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«A detta degli apritori la via volle essere un invito a raggiungere, per tutti i frequentatori della valle, un felice equilibrio con la natura, libero da qualsiasi desiderio eroico, competitivo e di conquista».

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Le Rocce degli Elfi

Le Rocce degli Elfi

DSCF6041“Andiamo a farci un giretto?” Bruna riempie lo ziano, calza gli scarponi nuovi (ancora tutti da provare) e ci mettiamo in marcia. Il giorno prima mi ero allenato con Mattia a Scarenna: ci avevamo dato dentro con il “Metodo Elvis” (CopyRight Ivan Guerini) e le spalle erano ancora indolenzite. Volevo camminare e passare con lei una giornata serena: “Andiamo a cercare le rocce degli Elfi?”

Gianni Mandelli, decano e custode dei Corni, ha un fratello più giovane di nome Roberto: Ivan mi parla spesso di lui e, nonostante io non lo abbia mai incontrato, credo che i due siano molto legati. Ecco quello che anni fa scrisse Roberto su “L’Isola senza Nome”: ”Ci passavamo accanto a quelle rocce, situate in località “Piazza Balcon”, per mezzo di un ombroso e dolce sentiero che ci permetteva di evitare gli scossoni di quello principale che conduce a valle dal Sambrosera. Con gli amici e mio fratello le avevamo osservate più volte, ma i rovi e i rampicanti che le infestavano riuscivano sempre a demolire i nostri propositi. Finchè un giorno li mostrai a mio figlio Simone, amico di Christian, figlio del proprietario del terreno adiacente. Fu così che con grande entusiasmo i due si rimboccarono le maniche ed iniziarono a ripulire i primi massi e a cimentarsi su di essi. Risultato: quindici massi di bianco calcare che esplorati e numerati compongono l’area Boulder delle Rocce degli Elfi”.

La descrizione sembrava promettente, ma il nostro avvicinamento si è fatto tortuoso. La bandierina di legno che nella nota del 2005 avrebbe dovuto indicare la deviazione del sentiero deve essersi ormai congedata. Ci addentriamo nei boschi di Valmadrera e, senza troppo cruccio, ci dedichiamo con entusiasmo all’esplorazione per quasi due ore e mezza. “Ad indicare la zona ci deve essere una tabella con lo schizzo dei sassi: quando la troviamo siamo arrivati!”.

Battiamo il bosco salendo a Zig Zag e, una volta giunti a Sambrosera, scendiamo nuovamente inseguendo sentieri nella vegetazione e rocce nella boscaglia. “Accidenti! Però qui è davvero bello! Hai visto che roccia? Noi sull’altro versante non li abbiamo tutti questi sassi, e di sicuro non così belli!” Della tabella ancora non c’è traccia ma ciò che ci circonda è affascinante: un susseguirsi di clessidre, di fessure, placche lavorate e taglienti.

Bruna a tratti si lascia vincere dalla noia e dalla fatica, in fondo la sto facendo girare a vuoto ormai da un paio d’ore. Per rincuorarla la prendo in giro (o forse prendo in giro me): “Non vorrai tornare a casa e raccontare che non li abbiamo trovati!?”

Ormai è passato mezzogiorno e della tabella non c’è traccia. Non posso insistere oltre con Bruna. “Scusami. Ti sto facendo girare a vuoto. Ti va se torniamo alla roccia con quelle due grosse fessure orizzontali? Ci fermiamo a mangiare un boccone e proviamo a giocare li attorno.” A volte per vincere ci si deve arrendere alla sconfitta. Già, perchè quella roccia era infatti la numero “cinque” e l’agognata tabella di legno era appoggiata poco distante sotto un’altro grande masso. Sebbene ci fossimo passati vicino ben due volte non mi era riuscito di scorgerla.

