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The Big  Louise

The Big Louise

Mentre lavorava all’ospedale psichiatrico di Rhode Island durante il proibizionismo, Erickson venne a sapere di una paziente violenta conosciuta con il nome di Big Louise. La Grande Louise era infatti alta uno e novanta. Aveva lavorato in un bar clandestino come buttafuori. Il suo hobby preferito era stato camminare per la città di Providence alla ricerca di qualche poliziotto solo. Dopo averlo braccato lo picchiava, spesso gli rompeva un braccio o due e quindi lo spediva all’ospedale. Esasperato il capo della polizia portò Louise in tribunale dove fu riconosciuta insana di mente e pericolosa per gli altri.

A Louise non piaceva l’ospedale psichiatrico. La sua rimostranza era: “non voglio stare rinchiusa con una manica di matti!!”. Una volta al mese si scatenava e distruggeva il reparto. Prima di incontrare Erickson l’unico trattamento era quello di mandare 20 infermieri che potessero essere più forti di lei. Alcuni di loro finivano con qualche braccio rotto. Vi erano inoltre le spese per i danni provocati. Dopo che veniva bloccata, un’infermiera le faceva un’iniezione con un forte tranquillante, uno di quelli che fanno venire il mal di stomaco. Secondo Erickson la nausea creata dal farmaco era tale che le faceva vomitare tutto quello che aveva mangiato durante l’anno. Dopo aver ricevuto il farmaco lei veniva rinchiusa in una delle celle d’isolamento con nient’altro che un materasso. Lei rompeva sempre il materasso aumentando così l’ammontare dei danni.

Dopo aver ascoltato i dettagli, Erickson si presentò a Big Louise e le disse che desiderava una gentilezza da parte sua. La richiesta era che prima della prossima sfuriata lei si sarebbe seduta vicina a lui, su una panchina e che avrebbero parlato per 15 minuti. Lei rispose con sospetto e disse: ”mentre i o parlo con te gli infermieri verranno e mi bloccheranno”. Erickson rispose con serietà: ”se tu ti siedi vicino a me e mi parli,  mi assicurerò personalmente che nessuno, assolutamente nessuno, interferisca con te”. Lei un po’ riluttante accettò.

Un giorno Big Louise chiamò Erickson. Quando Erickson entrò nel reparto Big Louise stava camminando su e giù di fronte alla panchina. Erickson si sedete e lei sedette al suo fianco e chiese “intendi chiamare l’orda di infermieri perché mi blocchino?” Erickson disse “no Louise, voglio solo parlare con te. Dopo 15 minuti tu puoi fare tutto quello che ti pare. E io personalmente farò in modo che nessuno interferisca con te”.

Erickson era da poco nel New England così cominciò a parlare con Big Louise della primavera in New England. Louise continuava a guardare la porta del reparto. Dopo circa dieci minuti Erickson diede un segnale ad un’infermiera. Improvvisamente una decina di studentesse infermiere entrarono nel reparto. Stavano ridendo come se si divertissero moltissimo. Una delle infermiere afferrò una sedia e la scaraventò contro la finestra del lato sud del reparto. Un’altra afferrò  un’altra sedia e ruppe tutte le finestre del lato est del reparto. Quattro infermiere si avventarono su un tavolo e  ruppero tutte e quattro le gambe. Un’altra andò verso il telefono, strappò il filo dal muro e ruppe il ricevitore. Si stavano divertendo tantissimo. E Big Louise implorava: “ragazze, per favore smettetela, non fatelo. Non dovete fare così”. Non sopportava di vedere altri che si comportavano come lei era solita comportarsi. Dopo che le infermiere finirono, si rivolse a Erickson e disse “per favore dottor Erikson non mi faccia più questo scherzo”. Erickson rispose “io ti prometto che non lo farò più se tu non lo rendi necessario”.

