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Pizzo dei Tre Signori – via del Caminetto (invernale)

Pizzo dei Tre Signori – via del Caminetto (invernale)

Innanzitutto un enorme ringraziamento a «San Simone da Cranno» per aver recuperato la squadra che, costretta dalla nebbia ad un clamoroso «atterraggio fuori sede», si è ritrovata ad Ornica, nella bergamasca.

Partiti alle cinque e mezza abbiamo attaccato dal secondo ponte di Introbio alla volta del Rifugio Grassi. Da qui, mentre l’eclisse di sole iniziava a mostrarsi al di sopra delle nubi, abbiamo cominciato la nostra “cavalcata” lungo la cresta che conduce alla vetta del Pizzo dei Tre Signori.

La neve, intonsa e vergine, era abbastanza compatta per sostenere il peso dei nostri passi. Solo dove il vento aveva creato grandi accumuli di neve si affondava fino oltre il ginocchio. La lunga salita attraverso le creste ed i canali prevede un “menù” a base di traversi violenti ed intensi passaggi su roccia. Ovunque ti volti trovi Immensi ed infiniti cananoli che, invasi dalla nebbia, sembrano pronti ad inghiottirti. Dio abbia davvero pietà di chi sbaglia!

Viaggiamo slegati sulle creste alternando neve, roccia e paglione: non ci sono passaggi banali ma solo passaggi esposti sulle nebbie insondabili. «Le Medie Montagne in questa stagione assumono proporzioni spazio-temporali assai più vaste e impegnative» Ciò che ci circonda nel suo intimo possiede tutta l’intensità indomita delle montagne più alte, e più giovani, che troneggiano nei rotocalchi sponsorizzati: a due passi da casa non mi aspettavo una salita tanto strepitosa!

Arrampichiamo in libera tra roccia e neve, sulle asperità dei conglomerati poligenetici, il cosiddetto “verrucano lombardo”. Per i figli del calcare marmorizzato dei Corni è quasi un’emozione. Immerso nella neve, sospeso sopra gli abissi, lascio che la serenità mi pervada mentre con calma “esprimo” ogni movimento con attenzione: «Forza Birillo, tutto quello che devi fare è continuare a salire, senza sbagliare». Forse davvero non esiste libertà più grande.

Caminetto: estate -inverno
Caminetto: estate -inverno

Il famoso caminetto è quasi irriconoscibile dalla quantità di neve che lo invade. Alla base il vento ha creato un’alta cornice che si deve superare per entrare nel camino, espostto direttamente sul canale sottostante. La neve ammassata è enorme tanto che la sola roccia affiorante è quella che forma la parte esterna e sommitale del camino stesso. Affondando fino ai fianchi risaliamo sfruttando la spalla rocciosa. Poi ancora creste e finalmente la croce!

Giunti in vetta sembrava che le difficoltà maggiori dovessero essere concluse. Tuttavia il tempo sembrava non essere d’accordo e la nebbia, che fino a quel momento aveva sembre offerto piccole schiarite, si rinforza nascondendo ogni cosa. Il “WhiteOut” è arrivato quasi all’improvviso, sembrava di galleggiare in un indefinito universo bianco: c’eravamo solo noi e tutto intorno il nulla più assoluto.

La nebbia era tale che il cervello, osservando l’orizzionte in cerca disperata di punti di riferimento, scivolava in piccole vertigini mentre la nausea faceva capolino allo stomaco. Una sensazione, per chi non l’abbia mai sperimentata, piuttosto inquietante. Non vi era modo di orientarsi e lanciarsi alla cieca era davvero la scelta peggiore. La nostra unica risorsa valida era una traccia ben evidente che scendeva dal lato opposto della croce. «Non abbiamo altra soluzione che seguire questa traccia ed abbassarci. Nel caso peggiore finiamo alla Falc e dobbiamo smazzarci la traversata della Val Varrone. Qualsiasi altra scelta significa rischiare la pelle!» Così, pazientemente, abbiamo cominciato a seguire la traccia sperando in una schiarita che non è mai comparsa. Val Biandino, Val Varrone, Val Gerola: eravamo pronti a tutto. Purtroppo l’opzione peggiore non era la Falc ed il lago Inferno: no, l’opzione peggiore era la val Inferno e la bergmasca!

Dopo un paio d’ore nella nebbia abbiamo finalmente capito di essere “dispersi” in una zona a noi assolutamente sconosciuta. Quando la nebbia si è finalmente alzata ci siamo ritrovati ad avanzare in una valle ignota in cerca di un contatto con la civiltà. Sarei un bugiardo se vi dicessi che quella situazione era priva di un intenso fascino! «Lo so, qualcuno dovrà venire a recuperarci e noi dovremo mostrare un’adeguata afflizione per l’accaduto. Però, ammettiamolo, è davvero una figata vagare nell’ignoto!»

Dopo un’ulteriore ora nella neve ormai marcia siamo giunti al piccolo paesino di Ornica. Qui il segnale GSM ci ha permesso di chiamare in nostro soccorso il buon Simone, marito di mia sorella e compagno di spedizione. Finito l’orario di lavoro è potuto partire per il “recupero”. Nell’attesa un signore di Ornica, davvero molto gentile, ci ha dato un passaggio fino a Piazza Brembana aiutandoci ad accorciare i “tempi tecnici” che ci separavano dalla nostra macchina ad Introbio. Finalmente, alle 23:30, ho potuto infilarmi nella vasca da bagno!

Bagai che giro! La salita ha richiesto sei ore, 1700 metri di dislivello ed quasi 12km di sviluppo. La discesa, tutta alla cieca, è stata di 1500 metri e 7km di sviluppo. Sebbene imprevista abbiamo realizzato una traversata invernale da antologia: che ravanata!

