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Grignetta Invernale

Grignetta Invernale

Seduto sul lato passeggeri dell’auto di Fabrizio superiamo il lago del Segrino scendendo verso Pusiano. Appena scolliniamo si apre davanti a noi l’orizzonte della pianura ed un’infuocata palla di fuoco, ancora bassa sull’orizzonte, sembra ingoiare tutti i mei pensieri. Fabrizio spinge un cd nell’autoradio: «Diamo un tocco epico alla sveglia!». I Metallica e l’Orchestra di Sinfonica di San Francisco aprono un concerto live con il più classico dei pezzi di Morricone: l’estasi dell’oro.

Sprofondo nel mio sedile abbandonandomi alle curve. Lascio che l’aria scivoli nei miei polmoni e che il diaframma li svuoti fin nel profondo. Una voce sussurra “Accendi!!” e qualcosa in me fa “click”. Socchiudo gli occhi e quando li riapro non sono più gli stessi. Nella mia mente cessano di esistere i problemi, c’è spazio solo per le soluzioni: piacevole ebbrezza del essere vivi…

Sono le otto quando raggiungiamo i Piani dei Resinelli. Il sole è già alto e caldo. L’orario è buono ma quasi al limite: abbiamo solo un paio d’ore prima che la neve inizi a diventare molle e pesante.

Un passo alla volta risaliamo lungo la cresta Cermenati.  Guardando ad occidente, oltre il lago, il gruppo dei Corni di Canzo reclama il dovuto affetto per le montagne di casa (bellissime!!). Tutto intorno le cime sono innevate ed il cielo azzurro rende splendente la neve sotto i nostri piedi mentre attraversiamo il bosco.

La cresta Sinigallia, sull’altro versante, è invasa da neve inferma e sulle creste le cornici si slanciano minacciose nel vuoto. Più sotto, il Canalone Porta sembra raccogliere tutte le piccole e grandi slavine che dai fianchi dei Maniaghi ancora si lasciano cadere.

Giunti sotto il canale che conduce alla cima osserviamo il lago e il rifugio Rosalba ai piedi della Cresta Segantini: anche il sentiero Cecilia è vergine ed invaso da una pesante coltre bianca. Sua Maestà la Grignetta sembra aver ceduto agli uomini solo la Cermenati dopo l’ultima nevicata.

Poi siamo in cima, lo sguardo si perde e per Fabrizio (ed anche per me) è una nuova ed intensa emozione.

Davide “Birillo” Valsecchi

Palanzone: go west!

Palanzone: go west!

“Vai all’Ovest, ragazzo….”. Ubbidienti ci siamo messi in viaggio. Credevo avrebbe nevicato, quasi ci speravo. Invece la grande neve è arrivata solo il giorno seguente ed il nostro cammino, non ostacolato dalla tormenta, è stato un lungo addentrarsi negli spazi vuoti ed imbiancati che ci separano dal ramo occidentale del Lario.

Fabrizio ed io abbiamo imboccato il sentiero che parte dalla salita di  San Giovanni e Paolo e che attraversa a mezza costa le scogliere del monte Pizzallo sopra Scarenna. Poi, attraverso la val del Buri e le sue suggestive cascate, abbiamo raggiunto la piana sottostante al Dosso Mattone proseguendo verso il Dosso della Fornace, la Colma Piana, la Ca’ Volta e quindi verso la cima del Palanzone.

Dalla cima del Palanzone siamo scesi, letteralmente sciando con gli scarponi, fino al Pizzo dell’Asino proseguendo poi per la Capanna Mara. Giunti alla cima del Puscio siamo stati accolti dalla bellezza di quello straordinario punto d’osservazione. In una singola foto: Legnone, Grignone, Grignetta, Coltignone, Moregallo, Corni di Canzo, Resegone, PraSanto, Monte Rai, Cornizzolo e più sotto Barzaghino, Monte Pizzallo, monte Megna e Oriolo.