Dopo due mesi Big Louise andò da Erickson e gli disse: “dottor Erickson puoi trovarmi un lavoro alla lavanderia dell’ospedale?” Erickson disse “tu vuoi un lavoro alla lavanderia dell’ospedale. Rompevi mica male le cose i primi tempi che eri qui. Io ti darò un lavoro in lavanderia se ti impegni a comportati bene”. Louise era disperata “farò qualsiasi cosa pur di uscire da questo reparto pieno di matte”. Erickson mandò Louise alla lavanderia dell’ospedale dove fece un ottimo lavoro. Dopo due mesi fu dimessa come paziente ed assunta come impiegata (Erickson, 1980)

Riferimenti:
(testo: tratto dagli aneddoti clinici di Milton H Erickson tradotti dalla dottoressa Consuelo Casula nel testo “Speranza e Resilienza”)
(foto: dettaglio di Brassaï America Photography, Easter Parade New York 1957)

 

In mezzo scorre il fiume

In mezzo scorre il fiume

Mio fratello stava davanti a noi, non sulla riva del Grande Fiume Piede Nero ma sospeso sopra la terra… libero da ogni regolamento, era un’opera d’arte.

Ed con altrettanta certezza e senza alcun dubbio capii anche che la vita non è un opera d’arte e che quel momento magico non sarebbe durato.

Perciò quando il sergente della polizia mi svegliò una mattina, prima che Jessie e io partissimo per Chicago, mi  alzati e non feci domande. Mi riaccompagnò a casa passando lungo il fiume così che io potesssi raccontare a mio Padre e mia Madre che Paul era stato colpito a morte con il calcio di una piastola e che il suo corpo era stato abbandonato su un viale.

“C’è qualcos’altro che puoi dirmi?” mi chiese mio padre “Quasi tutte le ossa della sua mano erano rotte.” Risposi.“Quale mano?” chiese ancora, “La mano destra.”

Col passare del tempo, mio ​​padre lottò più volte con se stesso per non chiedermi di contiuo se gli avessi detto tutto. Infine gli dissi “Forse tutto quello che realmente so di Paul è che era un magnifico pescatore”. “Sai dell’altro…” disse mio padre. “Era bellissimo” aggiunsi.

Quella fu l’ultima volta che parlammo della morte di mio fratello. Indirettamente, però, Paul era sempre presente nei pensieri di mio padre. Mi ricordo l’ultimo sermone che ascoltai non molto tempo prima della sua morte:

«Ognuno di noi, in un momento della propria vita, si troverà davanti bisognoso d’aiuto qualcuno che ama e, nel farlo, si porrà inesorabilemente la stessa domanda: “Sono disposto ad aiutare, Signore, ma come se è così grande il suo bisogno?”

Poichè è vero: non riusciamo ad aiutare quelli a noi più vicini, e non sappiamo quale parte di noi stessi sia meglio donare o molto più spesso quello che decidiamo di donare non è ciò che serve, non è ciò che vogliono.

E così sono coloro con cui viviamo e che dovremmo conoscere meglio coloro che ci sfugguono maggiormente, coloro che non capiamo. Ma possiamo ancora per amarli. Possiamo amare completamente anche senza comprendere fino in fondo.»

Ora quasi tutti quelli che ho amato e che non ho compreso nella mia giovinezza sono morti. Anche Jessie. Ma cerco ancora di essere vicino a loro.

Certo, ora sono troppo vecchio per essere un buon pescatore. Di solito vado a pesca da solo anche se alcuni amici dicono che non dovrei farlo. Ma quando mi trovo solo, nella penombra del canyon, tutta la mia esistenza sembra fondersi con la mia anima, con i mei ricordi, con i suoi del grande fiume Piede nero, con un ritmo scandito da quattro tempi e con la speranza che un pesce abbocchi.

