Category: XPlore

«A detta degli apritori la via volle essere un invito a raggiungere, per tutti i frequentatori della valle, un felice equilibrio con la natura, libero da qualsiasi desiderio eroico, competitivo e di conquista».

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Moregallo FallOut

Moregallo FallOut

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Ci sono zone del Moregallo che sono selvagge, spesso quasi inesplorate ed irraggiungibili. Alcuni di questi luoghi rimarranno tali per sempre. Ci sono poi altre zone dove l’uomo credeva di aver posto il proprio dominio, la propria legge, ma che oggi, nell’incuria e nell’abbandono, stanno tornando selvagge, inesplorate, e spesso irraggiungibili. Il Moregallo è una montagna fatta di contraddizioni e contrasti, una montagna dove l’uomo ci è “andato pesante” senza però riuscire piegare la profonda anima ribelle del gigante inquieto. Cave, gallerie, teleferiche, esplosioni, ruspe e perforatori: il Moregallo non si è mai piegato ed ora è pronto a riprendersi ciò che gli appartiene.

Io e Keko cerchiamo parcheggio tra i bagnanti che si accalcano sulle spiagge accanto al Nautilus. I guard-rail della curva mostrano i segni di chi, uscendo a tutta velocità dalla galleria, si è ritrovato a spintoni sulle vestigia della vecchia strada strada tra Lecco e Bellagio, la Lariana. Con disappunto guardo le macchine sfrecciare accanto ai bambini che con il salvagente, in fila indiana tra le lamiere e l’asfalto, accompagnano i nonni al lago. «Keko, occhio alle auto. Vediamo di non farci scopar sotto da sti coglioni a manetta…»

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Lasciamo le auto, affianchiamo la galleria puntando al cancello. «Se è chiuso tocca scavalcare senza farci baccare» Ma il cancello è solo accostato: sgusciamo dentro, addentrandoci nella “zona morta”. Camminiamo lungo il dorso della galleria che, come un gigantesco verme, si infila nella montagna. Mio fratello non era mai stato da quelle parti e così lo accompagno fino alla vecchia galleria. Ci infiliamo attraverso le sbarre e curiosiamo all’interno, fino alla falesia degli AsenPark, fino alla finestra del DryTooling.

Poi torniamo ad uscire, il nostro obbiettivo è il sentiero che rimonta la grande scala in cemento e si inerpica su per i prati e le rocce fin sopra la galleria. Settimane fa mi ero avventurato da solo lungo il “sentiero della finestra”, il passaggio che costeggia le pareti e rimonta la scogliera sopra i finestroni a sbalzo sul lago (Gavatoio: settore NoSpitZone). Ero risalito fino ad una vecchia casa abbandonata e da lì avevo piegato verso i prati raggiungendo il sentiero del 50° Osa. Oggi volevo trovare linee ed uscite diverse.

Il sentiero si innalza ripido, curve e tornanti aggirano rocce e reti paramassi. Il fondo è per lo più lastricato da gradini in sasso appartenenti ad un tempo ormai perduto e oggi resi scivolosi dalle piogge del giorno precedente. Roccia baganta e vuoto sono sempre una pessima accoppiata, ma Keko sembra non preoccuparse e vien dietro bene.

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Chi ha aperto il sentiero sapeva il fatto suo e deve essere stata un’ impresa tutt’altro che banale risolvere quei passaggi obbligati. La traccia scorre abilmente alla base di piccole ma verticali pareti concrezionate, ingannando con maestria quel labirinto verticale di roccia e prati. Inaspettatamente ci troviamo davanti un ponte, un ponte in cemento che attraversa uno dei numerosi “colatoi” che dall’alto calano sul sentiero. Potrei aggirarlo più sotto, il passaggio per quanto scomodo sarebbe sicuro. Però un ponte è un ponte. «Osti… aspetta che vedo se tiene» Cammino leggero cercando di ignorare che, se crolla, rotolerò a valle fin dentro il lago accompagnato da simpatici blocchi di cemento. «Okay, tiene! Però non camminare in centro: per scrupolo stai sopra la putrella che lo sostiene» Keko, quasi annoiato dalle mie precauzioni, passa con noncuranza.

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Più avanti incontriamo una valletta. Mi abbasso nella gola fino raggiungere la testa di una cascata asciutta che precipita nel vuoto. Poi, lasciando il sentiero, iniziamo a risalirla. A Kekko piace esplorare in questo modo, credo che la montagna e l’alpinismo lo annoino così come annoiavano me alla sua età. Però esplorare l’ignoto è avventura, niente a che vedere con quell’immagine tronfia e vetusta della ripetizione pseudo-eroica con il gagliardetto del CAI in mano. Già, forse se qualcuno raccontasse ai giovani, con onestà ed umiltà, che “l’alpinismo vero è esplorazione ed avventura” avremmo una nuova generazione di alpinisti straordinari.

«Aspettami qui che è pericoloso» Un colatoio/camino si annalza lungo la parete, la roccia è terribilmente bagnata e resa liscia dallo scorrere della pioggia. Cerco appigli ed appoggi sicuri con i miei scarponi pensanti, ma la sensazione è piuttosto precaria. Appoggio la mia maglietta bianca sul limo verde della parete e mi alzo in opposizione spingendo gambe e braccia sulla schiena. Sto conciandomi da sbatter via, senzo inzaccherarsi i vestiti, ma per il momento resto su, saldo nell’incerto. Mentre salgo racconto a kekko quello che vedo. «Qui il colatoio forma una nicchia e poi riparte con una successiva cascata verticale. E’ un bel posto ma è difficile, soprattutto scendere: è tutto viscido. Aspetta che faccio una foto così lo vedi!». Con una mano estraggo la macchina distendendo il cordino che la assicura alla mia celebre e terrificante borsetta a tracolla. «Già, hai perfettamente ragione!» La faccia di Kekko appare oltre la mia spalla mentre sghignazzando mi tallona da presso. Metto via la macchina fotografica e lo insulto allegramente. Ci scambiamo di posto e, dopo che anche lui ha dato un occhiata, iniziamo a scendere. «Guarda che se scivoli mentre sei in appoggio vai giù in un botto: non hai il tempo di reagire!» Ma forse questi sono discorsi di un quarantenne di ottanta chili, un ventenne di sessanta vede il mondo in modo diverso: «Tranquillo! È pieno di appigli» mi risponde mentre con le sue mani da musicista agguanta microprese viscide.

Riprendiamo il sentiero e raggiungiamo la sommità della scogliera e, da lì attraverso il bosco, la vecchia casa affiancata dal grande masso erratico. «Questo è davvero un bel posto. C’è persino una sorgente d’acqua: dovremmo venire qui a provare questo sasso prima o poi». Gironzoliamo un po’ per il bosco puntando verso la Val di Inferno. Ormai si è fatto tardi, per evitare il caldo siamo usciti a pomeriggio inoltrato ma è tempo di trovare una strada verso casa. Devo fare in fretta ma non sbagliare, non prendere rischi con Kekko ed il buio che si avvicina.

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Esploro il bosco: un’altopiano è circondato da pareti strapiombanti. A Est e a Sud ci sono le scogliere che sovrastano la galleria ma a Nord mi trovo di fronte le grandi pareti che precipitano nella valle. Conosco quelle muraglie dal basso, le ho osservate facendo kanyoning tra le cascate. Non abbiamo tempo per scoprire se i camminamenti degli animali ci possono insegnare qualche nuovo trucco. Tenendomi ad una pianta mi sporgo a dare un’occhiata all’abisso ed alle piante che ci salutano dal basso. «No, di qui decisamente non si passa».

