviamo le immagini attraverso la porta a vetri: ora possiamo parlare, ora possiamo brindare, ora possiamo lasciar scorrere. “…entrare nei Gamma era il nostro sogno, purtroppo solo uno di noi due c’è riuscito”. La sua tristezza è una piccola cupa realtà in un momento che dovrebbe essere di gioia. Tiro un fiato di birra e con la bottiglia indico sghignazzando la Patagonia che brilla nella sala: “Amico mio, tu avrai anche preso la patacca… ma lui si è preso il Torre: devi così darti da fare sei vuoi eguagliarlo!”. Anche lui ora sorride, orgoglioso per l’impresa compiuta dal suo amico. Continuiamo a chiacchierare, sempre più sciolti. Nella mia testa scorrono però altri nomi, altri volti. Ancora una volta sono sorpreso dalla straordinaria forza dei Gamma: grandi talenti, grandi imprese, grandi perdite. Prendere così tanti colpi e restare saldi, continuare e continuare nel modo più difficile ma allo stesso tempo più semplice, genuino. Un grande scuola. La pioggia ora si placa un po’ ed il caldo all’interno della sala riapre le porte: torniamo al mondo in un clamore di applausi. Un minuto di silenzio in ricordo di Giovanni e qualche domanda dal pubblico. Qualcuno si alza e chiede come può un genitore, davanti alla tragedia, incoraggiare il proprio figlio all’alpinismo. Non so perchè abbia fatto una simile domanda, non mi è chiaro se gli interessi la risposta o semplicemente alzarsi in piedi. Rochi ed il Panz abbozzano qualcosa senza troppa convinzione. La domanda forse appare sciocca, ma è importante la ricerca che scatena, specie se hai una bimba di tre mesi, specie se è la figlia del nostromo. “Tutti dobbiamo morire: le montagne, per chi impara ad ascoltare, insegnano a vivere con dignità”. Charlie era nel soccorso alpino, Charlie è salito in cima al “Paracarro”, Charlie è stato tradito dalla “Sentinella”. Credo che Charlie, nel vento, abbia già iniziato a “costruire” i nuovi alpinisti.

Butta un occhio su noi scarasoni…

Davide “Birillo” Valsecchi

Wake up

Wake up

Yeah!! Wake up, you son of a bitch! I wanna know who your with and why do you roll in and out at like six in the morning? I say wake up! My love of mine, why do you spend your time with these guys who don’t love you the way that I do? This time things gonna be changin’, start a new rearrangin’. I got a new girl, I’m seein’ just like the last one, jus’ like the first one. Live for today, not tomorrow: Keep movin’ away from sorrow, ain’t one to beg or borrow… Phone call! No mistakin’: She starts her head shakin’. Eyes open, now I’m awake and I’m gonna take it day by day now. Gettin’ high. Good times rollin’ on the side. Cities showin’ off somewhere new to be goin’ …so keep movin’!!

 

Viaggio Eroico

Viaggio Eroico

Alla fine del 2017 avevo bisogno di un “contenitore fisico” per trasportare un messaggio, una “forma tangibile” in cui infondere un’idea. Nella mia mente avevo l’immagine di Muntazar al-Zaydi, il giornalista iracheno che nel 2005 lanciò le proprie scarpe contro Bush in un estremo gesto di protesta contro l’invasione militare americana. Sì, anche io volevo qualcosa da “tirare”. Così, sfruttando i moderni mezzi di “print-on-demand”, ho creato un libro, stampabile ed acquistabile via Intranet: “Senzatrapano – Eroici Alpinismi Inutili”.

Il soggetto del libro era ovviamente l’annosa ed irrisolta diatriba sull’uso del trapano nell’arrampicata. Tuttavia, visto che non è nelle mia indole salire in cattedra, non è un libro “idiologico”, che pretende di contenere ed indicare qualche verità. No, è una raccolta di racconti, una serie di esperienze condivise da cui ognuno può trarne ciò che ritiene più opportuno. Perchè, in fondo, a me serviva solo qualcosa da “lanciare”, qualcosa per dimostrare che niente e nessuno può ringhiarmi contro e sperare di tapparmi la bocca.

