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Bang Bang Caponanno!!

Bang Bang Caponanno!!

Mi piacerebbe raccontarvi della salita “finale” del 2013, mi piacerebbe parlarvi della neve della Grignetta e della sua magnificenza. Mi piacerebbe. Vorrei anche raccontarvi della colossale bevuta e mangiata fatta ai piani dei Resinelli. Raccontarvi di come, insieme al “leggendario” Eugenio, abbiamo iniziato a festeggiare il capodanno  in contemporanea con l’Australia svuotando bottiglie e trangugiando scodelle di trippa.

Mi piacerebbe, già, forse. Ma ho iniziato l’anno come dinamite, come una bomba inesplosa ed ora no, non ho voglia di perdermi in chiacchiere, di essere gentile o corretto. Non ho voglia di raccontarvela, ho voglia di godermela! No, quest’anno dovete allacciarvi la cinture perché ho deciso di andarci pesante. Quest’anno si dà battaglia: scappate o godetevi il viaggio!

Grazie a Luca e Stefano per questa corsa insieme!!

Prima volta in Grignetta

Prima volta in Grignetta

La squadra è dispersa, inghiottita dal periodo natalizio: c’è chi è costretto a lavorare anche la domenica, chi è precettato dalla morosa o chi, come Gianni, si sta dando fa fare per organizzare la consueta fiaccolata natalizia.

Così, ancora una volta, la squadra si riduce ad un duo e mi diverto un po’ ad alzare il livello. Questa volta tocca a Maurizio, un altro “piccolo” del nostro gruppo. La meta è la Grignetta: vera e propria cattedrale dell’alpinismo locale e probabilmente mondiale.

“Mav” non è mai salito in cima alla “Sentinella”, questa è la sua prima volta. Per questo, studiando il sole e la neve, decido di proporgli un bel tour completo. Partendo dai Resinelli percorriamo la Direttissima (che fu tracciata originariamente da Fasana) risalendo attraverso le guglie fino al Canale Angelina. Visto che il canale non è invaso dalla neve decido di risalire da qui, puntando ad incrociare il Sentiero Cecilia: questo tratto di salita, spesso su placche, è davvero divertente.

Fino ad ora abbiamo avuto la fortuna di camminare a favor di sole ma l’ultimo tratto, quello che risale fino alla cresta Cermenati, è all’ombra e per questo invaso da neve ghiacciata. Una vecchia traccia ha reso il sentiero una specie di insidiosa scala gelata ma Mav se la cava bene ed anche senza ramponi (che cmq abbiamo nello zaino) risaliamo senza problemi.

Sulla Cresta un via vai di gente che discende dalla cima affrontando l’ultimo tratto innevato. Poi su, al bivacco Ferrario a guardare il panorama! La gente ci guarda in modo strano e borbotta quando passiamo. “Ce n’è di gente strana in giro!”. Mi fermo un attimo squadrandoli e cercando di capire che accidenti abbiamo da discutere. Poi capisco.

Il mio socio è un colosso biondo di un metro e novanta con il quarantasei di piedi. Ma oltre a questo ciò che lo rende davvero curioso è che ha sempre caldo in modo quasi cronico. Attorno a noi è tutto coperto di neve e quelli sulla cima, avvolti nelle giacche, cercano al sole riparo dal vento e dal freddo. Il mio socio, che sembra un vichingo, invece è allegramente in maglietta a maniche corte con un compiaciuto sorriso stampato in faccia. (Grande Mav!)

D’inverno il tempo corre e per questo ci affrettiamo a scendere: puntiamo all’uscita del Canale Federazione discendendo il tratto attrezzato con le catene. La roccia è incrostata di ghiaccio ma il mio socio se la cava bene e, sebbene lo tenga d’occhio con la consueta apprensione, non mi da motivo di preoccuparmi.

Nuovamente sulla Cresta raggiungiamo i Maniaghi e scendiamo per il saltino del Gatto. Qui,  dopo aver lasciato alle spalle tutti i tratti più impegnativi, ci sediamo finalmente al sole a mangiare un boccone. “Non male la Grignetta, vero? Ce n’è di roba da vedere!”.