Davide “Birillo” Valsecchi

Pizzo dei Tre Signori – via del Camino – Traversata Introbio-Ornica (invernale)
Venerì 20-Marzo-2015
BadegerTeam: Matteo “Sem” Galli – Davide “Birillo” Valsecchi
Simone “Scintilla” Rossetti per il recupero

Cerrina Backcountry

Cerrina Backcountry

Il giorno di SanValentino Bruna si è presentata furente alla porta di casa con la chiara e ferma intenzione di svuotare gli armadi e portar via tutte le sue cose. La bergamasca era furente per via di un curioso circolo vizioso emotivo in cui eravamo precipitati: lei era arrabbiata perchè nelle ultime tre settimane non mi sono quasi fatto vedere ed io, percependo maretta in porto, nelle ultime tre settimane ho prudentemente navigato ben al largo.

Fortunatamente, grazie al mio trascendente fascino, ho prontamente risolto la questione già sull’uscio di casa. Questo ci ha permesso di festeggiare degnamente la festa degli innamorati con una romantica cenetta a base di  birra, gazzosa e pizza d’asporto. Gli appassionati lettori de “La Gazzetta Rosa di Cima-Asso” possono quindi stare tranquilli!

Il giorno successivo, mentre eravamo placidamente avvolpacchiati sottole lenzuola, suonano alla porta: «Perchè fare figli quando hai i Badgers che ti rompono le palle la domenica mattina?». Infilo i calzoni ed apro la porta a Boris. Cinque minuti dopo anche Mav ed Andrea cominciano a telefonarmi per sapere “Il piano del giorno”.

Fuori a tratti piove, a tratti nevica. Qualcuno prudenzialmente propone di andare a Lecco ad arrampicare alla palestra dei Ragni. Io taglio corto: «Siete fuori! Se c’è la neve ai Corni non ci si mischia con i tira-plastica di città: si va a batter la bianca nel cuore delle terre selvagge!!»

Così, dopo un bacio a Bruna, io e Boris ci spostiamo con il Subaru a Valbrona e dalla piazza della chiesa attacchiamo i Corni passando per la Val Cerrina. La neve è ancora ben salda sulle piante ed i rami, per il peso, si flettono sul sentiero. Più saliamo, più aumenta la neve, fino a sprofondare quattro dita sopra il ginocchio!

Nella pineta la salita si fa surreale. I grandi ed alti alberi cominciano, tutti insieme, a liberarsi della neve che li opprime. Questa precipita dritta verso terra e per la velocità acquisita “soffia” in tutte le direzioni come un irruento vento atipico: come essere sotto un bombardamento siamo avvolti e travolti dai turbini!!

«Hey Birillo, in linea d’aria siamo a meno di due chilometri dalla cività ma sembra di essere fuori dal mondo!» Boris si libera dalla neve che lo ha investito ed io rido alla sua frase: «Beh Boris: benvenuto ai Corni!»

Dai 490 metri di Valbrona battiamo la traccia fino ai 1200 di Pianezzo e, finalmente, varchiamo la soglia del Rifugio Sev. Dietro il bancone un buon e vecchio amico di Cantù: «Una lattina di birra, una bottiglietta di gazzosa ed un boccale grande!» La mitica Panachè dei Corni!

«Guardati intorno, amico mio. La neve è la poesia dell’inverno, la sua invincibile estate»

Davide “Birillo” Valsecchi

La cresta dei Corni

La cresta dei Corni

«Nella casa della formica, la rugiada è un’inondazione» Il sole è sorto solo da una ventina di minuti ma il versante Nord del Corno Occidentale è ancora completamente in ombra. Oltre la cresta si vede brillare il sole attraverso la neve che il vento innalza nel vuoto. Già, la neve, finalmente è arrivata e per la sua effimera natura resterà sulle rocce dei Corni solo per qualche giorno, rendendo la sua presenza un tesoro prezioso da cogliere al volo.

Sono il primo, ho battuto la traccia fin qui e davanti a me la neve appare intatta, vergine. Uno strato di crosta ricopre l’inconsistente e spessa polvere bianca che ricopre ogni cosa. Non è neve “buona”, non è in grado di reggere peso o sostenere il lavoro dei ramponi o della piccozza. Non è neve “sicura”, è bastato un giorno di sole dopo la nevicata perchè i canali slavinassero verso il basso. Questa è la neve dei Corni, non ghiaccia, non consolida, appare per qualche istante e poi scompare dando vita ad un infinità di piccoli inverni all’interno di una singola stagione.

Ogni passo va ponderato e sprofonda ricoprendoti di neve mentre avanzi nel bianco. Metto mano alla picozza ma per quanto la affondi non regge, uso la punta sulle rocce, la incastro dove tiene: nulla più.

Per raggiungere la cresta si sfila sotto tre canali. Quello più a sinistra è molto verticale, ospita due piante lungo il suo sviluppo, spesso è usato dal soccorso alpino per le esercitazioni invernali di calata. La neve al suo interno è già slavinata ed ammassata sul fondo: solo rocce ed erba schiacciata appaiono tra le striature di bianco. Il secondo canale è molto più stretto e molto meno marcato, corre a destra di una cresta di spuntoni rocciosi. Verticale e “duro” mostra già i primi segni di cedimento e le prime piccole slavine. (Ahimè, è passato solo un giorno!). Il terzo canale è più appoggiato, colmo di neve e porta diritto all’uscita della ferrata. Potrei salire da lì ma il sole ed il vento mi chiamano sulla cresta, sulla linea di confine tra luce ed ombra.