Non mi interessava fosse acquistato da tante persone, che avesse successo o quant’altro, mi interessava principalmente che la sua esistenza fosse nota. Per questo ho fatto un minimo di pubblicità su alcuni forum o siti dedicati all’arrampicata. Ovviamente ero consapevole che questo mi avrebbe procurato principalmente “bordate” e critiche. Come disse qualcuno “non conviene mai disturbare l’acqua”, tuttavia lanciando un sasso nello stagno si può imparare molto osservando i cerchi allargarsi sulla superficie.

Le principali critiche provenivano da persone che, apertamente, non erano interessate ad acquistare o leggere il libro. Non veniva criticato il contenuto, a loro sconosciuto, ma l’esistenza stessa di un libro “senzatrapano”. La discussione era ridotta al titolo. In particolare le critiche si focalizzavano sull’aggettivo “Eroici”. La cosa mi incuriosiva molto perchè, anche visivamente, “eroici” ed “inutili” avvolgono “alpinismi” creando un’equilibrio non privo di una certa ironia.

Sul trapano si potevano avere margini di discussione, ma “eroici” era un assoluto tabù. Era soprattutto il rimando all’alpinismo eroico a raccogliere le più aspre critiche. La parole “eroe” ed “eroismo” sembravano quasi offensive, indicative di un’ideologia superata, contestata ed archiviata come negativa: “Gli eroi sono altri…”, “Quel tipo di alpinismo fortunatamente è concluso!”. La faccenda mi incuriosiva perchè “eroismo” per me è sinonimo di coraggio, indica qualcosa di positivo, qualcosa di trasversalmente prezioso.

Così ho cercato di comprendere cosa significhi “eroico” in senso più ampio. Inevitabilmente la mia ricerca “linguistica” mi ha condotto fino alle origini del “mito dell’eroe”, uno dei pochi temi che appare pressoché identico in tutte le differenti culture del pianeta e che risale alle origini del pensiero e della conoscenza umana. Un “idea” innata nell’uomo che si è evoluta, che è spesso è stata certamente strumentalizzata, ma capace di catturare ed ispirare tanto i maggiori pensatori quanto le persone più semplici.

Oggi consideriamo eroe colui che compie uno straordinario e generoso atto di coraggio, che comporti o possa comportare il consapevole sacrificio di se stesso, allo scopo di proteggere il bene altrui o comune (wikipedia). Questo soprattutto perchè “piangere” una simile tipologia di eroe è assolutamente funzionale agli scopi utilitaristici di una qualsiasi ideologia gerarchica. Ai funerali degli eroi tutti si commuovono annuendo con il capo chino ai discorsi di chi, solo apparentemente a malincuore, in realtà li ha consapevolmente mandati a morire: gli opportunisti e gli esperti di marketing hanno talmente “marciato” sull’idea di eroe al punto da distorcerla e farla apparire come qualcosa di negativo.

Ma cosa è, nella definizione classica, un eroe? Un eroe è un individuo chiamato ad affrontare un viaggio nell’ignoto, in un territorio sconosciuto, affrontando una grande sfida e grandi rischi. In questo viaggio l’eroe è sottoposto ad una trasformazione, qualcosa di lui muore, va perduto, mentre qualcosa di nuovo emerge affinchè possa essere all’altezza della sfida che sta affrontando. La persona che fa ritorno dal viaggio eroico non è la stessa che ha intrapreso il viaggio.

L’arrampicata o sull’alpinismo sono, in quest’ottica, un viaggio eroico per definizione: un’esperienza intensa, quasi brutale, capace di trasformare colui che la compie. A qualsiasi livello. Se ci riflettete un istante, nel vostro profondo, sentirete che ciò di cui vi sto parlando è proprio quella sensazione appagante di cui siete alla ricerca, ciò che vi spinge nei territori selvaggi e vi restituisce “migliori” al ritorno. Non è per questo che inseguite il Drago? Non è questo il tesoro che cercate? La saggezza di fondersi con il Drago anziché ucciderlo non è lo scopo finale del viaggio? 
 
Ma le domande si susseguono addentrandosi in un territorio inesplorato della mente: cosa inquina il vostro personalissimo viaggio eroico rendendolo non autentico? State raccogliendo punti fragola o state trasformando e migliorando ciò che siete? Vivere è un atto eroico, qual’è il vostro viaggio?

Fatemi sapere.