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Mangiamo una mela, un po’ di cioccolato e qualche biscotto. Poi la tentazione prende il sopravvento e con le scarpette ci lanciamo sulle rocce. La pioggia dei giorni passati ed il sottobosco le hanno inumidite ma la roccia è talmente lavorata e ruvida che quasi non ci badiamo.

Iniziamo con calma, con qualche piccolo esercizio, facendoci sicura vicendevolmente. Poi abbandoniamo gli zaini ed iniziamo a vagare tra le rocce sgambettando tra i sassi più piccoli che le separano come isole. Creste, spigoli, camini, traversi.

A trenta centimetri da terra osservo Bruna su una placca strapiombante mentre si distende ad X sfruttando piccole tacche e due sottile lamette per le dita. Un passaggio impegnativo, non proibitivo, ma neppure banale: Bruna sta diventando davvero brava!

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Le rocce hanno tutte un nome: il Dragone, la Tigre, la Nave, il Trono, la Corona, la Lavagna, il Cervino, il Trucco, l’Ombrello, la Fortezza. “Per nostra volontà non sono state tracciate frecce sui massi e l’augurio è quello di non vederne in futuro, a sottolineare la libertà con la quale ognuno potrà affrontare il masso, senza doversi o volersi confrontare con nessuna stupida freccia”. Forse basterebbe questa frase di Roberto per comprendere perchè Ivan gli sia tanto affezionato e perchè le Rocce degli Elfi siano un piccolo tesoro nascosto.

“Dobbiamo venirci con i Badgers, magari in estate quando fa caldo ed asciuga: è davvero un bel posto”. Tornando sui nostri passi comprendo il mio errore nell’avvicinamento: avevo infatti seguito dei chiari “ometti” di sasso che tuttavia scomparivano all’improvviso in una radura che è stata recentemente disboscata. Con Bruna rinforziamo gli ometti lungo la traccia e ne costruiamo uno tutto nostro dove un tempo c’era la freccia di legno ad indicare la deviazione.

Gianni, Roberto, Ivan: siamo davvero fortunati a poter raccogliere i frutti della loro ricerca. Tradizione nella roccia, questa è la magia che custodisce il bosco.

Davide “Birillo” Valsecchi

Sulla Via delle Ossa

Sulla Via delle Ossa

DSCF5671Arrampicare è divertente, ma la maggior parte dei «climber» non ha davvero idea di cosa sia realmente l’avventura. A volte l’arrampicata diventa una faccenda un po’ troppo da fighetti per i miei gusti. Non è la difficoltà ma l’ignoto ciò che mi attira: forse è anche per questo che sono un sono un pessimo arrampicatore ma uno straordinario avventuriero.

Tempo fa sono rimasto coinvolto in un dibattito epistolare con un l’autore di un articolo pubblicato su “StileAlpino”. Lo scrittore  sosteneva che essendo terminata l’epopea delle “grandi esplorazioni” chiunque parlasse di alpinismo esplorativo era un millantatore o un bugiardo. Io gli ho scritto: “L’esplorazione è l’avventura dell’ignoto. Finché esisteranno bambini che si avventurano nel proprio giardino avremo degli esploratori: solo una mente superba ed ignorante può considerare l’esplorazione conclusa”. Immaginatevi il pandemonio che ne è nato!

Io sono nato a Cranno, una frazione di Asso ai piedi del lungo crinale che porta ai Corni di Canzo. Forse è per questo che il mio “giardino” si è allargato fino alle grandi pareti dei Corni ed ora si affaccia sui misteri selvaggi del Moregallo. Da “bambino-adulto” posso dirvi che non c’è niente di più eccitante dello scoprire qualcosa di nuovo che è sempre stato sotto il naso di tutti!

Così, in un bel venerdì di sole, mi affaccio sulla cima del Ceppo della Bella donna osservando da solo il lago ed il Crinale del Moregallo. Sotto di me la strapiombante profondità che porta alla Val delle Moregge. Lascio il sentiero ed inizio ad abbassarmi nel bosco: perdersi è il primo passo per la scoperta.

