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«A detta degli apritori la via volle essere un invito a raggiungere, per tutti i frequentatori della valle, un felice equilibrio con la natura, libero da qualsiasi desiderio eroico, competitivo e di conquista».

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Pornografia Domestica

Pornografia Domestica

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La zia Cesy mi chiama al telefono: “Davide! Davide! Guarda su Rai Storia che c’è un vecchio che parla di montagna!” Accendo la televisione ed inizio a ridere “Zia, quello non è un vecchio: è Bruno Detassis!” La zia dall’altro capo ribatte: ”Mi sembra uno forte. Dai, dai, torno a vedere. Ciao!”. Il “Custode del Brenta”: un vecchio che parla di montagna.

Una volta Ivan Guerini mi ha raccontato del suo primo incontro con Detassis. La cosa divertente è che anche lui, come la zia Cesy, non aveva idea di chi fosse quel vecchio che parlava di montagna al rifugio Brentei. Si era avvicinato per fare qualche dubbiosa domanda sul loro scarso materiale ma Ivan, che nel 1979 era molto giovane, non aveva capito chi fosse. Il giorno successivo avevano risalito in  3 ore e mezza i 900 i metri del Diedro Aste al Crozzon di Brenta. Detassis durante la salita li aveva tenuti d’occhio con il canocchiale. Al ritorno non solo si era presentato ma si era persino complimentato con loro: ”Non ho mia visto nessuno arrampicare così velocemente”.

In modo quasi inaspettato dallo schermo scompare la pipa di Detassis e compare un giovanissimo Reinhold Messner. Racconta della sua giovinezza nella Val di Funes, dell’arrampicata libera, del superamento del VI° grado. Mi torna alla mente una frase di Gianni Mandelli “Ai Corni le vie sono tutte di quinto perchè all’epoca il sesto lo faceva solo Messner”. Prima di parlare di Bull, del fratello e del Nanga Parbat racconta del rapporto con quelle montagne delle sua gioventù: ”All’epoca quelle montagne erano le più grandi che avessi mai visto: sapevo tutto di loro, conoscevo ogni sasso. Non avevamo bisogno d’altro. Solo dopo, quando abbiamo avuto il bisogno di confrontarci con gli altri, abbiamo comprato una macchina per spostarci e siamo andati altrove”.

Come dare torto a Messner? Ma non tutti comprendono il fascino delle montagne di casa, la loro natura selvatica ed al contempo domestica. Quando la Zia Cesy mi ha telefonato stavo sistemando alcune foto scattate nella mia esplorazione del Versante Sud del Moregallo. In modo sistematico sto risalendo le valli ed i canali cercando di scoprire cosa si cela lontano dai sentieri battuti. Solitamente imbocco il sentiero “Paolo ed Eliana” e devio poi verso l’alto.

Paolo ed Eliana, il Cerro Torre e Detassis, Guerini e Messner. Il mondo e la storia sembrano girarmi intorno mentre tra i rovi e le ossa di Muflone esploro la mia curiosità. Davvero strano il mondo in cui mi sono ritrovato. A volte è buffo, a volte spaventoso, a volte l’unico che mi interessi.

Vi mostro quelle foto, ma fate attenzione. Sotto alcuni aspetti questa è inaspettata pornografia alpinistica!

Davide “Birillo” Valsecchi

NB: Il Moregallo, salvo rari e specifici casi, è da considerarsi una “zona no spit”. Non fatevi pizzicare con il trapano a far danni alle mie foto 😉

(Questo sopra è un video. Cliccaci sopra per vedere tutte le foto)

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La Placca dell’Idiota

La Placca dell’Idiota

DSCF8942La mia curiosità si era accesa quando, arrampicando sulla dell’Oro al Corno Rat, avevo visto due grossi muretti a secco cingere entrambi i versanti della valle. I muri apparivano grandi ed estesi, quasi una fortificazione: ma cosa difendevano? Se i “vecchi” si erano dati da fare per costruire una cosa simile un motivo c’era di sicuro. Sotto il muro apparivano altrettanto evidenti una serie di rocce strapiombanti che precipitavano nel fondo della valle,  tuttavia la vegetazione non lasciava intravedere molto.

La mia ipotesi è che quel muro, tanto lungo e tanto grande, servisse a proteggere il pascolo affinchè le bestie non precipitassero sulla roccia sottostante. Per giustificare la costruzione di un’opera simile il “salto” doveva essere ragguardevole. Quindi, in quel tratto di bosco, c’erano delle pareti di roccia, probabilmente dimenticate, quasi sicuramente alpinisticamente vergini. “Bhe, andiamo a vedere!”. Ho preso lo zianetto ed in solitaria mi sono lanciato nella ricerca.

Conosco abbastanza i sentieri di Valmadrera ma, essendo qui da poco, non ho ancora nella testa una proiezione tridimensionale della zona completa ed accurata. Questo mi rende difficile non tanto orientarmi quanto trovare scorciatoie. Non mi è toccato far altro che approcciare la via più diretta. Imboccato il sentiero “Paolo ed Eliana” ho tagliato su dritto per dritto seguendo il fiume in secca della Valle di Sant’Antonio.

DSCF8866La prima inaspettata scoperta è stato il rudere di una grande casa in una piccola radura: avvicianandomi ho scoperto che metà della costruzione era in granito!  Tutta la valle è infatti “affollata” di sassi che, come dovreste sapere, non sono affatto indigeni ma provengono dalle valli a Nord del lago ed hanno viaggiato fin qui in groppa ai Ghiacciai. Le colonne della Chiesa di Valmadrera sono in granito ed il grande masso da cui sono state estratte è ancora ben visibile nel bosco. Tuttavia non mi aspettavo di trovare una costruzione meno “prestigiosa” costruita in gran parte con tale prezioso (da noi) materiale.