Rimane che scendere fino alla piazzola dell’elicottero, tagliare il canalone Porta ed attraversare i prati fino a ricongiungersi al Cermenati. Una birra ai Resinelli ed anche questa “prima” è archiviata con successo e soddisfazione!

Davide “Birillo” Valsecchi

Palanzone: Go  West! Volume 2

Palanzone: Go West! Volume 2

Mentre cammino squilla il cellulare: “Sei in montagna?” chiede mio padre. “Sì, sto andando al Palanzone con la squadra.” rispondo io. “Palanzone? Ma è roba da pensionati!” Abbozza lui “Già, da pensionati…” replico senza fermarmi mentre cammino nella neve vergine. Lui: “A che punto sei?” Io: “Bhe, sono a metà strada. Siamo partiti da Scarenna, mi ci vuole ancora un po’…” Lui: “Da Scarenna!? Ma sei fuori? Ci vuole una giornata da Scarenna!!” Io: “Già – sogghigno compiaciuto – in effetti è una roba da pensionati…“

Curiosamente alla maggior parte della gente che va in montagna non piace camminare: preferiscono gli avvicinamenti brevi, preferiscono “vincere facile” sbandierando nomi importanti. Tuttavia i “giovani” della squadra  hanno “voglia” e, visto che questi ragazzi mi piacciono, era il momento di metterli un po’ alla prova.

Ho evitato le mete altisonanti ed ho puntato ad occidente. Da Scarenna alla cima del Palanzone, passando per la val del Buri e Dosso Mattone, sono  più o meno 1200 metri di dislivello con uno sviluppo andata e ritorno di circa 18km: si viaggia sempre sotto i 1500 metri di quota ma c’era abbastanza neve per fare qualche esperimento e “battere” qualche traccia vergine.

“Non basta essere all’altezza delle difficoltà che si affrontano, bisogna essere superiori ad esse.” recitava il grande Paul Preuss. Per questo nel facile dobbiamo esercitarti con il difficile. Se non sei pronto ad affrontare setto o otto ore sulla neve tra le nostre montagne non sei pronto ad avventurarti per quattro o cinque ore a quote più alte. Il nostro territorio è un magnifico campo d’allenamento che dobbiamo imparare a sfruttare al meglio. Questa è come la vedo io.

Così come mi aspettavo la squadra ha “divorato” la salita. Solo il buon Fabrizio, che ha ancora il ginocchio mezzo scassato, ha avuto qualche problema. Tuttavia Andrea si è dato un gran da fare nel dargli supporto e tutta la squadra ha fatto quadrato come si deve. Grazie Marzio! Bravi!

In vetta il panorama era spettacolare e tutti erano ancora belli carichi. Scesi al rifugio Riella abbiamo fatto scorta di birre ed affettati pranzando tra i tiepidi raggi invernali di sole. Ogni uscita una festa: molto bene!

Visto che la collaborazione tra i soci del Cai Asso e del Cai di Caslino si fa sempre più proficua mi è sembrato doveroso che il nostro viaggio, iniziato da Asso, proseguisse appunto per Caslino. Quindi giù! Siamo scesi dalla Bocchetta di Palanzo fino al Foro Francescano e quindi in paese.

Il Cai di Caslino aveva organizzato una mostra fotografica e per questo la nostra squadra ha fatto tappa per salutare Gianni e gli altri amici. L’occasione è stata propizia anche per fare due chiacchiere con i Presidenti della sezione di Caslino e di Merone, sezioni a cui appartengono i giovani della squadra.

I “clan” della valle stanno stringendo nuove alleanze e spira un vento nuovo, frizzante e pieno di novità!

Dopo questo “aperitivo” credo che la squadra sia pronta per il “Gran Tour Invernale” e, sistemata qualche pecca nell’equipaggiamento, anche per spaziare oltre il lago. Bravi!

Davide “Birillo” Valsecchi

NB: Un grazie speciale a Claudia, anima e cuore della squadra, per aver scattato le fotografie e per aver portato la torta al cioccolato!!

