Category: Storie di Montagna

CIMA-ASSO.it > Storie di Montagna
Serata interstellare

Serata interstellare

La sala è affollata e le facce che girano tra le poltroncine sono strepitose: mai vista una tale concentrazione di stelle dell’alpinismo! I “Maglioni Rossi” schierano, con meritata fierezza, i loro leggendari veterani accanto alle giovani leve, delle quali la più piccola ha solo sette anni. Ma anche dietro le prime file il livello è altissimo: Giuseppe Alippi, Benigno Balati e tanti altri anche tra i più giovani!

Io sono mio fratello Keko e NikyBoy. Incontriamo Stefano e via via una schiera di amici. La serata è soprattutto un occasione per incontrarsi e scambiarsi idee: seduto in circolo per terra mi ritrovo con quattro amici e Carlo Caccia a ciacolare di cascate e sci scassati.

Stanno per chiudere le porte ed il mio sguardo incrocia un altro volto conosciuto. ”Hey tu, chi sei?” Lui mi guarda sospettoso “Non lo so… Perché? Vuoi abbracciarmi?” Alzo un sopracciglio “Okay, mi piace abbracciare gli sconosciuti” Come due dementi ci abbracciamo “Beh, io comunque sono Gigi. Tu chi sei?” Rido “Io sono Birillo” Anche lui ride “Ma allora ti conosco!” Ghigno “Beh, quindi ora non ci abbracciamo più?!” Ci stringiamo la mano e ridendo ci salutiamo per prender posto. Ecco il leggendario incontro tra “Gigi CheSbatta” degli AsenPark e Birillo del BadgerTeam!

Le luci si spengono ed un emozionato Fabio Palma, Presidente dei Ragni, prende il microfono: le sue prime parole sono in ricordo di Guerino Cariboni e Marco Anghileri, due “stelle” che si sarebbero davvero divertite ad una serata dedicata alle Grigne.

Partono i filmati, scorrono le immagini. Il discorso di Matteo Piccardi fa breccia nel mio cuore. “Con pochi soldi non riesci ad andare in giro. Ti guardi intorno, ti avvicini alle montagne di casa ed all’improvviso ti accorgi che esiste un mondo intero da scoprire. Inizi a scegliere le vie per gli uomini che le hanno tracciate e per la storia che racchiudono”. Guardo il suo filmato e rido perché, coincidenza nella coincidenza, quando è stato girato io ero per caso in Grignetta insieme al mio socio Siciliano. Mentre loro erano sulla via dei  Ragni noi stavamo scendendo dal saltino del gatto lungo la Sinigalia: ci sedemmo su un sasso e restammo a lungo a guardare affascinati quel colorato trio sulla parete impossibile. “….non posso che pensare al Det e compagni con un misto di ammirazione e ‘invidia’,  per il coraggio e la capacità di vedere ciò che ai più era nascosto”.

Quando si riaccendono le luci tutti i Ragni salgono sul palco. Microfono alla mano Luigino Airoldi, il mio eroe, saluta tutti con il suo trascinante entusiasmo. Ma lo spettacolo non è ancora finito. Alla serata è presente anche Luca e due delle figlie del leggendario Eugenio Fasana.

L’incontro tra Colombina (figlia di Fasana e compagna di cordata di Vitale Bramani e Tita Piaz) e Luigino Airoldi è qualcosa di assolutamente straordinario. Li osservo completamente affascinato e commosso mentre Luigino, allievo di Cassin, racconta di come il maestro Riccardo si sentisse allievo del grande Eugenio. In istanti come questi ti accorgi di essere parte di qualcosa di assolutamente straordinario, qualcosa che come la roccia e le montagne attraversa il tempo, le anime ed i cuori. Unendoci tutti.
“Se per arrampicare hai bisogno di chiodi e roccia ancora non hai ancora capito cosa sia l’alpinismo” Forse qualcosa comincio ad intuire…

Colombina e Luigino hanno più o meno la stessa età, i capelli bianchi, uno sguardo ed un sorriso irresistibile. Colombina mi abbraccia e mi riempie di baci “Ciao Valsecchi, ricordati che hai promesso di portare Luca in Grignetta!”.

“Colombina ti è piaciuto il film?” Lei sorride raggiante “Si mi è piaciuto molto. Sono bravissimi questi ragazzi. Fanno cose incredibili e bellissime. Però hanno un sacco di aggeggi che non avevo mai visto. Papà usava solo i chiedi e pochissimi anche di quelli. Diceva che il chiodo ferisce la roccia, per questo saliva solo dove la roccia glielo permetteva”. La abbraccio e rido “Mi piacciono le vie di tuo papà: era un vero poeta delle montagne”.

La serata mi offre un ultimo grande incontro. Mi avvicino e lo distraggo mentre parla con il “Det” ed il “Ben”. “Scusatemi, c’è un ragazzo che voglio conoscere”. Dopo tanto tempo finalmente ci incontriamo: Claudio Mandressi.