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Poco più in alto ho trovato una vecchia tubatura orami in disuso e poco oltre, finalmente, la mia tanto agognata roccia. Alzandomi tra la vegetazione ho finalmente compreso meglio tutta la faccenda. La valle si chiude infatti in una serie di grandi cascate verticali che a tratti sembrano formare un orrido. Su entrambi i versanti sono stati costruiti grandi muri che cingono il bosco separandolo dallo strapiombio sottostante. Con lo sgardo verso la sorgente del fiume si può vedere come sulla destra il muro compia un lungo percorso sovrastando strutture rocciose meno strapiombanti ma comunque alte e verticali. Tra queste La Placca dell’Idiota ed il Camino degli Stupidi!  

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La Placca si innalza compatta, ma non completamente verticale, per una trentina di metri (forse anche qualcosina in più). Sulla destra forma un diedro intervallato da qualche piccola pianta. Sulla Sinistra invece lo spigolo sembra solido e ben lavorato.Una vera pacchia! Sulla placca dell’Idiota possono essere infatti tracciate per lo meno tre vie: la più semplice all’interno del diedro, una pià complicata sullo spigolo ed una tutta da scoprire nel centro della placca vera e propria. Difficoltà che oscillano sul IV° grado con punte forse di V° inferiore in placca: tutte da scoprire e proteggere in modo Trad.

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Non essendo completamente verticale c’è la possibilità di fermarsi e lavorare con calma, tuttavia l’esposizione dopo i primi metri (che ho esplorato in libera) inizia a farsi sentire man mano ci si alza oltre gli alberi. In uscita alcune piante oltre il muretto possono offrire supporto per una sosta tutta da migliorare.

Sulla sinistra di questa placca se ne trova una seconda, più piccola e arginata sulla destra da un diedro camino, una fenditura abbastanza ampia da infilarvi una gamba o un braccio nella salita. Anche in questo caso la placca non è completamente verticale sebbene non si possa considerare appoggiata. L’uscita della placca è una cengia erbosa delicata ma apparentemente praticabile.

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Risalendo nel bosco sono arrivato all’uscita e dall’alto la placca ha un’aspetto tutt’altro che banale. C’è da lavorarci parecchio per capire come proteggere un passaggio simile fuori dal diedro. “La Placca dell’Idiota” e Il Camino degli Stupidi: per gli amanti del trapano e della magnesite un “problema” probabilmente insignificante, quasi ridiciolo. Tuttavia, intesa come area “no spit zone” quei due “relativamente” brevi tratti di roccia sono davvero qualcosa di prezioso e ragguardevole!

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Costeggando il Muro sono arrivato al cuore della valle, a ridosso delle grandi cascate (ora in secca). Il paesaggio circostante è magnifico ed il colpo d’occhio sul Moregallo o sul Corno Orientale è davvero appagante. La mia piccola gita mi ha concesso due ultimi regali prima di riconsegnarmi a sentieri più battuti. Il primo è stato un grosso sasso in granito da rimontare in aderenza: un tratto breve, non pericoloso, ma sicuramente divertente!

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Il secondo regalo è stata invece “La cascata dei Cretini”, un bellissimo tiro in cascata assolutamente da provare. La roccia è inevitabilmente umida e levigata dal passaggio dell’acqua, tuttavia sotto le foglie si nascondono belle lame compatte a cui aggrapparsi. Qualche pianta sui lati ed un bell’albero in uscita su cui fare sosta. Un tirello di IV° con probabile sorpresa, una primizia da sperimentare.

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Ci sono molte altre zone in cui vorrei “giocare”, spesso più evidenti ed attraenti, ma altrettanto spesso sono troppo vicine ai sentieri battuti o troppo “esposte” perchè possano essere affrontate con ludica serenità (come ad esempio tutta la parte sommitale verso Est del Corno Rat).

Qualcuno potrà obbiettare che questa roccia è “niente”, tuttavia per noi che siamo “nessuno” è di certo una magnifica scoperta!

Davide “Birillo” Valsecchi

Fin dove sono salito non ho visto chiodi (ne mi aspettavo di trovarne). Chiederò agli amici di Valmadrera informazioni sulla valle e sui suoi muri. E’ abbastanza scontato che questa ora è una “zona no spit” 😉

Araldi della Torre Tonda

Araldi della Torre Tonda

DSCF8599Forse sono stati proprio i Corni i primi ad accorgersi che quello era un momento importante. Nell’ombra della parete Nord del Corno Orientale fa sempre un freddo terribile, ieri però non spirava il consueto vento gelido che da nord scende lungo il lago scavalcando la bocchetta delle Moregge.

Alla base della Torre Tonda, sotto la Grande Onda, due arrampicatore d’eccezione e due giovani e arrembanti indigeni: Ivan Guerini e Giuseppe “Joseph” Prina, accompagnati da Mattia Ricci e Davide “Birillo” Valsecchi.

Lo confesso, mi ci è voluta una notte intera ed una buona dose di boccali di birra per rendermi conto di quanto quella di ieri sia stata una tappa importante nel lungo, e a volte sbalorditivo, viaggio iniziato tre anni fa. Casualmente questa mattina mi è apparsa una foto scattata prima che tutto questo questo avesse inizio.