Corni: Ferrata Invernale

Corni: Ferrata Invernale

DSCF2714«Siamo al Cerro Torre o ai Corni di Canzo?!» Una cascata di neve e ghiaccio rotola giù per la roccia verticale bussando innocua sul mio casco. Luca e Stefano, abbarbicati al  ghiaccio sopra di me, se la ridono allegri mentre mi copro di bianco. No, non siamo in Patagonia ma lo scenario è davvero d’eccezione ed eccezionale. La ferrata del Venticinquennale ai Corni di Canzo è imbiancata ed in condizioni strepitose: roccia grigia colma di neve farinosa negli appoggi e di ghiaccio bianco negli anfratti e nei colatoi. Un autentico spettacolo!

Davide “Birillo” Valsecchi

Grigna: First White Out!

Grigna: First White Out!

birilloIl canalino, invaso dalla neve ghiacciata, risale ripido e stretto fiancheggiando un’ immensa voragine, un buio abisso che precipita nelle profondità della montagna. Sulla roccia, in parte nascosta dalla neve, una scritta in verde “W le Grotte”. Tutto fa supporre che sia questo l’inghiottitoio in cui è fatalmente precipitato, lo scorso anno, un giovane monzese dopo essere scivolato dalla Cresta Piancaformia.

La neve, la prima dell’inverno, non è né tanta né poca: è quella classica misura che porta solo rogne. Ramponi e piccozza abbiamo risalito il canale senza legarci ed ora non resta che superare una placca scoperta prima di rimontare sull’ultimo tratto di cresta.

«Stefano, tieni a mente che il mio socio siciliano è la seconda volta che mette i ramponi in vita sua: andiamoci cauti!» Fabrizio ha fatto un po’ di esperienza roccia ma pretendere che possa affrontare in sicurezza, con i ramponi ed in libera, una placca ghiacciata a monte di un interminabile scivolo di neve compatta è forse davvero pretendere troppo da lui.

«Okay, rimontare la placca è questione di un passo. Salto su e vedo come siamo messi sopra.» Mi dice Stefano mentre punta i ramponi sulla roccia e scavalca il passaggio. Risale un’altra decina di metri e poi mi da voce. «Io e te di qui passiamo, ma per Fabrizio è davvero spessa. O lo leghiamo o non conviene rischiare.» Negli zaini abbiamo imbraghi, corde e tutto il necessario per dare battaglia all’inverno ma, fino a quel punto, era bastato passo fermo e buon senso. «Tra l’altro» continua Stefano ridendo «Ora è tutta da vedere come farò io a scendere da qui!».

Fabrizio si mette al riparo in un terrazzino sotto una roccia. «Aspetta Ste! Qui c’è uno spit!» Dallo zaino estraggo un rinvio e la mia fidata 30 metri di statica del 10. Con un barcaiolo attacco il tutto ad un ancoraggio fisso posto appena sopra l’imbocco della grotta e lancio un capo a Stefano al di sopra della placca «Attaccati qui mentre scendi e aspetta che mi tolga che se pendoli mi butti dentro ‘sto buco!» Trattenendomi con la corda getto lo sguardo nel profondo di quell’infernale infinità: è grande abbastanza per infilarci una “smart” e nella sola parte visibile scende verticale ben oltre i trenta metri. «Sì, Sì! Spetta che mi tolgo dalle palle che qui la vedo grama!!»

Stefano, che si è ripreso egregiamente dall’intervento alla spalla di questa primavera, lavora con la punta dei ramponi e con delicatezza riscende la placca raggiungendo me ed il mio, forse un po’ spaesato, socio. Tutti e tre insieme, faccia alla montagna, scendiamo all’indietro il canale di neve cercando di abbassarci fino alla traccia della Normale che risale il canalone nord fino al Brioschi. «Fabrizio! Non mettere i piedi a papera! Pesta dentro le punte dei ramponi, tieni i piedi dritti e fai lavorare il peso. Pianta la becca della picozza ed usala appoggiata come una maniglia!! Muovi solo un appoggio alla volta quanto tutti gli altri sono sicuri! E, accidenti, vedi di non venirmi a basso!!» La neve è lucida e piacevolmente ghiacciata, la pendenza  decisamente impegnativa per un neofita ma, come spesso accade, il buon Fabrizio mi da conferma della fiducia che ripongo in lui: «Bravo Fabrizio! Ora ti tocca offrirmi la birra al Brioschi!!»