Attraverso verso destra, superando i due grossi alberi che portano al tratto strapiombante. Vorrei puntare diritto attraverso spazi verticali ma mi riprometto di tracciare come si deve, di scegliere una buona linea che non tragga in inganno quelli che proveranno a seguirmi. Nel giro di qualche metro oltre le piante l’esposizione aumenta e sotto di me si apre un ragguardevole vuoto.

Raggiungo l’imbocco del “sentiero delle capre” che porta alla base del secondo tratto della ferrata. Finalmente sono sulla cresta, supero un primo muretto e davanti a me si mostra finalmente la linea di luce ed ombra che la neve ed il vento hanno tracciato sul Corno Occidentale. Affondo con le braccia ed i piedi cercando appigli solidi: non è una progressione su neve ma un arrampicata su roccia innevata.

Raggiungo l’uscita della ferrata e piego verso sinistra, superando la strettoia tra due sassi e tornando nell’ombra della piccola cresta attigua. Ancora un muretto e sono nuovamente sulla cresta principale avvicinandomi al punto più esposto, il Passo della Vacca.

Da un lato ci sono oltre cento metri di vuoto che, precipitando lungo il Camino Gandin, portano alla grande cengia Sud del Corno. Sull’altro lato si al di sopra della volta di una grotta passante che attraversa da nord a sud tutto il corno e che è il tratto finale di un canale che risale dalla base. il passo è una grande “V” che su un ponte di roccia dove il vento accumula la neve coprendo le rocce nei modi più artistici.

Passo della Vacca Invernale

Ci si sporge sulla roccia dapprima verso sinistra, quindi verso il vuoto della val Ravella, e poi ci si infila in discesa in uno stretto diedro che scende a destra verso il canale. Il diedro è stretto ed il lato sinistro è una lunga lastra rocciosa che spesso si copre di ghiaccio. Faccia alla roccia mi abbasso incastrandomi in opposizione tra le due pareti. Infilo alla cieca le mani sotto la neve cercando con le dita prese sulla roccia. Piano piano, con un po’ di mestiere, mi abbasso fino al piccolo terrazzo. Poi, saldo su un lato della “V”, mi apro cercando appigli sul lato apposto: per un istante sono sospeso nel vuoto, il sole in faccia, il buio alle spalle.

Piano piano avanzo sull’altro versante cercando nella neve instabile appoggi sicuri per i piedi. Di nuovo all’ombra mi alzo verticale incunendomi nel successivo stretto diedro che si forma tra il crinale ed una grande roccia. Finalmente torno alla luce, di nuovo sulla cresta non mi rimane che raggiungere la croce.

Dalla cima del Corno Occidentale osservo quello centrale fantasticando sui suoi canali che, ahimè, non vanno mai in condizione. «Nella casa della formica, la rugiada è un’inondazione» Domani, o al più tardi il giorno dopo, la neve scomparirà da queste rocce e la cresta, per quanto mai banale, tornerà ad essere quella che tutti conoscono e spesso sottovalutano. «La farfalla non conta gli anni, ma gli istanti: per questo il suo breve tempo le basta» Questo è il senso della neve dei Corni.

Mi abbasso verso il caminetto osservando la singola traccia di passi che risale: non sono l’unico ad aver colto il miraggio della neve vergine ai Corni. Siamo in pochi, ma decisamente fedeli.

Davide “Birillo” Valsecchi

A conferma di quanto sia importante cogliere l’attimo sabato mattina, con lo scarto di mezzora tra noi, io ero sulla Cresta (vergine), Ivano sul Caminetto (vergine) e Luca sulla Ferrata (vergine).

Considerazioni: conosco la cresta quasi a memoria e l’ho percorsa più volte completamente vergine ed in solitaria. La considero una delle più belle salite che abbia avuto l’opportunità di fare. Le difficoltà sono oggettive ed in buona misura legate all’esposizione ed alla condizione della neve. Quello che posso dirvi, senza mancare di rispetto, è che il Couloir Zucchi sul Grignone non ha pompato nemmeno la metà dell’adrenalina e della soddisfazione che scatenano in me la Cresta.

Grignone: Couloir Zucchi

Grignone: Couloir Zucchi

In effetti non ho idea di cosa sia un “couloir”: certo in francese ha il significato innocuo di “corridoio” ma visto che si parla del versante Ovest del Grignone la faccenda si complica. Mattia mi scrive via SMS: “Facciamo lo Zucchi?”. Mi fido del mio socio e come sempre prima accetto e poi mi informo: «Incastrato a sinistra del  “Canalone Ovest” troviamo il “Couloir Zucchi”. Aperto nel 1959 da Corrado Zucchi e compagni è un impegnativo itinerario caratterizzato da una dura sezione su roccia.» Lo “Zucchi” è censito come un itinerario di Misto con difficoltà D+, pendenza 60° ed un lungo passaggio di 30 metri di IV+ in roccia.

Io ho due vecchie picozze (in prestito!), un paio di ramponi economici e davvero poca esperienza di “misto”. Per tutti questi motivi cerchiamo di preparare al meglio la nostra salita provando a capirne le caratteristiche. A “casa mia” 30 metri di IV+ equivalgono al “Pilastrello dei Corni”: aggiungete ghiaccio e neve ed avrete l’immagine di quello che mi aspetto di trovare lassù, a 2100 metri di quota.

“Si Vis pacem, para bellum” Viste le premesse Io e Mattia ci attrezziamo per la “guerra” infilando nello zaino picche, ramponi, 60 metri di corda, mazzette, 10 chiodi da roccia, 4 viti da ghiaccio, friend, nat, fettucce e cordoni d’abbandono. “Meglio un chiodo in più che un paio di alpinisti in meno…”.