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Questa foto è stata fatta quando ancora non ero mai nemmeno salito in cima alla Croce del Pilastro Gian Maria. Prima che comprassi la corda arancione (che utilizzo ancora oggi), prima che la normale al Pilastrello diventasse la mia prima via da primo. Prima di fare cordata con Mattia, prima che tanti degli inconfessabili desideri divenissero realtà.

Questa foto, nella sua semplicità, rappresenta lo spirito che animava e che tutt’oggi anima la nostra ricerca. Sono trascorsi solo tre anni, ma la mia mente è affollata di ricordi terrificanti e meravigliosi. Un passato che riesce a rendere ancora più straordinario il presente. Chi avrebbe mai pensato una cosa simile?

Già, e ora siamo alla Torre Tonda, un monolito che si innalza davanti alla parete Nord del Corno Orientale. La sua cima è raggiungibile facilmente (II) dalla forcella dove attacca la via Stella Alpina e le altre vie della Parete. Il versante rivolto a est offre una verticale parete di trenta metri percorsa da una coppia di evidenti fessure.

A maggio di quest’anno, Mattia ed io, abbiamo aperto dal basso ed in modo tradizionale la via “Stellina”. Per noi era la “prima volta” e ci sono voluti tre “assalti” per superare quei trenta metri ed il freddo delle Moregge. La sommità della Torre Tonda è ricca di solide clessidre e questo ci ha permesso di terminare la via con una solidissima sosta completamente naturale.

Trovarsi ieri nuovamente alla base della Torre è stata una sensazione familiare ed è stato davvero straordinario vedere due “fortissimi” confrontarsi “a vista” con quelle difficoltà che abbiamo imparato a conoscere. Mattia resta tremendamente più forte di me, ma quando in campo ci sono Ivan e Joseph anche lui torna (piacevolmente) ad essere una “matricola” come me.  

In una sola giornata sono state aperte, sempre dal basso e sempre in modo tradizionale, ben tre nuove vie. Tutte rigorosamente in stile “NoSpitZone”.

Joseph ha aperto “Cold Fingers”, sullo spigolo destro della Torre, e  “Comet”, che risale da destra ed attraversa fino a raggiungere la fessura parallela a quella in cui corre “Stellina”. Ivan invece ha esplorato lo spigolo di sinistra tracciando “Sortilegio”, una linea che risale lo strapiombo formato da una lama appoggiata attraverso uno strettissimo passaggio incastrato.

 

Ivan ha anche ripetuto la nostra “Stellina”: oltre a trovarla una delle linee più eleganti e logiche sulla parete l’ha paragonata, se percorsa in arrampicata libera, alla via Ratti al Nibbio.

Mattia ha ripetuto tutte e tre le nuove vie. Io mi sono letteralmente “incastrato” dentro “Sortilegio” ed ho faticato in modo inqualificabile su “ColdFingers”. Fortunatamente oggi ho l’influenza e questo mi garantisce qualche scusa: ho la giustifica ed il certificato! Tuttavia non me la prendo: fortunatamente qualche vecchia foto riemerge per ricordarmi come e dove è iniziato tutto questo “Sturm und Drang”. Qualcosa di davvero impensabile e che deve essere di incoraggiamento per chi, come è capitato a me, vuole trovare la propria “via”.

La Torre Tonda è ora di fatto una riserva, una delle aree moderne che ai Corni di Canzo aderiscono alla filosofia “NoSpitZone”, un approccio di cui Ivan è ideatore e Joseph uno dei più attivi e determinati promotori. Sulle vie sono presenti alcuni chiodi di “testimonianza” ma la salita, per chi intende riperterla, va approcciata considerando la roccia come “nuda” e pressochè intatta.

Davide “Birillo” Valsecchi

— NoSpitZone —

nospitzoneNel 1999, Ivan Guerini ha concepito il marchio ZONE NO SPIT (o NO SPIT ZONE), per la preservazione della Natura Verticale, realizzato insieme al grafico editing Marco Agnelli in occasione del primo libro che scrisse sulla Val Grande. Quell’abbinamento pernise al novello marchio di essere “storicizzato”, perché legato sapientemente alle pareti allora impercorse di quello che può essere considerato il Parco Nazionale più selvaggio d’Europa. Nessuno aveva mai concepito di destinare tutta la sua attività esplorativa alla preservazione della Natura Verticale, e Guerini lo ha fatto arrampicando esclusivamente con lo stile sopra citato e con la creazione di questo logo.

I Fratelli della Valle Madre

I Fratelli della Valle Madre

roberto_e_gianni_mandelliLa scorsa mattina ero nella sede del Cai di Valmadrera, ero passato per incontrare Gianni Mandelli e ritirare alcune copia della nuova Guida dei Corni da portare agli amici di Asso. La fortuna ha voluto che anche Roberto, fratello di Gianni, fosse presente in quel momento: non avevo mai avuto occasione di incontrarlo sebbene sia una delle personalità di Valmadrera che più mi abbiano colpito.

Gianni e Roberto: due fratelli, entrambi fortissimi arrampicatori. Io ho iniziato a conoscerli attraverso i loro scritti su “L’isola Senza Nome”: molte delle scoperte e delle esperienze che ho fatto ai Corni sono il frutto delle loro parole, dei discreti ma preziosi messaggi che hanno saputo lasciare. Inoltre sono affascinato da quanto, nei loro racconti, appaiano simili ma al contempo riescano ad essere assolutamente diversi. Trovandomeli davanti, finalmente insieme, non ho resistito alla tentazione di scattare loro una foto!