Appena sotto il Puscio, mentre cercavo il sentiero tra le neve ancora vergine, è salita un’intensa nebbia che ha avvolto ogni cosa. Cercavo il sentiero che scende verso Caslino ma in quel bianco assoluto non ne trovavo l’attacco ed ogni valletta sembrava una traccia ed una trappola. Per Fabrizio la nebbia era un’esperienza nuova: “Vedi Fabrizio, la neve mi nasconde il sentiero e la nebbia mi toglie ogni punto di rifermento: tecnicamente ci siamo persi!” In realtà non lo eravamo (o per lo meno non competamente) ma era divertente fargli capire quanto la nebbia, nel giro di pochi istanti, possa diventare un problema assoluto.

Invece di addentrarmi nel bosco ho dovuto “immaginare” il sentiero nascosto dalla neve in un lungo traverso nei prati per ricongiungermi al più visibile percorso che scende verso il Sasso d’Erba, la Val Bova e l’Eremo di San Salvatore. Giunti a valle abbiamo raggiunto la stazione di Pontelambro rientrando, comodamente in treno, fino ad Asso.

Il “contagiri” segna 18 km a piedi  e 1200 metri di dislivello. Non male per un passeggiata ad Occidente.

Davide Valsecchi

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Esplorazioni tra la nebbia

Esplorazioni tra la nebbia

«Giretto sul lato occidentale del Grignone?» Questa era l’innocente proposta con cui ho convinto Fabrizio ad accompagnarmi oltre il lago. Alle otto, mezzo addormentato, varca la porta di casa mia. Io, segretamente sveglio da meno di 5 minuti, faccio il brillante preparando il caffè mentre sistemo sul fondo dello zaino corda e ramponi. Un’ora dopo siamo a Rongio, ultima frazione di Mandello del Lario sotto le bastionate della Grigna Settentrionale.

A destra lo Zucco Manavello (1120m), a sinistra lo Zucco Sileggio (1373) e davanti a noi, inghiottito dalla nebbia, sua maestà il Sasso Cavallo (1920m) domina la val Meria mentre alle sue spalle, lassù dove lo sgurado non riesce a spingersi, giganteggia la vetta del Grignone (2409m).

Il tempo è incerto, minaccia pioggia. Imbocchiamo la comoda mulattiera del sentiero n° 14 raggiungendo il “ponte di ferro”: da lì in poi si prosegue su un ripido selciato a tornanti che sale verso l’alto come una dura penitenza. Il tempo cambia ancora e quella che prima era una leggera pioggerellina ora è una rada nevicata che rafforza con intensità mentre saliamo.

Quando raggiungiamo la Grotta Ferrara (grotta dell’acqua bianca) inizia a nevicare davvero forte. Sorpresi dalla grandezza della volta d’ingresso ci infiliamo in quell’oscurità armati solo delle nostre piccole torce frontali. La grotta si sviluppa in quasi 150 metri di lunghezza, 50 di ampiezza e 30 di profondità. Ci addentriamo nella prima sala fino all’imbocco del tunnel che conduce alla seconda. Il contrasto termico con l’esterno è reso ancora più intenso dalla forte umidità e dalla nebbia che aleggia nell’antro: fa caldo, incredibilmente caldo!

Usciamo facendo attenzione al cambio, violento, di temperatura e continuiamo la nostra marcia sulla neve mentre i fiocchi dal cielo si fanno sempre più grossi e fitti. L’orizzonte è una coltre bianca e solo al cambiare del vento riusciamo a scorgere le meravigliose guglie e bastionate che ci circondano. Proseguiamo avanzando  nella neve fino al ginocchio mentre uno strato bianco sempre più spesso si accumula sulla nostra testa e sul nostro zaino.

Fabrizio ride, è contento mentre arranca avvolto da quella magia bianca. Ad intuito traccio la strada sul sentiero ormai sepolto cercando di non farmi ingannare dalla nebbia. A modo nostro entrambi ci stiamo divertendo!