Lui e suo fratello sono gli apritori dell’omonima via sul versante Sud del Corno Centrale. Trovando su internet i miei articoli decise di scrivermi e da allora siamo diventati amici. Sono tremendamente in debito con Claudio: è stato lui a farmi da mentore permettendomi di conoscere Gianni Mandelli ed Ivan Guerini.
Scattare una foto con lui è stata una grandissima soddisfazione!

Non posso che ringraziare i Ragni di Lecco per la magnifica serata che ci hanno permesso di vivere tutti insieme! MOS Bagai!

Davide “Birillo” Valsecchi

Io, Bruna e Livanos

Io, Bruna e Livanos

sonia e goerges livanos«Perché proseguire se qui abbiamo tutto quello che ci serve per un gran bel bivacco? Basta spostare questo Blocco! Ed è a questo punto che ha luogo la “Scena del blocco”. Atto II – Scena III. Personaggi in ordine di apparizione: Il BLOCCO, esemplare di dolomia del peso approssimativo di cento chilogrammi. ARMANDO: guida locale, nell’occasione sterratore. GIOGIÒ il prudente, esperto di sicurezza in vari campi, specializzato in pareti dolomitiche. ROBERTINO: lo strumento scelto dal Maligno per scatenare il cataclisma. Il sipario si alza su una scenografia raffigurante un grande camino dalle pareti verticali con una specie di terrazza inclinata sul fondo. Il Blocco è al centro della terrazza, Armando si appresta a spostarlo.

Giogiò: Armando! È meglio mettere la corda.
Armando: Sì, meglio.
Armando si lega e, assicurato, comincia a far muovere il masso, il quale oppone un’inerzia feroce.
Robertino: Aspetta, provo a spingerlo di qua. (Ghigno demoniaco dietro le quinte)

Per spingere meglio, Robertino si appoggia ad un altro blocco. Si direbbe che così facendo abbia azionato i comandi di un ascensore: d’un tratto sprofonda verso gli abissi virtualmente infiniti e cadendo lascia il blocco numero uno. Armando perde l’equilibrio, ma un colpo di corda lo raddrizza. Armando afferra al volo una mano di Robertino; contemporaneamente Giogiò si sporge ad agguantare il colletto di una camicia rossa, e grazie alla eccellente qualità di quest’ultima riesce a riportare Robertino al sicuro, mentre una buona metà della terrazza cade, il sipario fa altrettanto ed una fiaschetta di cognac fa la sua comparsa.»

Io e Bruna abbiamo arrampicato tutto il giorno. Ora, dopo un paio di birrette, io me sto sdraiato sul divanetto della nostra casa mobile mentre lei legge a voce alta alcuni passaggi di Georges Livanos. Bruna ride e sghignazza, le piace come “il Greco” racconta le sue strabilianti avventure alpinistiche in compagnia della moglie “Sonia”.

«In ogni caso, si tratti di alpinismo classico o coniugale o solitario, di vie di secondo o di sesto grado, esiste una regola fondamentale che vale anche per gli aviatori, i trapezisti e i soprammobili preziosi: non cadere.» Anche a me piace “Il Greco”, è un tipo schietto e diretto, dotato di una grande sagacia ed umorismo. E’ uno dei grandi, dei grandi veri degli anni ‘50, che possiede una straordinaria modernità che lo rende tanto attuale quanto universale: «Mi si potrebbe rinfacciare che io stesso mi sono vantato di avere compiuto gesti temerari: piramidi umane barcollanti, doppie precarie… Proprio perché ho vissuto l’età dell’incoscienza e ho commesso degli errori, oggi posso permettermi di dire che qualche chiodo supplementare o qualche ora di ascensione in più sono cose molto meno gravi che rimetterci le ossa. Meglio un chiodo in più che un alpinista in meno.»

Bruna continua nella sua lettura, ormai una recita, del successivo racconto di “Al di là della verticale”. Poi incappiamo in qualcosa che assomiglia ad un “crossover”, uno di quelli episodi speciali in cui i protagonisti di due famose serie televisive si incontrano in una storia comune: Romano Merendi, Gigi Alippi, Luciano Tenderini, Jack Canali incontrano George Levanos, Roger Lepafe e March Vaucher in un’epica salita sulla parete Est della Sciora di Fuori. I begnamini di casa incontrano il Greco!

«Durante la salita il perforatore di Jack si rompe ed i Lecchesi, con cui formano ormai un unica cordate, chiedono al Greco di prestargli il suo – “Come, io, il nemico giurato di questi metodi sacrileghi vado in giro con un perforatore? La premeditazione è indiscutibile ed ho solo una misera scusa: il cattivo esempio. A forza di sentirne parlare, nasce una specie di complesso del perforatore, allora uno se lo porta dietro, poi comincia a disprezzare le cengie antiestetiche (ma astute), ed eccoci qui: a lavorare con quell’attrezzo per ore.» – La saggezza del Greco è assolutamente olimpica!