Davide “Birillo” Valsecchi

Mister Mojo Risin’

Mister Mojo Risin’

Fletcher: «Esattamente!! Parker era un ragazzo giovane, abbastanza bravo al sax. In una sessione di taglio fa un casino e Jones quasi lo decapita lanciandogli un piatto. E Charlie ride andando fuori scena. Quella notte però, andando a dormire, piange e si dispera. Ma la mattina dopo, che cosa fa? Fa pratica. Pratica e pratica con un unico obiettivo in mente: non essere deriso di nuovo. E un anno dopo, torna a Reno e sale su quel palco, e suona il miglior fottuto assolo il mondo abbia mai sentito. Quindi, immaginate se Jones avesse solo detto: “… Beh, va bene, Charlie andava bene. Buon lavoro” e poi Charlie avesse detto a se stesso: “Beh, merda, ho fatto un buon lavoro.” Fine della storia. Nessun Bird. Questo, per me, è una tragedia assoluta. Ma questo è solo ciò che il mondo vuole ora. La gente poi si stupisce perchè il Jazz stia morendo.» Andrew: «Ma c’è una linea, un limite? Forse, se ti spingi troppo oltre, rischi di scoraggiare il prossimo Charlie Parker dal diventare un Charlie Parker?» Fletcher: «No, amico, no. Perché il prossimo Charlie Parker non si scoraggerebbe mai!!»