All’improvviso, tra le piante, mi ritrovo ad attraversare un inatteso tappeto verde di erba cipollina. Il sole filtra tra i rami degli alberi rendendo scintillante le foglie verdi che coprono il sottobosco. Un profumo intenso rende magica questa piccola radura. Poi, superato un crinale, mi ritrovo di nuovo sul paglione, aggrappato ad una betulla nel vuoto osservo la parte Fasana come non l’avevo mai vista!DSCF8637

Attraverso le roccette della valle ed inizio a risalire sul versante opposto. Il piano era quello di limitarsi, di seguire la tenue traccia che attraversa orizzontalmente il fianco della montagna fino a giungere alla cresta. Purtroppo in un afratto tra le rocce trovo un piccolo e resiliente accumulo di neve ed i miei piani cambiano. Con Mattia ho discusso spesso sulla possibilità di risalire in invernale il grande canale che quasi verticale raggiunge la cresta. Visto che sono alla base tanto valeva dargli un occhiata.

Ancora indeciso se sia una scelta opportuna rimonto un piccolo salto roccioso salendo in spaccata tra due grossi sassi (III+/IV-). Appena sopra mi imbatto in qualcosa di inatteso. Accatastate l’una sull’altra ci sono un infinità di ossa d’animale più o meno ricoperte dai detritti. Incastrate insieme trovo una testa di muflone ed una di capriolo: “Come inizio non è male… dimmi un po’, Birillo, oggi aggiungerai anche le tue ossa al Club?”

Uomini più saggi di me avrebbero girato al largo. Io però, vedendo un curioso diedro appoggiato, decido di proseguire. Prima però “scavo” ed estraggo le due teste dai sassi. Quella di capriolo trova spazio ma quella di muflone è troppo grande. Così infilo il teschio nello zaino, chiudo la patella superiore lasciando che le due grandi corna ricurve escano sui lati. Indossandolo il risultato è ergonomico e confortevole ma piuttosto curioso: alle mie spalle sono apparse due grandi ali demoniache ed una puzza di carogna mi avvolge come una spettrale aurea!

Risalgo ancora lungo il canale ed i miei pensieri iniziano ad assomigliare a quelli di un tabagista o di un alcolista: “Ma no, non ti preoccupare, esco quando voglio…” Le pareti che mi circondano ed i salti di roccia che supero rendono manifesta la mia bugia ad ogni metro che guadagno. L’unica uscita è alle spalle o in cima, entrambe sono da conquistare.

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Il canale è un ripido ghiaione ed i punti più complessi sono proprio i grossi accumuli di materiale. Ogni piccolo sasso che si muove innesca una piccola frana che come una slavina di superfice scorre lenta ma inesorabile verso il basso. Facendo attenzione a non “slavinarmi” addosso sassi supero in opposizione un altro stretto salto di roccia (III+/IV-). “Bene Birillo, ora sai come sono morte le ossa lassotto. Da qui si va solo avanti…”

Per quanto pieno di detriti il canale è popolato di provvidenziali pianticelle. Quello che inquieta è la straordinaria mole di roccia instabile che appoggiata sulle pareti mi sovrasta. “Quando il ghiaccio respira e fa il suo mestiere di spaccasassi questo non è propriamente un luogo salutare…”

Sopra l’uscita del canale non ci sono rocce e questa la rende curiosamente verde ed accogliente. Mi aggrappo alle piante e raggiungo finalmente la cresta: l’incognita è che sull’altro versante ci sia un precipizio roccioso. Fortunatamente c’è invece una valletta erbosa da cui si può guadagnare i prati sommitali della cima del Moregallo. Una stretta e alta forcella rocciosa è attraversata da una pista che probabilmente gli animali utilizzano come passo dal versante di Valmadrera, il canalone Belasa per intenderci, alla versante delle Moregge.