La Piancaformia è una bellissima cresta, tremendamente panoramica ed esposta: quando però non è in condizione conviene avere la saggezza e la prudenza di ripiegare sulla sottostante via normale (che, tuttavia, non va assolutamente sottovalutata!!).

Su al Brioschi i “Capanat” ci stupiscono con degli strepitosi gnocchi di zucca (Grandi come sempre!) mentre l’orizzonte è una cortina bianca di nuvole da cui spuntano, come isole, le cime delle montagne circostanti. Fabrizio, quasi un pesce fuor d’acqua, si aggira a piedi nudi per il rifugio mentre con la stufa provo a far asciugare i suoi “scandalosi” scarponi fradici e “ravano” nello zaino in cerca di un paio di calze asciutte: «Amico mio, l’inverno sta arrivando: conviene andare a trovare il Tino ed iniziare a recuperare un po’ d’equipaggiamento decente se hai intenzione di arrivare a primavera con tutte le dita!!»

Davide “Birillo” Valsecchi

L’inverno sta arrivando!

L’inverno sta arrivando!

La prima neve ha subito agitato gli animi: qualcuno ha iniziato a lucidare le piccozze da ghiaccio, qualcuno sta preparando le pelli di foca, qualcun altro controlla le ciaspole e lo snowboard. L’inverno sta arrivando, il fermento di chi lo ha a lungo aspettato si sente nell’aria e, a modo mio, anche io mi sento inquieto.

Il mio equipaggiamento invernale è però davvero demolito: scarponi, sci, tavola, arva, non è rimasto quasi nulla di buono e l’idea di comprare tutto ex novo non mi alletta davvero. Non è solo questione di soldi, si tratta di dare un giusto senso alle cose. Molto mie amici sono provetti sciatori o snowboarder:  comprendo, e forse invidio, la gioia con cui vengono ripagati dalla loro passione. Io uso gli sci da quando avevo otto anni e la tavola da quando ne avevo ventidue, non sono certo un campione ma quello che serve, quando serve, lo so fare come si deve. Ma non provo la loro stessa attrazione.

Voi forse non ci crederete (nonostante l’abbia forse ripetuto un milione di volte) ma una delle salite più belle compiute in vita mia è stata una “semplice” invernale in solitaria sulla cima del Corno Occidentale ai Corni di Canzo. Un’esperienza che non è stata né estrema né straordinaria sebbene sia stata una delle esperienze più intense di sempre.

L’inverno è meraviglioso ed al contempo terribile, un viaggio in cui vorrei immergermi e non qualcosa su cui vorrei scivolare, non qualcosa su cui vorrei scorrere galleggiando sulla superficie. No, non ho intenzione di sborsare centinaia di euro per qualche gita domenicale: voglio di più, davvero di più!

Chiacchierando con degli amici su Internet sono saltate fuori le foto che vedete qui. Risalgono al 2009, quando ero in Ladakh, sul confine tra India e Cina: essendo arrivati laggiù alla fine di Aprile avevamo incontrato gli ultimi scampoli di inverno (himalayano).

La nostra attrezzatura non era adatta a quelle condizioni ed il mio socio non aveva praticamente alcuna esperienza di montagna. Nonostante questo, sfruttando la stessa “tecnologia” in uso nella metà del secolo scorso, ce la siamo cavata lo stesso campeggiando a 4000metri tra la neve fresca. Voi non potete immaginare con quanta nostalgia ricordi la condensa ghiacciata sull’interno della tenda prima di iniziare a scavare per uscire!!

Non è questione di chiodi da ghiaccio, di pendenze o di serpentine strette: è l’inverno, il grande freddo, la frontiera bianca. Non è nemmeno la cima o la salita: è il valico, la migrazione, l’attraversamento del passo.

Tre o quattro giorni, una o due tende, due o cinque persone e tutto l’equipaggiamento necessario: dove puoi ancora trovare il grande inverno, Birillo? Senza che il grande freddo ti inghiotta qual è la via attraverso le nostre alpi che varrebbe la pena percorre in questo modo? Cerca, Birillo! Cerca!

