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«A detta degli apritori la via volle essere un invito a raggiungere, per tutti i frequentatori della valle, un felice equilibrio con la natura, libero da qualsiasi desiderio eroico, competitivo e di conquista».

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La Montagna Nascosta

La Montagna Nascosta

DSCF1508Il mio primo incontro con Gian Maria Mandelli rischiò di trasformarsi in uno scontro: per un incomprensione, frutto soprattutto della mia inesperienza, lo apostrofai malamente “eroica cariatide”. Se un simile imperdonabile errore lo avessi fatto con altri di Valmadrera di certo non me la sarei cavata così a buon mercato!! Fortunatamente Gianni comprese che, per quanto fossi un casinista disorganizzato del versante nord, ero animato da buone intenzioni e da allora è nata una grande amicizia. (Ancora mi scuso per la mia tracotanza ribelle).

Gianni è un Alpinista di grandissima esperienza, membro del gruppo Accademico e Direttore del Corso per Istruttori Nazionali CAI nel ‘98. Gianni è soprattutto uno dei principali esploratori contemporanei dei Corni di Canzo ed è il loro custode. Tra le numerose vie che ha aperto, tutte in stile tradizionale, vi è anche la famosissima Crestina Osa al Moregallo, tappa nota e quasi obligatoria di chi inizi ad arrampicare nella nostra zona. Senza Gianni e la passione che ha saputo trasmettermi attraverso i suoi libri (“L’isola senza Nome” soprattutto) non avrei forse mai intrappreso questa lunga ed affascinante avventura sulle nostre montagne di casa: non posso che essergliene grato!

Un mesetto fa avevo incontrato Gianni ai Corni insieme a Josef, tuttavia io e lui non avevamo mai fatto un uscita o una salita insieme. Domenica, finalmente, si è presentata l’occasione. “…vale la pena addentrarsi nei canali del Monte Rai: una zona dove in pochi vanno, o hanno il coraggio di andare. Io la conosco da quando avevo vent’anni e da allora sono poche le persone che sono passate tra quelle creste e quei canali. Se ti va domenica possiamo andarci a fare un giro: ti assicuro che non ti annoierai.” Questo è stato il suo invito: non potevo rifiutare!

Il monte Rai è davvero una montagna particolare: il Corno Birone, con la sua imponente sagoma a pala rovesciata, è solo la struttura rocciosa più evidente ma, addentrandosi nella val Molinata, si scroprono canali, creste e muraglie assolutamente selvagge …ed avventurose!

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Partendo dal Santuario di San Martino risaliamo per il sentiero delle vasche. Io, come uno scolaretto, sgambetto tra i sassi seguendolo passo passo. Poi, lasciando il fiume, iniziamo a risalire per un canale che via via si fa sempre più stretto, più ripido e più complesso.

La zona è costantemente in ombra ed umida. La roccia, qua e là coperta ghiaccio, è a volte liscia e compatta, a volte quasi si sgretola al tatto. Con gli scarponi da trekking arrampichiamo sciolti: nonostante i mei 80kg di peso essere leggero sulla roccia fragile è un mio vanto, tuttavia dovevo darmi da fare per stare dietro a Gianni che, con assoluta semplicità e disinvoltura, rimonta passaggi tutt’altro che banali senza mai distrarsi dai suoi racconti o dalle sue spiegazioni.

Il canale è selvaggio, avventuroso e coinvolgente. Mi guardo intorno cercando le prese giuste mentre dubito della punta dei miei scarponi sulla roccia bagnata: ribaltare tra i sassi è davvero sconsigliabile!!

Il canale, infine, sembra morire all’interno di una grotta: “…la ciliegina sulla torta” ride Gianni. Già, per uscire dal canale il passo si fa infatti acrobatico: si deve infatti entrare nella grotta, alzarsi verso la volta in una mezza dulfer prima di aprirsi in spaccata ed infilarsi in un buco che, come una botola verso il solaio, ci permette di riemergere sui prati sommitali. In dulfer, appeso alla volta, ho guardato verso il basso: “Se piombo da qui faccio tre metri di volo secco, poi rotolo giù a Valmadrera fino alla porta di casa!!”. Il panorama, però, era davvero mozzafiato!

Dal parcheggio alla cima ci siamo fatti 1000 metri ininterrotti di canale, tutto a due passi dietro casa. Senza Gianni, senza il suo esempio e la sua guida, probabilmente non avrei mai compreso quanto siamo fortunati noi dell’Isola Senza Nome!! Grazie!

Davide “Birillo” Valsecchi

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La cueva de los murcielagos

La cueva de los murcielagos

DSCF1375«La grotta dei pipistrelli»: era da parecchio che volevo curiosare sotto il PraSanto, che volevo visitare le sue grotte e le grandi pareti su cui si poggiano i Campi Solcati. Così, con la complicità di Bruna, abbiamo indossato gli scarponi e siamo usciti di casa.

Prima tappa San Tomaso, poi per la val Molintata passando per l’Acqua del Tufo e la Casa Rotta (o alpe Bevesco). Quindi su per la Bocchetta di San Miro e la cima del PraSanto, dove si innalzano le antenne e la torre del ripetitore. Ridendo e scherzando 1000 metri di dislivello tondi tondi.

Visto che foglie e neve mal si sposano con gli strapiombi nel vuoto, ho lasciato Bruna a riposare al sole sulla cima e mi sono infilato nel bosco. Arrivare alla grotta non è particolarmente difficile ma, in discesa, il rischio di scivolare e passar di sotto non è da sottovalutare!