Anche io ho un fratello più piccolo e questo probabilmente rende ai miei occhi ancora più importanti le loro differenze e le loro similitudini. Come fratello maggiore, avendo quasi sedici anni in più, mi accorgo delle somiglianze e di come a volte tenti di imitarmi. Allo stesso tempo osservo, con stupore ed affetto, come le sue scelte, spesso diverse e persino più coraggiose e difficili di quelle che avrei fatto io, lo stiano rendendo una persona che mi assomiglia ma che al contempo è assolutamente unica e speciale. Due facce della stessa medaglia che per quanto differenti non sono opposte, ma in armonia ed indossolubilmente legate.

“Adesso ho capito. Tu sei Davide, l’amico di Ivan!” Già, è stato Ivan Guerini a raccontarmi, con stima ed affatto, molte delle attività e delle idee di Roberto. Ero davvero felice di incontrarlo e di sapere che anche Ivan gli ha parlato di me. Quando sono rientrato a casa, per la contentezza, ho inviato la foto ad Ivan: la sua risposta non si è fatta attendere.

Ivan mi ha infatti inviato un suo articolo per l’Annuario del Club Alpino Accademico di quest’anno incentrato proprio su Roberto Mandelli ed i Sassi degli Elfi: “Eccoti quindi la versione raffinata de: La Storia dei Sassi degli Elfi di Roberto Mandelli, che ho curato personalmente per l’ultimo Annuario Accademico. Dal momento che hai fatto di quelle rocce una tua “seconda Scarenna”, roccaforte a misura delle tue capacità di “perenne neofita” (come mi sembra ami definirti) da condividere coi Tassi Neofiti la apprezzerai certamente. Pubblicala liberamente sul tuo sito”.

Eccovi quindi il testo dell’articolo ed il Pdf completo della versione realizzata da Ivan e completa di tutte le sue note e delle immagini che ha scelto. (Guardar per vedere: scarica versione originale)

GUARDAR PER VEDERE – La scoperta dei Sassi degli Elfi – Roberto Mandelli
Dall’Annuario del Club Alpino Accademico 2015 a cura di Ivan Guerini

Roberto Mandelli sà arrampicare, scrivere, disegnare e insegnare la spontaneità della scalata, assieme a suo fratello Gianni e altri amici, ha aperto un certo numero di vie ai Corni di Canzo così come ne ha ripetute parecchie nelle Alpi spesso in giornata. Ci porta una propria testimonianza sull’argomento Boulder, in particolare dell’area degli Elfi, situata nei boschi sopra Valmadrera e da lui esplorata assieme a figli e amici, sassi dove non sono stati indicati i  percorsi e nei disegni che li rappresentano non sono state indicate le difficoltà. Una metafora anche ironica, lontana dai volteggi sulle prese microscopiche delle prestazioni atletiche. Vorrebbe semmai: “far guardare il Bouldering con gli occhi di chi naviga nelle tranquille acque dell’arrampicata più o meno tradizionale e, per caso o per curiosità, si ritrova a cimentarsi con la caratteristica disciplinare del Bouldering”. Non è facile, perché, indipendentemente da un punto di vista orientale o pragmatico, tutti sappiamo quant’è difficile focalizzare il senso formativo di una attività, di là dal considerarla né più né meno che un mezzo per muoversi. Una “filosofia della spontaneità” assolutamente genuina, scaturita dall’intelletto d’amore di una passione De-intellettualizzata. I.G