“Se fare un trekking invernale con la tenda in Himalaya è una cosa figa, qui da noi ti prendono per pirla. Ma la differenza vera qual è?” E’ stata la mia domanda a questi miei amici. Uno di loro, il più “ruggente”, mi ha semplicemente risposto: “…è che forse un po’ pirla tu lo sei davvero…”. Già, anche questo è vero: ma non è stato sufficiente a convincermi.

Ripenso ai soldati delle due grandi guerre, chiusi nelle trincee in alta quota, stretti tra il gelo ed il nemico. Ripenso alle popolazioni del passato, alle migrazioni tra le montagne ed ai loro viaggi infiniti nell’ignoto bianco. Il fascino del “passo” in inverno è nella nostra cultura, nella nostra storia e forse anche nel nostro DNA di gente di montagna: il confine, la linea oltre cui non ci si dovrebbe spingere se non si è pronti a scoprire.

All’improvviso l’inquietudine lascia spazio ad una strana euforia e ad una grande serenità. Tutto quello che resta da fare ora è scegliere il prossimo “passo” e la squadra con cui affrontarlo: l’inverno sta arrivando, chi viene ad accoglierlo?

Davide “Birillo” Valsecchi

Ultima neve, prime scoperte…

Ultima neve, prime scoperte…

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«Non va, decisamente non va!» Avevo in mente di trascinare Fabrizio nell’ HOKAGE -Tour® ma il mio stomaco continuava a fare capricci e, come se non bastasse, il braccio sinistro mi faceva un male cane all’altezza del gomito. «Tira fuori dallo zaino l’imbrago ed il set da ferrata: oggi andiamo a spasso. Mi tocca gettare la spugna…» Fabrizio se la rideva con tatto sotto gli occhiali scuri: la vita è una ruota e sto giro toccava a me…

Decidiamo di attaccare i Corni da Valbrona: cimitero e vecchia mulattiera, poi su per il bosco verso Pianezzo. «Saliamo in cima?» «No,no. Oggi Moregallo.» Chiacchierando nel sole della tanto agognata primavera lentamente dimenticavo gli acciacchi e la giornata assumeva una piacevolezza imprevista.

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Sotto la SEV abbiamo affrontato gli ultimi scampoli d’inverno sulla neve che ancora resiste sul versante nord del piano. Sotto la Fasana ci siamo fermati al pilastro “tri ciod” per spulciare con lo sguardo le verticalità strapiombanti del lato Nord Est del Corno Centrale. Siamo in gita, scattiamo foto come giapponesi  =)

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Poi giù alle Moregge e di nuovo verso l’alto seguendo il filo della cresta rocciosa fino ai verdi prati della montagna sacra: il Valhalla del Lario, il Moregallo. Sulla cima di questa montagna, a sbalzo sull’azzurro del lago, vi è una morbida terrazza di erba verde da cui si può ammirare le Grigne e lasciare che lo sguardo corra fino alle vette più lontane e perennemente innevate.

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Avevamo impiegato tre ore per arrivare lassù: un tempo infinito, un tempo da turisti. Sconcertato da come, in fondo, non me ne fregasse nulla mi sono sdraiato sull’erba ad osservare le nuvole. Poi ho chiuso gli occhi e mi sono addormentato tra le carezze di un sole caldo.

bhudda birilloStavo benissimo: morto e risorto come sempre mi accade al Moregallo. Quando ho riaperto gli occhi il braccio non mi faceva più male e mi sentivo carico di energia: «Dai! Dai! Ci facciamo il Corno Centrale sulla via del ritorno! Dai! Dai, che andiamo un po’ a zonzo!!»

Venti minuti più tardi eravamo sul lato sud del Corno Centrale ravanando tra le rocce, i rovi e le sterpaglie a spasso sul selvaggio “altopiano per obliquo” che caratterizza quel versante  al di sopra della prima bancata di roccia. «Sono contento tu ti sia ripreso. In fondo i tagli dell’altra volta erano giusto guariti: era tempo di farne nuovi!» Il buon Fabrizio, intrappolato tra i rovi, era combattuto sullo sviluppo inatteso della giornata.