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Dovrei tornare sui miei passi, tornare alla casa, tornare al sentiero. In cuor mio so benissimo, anche per esperienza, che scendere tra i pendii di un bosco circondato da salti rocciosi è una scelta tra le più rischiose, ma la curiosità ha la meglio. «Voglio essere chiaro: proviamo a scendere di qui, ma se non trovo un passaggio che sia accettabile devi essere pronto a rifare tutta la salita senza protestare. Ci sono troppi salti di roccia violenti per pensare di insistere nell’incerto.» Mio fratello accetta il patto ed inizio ad inseguire linee tra le foglie.

A mente cerco di aggiornare la mia mappa, la proiezione del mondo nella mia testa: cerco di intuire lo scorrere delle gole, il movimento dei pendii, il passaggio degli animali. Ma i miei ricordi sono pieni anche di muri bianchi e concrezionati, del ponte, dei passaggi aerei sul lago. Ed ora siamo tra roccie scure ed umide, tra colate di terra e fogliame ammassato. Devo fare attenzione, devo scegliere bene. «Aspetta qui, vado a dare un’occhiata da quella parte. Non ti muovere». Mio fratello senza protestare si siede e si accende una sigaretta. Io, con un bastone in mano, faccio l’indiano nelle terre selvagge. Strano equilibrio il nostro: è al sicuro da fermo, ma sei io precipito non ha l’esperienza per uscirne da solo, specie dopo un’evento simile. Saremmo entrambi perduti, dispersi ad un chilometro o due dalla macchina. Devo fare attenzione, devo scegliere bene.

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Ci vogliono un paio di sigarette perchè trovi la strada giusta, perchè acchiappi la magia. «Trovato!» gli urlo «Aspettami che vengo a prenderti!!» Kekko mi aspetta distratto su un sasso. Affascinante la serenità ed il coraggio incosciente con cui gli occhi della gioventù osservano il mondo: “Gli eroi son tutti giovani e belli” recitava la canzone.

Per riportarlo in una parvenza di civiltà dobbiamo ridiscendere un pendio, attraversare un canale ai piedi di una cascate, rimontare tra le piante fino ad un prato di erba alta che traversa sopra delle roccette. Poi, finalmente, ci si riaggancia al sentiero poco prima che affronti le pareti del ponte di cemento. «Ecco, lo sapevo che mi portavi ancora per prati!» e continua «Queste son cose che farebbe il Paolo!» Nostro padre, il Paolo, è il modello ideale di tutti i nostri difetti e di tutti i nostri inconfessabili pregi. “Come è il tronco, così sono i truccioli” dicono…

Ci sediamo a tirar un fiato d’acqua. Sono sudato fradicio, coperto di terra e foglie. Ma la gioventù non ha comprensione per l’età, o per la fatica. «Sai che mi son proprio divertito in questo giretto: son posti fuori dal mondo!» Mio fratello osserva il lago e nelle onde i riflessi del sole che scende lontano alle nostre spalle. Scendiamo lungo il sentiero, attraverso le reti paramassi, oltre la scala di cemento ed il vecchio asfalto ormai pieno di pietre cadute e cartelli divelti. Un paio di murales, il cancello e siamo di nuovo fuori dalla “zona morta”, forse mai così viva.

“Non far caso a me. Io vengo da un altro pianeta. Io ancora vedo orizzonti dove tu disegni confini”. Recita un adesivo appicciato ad un vecchio cartello di “Divieto di Caccia”.

Davide “Birillo” Valsecchi

Back Where I Belong

Back Where I Belong

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“I got nowhere to go… and I go! I’m a hyena fighting for lion share, sometimes the lions share ain’t there” Mio fratello aveva dormito sul mio tappeto in salotto, si era addormentato dopo aver guardato tutta la notte un documentario in bianco e nero su un musicista Jazz. Nella luce del mattino, mentre le punte del Resegone brillavano oltre la terrazza, abbiamo riempito le tazze di caffè, infilato gli scarponi e siamo filati giù in strada. Girate le chiavi della panda hanno attaccato ad urlare le case: il basso di Mat Freeman e la voce incalzante di Tim Armstrong, in un crescendo di colpi e schivate, sono il sottofondo da battaglia per i cercatori di libertà.

Al Moregallo le strade sono invase, colme ed affollate da un tripudio di bieca umanità: meschini soldatini marciano spavaldi in infradito conquistando la spiaggia in un D-Day al contrario. Ti squadrano, con lo sguardo supponente ed appagato di un servo che ha ben compiaciuto il proprio padrone, mentre occupano spavaldi la carreggiata con il materassino sotto braccio: “Strafottuto CiucciaNebbia… ti togli dai coglioni e dal mezzo della strada!!”

Ogni stramaledetta domenica… Ma questo poco importa. Parcheggiamo e due passi oltre la strada siamo in un altro mondo, in un oceano verticale di silenzi e grandezza, in una vastità vuota e selvaggia. Il sole batte violento sui prati brillanti del versante est. Le braccia si coprono di sudore ed il caldo diventa un peso tangibile: ogni dieci minuti ci dobbiamo fermare cercando di controllare l’ipertermia ed il colpo di calore. “Sembra di stare in Africa: quando ero sul Tanganika feceva lo stesso caldo. Una gran botta!” Caldo asfissiante, erba alta, spesso oltre i fianchi, ragni e serpenti: in effetti è un’ po’ come essere di nuovo nella giungla.

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Dal lago alla palina della Braga del Moregallo, lungo il sentiero del 50° OSA, sono 1000 metri secchi di dislivello per due chilometri di sviluppo: una vera e propria mazzata sotto il sole di Luglio. “Keko, aspettami qui all’ombra. Io seguo quelle piante attraverso il prato e provo ad avvicinarmi al ciglio per guardar giù”. La nostra salita è stata interrotta da mille deviazioni in cui, sbirciando oltre allo strapiombo, cercavo di catturare qualche nuovo punto di vista e qualche nuova informazione. Ora, a monte della grande parete Nord, era il momento di scoprirne qualche segreto.

“Cazzeggiare” sui prati del Moregallo signifca addentrarsi in un’esperienza sublime e terribile: il sole brilla vivo ed intenso sul verde mentre ogni ombra racchiude un piccolo abisso che precipita verso il lago. Un fascino selvaggio ed estetico che forse solo i grandi ghiacciai sanno eguagliare nella loro splendente incertezza. Con cautela avanzo nell’erba alta cercando di orientarmi, cercando di avvicinarmi …ma non troppo. Raggiungo un crinale, ne interpreto le linee: “Keko, aspettami senza muoverti! Va che sono qui tranquillo, non ti preoccupare!”. In realtà da quel punto in avanti non potrà più nè sentirmi nè vedermi ed io, alla faccia del tranquillo, sto strisciando sulle chiappe appeso a degli arbusti su una frana terrosa. Tuttavia il gioco vale la candela e raggiungo una “prua” a sbalzo sul vuoto sopra il grande canalone segreto.

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Oltre lo zoccolo della parete Est, oltre l’Angolo degli Specchi, si trova la Cengia della Solitudine. Nomi inventati per luoghi ancora tutti da scoprire. Dalla cengia della solitudine si innalza la Rampa, una ripida spalla erbosa che ad arco insegue l’uscita della Parete Est. Un’ incognita capace di farmi tremare i polsi e per cui ho comprato un paio di picozze da ghiaccio. Tuttavia, a furia di osservare quell’infinita muraglia, avevo intravisto anche un’alternativa.