ProletariaMente

ProletariaMente

Questa faccenda della nascita è decisamente curiosa. La piccola Andrea, venendo al mondo in anticipo sulla tabella di marcia, è riuscita a scombussolare non poco i piani di tutti. Fortunatamente, nonostante il trambusto, non è successo niente di particolarmente grave o pericoloso. Anzi, l’esperienza che ne è derivata sembra essere decisamente importante e formativa nella vita di questo nuovo “trio”. Io non mi sentivo così “trascinato dalla corrente” da quella volta in cui, con Enzo, sono stato inghiottito dalla presa della diga di Sant’Anna: allo stesso modo tengo la testa fuori dall’acqua, tengo d’occhio i miei compagni d’avventura, scalcio e spingo la mia povera canoa, come sempre ribaltata, cercando di guadagnare la riva prima che ci inghiottiscano le turbine. Una sensazione strana: sono perennemente “acceso”, presente, efficiente come solo in rare e straordinarie occasioni è avvenuto. Solo ora, dopo più di 20 giorni, inizio a perdere colpi (…o forse non mi rendo conto di essere già fuori giri mangiando il metallo). Credo che qualcosa di simile possa valere anche per Bruna, ma non posso esserne certo: nell’ultimo mese abbiamo “corso e spinto”, abbiamo vissuto separati cercando di rubare gli attimi, senza poter mai discutere con calma di ciò che stava accadendo. Non abbiamo ancora avuto un vero prezioso momento di quiete. Ma infondo è sempre stato così: come coppia non ho idea quale sia il nostro valore, ma come squadra siamo “pericoloso materiale bellico”. A dire il vero anche la nanerottola sembra essersi ben inserita nel team: brucia le tappe, ignora le previsioni, sorride birbante mostrando un’indole dolce ma interessantemente determinata. Guardo indietro: la nostra storia ha avuto inizio nel Reparto di Terapia Intensiva Neonatale dell’Ospedale Manzoni di Lecco. Bruna era in una stanza, inchiodata ad un letto, con la pancia aperta e ricucita. Io, invece, davanti ad una porta attendendo per più di un’ora che si aprisse. Poi mi hanno fatto entrare, mi hanno mostrato la procedura, rigorosamente con il cronometro, per lavare le mani fino al gomito. Poi una seconda porta si aperta e mi sono trovato dentro… Lo scenario è disorientante, perchè i bambini sono avvolti in sarcofagi di cristallo e nella stanza vibrano suoni e rumori di macchine. “I bambini non nascono, vengono coltivati” recitava la famosa scena di Matrix. Medici ed infermieri ti guidano, ti portano da lei, aprono due piccoli sportelli sul lato del sarcofago e finalmente puoi infilare la mano tra i tubi ed i cavetti che la avvolgono. Finalmente puoi raggiungerla. E poi, quando la raggiungi, quando la tocchi per la prima volta, accade qualcosa di davvero strano: lei ti afferra con le sue piccole dita …ed il mondo esplode, tutto intorno, in un lampo verde di cui siete l’epicentro. Lei diviene tua figlia e tu suo padre. La mia magia, in quell’istante, è andata assolutamente fuori controllo. Qualcosa di simile è successo solo un’altra volta nel mio passato. Accadde quando mio fratello aveva 7 o 8 anni, ed io ne avevo quasi 20. Era precipitato dalle scale per oltre quattro metri. Io cercavo di trattenerlo a terra cercando di comprendere l’entità dei danni, di comprendere lo stato della sua colonna vertebrale. Anni in ambulanza, cercavo di attuare al meglio tutti i protocolli da soccorritore provando ad immobilizzarlo. Lui però, piangendo terrorizzato, riuscì a divincolarsi e mi abbracciò. Io, completamente impotente, mi arresi a quell’abbraccio e per un istante diventammo una cosa sola. Anche quella volta percepii un lampo, ma era bianco, non si dilatava ma sembrava contrarre ogni cosa in quel momento, in quello spazio. L’istante successivo la “bestia” era libera e pianificava inesorabile l’evacuazione verso l’ospedale. All’epoca ero giovane e fortunatamente mio fratello se la cavò in qualche settimana senza che ci fosse bisogno di operarlo d’urgenza alla testa. Ma forse la vità è così: si fa strana con gli strani. Non so dirvi cosa siano questi “lampi”, sono qualcosa che i miei sensi hanno percepito senza riuscire a contenere, qualcosa che è al di fuori della loro portata e che quindi viene tradotto, rielaborato, astratto attraverso similitudini accettabili. Tuttavia sono reali. Reali ed importanti se riescono a trascendere i limiti sensoriali raggiungendo la consapevolezza con tanta forza. Ma di certo quel momento è stato complesso, rapido ed intenso mentre il tempo scorreva congelato e scandito dai “bip” dei monitor. Per lo sciamano dell’Isola ritrovarsi con una bimba in quel mondo di macchine è stato davvero disorientante: ero un animale con gli occhi aperti e la mente in corsa, un primitivo rapito all’interno di un’astronave aliena. La Terapia Intensiva è un luogo concettualmente spaventoso, ma paradossalmente un luogo di una bellezza ed un’intensità straordinaria. Attorno a me, nella penombra di quel limbo intriso e governato dalla quiete, c’erano soprattutto donne. Alcune giovani, altre veterane: tutte “scienziate”, animate da una sorprendente competenza ed umanità. Le osservavo attorno a mia figlia: la piccola era una femmina, allevata ed accudita da vestali della conoscenza, ancelle e sacerdotesse di un mondo futuro. La mia magia, la magia dell’uomo, si fondeva con la loro, il sapere femminile, ed insieme davano la possibilità alla piccola di esistere, di vivere in un mondo in cui aveva scelto di lanciarsi prima del tempo. Senza di loro io non sarei stato abbastanza. Poi Bruna, sua madre, è riuscita a raggiungerci: con sforzo e determinazione ha preso il suo posto accanto alla piccola, stringendo con lei un legame “fisico”, totalmente diverso dal mio. I giorni hanno iniziato a trascorrere, tutto si è attenuato senza perdere di intensità. La TIN è davvero un posto strano, capace di attivare dinamiche per me sorprendenti. I genitori, spesso precipitati nel momento, vengono accolti, “addestrati”, resi operativi e “schierati”. Chi più, chi meno, tutti si attivano e stringono tra loro una specie di innata ed empatica collaborazione: non può essere amicizia, ma nel momento di comune difficoltà si forma un legame, una solidarietà che abbaglia in un mondo spesso fatto di egoismi. La piccola stanzetta, messa a disposizione dei genitori e dotata di cucina, diviene uno spazio vivo: il focolare di una famiglia allargata dove non esistono nomi se non “mamma di” o “papà di”. Nella TIN regna il sorriso, comunque, nonostante tutto, sempre: è affascinante. Comprendi lo straordinario valore di quel “limbo” e di chi lo presidia quando lo lasci, quando finalmente ne esci e precipiti come tutti al “Nido”: nel luogo dove normalmente arrivano i bambini appena nati. Il Nido è il pandemonio, il caos …la vita. Marmocchi che urlano, biberon che girano, gente che strilla, patelli sporchi che vengono lanciati nel secchio. Sei nel mondo reale, circondato da quei petulanti e fastidiosi genitori (e dai loro parenti) che hai cercato di evitare per tutta la vita. All’improvviso riappaiono le classi sociali, le etnie, le competizioni, le rivalità, i confronti, le piccole sleatà. Le madri si trascinano, esauste e spocchiose, come se dopo il parto avessero vinto le olimpiadi: la maggior parte di loro schiavizza scortese il marito. “Osti Bruna… tu non prendere quei vizi: non ti azzardare a dirmi una cosa del genere con quel tono…” Ma io e la bergamasca abbiamo ballato tra le incertezze per venti giorni, difficile ora cadere in certi errori: in modo curioso ciò che ci è successo ci ha formato e messo alla prova come genitori. Se la nostra storia fosse andata diversamente oggi saremmo persone diverse. Ora Andrea sta per fare il suo primo viaggio verso casa. Una bimba nata prematura che fa il suo ingresso in una casa quasi abbandonata a sè stessa da un mese: niente era pronto, noi non eravamo pronti, ma questo mi ha mostrato ciò che davvero serve, ciò che davvero è indispensabile. Osservo il passato con occhio attento cercando di leggere i segni del futuro. Credo che ora, finalmente, dormirò: ventiquattro, forse quarantotto ore. Non so. Finalmente dormirò, e poco importa se sarà a blocchi di tre ore. Truppa, zaini in spalla: andiamo a casa!

