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Dance the Kung Fu

Dance the Kung Fu

“You swing to your left then you swing to your right. This new dance people is pure dynamite. Ev’ry step is poetry in motion. Let the rythm take your devotion. Dance the Kung Fu!!” Alle volte rimango incastrato in qualche strana canzone, a volte in un intero disco: questa volta è capitato con Carlton George Douglas e Bus Stop in un agghiacciante compilation di remix di “Kung Fu Fighting”, il singolo più venduto del 1974. Sono prigioniero del Funky anni 70 ormai da settimane. Quindi se vi state domandando perchè non scrivo più così spesso la risposta è semplice: sono in salotto a ballare come un idiota mentre la nana ride.

Tuttavia “Cima” è sempre stato un diario di viaggio e, nonostante il poco tempo a disposizione, è una tradizione da mantenere. Quindi, in ordine sparso ed incompleto, consegnamo all’archivio storico un po’ delle inutili e sconclusionate attività dei Tassi del Moregallo.

Belasa con la neve: “Ieri ha nevicato, andiamo al Brioschi?” “Naaa… c’è pericolo 4: andiamo dietro casa!” E così, nell’unico giorno di neve del Moregallo, ci siamo infilati su per i canali del Belasa. Un’ideona! Un imbuto di pareti rocciose in cui scolano prati erbosi, esposti a sud, con pendenza superiore ai 60 gradi. Roccia impastata da una patina gelata e slavine di neve bagnata a profusione: quando uno sa come divertirsi!!

Oggiono in Canoa con il Ghiaccio: da dentro il Belasa si vedeva bene il lago di Oggiono e così, visto che Ruggero possiede una canoa identica a quella che abbiamo usato per andare a Venezia, abbiamo deciso una puntata tra i flutti ghiacciati del lago. La temperatura si era un po’ rialzata ma una piacevole patina ghiacciata copriva il lago simile. Più simile alla granita che al pack artico rendeva comuque decisamente intrigante la gita. Tra l’altro, nel centro del lago con la nebbia, è toccato mettere mano alla bussola per smettere di girare in tondo!

Oggiono in Canoa al buio ma senza, ahimè, il Ghiaccio: abbiamo cercato di sfruttare la notte per trovare un lago più ghiacciato ma, ahimè, l’inverno si era inchinato alla primavere e, nelle luci della notte, l’acqua brillava libera e calma.

I Tassi quelli seri: mentre il nostromo si inventa sciocchezze e tergiversa in scempiaggini i Tassi del Moregallo, quelli seri, ci hanno dato dentro con le picche ed il ghiaccio: “Birillo vieni con noi a far cascate?” “Nope, io le picche le uso solo sull’erba!”. Tuttavia la banda sta facendo grandi progressi nel regno dell’effimero…

Davide “Birillo” Valsecchi

Battesimo di Ghiaccio

Battesimo di Ghiaccio

[Andrea] Quando suona la sveglia fuori è ancora buio, però non faccio fatica ad alzarmi: sarà che è domenica mattina, oppure perché oggi mi attende una grandiosa giornata. Anche se è il 21 gennaio per me è come se fosse Natale, non sto più nella pelle come un bambino che aspetta di aprire i regali. Alle 6.00 sono fuori casa dei miei due compagni di “sventura” Mav e Raffa, e per fortuna siamo solo in tre se no ci sarebbe servita un’ammiraglia. Prima tappa colazione di rito a Morbegno e dopo esserci caricati si parte: destinazione Chiesa Valmalenco , più precisamente frazione di San Giuseppe. Al nostro arrivo troviamo una meravigliosa visione 20 cm di neve che ricopre tutto. Intanto che ci prepariamo sopraggiungono un paio di coppie che hanno il nostro stesso obbiettivo; qualche minuto dopo ci ritroviamo a scendere per un costone innevato con Stefano e Mattia, due ragazzi di Milano conosciuti al parcheggio, fino ad arrivare ad un ponte che attraversiamo per raggiungere il nostro obbiettivo, pochi istanti dopo però ci tocca riattraversarlo perché abbiamo sbagliato attacco.

Per accedere al nostro obbiettivo dobbiamo proseguire qualche centinaio di metri dal ponte e arrivare nei pressi di una diga, qui creiamo una piazzola dove lasciare lo zaino, indossare i ramponi e tirare fuori i nostri artigli (i miei mi sono stati prestati dal capitano Birillo). Davanti a noi si erge la Cascata Centrale di San Giuseppe.

Lasciamo andare Stefano e Mattia,in due sono più veloci, ed intanto facciamo passare le corde e ci leghiamo: 1° di cordata l’impavido Mav dopodiché sulle due estremità ci leghiamo rispettivamente la First Lady ed io. Mav attacca la diga, già perché sembra banale ma non è piacevole finire nel torrente in pieno inverno, una volta oltrepassata ci recupera e davanti a noi si estende un muraglione di ghiaccio appoggiato. Mav parte ed io gli faccio sicura, saggia il ghiaccio e vi avvita qualche vite da ghiaccio qua e là, arrivato in sosta ci fa segno di mollare tutto così da poter recuperare l’eccedenza e metterci in sicura. Parte la Raffa ed io tranquillo aspetto il mio turno, la lascio salire fino ad arrivare in sosta e finalmente posso affondare gli artigli nel ghiaccio, picca-picca rampone-rampone, i movimenti mi vengono naturali e man mano che salgo tolgo anche le viti ed i rinvii fino ad arrivare in sosta. La sosta presenta svariati chiodi uniti da due canaponi, il lato positivo è che ci troviamo su una cengia abbastanza ampia ed accogliente.

Dopo un rapido scambio di materiale e di idee Mav attacca il 2° tiro, il più delicato, attraversati i 2m di cengia bisogna scendere qualche passo e traversare a sinistra incastrando le becche delle picche in alcuni buchi presenti su una candela di ghiaccio, superato questo tratto l’arrampicata riprende normale fino ad arrivare ad un’altra sosta, questa a spit, che però sfugge alla vista di Mav che è costretto a farne una su ghiaccio con le viti. Superato il tiro delicato decidiamo di affrontare quello che sarà il nostro ultimo tiro, come al solito tira Mav e una volta giunto in sosta ci recupera.