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«Secondo me di qui non passa nessuno da anni, è un posto per capre e per Birillo» Questo era quello che stavo pensando mentre avanzavo con cautela tra gli arbusti evitando di far cadere sassi sul mio socio poco più sotto. Probabilmente ero più silenzioso di quanto mi aspettassi perché, proprio in quel momento, una grossa lepre, sorpresa a poco più di un metro di distanza, ha iniziato la sua terrorizzata ed imprevista fuga.

La scena è stata buffissima: entrambi (io e la lepre) siamo stati colti alla sprovvista dalla reciproca presenza. Lei, guardandomi con gli occhi fuori dalle orbite per lo spavento, è scattata in avanti sbattendo una craniata terribile contro un gruppo di arbusti. Nonostante la zuccata continuava, immobile, a scalciare con le lunghe zampe posteriori ma, ahimè povera lei, gli arbusti la trattenevano impedendole di proseguire. Finalmente, quando ormai avevo già iniziato a ridere di gusto, è riuscita a liberarsi scappando tra le rocce ed i rovi.

Una scena terribilmente spassosa ed inaspettata !! (GG, amica lepre: per poco non ti facevi fregare!! Heheh)

Sulla cima del Corno Centrale, sulla seconda cresta che scende verso sud, c’è stato un grosso smottamento e tutto il crinale è ancora instabile da quelle parti. La discesa sul lato Ovest è invece ormai sgombra di neve mentre in alcuni canali ancora qualche piccola lingua cerca di resistere: in pochi attimi siamo stati nuovamente alla base del corno.

«Saliamo sull’occidentale o ci facciamo una corsa nella neve?» L’idea era davvero stupida: avevamo calzoni leggeri in cotone, niente ghette e la neve aveva la consistenza della granita che si scioglie. Un attimo di esitazione per vedere chi partisse prima ed eravamo a rotta di collo giù per il pendio innevato che scende verso il rifugio. Si affondava fino al ginocchio e più che una corsa era una goffa serie di salti a perdi fiato.

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A metà strada eravamo ormai fradici e gli scarponi erano colmi di neve. Sotto un albero c’era una chiazza di prato libera dalla neve: «Corri qui, butta fuori gli scarponi!! Dai Dai che ti si staccano le dita!! ahahaha». Come due stupidi ci siamo ritrovati a piedi nudi sull’erba bagnata cercando di svuotare gli scarponi e strizzare le calze. «Non male come discesa! Il prossimo inverno la proviamo con la tavola. In fondo non deve essere male fare gli asini con vista lago!»

Nel giro di qualche giorno quella massa bianca sarà scomparsa e la primavera con i suoi colori sarà ormai esplosa: era doveroso salutare l’inverno con un ultima corsa!

Rinfilati gli scarponi siamo ripartiti lanciandoci giù per la cresta dell’avvocato raggiungendo i magnifici prati della Val Cerina e quindi Candalino. Quella che doveva essere una “giornata storta” si era trasformata in un piacevole tour di otto ore, quindici chilometri, due cime ed un sacco di scoperte ancora tutte da approfondire: non male!

Benvenuta Primavera!!

Davide Valsecchi

La foto misteriosa…

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Inseguendo il TeamOver

Inseguendo il TeamOver

Credo sia arrivata la primavera: sono le sei del mattino, la luce filtra attraverso le persiane, gli uccelli fanno un fracasso incredibile ed io ho aperto gli occhi dopo aver brutalmente litigato, in sogno, con uno a cui non piacevano i miei ramponi. Sì, credo sia arrivata la primavera.