Poi, superato l’ultimo crinale, appare finalmente il Rifugio Elisa. Riusciamo a scorgerlo per la prima volta solo stando a 50 metri di distanza mentre, normalmente, è visibile lungo tutto il sentiero fin dal fondo valle.

Troviamo riparo sotto una tettoia e mangiamo un panino. La Grigna sembra ormai stufa di averci sulle sue pendici ed inizia a scatenarsi: nevica “duro” e la temperatura sembra precipitare. «Fabbrì, è tempo di andarsene … e con una certa lena!». Chiudiamo gli zaini e cominciamo a scendere: fa un freddo pungente e cerco di riscaldarmi in ogni passo mentre sento il gelo farsi strada nelle gambe e nelle dita. «Fabbrì, come va? Hai freddo?» Lui mi guarda, la neve sembra prenderlo a sberle e lui ride felice aprendo e chiudendo la mano come incuriosito: «Non avevo mai sentito un dolore simile nelle mani! E’ davvero incredibile!!». Benedetto siciliano!! Sciocco io che non ricordo che sei nato al mare! «Togli il guanto e rinfilalo tenendo il pugno chiuso: non infilare le dita, usalo come una moffola e scaldati la mano aprendo e chiudendo il pugno»

Poi il corpo, riscaldato dallo sforzo, torna in temperatura ed il freddo smette di mordere. Come per incanto la Grigna sembra pentita di averci scacciato con tanta fretta: in fondo eravamo venuti qui solo per ammirarla. Senza alcun preavviso la neve cessa di cadere e lentamente, ma inesorabilmente, il cielo si schiarisce fino a mostrare l’azzurro del cielo ed i riflessi del sole sulla neve.  La tormenta è finita e davanti a noi c’è una bellezza mozzafiato.

Alla fine sono 1200 metri secchi di dislivello e 15 km di sviluppo: non male per una passeggiatina nella neve.  Ecco “il film” di questa nostra giornata al cospetto della “Regina Guerriera”: Tranquillo, domani non nevica…

Grazie Fabrizio, è sempre un piacere ed una scoperta andare a zonzo con te!

Davide Valsecchi

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San Primo: notturna con le ciaspole

San Primo: notturna con le ciaspole

La Luna è ormai completamente piena e sul piazzale della funivia del San Primo si preparano già una ventina di escursionisti. La serata è speciale ed è la prima delle uscite invernali in notturna organizzate del Cai Asso. Ci sono alpinisti, semplici appassionati e persino bambini oltre ad un cane. C’è chi hai ai piedi gli sci da alpinismo, chi le ciaspole e chi semplicemente ghette e ramponi.

Alle sette l’allegra compagnia, dopo le raccomandazioni di rito, si mette in marcia tra la neve ed i riflessi di luna. Le pile frontali quasi non servono, una luce irreale a magica avvolge ogni cosa guidando i nostri passi.

La nostra destinazione è la vetta del San Primo, 1.686 metri. Nel cuore del Lario siamo circondati dal “buio” del lago e dai riflessi delle montgne imbiancate rischiarate dalla Luna. Ad Est brilla, sulla cima del Grignone, la luce del Rifugio Brioschi.

Al riparo dal vento il freddo si fa meno pungente e, dopo poco meno di due ore, guadagnamo la vetta. Lo spettacolo dell’alto lago si apre davanti a noi mentre ci stringiamo tutti insieme attorno alla croce per un’autoscatto di gruppo.

In discesa gli sciatori si slanciano in avanti sfrecciando sulla neve fresca. Quando a piedi raggiungiamo il rifugo a metà delle piste del San Primo hanno già la birra in mano e ci aspettano per ordinare pizzoccheri caldi.

Non male come Sabato Sera.

Davide Valsecchi

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Per la Dott.ressa Simona del Centro SanFedele: il bendaggio adesivo è stato una bomba, il piede ha retto senza problemi questa prima prova!