Il 3° tiro consiste in un muro di ghiaccio abbastanza appoggiato su cui non è difficile arrampicare, giustappunto mi faccio prendere dalla foga e ci scappa la prima scivolata su ghiaccio, una becca della picca non era conficcata bene, nulla di preoccupante però perché dato che sto arrampicando da secondo faccio giusto un metro o poco più di scivolata; riprendo la scalata fino in sosta dove mi attendono Mav e la Raffa.

È tardi per tentare tutti i tiri, e siamo tutti un po’ provati, quindi decidiamo di scendere; attrezziamo quindi una calata che ci riporta alla 1° sosta e da qui ne effettuiamo una seconda fino alla base della cascata. Ritorniamo alla piazzola dove c’è lo zaino e vi riponiamo gli artigli dopodiché ci dirigiamo alla macchina. Finalmente arrivati, ci spogliamo dei vestiti pesanti e sistemiamo il materiale, e su consiglio di altri tre ragazzi, trovati in cascata, ci dirigiamo a mettere qualcosa sotto i denti al ristorante che c’è poco più avanti del parcheggio. Anche se è tardi per pranzare (ormai si sono fatte quasi le 3) l’oste ci accoglie senza problemi e ci prepara un abbondante piatto di risotto con i funghi accompagnato da una buonissima birra.

“In alto i boccali un brindisi al battesimo del ghiaccio e alla bellissima compagnia”.

Anche questa esperienza si è conclusa e si torna a casa. Grazie Mav e Raffa per la bellissima compagnia e per avermi iniziato ad una nuova attività che cercherò di coltivare il più possibile con grande gioia della mia adorata fidanza e della mia famiglia a cui mancava stare in pensiero per me mentre mi arrampico su pareti ghiacciate.

Andrea Carcano

Piolet Traction anni 70

Piolet Traction anni 70

Walter Cecchinel: per il lettore questo nome evoca la “face Nord directe du Pilier d’Angle au Mount Blanc” e soprattutto la prima ascensione (e la prima invernale) del “Couloir nord-est du Petit Dru”. Pertanto, indipendentemente da questi exploit, il nome di Cecchinel resterà legato a “une remise en question” (una rielaborazione) della tecnica di salita su ghiaccio, l’elaborazione di un nuovo metodo di progressione, la messa a punto di materiale semplice ma perfettamente adattato. La “Piolet-Traction” una conquista dell’alpinismo: assicura una tecnica facilmente assimilabile, una semplice evoluzione ed un’eccellente sicurezza sul campo, apre le prospettive per performance sportive eccezionali. Queste nuove possibilità, tuttavia, non dimenticano che su un pendio a 50°, in buone condizioni, si sale e si scende, come facevano gli antichi, in piedi sulle dieci punte…

Questa l’introduzione, tradotta dal francese, di un articolo di Jean-Louis George dedicato alla Piolet Traction pubblicato nel 1977 su “La Montagne & Alpinisme”, una rivista francese tra le più prestigiose dell’epoca. Mi sono messo a spulciare tra le riviste della “Biblioteca Canova perchè Mav e Brambo, due tra i Tassi più attivi in questo inverno (loro la foto iniziale), si stanno intensamente dedicando alla salita su ghiaccio. Io, se escludiamo i prati del Moregallo, ho pochissima esperienza con le picozze da ghiaccio e così, come sono solito fare, ho ricercato nella storia le basi della tecnica.

L’articolo in questione è una guida tecnica al “Piolet Traction” realizzato con l’aiuto diretto di Cecchinel, uno suoi principali ideatori. L’articolo, come si usava nelle riviste dell’epoca, è un vero e proprio trattato che mira a divulgare al grande pubblico una tecnica ancora sconosciuta. Proverò a tradurre e riassumere qui il lungo articolo.

Tutto sembra iniziare nell’estate del 1971, sei anni prima dei questo articolo. Cecchinel racconta di alcune test condotti su nuovi materiali. Parla di picozze con l’impugnatura, che consentono di posizionare in modo diverso le dita. Parla di una nuova piccozza che assomiglia ad un martello con la “becca”. Descrive anche uno strumento artigianale e “bizzarro”, un “poignard à glace à manche”, letteralmente un “Pugnale da ghiaccio col manico” che ha utilizzato per la Nord du Pilier d’Angle in compagnia di Georges Nominé. Osserva poi come già Jacques Lagrande fosse stato un precursore sfruttando nella progressione la piccozza piantata al di sopra della testa. Tuttavia Lagrande, che utilizzava all’epoca una sola piccozza, non poteva risolvere tutti i problemi tecnici di un singolo ancoraggio. Problemi che furono poi superati introducendo l’uso del martello-picozza (e del doppio ancoraggio). Questa infatti, pare essere la sostanziale differenza iniziale tra la tecnica classica e la tecnica moderna (dell’epoca).

Dopo questa prima introduzione storica Cecchinel esplora i materiali contemporanei raccomandando la “piolet-traction” solo con picozze realizzate per tale scopo (credo che le piccozze con il manico in legno fossero ancora diffuse all’epoca). Soprattutto raccomandava l’uso obbligatorio di una “dragonne”, una cinghia, che rendesse solidale il braccio e la picozza. Era inoltre importante avere una lounge (una lunga cinghia regolabile) con cui utilizzare la picca-martello come punto di ancoraggio. (Nota. Sembra che solo il martello fosse legato all’imbrago dalla lounge, la picca restava libera e semplicemente dotata di cinghietta per il polso). Descrive poi i ramponi, riportando come le punte davanti, introdotte nei ramponi moderni solo nel 1969, siano fondamentali per la progressione. I ramponi “tecnici” dell’epoca, le cui foto sono riportate nell’articolo, assomigliano spaventosamente ai ramponi più economici in commercio oggi giorno: eppure hanno fatto la storia!