Alle spalle della Parete Nord c’è una seconda parete, ancora inviolata, che termina in in un boschetto di betulle. Ai piedi di quella parete, quattrocento metri sopra lo zoccolo, si intravvede un canale che irrompe nella Cegia della Solitudine scaricando acqua e pietrisco (che poi cola verso destra lungo lo zoccolo). Ora, in piedi su quella prua rocciosa, potevo osservare dall’alto tanto il canale quanto la parete inviolata e senza nome. “Wow, se non ci sono rogne all’ingresso da qui si può uscire!”. Quel canale, salvo impreviste sorprese, può essere una valida via di fuga per lasciare la Cengia della Solitude se la rampa dovesse essere infattibile.

Ero pericolosamente nel cuore delle mie fantasie ma mio fratello mi aspettava lungo il sentiero. Keko è un musicista, forse il primo Valsecchi dichiaratamente artista, ma nonostante le apparenze ha il sangue freddo della mia famiglia. Probabilmente è seduto all’ombra a fumare, senza troppo preoccuparsi (in fondo io so il fatto mio), ma se mi attardo troppo potrebbe decidere di venire a vedere dove sono finito, potrebbe avvicinarsi troppo. Mi devo muovere, ed in fretta. Rimonto la cresta con il doppio della velocità con cui l’ho discesa (il vuoto alle spalle è ripido la metà di quello faccia a valle…) e torno dal mio fraterno compagno d’avventura mostrandogli le foto catturate.

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Rimontiamo ancora fino al roccolo. Poi, abbandonando il sentiero, ci addentriamo nel bosco. Tra le piante cadute trovo una vecchia traccia ed iniziamo a segurlo: “Vediamo dove va, non sarebbe male trovare finalmente un traverso a mezza costa che ci porti verso Preguda”. Mi fratello, che probabilmente non è mai stato a Preguda e a cui la cosa interessa poco più che niente, mi segue ormai rassegnato al caldo, alla fatica ed alla follia del fratello. Lungo la nuova via troviamo una vecchia casotta ed una vecchia sorgente: purtroppo l’acqua riemerge e ristagna inutilizzabile tra le foglie. La vecchia traccia, come forse era prevedibile, muore davanti alla fonte abbandonata. (…conviene tornare per sistemarla se voglio “operare” nella zona)

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Risalgo un crinale uscendo dal bosco e mi ritrovo al cospetto del Corno di Braga e dei prati alti. In passato ho affrontato il lungo traverso che da sotto il Corno porta alla Grotta dei Tassi, tuttavia il caldo torrido ha messo a dura prova Keko, abbiamo finito i due litri d’acqua che avevamo con noi, e non me la sento di fargli affrontare passaggi pericolosi ora che è stanco. Punto verso l’alto e traverso poi nuovamente verso il bosco sfruttando ogni isola d’ombra come punto di ristoro. Spremo le ultime energie di Keko e lo trascino fino in cima al Moregallo. Questa è la sua prima volta in vetta alla “Montagna Sacra”. La sua prima volta è stata attraverso 1200 metri di dislivello, quattro chilometri di sviluppo ed un caldo torrido! “Corno Occidentale, Centrale, Orientale. Poi laggiù in fondo c’è il Monte Rosa ed il Cervino”

Scendiamo lungo la cresta fino alle Moregge e ci fiondiamo a fuoco verso Sambrosera e la sua promessa d’acqua gelida. Giunti a casa, al campo base, ci concediamo una doccia ed un’immenso piatto di pasta fredda preparata da Bruna. Un paio di birre e ci abbandoniamo sui cuscini dei divani e sul materasso steso in salotto. Mentre siamo tutti insieme sdraiati racconto a Bruna il nostro viaggio ma, mentre parlo, lei mi da un colpetto ammiccando: il mio buon fratello, indossando ancora il mio imbarazzante accappatoio tigrato viola, è già perso nel mondo dei sogni! Buon Riposo Keko, bentornato dalla giungla!

Davide “Birillo” Valsecchi

Gli artigli del Tasso: Atto I°

Gli artigli del Tasso: Atto I°

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«Se sembra stupido, ma funziona …allora non è stupido» Avevo detto a Bruna che uscivo a fare una passeggiata al Moregallo, tuttavia non era credibile che uno andasse a fare due passi portandosi una mezza corda da cinquanta metri e due picche tecniche da ghiaccio, specie in riva al lago nel mese di luglio. Grasklettern”, scalare sull’erba, ecco la parola tedesca che in Baviera viene usata per l’arrampicata sui grandi pendii erbosi. Una disciplina che può far sorridere i “principi” dall’arrampicata libera o dell’alpinismo, una pratica che da noi è comunemente etichettata, con scherno ed una punta di disprezzo, come “ravanata”.

Quest’anno, con Joseph, Ivan e Mattia, ho contribuito all’apertura di numerose nuove vie d’arrampicata su roccia: rigorosamente “NoSpit” sono vie molto severe ed estetiche. Tuttavia le salite che mi hanno appagato completamente, quelle che sento più mie, sono state le “vie di ravano” aperte in totale autonomia e libertà: esplorazioni allo stato puro!

La linea “Ravan-Osa”, sotto la più celebre crestina, con Davide Vassena. Oppure le esplorazioni solitarie: “Sulle tracce del mostro”, “Le creste dimenticate”, “Pornografia domestica”, “Moregallo Express”. Avventure bellissime attraverso ragguardevoli angoli sconosciuti di verticale misto-verde.

Scoprire che questo tipo di progressione possieda una propria dignità (e persino una scala di difficoltà!) è stata una piccola ma piacevole sorpresa. Il mondo dell’alpinismo blatera continuamente di libertà, ma è per lo più popolato da sprezzanti conformisti dal giudizio facile. Di per sè questo non sarebbe un grosso problema ma c’è rischio che le “critiche ed i dubbi altrui” finiscano per diventare pericolosa zavorra sul fondo dello zaino mentre esplori l’ignoto.

Con il naso all’insù ero nuovamente ai piedi delle mie fantasie: la parete Est del Moregallo. Lo zoccolo erboso alla base è un dedalo di roccia e terrazzi erbosi con un agghiacciante inclinazione costante che oscilla sui 70 gradi. La straordinaria parete Nord è lì che mi ossera, quasi offesa e stupita, mentre la ignoro e con il canocchiale non ho occhi che per quella zona di confine tra l’alpinismo ed una qualche forma di atavica ignoranza. La mente corre lungo una linea luminosa che come un serpente fosforescente scivola verso l’alto attraverso gli ostacoli: “Io dico che si passa… però dannazione! C’è da farsela sotto!!”

Così eccomi qui, con un paio di costosissime piccozze da ghiaccio nuove di pacca in mezzo ad un prato, con l’erba alta che mi arriva al ginocchio, fradicia dell’ultimo temporale di luglio. “Dannazione, però fa paura..”. Una parte di me è spaventata, un’altra eccitata, un’altra ancora si sente un coglione con le piccozze in mezzo ad un prato. “Ti prenderanno per il culo a vita: l’ennesima stramberia di Birillo”.

Il cielo minaccia altra pioggia, ma questo non è un problema, anzi, è una sicurezza. Non sono qui per tentare la salita, sono qui per fare esperimenti: la pioggia mi aiuterà a non azzardare troppo prima del tempo. Devo capire le regole del gioco perchè questa è una partita come mai ne ho tentate. Scelgo un pendio minore, dieci metri di 70°/75° con un passaggio su un muretto di roccia. Forse dovrei partire più piano ma il morbido prato sottostante mi garantisce una certa sicurezza (basta non cadere sulle picche!!). Eccoci alla prova del nove: che cosa accadrà alla prima piccozzata?