Alla fine, tutte le cose si fondono in una sola e in mezzo scorre il fiume. Il solco del fiume fu tracciato dalla grande alluvione del mondo e scorre sulle rocce dall’inizio dei tempi. Sopra alcune rocce brillano gocce di pioggia senza tempo. Sotto le rocce si trovano le parole e alcune delle parole sono le loro.

Sono ossessionato dalle acque del grande fiume.

Davide Valsecchi

Traduzione dalla novella di semi-biografica di Norman Maclean “A River Runs Through It” e dall’omonimo film di Robert Redford.

I piqueteros della Vallassina

I piqueteros della Vallassina

Salta Sondrio ma qui in Vallassina tremano Lasnigo, Caglio, Civenna, Sormano, Magreglio, Barni e Rezzago!!

Improvvisamente il Paese Italia si è riscoperto in uno stato d’emergenza: da un giorno all’altro siamo diventati una specie di nuova Argentina, un paese costretto a manovre di salvataggio che pare il Titanic tra gli iceberg.

E badate: l’esempio del Titanic non l’ho citato io ma il Ministro all’Economia che, in modo curiosamente tragico, dava per assodato lo schianto e lanciava ombre ancora più tetre sulle infauste ed inique scialuppe del transatlantico: “è come sul Titanic: non si salvano neanche i passeggeri in prima classe”.

Il Titanic è affondato per mancanza di lungimiranza, non aveva infatti un radar per anticipare i pericoli, e la gente morì perchè non c’erano sciualuppe per tutti coloro che avevano pagato il biglietto, ma solo per quelli di prima classe.

L’Argentina è affondata perchè la sua classe dirigente, avida e corrotta oltre ogni limite, aveva piegato il paese con l’equiparazione peso/dollaro, con il commercio illegale di armi e droga, con la corruzione e la privatizzazione dei beni dello Stato.

La popolazione finì in miseria, la principale causa di morte divenne la denutrizione ed il paese sprofondò nel “default” che coinvolse anche altri paesi (i bond argentini).

Nonostante questo i politici restarono ben saldi al loro posto perchè, contrariamente a quanti si dice, certi topi non abbandonano la nave quando affonda. Solo una violenta rappresaglia civile invertì l’ordine delle cose. Un disastro immane che ancora oggi ha lasciato profode ferite nella storia e nella vita dell’Argentina.

Ieri guardavo sul web un documentario sui fatti accaduti tra il 1999 ed il 2002 (diario del saccheggio), aspettavo che i media raccontassero dell’incontro del Consiglio dei Ministri Italiano mentre ero agghiacciato dalle spaventose similitudini.

Saltano le Provincie, salta Lodi e salta Sondrio. Stento a credere come un territorio ampio al pari  quello di Sondrio, 3.211 Km² di valli e montagne, potrà essere smembrato tra le Provincie di Como, Lecco, Bergamo, Brescia, Trento e Bolzano. Non ho i idea di come reagiranno i Valtellinesi a tutto ciò.

Anche in Vallassina tutto pare sul punto di cambiare:  Lasnigo, Caglio, Civenna, Sormano, Magreglio, Barni e Rezzago paiono condannati ad un futuro che li vedrà accorpati, uniti se non addirittura inglobati da altri comuni.

Ho riflettuto spesso su un’ipotesi simile, valutandone i pro e contro. Ma oggi siamo in crisi, oggi siamo in emergenza, ogni unione non nasce da una volontà comune ma da un dictat dall’alto. Non c’è la liberta di concordarne i modi o i tempi, di coinvolgere la popolazione, di creare un graduale passaggio. No, pare saranno spazzati via in virtù di un bene superiore a cui ormai credono in pochi: come gatti furiosi saranno chiusi in un sacco e bastonati fino a quando non diverranno quieti.

Qualcuno, come al solito, mi darà del comunista ma è vero altresì il contrario: più allontaniamo il potere dalla gente e meno ognuno di noi conta come individuo. Non voglio che sia la massa (e chi la manipola) a prendere le decisioni per me.