Rifugio San Fermo: Esplorazioni Camune

Rifugio San Fermo: Esplorazioni Camune

Il primo giorno del nuovo anno la sveglia suona alle sette e mezza. Esco dal letto, appoggio i piedi sul pavimento gelato, guardo fuori dalla finestra: il cielo è di quel colore lattiginoso che non ispira. Giro i tacchi e torno al caldo tra le lenzuola: «Non male come inizio!» penso sarcasticamente tra e me prima di riaddormentarmi.

Alle undici e mezza riapro gli occhi e ripeto pazientemente tutta la procedura. Ora il cielo si è fatto azzurro ed un pallido sole brilla sulle montagne della Val Camonica: «Tempo di darsi una mossa!!»

Dieci minuti dopo sono in un baretto in piazza a Borno, un paese nell’Altopiano del Sole nella media Valcamonica. Due brioches al cioccolato, un caffè e sono pronto: «Andiamo a dare un occhiata a queste montagne!»

Il programma per la fine dell’anno non prevedeva nessuna escursione e, per evitare la tentazione, avevo appositamente lasciato a casa piccozza, ramponi e tutto il resto. Purtroppo facendo compere in paese avevo scorto una croce in cima ad un bel panettone innevato oltre il bosco a ridosso della Cima Moren (2418m) e delle Corna di San Fermo (2250m): «Posso andare?! Posso andare?! Posso andare lassù?!»

Così, all’una di pomeriggio del primo giorno dell’anno, mi ritrovo in una tardiva solitaria tra i sentieri ghiacciati della val Camonica: la mia destinazione è il Rifugio San Fermo, un piccolo rifugio a 1876 metri di quota aperto solo in estate e gestito dal Cai di Borno.

La strada sterrata, che attraversando il bosco conduce al rifugio, è ora completamente ghiacciata e le poche tracce congelate nella neve sembrano risalire a qualche giorno prima. Lungo la salita infatti non incontro altra anima viva mentre i rumori della valle e gli strascichi del veglione si fanno sempre più lontani.

Spingo sulle gambe e cerco di affrettarmi più che posso. Verso le quattro del pomeriggio il sole si nasconde infatti dietro il monte Altissimo, sull’altro lato della valle, e quindi non ho molto tempo per uscire dal fitto del bosco prima che cali il buio.

Alle tre raggiungo la croce che avevo visto dal paese ed alle sue spalle, invisibile dal fondo valle di Borno, trovo il rifugio San Fermo.

Il rifugio non è molto grande, in estate offre una ventina di posti letto. Lungo un lato vi è una piccola veranda che d’inverno, insieme al camino esterno, offre riparo dal freddo e dal vento. Una targa ricorda come il rifugio sia stato dedicato nel 1968 dai “Montanari dell’altopiano di Borno” al dottor Mario Marini, medico missionario in Uganda.

Il cielo si sta rabbuiando ed una grossa perturbazione avanza minacciosa da Ovest creando una cornice suggestiva alla splendida montagna che mi appare oltre il crinale: la Presolana, 2.521 metri e regina delle  Prealpi Bergamasche.

L’idea di scendere nuovamente lungo la strada ghiacciata non mi affascina e, sebbene il mio tempo utile stia scadendo rincorrendo il tramonto, decido di avventurarmi lungo il sentiero alto che conduce attraverso la valle verso il Rifugio Laeng. La prima parte del sentiero è invasa dalla neve e dalle slavine che sono scese dai canali mentre la seconda parte attraversa prati esposti al sole e più puliti.

All’orizzonte le montagne oltre la valle brillano illuminate dagli ultimi raggi di sole.

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Quando raggiungo il crinale successivo si apre davanti a me una valle completamente in ombra ed invasa dalla neve. Il sentiero si perde in quel manto bianco e  l’aspetto gelido di quegli spazi mi spinge a cercare una via alternativa attraverso i prati ed il bosco fino  alla malga sottostante.

Come sempre voglio essere chiaro: “scendere a cazzo” lungo il crinale di una montagna sconosciuta non è mai una scelta facile (o saggia): c’è sempre il rischio di imbattersi in ostacoli inaspettati e di finire in pericolosi “cul de sac”. In vita mia mi è capito ben tre volte ed è una lezione che si impara a tenere a mente!