La struttura della grotta, quella più in alto tra le due presenti sul versante, è davvero particolare: la volta è infatti uno spesso piano di roccia ricurvo ed anche il pavimento, che altro non è che uno strato parallelo, mantiene la stessa curva. L’interno, salvo qualche piccola colata, è pressochè asciutto.

DSCF1398Mi aspettavo di trovare qualche pipistrello ma era completamente disabitata. Un tempo la comuntià europeo conduceva ricerche scientifiche su questi animali. Purtroppo salvo una scassata “casetta per pipistrelli” non ho trovato molto altro: il guano dei pipistrelli ha lasciato spazio alle fatte dei mufloni e delle capre.

Dalla grotta, giostrando tra i vari strati di roccia, si può arrivare alla base della grande falesia al di sotto dei Campi solcati. Volevo continuare la mia esplorazione e dare un’occhiata anche alla grotta sottostante ma mi scocciava lasciare Bruna sola troppo a lungo.

Così, ritrovata la mia bella, siamo scesi del Malascarpa al Fo e quindi nuovamente verso casa: praticamente due passi in giardino.

Davide “Birillo” Valsecchi

Il Paradiso di Shyrley

Il Paradiso di Shyrley

DSCF1247“Noi getteremo le divise a terra, e brucieremo la bandiera bianca, e guarderemo da lontano le guerre che incendieranno la nostra città” La radio canta e la pioggia batte leggera sul tetto della Subaru mentre aspetto Mattia nel parcheggio di Parè. Ai piani dei Resinelli sembra stia nevicando. Nello zaino ho la “normale dotazione alpinistica” (NDA), compresa la mazzetta ed un paio di chiodi: il piano è farsi un giretto lungo le sponde del Lago per controllare l’accesso ad una falsesia d’addestramento speleo.

Chi comanda ha saldato la grata che, attraverso la galleria nuova, permetteva l’accesso alla strada vecchia. Così. aggirando il cantiere, scendiamo sulla riva iniziando il nostro “giro in giro”.

Qualcuno ha scritto “Il Paradiso di Shyrley” su un muro. Sembra di addentrarsi nella “Zona Morta”, uno strano punto di incontro tra la natura più selvaggia del Moregallo, lo sfruttamento brutale delle cave ed il peggior degrado suburbano. Sembra l’alba del giorno dopo: immondizia in menzo a piante che riconquistano l’asfalto. Un’altra scritta sul muro recita “Valmadrera: o comunità o galera!”. Sorrido. Bruna è terapista in una comunità di recupero per tossicodipendenti: pare che me non resti altro che la gatta buia!  

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Nonostante il degrado di una strada abbandonata sulle sponde di un lago verde, la falesia era in ordine. Chi comanda ha saldato le sbarre ma ha piazzato delle scalette ed una catenalla appena sotto il ponte: non serve fare tutto il lungo giro attorno al cantiere. Basta attraversare una strada di tre corsie dove le macchine sfrecciano a 120 uscendo dalla galleria: così è decisamente più sicuro…

Risaliamo sopra uno sperone e cominciamo a gironzolare sui ripidi prati. Osserviamo la roccia e studiamo le linee. “Guerra” mi ha raccontato di aver risalito questo versante di “misto verde” avventurandosi tra il paglione e le roccie: deve essere stato una gran bel viaggio!!.

“Visto che siam qui diamo un’occhiata anche al Gavatoio?” Mattia è uno dei più forti che io conosca, un trattore dalla volontà incrollabile. Solitamente sono io il “cagadubbi” del gruppo, tranne quando c’è di mezzo l’acqua. Puoi portare Mattia nei posti più terrificanti e non batterà ciglio, portalo a sbalzo sull’acqua e lo vedrete trasformarsi in me: “No, no, sei fuori? Ma hai visto quanta acqua c’è lassotto!!”

Così, pascolando sul tetto della galleria del Moregallo, gongolo (senza sporgermi troppo) di questa divertente invesione di ruoli. La falesia di Cendali, lo spot di “DryTooling” e poi fuori, per uscire tra le scogliere ancora vergini ed assolutamente terrificanti: “Accidenti! Strepitoso qui! Dovremmo dare un occhiata a quei buchi lassù.”

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Con il naso all’insù fantastichiamo tra pareti e canali avvolti nella nebbia. Il Moregallo è una montagna fatta così: anche dove l’urbanizzazione e la prepotenza umana hanno cercato di sopraffarla ha saputo far riemergere la sua anima ribelle e selvatica.

Davide “Birillo” Valsecchi

«Non si va in nessun posto! Questo lo facevano i nostri nonni. Si va, e via: il sabato ci si trova assieme e si va fuori. L’importante è scappare, andare a tutto gas ogni tanto.» Johnny Strabler (Marlon Brando)

Sulle Tracce del Mostro

Sulle Tracce del Mostro

DSCF1080Questa montagna forse nemmeno ha un nome: Bevesco è l’unica traccia sulla carta, ma probabilmente si riferisce ai prati sul lato nord, dove si trova l’Alpe Alto. Tuttavia, osservandola dal basso mentre le sue punte svettano tra le nebbia, non si può trascurarne la forza, anzi, più la si osserva e più si vorrebbe forse allontanare lo sguardo da quelle sue forme tanto complesse e repulsive.

E poi lì, nel centro, quella linea scura, quell’enorme camino che non si illumina nemmeno alla prime luci del sole, quando sorge ad Est. Quell’enorme camino ormbroso, la cui base sembra irraggiungibile e protetta da due onde rocciose di “misto verde e torrentismo”.