«17 Luglio 1960, Capanna Sciora. Sul costone erboso dove sparisce il sentiero, una fila di piccole figure scende verso valle. Come mi è dispiaciuto vederle spuntare una sera, così mi dispiace vederle allontanarsi oggi. Il pendio le ingoia una dopo l’altra. L’ultima si ferma, agita il braccio a lungo, è Jack, il cowboy di questa Sciora la cui vetta ci irride. Manca qualcosa alla nostra via? Non manca niente alla nostra amicizia.»

Il rumore delle onde sugli scogli ci ricordano di essere al mare mentre ci riscaldiamo nella notte di fine Ottobre. Domani il sole tornerà caldo sulle pareti di calcare arancione, domani arrampicheremo di nuovo.

Davide “Birillo” Valsecchi

Gervasutti: un eroe friulano

Gervasutti: un eroe friulano

«Osa, osa sempre e sarai simile ad un dio». A volte un senso di vertigine mi coglie all’improvviso, un tremore che mi stordisce tanto nel fisico quanto nello spirito, che mi spinge a ridere e piangere mentre il destino sembra trascinarmi verso strade sconosciute, strade spaventose ed affascinanti che per quanto ignote e difficoltose appaiono giuste e semplicemente inevitabili.

In questi giorni un vecchio libro in francese di Rébuffat mi ha trascinato tra le immagini d’epoca del Monte Bianco, tra la neve ed i colori della roccia. Già, il Bianco, la “grande” e “piccola” montagna che il destino ha messo a due passi da casa, oltre l’orizzonte del familiare Rosa. Non mi sono mai spinto verso quella montagna, quel mondo, che per me è  il faro di mille fantasie che non sono ancora pronto a cogliere.

Ma Rébuffat è un francese, per quanto simpatico, straordinario ed ammirevole non parla la mia lingua e, per quanto mi sforzi nel tradurre la sua, la distanza tra noi si assottiglia senza tuttavia mai estinguersi.

Tuttavia il destino è buffo nel suo agire, senza alcun preavviso mi ha posto davanti alle immagini ed alle parole di uno degli alpinisti che, per il grande fascino che riesce ad esercitare su di me, più mi spaventa: Giusto Gervasutti, il “fortissimo”.

Gervasutti è contemporaneo di Cassin e come lui è di origine friulana: due grandi spesso in competizione, mai in conflitto, che trasformarono l’alpinismo di allora e quello di oggi. Gervasutti, l’introverso che con una penna in mano riusciva a trasmettere così tanto di quel mondo a cui tanti di noi cercano di prendere parte.

In questo documentario realizzato dalla Regione Friuli, che potete vedere in fondo all’articolo, si ripercorre la sua storia, si rileggono i suoi libri e si raccontano le sue vie. Nel video appare persino Cassin ed è emozionante ascoltarlo ormai quasi centenario mentre parla friulano: Riccardo Cassin, il grande Cassin, che è l’emblema di Lecco e del suo alpinismo, racconta Gervasutti in friulano.

Sebbene io sia nato a Lecco per uno strano destino comprendo meglio il friulano che il dialetto locale. Per un istante quella lingua, tanto legata alla mia infanzia, supera ogni distanza. Accompagnato da Cassin e Gervasutti raggiungiamo Rébuffat immergendoci nel mondo che con tanta pazienza aveva cercato di mostrarmi

«La vetta raggiunta è già superata. Credo sarebbe più bello poter desiderare per tutta la vita qualcosa, lottare continuamente per raggiungerla e non ottenerla mai. Io preferisco una felicità irraggiungibile, sempre vicina, sempre fuggente. […] Perchè non esiste una definizione dell’alpinismo oggettivo, ma esiste solo un’attività, che noi chiamiamo genericamente alpinismo, che permette a degli uomini di esprimere con quel mezzo, o di soddisfare mediante quel mezzo, un bisogno del proprio animo. Naturalmente, essendo questo bisogno diverso da individuo ad individuo, ecco sorgere le diverse forme di alpinismo. Lottare per ore ed ore sospesi sugli abissi, con la vita attaccata ad un filo, per forzare un passaggio di fredda pietra o intagliare nel ghiaccio una via verso il cielo è  un lavoro degno di veri uomini. Che quelle rocce innalzantisi in forma di mirabile architettura, quei canaloni ghiacciati salenti in contro al cielo, quel cielo, ora azzurro profondo dove l’animo sembra dissolversi e fondersi con l’infinito, ora solcato da nuvole tempestose che pesano sullo spirito come una cappa di piombo, sempre identico ma mutevolmente vario, suscitino in noi sensazioni che non si dimenticano più. Ed al giovane compagno che inizia i suoi primi cimenti ricorderò ancora il motto dell’amico caduto su una grande montagna: “osa, osa sempre e sarai simile ad un dio”. Provo una grande commiserazione per i piccoli uomini, che penano rinchiusi nel recinto sociale che sono riusciti a costruirsi contro il libero cielo, che non sanno e non sentono ciò che io sono e sento in questo momento. Ieri ero come loro, tra qualche giorno ritornerò come loro, ma oggi sono un prigioniero che ha ritrovato la sua libertà, domani sarò un gran signore che comanderà alla vita e alla morte, alle stelle, e agli elementi.» 