Anche in questo caso, sebbene sembrasse tutto prato e boschi,  mi sono trovato di fronte un paio di “cliff” di una ventina di metri da aggirare con prudenza. Il pericolo in questi casi, soprattutto con la neve ed il ghiaccio, è di non accorgersi in tempo e di scivolare oltre la scarpata con tragici risultati: attenzione, mi raccomando!

Nonostante qualche impiccio in mezzo agli alberi raggiungo la malga Moren e la mulattiera che dalla valle conduce fin lì. Su questo versante la strada è meno ghiacciata ma nonostante ciò la mia discesa si arricchisce di un paio di numeri da circo in equilibrio sul ghiaccio piuttosto notevoli!

Supero il laghetto di Lova completamente ghiacciato e piano piano mi riporto nella cerchia cittadina di Borno dove mi attende una cioccolata calda in buona compagnia.

Quassù non è affatto male: la Cima Moren ed il Pizzo Camino sembrano salite interessanti e, abusando dell’ospitalità che mi ha portato tra queste valli, possono diventare appetibili obiettivi primaverili. Staremo a vedere, come inizio d’anno non è affatto male.

Ciao dalla Val Camonica!

Davide Valsecchi

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Neve sulla Venticinquennale

Neve sulla Venticinquennale

Con la neve di ieri la tentazione di “uscire” era forte, anche  nonostante il tempo stesse ripiegando verso la pioggia: “Domani è bello, ma sarà troppo tardi!”. Così stamattina alle otto e mezza mi sono messo in strada e mi sono avviato, rigorosamente a piedi, verso Gajum ed i Corni.

Superato il Primalpe il bosco era immacolato e le uniche orme nella neve oltre alle mie erano di un capriolo che aveva tagliato attraverso un sentiero.

Il mio piano era salire alla cima del Corno Occidentale sfruttando la ferrata del Venticinquennale invasa dalle neve. Da subito, però, si è capito che le condizioni non erano ottimali: era bagnata, pensante e si spostava in blocchi insidiosi ammassandosi nelle cenge: una mezza rogna!

Superata la placca inziale mi sono fermato a  tirare fiato e, da oltre il pianone del crocefisso, è spuntato un socio inaspettato: era  Luca, un socio ed amico della mia sezione CAI. Anche lui, salito da Oneda, voleva attaccare la ferrata. Nel cuore della notte aveva provato ad avvisarmi mandandomi un SMS, io me l’ero completamente perso ma la fortuna ci aveva comunque riunito.

Luca è un ottimo alpinista e così l’ho ben volentieri aspettato proseguendo poi insieme: chiacchieravamo allegri “ravanando” in quella neve infida. Scendeva la nebbia mentre noi, sempre più fradici, proseguivamo passaggio dopo passaggio. Io, lo confesso, ho fatto la salita totalmente in artificiale sfruttando la lounge di sosta per proteggere ogni passaggio: oggi ero davvero scarso!! 🙂

Alla fine della ferrata la salita è entrata nel vivo: tra i sassi della cresta battevamo la nostra strada tra la neve e le difficoltà. Il punto critico della cresta è il passaggio sopra la grotta che passa fuori per fuori la montagna e che è spesso è visibile anche dalla valle. E’ un punto molto esposto ed era coperto di neve instabile davvero poco rassicurante. Per evitare guai ci siamo inventati una variante scendendo fino alla grotta e risalendo sulla spalla opposta.

Superato l’ultimo ostacolo impegnativo ci attendeva solo la croce ed un’immacolata e “vergine” cima.  Eravamo avvolti dalla nebbia ma nonostante questo i Corni di Canzo avevano saputo dare grande soddisfazione ed emozione. Nelle condizioni giuste la “nostra” montagna sà essere tutt’altro che banale o scontata, pretendendo inveceimpegno e capacità. In giornate come queste si capisce perché la storia dell’alpinismo delle nostre valli è passato anche attraverso questi tre “cucuzzoli rocciosi”.