Per la partenza ci troviamo ad Asso alle quattro del mattino. Il termometro, in modo assolutamente scoraggiante, segna 5 gradi: ”Dannazione fa davvero caldo! Metti anche le scarpette d’arrampicata nello zaino: se dobbiamo mollare il colpo proviamo a fare almeno due tiri al pizzo dei Nibbi”. Riempio lo zaino, altro peso.

Alle cinque siamo al Cainallo: siamo i primi nel parcheggio ma le temperature non migliorano restanto preoccupantemente alte. Al buio ci incamminiamo verso il rifugio Bietti. Due ore dopo la luce inizia a filtrare all’orizzonte: ci infiliamo l’imbrago e puntiamo verso il canale risalendo dritti dal rifugio. Per attaccare il canalone la traccia sul nostro schizzo si alza da prima verso destra per poi piegare verso sinistra una volta giunti alla base del canale. Tuttavia la neve è scarsa è così spariamo su dritti superando pini mughi e roccette: “Se deve essere una via di misto che misto sia!”

Finalmente siamo alla base, la pendenza inizia a farsi sentire, la neve migliora. Due picozze alla mano ed iniziamo a salire sul serio. Nella destra ho una vecchia e solida Grivel, usata da Simone nel ‘98 per la seconda ripetizione del Drifika (6447m) in Pakistan. Nella sinistra una Camp leggera da scialpinismo appartenuta al mio buon amico Giuseppe Ravizza e donata dalla vedova alla nostra sezione CAI. Le mie “asce da ghiaccio” non sono “fighe” come quelle che si vedono in giro oggi ma hanno un nome, un anima ed un cuore!

Saliamo slegati, Mattia davanti ed io dietro. Incontriamo alcuni passaggini delicati di roccia che superiamo con tranquillità. La neve a volte è dura a volte sfonda: davvero brutta, se in quella condizione ce ne fosse di più avremmo dovuto darcela a gambe da un pezzo!!

Risaliamo uno stretto canale abbastanza ripido che verso l’alto si divide in due. A sinistra risale per una decina di metri e si interrompe sotto un’alta bastionata di roccia. A destra è più lungo e termina più in alto attraverso uno stretto passaggio di roccia.

Io e Mattia iniziamo ad avere qualche dubbio: “Ma è il canale giusto? Non è che questa è solo una variante del Canale Ovest?”. Ci guardiamo intorno: ci aspettavamo un passaggio duro da trenta mentri ma l’uscita del canale non sembra affatto tanto impegnativa. Ci sfiora l’idea di attaccare su roccia i lati del canale ma sarebbe tutt’altro che banale: lavorando duro potrebbe essere fattibile ma non certo di IV+. Il timore di aver sbagliato canale si fa sempre più crescente. Mattia vorrebbe discendere nuovamente la strettoia e cercare se il canale giusto è più a sinistra. Siamo tranquilli e rilassati ma la situazione a tratti appare surreale: ci siamo persi?

I primi raggi di sole iniziano a brillare sulla cresta che intravvediamo sopra di noi. Un paio di sassi si lasciano cadere dall’alto attivando tutti i miei campanelli d’allarme. “Vabbè, che sia o meno lo Zucchi poco importa. Fa un caldo porco e sta arrivando il sole. Di là passiamo di sicuro: Io dico che conviene togliersi dalle palle prima che la Grigna ci si sciolga addosso….”

Sebbene un po’ scocciato dall’idea di aver sbagliato anche Mattia concorda con me ed insieme riattacchiamo il canale puntando verso l’uscita rocciosa. Il passaggio è caratterizzato da lame oblique che culminano in uno stretto diedro/camino anch’esso obliquo. Ramponi ai piedi Mattia attacca per primo mentre io aspetto stando riparato dietro una sporgenza.

Mattia raggiunge il camino. Al centro, sulla destra, c’è un chiodo pitturato di rosso. “Okkio Davide, qui a sinistra c’è un macigno che si muove. Stai al coperto!” Mi urla Mattia. “Io sono apposto, sono riparato. Ma da qui non ho idea se c’è qualcuno sotto: non farlo venire a basso.” Lui mi risponde. “Ovvio!! Tu stai al coperto però!”. La Grigna, a differenza dei Corni, è una montagna spesso più affollata di quanto converrebbe…

Mattia passa il diedro ed esce sulla cresta. “Vuoi che ti butti un pezzo di corda?” Rido divertito “Certo Mattia, ma si da il caso che la corda l’abbia io nello zaino! Non ti preoccupare: arrivo!” Sfilo i guanti ed indosso quelli senza dita: arrampicare con i ramponi è una rogna e, visto il caldo, un po’ di sensibilità in più nelle mani non guasta!

“Lemme lemme arriveremo a Gerusalemme!” Sfrutto le lame di roccia e piazzo con calma le punte dei ramponi nella roccia. Mi infilo nel diedro lavorando in opposizione con la schiena a sinistra ed i piedi a destra. Piazzo un rinvio nel chiodo e studio il passaggio. Rimetto il rinvio all’imbrago, supero il sasso instabile e sempre in opposizione arrivo all’uscita del diedro. Afferro la picca e cercando del ghiaccio solido mi alzo oltre l’uscita.

Davanti a me appare il rifugio Brioschi ed il tratto finale del Canalone Ovest. Un po’ stupito, e forse deluso, chiedo a Mattia “Ma allora questo è davvero lo Zucchi?” Mattia mi risponde ancora un po’ dubbioso “Bhe… Parrebbe di sì”.