Davide “Birillo” Valsecchi

La nanerottola è davvero bellina. Io non me ne intendo ma chi ne capisce, vedendola, l’ha definita una “bambolina sorridente”. Le abbiamo fatto molte belle foto, ma non credo le pubblicherò qui: c’è una piccola trasformazione in atto nella mia mente, per ora dovrete fidarvi del mio giudizio. Sì, sono decisamente stanco al momento, ma avevo voglia di scrivere, di provare a fare ordine tra i pensieri =P

La principessa di Saba

La principessa di Saba

[8Marzo2018] La piccola e sua madre sono ancora in ospedale: la nanerottola è ancora sotto osservazione, all’interno della sua piccola astronave di cristallo, ma ormai le hanno tolto tutti i cavetti ed i tubicini. Quella piccola creatura possiede una forza propria, un carattere capace di emergere dall’esostruttura “in sviluppo” che la ospita, con cui si sta fondendo. I suoi sensi sono ancora incerti, è totalmente vulnerabile, completamente dipendente, eppure c’è, è lì, nonostante le difficoltà. Io, d’altro canto, sono demolito: cerco di riposare ogni volta che posso ma dormo poco, sempre di corsa, cristallizzato nel momento presente, a trecentosessanta gradi nel futuro, prigioniero di una ragnatela di possibilità. La natura ha probabilmente attivato qualche “chimica” sconosciuta, perchè mi consumo senza cedere: ho accesso ad una resistenza assolutamente insolita. Non sento nulla, fatica e stanchezza sono un fattore statistico. Sono lucido, o almeno credo di esserlo. Ho gli occhi sulla palla o sto uscendo fuori partita? Sono nel deserto, in una foresta, tra le montagne: passo dopo passo, giorno dopo giorno, devo solo demolire ogni ostacolo che mi separa dall’orizzonte. I suoi capelli sono scuri, e nelle mie visioni la sua pelle è accarezzata dal tocco di un sole caldo. La mia mente è un motore immobile, ma la stanchezza allenta le catene della Bestia, le lascia abbastanza spazio per sussurrare durante la marcia: “Hai visto?! Hai voluto provare a nasconderti: l’appartamentino in provincia, in affitto con i vicini fastidiosi, l’ufficietto con le luci al neon che sembra una sgabuzzino per scope. L’asilo, gli altri genitori, la scuola vicino a casa. Hai provato a nasconderti. Hai tentato di tenermi buono lasciandomi scorrazzare sulle montagne per capre a cui sei tanto affezionato. Hai dimenticato ciò che sei: ti sei inquadrato, allineato, civilizzato, giustificandoti con un tocco naif, un ribelle a mezzo servizio. Bravo! Davvero bravo” La Bestia applaude divertita ”E cosa hai ottenuto? La nanerottola ti ha sbattuto la verità in faccia. Ha demolito i piani di tutti, ha spedito nel cesso tutte le vostre belle aspettative. Ha bruciato i tempi, è nata forte ma in anticipo, quando lo ha deciso lei. Te lo ha detto chiaro e tondo: non sarà una comparsa in una storia già scritta. Lei troverà la sua strada: è disarmata, priva di addestramento, ma sta già dando battaglia. Probabilmente è già più forte di te… Puoi darle una mano… oppure diventare uno di quei tanti noiosi ed inutili proletari borghesi che ogni adolescente deve giustamente sfanculare in gioventù. Perchè vedi, mia dolce pecorella inutile, ” – e nel dirlo la Bestia sorride compiaciuta- ”lei non ha scelto te: lei è qui per me. E’ me che è venuta a cercare! Fattene una ragione!!” Sono stanco, non posso fare altro che guardare la Bestia in silenzio: trascinarmi nel prossimo passo, verso la prossima tappa. Non ho verità da opporre alle sue. Non provo rabbia, non ho tempo per occuparmi di tutto questo. Devo avanzare, non posso fermarmi. Forse la Bestia se ne rende conto, il suo sguardo beffardo per un istante si trasforma, si acquieta, mentre si piega verso di me. “Io ti conosco. E posso ben dirlo: io ti conosco meglio di chiunque altro. Hai questa fissa di trattenerti, di contenerti, ma sei molto più, molto più di tutta questa miseria in cui ti piace sguazzare. E sarò sincero: a volte sei riuscito a spaventare anche me. Le cose si fanno decisamente pericolose quanto sei tu a tentare la sorte. Ma è quello che realmente sei.” Per un istante osservo la bestia e mi appare più umana di quanto lo sia io ora. “Questa volta non cercherò di ammazzarti, nè cercherò di liberarmi, di usurpare il tuo razionale dominio. No. Questa volta è diverso. La nanerottola mi piace, fa a me lo stesso effetto che fa a te. “– Sorride quasi affettuoso nel dirlo –”Le sue catene non mi vincolano, ma sono più forti delle tue. No. Questa volta sarà diverso: l’ego-maniaco ed il salvator-mundi dovranno darsi una mano. Questa cosa la faremo insieme. Ora Nostromo apri gli occhi: abbiamo un mondo nuovo da costruire, un regno nomade da conquistare, una principessa da incoronare!!”.