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I tre amici si erano sentiti la sera prima: messaggini, risposte e promesse; poi la solita febbre, (quella del sabato sera) risultato? il primo a presentarsi è il solito Davide, che dopo sonore scampanellate fa comparire anche gli altri due, Simo e Cris, buttati fuori casa da chissà chi con: zaino in spalla e corredo vario in braccio.
Mentre Davide guida, gli altri due, si danno da fare per “ripigliarsi” inforcando le calzature e facendo l’inventario del bagaglio a mano così, dopo circa un’oretta, si ritrovano sul sentiero che si inerpica sopra degli ultimi tetti dell’abitato che domina la nebbiosa Brianza, per poi inoltrarsi nel bosco.
Una figura li precede a poca distanza, meglio così, seguono il personaggio senza farsi troppe domande, visto che la singola reattività non è ancora a regime. Ora però cominciano a guardarsi intorno, la segnaletica è sparita e il sentiero va scomparendo, mentre il tipo che li precede procede spedito e sembra vaghi per il bosco senza mèta. Di comune accordo si lanciano all’inseguimento, che si conclude trovando uno zaino a terra e il tipo abbarbicato su un masso. Uno sguardo a 360 gradi e si accorgono che il bosco ora è conteso tra gli alberi e grossi massi slanciati, sembra anche loro, alla ricerca della luce. Lo strano paesaggio li incuriosisce e come se fossero entrati in un mondo virtuale, si aggirano tra i massi toccandoli rispettosamente, intanto il tipo si accorge di loro, e li invita al gioco. ”Perché non provate a salirci” risposta unanime: “Non siamo attrezzati e non ci siamo mai arrampicati“, ”Nemmeno io sono attrezzato“, in effetti il tipo porta delle semplici scarpe da ginnastica come le loro.
”Per quanto riguarda il lato pratico dell’arrampicare, questi massi sono fatti per provarci, tenendo conto che, come dicono gli orientali, ogni azione è preceduta da una non-azione, che serve a preparare l’azione successiva, più si prolunga la non-azione più si scopre ciò che ci sta di fronte, questo vale per qualsiasi attività, è uno dei principi dello Zhan Zhuang, è roba cinese” ”Vai a capirli questi orientali” commenta Simo. Cris intanto è già seduto sopra un masso e se la ride dei due che si stanno arrabattando su quelli più levigati ”Ma di lì si sale facile” sbotta Davide ”Cosa intendi per facile?” interviene il tipo ”Senza fatica” ribadisce. Non è necessariamente difficile o faticoso arrampicarsi, soprattutto su dei massi, che ti danno la possibilità di scegliere in tutta libertà la tua dimensione. Chi ha cominciato a frequentare questo posto, lo ha fatto solo cercando di mettere in pratica i primi rudimenti dell’arrampicata a cui era stato avviato, cercando il proprio equilibrio e la scoperta del movimento verticale.
C’è chi definisce questi posti La Fabbrica del Gesto e si racconta di un famoso alpinista che si arrampicava su un masso che aveva fuori casa. Io penso, che se non avesse trovato in quel masso, osservandolo, sempre qualcosa di nuovo, non sarebbe mai diventato tanto bravo. Oggi i praticanti di questa disciplina, chiamata Bouldering, sono degli autentici atleti che si allenano duramente e fanno cose stupefacenti, ma secondo me i più bravi sono coloro che riescono “con l’osservazione”, ad “entrare in simbiosi” con il masso, partendo magari inconsapevolmente proprio dal concetto di non-azione, questa “piccola magia” che si può sviluppare anche sulle difficoltà che possono sembrare banali, basta “sapersi ascoltare”. I ragazzi ascoltano e i loro movimenti “inconsciamente rallentano”, non c’è più la smania di superare il masso, ma la ricerca del GESTO GIUSTO.
Il sole è ormai allo zenit e i “giovani stomaci” borbottano, ci si ritrova tutti seduti su quel che può sembrare un muretto, ognuno con la testa affondata nello zaino, nonostante la fretta, questa mattina sono riusciti ad arraffare qualcosa di commestibile, è ora di dar fondo alle provviste. Intanto ne approfittano per fare altre domande, tutti e tre vogliono sapere se ci sono altri posti simili, il tipo cerca di soddisfare la curiosità per renderli magari ancor più curiosi: ”Ci sono posti storici dove questa disciplina ha preso corpo penso ai massi del Remenno, patria dei famosi Sassisti dove ho trascorso con gli amici delle giornate di autentico spasso”, forse perché non conoscevamo il valore di quello che facevamo, non avendo mai indagato sulle effettive difficoltà, per noi erano solo massi più o meno difficili più o meno insuperabili, perché, salire un masso o superare una piccola struttura, a quei tempi serviva esclusivamente per raggiungere una parete o togliersi dagli impicci su terreni poco praticati.
La scoperta di un posto come questo, è dovuta semplicemente al fatto che questi blocchi di calcare sono stati guardati con occhi diversi, nonostante fossero coperti da edere e rovi e ci si fosse passati davanti svariate volte. Sono stati un paio di ragazzi come voi a innescare la miccia, poi si è cercato di portarli alla luce, belli o brutti, facili o difficili, nel rispetto dell’ambiente circostante.
I massi contano tutti, facili e difficili, perché in principio ci si allena lavorando sul proprio fisico per superare il passaggio mentre col passar degli anni si ricercherà il passaggio più “adatto al proprio fisico”. Fatto lo spuntino i ragazzi si rimettono in campo e la loro curiosità li porta a cimentarsi su qualsiasi struttura gli si pari davanti. Questo gioco li fa tornare bambini, come quando la loro statura non gli permetteva di vedere al di là di un ostacolo. Così, riducendo i primi titanici approcci e cercando il compromesso tra il masso e le proprie possibilità, si divertono a passare da un masso all’altro .”Ragazzi qui sta calando il sole” Fa notare Davide. E il tipo? sparito. Raccolti gli zaini si avviano per una traccia nel bosco che porta a valle e, svoltati dietro un grasso masso, trovano un vecchio cartello che illustra la zona e reca in alto la scritta: AREA BOULDERIG: ROCCE DEGLI ELFI.

Il Traverso Rosso

Il Traverso Rosso

DSCN7467-001Oggi con Boris sono salito al Moregallo. Il piano originale era percorrere il sentiero del 50° Osa che risale dalle spiagge del RapaNui per poi ridiscendere a Valmadrera per il sentiero “Paolo ed Eliana” ed il dosso della Forcellina.

Tuttavia ho il vizio di lasciarmi distrarre ed i prati del Moregallo sanno essere una straordinaria tentazione per me. Aveva da poco smesso di piovigginare e, giunti sotto la grande Parete Nord, ho intravisto sulla sinistra un bollo rosso su di un sasso in mezzo all’erba. Incuriositi abbiamo deviato cogliendo l’occasione di osservare la roccia a balzi su cui credo corra la via “Gioventù77”.

In qualche modo quella parte di montagna ricorda la parete Fasana al Pizzo della Pieve. qui c’è molta più vegetazione ma è comprensibile vista l’esposizione e la quota differenti.

Insieme al mio amico iniziamo a seguire i bolli rossi lungo un canale ghiaioso. Non ho idea di dove conducesse quella strana collana di segni rossi. Per qualche strano motivo ho avuto  la malsana idea che potesse esistere un sentiero, magari non ufficiale, che riuscisse a risalire e rimontare quello straordinario versante roccioso. L’alternativa più logica è che portasse alll’attacco dei una via d’arrampicata e che il nostro viaggio fosse destinato ad un vicolo cieco.