Insieme ci alziamo ancora un poco: alla nostra sinistra c’è una croce metallica. Ormai restano pochi dubbi: quello era il Couloir Zucchi. Invece di abassarci nel Canalone Ovest seguiamo la linea originale della via e ci spostiamo ancora più a sinistra compiendo un piccolo traverso prima di risalire nuovamente in verticale.

La neve ha ormai la consistenza della granita e con molta cautela raggiungiamo finalmente la chiesetta del Brioschi. Ci stringiamo la mano felici: la priorità era “uscirne interi” ed entrambi ci godiamo il piacevole abbraccio del sole.

“Ma vuoi dire che erano quelli i 30 metri di IV+?” Chiedo a Mattia. “Di sicuro non erano trenta metri. Certo, non era un passaggio difficilissimo ma neppure banale: se fiondi arrivi giù dritto al Bietti”. Eravamo attrezzati per un guerra ma, credendo di aver sbagliato bersaglio, ci siamo sparati in libera tutto il passaggio di roccia: in effetti uno sviluppo abbastanza curioso su cui riflettere!

NotaBene: Utilizzate le nostre foto ed il nostro racconto per comprendere la nostra salita ma non per comprendere come potrà essere la vostra. In questo tipo di salite il mio giudizio è troppo “acerbo” per esservi d’aiuto.

Arrampicare ai Corni ci ha reso di sicuro più forti e “concreti”, per non usare una parola fraintendibile come “prudenti”. D’altro canto a furia di tribulare su vecchie vie di TD- o TD+ tutti i nostri parametri sono un po’ sballati.

Ovvimente è meglio essere pronti a dare battaglia che farsi beccare con le braghe calate. Però la sensazione è strana. In passato ho avuto momenti decisamente più intensi e tesi con il “verglass” sotto la neve del Passo della Vacca che dentro un couloir sul più blasonato Grignone. Tuttavia il “ghiaccio” ai Corni è raro quanto innumerevoli possono essere le variabili di una salita di misto sulle Grigne.

Detto tutto questo posso davvero essere soddisfatto della nostra salita ma l’insegnamento che devo trarne è assolutamente uno ed uno solo: “serve più esperienza”. In particolare credo di avere moltissimo da imparare per leggere correttamente le condizioni della neve e del ghiaccio. (merce rara ai Corni, purtroppo)

Guardando dall’alto il canale ho pensato “Bhe, tutto qui?”. L’unica risposta saggia è “No, questo è decisamente solo l’inizio”. I Corni di Canzo sono stati la culla dei “Cinque di Valmadrera”, alpinisti straordinari che nelle salite di misto, soprattutto invernali, hanno realizzato davvero l’impossibile. Forse è scontato che i “Ragazzi dei Corni”, con pazienza e “concretezza”, provino ad onorare anche questa invidiabile tradizione delle nostre montagne.

Davide “Birillo” Valsecchi

Grigna Settentrionale: Couloir Zucchi – 10/01/2015
Mattia Ricci, Davide “Birillo” Valsecchi

Ps: Come ha rimarcato anche il Capanat i canaloni del Grignone non sono uno scherzo. Nelle ultime settimane il Canalone Ovest è stato preso d’assalto sebbene le condizioni siano tutt’altro che ideali. “Non voglio fare il bacchettone,ma è meglio che scriva qualcosa sull’onda di quest’eccitazione: il Canale Ovest bacia tutti (tantissimi lo hanno fatto in queste settimane) però non è detto che anche la fortuna lo faccia. C’e un’autostrada è vero: ciascuno però valuti bene le proprie capacità ed esperienza. Sembra una banalità dirlo, ma la corda non basta averla dietro per legarsi: bisogna anche saperla usare.” – Il Capanat del Brioschi

Buon Anno Badgers

Buon Anno Badgers

Il primo giorno dell’anno, come da tradizione Badger, la squadra si inerpica in notturna lungo il crinale est del Moregallo, risalendo dal Sasso Preguda fino alla vetta. Ridendo e scherzando una sgambata di 960metri di dislivello percorsi sul filo della cresta che precipita sul lago e sulla città di Lecco: una vista eccezionale!

Membri dell’equipaggio del 2015 sono Mav, Marzio, Claudia, Bruna, Boris, Andrea, Simone e Birillo. Gli zaini sono carichi di cose da mangiare e bottiglie da stappare. La luna, quasi piena, rende superflue le frontali, illuminando il sentiero e brillando sul’inaspettata neve copre i prati della vetta.

Sotto uno sperone di roccia accendiamo il fuoco ed iniziamo i festeggiamenti. Il termibile vento del Moregallo, che risale freddo ed intenso da lago, sembra intenzionato a tacere lasciandoci godere dello strepitoso panorama al chiaro di luna.

I Corni di Canzo sono “casa”, ma il Moregallo è la “montagna sacra”, un luogo magico e misterioso, un luogo di frontiera dove il vento rinforza tanto il fuoco quanto l’anima e gli spiriti: è sempre un emozione tornare lassù cominciando l’anno!!

Buon Anno Badger! Sia per noi prospero e ricco di grandi avventure!!

Davide “Birillo” Valsecchi

Destinazione Rosalba

Destinazione Rosalba

“Facciamo due passi da Rongio al Rosalba?” Avevo gettato quest’esca ai Badger perchè, avendo nevicato il giorno prima, speravo abboccasse qualche pesce grosso della squadra. Inaspettatamente alla chiamata hanno risposto invece le mie due “aciughine” preferite: Boris e Niky. Non ero sicuro fosse un uscita alla loro portata: non ero mai stato da quelle parti e nelle relazioni si parla di 1000 e passa metri di dislivello tra roccette esposte che, nel nostro caso, saranno coperte da un leggero strato di neve. Tuttavia, visto che erano belli gasati, ho comunque “startato” la missione.