Davide “Birillo” Valsecchi

Leggende nella tormenta

Leggende nella tormenta

«Perchè uno di Lecco scala con i monzesi?» Questa fu la domanda a bruciapelo che Riccardo Cassin rivolse a Luigino Airoldi quando, per la prima volta, si incontrarono in cima al Fungo in Grignetta. Il leggendario Cassin aveva ventidue anni in più rispetto al giovane Luigino ma quel giorno nacque una grande amicizia che si tradurrà in grandi ascensioni e che farà di Airoldi uno dei suoi grandi eredi.

Nella maggior parte di queste salite Luigino attacca da primo. Cassin conosce la fame di avventura di Airoldi e lo lascia andare avanti concedendo a quel giovane, così promettente e determinato, ciò che è da considerarsi come un grandissimo onore e riconoscimento.

Una salita delle tante che la coppia organizza è l’invernale alla classica Cresta Segantini: l’ascensione con i metri di neve caduta diventa davvero particolare e difficile. Durante l’ultima parte della salita il tempo si fa brutto e nel cielo si scatena la bufera. Luigino e Riccardo riescono comunque ad arrivare in cima alla Grignetta ma, quando si apprestanao a scendere, la neve e la nebbia oscura la vista, sbagliano e si infilano in un canale.

Senza punti di riferimento adottano una tecnica semplice: si calano a vicenda per tutta la lunghezza della corda, alternativamente: il socio che viene assicurato dall’alto riesce a sondare il terreno e mantiene la concentrazione, poi fanno a cambio. A furia di scendere arrivano in un punto della montagna protetto dal vento e quindi avvertono delle voci.

Non credono ai loro occhi: con tutti i posti possibili trovano nel canale gli amici Andrea Oggioni, Walter Bonatti e Carlo Casati che a loro volta, saliti da tutt’altra parte, sono finiti nello stesso impluvio! Cassin, rivolgendosi a Bonatti, gli dice: «Me consuli che te sbagliaa anca te!» Due accademici che scendono perdendo la strada e trovano altri tre accademici che hanno sortito lo stesso destino! Leggende nella tormenta!

Davide “Birillo” Valsecchi

Il racconto è tratto e riadattato dal Libro “Inseguendo la brezza: Pier Luigi Airlondi scalate ed esplorazioni in tutto il mondo” di Cristian Roccati. La foto invece è tratta dal libro “Neige e Roc” di Gaston Rébuffat (altra leggenda!) che sto leggendo (ahimè!) in francese.

Assolutamente da sconsigliare

Assolutamente da sconsigliare

«Assolutamente da sconsigliare a chiunque non voglia mettere inutilmente a repentaglio la propria vita». Un sacco di gente trova l’arrampicata un’attività rilassante, appagante e distensiva. Questo mi fa piacere e sono contento per loro, sopratutto perchè quando mi ritrovo io sulla roccia il mio pensiero è più o meno: «Dannazione! Cerca di portare a casa la pelle!!»

Non saprei perchè: forse è perchè non sono bravo o perchè sono un fifone, davvero non so. Tuttavia quando sputando l’anima finalmente raggiungi un obiettivo salta sempre fuori qualcuno con fare brillante che, mentre sei ancora coperto di sangue, rovi e sudore, ti sorride dicendo: «Sì, Sì, l’ho fatto anche io, ma non l’ho trovato mica difficile». Vorresti afferrare la mazzetta e piantargli nel cranio i pochi chiodi rimasti ma non puoi fare altro che limitarti a sorridere a tua volta annuendo come un ebete.

Io credo che probabilmente qualcosa di simile accada in tutti gli aspetti della vita, che il disappunto ed il fastidio che ciò provoca siano in qualche modo inevitabili. Immaginate di avere finalmente trovato il coraggio di baciare la ragazza dei vostri sogni, state camminando ancora inebetiti con lo sguardo sognante quando salta fuori qualcuno dicendo: “Mah, io me la sono sbattuta la settimana scorsa, niente di speciale…“. Non c’è nulla di sbagliato, niente per cui valga la pena arrabbiarsi: voi l’avete baciata, lei ha baciato voi, tutto è assolutamente perfetto. Non esiste gelosia nè invidia ma in un’ istante su quella splendida sensazione luminosa compare un’ombra opaca.

Credo anche che tutta la questione ruoti attorno alle prospettive, ai punti di vista ed alla comprensione di come ogni cosa infondo sia relativa. L’unico modo per “digerire” tutto ciò probabilmente sta proprio nel focalizzare il proprio punto d’osservazione su se stessi e sull’universo.