“Padroni a casa nostra”, “Il mio cuore gronda sangue”: quando si abbandonano agli insulti o ai gestacci  appaiono decisamente meno osceni di quando indossano la maschera del politico onesto…

Davide Valsecchi

Tutto questo accade all’alba di Ferragosto quando ogni scritto, ogni commento, ogni reazione sarà blandito dal ponte e dalla calura estiva. Quando leggerete questo scritto, probabilmente, tutto avrà già avuto inizio…

Grazie per gli Aurguri!

Grazie per gli Aurguri!

Grazie per gli auguri! Oggi mi sono svegliato più “aziano” in un uggioso giorno d’autunno scivolato, chissà per quale motivo, tra l’estate d’Agosto. Pare sia bel tempo ovunque ma qui in Vallassina non la smette più di buttar giù acqua. Ci regalerà il cielo un po’ d’azzurro? Io le candeline le ho soffiate!!

Ancora grazie e buon estate a tutti!!
Davide

Il Merlo (Turdus merula) raccontato nel 1869

Il Merlo (Turdus merula) raccontato nel 1869

In questi giorni sto trafficando su un sacco di cose: fermo al mio campo base a Scarenna approfitto del tempo a mia disposizione per ricerche e piccoli sviluppi.

Tra queste vi è una pila di libri molto vecchi che hanno catturato la mia attenzione e che mi sono stati affidati da un amico. Questi libri spesso hanno oltre cento anni di vita e sono tutti dedicati agli animali ed alla tradizione venatoria degli anni in cui furono stilati.

Quello che sto studiando ora è un libro che risale al 1869 ed è la traduzione in italiano di alcune dispense realizzate dal dottor Gloger Constantin Wilhelm Lambert (1803-1863), uno zoologo ed ornitologo tedesco tra i più noti dell’epoca.

Il libro è dedicato agli uccelli ed in particolare a quelli che potevano portare benefici all’agricoltura in cui, si legge nella prefazione, “…sta l’avvenire economico e la prosperità dell’Italia”.

Così, su questo libro che ha ormai quasi 150 anni, leggiamo ad esempio che i merli apparttengono al genere Tordo (Turdus) e che come tali sono “…agili uccelli di mezzana grossezza, con penne lisce, becco dritto, conico e compresso; la coda è più lunga delle ali e le dita ben provvedute di artigli. Tutti sono esclusivi abitatori di boschi; alla primavera mangiano insetti, vermi e lumache, nell’autunno qualche frutto”.

I due traduttori, i dottori Baroffio e Pretti, si impegnarono anche in una ricerca dei nomi vernacoli in uso nelle varie parti di Italia. Del merlo riportano, sempre riferendosi a quanto in uso nel 1869, i nomi dialettali: Veneto Merlo – Lombardo Merlo – Romagnolo Merel – Siciliano Merru – Sardo meridionale Muerra – Sardo settentrionale Merula – Napoletano Mierulu.

Tra i 49 uccelli descritti ho scelto quello che è i più comuni sui nostri alberi e che è facilmente riconoscibile per il piumaggio nero: il merlo appunto. Per meglio farvi comprendere vi riporto qui una porzione del libro.

Descrizione: – Corpo nero con becco giallo nel maschio; femmina ed i giovani sono di colore bruno con macchie grigio chiare al petto e becco bruno. Costumi: – E’ vivace, allegro, ma straordinariamente diffidente. Il maschio in primavera è un abile cantore. Quando s’appaia nidifica nelle folte boscaglie; la femmina depone da 4 a 6 uova; per l’educazione della prole i genitori fabbricano un secondo nido. Nutrimento e soggiorno: Trovansi nei luoghi boschivi ed umidi. Cercano il loro nutrimento nei cespugli, nelle siepi, sono avidi scpecialmente di lombrichi e vermi di ogni sorta, crisalidi e lumache; mancando questi non rifiutano i frutti dolci, come ciliegie, ecc. Utilità: – La cultura forestale riceve grandi benefizi da questo uccello, ad onta che talvolta si nutra anche di sostanze vegetali.