Da Rongio al baitello del Manavello si risale attravarso il bosco lungo un sentiero abbastanza battuto. Una salita piacevole e non troppo impegnativa. Se il Baitello è aperto si può trovare anche un riparo caldo e godere di uno strepitoso panorama.

Superato il baitello la neve si è fatta vergine e la traccia, visibile solo dai bolli colorati sui sassi, risale ripida ed al buio su per un canale. L’attacco era tutt’altro che invitante ed il vento gelido che soffiava giù dalla Grigne rafforzava quella sensazione di disagio. “Bene, se qualcuno ha qualcosa da dire è il momento di farlo. Se attacchiamo la prossima fermata è al Rosalba”. Il sentiero era troppo ripido ed esposto perchè lo potessero affrontare in discesa con quell’infido strato di neve. Potevano farlo in salita ma dovevano arrivare fino alla cresta per uscirne senza rogne. Decisi mi rispondono “Andiamo!”. Beata gioventù, se io fossi stato in loro avrei alzato la mano proponendo di gozzovigliare al Baitello!!

Il sentiero è ripido e l’aria si è fatta frizzantemente fredda. Boris sembra aver perso l’entusiasmo iniziale e scivola ad ogni passo. “Birillo, io metterei i ramponi!” La domanda mi incuriosice e divertito gli domando: “Ramponi? Qui? Fammi vedere un po’ come cammini piuttosto”. Lo osservo mentre avanza “Boris, non camminare sulle punte. Appoggia tutto il piede, compreso il tacco! E tieni il corpo dritto ed il peso centrale! Se ti sbilanci in avanti sulle bacchette è inevitabile che ti scivoli l’appoggio! Dritto e con tutto il piede!”
Piano piano migliora ma si capisce che è “intesito” dalla situazione “Accidenti, se non muoio di freddo rotolerò fino a Rongio!”. Nicky, al contrario, si diverte e con la sua camminata un po’ a papera se la cava bene sulla neve.

Superiamo un tratto di roccette viscide ed un successivo passaggio attrezzato con le catene. Finalmente siamo quasi all’uscita della cresta e, cambiando versante, siamo meno esposti al vento e riscaldati dal sole. Avanziamo sul paglione coperto di neve ed i miei soci si scambiano i ruoli: Boris sembra essersi ripreso mentre Niky sta andando in crisi per la fatica.

Pian piano risaliamo lungo il crinale erboso e, cresta dopo cresta, finalmente vediamo il Rosalba all’orizzonte. Per me è ora di fare un po’ di conto. Siamo finalmente usciti sulla cresta ma è già l’una del pomeriggio e, nonostante il sole sia caldo, ho a disposizione tre o quattro ore di luce prima che il sole tramonti. Attorno a noi è pieno di camosci che come schegge si rincorrono sui ripidi prati. Loro sono veloci, noi no. Per questo invece di puntare al Rosalba (comunque chiuso) inizio ad approntare il piano di rientro.

I miei soci cominciano ad essere davvero provati: “Birillo, fermiamoci a fare pausa un quarto d’ora, riposiamo e mangiamo qualcosa”. Ecco, questo è il momento esatto in cui gli “escursionisti” si mettono nei casini e rischiano di far parte delle statistiche del Soccorso Alpino.

D’inverno il tempo vola e passata la “mezza” devi mettere le ali al culo e puntare a rientrare: dilettarsi con un pick-nick su una cresta a 1700 metri di quota sotto la Grigna coperta di neve è l’idea peggiore che si possa avere!! Per prima cosa, anche fermandosi, non vi è assolutamente modo di riposare o recuperare forze. Tutto quello che si può ottenere è di prendere freddo proprio quando sarebbe meno opportuno. In secondo luogo anche se il freddo non bloccasse la digestione, con tutti i problemi che comporterebbe, il cibo ci metterebbe un paio d’ore prima di diventare energia fruibile. Inoltre chi ha tempo non cerchi tempo: gli imprevisti della discesa possono essere molti e farsi sorprendere in quota dal buio e dal freddo vero non aiuta di certo a risolverli.

La situazione rappresenta un curioso paradosso. Se fossero più in forze, più saldi e veloci sui piedi potremmo fermarci a fare qualche foto in più e a tirare il fiato godendoci il panorama. Tuttavia, proprio perchè sono stanchi, lenti ed incerti sui piedi, è imperativo continuare e cercare di perdere quota con calma e costanza.

“Non se ne parla nemmeno” Distribuisco un po’ di Golia alla liquirizia “Finchè non siamo scesi al bosco dobbiamo darci da fare e tenere duro. Questo è il momento in cui dovete reggere!” I mei soci brontolano, qualcuno addenta di nascosto un panino, ma continuano a camminare.

Boris si ferma ed infila i ramponi. L’idea può essere buona, dodici punte sono un po’ “hard core” ma sul paglione coperto di neve può dargli un po’ più sicurezza. L’altro lato della medaglia è rappresentato dallo “zoccolo di neve” che inevitabilmente (e pericolosamente) si forma sotto le punte in quelle condizioni.

Infilo i ramponi a Niky e riprendiamo il lungo traverso. Per Nicky questa è la prima volta che li usa: un inizio davvero curioso. Lo ossercvo con attenzione e dopo un po’ di cammino Nicky scivola. Non è la caduta di per sè a stupirmi quanto la sua reazione: con lo sguardo perso nel vuoto come una balena spiaggiata semplicemente si lascia scivolare completamente passivo. Esplodo in un ruggito di imprecazioni e gli ordino di fermarsi: la balena spiaggiata si rianima, punta i piedi e si ferma.