“Shhhtaaaak!” La lama affonda completamente con un suono promettente. Allungo il braccio sinistro “Shhhtaaaak!”. Anche la seconda agguanta la montagna. Mi alzo sui piedi, l’erba è bagnata e la terra è umida: questo aiuta le picche ma la sensazione sui piedi è ancora da interpretare.  “Shhhtaaaak!”  “Shhhtaaaak!”  “Shhhtaaaak!”  “Shhhtaaaak!”  Mi alzo, lavoro con le picche, faccio i miei esperimenti, osservo le diverse conformazioni, studio gli equilibri. Sono in cima al muro, un’invitate terrazzino mi invita a proseguire: “Birillo, che fai?! C’è da studiare la discesa! Non cominciare a fare il pirla! Metodo!!!”

“Shhhtaaaak!”  “Shhhtaaaak!” Le picche lavorano bene anche in discesa ma i piedi sono una tragedia. Non riesco a vedere gli appoggi, devo andare a tentoni e non trovo mai supporti saldi. Il peso lavora troppo sulle picche: non va bene in questo modo. Come quando si arrampica sulla roccia marcia tutti gli appoggi devono essere ugualmente caricati, non si può tirare nulla, si deve solo controllare l’equilibrio e restare leggeri sulle realtà precarie. In salita i piedi si riesce a gestirli bene, ma in discesa tutta la faccenda va migliorata. In libera non posso permettermi appoggi incerti: forse farà sorridere, ma bisognerà provare anche i ramponi (…ormai vale tutto!).

Scendo, mi sposto un po’ più di lato sullo zoccolo, e provo un nuovo muro verde. “Shhhtaaaak!” “Shhhtaaaak!”. Le picozze sono una bomba, un’assoluta meraviglia: senza sarebbe quasi impossibile alzarsi in quel modo. Imparo ad allungarle, a fare lavorare in diagonale a braccia disteste, ad anticipare ed accogliere il movimento. “Serve fare esercizio, serve pratica. Però funziona! Accidenti se funziona!”

Un lungo e lucente scorsone salta attraverso l’erba scivolando via veloce come un fulmine. Curiosamente mi sorprende ma non mi spaventa. L’ansia che mi portavo nello zaino sembra sparita: mi sto davvero divertendo, nonostante il caldo, l’afa, la terra e la pioggerellina che cade oramai costante.

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La parete Est: una fantasia straordinaria. Superando un paio di muri verdi si può aggirare lo zoccolo attraversando verso sinistra un labirinto di terrazzi obliqui. Un viaggio tortuoso che porta fino all’angolo degli specchi, un passaggio apparentemente non difficile ma molto esposto che conduce alla cresta interna. Da lì, seguendo con relativa sicurezza il boschetto che orla la cresta, si dovrebbe poter giungere alla cengia della solitudine. Lassù, su quello che sembra un oasi verde incastonata tra immense pareti di roccia, inizia la parte più incognita del viaggio: la rampa. Una striscia verde, sconosciuta al genere umano, che risale indecifrabile verso l’alto. Forse facile, forse impossibile. Poi, più in alto, i celebri e terrificanti prati sommitali attraverso cui escono tutte le vie della Parete Nord.

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Ma quelle sono fantasie troppo distanti, per ora l’angolo degli specchi basta ed avanza come obiettivo. Come, quando e se raggiungerò quell’angolo mi dirà, come uno specchio, se ne ho abbastanza per continuare oltre. Ma prima di allora c’è ancora molto da sperimentare, da imparare, da preparare. C’è da fare pratica, aggiustare il materiale. Si deve anche attendere che si acquietino le bizze dei temporali estivi prima di affrontare un viaggio di oltre 700 metri di dislivello nell’ignoto. Gioventù 77, Tempo al Tempo, Osa, il Pilastro dei Panda. Chissà se davvero riuscirò ad aggiungere un’ardita “stramberia” accanto a queste leggendarie linee d’arrampicata. Chissà se, trovando il “trucco” per raggiungere le grandi e vergini pareti alle spalle dalla Nord, qualcuno ripercorrerà il mio cammino cercando nuova avventura su quella roccia. Chissà, per ora tutto è solo una fantasia arricchita da un suono nuovo: “Shhhtaaaak!”

La pioggerellina si interrompe per un istante, il sole irrompe illuminando le roccie di Gioventù77, per un attimo tutto si riempie di luce e poi, all’improvviso, il cielo mi scarica addosso pioggia pesante indondando di bianco ogni cosa. Il Moregallo mi ha sorriso, forse divertito dalle mie stramberie, ma poi mi ha spedito allegramente sotto la doccia. “Basta esercizi per oggi: Birillo tornatene a casa!”

Completamente bagnato scendo verso il lago. Le picozze non sono più nascoste con una punta di vergogna dentro un sacchetto: ora hanno la loro dignità, il loro scopo, la loro missione.

Davide “Birillo” Valsecchi

Via Raffaella – Corno di Braga

Via Raffaella – Corno di Braga

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Il versante Nord del Moregallo dalle rive del lago si innalza verticale in grandi ed imponenti pareti, le più note sono la Parete Nord e la Parete del Tempo Perduto. Dalla spiagga non si riesce a cogliere come la natura di questa montagna, al di sopra di queste imponenti muraglie naturali, si trasformi diventando quello che io chiamo “l’altopiano”. Come mi fece osservare, giustamente, Gianni Mandelli, non c’è nulla di pianeggiante lassopra, tuttavia l’insieme di quei ripidi prati verdi crea un contrasto assoluto con la roccia verticale sottostante. Attraversando quei prati, sollevati a strapiombo centinaia di metri rispetto all’azzurro del lago sottostante, si ha davvero l’impressione di essere su un “piano” diverso, in un mondo distante da quello comune.   

Sui pendii dell’altopiano si innalzano strutture rocciose che, paragonate alla grandezza della parete nord, appaiono come piccoli “corni” sebbene spesso offrano pareti nord che raggiungono il centinaio di metri (forse non la stessa continuità verticale ma la stessa altezza della parete Fasana al Corno Centrale).

Raggiungere quella zona è già di per sè una piccola avventura di grande soddisfazione, arrampicare su quelle pareti significa addentrarsi nella “mistica” più profonda di quella montagna selvaggia

Io e Mattia abbiamo raramente la possibilità di arrampicare un’intera giornata, curiosamente la maggior parte delle salite fatte sull’isola le abbiamo “rubate” ai pomeriggi dopo il lavoro: forse è anche questo che ci rende un po’ vintage. Diversamente da Mattia, però, io sono un fancazzista professionista e mi sono spesso avventurato da solo sull’altopiano a curiosare: forse è anche per questo che quelle pareti dal lungo avvicinamento, così fuori dal mondo, mi hanno sempre affascinato.   

I “decani” hanno aperto numerose vie su quelle strutture ma, ad eccezione loro, ho avuto occasione di parlare solo con una cordata che di recente si è avventurata da quelle parti. Davide Guerra e Davide Castelnuovo (“D&D”) che, durante il “Meeting dei Corni” dello scorso settembre, hanno ripetuto la via Raffaella al Corno di Braga. “Birillo! Che avventura!” fu il succinto ma efficace commento del mitico Guerra. Per noi, esploratori della nuova guardia, quella zona è ancora tutta da riscoprire.

Giorni fa, curiosando su internet, mi è apparsa una serie di foto del Moregallo. La prima, la più classica, era un’immagine della Parete Nord presa dal Sentiero 30°Osa. Credevo fossero le foto di qualche escursionista ma ero comunque interessato a trovare qualche dettaglio o qualche angolazione nuova. Poi, scorrendole, ho capito che quelle foto raccontavano una storia ben diversa e che decisamente meritava di essere approfondita.