La giornata è luminosa, durante le notte è caduto un sottile strato di neve che ha gelato i ripidi prati di paglione. Ho raggiunto la cresta orientale di questa terra senza nomi: il sole qui non è mai arrivato, tutto è imbiancato e croccante. All’orizzonte le altre montagne sembrano guardarmi incuriosite attraverso l’aria tersa: «Birillo, dove stai andando a cacciarti tutto solo?»   

Vorrei ridiscendere lungo il filo della sottile cresta ma la neve, il paglione ed il vuoto sembrano sconsigliarlo. Volevo costruire un’ometto sulla punta inferiore, quella che si tuffa nel vuoto,ma ho paura che con questo sottile strato di neve mi tradisca, che il mio ometto diventi un monumento funebre.

Lascio la cresta  e mi avvenuturo tra le piante ed il buio. Se non posso spostarmi abbastanza ad est per intravvedere il camino cercherò di raggiungerne la spalla d’uscita. Devo fare solo un lungo traverso sul prato gelato e rimontare la cresta successiva. Senza neve, senza il freddo ed il buio la mia esplorazione sarebbe più semplice: forse dovrei rimandare, ripiegare. Ma ormai sono qui, devo solo fare attenzione. Già, devo solo fare attenzione.

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Più mi avvicino alla cresta più il vuoto e la solitudine cominciano a farsi sentire. Mi muovo sempre più lentamente appoggiando con cautela i piedi sul paglione gelato. Il lago è illuminato, le Grigne, il Resegone, i Corni, il Moregallo, il Pizzo dei Tre Signori sono tutti illuminati. Solo io ed il mostro siamo al buio, ma solo io scricchiolo ad ogni passo.  

Ormai mi mancano solo due metri al bordo della cresta. Devo superare un muretto e scendere su un terrazzino erboso. Il vuoto è incredibile, assoluto. Sotto di me, quasi tra le mie gambe, vedo il “taja sass”. Non c’è nulla a proteggermi da quel vuoto interminabile e non posso fidarmi di quel paglione gelato. Devo tornare indietro, devo. Ma sono qui, mancano due metri per guardare dentro quel camino, per scoprire cosa vi si nasconde.

Poi inizio a rendermene conto. La paura quasi mi soffoca, lega ogni mio movimento. Walter Bonatti una volta disse ad Ivan Guerini: «La paura è un ottima consigliera, guai non darle ascolto!» Anche Fasana nelle sue solitarie racconta le proprie paure. Devo dare ascolto alle mie sensazioni. Resto immobile ancora un secondo. Poi, voltandomi, trovo una bella pianta spessa un polso. Avessi una fettuccia ed un pezzo di corda potrei fare sosta, proteggermi. Forse mi sentirei meno solo, meno indifeso. Ma non ho la corda con me, l’ho lasciata a casa per impedirmi di prendere rischi. Bella mossa. «Tu non sei un fifone Birillo, sei solo uno stupido impreparato!». Questo pensiero per un secondo mi riscalda. Respiro e mi guardo intorno.

DSCF1152Poco sopra di me c’è una grossa roccia. Forse da lì riesco a dare un occhiata. Lentamente mi alzo raggiungendo il grosso masso, lo afferro e comincio a farci conoscenza: «Hey sasso, non è che se mi appoggio decidi di andare a farti un giro in valle, vero?». Mi sporgo un po’ oltre ma ciò che vedo mi agghiaccia.

Afferro con una mano la macchina fotografica e spingo il braccio quanto posso scattando alla cieca. Il primo sguardo mi ha dato le vertigini. E’ stato come guardare giù dal Pizzo D’Eghen: un Pizzo D’Eghen incazzato e gonfio di steroidi! Placche lisce, roccia marcia, colate di ghiaccio, roccia instabile e muschio. Soffio e respiro: «Mio dio, quel posto è un incubo. Un incubo!».

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Il freddo cominicia a prendermi. Devo muovermi. Il bisogno di andarmene diventa fisico. Lentamente riattraverso il prato gelato e solo quando sono ad una trentina di metri dal camino riesco a concedermi tregua. Finalmente raggiungo un raggio di sole, finalmente il mostro ed il vuoto non possono più afferrarmi.

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Tiro fiato. La paura si scioglie in euforia. La mente era troppo impegnata: tutto quello che non era direttamente legato alla sopravvivenza era archiviato ed accantonato. I ricordi, i ricordi di quel camino, ora cominciano a rimergere, a ricomporsi nei dettagli. «Sì, uno stramaledetto incubo». Tuttavia non riesco ad impedire, nemmeno volendo, che un ghigno compiaciuto accompagni questo nuovo pensiero. «Già, ma per affrontare un incubo servirà una squadra capace di sognare…»

Davide “Birillo” Valsecchi

Trailer Durden

Trailer Durden

07

“Questo sentiero fa schifo! Domani di sicuro sarà bellissimo ma oggi non voglio proprio salire!” Bruna batte i piedi per terra come una bambina. “Dannazione, non ho neppure il fiato di lamentarmi! Io volevo andare da qualche parte: perchè dobbiamo sempre fare fatica nei soliti posti! Io voglio andare a vedere qualcosa di nuovo!!” Come un torello furioso striscia i piedi e calcia i sassi. Io, seduto come una rana su un grosso sasso, la osservo divertito.

Le donne, ma in genere tutte le persone, hanno bisogno di esplodere ogni tanto. Viviamo in un mondo scombinato, siamo strattonati, derisi, sfruttati e troppo spesso incompresi. Siamo circondati da una quantità di gentaglia quasi insostenibile ma, al contempo, non riusciamo a distaccarci dal confronto, dalla comparazione.