Poi inizia la descrizione vera e propria della tecnica. Tenterò una traduzione il più fedele possibile.

5.1. – La techinique de montéè.
La progressione in “piolet-traction” si effettua affrontando la pendenza utilizzando le punte davanti dei ramponi ed utilizzando due strumenti di ancoraggio tenuti a una distanza di un braccio.Assicurarsi di piantare sempre la piccozza o il martello il più in alto possibile sopra la testa (braccio esteso!). Questi vanno impugnati nella parte inferiore più estrema del manico per avere la miglior battuta possibile. E’ importante regolare di conseguenza la “dragonne de traction” (la lounge del martello).

Progressione normale:

  • Piantare molto alto, braccio teso, la picozza ed il martello, i piedi sono molto distanti (circa 50 cm) per una buona stabilità.
  • Effettuare dei piccoli passi senza superare la “posizione limite superiore” con le braccia flesse.
  • Per una buona sicurezza, su terreni molti difficoltosi, evitare di superare la “posizione limite superiore” dove la posizione del braccio flesso consente, se necessario, un bloccaggio muscolare.
  • Sposta il secondo strumento solo nella posizione che può consentire, se i piedi scivolano, di bloccarsi comunque su un unico punto di ancoraggio.

Realizzazione di una sosta (posizionamento di un chiodo):

  • Quando mancano pochi metri di corda alla fine di una lunghezza, mentre il martello è ben piantato e sicuro, realizzare un “amorce de marche” con la picozza ben alta e con il braccio teso. (Nota: non ho trovato una traduzione precisa ma, in pratica, costruisce un gradino nel ghiaccio)
  • Rimontare fino al gradino e posizionarsi con i piedi di traverso (posizione di riposo) mantenendo picozza e martello piantati a braccia tese.
  • Assicurarsi sulla cinghia della picozza con un rimando di corda. (Nota. sì, pare proprio che con un moschettone sul cinturino piazzasse un barcaiolo)
  • Posizionare un chiodo da ghiaccio (nota. Non credo esistessero le viti all’epoca, quindi doveva staccare il martello ed usarlo per piantare il chiodo).
  • Riposizionare il martello, assicurare la corda al chiodo, liberare la picozza per allargare (con la sicurezza di due punti di ancoraggio) il gradino iniziale.
  • Riposizionare la picozza per un terzo punto di ancoraggio.

5.2 La technique de descente
La piolet traction è poco comoda come tecnica di discesa, tuttavia qualora sia necessario ridiscendere è importante farlo in sicurezza. Pertanto è importante la buona qualità degli ancoraggi (picca e martello) effettuando piccoli passi senza esitare a riposizionare spesso gli attrezzi. Serve molto esercizio e molta pratica…

5.3 Problèmes de récupération des engins.
E’ evidente che il problema dell’estrazione di un attrezzo è in funzione della forza con cui è stato piantato. Se la lama utilizzata è particolarmente sottile (utile con ghiaccio duro) sarà al contempo abbastanza fragile. E’ tuttavia importante acquisire il “colpo di mano” per assicurarsi che la lama penetri in modo soddisfacente in terreni delicati (Nota: nell’articolo fa riferimento al ghiaccio duro del Couloir du Dru, spesso incastrato tra roccia). Il recupero degli strumenti deve essere quindi il più delicato possibile, senza imprimere torsioni che potrebbero danneggiare o spezzare la lama.

Spero che la mia traduzione (suvvia, un po’ di comprensione: ho studiato francese alle medie… nel secolo scorso!) renda omaggio all’articolo originale ed ai suoi contenuti all’epoca rivoluzionari. Curiosamente ora sul mio tavolo c’è anche una guida alle salite su ghiaccio di Rebuffat: in pratica il meglio della tecnica classica. Credo ci sia molto da imparare nelle “strategie” con cui i “vecchi” ci hanno spianato (?) la strada. Un alpinismo che non comprenda il passato è un alpinismo senza futuro, specie per chi, come il sottoscritto, ha tutto l’anno la fissa del “misto-verde” sui prati del Moregallo!

Au revoir!!

Davide “Birillo” Valsecchi
Maître d’équipage du Blaireaux du Moregall
(Nostromo dei Tassi del Moregallo)

Vergine d’oriente

Vergine d’oriente

 

Sabato mattina sguscio fuori dal letto e guardo attraverso le finestre: prima a sud e poi a nord. La neve è arrivata sull’Isola Senza Nome a metà settimana, ma la pioggia a bassa quota mi aveva sempre scoraggiato dall’andare a curiosare tra le nuvole. Ma oggi non piove, forse è la volta buona! La neve sull’Isola è qualcosa di speciale, un evento che accade due o tre volte l’anno e che svanisce in fretta. Così, nel nuovo millennio, apro Internet e do un’occhiata alle webcam e agli “inviati speciali”. Da quando vivo sul versante Sud gli amici del versante nord mi fregano sempre: da Valmadrera salire ai Corni è più lunga che da Valbrona e sul lato nord, specie in val Cerrina, c’è sempre un sacco di neve in più. Qui al sud la neve inizia sempre molto in alto e per raggiungerla tocca affrontare lunghi tratti spesso sotto la pioggia. Questo lo so perchè sono nato e cresciuto al Nord, qui a Sud mi godo il sole ed il caldo  ma durante l’inverno pago pegno agli amici sull’altro versante.

Su Facebook ecco puntuali le foto di Ivano: caminetto, corno Occidentale e poi via, traversata verso il corno Centrale. Doppietta. Stefano invece pubblica una foto del crocifisso di legno: probabilmente affronterà la ferrata del venticinquennale e poi risalirà la cresta superando il Passo della Vacca. Andata anche questa! Resta forse la cresta integrale del Moregallo, forse… Per me è tardi: la “vergine bianca” sulle cime se la sono già presa tutta!