L’erba era alta e bagnata ma piano piano risaliamo. Un paio di teschi di muflone cercano di metterci in guardia ma lo scenario che ci circonda è affascinante. Guardando quei canali rocciosi e quelle nicchie erbose fantastico sulle linee possibili consapevole che salire là in mezzo sarebbe il tipo di arrampicata meno apprezzabile e forse più pericolosa in assoluto.

Inseguiamo i bolli ma il sole diviene opaco, l’ambiente circostante e l’incertezza della nostra destinazione cominciano a pesare diventando opprimenti: il Moregallo è un luogo selvaggio, fiero e terribilmente severo. Raggiungiamo la sommità del canale e proseguiamo attraverso ripidi prati raggiungendo un crinale roccioso che segna il cambio di valle.

Lo scenario che si para davanti è possente ed inquietante allo stesso tempo, la nostra determinazione vacilla. I bolli paiono indicare uno stretto sentiero che risale il crinale roccioso. Incerto sul da farsi lascio il mio socio sul prato e vado a dare un occhiata. Se superiamo quel punto c’è il rischio non poter più battere in ritirata.

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Il sentiero è percorso dai mufloni e le “fatte” a terra lo dimostrano inequivocabilmente (forse anche loro se la fanno sotto passando di lì!!). L’inzio non sembra preoccupante ma il proseguo appare ragguardevole. La roccia mi resta in mano e le zolle erbose vibrano sul vuoto quando le carico. I venti metri iniziali sono diventati trenta ed ora sono a sbalzo sull’immenso vuoto della valle. Se qualcosa cede sotto il mio peso non c’è nulla di solito a cui aggrapparsi per non precipitare. Non è un buon momento.Il sentiero, o quello che pare tale, prosegue in un inquietante traverso follemente esposto. Per un istante la paura si trasforma in vertigine ed inizio a sudare restando immobile. Lentamente ridiscendo a ritroso cercando con cautela qualcosa di solito a cui affidarmi.

Tiro fiato sui prati e mi siedo a discutere con Boris. Poi, cercando più sagge alternative, comprendo che quello non è un sentiero ma una traccia dei mufloni. Più sotto, tra le piante, una freccia rossa indica di scendere per affrontare il traverso in un punto meno esposto. Due grossi bolli confermano il passaggio.

Ancora sotto adrenalina valuto il passaggio che, nonostante tutto, non è affatto banale e decisamente esposto sulla valle. Posso passare, ma per andare dove? Guardo in alto e vedo una grande parete gialla segnata da un’evidente colata nera. Forse il sentiero risale fino ai piedi della parete e risale ai suoi piedi verso destra rimontando quello zoccolo erboso. Sono rapito da una brama illogica.

Cosa stavo facendo? Non avevo idea se fosse possibile passare in alto, se fosse possibile risalire e raggiungere i prati sovrastanti. Forse avevo già preso troppi rischi alla cieca. Dove volevo andare senza un pezzo di corda in quell’universo di roccia e prati strampiombanti?

Così mi sono fermato e dopo aver tirato il fiato siamo scesi nuovamente lungo il canale per cui eravamo saliti. Poi, tornati sul sentiero del 50°, il sole ha ricominciato a splendere caldo trasformando l’ambiente e le nostre emozioni. Tutto appariva meno opprimente,verde e brillante nel contrasto azzurro del Lario. Con uno spirito nuovo siamo scesi nuovamente al lago per fare il bagno, studiando dal basso la linea della nostra imprevista avventura.

“Appena torno a casa devo chiedere a Gianni Mandelli di quei bolli rossi e di quella parete”. Questo era il mio pensiero. Tuttavia prima di scrivergli ho cominciato a spulciare l’Isola senza Nome ed ho trovato, e finalmente compreso, quella sua storia scritta alla “Royal Robbins”. Senza rendermene conto mi ero addentrato in uno degli angoli del Moregallo più carichi di storia e di emozioni: la Parete del Tempo Perduto.

Davide “Birillo” Valsecchi

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Luna Volta

Luna Volta

DSCF6613-001«Se tutto è sotto controllo, stai andando troppo piano» Questa è la celebre frase di Mario Andretti che imperversa sul web in questi giorni. La realtà è che non sarai mai abbastanza pronto, abbastanza allenato: nel momento della verità, quando devi fare il passo, solo il coraggio fa la differenza.

Vi tranquillizzo subito: il matrimonio non c’entra. Anzi, è una delle poche cose che non mi preoccupa e tutto sommato credo che questo sia un ottimo segnale. Nonostante i romboanti obbiettivi che si è prefisso Mattia neppure l’arrampicata mi preoccupa. Curiosamente, e questo probabilmente stupirà più d’uno tra voi, è il lavoro a darmi pensiero: ogni volta che abbattiamo un gigante si presenta qualcosa di più grosso e terribile. “Se tutto è sotto controllo, stai andando troppo piano”. Pare che ogni aspetto della mia vita, anche professionale, faccia perno sul coraggio: il che è divertente visto che notoriamente sono un incoscente fifone.