Niky è cotto ed anche Boris sembra preoccupato. Questa è esattamente la tipica situazione che la maggior parte della gente sottovaluta ed il momento esatto in cui in montagna deve saltar fuori il carattere delle persone. Il sole corre ma il tempo è ottimo, il vento è cessato ed io ho ancora il serbatoio della benzina bello pieno: sono allertato ma non preoccupato. Tocca a me darci dentro.

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Mi affianco a Niky marcandolo stretto e spiegando ad entrambi cosa fare, dove passare, come e dove appoggiare i piedi. Sono miei amici ma proprio per questo i miei sono formalmente “ordini” piuttosto imperiosi ed inquivocabili. Dobbiamo chiudere un lungo traverso abbassandoci fino al sentiero delle foppe percorrendolo poi fino al bivio che riporta a Mandello.

Lavoriamo bene tutti insieme e finalmente le difficoltà cominciano a diminuire. Come prevedibile più scendiamo più Niky e Boris sì rincuorano lasciando che il buon umore e l’entusiasmo tornino ad azzittire le difficoltà. Quando finalmente siamo di nuovo nel bosco, più o meno all’altezza dei Resinelli, per evitare l’amutinamento lascio che si siedano al sole e si ingozzino di panini al prosciutto. Io, senza nemmeno togliere lo zaino (detesto il freddo alla schiena!sono anziano!), estraggo dalla tasca una barretta di cioccolato osservandoli mentre si abbuffano.

Per loro quella di oggi è stata davvero un’esperienza fuori scala ed hanno toccato un po’ i propri limiti imparando (si spera) qualcosa di più su loro stessi. La fatica è qualcosa che, involontariamente, ci spinge ad assumere atteggiamenti che hanno il solo scopo di esibire e mostrare la stanchezza stessa. Pensateci: si ciondola, ci si trascina, ci si lascia andare e si assume un espressione da “madonna dolorante” piuttosto ridicola. Tutte cose inutile e controproducenti.

La fatica è qualcosa che si deve imparare a conoscere e che si deve comprendere. Quando si è stanchi si deve ottimizzare ogni gesto, conservare e gestire ogni movimento. Per farlo si deve insegnare alla “testa” a diventare la parte più forte di tutto il nostro corpo: tutto può cedere ma la testa deve reggere. Si deve diventare come dei pugili che si chiudono in difesa, incassano colpo su colpo, senza scoprirsi e gudagnando ogni secondo che li separa dal suono della campanella. Purtroppo è qualcosa che si impara solo andando al tappeto ed è per questo che serve avere degli ottimi “secondi” ed un buon allenatore quando accade.(…io che sono duro di comprendonio al tappeto ci sono andato più di una volta!)

Le due ore successive scorrono allegre e spensierate, rientriamo verso Rongio macinando gli ultimi chilometri e scherzando ad ogni passo. I miei soci hanno superato le difficoltà e le crisi: ora non sembrano nemmeno le stesse persone di poco prima. Sono davvero felice.

Quando arriviamo alla macchina è il tramonto: alle spalle abbiamo 12km e 1200 metri di dislivello percorsi su neve infida. Quando ci infiliamo nel primo bar è ormai buio. Ingollo la mia birra soddisfatto: ho fatto bene i miei conti e loro due non sono più le “aciughine” che erano al mattino. Bravi, davvero bravi!

Davide “Birillo” Valsecchi

Salita dal sentiero 13b e discesa dal sentiero 12:

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Grignone: Canalone Ovest

Grignone: Canalone Ovest

Il BadgerTeam è a tutti gli effetti l’esercito personale di Birillo, la sua armata brancaleone. Come tale spesso è sconcluionato, incasinato e contraddittorio così come lo è lui: se i ragazzi avessero l’opportunità di imparare solo da me sarebbero davvero nei guai!! Fortunatamente la nostra piccola compagine è circondata da amici che, con le loro salite e la loro esperienza, sanno essere fonte sia d’ispirazione che d’insegnamento per tutti noi.

Nel giorno di Santo Stefano, come regalo per l’onomastico, Stefano, Luca e Giovanni hanno dato l’assalto al Canalone Ovest del Grignone. Tutti e tre appartegono al Corpo Nazionale del Soccorso Alpino in forza al nostro territorio ed attualmente sotto la guida del mitico “Fuma” (che un mesetto fà si è gentilmente reso disponibile nel seguire i ragazzi nei loro primi passi in ferrata: grazie ancora!).

Luca e Stefano sono miei compagni da quando eravamo pischelli ma ora, dopo essere entrati nel Soccorso, hanno fatto davvero un notevole salto di qualità. I canaloni della Grigna sono tra le mie mille fantasie ma ci vorrà ancora molto tempo e preparazione prima che i Badger possano essere in grado di affrontarli. Tuttavia sapere che qualche amico ha iniziato ad infilarci il naso è davvero stimolante!

Il canalone fu percorso per la prima volta in discesa da Giovanni Gavazzi, Julien Grange e Primo Ballati il 17 ottobre del 1874. Sarebbe interessante scoprire se c’è qualche parentela tra Primo Balatti ed il leggendario Benigno “Ben” Balatti che, sempre sulla Ovest, ha tracciato le strepitose MagicLine (TD-) e La Storia Infinita (TD+) nell’inverno del 2003. (Ben, ai miei occhi, è il re del Disgrazia, la regina delle mie fantasie!)