Quando mi capita di perdere il senso della misura, di rotolare nei gradi e nelle sfide impossibili (che sembrano alla portata solo degli altri) mi torna alla mente un articolo pubblicato sulla rivista del CAI:

L’attacco decisivo ai Torrioni Maniaghi scattò il 15 aprile 1900,domenica di Pasqua. Giacomo Casati, EmilioBuzzi e Giovanni Ghinzoni, seguiti da Anacleto Mariani e Luigi Colombo, raggiunsero il versante orientale dei Torrioni e lì si divisero: «La prima comitiva attaccò direttamente le balze ripidissime della parete orientale; la seconda, con un largo giro, si portò più in alto, verso un canale a settentrione».Così, dopo circa un’ora, la prima cordata si ritrovò in vetta al Torrione Meridionale mentre la seconda raggiunse la sommità di quello Centrale. «Credevano allora gli alpinisti – continua Rossini – di potersi riunire per inneggiare insieme alla doppia vittoria, ma un abisso spalancato ai loro piedi li doveva fermare. La cima della rupe […] era in realtà divisa da un profondo intaglio in due punte distinte». Così Casati non si sentì soddisfatto: «Egli avrebbe dovuto superare anche il breve tratto di cresta interposto fra le due punte e raggiungere da quella parte la punta più elevata». L’anno seguente, dopo aver osservato la «voragine fra i dueTorrioni», Casati si lancia nella «temuta traversata». Con Giuseppe Gugelloni, Alessandro Bossi e Angelo Rossini (l’autore dell’articolo), soci del CAI, e inoltre con Giuseppe Brambilla e G.B. Robbiati, iscritti alla SEM, il nostro protagonista scende «a due terzi dell’intaglio» e, «dopo un rapido esame dell’abisso, audacemente spicca un salto, si aggrappa alla parete opposta, fa un passo, poi un altro in salita, si ferma un istante e prende a strisciare di traverso». Gli sguardi dei compagni sono fissi su di lui, «quasi a contare le contrazioni dei suoi muscoli»,finché con un sospiro di sollievo «Casati […] accelera le mosse e raggiunge la meta. Egli ha vinto, completamente vinto» e il celebre “traversino” dei Magnaghi, destinato a diventare lo spauracchio di generazioni di rocciatori, è realtà. Lo stesso Rossini, in una riga e mezza da incorniciare, definisce quel tratto «assolutamente da sconsigliare a chiunque non voglia mettere inutilmente a repentaglio la propria vita».(**)

Oggi un qualsiasi giovane fighetto imbastito di magnesite ti direbbe che il “Traversino” è una sciocchezza, qualcosa che va bene per i corsi di arrampicata ma non certo per lui che “chiude” dal 6c in sù e che ha un curriculum di salite che non sta nemmeno a raccontarti perchè probabilmente non capiresti.

Forse ha ragione, forse sono io che non sono forte, che non sono bravo, che sono un fifone pauroso che se la mena per cose da nulla. Forse ha ragione lui, ma quando sono aggrappato nel vuoto e le gambe mi tremano non importa cosa stia facendo o quando sia difficile sulla carta. No, non importa nulla di tutto questo perchè in quel momento, in quel preciso momento, io sono Casati che spicca il volo saltando eroicamente oltre le proprie paure: magnifico, semplicemente magnifico …e comunque vaffanculo!

Davide “Birillo” Valsecchi

(** I Magnaghi ed il celebre “Traversino” – Carlo Caccia – Montagne360)

Fasana: viaggio ad occidente

Fasana: viaggio ad occidente

Quando sono arrivato a Gemonio non avevo idea di cosa aspettarmi. Avevo percorso due interminabili ore in automobile ed ero davanti al portone in legno del museo civico Boldini. Oltre la soglia stava per iniziare l’inaugurazione della prima mostra dedicata ad Eugenio Fasana: il primo ad aver tracciato una via ai Corni di Canzo ed uno dei più prestigiosi alpinisti di inizio ‘900.

Quando varco la soglia gli eredi di Fasana, uno dopo l’altro, iniziano a riconoscermi, a stringermi la mano dandomi amichevoli pacche sulle spalle. Il papà di Luca, uno dei bisnipoti di Fasana ed organizzatore della mostra, mi assesta un paio di allegri buffeti sulle guance e mi abbraccia «Grande Valsecchi! Mi piace quello che hai scritto di mio nonno! Luca è rimasto davvero colpito!». Io, lo confesso, un po’ preso alla sprovvista non sapevo come reagire a tanta inaspettata e gradita familiarità. Ero davvero sorpreso ma il bello doveva ancora venire!