Tutti hanno voglia di partire ma nessuno sa davvero dove andare. Anche io in passato ho vissuto quest’esigenza. Ho mollato tutti e mi sono messo in viaggio, sbarcando il lunario nientemeno che come “aiuto artista”. Mesi e mesi di viaggio per allontarsi da tutto, per sentirsi diversi, per sentiersi appagati.

Poi una mattina ti svegli su una branda piena di pidocchi in un sperduto villaggetto popolato da analfabeti che, vivendo tra la merda delle loro capre, ti parlano in un dialetto incomprensibile cercando di spiegarti la loro visione del mondo. Quella mattina, quando quell’esotico ciarlare ti rieccheggia nelle orecchie, quando tutto ciò che ti interessa è trovare una birra gelata per fare colazione, ti rendi conto che il viaggio è finito, che hai percorso migliaia di chilometri ma ancora non ti sei mosso di un solo centimetro.

Ti rendi conto che ti hanno sempre imbrogliato, che ti hanno spacciato per buoni dei falsi miti. Davvero la nostra vita è un viaggio che vogliamo vivere come turisti? Davvero vogliamo scivolare sulla superficie delle cose, rimbalzando da un luogo al successivo?

C’è un proverbio cinese che mi ha sempre affascinato: “Se conosci una cosa ne conoscerai centomila”. Credo che quest’idea sia alla base di tutto il mio attuale viaggio attraverso l’Isola Senza Nome. Una parte di me è fermamente convinta che se sarò in grado di comprendere queste montagne sarò in grado di comprendere ogni montagna, ogni roccia, ogni ruscello ed ogni bosco. Se così non fosse potrò, comunque, godere della gioia di aver esplorato un “fiordo” incastonato tra le alpi. Io ogni caso avrò imparato qualcosa su me stesso, e forse anche su tutti gli altri.

A volte qualche amico mi chiede “Ma sei sempre dietro a raccontare dei Corni? Non ti sei stufato? Non hai visto tutto quello che c’era da vedere?”. Trovo la domanda sempre divertente perchè spesso è quasi impossibile descrivere la quantità di cose nuove che “scopro”. A volte piccoli dettagli nascosti, altre volte realtà mastodontiche e gigantesche che curiosamente erano sempre state davanti al mio naso, ma che non avevo mai davvero “visto”. In quei momenti, di assoluto stupore e coinvolgimento, mi rendo conto di aver finalmente viaggiato, curiosamente  quasi senza essermi mosso.

Sono ancora seduto come una rana sul mio sasso ed osservo Bruna. Ha smesso di scalciare, si è infilata il cappuccio e si è appoggiata su un gradino di roccia. Aspetto, qualche attimo, forse qualche minuto, forse qualche ora: ognuno ha i suoi tempi, ma “Il drugo è uno che sa aspettare”.

“Hey bergamina, cosa facciamo? Torniamo a casa o andiamo a scoprire qualcosa di nuovo?” Lei si alza in piedi, si soffia il naso, si strofina gli occhi: “Non fare quella faccia divertita: è il pre-ciclo! Siamo arrivati fin qui, certo che andiamo a scoprire qualcosa di nuovo!! Ma in piano!!”

Mezz’ora più tardi mi faceva da balia mentre, tra la nebbia che si diradava, scattavo foto come un cinese. ”L’uomo che cammina da solo non ha nessuno verso cui girarsi” Mi diverte andare a zonzo con Bruna.

Davide “Birillo” Valsecchi

03

Lo Scoglio di Arianna

Lo Scoglio di Arianna

Lo Scoglio di AriannaLa nostra piccola armata brancaleone sta iniziando a muovere i suoi primi passi spingendosi “dove nessun Badger è mai stato prima”. Stiamo infatti cercando di capire come migliorare, come affrontare e confrontarci in modo autentico con una salita ignota e vergine sperimentando i rudimenti dell’arrampicata in modo “trad”. Per alcuni aspetti siamo davvero buffi, qualcuno potrebbe trovarci persino patetici, tuttavia quello che stiamo provando a fare ci da una grande soddisfazione e credo che nel futuro ognuno di noi troverà queste piccole esperienze come inestimabili e preziose.

Martedì gli zaini erano carichi di tutto il materiale a nostra disposizione: un set completo di friend economici degli anni ’80, vecchi chiodi cassin, un martelletto leggero ormai senza più vernice, fettucce, cordindi d’abbandono ed un serie mal assortita di nat. Dopo un’ ora e mezza di cammino eravamo sul paglione addentrandoci tra le rocce e gli speroni alla base della parete Ovest dell’Anticima del Moregallo. Mav, Andrea, Brambo, Marzio ed Io: per i più giovani era la prima volta in quella zona della montagna.

Avevamo addocchiato una struttura rocciosa che sembrava fare al caso nostro: non troppo alta, non troppo difficile, in grado di offrire protezioni buone e semplici da realizzare. Speravo in una Crestina Osa in miniatura ma ci siamo trovati davanti qualcosa di un po’ più complesso. A condizionare il tutto sopratutto la qualità della roccia non sempre rassicurante.

Dal basso la faccenda sembrava complicata, di fessure ed appoggi ce ne erano parecchi ma l’inclinazione del muro era più verticale del previsto. Aggiungendo scaglie, sassi mobili e passaggi di roccia delicata il tutto diventava un po’ troppo complesso per l’esperimento di un gruppo di neofiti.

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“Uno forte andrebbe sù seguendo quelle fessure. Il guaio è che noi non lo sappiamo se siamo forti o meno. Facciamo il giro e vediamo perlomeno se in alto è possibile fare una buona sosta” Tutti insieme abbiamo aggirato la struttura risalendone un fianco attraverso un piccolo canale erboso. Giunti sulla sommità abbiamo trovato una buona radice su cui allestire con cordini e fettuccie una solida sosta a tre punti.