Francesco e Maurizio, entrambi di Villasanta, 67 anni il primo e 65 il secondo. Non lasciatevi ingannare dall’età: sono “ragazzi” d’esperienza! Avevo il contatto di Francesco e quindi gli ho scritto chiedendogli un racconto/relazione della loro salita. Con grande disponibilità hanno accettato: eccovi quindi la loro storia.

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CORNO DI BRAGA – Via Raffaella – 4/5/2016

In ottica moderna questa via è da considerare poco o per niente protetta quindi il primo di cordata deve sapersi muovere proteggendosi. Per questo consigliamo di portare oltre a nuts e friends anche martello e qualche chiodo. La roccia è generalmente buona e anche ottima ma occorre usare prudenza per appigli e blocchi instabili che costringono a procedere con attenzione. L’ambiente è molto bello e panoramico e l’esposizione nord – nord-est porta ad arrampicare sempre in ombra. Noi abbiamo trovato un giorno con vento freddo da nord che in alcune soste ci ha fatto rimpiangere di non aver messo l’antivento che avevamo nello zaino.

1 ^ tiro – Si parte con una rampa che sale obliqua verso destra e che consente di proteggersi con un friends e grazie a buoni appigli superiamo un saltino senza abbassarci. Si continua con attenzione per superare una zona erbosa  e con qualche sasso instabile che spezza la parete. Maurizio prima di questo passaggio mette un chiodo fra roccia e terreno duro , non eccezionale ma quanto basta per dare maggior tranquillità. Passando lo tolgo. Arriviamo così alla prima sosta.

2^ tiro – lo affrontiamo  puntando un chiodo ben visibile che si trova nel diedro, su una placca di ottima roccia che superiamo proteggendoci in uscita con un friend e proseguiamo verso destra su un terreno non difficile ma delicato per sassi instabili sino a raggiungere la sosta dalla quale vediamo salire da destra ( chiodo ben in vista ) la via Carolina.

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3^ tiro – si affronta la parete di ottima roccia sopra la sosta puntando ad un chiodo alto. Prima di questo però incrociamo un altro chiodo nuovissimo ( messo da poco ? )  e rinviamo su entambi  puntando ad un 3^ chiodo messo alto a protezione di un passaggino verticale. Proseguiamo in un diedro di ottima roccia ma meno semplice di quel che sembra e proseguiamo con attenzione fra massi fino ad uscire in vetta. Il vento è cessato  e ci godiamo il calore del sole e lo splendido panorama che ci sta intorno.

La via Raffella è stata aperta da Mosè Butti e Felice Vassena il 2 Settembre 1976: “Arrampicata elegante su ottima roccia (V+)”.
Guida di riferimento: “Arrampicare sui Corni di Canzo e Moregallo” edizione “Idea montagna”
(Quella realizzata dal Cai di Valmadrera con Birillo in copertina, per intenderci 😉 )

Ancora una volta voglio ringraziare e fare i complimenti a Francesco e Maurizio, per la loro salita e per averla condivisa con noi.
Siete i benvenuti sull’Isola!!

Davide “Birillo” Valsecchi

Gavatoio: settore NoSpitZone

Gavatoio: settore NoSpitZone

Ad un certo punto, guardando di sotto, non ero più tanto sicuro di aver avuto una buona idea. Mi ero infilato attraverso le grate della seconda galleria chiusa del Moregallo per uscirne dal finestrone del “DryTool”. Ero già stato con Mattia su quella cengia verde a strapiombo sull’azzurro del lago, ma quella volta pioveva a dirotto, la terra si era fatta fradicia e ci eravamo bloccati su uno stretto passaggio esposto tra la roccia ed il vuoto. Così, con più calma, avevo deciso di tornarci da solo in una bella mattinata di sole.

Avevo quindi superato il “diedro bianco” ed il fatidico passaggio stretto. Con la terra asciutta e meno scivolosa mi era parso davvero meno impressionante. Certo, ripercorrerlo in discesa non ispirava molta fiducia e per tanto ero deciso ad uscire raggiungendo la sommità della scogliera. Tuttavia quello che sembrava uno stretto ed instabile sentiero esposto stava assumendo la fisionomia di uno scolo dell’acqua sempre più verticale. L’idea che quella potesse essere una falsa traccia verso un’imbarazzante vicolo cieco inizziava a darmi fastidio “Birillo, se non si esce sono guai. Farla tutta all’indietro su questa terra con il vuoto davanti è da cagarsi sotto: se scivoli sono quaranta metri prima di toccare l’acqua!”

A volte le buone notizie arrivano nella forma più strana: nel mio caso come merda di muflone. Già, sotto una sporgenza della roccia trovo i segni di dove gli animali hanno dormito e loro “fatte” tutto intorno. “Dubito che siano arrivati dalla galleria… quindi ci deve essere un passaggio dall’alto”. A quel punto non restava che scoprire quanto azzardato fosse il “passo”. (Ma i mufloni scenderanno a bere al lago? Una domanda abbastanza curiosa…)

Un po’ più rassicurato ho ripreso a fare foto alle pareti, alle strepitose concrezioni che caratterizzano la parte alta della scogliera. Ci sono inoltre molte piccole grotte. In una di esse vi ho trovato le ossa di qualche piccolo animaletto, probabilmente anche qualche volpe trova rifugio in quella striscia di terra tra la roccia ed il lago.

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Avevo raccontato ad Ivan Guerini di come gli AsenPark avessero attrezzato una falesia di arrampicata sulla parete della galleria. Il suo sguardo si era illuminato d’entusiasmo salvo poi spegnersi quando ha voluto sapere se avevano usato i fix. “Peccato… noi all’epoca arrampicavamo in quella zona. Il lungo traverso a filo d’acqua ma anche vie lungo la parete. E’ un posto severo ma molto bello”. Dal suo armadio aveva preso una cartella piena di disegni, fatti a pastelli, che rappresentavano le pareti del lago e le linee di salita che avevano seguito. Ivan è molto bravo ed ha uno stile molto personale nel disegnare le pareti. Purtroppo quei colorati disegni sono tutto ciò che resta di una memoria quasi perduta.

Appeso alle concrezioni ricordo di aver avuto un pensiero davvero curioso: “Ci sono blasonati giornalisti di montagna che sbarcano il lunario scrivendo per importanti e storiche riviste articoli che sono poco più che trasposizioni di interviste fatte comodamente al cellulare. Birillo, spiegami  perchè tu invece, che non ci guadagni niente, devi essere così stupido da fare ricerche sul campo?! Da solo per di più! Sei un bel testone che si caccia solo nei guai!”. Poi, mentre mi insultavo da solo, ho trovato quello che cercavo: un chiodo!

Bingo! Abbiamo i vecchi disegni del Guero ed un chiodo: quindi la parte alta del Gavatoio è un settore NoSpitZone”. Sorry Cenda, Birillo libera per tutti: niente trapano dal diedro bianco in su! =)

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Rimonto oltre, supero un’altra grotta e finalmente raggiungo la sommità della scogliera. “Bene Birillo, ora siamo a metà strada”. Sul lato Sud l’ingresso della galleria è costeggiato dalla scogliera e da un ripido canale. Non c’è modo che riesca scendere da quel lato. Tuttavia se provo a scendere verso l’ingresso nord c’è un altro problema: le sbarre, da quel lato, sono troppo strette e non ci passo. Quindi se non volevo tornare alla macchina facendo due chilometri a piedi attraverso la galleria nuova dovevo puntare verso l’alto cercando di alzarmi fino a raggiungere il sentiero del 30° OSA nel punto che scollina sotto il “Bastione di Sparta” ed il “Palazzo degli Ateniesi”. Quindi avevo davvero ancora molta strada da esplorare.