La vita di un libro è di per se affascinante ed osservare come fosse diverso il linguaggio (trovansi nei luoghi boschivi ed umidi) ci riavvicina al nostro passato e lo fa parlando di qualcosa che ancora saltella sui rami appena fuori casa e con cui possiamo tutt’ora confrontarci.

Tra le mani ho un libro un libro orginariamente in tedesco, poi tradotto e stampato a Firenze nel 1869 e successivamente acquistato nel 1957 presso una libreria di Bologna ed arrivato ad Asso per posta al costo di Lire 1100 comprensivo di Lire 100 di spedizione. A conferma di questo viaggio è allegata ancora la fattura con tanto di Marca da bollo di Lire 2 e recapito telefonico, a cinque cifre (33.309), della libreria.

Il fascino di questi libri del passato e l’attenta cura con cui sono stati conservati dal loro propietario mi hanno coinvolto e per preservane la testimonianza ed il ricordo e per questo sto, piano piano, provvedento a catalogarli al meglio delle mie competenze.

Chi volesse conoscere di più su questi libri, sulla loro storia e su quanto riuscirò a scoprire su di loro, può seguire la mia piccola avventura tra i libri nello spazio web che ho da poco realizzato ed ancora tutto in costruzione: libridicaccia.blogspot.com.

Ringrazio ancora l’attuale proprietario dei libri per avermi dato la possibiltà di studiare queste preziose testimonianze del passato.

Davide Valsecchi

Un ringraziamento anche a Paolo, mio padre, che colma le mie ampie lacune sugli animali con la sua decennale esperienza. L’uccello sulla copertina è ovviamente (per lui) una pavoncella.

Rudyard Kipling: Se saprai

Rudyard Kipling: Se saprai

Rudyard Kipling
Rudyard Kipling

Se saprai conservare la testa, quando intorno a te
tutti perderanno la loro e te ne incolperanno;
se crederai in te stesso, quando tutti dubiteranno,
ma saprai intendere il loro dubbio;

se saprai aspettare senza stancarti dell’attesa,
o essere calunniato senza calunniare,
o essere odiato, senza dar sfogo all’odio,
e non apparir troppo bello, né parlar troppo saggio.

Se saprai sognare e non rendere i tuoi sogni padroni;
se saprai pensare e non fare dei pensieri il tuo fine,
e trattare questi due impostori nello stesso modo;

se saprai sopportare di sentire quello che hai detto di giusto
falsato da ribaldi per farne trappole ai creduli,
o vedere le cose per cui hai dato la vita, spezzate
e curvarti e ricostruirle con utensili logorati.

Se saprai fare un mucchio di tutte le tue vincite
e rischiarle in un giro di testa e croce,
e perdere, e ricominciare da capo
e non fiatar verbo sulle tue perdite;

se saprai forzare il tuo cuore e i nervi e i tendini
per aiutare il tuo volere, anche quando sono consumati,
e così resistere quando non c’è più nulla in te
tranne che la Volontà che dice “reggete!”.

Se saprai parlare con le folle e mantenere le tue virtù,
o passeggiare coi Re e non perdere la semplicità;
se né nemici, né prediletti amici avranno il potere di offenderti,
se tutti gli uomini conteranno, ma nessuno conterà troppo;

se saprai riempire il minuto che non perdona
coprendo una distanza che valga i sessanta secondi,
tuo sarà il mondo e tutto ciò che contiene,
e – ciò che conta – sarai un uomo, o figlio!

Rudyard Kipling

Questa è la seconda volta che cito Kipling. La prima ero in India. Questa poesia è strana, alle volte la guardi, spesso stampata su improponibili piastrelle da appendere, e ti sembra la cosa più stupida e banale del mondo. Altre volte, leggendola, ti commuove quasi alle lacrime giungendo come pioggia nella stagione arida.