Se salire richiede impegno discendere per il caminetto invaso di neve è un’altra piccola ed intensa sfida. Noi siamo scesi senza attrezzare niente ma è un passaggio impegnativo, chi non lo conosce e volesse farlo con la neve farebbe bene ad avere una buona corda con sé: ci sono buoni ancoraggi per una calata se ce ne fosse bisogno ( Io avevo cmq i miei fidi 30 metri nello ziano!!)

Giunti a Pianezzo ci siamo concessi una birra al rifugio della SEV: è stata un gradita fortuna trovarmi lassù con Luca. Grazi per la salita insieme!

Ci tengo a dire che il nostro pensiero era spesso rivolto a Stefano, buon amico e buon alpinista della nostra sezione che, sfortunatamente, si è lussato una spalla qualche giorno fa durante gli allenamenti: “Hey pirletta! Abbiamo provato a scrivere il tuo nome sulla neve con la pipì ma non ci siamo riusciti! Prenditi il tempo che ti serve per guarire:  il tuo socio ed io aspetteremo con pazienza, affetto e stima! Un Abbraccio: nel 2013 faremo grandi cose!!”

Davide Valsecchi

NB: la neve oggi faceva schifo, domai è previsto sole e sarà ancora peggio. Occhio che si muove!  Le foto sono venute tutte “bagnate” perché sia io che la macchina eravamo fradici!!

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Invernale al Grignone

Invernale al Grignone

Fabrizio ha comprato i suoi primissimi scarponi a Settembre e, prima di allora, non aveva quasi mai messo piede in montagna. D’altro canto io avevo promesso di portarlo in cima al Grignone e poco importava che all’epoca della promessa non ci fosse un filo di neve.

Così  Sabato mattina, il primo di Dicembre, eravamo alla chiesetta di Balisio, ai piedi delle due Grigne maestosamente imbiancate. Le previsioni avevano promesso sole ma al contrario eravamo avvolti da una fitta nebbia e da un tempo incerto.

Per “vestire” Fabrizio avevo dovuto dare fondo agli armadi e frugare nel magazzino della nostra sezione Cai in cerca di ramponi, ghette e piccozza. Il suo equipaggiamento aveva quindi un che di vintage anni ’60 e sembravamo entrambi sponsorizzati per lo più dalla Caritas. Per sicurezza nello zaino avevo un intero campionario di calzettoni di ricambio e vestiti asciutti sufficienti per un lungo trekking. Oltre a questo imbraghi, corda e quant’altro potesse servire se l’impresa si fosse dimostrata troppo ardua per la sua limitata esperienza.

Se il nostro aspetto ricordava più quello degli “scappati di casa” che degli alpinisti invernali, il nostro morale era alto e ben determinato a superare i 1670 metri di salita che ci dividevano dalla cima e dal Rifugio Brioschi.

La visibilità era scarsa ed avvolti dalla nebbia avanzavamo addentrandoci in un ignoto bianco proseguendo passo dopo passo lungo la traccia, seguendo le paline. In quella solitudine bianca avevo però la possibilità di spiegare a Fabrizio come muoversi sulla neve e come affrontare la salita senza che la meta sovrastasse opprimente ogni suo passo.

Giunti al bivacco dei Comolli abbiamo tirato fiato prima di affrontare il muro. Per sicurezza abbiamo indossato gli imbraghi e preparato i ramponi. Un pezzo di cioccolato e poi via, dritti in salita puntando alla cresta: la neve era abbastanza soffice e sufficientemente compatta da sostenere il peso dei nostri passi sebbene, via via salendo, si facesse più dura e ripida.

Giunti sulla cresta il vento ha cominciato a soffiare freddo gelando i vestiti ed imperlando di bianco la nostra barba. La neve si era fatta ghiacciata e dovendo affrontare la lunga cresta che porta alla cima abbiamo indossato i ramponi. Mentre controllavo il suo equipaggiamento spiegavo a Fabrizio come il vento avesse modellato le pericolose cornici di neve che si slanciavano nel vuoto oltre la cresta. Tutto per lui lassù era nuovo e sconosciuto, ripido e gelato. Io dovevo dare lui la sicurezza e le conoscenze necessarie ad attraversare quell’ignoto in sicurezza: credo che per lui quello sia stato uno dei momenti più emozionanti.