Come maschio adulto posso dirvi che una “vergine” è letteralmente il peggior guaio in cui abbia cercato di infilarmi da giovane: fortunatamente alla mia età simili rischi sono ormai scongiurati! Se devo essere onesto quella cosa del “paradiso con 70 vergini” mi pare più una spaventosa minaccia che un’invitante premio. Tuttavia se parliamo di roccia o neve incontaminata ed intatta, vergine appunto, è tutta un’altra questione! Alla mia età addentrarsi per primi in un universo bianco di morbide e vellutate linee è ancora un’eccitante attrazione!

Certo, ma in questo assalto generale dove cercare la propria vergine bianca? Così ho svegliato Bruna, che è astrologicamente vergine: “Hey Bru! Vieni a fare due passi nella neve?” Due ore più tardi, dopo brontolii ed interminabili preparativi, riusciamo ad uscire di casa. Ormai sono le undici, decisamente tardi, ma il cielo è coperto di nuvole: l’unico pericolo è che la neve si sciolga prima di riuscire a raggiungerla!

Da Piazza Fontana a Sambrosera il nostro è un piccolo intenso calvario: “Io non ci volevo venire!” “E allora perchè  mi hai detto sì?” “Perchè volevo fare qualcosa con te!” “Tipo brontolarmi contro tutto il tempo?” “Maledetto #$£*! Spero che nella prossima vita tu ti reincarni in una donna costantemente travolta dagli sbalzi ormonali!!” “Curioso… sai che una maga una volta mi ha detto che nella vita precedente ero una prostituta inglese che scriveva poesie… guarda, credo che con un paio di tette sarei irresistibile anche senza scrivere sonetti!” “AAAAARRRGH!!!” Fino a quando le endorfine non le hanno dato un po’ di gratificazione non c’è stato modo di vederla sorridere!!

Tuttavia io un’idea su dove trovare la mia vergine ce l’avevo! Da Sambrosera rimontiamo verso la cresta che dal Corno Rat risale al Corno Orientale. Sulla traccia ci sono già due piste: una persona con scarpe leggere è scesa ed un’altra, indossando degli scarponi, è risalita. Tuttavia sono abbastanza confidente: vanno e vengono dal Fo, il grande faggio ai limiti del val Ravella, non sembra gente che punti alla cima lungo la cresta!

Al bivio la mia teoria trova conferma: la cresta è vergine! Piano piano inizio a fare le traccia risalendo attraverso il bosco. La neve trasfigura ciò che ci circonda rendendo luoghi familiari quasi sconosciuti. Copre ogni cosa ma è ancora poca, non offre appoggio ma nasconde i sassi e le insidie. Sui lati della cresta il bosco precipita ripido e profondo, suggestivo ed inquietante: scivolare di sotto significa mettersi in guai davvero seri.

Per Bruna è dura, nei passaggi più complessi, attraverso le rocce ed i passaggi obbligati, devi infilare le mani sotto la neve, cercare qualche buona presa e piazzare bene i piedi cogliendo appoggi ricoperti di bianco. Dopo l’incidente non si fida ancora della roccia, ha sempre paura che crolli di colpo e di certo le mani intorpidite dal freddo non la aiutano. “Accidenti, che freddo alla mani! Ma perchè dovevo sposare un dannato alpinista! Perchè ti ho dato retta!”

Lungo la cresta ci sono un paio di lunghi passaggi attrezzati con le catene: possono essere aggirati ed evitati seguendo il sentiero ma con la neve quelle deviazioni, a sbalzo sul bosco verticale, mi sembravano persino più esposti e pericolosi del tratto attrezzato. “Te la senti di passar su di qui?” “Quanto è lungo” “Trenta metri, massimo quaranta” “Okay, proviamo!”. In realtà c’è gran poco da provare, la parete sale quasi verticale e se piombi arrivi a terra.

Le catene sono incrostate di neve ma non c’è ghiaccio, non fa abbastanza freddo. Tuttavia la placca è bagnata ed ogni appiglio è coperto e nascosto dalla neve. Parto per primo e cerco di fare pulizia, con la catena la difficoltà è azzerata …ma solo se hai forza e metodo per restarci aggrappato. Bruna mi segue, spinge e tira, ma a metà si blocca. Nonostante i guanti la catena è molto fredda ed anche infilare le mani nella neve non aiuta. Io sono tranquillo senza guanti, ho dovuto arrampicare spesso al freddo, ma lei non c’è abituata: il dolore alle mani la sorprende e la spaventa. Appesi a metà parete cerchiamo di risolvere la questione: un pezzo di corda mi avrebbe fatto decisamente comodo! Poi, ritrovato coraggio e determinazione, rimontiamo l’ultimo tratto della parete. Il resto della cresta ha ancora tratti esposti ma nessuno così continuo e lungo.

Giunto sotto lo sperone dell’anticima ci accolgono un paio di curiosi uccelli che paiono banchettare con i ciuffi d’erba che spuntano tra la roccia innevata. Un ultimo tratto di catene rimonta l’anticima portando direttamente alla Croce del Corno Orientale. Le catene rimontano una placca inclinata non particolarmente difficile, tuttavia rimonta verso il lato sud dell’anticima puntando alla parete aperta: dove la catena curva per piegare ad ovest ci si trova a sbalzo su un vuoto di quaranta metri che precipita verticale sulle piante. In estate, con la roccia asciutta, è un passaggio capace di mettere una certa inquietudine se affrontato senza lounge di sicurezza. Pensare a Bruna in quel passaggio slegata e con la neve mi metteva i brividi: così ho preferito aggirare per il bosco.

Quando siamo arrivati in cima al Corno Orientale sopra di noi si è aperto l’azzurro e le nuvole hanno reso surreale lo scorcio verso il Corno Centrale ed il pilastrello: un piccolo premio finale per la nostra piccola avventura prima di ripiegare verso la SEV in cerca di pastasciutta e vino rosso!

Davide “Birillo” Valsecchi

Il Paradosso del Cane

Il Paradosso del Cane

«Tu hai sempre dei cicli depressivi fasici, ma questo sta diventando più lungo del solito» Avere una moglie che è operatrice della riabilitazione psichiatrica spesso si rivela uno specchio fin troppo impietoso in cui osservare le proprie inquietudini. Sono ormai due settimane che l’influenza mi tiene prigioniero: non posso uscire e non sono abbastanza lucido per lavorare ai miei progetti, passo il mio tempo avvolto in una coperta guardando documentari sui soldati in Afghanistan e sulle truffe bancarie perpetrate contro la middle-class nel 2009. Bene, ma non benissimo insomma.