Mentre la maggior parte dei visitatori si concentrava sulle due sale espositive io ero seduto su un muretto con un’adorabile signora ormai ottantenne: Colombina, una delle figlie di Fasana. «Come mai ad un giovane come te interessa mio padre, un uomo del ‘900?» Io le rispondo che sono di Asso, che arrampico ai Corni di Canzo e che per questo non posso che ammirare suo padre. Lei sorride divertita e mi stringe una mano: «Io sono stata sfollata a Canzo, a Gajum». Insieme apriamo il libro dei ricordi. Mi racconta che suo padre aveva 45 anni quando è nata. «A mio papà piaceva portarmi a camminare ma aveva paura a farmi arrampicare con lui, per questo arrampicavo sempre con lo zio Vitale» Io ho dovuto trattenere una risata perchè lo “zio Vitale” altri non è che Vitale Bramani, compagno di avventure di Fasana, grandissimo alpinista ed inventore delle suole Vibram! «Sai a mio papà piaceva camminare ma era un po’ particolare: quando scendavamo dalle montagne anche se c’erano le strade ed i pullman lui preferiva andare a piedi. Una volta però eravamo in Dolomiti e mentre camminavamo un pullman si è fermato per farci salire. A bordo del pullman c’era Tita Piaz: aveva riconosciuto mio padre ed aveva costretto l’autista a fermarsi per farci salire. I giorni successivi sono andata ad arrampicare con Tita e non mi ricordo nemmeno più quante vie mi fece fare sulle sue Dolomiti.»

Io esterrefatto osservavo quell’adorabile nonnina che aveva arrampicato con Fasana ( suo padre), con Bramani (suo zio) e con Piaz (amico di famiglia). «Scusami Colombina, ma devo stringerti di nuovo la mano: sono abbastanza certo che tra noi due l’alpinista più forte sia tu!» Lei ride allegra «Mai io andavo sempre da seconda». Fasana, Bramani e Piaz: mancava solo avesse tirato da prima a certi nomi!!

Poi la piccola folla si è raccolta al centro del museo, le autorità e gli organizzatori si sono alternati nei propri discorsi introduttivi alla mostra. Poi è toccato a Luca, uno dei due bisnipoti. Io e lui ci siamo conosciuti attraverso Internet perchè, incuriosito dai miei articoli, aveva voluto scrivermi. In un angolo della sala lo osservavo mentre armato di uno spesso tacquino prendeva la parola per raccontare del suo bisnonno.

Era come vedere una diga che tracima, un fiume in piena che esonda dopo essersi trattenuto troppo a lungo. La foga e l’entusiasmo lo travolgono lasciando che il suo discorso “voli” attraverso la storia, i racconti e le frasi del bisnonno. A tratti improvvisa, a tratti ruba appunti dal tacquino. Mima, gesticola, recita ed interpreta una passione che attraverso il tempo e gli archivi polverosi è riemersa, una passione sconosciuta che sembra trascinarlo in un mondo ignoto da cui è rapito. Di montagna e di arrampicata conosce poco e nulla, tutto ciò che conosce è ciò che ha colto dalle gesta di Fasana, dai suoi racconti, dai suoi appunti e dai suoi disegni. Per quasi un quarto d’ora parla e racconta lasciandosi completamente andare: un universo intero, compresso nei lunghi mesi di preparazione della mostra, riemerge in una travolgente esplosione.

Lo guardavo sorridendo. Non sono sicuro gli altri potessero davvero capirlo ma io, che spesso mi sono sentito “travolto” così come ora appariva lui, sapevo quanto emozionante ed intenso potesse essere quel suo momento. Alle sue spalle Colombina a tratti rideva divertita, a tratti si asciugava gli occhi commossa. Se Luca si fosse voltato a guardarla avrebbe visto la più bella e gratificante “recensione” alla mostra ed al lungo lavoro svolto per prepararla. Bravo Luca, per quello che vale il giudizio di un montagnino dei Corni ho trovato davvero “bello” quanto hai fatto e te ne sono grato.

Dopo i discorsi ed il rinfresco mi sono appoggiato ad un muretto e nella penombra del giardino ho osservato Luca e suo fratello, entrambi poco più che ventenni. «Accidenti, i bisnipoti di Fasana, i bisnipoti del nostro capostipite. Quando parlano del loro antenato hanno una luce che brilla negli occhi ma ancora non hanno visto nulla del suo mondo, delle sue pareti, della roccia e della bellezza su cui ha riversato il suo genio.» Io, come molti altri più forti di me, ho un grosso debito con Eugenio Fasana: chissà, forse mostrando qualcosa a questi due “suoi” ragazzi potremo ripargarlo per ciò che ha tracciato per noi.

Davide “Birillo” Valsecchi


EUGENIO FASANA
MITOGRAFIA DI UN ALPINISTA
21 settembre – 21 dicembre 2014
Museo Civico Floriano Bodini di Gemonio (VA)
http://www.mostrafasana.it/

(S)Legati

(S)Legati

«Dai, ti porto al cinema!» Io e bruna andiamo d’accordo in questo periodo e così, venerdì scorso, le ho proposto di uscire e di andare un po’ a spasso. Ovviamente resto un “adorabile maschio sciovinista profondamente asociale e socipatico”, quindi il piano era portarla a Civenna alla presentazione di un documentario di montagna. Bruna aveva capito benissimo che era una “trappola” ma ha acconsentito lo stesso con entusiasmo.