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Trovo un vecchissimo palo del telefono abbattuto ma non c’è molto altro ad indicare traccia umana. Curiosamente sul ciglio della scogliera c’è un grosso “MelloBlocco” in granito quasi a sbalzo nel vuoto: “Hey, cucciolo di montagna, hai fatto tanta strada e ti sei fermato qui ad ammirare il lago?”. Prima di quel momento non avevo mai pensato a quanto granito deve essersi adagiato sul fondo del lario… Gironzolo evitando piccoli affioramenti rocciosi e finalmente trovo una traccia segnata in giallo. Il sentierino mi porta ad un “MelloBlocco” decisamente più grande adagiato nel “giardino” di una vecchia casa di sasso. Poco distante una casotta più piccola a protezione di una sorgente: “Acqua e bouldering… i vecchi la sapevano lunga su dove costruire!!”

La traccia si perde, probabilmente quella è la sua meta finale. Sarebbe stato curioso scoprire dove, sul lato nord della galleria, attacca questo sentiero. Un po’ a caso mi infilo nel bosco e poi finalmente su ripidi prati. Inciampo nel 30°Osa quasi all’improvviso, quando il caldo iniziava a farsi pesante e la collina troppo alta. Volto il crinale e mi si para davanti la Parete Nord del Moregallo in tutta la sua imponenza. Mi fermo un’istante ad osservarla e poi giù: l’esplorazione mette appetito!

Davide “Birillo” Valsecchi

Ps. Cenda e gli Asen sono buoni amici: saranno i primi a cui piacerà quest’idea. Gli amanti del trapano invece tengano a mente che fare il tuffo di sotto è un attimo: su questa sponda del lago la musica suona diversa…

Moregallo Express

Moregallo Express

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Una sera Luigino, dopo una delle sue sue proiezioni, mi ha raccontato che quella parete incuriosiva Cassin, che era persino venuto a fare un sopralluogo ma che poi, per un motivo o per l’altro, non vi era più tornato. Solo nel 1965 qualcuno è riuscito a passar su: Giorgio Tessari,  Antonio Rusconi, Castino Canali e Pietro Paredi. Da allora, per i Duri della Valle, questa parete è il gioiello della loro corona: monito e monumento per un ideale di alpinismo che non intendono lasciar corrompere. La Nord del Moregallo, spavalda sulla sponda sbagliata del lago, esige ed impone rispetto.

Per me e Mattia questa parete è la più lontana e la più misteriosa dell’Isola. Da Asso era lunga venire a curiosare fin qui mentre ora, da Valmadrera, il viaggio è breve sebbene obbligato attraverso le gallerie. Parcheggio il Subaru al Rapanui: il sole è caldo ma io mi avvio verso le ombre.

Rimonto, devio dal sentiero. Sono già stato qui in passato, in un ricordo denso di nebbia risalgo impacciato un ripido ed esposto prato erboso e, dall’alto, mi infilo nella forra che forma la grotta alla base dello zoccolo. Ricordo un grosso sasso incastrato, la forra ghiaiosa che frana verso il basso e che prosegue verso l’altro in un camino. Non ricordo chi fosse con me, ricordo solo che eravamo slegati, inesperti e che avevo prestato al mio compagno uno dei miei gilet rossi in pile. Ricordo chiaramente la paura nel ridiscendere, all’indietro, quel ripido tratto di prato. Ma era successo davvero?

Mentre mi sforzo di ricordare attacco sotto la verticale della grotta. Le roccette che mi separano dalla prima cengia sono fragili: sono passato di qui? Mi sembra improbabile. Mi riabbasso e mi guardo intorno. Trovo nella roccia sulla destra delle onde familiari, conosciute. Le seguo e senza rendermene conto aggiro le difficoltà raggiungendo la prima cengia erbosa: “Forse allora ero solo più furbo di quanto lo sono oggi…”

Rimonto il prato erboso che sale verso sinistra. Devo solo superare lo spigolo e risalire il successivo prato che rimonta invece verso destra. “Forse davvero sono passato di qui…”. Ma per aggirare lo spigolo devo superare una nicchia a sbalzo nel vuoto. Devo abbassarmi, quasi strisciare, per infilarmi nella nicchia e rimontare dall’altra parte. Il ricordo del prato successivo si rianima sempre più intenso ma quel passo, quel singolo passaggio, è davvero “tanto”. Mi siedo a guardarlo: “Ma davvero sei passato di qui?”

Trovo una clessidra “quasi” solida ed una più piccolina in cui infilare il cavetto di un Nat. Se armassi il passaggio potrei proteggermi con una corda, almeno un poco. Mi guardo attorno ma la mia mente si perde in ricordi che appaiono sempre più irreali. Immagini, visioni, dubbi.  Se davvero ero passato di lì, senza rendermene conto, avevo aggirato lo zoccolo di base della Via “Gioventù 77” raggiungendo il grande canale che taglia poi verso l’alto. Davvero “tanto”. Ero con Fabrizio o con Emanuele? Non riesco a ricordare. Guardo il passaggio e mi chiedo se sono pronto ad affrontarlo due volte, andata e ritorno. Già, perchè anche se davvero è possibile raggiungere la grotta non posso pensare di proseguire oltre, di avventurarmi solo e slegato su quel lato della Parete Nord. “Birillo sei davvero sicuro di essere stato qui?” “Non lo so, credo di sì: riconosco dei dettagli ma questa montagna mi confonde. Non lo so, davvero non sono sicuro. Servirebbe un pezzo di corda o forse l’ingenuità di un tempo.”

Non era quello il piano originale: ero stato attratto fin lassù come una falena confusa. Ora si trattava di non bruciarsi le ali ed accettare che quello strano ricordo appariva sempre più come un sogno. Mi guardo intorno, osservo la montagna: ”Birillo, i guai ti trovano anche senza andare a cercarli: fatti un giro comodo oggi. Ci pensiamo su, cerchiamo nelle foto in archivio, e poi torniamo qui belli decisi. Magari con uno dei Tassi a farti sicura su quelle due clessidre…”         

Con calma e senza troppe difficoltà ridiscendo alla base della parete. Lascio alle spalle quel curioso ricordo e mi addentro nel cuore della Parete Nord. Questa volta invece sono certo: la mia prima volta! Punto alla base del grande canale, voglio scoprire di più su quell’affascinante orrido verticale che segna il confine destro di quel mondo strapiombante fatto di tetti sporgenti e colate nere.

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La solitudine di quel luogo è palpabile. Non è ancora mezzogiorno, il lago e le Grigne brillano al sole ma io e la montagna siamo immersi nelle ombre. Il vento freddo si agita nella gola e dall’alto lo stillicidio lascia la roccia precipitando come pioggia. La via dei Panda corre sul lato destro, tutte le altre vie sul lato sinistro, al centro solo un universo vuoto ed illogico, fatto di ombre che confondono forme inafferrabili. Guardo in alto e mi colgono le vertigini. Mi sento come se volessi ridere e piangere allo stesso tempo. Questa montagna mi confonde. Mi sono alzato sulla roccia fino alle grotte ma la solitudine ed il buio si sono fatti opprimenti: devo allontanarmi, riguadagnare il sole.