Lasciavo che camminasse davanti a me controllando ogni suo gesto ed indicandogli come superare i tratti ghiacciati e le roccette affioranti: il nostro mondo era un oceano bianco ampio solo qualche metro. Poi dalla nebbia è emersa una grande croce incrostata di ghiaccio e neve: “Fermati Fabrizio, sei sulla cima del Grignone. Ce l’hai fatta!”

Le montagne sono posti magici. Lassù, una volta raggiunta la croce, il vento è cambiato e lentamente la nebbia si è diradata lasciando che Fabrizio fosse improvvisamente “sorpreso” dalla grandezza che lo circondava.

Il rifugio Brioschi, posto appena sotto la cima, era avvolto dal ghiaccio e dalla neve: ogni cosa si opponesse al vento era stata ornata e cristallizzata di bianco. Al suo interno ci aspettavano Alex ed Emiliano, i due mitici “Capanat” che presidiano il “rifugio più amato dagli italiani”.

Un piatto di polenta calda davanti alla stufetta lasciando che il tepore si faccesse strada tra i vestiti umidi. Sulla cima del Grignone, tra storiche mura avvolte dalla neve, lontanti da tutto, sono le piccole cose quelle che si apprezzano di più. Nel rifugio, oltre ai due indomiti gestori, eravamo in cinque ad aspettare che calasse il sole e, alla fine, il tramonto infuocato che avevo promesso a Fabrizio è arrivato.

Dopo il tramonto, con il calare del buio, il cielo si è nuovamente coperto ed ha iniziato a nevicare. Noi, chiusi dentro il rifugio, abbiamo mangiato tutti insieme trascorrendo una bellissima ed allegra serata prima di infilarci tra le coperte delle brande. Fuori la temperatura era calata fino a meno otto mentre dentro godevamo del tepore di onesti dodici grandi.

Il premio, il grande regalo per le fatiche di Fabrizio, attendeva il sorgere del nuovo sole. Domenica infatti il cielo era azzuro e sgombro a perdita d’occhio. Finalmente davanti a noi si mostrava in tutta la sua bellezza il panorama del Grignone!

Mentre discendavamo dalla montagna completamente illuminata dal sole una folta schiera di alpinisti saliva verso la vetta. Guardandoli allineati lungo il “muro” ero contento che la nebbia del giorno prima ci avesse regalato una salita densa di silenzi e spazi vuoti da gustare con emozione e riserbo.

Giunti nuovamente ai Comolli abbiamo avuto un’altro regalo: gli amici. Danile con la sua compagnia e poi Eugenio, Andrea, Michela: ai piedi della montagna era tutt’un abbracciarsi e salutarsi! Uno dei più intrepidi mi ha guardato e tentandomi: «Dai forza Birillo! Torniamo sù tutti insieme!». 1500 + 1500 + 1500 + 1500: forse sarebbe stato davvero troppo per il nostro eroico Fabrizio!

I miei complimenti vanno quindi al mio Socio ed i miei ringraziamenti a Alex ed Emiliano: siamo stati davvero bene lassù nel vostro rifugio coperto di ghiaccio! Alla prossima!

Davide “Birillo” Valsecchi

Tracciato Gps salita:
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Saluti dal Brioschi

Saluti dal Brioschi

Siamo arrivati, io ed il buon Fabrizio, alla cima del Grignone completamente innevata. Chiusi al caldo del rifugio Brioschi, avvolto dal ghiaccio, ammiriamo il tramonto sulle valli. Per Fabrizio questa é la primissima esperienza sulla neve in alta quota: bravo socio!

Aggiornamento 02-12-12: la squadra é rientrata felicemente alla base. A presto le foto!

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