Davide”Birillo” Valsecchi

Arrampicare fa male

Arrampicare fa male

Sì, arrampicare fa male, soprattutto alla scrittura. Ho ripreso in mano alcuni miei scritti di cinque o sei anni fa… e sono rimasto a bocca aperta! Una volta scrivevo decisamente meglio! Non solo il modo con cui scrivevo era migliore, ma in quelle storie si respira una libertà che oggi mi sembra inarrivabile. Storie “aperte”, spesso solo abbozzate, solo contornate, in cui ognuno era libero di smarrirsi e ritrovarsi come meglio credeva. Il lettore era parte integrante, trascinato in un viaggio ci cui non era spettatore ma a proprio modo protagonista. Scrivevo con il chiaro intento di “sequestrare” il lettore, di rapirlo, di “rubargli del tempo” per portarlo “altrove”. Oggi, troppo spesso, mi preoccupo di cosa penserà chi legge, delle sue critiche, delle sue osservazioni, di quale sarà il prossimo stronzo tanto stupido da mettere in mezzo gli azzeccagarbugli per tutelare -senza successo- le proprie marchette. La poesia sembra spazzata via: tutto va giustificato, catalogato, etichettato. L’arrampicata dovrebbe essere il reame della libertà, l’emancipazione dalla gravità, ed invece si trasforma in un meschino e costante confronto, in un mercimonio funzionale, in una competizione con il righello in una mano, il trapano nell’altra ed il sacro picio al vento.

Nella mia mente, in cerca di risposte, ho elaborato un esempio: una gara di freccette in un pub inglese. Per descrivere questa scena inizierei dall’atmosfera, dalle ombre del locale nei riflessi delle luci del bancone. Gli odori, un misto di fumo, alcol ed umanità. I suoni, il vociare, le parole della canzone di sottofondo. Racconterei del barista, delle cameriere, degli avventori ai tavoli, soprattutto di quelli nascosti negli anfratti bui. Il loro sguardo, le loro vite, si fonderebbero con la storia principale raccontandola dal suo interno. Il suono delle freccette sul bersaglio diverrebbe il suono del tamburo, martellante e profondo, con cui ritmare la realtà. Se invece fosse un racconto di arrampicata si dovrebbe descrivere l’inclinazione del gomito, la torsione del polso, se il bersaglio era regolamentare e la distanza valida, marca/modello/produttore delle freccette, quanto era ghisato, se era la prima volta in quel pub, che tipo di allenamento era stato fatto, chi certifica il punteggio finale e quali sono gli sponsor da elencare. Il primo racconto sarebbe degno di Jack London o Tarantino, il secondo andrebbe bene per un documentario a sottotitoli, in tarda serata, su un’emittente privata, per ritardati in attesa di masturbarsi con le pubblicità per chat erotiche.