Mi piaceva riportarla qui, mentre i piccoli giornalisti seguono le nostre avventure africane, perchè anche loro possano conoscerla, per donarla loro per la vita affinchè ne traggano ispirazione quando più ne avranno bisogno.

Davide “Birillo” Valsecchi

Dark Varanasi

Dark Varanasi

Varanasi
Varanasi

Il clima natalizio rende tutti piuttosto insopportabili e questo fa sì che anche la mia stoica pazienza sia spesso messa in crisi. Quando questo accade, quando qualcuno fa il “furbo” con me, di solito mi basta aprire il vaso di Pandora e lasciare uscire qualcuno dei demoni che vigilano con me su quella menzogna che chiamiamo “speranza”.

Così oggi vorrei rispondere ad Erik Singh che mi scrive dall’Italia il seguente commento in riguardo ad un mio articolo su Varanasi (“Vuoti a perdere”): “bah, si può facilmente capire che quella foto del teschio è un fotomontaggio -.-” coglione ke ti ha fatto di male l’india? è una terra bellissima, ovviamente c’è la povertà ma non ha a ke fare con la religione”

Il modo in cui Erik brutalizza l’Italiano con le “k” definisce la sua età e la sua persona. Caro Erik, in tutta onestà io sono l’ultimo a cui dovresti dar fastidio, specie dandogli del bugiardo.

Ho appreso in questi mesi che con gli “stupidi” non ci si deve andare leggeri: hanno la tendenza a prosperare se trascurati. Così, giusto per stabilire chi sia il “coglione” tra noi due, ho montato un piccolo filmato con alcune foto che per rispetto, sia di chi legge che di chi appare sotto forma di cadavere, non avevo mai pubblicato.

Inoltre, Erik, ricorda: quando guardi nell’abisso anche l’abisso ti guarda. Io sono l’abisso, sono uno che cammina in una landa colma di cadaveri che vengono divorati da cani randagi e corvi, sono uno a cui hai dato del coglione e del bugiardo, sono uno che ha tutti i tuoi dati e le tue cordinate geografiche. Quando mi vedrai balenare nei tuoi incubi ad occhi aperti ricorda come ti sentivi arguto giudicandomi, ricorda e prega, prega che i tuoi passi siano saldi lungo il tuo cammino incerto.

Ed ora, Erik, succhiati il pollice e vaffanculo…

Davide “Birillo” Valsecchi

Attenzione: il filmato è realmente sconsigliato a chi è impressionabile.
[la pubblicità la aggiunge YouTube, basta chiuderla ed ignorarla]

 

In gita alla Centrale Atomica: Gösgen

In gita alla Centrale Atomica: Gösgen

Enzo e la centrale atomica
Enzo e la centrale atomica

«Tu non ne capisci niente!! Parli solo per sentito dire!!» In Italia ogni discussione diviene pretetesto per una rissa da stadio, per un litigiosa comparsata in un salotto Tv. Quando poi si parla del ritorno dell’energia nucleare in Italia la zuffa sembra inevitabile

Non ci sto ad adeguarmi a questo cliché e così, dopo aver scritto l’articolo sul Pian di Spagna, ho cominciato ad approfondire la questione con  Giulio, l’insostituibile ingegnere della squadra Cima-Asso. «Vuoi sapere come è fatta una centrale? Andiamo a vederla!!» E così, tempo due settimane, siamo stati in viaggio verso Gösgen, uno dei cinque impianti nucleari attivi in Svizzera. L’equipaggio era formato da Giulio, Enzo, Io, Alberto ed una new entry: il “pischello”.