DSCF9578Non avevo voglia che qualcuno si facesse male o si spaventasse. Eravamo su roccia sconosciuta in un angolo selvatico del Moregallo. Tutto doveva essere fatto con massima cautela. Ho controllato con Mav la sosta ed atteso un secondo: poi ho deciso. Se il leggendario Giacomo Casati prima, ed il fortissimo Giuseppe Dorn poi, avevano calcato la roccia della Cresta Segantini scendendo dall’alto anche noi mezze seghe potevamo buttare giù un “canapo” e vedere cosa fossimo in grado di combinare!     

Così ho buttato la corda nel vuoto lasciando Mav a fare sicura mentre con gli altri sono tornato nuovamente alla base. Certo, la corda dall’alto avrebbe evitato di accopparsi ma tutte le altre incognite erano ancora lì da superare: il rischio di tirarsi addesso qualcosa e di sbattere era invariato.

Teoricamente sarebbe dovuto toccare a me risolvere la questione salendo per primo. Tuttavia non avevo ancora inquadrato completamente la faccenda: avevo più di un dubbio stando sotto con il naso verso l’alto. Inaspettatamente si è fatto avanti Andrea “Provo io! Dopo tutta la strada fatta fin qui una prova la voglio fare!” Ero sorpreso ma anche compiaciuto: i ragazzi stanno già iniziando a bagnarmi il naso!

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Andrea parte e noi tutti a guardarlo, a dargli suggerimenti, a studiare quello che accadeva. Andrea si alza prima su una fessura verso sinistra, poi traversa verso destra in spaccata. Sale lento, con attenzione, tastando ogni presa ed ogni appiglio. Ogni tanto si ferma e butta giù qualche grosso sasso che lo minaccia dall’alto. Ero davvero stupito, stava arrampicando tremendamente meglio dell’ultima volta, e lo stava facendo con grande tranquillità su un terreno e su difficoltà assolutamente ignote. Quando finalmente raggiunge la sosta ci saluta dall’alto e noi, sotto, tutti ad applaudire! Credo che per lui sia stata un’esperienza intesa ed una grande soddisfazione! Credo che se lo ricorderà a lungo e che gli sarà di grande aiuto nel futuro: bravo Andrea!

Il turno successivo è quello di Brambo: Alberto inizia a salire, la sua linea è leggermente diversa da quella di Andrea, in alcuni punti la roccia fragile gli da parecchi grattacapi. Ma anche lui, con tranquillità e costanza, raggiunge la sosta. Anche per lui applausi e pacche sulle spalle!

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Il sole d’inverno inizia però a calare. Siamo saliti in cinque e dopo due ore a piedi solo due di noi hanno potuto risalire un monotiro con la corda dall’alto. A qualche “pezzo grosso” il nostro potrebbe sembrare un magro bottino, potrebbe perfino definire tutta la nostra avventura come una banale perdita di tempo, come qualcosa di alpinisticamente irrilevante se non addirittura eticamente scorretto.

Può essere. Ma sapete come si dice: al tasso questo non importa (“Honey badger don’t care). Siamo giovani, inesperti ed ignoranti in un mondo di cattedratici carichi di medaglie, in un mondo di gente che con il trapano in mano si sente sul Cerro Torre. Noi siamo i Badgers ed il Moregallo è la nostra nuova casa. Senza artifici o forzature abbiamo arrampicato rispettando noi stessi, i nostri limiti, la roccia e la montagna: quale onestà maggiore si può pretendere da un’alpinista?

Mav vorrebbe aprire una nuova via e dedicarla ad una bambina di nome Arianna. Noi, avendo arrampicato corda dall’alto, non abbiamo aperto una via a cui dare un nome. Tuttavia, visto che quella struttura un nome sembra non averlo, abbiamo deciso di battezzarla noi: Lo Scoglio di Arianna.

Davide “Birillo” Valsecchi  

NB: Ancora una via non l’abbiamo aperta, ma è chiaro che Lo Scoglio di Arianna è NoSpitZone. Occhio 😉

La roccia vince sempre

La roccia vince sempre

DSCF9455“Birillo, questo di certo non è quinto grado!” Sbotta Simone sporgendosi oltre il muretto di sassi mentre osserva dall’alto la verticale Placca dell’Idiota. Io appoggio lo zaino e gli faccio il verso: “Suvvia, ai Corni tutto è quinto grado …per tradizione!” La placca, alta una ventina di metri, è  però significativamente più impegnativa di quanto le mie speranze avessero valutato.

Poco male. Su di noi il sole brilla caldo e sotto San Tomaso un mare di nuvole bianche riempie la valle e copre il lago. Alle nostre spalle le guglie ed i pilastri del Moregallo risplendono quasi rossastri nella luce invervale. Si sta troppo bene per essere preoccupati. “Scendiamo sotto e diamo un occhiata dal basso”.

Insieme, attraverso il ripido prato, ci abbassiamo fino alla base della placca. “Bella è bella davvero. Però non vedo nulla in cui piazzare qualche protezione. Fino alla radice non c’è nulla ed oltre niente fino all’uscita. Dritta è dritta: anche solo in partenza non puoi alzarti cinque metri senza metter dentro niente”.

Il diedro sulla destra è un mezzo disastro di roba appoggiata, lo spigolo di sinistra invece offre qualche presa, qualche pianta ma, nella pratica, si riduce ad una salita su erba, poco sensata e piuttosto pericolosa. Proviamo ad allungarci sulla placca tastando le prese senza però trovare nulla. “La roccia sembra buona ma non c’è manco un buco in cui poter piazzare qualcosa”.