Badate bene, il problema non è il tecnicismo ma quanto l’aridità! L’arrampicata ha una propria specificità che, inevitabilmente, influisce sul lessico e sull’impostazione. Il problema però è l’assoluta povertà di contenuti, che paradossalmente diventa anche più evidente laddove ci si prefigge un universalità di fruitori. Grotteschi “genialoidi” che spacciano melense ed oleose banalità da cioccolatino, ammorbandole di una grandiosità fuori luogo, presa prestito o saccheggiata al passato, infarcendo tutto con concetti “a cancelletto” stile #pace #amore #armonia #siamotantobravieonesti #sponsorA #sponsorB #sponsorizzaMi. “Thugs” che come in un film di MadMax si dipingono di bianco la faccia e, spruzzandosi i denti d’argento spray, urlano orgogliosi “Ammirami!” …ben consapevoli che sui fittoni e circondato dai fotografi praticamente non corrono alcun rischio. Bene: se questo è il “meglio del meglio” io non voglio più fare parte di questo circo di polli e capponi!

Scrivere richiede fatica. Faticare per uno scopo significa lavoro, faticare senza scopo significa ricerca. Scrivere senza secondi fini significa inseguire un’idea per il solo piacere di catturarla e condividerla. Significa catturare una farfalla con le mani, trattenerla incolume per un secondo, lasciarla libera di volare via tra lo stupore dei presenti. Questo è scrivere, questo probabilmente è anche arrampicare. Ho lasciato che impoverissero la mia scrittura, non accadrà più.

Quindi sì, tutto questo antefatto solo per un messaggio di servizio: “Andatevene affanculo!”. Rosiconi e rompipalle imbastiti di magnesite sono pregati di impegnare le porte d’uscita e, senza salutare, abbandonare la nave. Adios! A mai più rivederci! Finalmente “Cima” lascia il porto e riprende una rotta che sembrava smarrita. Chi eventualmente decidesse di restare, pochi o tanti che siano non importa, indossi il giubbotto di salvataggio e si regga forte a qualcosa: “Aye aye Signore! Alla via così! Destinazione Ignota!”

Davide “Birillo” Valsecchi

Il Nostromo dei Tassi

Il Nostromo dei Tassi

A bordo di una portaerei americana vengono imbarcati alcuni cannibali, con il compito di interpreti con le popolazioni locali delle isole del Pacifico. Il comandante della portaerei riunisce i cannibali e rivolge loro un breve discorso: “Ora fate parte della Marina degli Stati Uniti: dovete quindi comportarvi civilmente e – soprattutto – vi ricordo che è PROIBITO mangiarsi i membri dell’equipaggio!”. Per alcune settimane tutto fila tranquillamente, ma un giorno il comandante convoca i cannibali e dice loro: “E’ sparito il nostromo: non è in licenza, non è in franchigia, sappiamo che non è caduto in mare e che non ha disertato. Quindi: VE LO SIETE MANGIATO VOI!”. I cannibali per un po’ cercano di negare ma alla fine – di fronte alle precise accuse del comandante – sono costretti ad ammettere che si sono mangiati il nostromo; vengono quindi congedati disonorevolmente, e cacciati a pedate giù dallo scalandrone. Mentre, mestamente, si allontanano lungo la banchina, il capo dei cannibali dice agli altri antropofagi: “Ve l’avevo detto, io, di non mangiarvi il nostromo! In tutto questo tempo ci siamo mangiati tre guardiamarina, un sottotenente di vascello, due capitani di corvetta e addirittura un capitano di fregata, e nessuno si è accorto di niente… Avete voluto mangiarvi anche il nostromo, e guardate che casino che è successo!”

Davide “Birillo” Valsecchi
Nostromo dei Tassi del Moregallo
ISN – IsolaSenzaNome

Theme: Overlay by Kaira