Sveglia alle quattro e mezza, quattro ore di macchina ed alle dieci siamo all’ingresso di quello che appare come un museo d’arte contemporanea più che la Hall di un impianto industriale. Chiunque può visitare gratuitamente la centrale dopo essersi adeguatamente accreditato con qualche settimana di anticipo: il Governo svizzero offre la più ampia trasparenza ed informazione sulla sua attività nucleare.

Noi cinque veniamo accolti dalla nostra guida, Angela, che ci ha accompagnato durante la visita. Enzo anni fa ha visitato Černobyl realizzando un documentario fotografico sul dopo-incidente: questo ci ha permesso di affrontare con Angela soprattutto la questione “differenze” e “sicurezza”.

Superati i controlli di sicurezza, simili a quelli per gli aeroplani, entriamo nel perimetro interno dell’impianto. Siamo in Svizzera dentro ad una centrale atomica progettata e costruita alla fine degli anni settanta. Tutto è in perfetta efficienza, tutto luminosamente pulito mentre il design, i colori e le linee delle strutture danno l’impressione di muoversi nel migliore dei futuri ipotizzabili in quegli anni: un futuro che appartiene già al passato.

Visitiamo il museo tecnologico, visioniamo diversi filmati e veniamo condotti attraverso l’impianto vero e proprio: la sala di controllo, la sala delle turbine, entrando persino nella nebbia dell’enorme camino di raffreddamento. Nel grande edificio sferico risiede il reattore nucleare, il vero cuore della struttura, ma lì può accedere (ovviamente) solo personale qualificato ed autorizzato.

Enzo davanti al sarcofago di Černobyl
Enzo davanti al sarcofago di Černobyl

La centrale si basa su tre principali circuiti posti a contatto ma rigorosamente separati tra di loro. Il reattore è in pratica una grossa “stufa” all’interno della grande sfera, il calore qui prodotto viene a contatto con un circuito a vapore che attiva le turbine della grossa “dinamo” mentre un terzo circuito, che disperde vapore acqueo attraverso il camino, serve a raffreddare e controllare la temperatura del vapore.

Il secondo ed il terzo circuito sono imponenti ma, sotto il profilo industriale, non hanno nessuna caratteristica eccezionale nè tantomeno sono legati al nucleare o alla radiottività. Il mistero atomico è isolato da tutto e tutti all’interno della grande sfera  le cui pareti di cemento armato sono spesse oltre un metro e sessanta.

Al suo interno, dentro una seconda cupola in metallo, vi è l’ampio vano del reattore. Contrariamente a quanto pensassi l’energia atomica, o nucleare che dir si voglia, non è un segreto di stato: se ti venisse in mente di costruire una centrale non devi far altro che alzare il telefono e chiamare a scelta una delle cinque società al mondo a realizzarlo, in questo caso la Siemens, e farti fare un preventivo (…ammesso che tu abbia i soldi ed un giardino abbastanza grande con vicini consenzienti).

Diverso è invece il discorso per la raffinazione del materiale fissile, il pellet atomico, che può essere realizzato solo da chi ha una speciale autorizzazione internazionale. In Europa è solo la Francia a produrre tale materiale. Una pasticca di pellet atomico sembra una grossa caramella  Tabù ed è completamente inerte fino che non la usiamo per caricare le barre del reattore.

Le radiazioni, sebbene siano costantemente attorno a noi, sono un concetto abbastanza difficile, vediamo di semplicare un po’. Il reattore è pieno d’acqua ed al suo interno sono poste le barre di alimentazione contenenti il pellet. Immaginate che il pellet sia come delle pasticche di idrolitina: quando vengono estratte dalle loro custodie metalliche cominciano a “busciare” scaldando l’acqua. L’acqua infatti si scalda parecchio visto che, mantenendo lo stato liquido grazie alla pressione, raggiunge i 300 gradi centigradi!!