Al teatro “Grigna” la sala era affollata di anziani, io e lei eravamo probabilmente i più giovani presenti. In un angolo due ragazzi si aggiustano dei microfoni di scena. Qualcosa non mi tornava: mi aspettavo un documentario, il classico filmino di qualche salita “esotica” da parte di qualche alpinista “semi-indigeno” o qualcosa del genere. Invece, inaspettatamente, ero ad una rappresentazione teatrale!

I due ragazzi salgono sul palco, completamente vuoto, ed iniziano a raccontare una storia aiutati da un unico attrezzo di scena: una corda da arrampicata.

L’inizio è divertente ed i due raccolgono la simpatia di tutti i presenti mentre duettano e danno forma alla storia. All’inizio i nomi dei due protagonisti non mi dicono molto. Quando menzionano Richard, “un tipo strano che venne con noi al campo base”, qualcosa si accende nella mia mente: “Fa che non sia quella storia, ti prego fa che non stiano raccontando quella storia!”

Poi, più si addentravano nel racconto, più appariva chiaro quello che stava per accadere:  Joe Simpson e Simon Yates sul Siula Grande, Touching the Void, la Morte Sospesa. Ero preoccupato, lo spettacolo era divertente ma non avevo idea di come avrebbe reagito Bruna quando la storia avrebbe mostrato la sua natura.

I due sul palco, Mattia Fabris e Jacopo Bicocchi, stanno ancora scherzando, stanno ancora divertendo il pubblico raccontando le prime difficoltà della salita alla vetta. La prima volta che vidi “touching the void” non riuscii a restare seduto e mi agitai inquieto per metà del film:  mi agitavo arrabbiato, sconvolto, felice, commosso, rassegnato. La prima volta che vidi il film ero in casa da solo, piansi lasciando che le lacrime cadessero senza freno sulle guance tese in un ringhio: “Cristo! Lasciati andare, lasciati andare… fermati, ti prego… smettila, non puoi spingerti oltre: arrenditi…”.

Sapevo cosa stava per accadere, ero preoccupato ma anche curioso di vedere come avrebbero fatto a raccontarlo. Finalmente siamo al punto di non ritorno: “Guardai la piccozza, volevo essere sicuro fosse ben piantata nel ghiaccio. La scossi per piantarla nuovamente quando all’improvviso…”.

Non vi racconterò nulla della storia. Mattia e Jacopo l’hanno raccontata anche a chi, come Bruna, non la conosceva. Ma il loro racconto non era semplice espressione dei fatti: i loro gesti, i loro movimenti quasi simbolici, raccontavano qualcosa di più profondo, di più intimo. Oltre agli eventi che caratterizzano quest’incredibile vicenda erano in scena su quel palco i sentimenti, tanto quelli nobili quanto quelli meschini, che corrono universali lungo la corda che unisce due esseri umani in lotta con la montagna.

Mattia e Jacopo avevano a disposizione solo la loro voce, la parola, il gesto ed un lungo spezzone di corda. Guardandoli ero stupido dalla straordinaria potenza narrativa ed emotiva con cui riuscivano ad investirci, con cui riuscivano a dischiudere il senso più profondo di questa avventura umana trascinando tutti noi al suo interno. “Dio mio! Riuscirò mai con la scrittura ad essere altrettanto potente?”

«Mentre gridavo pensavo: “Ecco, a questo punto il gioco è concluso. Non posso più andare oltre. Avevo sbagliato a farmi l’illusione che ci fosse ancora qualcuno. Quando chiamai e non venne nessuno, sentìi che ero finito. In quell’attimo, in cui nessuno mi rispondeva, in quell’attimo, io ho perso qualcosa. Ho perso me stesso!”»

La storia è al termine della sua catartica parabola, io completamente sudato, fisicamente stanco ed emotivamente scosso al pari di come appaiono i due sul palco mentre, in lacrime, si abbracciano. Poi le luci in sala si accendono, scatta un lungo ed intenso applauso, i due smettono di piangere, si abbracciano ancora una volta commossi e si concedono sorridenti al pubblico che li acclama.

“Questo è il teatro? Dannazione che viaggio!” Bruna mi sorride felice stringendomi un braccio, ha imparato a comprendere come siano la postura ed il respiro i “trucchi” con cui impedisco alle emozioni di emergere, di raggiungere la superfice. Sorride, sa che non è stato un viaggio semplice per me ed è felice di avermi accompagnato.

Mattia e Jacopo, seduti serenamente sul bordo del palco, raccontano di come abbiamo portato in scena il loro spettacolo anche nei rifugi e di come, negli ultimi tre anni, abbiano vagabondato tra le montagne raccontando la toccante storia di Joe e Simon.