La descrizione che mi ha fatto Stefano è stata come sempre stringata: difficoltà AD 50°, III°, bello stretto, un po’ “magro” di neve con tre salti di roccia delicati perchè un po’ marciotti. Decisamente stringato!! Quindi non mi resta che mostrarvi qualcuna delle loro foto sperando possano stuzzicare le vostre fantasie per gli anni a venire.

Ancora complimenti!!

Davide “Birillo” Valsecchi

Grignone – Canalone Ovest
26/12/214 – Giovanni Giarletta, Stefano Sepriano, Luca Beduzzi

I Tre giorni del Tasso

I Tre giorni del Tasso

Definiamo “intenso” tutto ciò che si manifesta con particolare forza e concentrazione, qualcosa di espressivo e penetrante condotto con grande energia, concentrazione e assiduità. Per questo “i tre giorni del tasso” sono stati un week-end piuttosto intenso. Volevo mettere alla prova i ragazzi e revisionare la mia capacità di “tenere botta”. Così li ho arruolati quasi tutti coinvolgendoli in un piccolo, ma intenso, tour de force.

In sequenza stretta: Notturna al Cornizzolo, Invernale in Grignetta ed Invernale al Legnone.

Ogni ”Badger”, a seconda delle proprie capacità e delle propria disponibilità, ha deciso a quale attività partecipare. Così venerd’ sera, dopo una rapida puntata per i saluti in Sede Cai, ci siamo ritrovati alle ochette del Segrino e da Campora abbiamo attaccato la cresta che conduce alla croce del Cronizzolo, illuminata per le feste.

Una classicissima che permette, a chi non l’abbia mia fatto, di scoprire la curiosa meraviglia delle luci di pianura. In squadra, attrezzati di frontale, Boris, Kekko, Nicola, Mav ed Io. La discesa in super relax a luci piacevolemente spente lungo la strada che porta alla Sec.

In branda alle due di notte siamo saltati fuori dal letto alle sei del mattino per puntare alla cima della Grignetta risalendo lungo la Cermenati. in squadra Boris, Kekko, Mav ed io. Boris e Keko non erano mai saliti in Grignetta con la neve e la loro era una specie di “prima volta” tutta da scoprire.

Dopo aver scorrazzato per la Grignetta ci siamo infilati al “2184” per scolarci un paio di birre e festeggiare. Rientrati a casa c’è stato giusto il tempo per un tuffo in vasca da bagno, un piatto di polenta della Zia e nuovamente in branda. La sveglia suona alle 5:30 ed alle sei una nuova squadra passa a prendermi: Marzio, Andrea e l’onnipresente Mav. La nuova destinazione è la vetta del Legnone.

Quando arriviamo ai Roccoli di Loerla il vento spazza la cima del Legnone innalzando altissimi pinnacoli di neve oltre la cresta. “Bagai, sembra un vulcano! Con un vento simile andiamo a dare un’occhiata alla Ca’ de Legn prima di decidere sul da farsi”. Il vento soffia freddo e fortissimo ma tutto intorno a noi l’orizzonte  esplode dilagando in un’alba strepitosa, fatta di montagne e neve dorata.

Finalmente alla “Ca’ De Legn” attendiamo che il sole illumini la cresta. Mav ed Andrea non sono mai stati sul Legnone, nemmeno in Estiva. Anche per me e Marzio questa è la prima volta con la neve. Il vento sembra calare ed attacchiamo. I passaggi “tecnici” non sono molti, tuttavia l’esposizione è davvero importante ed i ragazzi devono lavorare di picca e ramponi come mai hanno fatto prima. Finalmente, spazzati dal vento, raggiungiamo la cima che, con nostra assoluta sorpresa, si offre come un oasi: al riparo dai turbini ed accarezzata dal tepore del sole.

Godiamo di quell’insperata quiete e del panorama mozzafiato che si perde in ogni direzione. Poi, dopo le foto e le strette di mano di rito, iniziamo la nostra discesa. Sbraito, urlo, mi agito: “Non fare la fighetta!! Pesta quei ramponi e pianta bene la becca nella neve! Duro e cattivo! Forza! Duro e cattivo!! Non siamo qui per cazzeggiare!!” Sbagliare nei tratti più verticali significherebbe farsi uno scivolo verso valle di quasi cinquecento metri: qualcosa da evitare con assoluta determinazione! Tuttavia, nonostante la fatica e qualche crampo, la squadra è scesa sana e salva a valle (dove finalmente ho cominciato a rilassarmi!). Davvero bravi!!

Quasi tutti i membri del BadgerTeam, ognuno secondo il proprio livello, si è dato da fare questo week-end. Anche gli infortunati o quelli intrappolati dal lavoro hanno saputo, sebbene non presenti, rendersi comunque partecipi alle attività. Sono estremamente contento e soddisfatto: tutti hanno segnato il proprio punto accrescendosi di una nuova “prima volta”. Davvero bravi! In particolare voglio complimentarmi e ringraziare Mav che, standomi dietro tutti e tre i giorni, si è sparato una tonnellata di metri di dislivello e quintali di chilometri dormendo una manciata d’ore. Bravo Mav, grazie per il supporto!!

Nei prossimi giorni, con calma, riordinerò le foto e racconterò ogni singola salita con l’attenzione e la cura che merita. Tuttavia, visto che siamo diventati davvero un bel gruppo, mi piace l’idea di raccogliere tutte queste esperienze diverse in un unico articolo che coinvolga tutti.

Ora, con permesso, credo che crollerò in branda con un compiaciuto sorriso stampato in faccia: gioravagare tra le montagne non avrebbe lo stesso senso senza di voi.

Davide “Birillo” Valsecchi

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