Così, in uno slancio suicida, ho infilato gli scarponi, due maglioni e sono uscito di casa. Più o meno all’altezza di “GianVacca” mi chiama Bruna al telefono: «Sei uscito?» «Sì – rispondo con il fiatone – ho fatto cento metri ed ansimo come un vecchio! Ho anche litigato con i cani!» Bruna dubbiosa «Come con i cani!? Quali cani?!» «No, no. Non per davvero: in modo metaforico, un paradosso della società contemporanea. Poi ti spiego, ora devo camminare: sembro una lumaca asmatica!» Bruna era un po’ perplessa, ma io avevo un sacco di passi ancora da mettere in linea.

Già, il paradosso dei Cani. Normalmente, quando sono in forma, i cani si guardano bene dall’abbaiarmi contro, specie quando sono solo. Credo sia l’odore o l’atteggiamento, qualcosa sentono di sicuro. In alcuni casi, con tanto di testimoni, è bastato che modulassi la voce in un certo modo per metterli in fuga spaventati. Deve essere qualcosa che ho sviluppato studiando Karate e passando tanto tempo da solo in montagna. Credo sia una forma di “presenza mentale” che a volte funziona persino con gli esseri umani ostili: ci ho vinto delle gare ed evitato persino qualche rissa.

Oggi però, una coppia di pastori tedeschi, ha sentito che ero malato e debole lanciandosi furiosi e vocianti contro la recinzione che costeggiava il sentiero. All’inizio la cosa mi ha infastidito, poi mi ha incuriosito e fatto riflettere. Quella recinzione serve a definire una proprietà dando ai cani la libertà di correre senza rappresentare un pericolo per chi passa: è una convenzione sensata, che dovrebbe tutelare tutti, padroni, cani, passanti, ma questi due idioti a quattro zampe non trovano di meglio che aggredirmi per divertimento. Già, perchè anche se sono malato, senza quella rete a proteggerli non avrebbero di certo avuto quell’atteggiamento tanto spavaldo.

In natura difficilmente gli animali diventano aggressivi senza motivo, quando lo fanno, anche in modo dimostrativo, hanno sempre uno scopo preciso. La natura non fa sprechi. Al contrario gli animali domestici, quelli “civilizzati”, quelli più umani, spesso lo diventano solo per noia o divertimento. Io stavo solo passando, non ero una minaccia nè per loro nè per la proprietà, perchè ribadire in modo tanto aggressivo la loro posizione, perchè utilizzare la recinzione per “spingersi oltre” a scapito mio?

Questa era la metafora della società contemporanea: cani che passano il proprio tempo al sole, con la ciotola piena e nessun problema, pronti a scattare contro chi si avvicina ai possedimenti su cui sono arroccati, a sfruttare tutele che dovrebbero essere reciproche per “spingere oltre” la propria aggressività, il proprio dominio. Tu puoi solo arretrare, perchè diversamente dovresti litigare con il cane, con il padrone, i suoi avvocati ed un esercito di integralisti animalisti. Tu stavi solo facendo la tua strada, senza pretese, ma devi stare in silenzio mentre quelli ti urlano contro, protetti dalla rete che dovrebbe proteggere te. Anzi se provi a rispondere finirai per certo nei guai. 

Non credete sia così? Guardatevi intorno: è pieno di cani che abbaiano nascondendosi dietro artificiose recinzioni! Il referendum doveva spazzare una classe politica quasi abusiva, li sentite come abbaiano minacciosi protetti dietro la loro inavvicinabile recinzione? E le banche? Hanno imbrogliato i risparmiatori, sono fondamentalmente dei ladri che hanno abusato della propria posizione dominante.  Hanno fatto una scommessa pericolosa, opportunista ed egoista, ed hanno perso.  Ma saranno i cittadini a salvarle, poco importa la crisi e le mille emergenze. Non importa neppure che la loro scommessa fosse dichiaratamente contro il bene comune e la nostra pelle: i soldi per le banche li hanno trovati subito, direttamente nelle nostre tasche. Provate ad opporvi: non li sentite ora abbaiare mentre in silenzio, a testa bassa e spaventati, arrancate come meglio potete sul vostro sentiero?

Di contro, come reazione, anche noi cerchiamo di diventare a nostra volta cani: spaventati cerchiamo una recinzione, anche traballante, dietro cui nasconderci per poter abbaiare a nostra volta. Avete presente quanto ridicoli siano certi cani di piccola taglia che ruggiscono nascondendosi dietro un niente? Ecco, quelli siamo spesso noi. Un ciclo che si ripete all’infinito in un latrato senza fine. Questa è la cosa più triste, perchè non ci rendiamo conto che quelli chiusi in gabbia sono loro, che senza quella recinzione, che serve ormai più a loro che a noi, sarebbero solo degli stupidi ed inutili cani viziati che abbaiano contro dei leoni. Vorrei proprio vederli aprire bocca senza quella recinzione garantista…

Già, il paradosso del cane: visto che mi sento come Van Gogh in procinto di tagliarsi un orecchio, credo che la febbre abbia iniziato a risalire. La situazione poi si è fatta ancora più grave perchè, nonostante tutti i buoni propositi, ho lasciato il sentiero infilandomi nel bosco ed al momento sono guidato dal suono di un pianoforte che vibra tra i miei pensieri. Bene, ma non benissimo in effetti….