Simone accende una sigaretta e per qualche minuto rimaniamo con il naso in su ad osservare la placca. “Bhe, tempo ne abbiamo: torniamo su e vediamo se per lo meno è possibile fare una sosta e dargli un’occhiata”. Risaliamo per il bosco e, recuperati gli zaini, iniziamo ad imbragarci.

La placca è sormontata da un grosso muro a secco che i “vecchi” hanno costruito per evitare che le bestie al pascolo precipitassero di sotto. Tutti quei sassi ammassati mi davano però da pensare. Forse anche per questo nello zaino ho portato uno spezzone di corda statica da 30 metri: “Piazziamo la statica su due piante, lasciamo che superi il muretto e facciamo sosta sulla placca. Se mettiamo bene la statica il muro non dovrebbe venirci in testa neppure se strattoniamo”.

Una fettuccia su uno speroncino di roccia ci permette di realizzare una sosta pittoresca ma solida. Caliamo la doppia e, con attenzione a non scuotere il muretto, mettiamo tutto in tensione iniziando a discendere la placca. “Il diedro è pieno di roba smossa. La placca tiene bene ma è compatta. La fessura centrale è la sovrapposizione di due strati. I chiodi non entrano o fanno saltare la roccia”. Simone studia la placca, toglie qualche qualche crosta instabile e continua la sua esplorazione dal sapore spleo. “Bella è bella. Il grado è alto ma è arrampicabile. Il problema è uno solo: è inchiodabile e di friend o nat non se ne parla proprio.”

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Una volta a terra mi calo anche io scattando qualche foto ricordo della nostra prima volta nel cuore della placca dell’idiota. Raggiungo le piccole piante che avevo visto dal basso. Una stretta fessura colma di erba risale verso sinistra. Purtroppo le pianticelle sono troppo piccole per sostenere un volo e la fessura, nonostante tutto, muore prima che la placca raggiunga il suo apice di difficoltà. Sulla spalla sinistra un grosso sasso appigliato appare sinistramente invitante ed instabile “Quello mi sa che appena lo tocchi saluta tutti e parte verso il basso!” “Sì, è grosso ma anche secondo me viene giù appena lo tocchi”.

Nuovamente con il naso all’insù ci ritroviamo alla base della placca. “Bhe, siamo qui. La sosta sembra buona. Proviamo almeno a salire?” “Birillo: è la tua placca, vuoi provare tu per primo?” “Naa, io non sono possessivo e quelle tacche sono troppo piccole per i miei gusti. Ti lascio il posto!”.

Simone inizia a salire mentre gli faccio sicura. La roccia è buona, richiede piccoli e precisi movimenti su piccoli appoggi ma tiene bene. Leggero e morbido Simone si alza, supera la prima placca, raggiunge una serie di piccoli oppoggi con cui si sposta nuovamente a destra raggiungendo la radice. Supera la piccola pianticella e prosegue tenendosi a debita distanza dal diedro. Verso l’uscita la placca diventa per pianisti e si ferma a studiare il passaggio. “Mancano due metri ma è dura: non c’è nulla. Devo per forza provare ad usare il diedro” Con una mano. senza nemmeno caricarci il peso, tocca la roccia del diedro, ma tanto basta perchè questa vada in pezzi e crolli.

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Simone mi urla “Attento”. Con il reverso lo tengo ben saldo mentre una fettuccia mi sorregge placido ad una pianta. Dall’alto cinque grossi sassi saltellano nel diedro puntandomi allegri. In realtà avevo paura che mi crollasse addosso il muro o che il diedro andasse in pezzi franandoci completamente addosso. Nella mia mente ho immagini terrificanti, forse è per questo che guardo quei grossi sassi con una certa indifferenza. Ho un caldo sole alle mie spalle e non sono su qualche terrificante parete: per qualche strano ed insensato motivo so che quei sassi non possono colpirmi, non glielo permetterò.

Non so come ma, immobile, riesco seguire contemporaneamente tutte le traiettorie nonostante i rimbalzi. “Birillo schivare un pugno è sempre una questione di centimetri. Devi muoverti all’ultimo momento, se ti muovi prima non solo rischi di non riuscire a parare, ma rischi persino di sbatterci contro!” Le parole di Dario, il mio Maestro di KarateDo, risuonano leggere nella mia mente serena. Aspetta, aspetta…. Ora!! Fletto il busto sulla sinistra, poi di nuovo sulla destra. Due sono passati, ne resta uno. Sposto la testa sulla sinistra e mi abbasso. Una grossa pietra sfila sopra la mia spalla destra colpendola di striscio. Beh, tutto qui?

“Birillo!! Tutto bene!?” Urla Simone dall’alto. Io ridendo gli rispondo “Sì! Sì! Tutto bene. Mi sento come quando a Bush gli tiravano le scarpe in Irak! Hehehe!!” Simone scuote la testa ma, accertatosi della mia incolumità, si tranquillizza e chiacchieriamo un po’. “Niente. Se non puliamo il diedro, per uscire ti mollo addosso altri sassi. Fammi scendere che tocca a te.”

Lo calo, infilo le scarpette e mi avventuro sulla mia placca, quella dell’idota. I primi movimenti, a freddo, sono complicati. Poi prendo le misure. La placca non è certo il mio forte ma la roccia, nonostante la terra, che qua e là la ricopre, ha davvero un ottima presa e riesco a lavorare con precisione le scarpette mantenendo l’equilibrio. Con piccoli movimenti mi alzo seguendo linee sottili, quasi invisibili. Mi piace, mi diverto: roccia vergine, che meraviglia, tutto un’altro mondo!!