Il nostro reattore è quindi un enorme stufa gonfia di acqua calda in pressione. Se qualcosa andasse storto la nostra barra di “idrolitina” ricadrebbe nel proprio astuccio separandosi dall’acqua e smettendo di “busciare”. Tutta la sfera verrebbe inondata di acqua con l’obbiettivo di raffreddare il reattore, grazie all’idrogeno l’H2O (l’acqua) è in grado di agire come efficace moderatore isolando da eventuali radiazioni.

Questo può avvenire anche in totale assenza di elettricità ed anche se tutto il personale di una delle due sale di controllo fosse morto o reso incapace: la “paranoia” è il primo dei requisiti necessari per chi si occupa di sicurezza e Gösgen, nonostante la disponibilità e la gentilezza che ci offriva, soddisfava adeguatamente questa mia esigenza.

L'impianto nucleare di Gösgen
L'impianto nucleare di Gösgen

Mentre facevamo la sauna nella nebbia a 40 gradi del camino di raffreddamento (sì, proprio li dentro eravamo in mezzo al vapore!!) gustavo il benefico effetto di quel calore sul mio raffreddore: aerosol atomico, non avevo mai pensato di fare i fumenti grazie all’energia nucleare!!

Ma ora è il momento di tirare le somme: Gösgen sopperisce da sola al 13% del fabisogno energetico svizzero. E’ una centrale che, contrariamente a quella di Černobyl, ha imponenti sistemi di sicurezza in grado di rendere possibile arresti d’emergenza della struttura (Come avvenne nel 1990 per fronteggiare il problema esterno  di un guasto sulla dorsale elettrica europea). Gösgen è una centrale atomica che sbuffa silenziosa nuvole di vapore  a ridosso di un piccolo e tranquillo paese circondato da pascoli verdi animati da placide mucche sdraiate sull’erba: tuttavia se prendendessi atto di questo dimenticando che si trova nella rigorosissima svizzera tedesca sarei disonesto!!

La centrale di Gösgen e le quattro ore in macchina per tornare a casa mi hanno fatto sopratutto riflettere su qualcosa di semplice: noi non siamo la Svizzera. L’energia atomica è qualcosa di concretamente gestibile e controllabile, anche la questione scorie (questione che voglio affrontare in un prossimo articolo) non è così drammatica come spesso viene dipinta. Anche i vantaggi offerti, in termini economici ed energetici, sono concreti ed appetibili. Tuttavia, sebbene non sia preoccupato da quello che fanno a Gösgen non posso dire altrettando del ritorno del nucleare in Italia.

In Italia abbiamo certamente i migliori ricercatori ed esperti al mondo (sarà ancora vero?) ma qui non è una questione tecnologica ma bensì politica e culturale. Siamo sinceri con noi stessi: crediamo veramente che questa classe politica, al di là dei partiti e dei colori, possa affrontare con onestà e responsabilità la sfida nucleare? Dopo aver dato prova di corruzione ed inefficienza nella realizzazione delle opere pubbliche, nello smaltimento dei rifiuti, persino nella ricostruzione post terremoto, vogliamo affidare loro un simile progetto critico? La costruzione di un gigantesco impianto che a fronte di qualche quintale di uranio prevede l’impiego di migliaia di tonnellate di cemento armato? Siete pronti a rischiare che una centrale atomica sia gestita come l’Alitalia o sia piegata agli interessi, spesso loschi, di qualcuno? C’è una sola certezza con il nucleare: o fai le cose come si deve o lasci stare!

Ognuno ha la classe politica che si merita, noi siamo chi ci rappresenta ed è per questo che forse oggi come nazione, nonostante l’innata presunzione che ci contraddistingue, non credo siamo pronti per il Nucleare. Ora non vedo il paese abbastanza maturo nè vedo qualcuno in grado di raccogliere tale responsabilità senza che questo possa togliermi il sonno:  se un giorno l’Italia vincesse con se stessa la sfida nucleare, con il salto culturale e sociale che rappresenterebbe, sarei il primo ad esserne felice!!

Davide “Birillo” Valsecchi

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