Forse però è questo che cerchiamo nella montagna, non la libertà, ma l’onestà di cui siamo privati. Se provi ad abbaiare alla montagna nascondendoti dietro un effimera recinzione questa, con i suoi tempi, finirà immancabilmente per prenderti a calci in culo. E’ fatta così, brutalmente onesta, mai equa, pesa il tuo cuore ad ogni passo: ma forse è questa la libertà. “Vieni a me, così come sei…”

Io, ormai fradicio di sudore, arranco su pendii gelati inseguendo effimere cascate di ghiaccio. «Birillo, è tutto ghiacciato, il sole se ne è andato e non tornerà fino a domani. Se combini qualche casino, qui, ti addormenti per sempre! Sei ancora mezzo malato e ti metti a far canali di ghiaccio con una vecchia racchetta da neve?» La mia coscienza è il compagno di viaggio più petulante e fastidioso che mi potesse capitare! Sebbene non a piena forza, il mio motore sembra girare bene. Il mio giudizio, se non proprio lucido, è adeguatamente allineato.

Il ghiaccio è affascinante, anche se praticamente non ho quasi nessuna esperienza in materia. Certo, nel 1985 avevo gradinato con martello e scalpello la cascata di ghiaccio dietro casa e mio padre, sebbene avessi nove anni, era pronto a farmi sicura dal pollaio con la corda per la legna se mia madre non si fosse opposta quando ero più o meno a quattro metri da terra. Tuttavia non posso definirmi un’esperto di cascate di ghiaccio, forse è per questo mi sono limitato ad arrampicare sulla roccia accanto….

Un grosso boccione è volato di sotto rimbombando, certo, ma in linea generale la roccia era curiosamente solida e lavorata. Il ghiaccio però non sembrava “legarla” abbastanza da ignorarne la fragilità: posto decisamente curioso e selvaggio. Per raggiungere la base della cascata più grande dovevo risalire un muro roccioso incrostato di ghiaccio ed erba, avevo individuato il punto in cui riuscire a passare con pochi passi ma la coscienza continuava a protestare.

«Tu accampi solo scuse per tirarti indietro. Io dico che si passa e da lì, dal boschetto appena sopra, è tutta dritta fino al cuore della gola»
«Scuse!? Ma quali scuse!! Scemo, guardati intorno! Dovevi andare in cima al Corno Rat seguendo il sentiero, una passeggiata per anziani: come accidenti abbiamo fatto a finire qui?! Ammesso che tu riesca a salire senza cadere, come farai a scendere? Sei ancora mezzo malato, se finiscono le batterie prima che finisca l’ingaggio? Non c’è assolutamente modo di uscire da sopra e siamo su un pendio di paglione gelato che precipita in un canale buio e pieno di ghiaccio. Vuoi che faccia l’elenco di tutti i “modi brutti” in cui puoi lasciarci la pelle oggi?»

La mia coscienza ha un’aggressività latente davvero disdicevole.
«Sì, vabbè, però ormai son qui…»
«Certo! Ma davvero ti lasciano uscire da solo?! Sei un pericolo! Dovrebbero rinchiuderti e lasciarti abbaiare dietro una recinzione!»

Oilà, questa era buona e paradossale allo stesso tempo!

Okay, non sono tanto fulminato da avere amici immaginari con cui andare a passeggio, ma l’economia generale dei miei pensieri era più o meno quella. Così, visto che davvero le mie batterie iniziavano a scaricarsi e l’impegno era significativo, ho girato i tacchi e piano piano mi sono riportato tra la civiltà, sogghignando felice…

Forse è solo una coincidenza, una fortuita casualità, tuttavia sono ripassato davanti a quei due idioti a quattro zampe: sono corsi come dei forsennati verso la recinzione ma, curiosamente, si sono ben guardati dall’aprire bocca questa volta. Cosa era cambiato? Niente, è bastato guardarli con occhi diversi. Già, divertente: forse ho ancora l’influenza ma tutto sommato credo di essere guarito.

Davide “Birillo” Valsecchi

Introduzione all’alpinismo Invernale

Introduzione all’alpinismo Invernale

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Due cordate impegnate nella prima salita invernale della cresta Sud del Pizzo Coca, nelle Alpi Orobie (foto S. Calegari)

Dicembre 1968 – Chiedendomi di scrivere qualcosa sull’alpinismo invernale l’amico Luciano Viazzi mi ha messo – certo senza volerlo – in imbarazzo. Si tratta, infatti, di un argomento complesso e molto, molto vasto (basta considerare la mole – quattrocento pagine – del mio libro “L’alpinismo invernale dalle origini ai giorni nostri”, uscito proprio in questi giorni per i tipi dell Baldini & Castoldi). Un discorso sull’alpinismo invernale interessa una serie di temi e di problemi diversi (taluni dei quali dibattuti, e causa di polemiche), che non è certo facile schematizzare e sintetizzare: perché si pratica questa forma di alpinismo? Come è nato l’alpinismo invernale, e quando?  Quali le caratteristiche ambientali e climatiche in cui esso si svolge? E d in quale periodo di tempo lo si può praticare (d’inverno, d’accordo ma bisogna considerare obiettivamente cos’è e quanto dura l’inverno alpino)? E ancora, quale equipaggiamento ed attrezzatura sono necessari all’alpinista invernale moderno?

Una serie di quesiti cui hanno risposto – un po’ per uno, e ciascuno a modo proprio – gli oltre duemila alpinisti che, compiendo delle “prime invernali” sulle Alpi e sugli Appennini, hanno scritto la storia dell’alpinismo invernale fino ad oggi.

Comunque, considerata l’estrema attualità dell’alpinismo invernale (che oltre di stagione è anche di moda ora) ed il suo innegabile interesse, possiamo almeno cerca insieme di avvicinare questo multiforme argomento esaminandone gli aspetti essenziali

La pratica dell’alpinismo invernale ebbe inizio nel 1832 nell’Oberland Bernese ad opera del professor Hugi il quale, per verità, salì in montagna per studiare il movimento dei ghiacciai nella stagione invernale. Poi però, presoci gusto, tentò niente meno che l’Eiger! Trent’anni più tardi anche Kennedy affrontò d’inverno l’alta montagna: ma col solo intento di evitare le scariche di pietre che battevano i fianchi dell’allora inviolato Cervino.