Ci stringiamo la mano salutandoci: ci guardiamo negli occhi e per un attimo disperato vorrei essere capace di dirgli quanto sono grato per ciò che hanno saputo darci.

Se avete occasione di vedere il loro spettacolo legatevi in cordata con loro ed addentratevi in un’emozione straordinaria. Ancora grazie!

Davide “Birillo” Valsecchi

Per sapere di più sullo spettacolo e sulle prossime date consultate il sito:
http://slegati.wordpress.com/

Eugenio Fasana: Mitografia di un Alpinista

Eugenio Fasana: Mitografia di un Alpinista

«Due cose sono, fra l’altro, dannose durante un’ascensione: tacere se è tempo di parlare o parlare se è tempo di tacere… Un buon alpinista deve avere due qualità: la prudenza e l’imprudenza. Così, dinanzi ad un ostacolo grave o ad un pericolo incombente deve sorvegliarsi, come se tutto dipendesse dalla sua attenzione, e, nello stesso tempo non deve pensarci, come se nulla ne dipendesse. La sola previdenza necessaria è di capire che non si può prevedere tutto» tratto dall’articolo “Montagne di parole: gli aforismi alpinistici di Eugenio Fasana” di Carlo Caccia pubblicato su Montagne360, ottobre 2013.

Fasana fu il primo. Egli è il capostipite di tutta la tradizione e la storia alpinista dei Corni di Canzo (e non solo!). Un padre fondatore, un precursore, una giganteggiante figura a cui protendere. Non avremmo potuto aspirare ad un imprinting o ad un lignaggio migliore. Fasana fu uno straodinario alpinista il cui nome risuona nella toponomastica di tutto l’arco alpino.Un “uomo di sacco e di corda” che al contempo possedeva una straordinaria vitalità intellettuale che lo rese alpinista ma anche scrittore, giornalista, pittore ed artista nel senso più ampio ed intenso del termine.

Fasana “Sensei”: “Alpinista completo, coraggioso e dal gran temperamento”“Fasana il visionario”, “…uno dei pochi scalatori capaci di coniugare azione, intelletto e comunicazione, entro la propria esperienza di montagna.” Sua fu la prefazione al libro di Emilio Comici.

Potrei dilungarmi all’infinito raccontandovi quanto “figo” fosse quell’uomo. Ma ora voglio raccontarvi come qualche giorno fa sia per me arrivato Natale in anticipo: ho infatti ricevuto una lettera da Luca Zuccala, bisnipote di Fasana e curatore dell’ Archivio Fasana. Luca, dopo aver letto i miei articoli dedicati al suo bisnonno, ha deciso di contattarmi. Non potete immaginare lo stupore e la felicità!

Luca mi ha inviato la copia digitale di alcuni acquerelli e disegni a carboncino realizzati da Fasana. Oltre a questo mi ha anche informato dell’imminente mostra e, in poche parole, mi ha aperto le porte alla conoscenza più ambita: ”Se ti interessa qualcosa di particolare, su una montagna o una sua scalata, chiedimi che ti faccio sapere se ho qualcosa”. Baaam! L’eldorado!!!

Per questo è con grandissimo entusiasmo che vi presento la mostra “Eugenio Fasana: Mitografia di un Alpinista” che si terrà dal 21 settembre al 23 dicembre 2014 presso il Museo Civico Floriano Bodini di Gemonio (VA).

Alla mostra sarà presentata un ampissima gamma di testimonianze dedicate a Fasana. Come articoli dedicatigli su riviste specializzate nazionali e internazionali, «La vie alpine», «Lo Scarpone», «Revue Alpine», «Spiritualità», «Verbanus» solo per citarne alcune. Oltre alle pubblicazioni verranno esposte lettere autografe (come ad esempio l’interessante scambio epistolare con l’abate Henry e quello con Guido Rey), stampe fotografiche, cartine topografiche intelate, medaglie al valore, dattiloscritti e parte dell’attrezzatura alpinistica appartenuta a Fasana. Un cospicuo nucleo di opere è incentrato sugli schizzi (carboncini, chine) e sui dipinti (olî) a mano del Fasana e sulla sua collezione di stampe fotografiche e di quadri.

La mostra, a cura di Daniele Astrologo Abadal, Gianni Pozzi e Luca Zuccala (Archivio Fasana), avverrà in collaborazione con i Club Alpini Italiani coinvolti e si avvale dei contributi scientifici di Carlo Caccia, Anna Gasparotto e di Marco Ferrazza.

Titolo: Eugenio Fasana Mitografia di un alpinista
Sede: Museo Civico Floriano Bodini, via Marsala 11, Gemonio
Durata: domenica 21 settembre – domenica 23 dicembre
Inaugurazione: sabato 20 settembre, ore 18.00
Orari e ingressi: sabato e domenica 10.30 – 12.30 / 15.00 – 18.30

Strepitoso, credo andrò in pellegrinaggio a Varese! ( …e non sarò il solo!)

Davide “Birillo” Valsecchi

Theme: Overlay by Kaira