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Supero la radice ed inizio ad alzarmi sulla seconda parte della placca. Rimonto un poco e poi mi fermo a studiare il passaggio “Dannazione, la tentazione di spaccare nel diedro è fortissima! In placca c’è qualcosa di piccola da usare ma il diedro qui a lato chiama forte. Se faccio il passo e devo riposizionarmi è quasi certo che vado a cercarlo.” Mi fermo, lentamente sposto il peso dagli appigli all’imbrago. Mi fermo, osservare la roccia, la placca ed i pilastri del Moregallo che svettano alle sue spalle. “Però è davvero bello qui!” Attendo ancora un’istante. “Okay! Fammi scendere ora!”

Una volta a terra sfiliamo la corda e ci sediamo al sole a chiacchierare in totale relax. “Secondo me l’inizio è sul 5c, poi si impenna sul 6a mentre l’uscita rischia di essere un 6c. La roccia è davvero bella ma senza mettere protezioni non puoi salirla dal basso”. Simone, con un po’ più di esperienza, ridimensiona il mio ottimistico quinto grado. “Bhe, non importa. E’ bella e mi è davvero piaciuto arrampicarci sopra. Trapanarla per metterci gli spit sarebbe un sacrilegio senza senso: solo un idiota potrebbe inorgoglirsi di una cosa simile. Direi che siamo stati fortunati: ci ha lasciato divertire nonostante non sia possibile vincerla senza barare. Una lezione istrutttiva – ammicco e rido – Davvero è la mia placca ed il suo nome le si addice! Chiunque vorrà fare altrettanto avrà bisogno solo di uno spezzone di statica e di un po’ di intelligenza. A me va bene così, anzi, forse così è pure meglio!!”

Infiliamo l’attrezzatura nello zaino e spensierati scendiamo verso valle. Bruna ha buttato la pasta e le altre squadre dei Badgers dalla montagna stanno rientrando tutte alla base (casa mia!). Nella mia cucina ci attende un pomeriggio affollato di amici, denso di racconti e carico di birra. Cos’altro si può volere da una soleggiata domenica di Dicembre?

Davide “Birillo” Valsecchi

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Tra le creste dimenticate

Tra le creste dimenticate

DSCF9231I ragazzi mi hanno bidonato: ormai sono in grado di organizzare cordate indipendenti e sono andati a ripetere qualche via disertando il mio invito all’avventura. Sono cresciuti mentre io sono rimasto il solito vecchio squinternato. Forse è giusto così. Sorrido, in fondo sono contento: l’unico a rischiare la pelle oggi sarò io.

Aspetto che il sole si faccia caldo ed esco di casa. Imbocco un sentiero a caso e da piazza Fontana arrivo a via Preguda. La strada è invasa di auto parcheggiate: una piccola folla è salita alla chiesetta del Sasso per la messa. Giro al largo, taglio dritto per il bosco, attraverso i terrazzamenti puntando a rimontare direttamente la Forcellina.

Con un certo disappunto mi ritrovo a districarmi tra recinzioni e “divieti d’accesso”. Appeso agli alberi scavalco rovi e filo spinato maledicendo la “possessività” del genere umano. Tra un’imprecazione e l’altra mi accorgo però di non essere il solo in quello scomodo labirinto: mi imbatto prima in una coppia di caprioli e poi in un intero branco di mufloni. Ci guardiamo l’un l’altro con curiosa e selvatica complicità!

Poi finalmente raggiungo le rocce sotto la Forcellina. Sebbene molto friabili trovo qualche passaggio interessante e rimonto raggiungendo un boschetto illuminato da un sole splendente e da un panorama strepitoso.

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Raggiungo le panchine della Forcellina e mi incammino lungo il sentiero “Paole e Eliana”. Infilo il casco, mi fermo su sasso di granito, ammiro la mia meta: la sommità dell’anticima del Moregallo. Davanti a me ci sono un susseguirsi di creste e guglie attraversate da profondi canali che ho osservato risalendo dalla Valle due Pile. In un silenzio forse colmo di solitudine inizio a salire.

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Se invece dell’erba ci fosse ghiaia e pietrisco la mia salita avrebbe un che di dolomitico. Mi sposto stra cenge e canali aggirando speroni e rimondando balze rocciose. Tutto attorno a me è un campionario di forme e linee dall’orignalità straodinaria. Spesso mi fermo ad osservare le strane pose il mondo circostante è capace di assumere. La natura ha davvero una sconfinata fantasia!

Il vuoto della valle sottostante comincia a farsi sentire. Il bosco e la Forcellina sono lontane e tra qui “prati rocciosi” la verticalità comincia a prendere il sopravvento. Supero la prima “cima” ed attacco la successiva. Mi muovo con calma cercando di capire in quali punti passare senza lasciarmi sorprendere. Raggiungo la base della seconda cresta e mi sposto verso sinistra per osservare il canale sottostante.

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Dal basso avevo visto dei bei muraglioni apparentemente non troppo difficili ed ero curioso di scoprire se esistevano passaggi che permettessero di passare. Mi ritrovo invece su una bastionata che precipità di oltre sessanta metri. Osservo stupito dall’alto le mille guglie sottostanti. “Di qui non si passa senza corda, non puoi disarrampicare, è troppo alto, troppo difficile, troppo sconosciuto”.