Nel frattempo, però, Simony e Francisci avevano raggiunto, da soli, le cimi del Dachstein e del Klein Glockner. Gli alpinisti, ora, percorrono l’alta montagna invernale alla ricerca del nuovo: nuovo ambiente, nuove difficoltà, nuove sensazioni. A questo punto, e cioè fra i quattro episodi iniziali che restarono isolati e le imprese degli inglesi nell’Oberland e nel Delfinato (Moore e Walker, nel 1867), che segnarono l’inizio della conquista invernale sistematica delle Alpi, si colloca la prima ascensione invernale italiana. Protagonista il valdostano Antonio Laurent, che sa solo salì alla Testa Grigia nel 1864 (cioè dieci anni prima dell’impresa di Vaccarone, Martelli e Castagneri all’Uia di Mondrone, fino ad oggi ritenuta erroneamente la prima invernale italiana).

Lo sci- alpinismo nacque nel 1893 e contribuì in misura notevole alla conquista invernale delle Alpi. Ma, esaurita nel periodo tra le due guerre la sua impronta esplorativa, esso prosegue ora limitandosi al percorso degli itinerari più remunerativi già noti.

L’alpinismo invernale è nato sulle alte Alpi ghiacciate, e solo più tardi si è diffuso verso oriente, dapprima nelle Alpi Centrali, poi sulle Prealpi ed infine nelle Dolomiti: ed è naturale, perché sui colossi di ghiaccio gli alpinisti erano abituati alla neve che, viceversa, in Dolomiti non è certo un elemento fondamentale del paesaggio e dell’arrampicata. Viceversa, l’alpinismo invernale su grandi difficoltà, nato sulle Alpi calcare austro-tedesche ed affermatosi sulle Dolomiti – in due tempi: 1938 (Kasparek e Brunhuber) e 1950 (Buhl e Rainer) – si è poi esteso ai grandi itinerari in alta quota della Alpi Occidentali.

“L’alpinista è un vagabondo” ha scritto Mummery: e scarseggiano ormai le novità in fatto d’alpinismo, ecco che le scalate invernali consentono ancora di vivere l’avventura. Anche se, in fondo, le invernali sono soltanto scalate effettuate in particolari condizioni (taluni itinerari, infatti, posso rivelarsi più impegnativi in estate che non in inverno). Innegabilmente, però, l’alpinismo invernale ha contribuito ad un rinnovamento dell’alpinismo moderno, ampliandone il terreno di gioco che andava esaurendosi, affinandone la tecnica (anche in funzione dell’attività extra-europea), ed avvicinando fra loro, almeno al vertice delle difficoltà, gli opposti indirizzi di scuola “orientale” ed “occidentale”.

Le scalate invernali – si sa – richiedono una preparazione, un impegno (ed un equipaggiamento), certamente maggiori che non nelle estive: così, l’alpinismo invernale rappresenta il vertice della attività alpinistica ed insieme una magnifica e seria palestra di formazione.

La valutazione dell’impegno richiesto da una scalata invernale, a parte ogni altra evidente considerazione, deve spesso tenere conto dei problemi relativi all’accesso ed alla via di discesa perché, in inverno, la montagna può mutare aspetto profondamente. Così, anche la valutazione delle difficoltà tecniche può riservare, d’inverno, delle sorprese. Come sui versanti settentrionali, dove vie di roccia di 4° grado “estivo” si tramutano in vie di temibile “misto”. Ed allora è indispensabile che l’alpinista conosca profondamente tutte le caratteristiche dell’inverno alpino, onde prevedere le condizioni della montagna invernale.E qui si innesta un altro discorso: quello relativo alla delimitazione del periodo di tempo valido per l’attività alpinistica invernale. Purtroppo, sono discorsi troppo lunghi per essere riassunti qui in poche righe… Oggi, inarrestabile progresso della tecnica alpinistica ha trovato nelle scalate invernali un banco di prova formidabile: purchè non prevalga lo sterile tecnicismo! E se non si accettano i chiodi ad espansione, il cordino per il rifornimenti dalla base, il finanziamento pubblicitario delle imprese a lungometraggio, il “sistema” di tipo himalayano, se ci si vuole fermare insomma ai cosiddetti “sistemi tradizionali”, allora l’alpinismo invernale (e l’alpinismo stesso) è finito?

Io non credo. Perché, ad esempio, nel 1964 i 1700 metri della famosa parete orientale del Watzmann sono stati percorsi in invernale da una comitiva di ben cinquantasei alpinisti. E perché, sempre ad esempio, c’è ancora una parete Sud del Cervino che attende i suoi conquistatori…

Ercole Martina

Dicembre 1968 – Articolo pubblicato su “Rassegna Alpina”.

La Cresta Ovest del Moregallo

La Cresta Ovest del Moregallo

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Sabato sera io e Bruna siamo andati al cinema a vedere “DeadPool” in una sala affollata da ragazzini accompagnati da adulti: io, per l’appunto, ero accompagnato da Bruna! Il film è uno spasso ed anche Bruna si è divertita parecchio. «Probabilmente la tua ragazza, che ti ha accompagnato al cinema, starà pensando “Questo è un film di supereroi, ma quel tipo in tuta rossa ha appena trasformato quell’altro tipo in un fottuto Kebab”. Sorpresa, questo è una storia diversa sui supereroi.»

Finito il film ci siamo fiondati al TrueBeer. Lì ci aspettava una significativa rappresentanza dei Badgers, compresa la fazione ribelle (sì, la nostra giovane compagine è nella sua fase adolescenziale!!). Ero contento di vederli tutti, così come sono contento che alle volte non siano d’accordo con me: siamo un branco di lupi, non un gregge di pecore. Io devo solo funzionalmente tenerli uniti, ma senza trattenere il loro slancio anarchico e “Rock ‘n’ LoL”: è così che mi piacciono!

Fabio, uno dei due fondatori del TrueBeer, casualmente indossava la maglietta celebrativa stampata per il mio matrimonio. Questo ci ha permesso di ricordare che sabato eravamo sposati esattamente da sei mesi: manco a dirlo mi sono sbronzato! Prima con pinte di Cascadian e poi con una bottiglia di grappa al mirtillo (che Fabio ha lascivamente appoggiato sul tavolo). Demolito e dilaniato sono stato trasportato a casa unicamente grazie al gentile supporto di mia moglie!