Ormai sono sveglio. Salto giù dal letto e vado a farmi un caffè. Smonto la moka, soffio nel filtro, agguanto il barattolo del macinato, infilo il cucchiaio e …vuoto. L’ultimo ad aver preparato il caffè è stato Fabrizio, ieri , quando è passato a trovarmi dopo il lavoro. Per un istante l’affetto che provo per lui vacilla e nel profondo si agitano sinistre maledizioni. Poi una visione nelle mia mente: senza un motivo, l’ultima volta che avevo fatto la spesa (ovvero quando era finito il caffè), avevo comprato due scatole ed una di esse ancora brillava intatta nel frigor. Un sorriso sereno appare sul mio viso: “Incredibile quanto basti poco per salvare un’amicizia…”

Ormai sono sveglio: inizio a preparare lo zaino e mi metto in strada. Sono in anticipo ma voglio fare una deviazione prima del rendez-vous con il TeamOver: già, oggi vado a zonzo con i “veci” della sezione!

Hanno più di 50 anni di esperienza, sono sponsorizzati dallo stato, fanno attività due volte alla settimana ed hanno “gamba” sufficiente ad azzittire un buon numero di giovinastri. Se aggiungete che sono dei ragazzacci sempre allegri potrete comprendere perché siano una delle migliori squadre a cui aggregarsi!

Loro, armati di sci e ciaspole, risalgono da Valbrona e Oneda verso i Corni. Il piano è incontrarci alla base del caminetto del Corno Centrale dei Corni di Canzo. Io intendo risalire la val Ravella, sul versante opposto al loro, e puntare verso Valmadrera superando il Fo e raggiungendo la cresta che, dal Corno Rat, sale fino al Corno Orientale. In pratica partendo a piedi da Scarenna, voglio compiere mezzo giro intorno ai Corni di Canzo continuando via via a guadagnare quota fino a Pianezzo.

Racchette da sci e nello zaino ramponi, corda, imbrago e casco: non sono molto leggero ma cerco di spingere al massimo. Giak “inarrestabile” Kominotti mi ha mandato i suoi tempi sul Cornizzolo: se non comincio ad allenarmi seriamente sarà dura rispondergli  =)

Castello di Canzo, Repossino, Prim’Alpe, Second’Alpe, Terz’Alpe e finalmente il grande faggio: appena lo supero sopra di me scattano due caprioli nel bosco. Vederli correre mi da lo slancio: mi allungo in una mezza corsa tra i rami e raggiungo il Corno Rat, curvo quasi a 180° ed inizio a salire sulla seconda parte del tracciato attrezzato del Trentesimo OSA.

Finalmente emergo al Corno Orientale sprofondando nella neve che ancora ricopre Pianezzo.  Supero la SEV e risalgo fino all’attacco del Caminetto. Dal Bosco sento le voci allegre degli “Over” che si avvicinano: sono arrivato giusto in tempo!

Tutti assieme ci ritroviamo in cima agli innevati mille trecento settanta metri del Corno Occidentale. Loro hanno quasi tutti passato i 65 e per me è gioia vera  vederli risalire ancora in gran forma: li conosco da quando avevo otto anni e gran parte di ciò di buono conosco sulle montagne me lo hanno insegnato loro. Sono davvero contento di essere quassù oggi!

Foto di gruppo ed iniziamo a scendere. «Io ho un pezzo di corda nello zaino. La buttiamo una calata? Giusto per star sicuri.» Tiro fuori dallo zaino i miei trenta metri di fidata statica e fissiamo una doppia su di uno spit ad anello. Il caminetto qua e là è ancora incrostato di ghiaccio: tutti hanno i ramponi e salire non è stato difficile ma ora, scendendo, un pezzo di corda non guasta affatto.

Renzo (anni 68!!) gira la corda intorno ai fianchi ed alle spalle scendendo in doppia “alla moda vecchia”. A metà si ferma e ride: «Accidenti, scotta già!!». Nei tempi eroici, infatti, i calzoni venivano appositamente rinforzati proprio per proteggere il corpo dall’attrito.

Al rifugio SEV gli OVER mi offrono una birra, ”Perché hai portato la corda” mi dicono. La sala da pranzo del rifugio è affollata dagli “Irriducibili del Mercoledì”. Mi fermo a scherzare ancora un po’ con loro ma il tempo per me corre, devo iniziare a scendere ed inseguire il pomeriggio.

Quando infilo la porta li lascio intenti e soddisfatti davanti a gustosi piatti fumanti: anche io, da grande, voglio fare parte del TeamOver!

Davide Valsecchi

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