I miei 84kg mettono a dura prova la roccia fragile. Fantastico sul mio corpo che rotola giù da quelle balze, ne studio le cause, gli effetti, i rimbalzi. Persino i suoni. Faccio i miei calcoli. Arrampicando in discesa carico il piede su uno spuntone, la roccia rimane immobile ma una sensazione cieca e sorda corre fino alla testa: “no”. Riassetto il mio corpo senza cambiarne la posizione e chiudo il movimento attraverso equilibri diversi. Dopo essermi abbassato guardo lo spuntone, apparentemente solido ed intatto, e lo schiaffeggio con la punta delle dita mandandolo in pezzi. Scoppio a ridere: “Alla fine qualcosa hai davvero imparato in questi anni!”

Riguadagno il sole e mi infilo in un canale pieno di piante. Potrei tornare a valle ma punto ad uscire in alto. Se fossi un alpinista migliore le mie avventure sarebbero su roccia solida, ma sono quello che sono e questo, tra il marcio e l’incerto, è il mio mondo. Il canale si impenna in un muretto erboso. Rimonto sulla sinistra attraverso una grotta di roccia gialla e giunto alla nicchia finale tento di rimontarne lo spigolo per rinfilarmi nel canale al termine del muro. Mi devo tenere con la mano sinistra spingendo la destra oltre la nicchia. Sposto il piede destro cercando qualcosa che tenga ma trovo solo il dorso di una radice erbosa. Troppo largo per fare opposizione, troppa erba per vedere bene. Le prese sono buone ma gli appoggi scarsi. Se crollano posso tenermi ma quando mollo la sinistra, sulla verticale del muretto, o vado o vengo.

“Non attaccare frontalmente senza un piano” Guardo oltre l’erba, cerco di capire come prosegue il canale, sempre più stretto tra le pareti verticali. “Anche se non piombi di sotto, dopo puoi solo andare avanti”. Riporto il piede destro nella nicchia e mi guardo intorno. Il lato opposto del canale è ripido ma delle piccole piante, come isole, offrono riparo. Da lì posso di certo vedere meglio. Disarrampico la grotta ed attraverso il canale rimontando sull’altro lato. “Cazzo!”. Oltre il muretto il canale si incassava, sarei stato prigioniero di pareti rognose, mi sarei messo in trappola da solo. Guardo in alto: piante, erba, terra, roccia che si sfalda. Però l’azzurro che svetta oltre il crinale si intravede tra le foglie: “Dai Birillo, usciamo di qui!”

Raggiungo il crinale, il sentiero Osa, il lago azzurro, Bellagio, le Grigne, il sole. Mi  lascio cadere sull’erba e mi sdraio sullo zaino. Per un istante mi abbandono: vinto e vincitore. Se fossi un alpinista migliore le mie avventure sarebbero su roccia solida, ma sono quello che sono e questo, tra il marcio e l’incerto, è il mio mondo.

Davide “Birillo” Valsecchi

Ps. per scendere ho esplorato un’altro canale, ma quello che ho scoperto è troppo intrigante per raccontarvelo ora!

Una via Ravan-Osa

Una via Ravan-Osa

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Davide Vassena e Davide Valsecchi, uno nativo ed indigeno del Versante Sud, l’altro del Versante Nord: sull’Isola Senza Nome le nuove amicizie stanno diventando nuove alleanze. Io e Mattia siamo orgogliosamente di Asso, della contrada di Ceppo Rosso, tuttavia l’idea di una cordata “mista” con qualcuno di Valmadrera mi intrigava. Stiamo arrampicando tanto sul Moregallo con Josef, “Valma” mi piace molto come paese ed è doveroso, secondo le regole non scritte dell’Isola, condividere quanto fatto e coinvolgere i padroni di casa.

Con Davide avevo scambiato molte informazioni sul camino del Bevesco ed era chiaro ad entrambi l’interesse e la volontà di fare qualcosa insieme. Tuttavia dalle nostre parti c’è poco o nulla che permetta di “improvvisare” una cordata: senza conoscersi si rischia di finire nei guai. Così ho avuto una delle mie terribili pensate: “Potremmo fare la Crestina OSA: ma non da sopra, da sotto!” L’idea di esplorare insieme la base della parete ed i pilastri adiacenti piaceva ad entrambi: la “ravanata” permetteva di conoscerci alzando il tiro per gradi e valutando passo passo i rischi.

Alle otto e mezza ci siamo trovati alla cappelletta sopra GianVacca e poi su, verso l’attacco della Osa. Nello zaino una mezza corda da 50, imbrago, caschetto, qualche fettuccia e qualche moschettone: il saggio affronta la ravanata equipaggiato…

Se sulla cresta sono passati quasi tutti credo che davvero in pochi abbiano curiosato alla sua base: vista da sotto è una parete spettacolare! La grande bastionata si divide in due settori separati da un canale più o meno all’altezza del Caminetto. Le due vie a me  note, “Pericoloso Sporgersi” e “Ultima Chance”, sono sulla seconda bastionata e solitamente vengono raggiunte calandosi dall’alto. Una scelta comprensibile visto la pancia aggettante alla base di quel tratto.

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La prima bastionata invece, che corre grossomodo dall’anello metallico all’attacco del Caminetto (per chi conosce la OSA), sembra “vergine” ed offre potenziali “possibilità” sfruttando spaccature, fessure e mezzi diedri. Ovviamente è tutto da valutare perchè la muraglia, vista da sotto, è davvero impressionante ed in molti punti erbosa. Ovviamente è “zona no spit”: se non volete che gli indigeni vi piscino in testa dalla crestina mentre fate gli sbroffi con il trapano conviene che rispettiate questo “diktat”. Avvisati.

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Visto che non sapevamo cosa ci aspettasse Io e Davide siamo stati chiari da subito l’un con l’altro “Prima di farmela sotto vedo di avvisarti per tempo: cerca di fare lo stesso anche tu!”. Il nostro piano era infatti di risalire la base della cresta superando i vari pilastri erbosi che corrono via via sempre più verticali. Roccia a tratti straordinariamente bella, a tratti paurosamente fragile, quasi sempre coperta da paglione ma anche costellata da amichevoli piante.

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Risalivamo slegati ma facendo pausa e guardandoci intorno con la stessa frequenza con cui avremmo fatto sosta. I primi “tiri” li ho lasciati al padrone di casa. Quando è toccato a me la faccenda si è fatta un po’ più complessa: la solita fortuna! Superato il Caminetto la Crestina Osa inizia ad appoggiare, al contrario sotto inizia ad impennare sempre più esposta. Gli alberi non erano più sufficienti a proteggere un eventuale caduta e dovevamo scegliere con cautela dove passare. Cercando di evitare i passaggi troppo verticali abbiamo giostrato tra gli spigoli dei pilastri puntando poi per un bel canale che terminava in un promettente camino.

“Se la roccia è buona potremmo infilarci nel camino e rimontare sull’uscita” Così mi sono infilato su per il camino ma la faccenda iniziava a farsi spessa. La roccia era abbastanza buona, ma il camino risalendo si stringeva: dovevo togliere lo zaino, risalire di quattro o cinque metri protetto (e costretto) ad incastro, ma prima o poi avrei dovuto per forza buttarmi fuori nell’esposizione completa. Piazzando un friend dentro il camino avrei potuto mettere fuori il naso e capire come proseguire, il guaio è che corda ed imbrago erano ancora nello zaino e la mia dotazione non contemplava materiale da incastro.