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Così, per rilassarmi, sono andato a fare due passi, ad esplorare meglio la val Bova: c’è qualcosa di profondamente affascinante in quella valle, nell’imponente arcata della grotta del Buco del Piombo, nelle grandi murate rocciose. Oltre alla Molteni-Valsecchi ed allo spigolo Scarabelli non abbiamo fatto altre vie su quelle pareti. Giusto l’altra sera al telefono parlavo con Ivan di quella roccia e di quelle vie. Mi ha raccontato di averle ripetute e di conoscere bene quella zona: «Quella è una roccia particolare, su cui si deve arrampicare leggeri e che deve essere ben asciutta o c’è il rischio che si sfaldi». Le parole non sono probabilmente quelle esatte ma il suo è un consiglio che ho intenzione di tenere ben a mente.

La mia piccola esplorazione puntava alle famose scale della Val Bova: ci ero passato da piccolo ma poi, negli anni, non ero più tornato a visitarle. Prima di affrontare le scale volevo però dare un’altra occhiata all’orrido di Caino. La settimana scorsa, quando eravamo stati investiti dal temporale, la gola era in piena ed ero curioso di vedere come fosse il normale livello dell’acqua.

Quello che non mi aspettavo di scoprire è che il fondo della forra è stato cementato e ricoperto da lastre in lamiera. Si può essere più stupidi? Chi può aver deciso di fare qualcosa di tanto idiota? La natura, pazientemente per migliaia di anni, scava una trincea alta venti metri nella roccia fino al giorno in cui qualche mente gli lamina il fondo del fiume come il cesso di una discoteca. Qual’è il senso?

Ero indispettito dalla cosa, ma tra i sassi sott’acqua ho trovato un corno di capriolo. Così, ridendo, mi sono chinato a raccoglierlo. I maschi di capriolo perdono spontaneamente le corna ogni anno, le perdono perchè possano crescerne di nuove e più grandi. Con il corno in mano mi sono guardato intorno ridendo come il Colonnello Trautman: ”Solo degli illusi possono pensare di catturare una simile forza”.

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L’acqua era troppo alta per attraversare la forra e così sono risalito sulla scala di ferro cercando di raggiungere l’altro lato. Le scale, confesso, fanno una certa impressione: sono ben curate e solide ma non sono da affrontare alla leggera. Abbandonato il sentiero sono sceso sul fiume tornando ad esplorare la parte di orrido che dal basso non era possibile vedere.

“Bhe, ormai sei qui e con gli scarponi fradici: diamo un occhiata a monte!” L’acqua era fredda ma tutto sommato gestibile, il problema era la quantità. Anche nei punti meno profondi arrivava al ginocchio e sembrava intenzionata ad aumentare.

Giunto alla forra successiva l’acqua diventava sensibilmente più profonda man mano che la gola si restringeva. Sotto un grosso masso mi è parso di vedere una specie di gradino metallico, un torto piolo in inox. Poteva avere senso: protetetto dal sasso poteva aiutare a superare il passaggio quando l’acqua era abbastanza bassa da permettere la risalita del fiume. Roba da turisti che poteva però tornarmi comoda.

Così mi sono tolto i pantaloni, li ho infilati nello zaino ed ho cominciato ad immergermi nell’acqua alta indossando solo i miei imbarazzanti boxer con gli aeroplanini. L’acqua però saliva in fretta e quando ha superato la vita ho dovuto cambiare strategia: in opposizione con le braccia mi sono sollevato fuori dall’acqua bloccandomi in una spaccata asimmetrica tra le due pareti di roccia. L’acqua che cadeva dall’alto ci ha messo poco ad infradiciarmi ma, sempre in opposizione, ho continuato ad avvicinarmi al fondo della forra.

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Ero incastrato tra due pareti bagnate, sospeso sopra una pozza d’acqua che probabilmente mi superava in altezza. Lo zaino era a tracolla ed il mio piano era raggiungere il gradino metallico per rimontare verso la pozza successiva. Purtroppo però quello non era un gradino, ma bensì un pezzo di legno reso lucido e brillante dall’acqua. «Porca vacca, che ciulata!»

Soffiavo come un mantice per tenere al posizione. In opposizione, con un po’ di fortuna, potevo rimontare la roccia anche senza il gradino. Sbagliare significava finire in acqua più o meno malamente. Non ero preoccupato di farmi male o di dover uscire a nuoto, in qualche modo modo me la sarei cavata. La macchina fotografica è impermeabile ma purtroppo portafogli, cellulare e tutto l’equip nello zaino non se la sarebbero passata bene. Ammettendo di riuscire a risalire non avevo idea di cosa ci fosse oltre. Se la via era sbarrata l’unica soluzione per tornare indietro sarebbe stata tuffarsi, dire addio alla patente, alla carta di identità ed al bancomat.

Ero in mutande, sospeso tra due pareti di roccia ed innaffiato con veemenza dalle cascatelle. Era una situazione a suo modo divertente tanto da riportarmi alla mente un passaggio di Emilio Comici: “La maggior parte degli alpinisti, quando si trovano in camino, vi si cacciano dentro quanto più in fondo possibile, perchè hanno timore di esporsi. Vanno arrancando, sbuffando, puntellandosi con schiena e ginocchia, stracciandosi le vesti, scorticandosi le mani, inzaccherandosi completamente e sprecando una quantità di energie. Noi li vediamo, ad arrampicata finita, giungere al rifugio: fanno pietà, tanto sono sbrindellati e pesti, le ginocchia e le mani sanguinanti, la faccia smunta. Naturalmente agli occhi della gente profana passano per eroi”

Sbuffando e sghignazzando avrei voluto rispondergli “Presente!”. Poi ho girato le anche iniziando il mio scomodo ritorno verso acque più basse. “Birillo vedi di non fare il bagno!”