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Il giorno dopo, verso mezzogiorno, mi sono ritrovo nel letto i gatti che, appollaiti sulla testa, mi hanno svegliato con un concerto di fusa (e morsi!). Ho preparato il caffè e dato un occhiata fuori dalla finestra. Corni e Moregallo erano coperti dalla nebbia: sapevo che la neve c’era ma non sapevo se valeva la pena e quali fossero le condizioni sopra la nebbia. Il bollettino nivologico era chiaro: pericolo 4 sopra i 1300 metri su ogni versante. La gente si lascia prendere dall’isterismo quando arrivano queste nevicate estemporanee e mi scoccia dare il cattivo esempio. Tuttavia i Corni sono 1.373 metri mentre il Moregallo è 1.273: potevo anche starci…

Ivano di Valbrona, come sua encomiabile consuetudine, era salito per primo sulla cima del Corno Occidentale ed aveva pubblicato le sue foto su Facebook. Questo mi permetteva di sapere, con buona precisione, lo stato della neve e del tempo (Grazie Ivano). La cresta del Occidentale? Il Centrale? L’attraversata? Non sapevo bene cosa fare, questo è il mio primo inverno a Valmadrera ed ero piuttosto indeciso.

Inoltre mi scocciava piantare in asso Bruna lasciandola sola tutto il pomeriggio. Tuttavia, proprio in quel mentre, la mia mogliettina si è lanciata in cucina canticchiando e facendo il balletto di Arlecchino: “Vado a Bellagio con la Ross! Vado a Bellagio con la Ross!”.  Povero maritino solo ed abbandonato: “Vabbè, amore, allora io andro a fare due passi dietro casa…”

Equipaggiamento leggero, 30 metri di corda nello zaino (tanto per non averne bisogno), e via. Da Valmadrera alla cima del Moregallo sono mille metri tondi di dislivello. La neve ha cominciato a farsi vedere dopo il Tecc di Port mentre la nebbia è sparita una volta raggiunta la bocchetta delle Moregge. La cresta ovest è decisamente esposta, discontinua ed impegnativa. Nel senso: se hai il passo saldo vai abbastanza tranquillo, diversamente c’è il rischio di farsi drammaticamente male. Inoltre con una quantità maggiore di neve tutta quella zona, soprattutto il sentiero normale, richiedono un’attenta lettura della situazione perchè il rischio di piccole slavine sui pendii erbosi esposti a sud crea una pericolosa miscela con i canali sottostanti.

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Fatte queste dovute riflessioni ci si ritrova in uno scenario dal fascino alpinistico che a tratti, con lo sfondo del lago, ci trasporta tra i fiordi nel profondo nord. Un paio di passaggi delicati, soprattutto perchè esposti sulla valle delle Moregge, ed un breve tratto attrezzato. Curiosamente la neve non era vergine, vi era infatti già una traccia di qualcuno che ha percorso la cresta in discesa. Il sentiero normale e quello che poi scendeva verso Preguda erano invece abbastanza battuti. Sono arrivato in cima più o meno alle quattro e, giustamente visto l’orario, ero lassù assolutamente solo (…approposito di cattivi esempi: è decisamente preferibile salire la mattina ed in gruppo).

Nei versanti al sole (anche nella parte nord)  la neve ormai gocciolava vistosamente lasciandosi andare sulle pareti, mentre nei lati al buio iniziava già a ghiacciarsi croccante. Il Moregallo, rispetto ai Corni, è uno scenario decisamente più complesso dal punto di vista della neve: ero curioso di osservarne le dinamiche. Con una nevicata più abbondante quella montagna a sbalzo sul lago può diventare davvero una grande avventura!!

Questa è la prima nevicata di Marzo, io credo che prima di Aprile la neve farà ancora altri regali ai Pirati dell’Isola Senza Nome: testa sulle spalle e godetevi la bellezza delle nostre montagne!

Davide “Birillo” Valsecchi  

L’effimera cascata di Valbrona

L’effimera cascata di Valbrona

01Passano gli anni, tutti sanno che esiste, o che è esistita, ma solo in pochi l’hanno vista davvero ed ancor meno possono raccontare di averla salita. Quest’anno, all’improvviso, è apparsa di nuovo: la cascata di ghiaccio di Valbrona.

Questa volta il primo a salirla è stato “Sisso”, poi la voce ha iniziato a correre. Quando l’ha saputo Fabio mi ha telefonato: «Birillo vieni a farla?» Le cascate di ghiaccio non fanno per me e stavo rientrando da una giornata d’arrampicata al Moregallo. Il momento però era topico, non potevo lasciare che l’occasione cadesse nel vuoto: «Naaa, io non ho nemmeno le picche adatte… Però chiama Mav e Brambo! Loro sono alle prime uscite ma hanno tutto il necessario! Chiamali ed arruolali!»

Il giro di telefonate si allarga. Le conferme rimbalzano sulla rete GSM e a me non resta che aspettare l’esito sperando per il meglio. La sera, rientrando dalla Valtellina con Bruna, allungo fino ad Erba per far tappa al TrueBeer. «Allora?» «Fatta!»

La cascata di Valbrona è alta una sessantina di metri e, stando alle cronache, si forma ogni 15/20 anni dando mostra di sè per qualche giorno prima di crollare. Esposta a nord si trova tra i 300/400 metri di quota. Delicata, effimera e fragile. Fabio, viste le condizione e l’esperienza dei compagni, ha scelto con saggezza di risalirla corda dall’alto: grazie per l’opportunità che hai dato ai nostri due tassi da ghiaccio!

Sono proprio contento che i miei amici siano riusciti a cogliere questo effimero regalo dei Corni!
Bravi!!

Davide “Birillo” Valsecchi

TopRopeDown della cascata di Valbrona: domenica 24/01/2016
Fabio Gobbi, Maurizio “Mav” Cairoli, Alberto “Brambo” Brambilla.   

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