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Quel camino era un invito ma rischiava di diventare un problema ed anche piuttosto serio se uno di noi due lo avesse sbagliato. Neppure legandoci avevamo con noi il necessario per proteggerlo. Così, con cautela e pazienza, sono tornato alla base da Davide. Una soluzione però dovevamo comunque trovarla per andarcene. Così, sfruttando un punto debole dello spigolo, sono andato a dare un’occhiata sul lato opposto del pilastro verso destra. “Di qui è bello verticale, ma la roccia è buona e ci sono un paio di piante: di qui passiamo!” Davide mi ha raggiunto oltre lo spigolo ed insieme abbiamo superato le ultime difficoltà prima di raggiungere la fine della cresta. “Accidenti! Doveva essere un giretto tranquillo e ne è uscita una spettacolare ravata!”

Davide “Birillo” Valsecchi

Via RavanOsa – Canale della Stria.
Davide Vassena e Davide “Birillo” Valsecchi – 24/03/2016
Difficoltà: “Benvenuto ai Corni!”

A piedi nudi sul Granito

A piedi nudi sul Granito

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Bruna, Keko e Birillo. Nei due giorni precedenti avevo arrampicato ed ero un po’ stanco, volevo quindi riposare ma anche coinvolgere mio fratello e Bruna in un giretto al sole non troppo impegnativo. Così, con un intuizione del momento, abbiamo deciso di salire su per la Cresta di Cranno verso il Sasso della Prera. Lungo il sentiero ci siamo imbattuti in un grosso masso di serpentino, uno dei tanti tipi di roccia non autoctona giunta sulle nostre montagne sotto forma di sassi erratici. Io e Mio fratello lo scorso anno avevamo condotto un piccolo censimento di questi numerosi, soprattutto di granito, su cui è possibile esercitarsi in complessi movimenti di arrampicata bouldering.

Sul sasso, in modo quasi impercettibile ad un occhi non attento, c’erano piccoli segni bianchi di magnesite. Si capiva che qualcuno aveva “provato” il passaggio ma era stato attento a non sporcare troppo la roccia. Tutto sommato, visto che ho una mezza idea di chi può essere stato, ero contento che la sua esplorazione si fosse spinta fin qui e che quelle delicate traccie fossero testimonianza della sua passione ma anche della sua attenzione: così mi piace!

Il pezzo forte, quello più conosciuto, è il “Sass de la Prea” un grosso masso erratico di granito che, trasportato dal ghiacciaio, si posato a precipizio sopra Canzo. Uno dei punti più panoramici in cui osservare la valle e la cerchia di montagne che la circonda. Salire sul sasso dal versante nord non è molto complicato ed una volta in cima si può godere di una magnifico terrazzo grantico. La nostra combricola si è subito insediata sulla cima del sasso godendo del caldo abbraccio del sole e dalla magnifica “sensazione di spazio” che quel panorama riesce a trasmettere. “Visto? Non serve andare fino in Val di Mello per prendere il sole a piedi nudi sul granito!  Sembriamo quelli fighi dei video in Arizona!” Il granito, a differenza del calcare, riesce a farti sentire come in spiaggia.

Dopo un po’, a piedi nudi, ho iniziato a muovere qualche passo in aderenza sfruttando una delle pochissime scanalature che corrono attraverso la placca sul versante Sud del masso. Non avevo intenzione di arrampicare ma, forse per sfizio, avevo comunque infilato le scarpette nello zaino: ora la tentazione si faceva pressante. Se sul lato Nord salire è semplice ma sui versanti a Sud la questione cambia di parecchio,  sopratutto perchè alla base la roccia forma una grossa ed alta pancia aggettante davvero difficile da superare. Inoltre, una volta rimontato il “tettino” iniziale si deve risalire in aderenza per quattro o cinque metri prima di poter scendere sull’altro lato. In passato avevo già provato a tentare il passaggio ma senza alcun successo: non c’era nulla a cui attaccarsi per tirarsi su oltre la pancia. Tuttavia qualche anno è passato e qualche trucco ho iniziato ad impararlo.

Attaccando la pancia di lato ho trovato un piccolo ma solido appoggio per il piede destro. Certo, si deve alzare la gamba oltre il bacino ma era già un buon inizio. Più in alto una presa per la mano sinistra, scomoda da pinzare al contrario, ma interessante. Il vero problema era trovare qualcosa per la mano destra, qualcosa che permettesse di spingersi oltre lo strapiombo caricando il peso sul piede destro. Accarezzo la roccia ma la mano scorre su un’inafferrabile ruvido. Poi trovo una cosa piccola, qualcosa che anni fa non avrei mai considerato: un picco cristallo sporgente.

Quanto tempo fa Josef mi raccontò della sua via “Celeste Nostalgia”, un vione tutt’ora irripetuto in Val di mello, di come un fosse stato un singolo cristallo in quel mare di roccia liscia ad “ispirare” il movimento con cui ha superato il passaggio chiave del tiro chiave. Se non avessi sentito la sua storia forse non avrei dato la stessa attenzione al “mio” cristallo.

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Grande come un grosso capezzolo potevo afferralo solo con la punta delle dita cercando di posizionare in medio in modo da trazionare il più possibile. Il braccio sinistro disteso sopra la testa, il piede destro alto oltre il bacino mentre il piede sinistro, per effetto della trazione della mano destra, si stacca da terra penzolando libero nel vuoto. Un movimento che gusto centimetro per centimetro mentre sposto tutto il mio barricentro sempre un po’ più avanti, più in alto, traslando il peso sulla verticale del piede destro. L’appoggio ed il piede reggono: ho imbrogliato il tetto facendomi piccolo piccolo e scivolandogli attraverso.

Sono in una posizione di assoluto equilibrio, ma se molla il piede le mani non potranno far nulla per tenermi. Sono in equilibrio ma “chiuso”, respiro ed inizio ad espirare “aprendo”. Devo caricare la gamba, distenderla senza che il peso sfugga sul piede o che il movimento faccia sbandierare il corpo. Mi distendo e, terminato il respiro, mi richiudo: le mani appoggiate di palmo verso il basso fanno aderenza mentre riposiziono i piedi. Finalmente mi ridistendo e, mani e piedi appoggiati alla roccia, risalgo in aderenza la facile placca. Evviva!

Bruna e Keko ridevano divertiti dalla cima del sasso. Adoro arrampicare in aderenza ma i miei 83kg non mi lasciano molto margine di errore nel superare gli strapiombi. Se fossi caduto avrei sbattuto il musone prima di ribaltare al suolo: la giornata avrebbe avuto un pessimo epilogo.

“Hey Kekko! Se ti presto le scarpette e ti faccio sicura vorresti provare?” Kekko accetta, scende dal sasso e si fa spiegare il passo. Mio fratello non arrampica molto ma suona, ormai quasi come professionista, la chitarra Jazz. Questo fa sì che abbia una straordinaria presa nelle dita che già in passato è riuscita a soprendermi e stupirmi. Inoltre ha poco più che vent’anni, è molto più alto e pesa meno di sessantacinque chili.

Gli mostro come posizionarsi e lascio che parta. Il mio era stato un movimento delicato, lento e controllato, conquistato duramente centimetro per centimetro. Quello di mio fratello è stato una piccola esplosione: trazionando sul cristallo e spingendo con il piede si è “catapultato” oltre lo strapiombo atterrando in placca. Ero davvero stupito ma altrettanto lo era mio fratello: non ha mai arrampicato in aderenza sul granito e, superato lo strapiombo, non riusciva a capire come fosse possibile proseguire oltre. Per un istante ha cercato quasi di sedersi per poi scoprire, passo dopo passo, con una certa titubanda, come i piedi in aderenza riuscissero a sostenerlo: “Non ho idea di quale legge fisica mi faccia star su: ma è una figata!”

Ed eccoci qui: a due passi dietro casa, nel cuore del regno del Calcare, a scoprire le magie del Granito.  Ci siamo davvero divertiti!

Davide “Birillo” Valsecchi

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