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Il cuore accellera prima che me ne renda conto. La mia mente ed i miei occhi corrono tra le rocce, con la frenetica razionalità di un robot cercano linee e schemi che mi permettano una via d’uscita. Il mio cervello diventa una macchina fotografica e le immagini si riempiono di tracciati luminosi che ballano tra le rocce: ”Se sbaglio… se non vi è uscita oltre la cresta… se c’è uno strapiombo… se resto bloccato…”. La sensazione che mi ha investito è intensa, pervade ogni mio gesto. “Scusa Birillo, ma hai paura?”.

Le emozioni sono roba forte, roba che ti salva la pelle o che ti spedisce sotto terra. Faccio qualche passo, raggiungo un pianerottolo e mi siedo comodo. Tolgo lo zaino, estraggo la bottiglietta d’acqua ed il sacchetto di frutta secca. Il cuore rallenta e la mente si riallinea: sono nuovamente io il capitano di questa nave tra gli scogli.

Mentre sgranocchio ripenso ad un passo del nuovo libro di Ivan, “Il Trono Remoto”: “Arrampicate solitarie e relative difficoltà: ….la Solitaria Esplorativa Integrale – parete sconosciuta senza mezzi tecnici si affronta una difficoltà incognita e intata – è tra tutte la più impegnativa per la condizione ignota che affronta e l’incognita intatta che supera. Le altre tipologie si rivelano nient’altro che solitarie adattate alle differenti “capacità o incapacità” degli scalatori che le praticano “abili o mediocri” che siano.” Rido pensando a come quel vecchiaccio spesso abbia ragione da vendere.

Guardandomi attorno mi rendo conto di non essere sull’immensa parete del Manduino ma, in modo proporzionale, questo non fa molta differenza. L’invisibile nemico che aveva cercato di aggredirmi non aveva nulla a che fare con la montagna su cui sto salendo. Non era fatto di roccia e vuoto, era “materia” che avevo portato io fin qui sù e che non apparteneva a questa cresta.

Rinfilo le mie cose nello zaino che, per intenderci, è quello che Ivan usava in val di Mello e che ha poi regalato a Bruna. E’ uno zaino troppo piccolo per infilarci cose inutili: abbandono le incertezze che mi sono tirato dietro e ci infilo la piccola lezione appresa.  

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Affronto un passaggio un po’ esposto ma su roccia buona (“basta non cadere….”) e finalmente raggiungo la cima della cresta. La strapimbante valle muore in un canale erboso, tiro fiato e smonto dalla cima per affrontare la cresta successiva, quella che corre sul lato sud dell’anticima del Moregallo.

Imbocco un canale e rimonto seguendo una linea di piante arrampicando tra l’erba. Poi, piegando verso sinistra piego verso il filo di cresta raggiungendo il grande tetto che mi ero ripromesso di osservare. In quel punto, sul versante opposto, una cengia rocciosa risale verso l’alto attraversando la strapiombante parete Sud dell’Anticima. Noi “Badgers” abbiamo chiamato quel tratto il “Corridoio” ma nessuno di noi si era avvicinato abbastanza da osservarlo direttamente.

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Per scendere fino alla base del tetto devo disarrampicare per tre o quattro metri una piccola placca appigliata. Sotto la placca però ci sono cento metri di vuoto senza appello. Trovo un paio di clessidre in cui infilo il cordino da quattro metri che avevo agguantato per sfizio uscendo di casa. Aggrappato “a mano” a questa solida sosta provo ad abbassarmi arrampicando in discesa. I piedi non danno però sicurezza e qualcosa si muove. “Dannazione, ci sono così vicino! Se solo avessi avuto lo spezzone da dieci metri e qualcuno a farmi sicura!”. Attendo ancora un istante, poi desisto. Le due clessidre sono solide, sono un buon segno, un regalo che non va spReCato con scelte sciocche.

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Rimonto la cresta arrampicando sul limite del bosco: è davvero un bel posto. Finalmente raggiungo la cima e mi siedo un istante ad osservare il panorama. Era tanto che volevo salire quassù. Alle mie spalle un placido prato scende fino al sentiero, ma seguire quella strada non sarebbe stata la stessa cosa.

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Davanti a me, oltre la grande valle, una folta comitiva di arrampicatori risale la crestina OSA. Urlano, sbracciano e fanno un gran baccano gridando al compagno di recuperare corda. Li guardo e mi viene un po’ da sorridere: in settimana l’ho ripetuta in notturna con la luna piena e spesso la percorro slegato ed in solitaria.

Tuttavia anni fa, sempre in solitaria, avevo dovuto disarrampicare tutto il primo tiro perchè giunto al primo passaggio esposto il mio zaino colmo di “materiale inutile” aveva cominciato a pesare troppo. Forse erano stati gli scarponi da trekking che scivolavano sulla roccia o forse anche la Crestina voleva insegnarmi qualcosa (…e vi garantisco che ho imparato!).

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Sulla strada di ritorno ho incontrato due ragazzi che, nella luce del tramonto, osservavano le guglie del Moregallo. “Ciao, tu sai se quella è la Crestina Osa? Vorremmo salirla, ci hanno detto che è facile ma noi siamo alle prime armi”. Mi fermo, gliela indico e gliela racconto. “Solo un coglione vi dirà che la crestina è facile. Quello è il regno dei tre vuoti: al più possono dirvi che se fate le cose nel modo giusto non è difficile. Tuttavia non pensiate di poterla predere sotto gamba: portatevi una buona scorta di fettuccie, sceglietevi un buon giorno e godetevi la vostra avventura”.

Ci salutiamo stringendoci la mano. “Grazie mille per le informazioni: ci alleniamo ancora un po’ al pannello e poi proviamo a farla”. Ecco, appunto, non avete capito un cazzo…

Davide “Birillo” Valsecchi

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