Eccomi qui. Sul fondo del fiume, fradicio, infreddolito, sconfitto, senza nemmeno indossare i miei imbarazzanti boxer, con le palle a penzoloni ed i vestiti asciutti nello zaino: sono i momenti più strani quelli che ci rendono curiosamente felici. “Non puoi controllare l’acqua, non puoi controllare la natura, non puoi controllare la vita: avere tutto sotto controllo è probabilmente la cosa peggiore ti possa capitare!”

Siamo persone fortunate, la nostra vita è costellata di dicisioni difficili.

Davide “Birillo” Valsecchi

Cacciatori di Granito

Cacciatori di Granito

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Dicono che il granito sia tra i minerali più diffusi sulla superficie terreste. Sono di granito, ad esempio, le rocce della Yosemite, del Monte Bianco, della val Masino e le montagne del Karakorum. Anche Cima-Asso, in Pakistan, è di granito. Quando eravamo laggiù i miei compagni di spedizione erano stupefatti di come la Valle di Mathan Ther, a nord di Iskoman, somigliasse alle celebre e nostrata val di Mello. All’epoca dovetti credergli sulla parola perchè, nella mia ingenuità, non ero mai stato in “Valle” e quella era probabilmente la seconda volta che arrampicavo su granito.

Al mondo ci sono immense pareti granitiche ma da noi, ai Corni, è una roccia rara. Rara e preziosa perchè i massi erratici, la loro storia ed il loro straordinario viaggio, sono qualcosa su cui vale la pena riflettere se non addirittura meditare. Andare a caccia di queste “creature” aliene e misteriose è sempre una piccola avventura.

Insieme a mio fratello sono uscito dopo pranzo infilandomi tra gli alberi in cerca di riparo dal caldo. Abbiamo preso un sentiero a caso sul lato Ovest della Cresta di Cranno ed abbiamo lasciato che ci portasse nel nulla, che si perdesse trasformandosi in traccia per animali del bosco.

Pare che i tassi abbiano una particolare predilezione nello scavare la propria tana sotto i grandi sassi. Così, ogni volta che troviamo un “errante”, ci imbattiamo negli operosi lavori della mascotte della nostra squadra:«Pare davvero che ai  “badgers” piaccia il granito!!».

Poi incrociamo un ripido torrente roccioso che decido di risalire. Il torrente è invaso di sassi ed alberi mentre si impenna verso l’alto attraverso placche lisce e levigate. La salita è selvatica ed intrigante. «Vedi keko, è come risalire la parte alta del Canalone Porta in Grignetta, ma con roccia molto più instabile e bagnata: è un ottimo esercizio!» Mio fratello scuote la testa e brontola: «Dovremmo essere su un prato a prendere il sole ed invece siamo in una palude buia e piena di sassi che si muovono!». Protesta ma silenziosamente si diverte quando i passaggi si fanno ingaggianti e tecnici: mi piace andare a spasso con lui, specie quando brontola.

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Una volta risalito il torrente troviamo altri sassi, a volte di granito, a volte di serpentino. Ci fermiamo a studiarne le forme, il “grip”, le prese. Come dei maniaci tastiamo le differenti “grane” osservando stupiti i cristalli che le compongono. Il granito è qualcosa di strano, qualcosa di irrisolto che ha viaggiato nel tempo e nello spazio per finire silenzioso tra i nostri alberi di castagno. Può sembrare sciocco, ma quelle pietre hanno qualcosa da dire ed io voglio imparare ad ascoltarle.

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Lungo il nostro pellegrinaggio senza meta incontriamo due grossi “scorzoni” ed una femmina di capriolo che, incuriosita, ci ha osservato a lungo e da vicino prima di scappare a nascondersi. Saliamo e scendiamo dalla cresta di Cranno, spingendoci poi oltre il crinale fino agli alpeggi della val Ravella e risalendo di nuovo sull’altro lato per il sentiero degli spaccasassi.

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A conclusione del nostro viaggio passiamo dal “Sass de Prea”, uno dei più grossi e noti massi erratici della zona dei Corni. Nello zaino abbiamo le scarpette d’arrampicata e così facciamo qualche esperimento. Su un lato del masso vi è la possibilità di cimentarsi in un piccolo traverso su roccia quasi verticale: due o tre metri non troppo distanti da terra. Perfettamente dritto devi fidarti delle scarpette, fare passi molto piccoli ed “appoggiare” le mani senza avere presa: un ottimo ed intenso esercizio di aderenza.

Mostro a Keko come muoversi e gli lascio il posto: «Vai con calma. Qui non ci sono prese: se parti vai giù di botto e senza scampo: vraaaaam!». Mio fratello attacca arrembante ma subito si acquieta. Le mani appoggiate mentre  i piedi  si spostano leggeri, distribuiscono il peso, avanzano con calma e fluidità: «Non ho idea di quale legge fisica mi stia tenendo su, ma è una figata!» Sì, pare che ai Badgers piaccia il granito!

Davide “Birillo” Valsecchi

In un mare di roccia

In un mare di roccia

DSCF6201«Il mare non fa mai doni, se non duri colpi, e, qualche volta, un’occasione di sentirsi forti. Ora io non so molto del mare, ma so che qui è così. E quanto importi nella vita, non già di esser forti, ma di sentirsi forti, di essersi misurati almeno una volta, di essersi trovati almeno una volta nella condizione umana più antica, soli davanti alla pietra cieca e sorda, senza altri aiuti che le proprie mani e la propria testa.»
(Primo Levi)

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