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Finalmente al sole mi godo la cresta scendendo fino all ultimo sperone della cresta. Il Moregallo è davvero una montagna misteriosa ed affascinante. Sono circondato da prati e sembra impossibile che appena più sotto vi sia un universo roccioso e verticale che scende per quasi mille metri fino al lago. Osservo l’uscita della parete Nord: davvero quegli sono gli ultimi metri di una parete alta più del Medale?

Seduto sul paglione del misterioso altopiano del Moregallo osservo un muflone che pascola ignaro. “No, non sei pronto per i 600 metri della Nord. Non è la che devi andare a curiosare ora”. Piccole e grandi pareti si innalzano come isole sui prati per qualche centinaio di metri formando piccole montagne invisibili dal fondo valle. Lavorate, concrezionate e dense di grotticelle e buchi mi appaiono bellissime ed intriganti. E’ la prima volta che arrivo fin qui e cerco di dare loro un nome in base ai racconti letti sull’Isola senza Nome. “Forse quello è lo Scoglio dei Giardini di Marzo e quello, con le tre punte, deve essere il Corno di Braga”. La mia mente affonda nei racconti di Gianni e Roberto Mandelli e la mia esplorazione si trasforma in riscoperta.

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Sono emozionato. La roccia è impressionante ma qua e là se ne intuiscono le vulnerabilità, i possibili passaggi. Non avevo mai visto quella parete da sotto e nelle mie fantasie avevo immaginato di venirci d’estate, di piantare le tende ed esplorare con i Badgers quella roccia lontano da tutto e sospesa sopra il lago.

Il tempo sta girando ed un po’ a malincuore lascio quell’angolo segreto. Torno nel bosco e qui le linee tra le piante mi incuriosiscono. Cambio strada ed all’improvviso una grossa grotta mi appare tra la vegetazione: “Accidenti!!” Inseguire grotte è eccitante!

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L’ingresso è alto quattro o cinque metri ed ampio probabilmente otto o nove. All’inizio è molto ampia e prosegue restringendosi in uno scivolo molto concrezionato che forma una piccola cameretta e si chiude poi in un evidente foro largo un pugno. In tutto lo sviluppo sarà sui 30/35 metri, molto stillicidio, molte concrezioni ma non sentivo “aria” dal buco finale. Diversamente dalle altre grotticelle che conosco della zona questa non era frutto dell’azione del gelo (come ad esempio quella nel cuore del Pilastro Maggiore) e le acquasantiere presenti sul fondo suggeriscono qualche processo di formazione più complesso e “chimico”. Scatto foto ed esco all’aperto cercando di agganciare un satellite per fare il punto con il GPS. “Chissà se è accatastata, devo chiedere al Dolfo!”

Dopo tante ore a zonzo la mia situazione è chiara: ho una testa di muflone appesa a sbalzo sullo zaino, ho risalito un canale, trovato pareti nuove ed una grotta a me sconosciuta. Sono sudato, assetato e puzzo di carogna marcia. Nello zaino ho le scarpette d’arrampicata, il piano orginiale prevedeva di scendere fino all’attacco della Crestina G.G. Osa per poi risalirla in libera. “Birillo, amico mio, hai quasi quarantanni ed hai letteralmente una carogna sulle spalle. Non è che ti fermeresti un’istante a prendere il sole in cima al Moregallo piantandola lì di fare l’asino o il tasso che dir si voglia?”

Guadagno la vetta e mi sdraio sull’erba lasciando che il vento allontani la puzza di marcio e che il sole mi scaldi piacevolmente la schiena. Chiudo gli occhi e mi perdo nuovamente.“Sì, il Moregallo è  davvero la mia montagna sacra!”. Non date retta a chi vi dice sciocchezze: il mondo è ancora tutto da scoprire e l’unica via davvero buona è quella che vi sentite di aprire!

Davide “Birillo” Valsecchi

Bombe a Scarenna

Bombe a Scarenna

DSCF5124«Finiamo la nostra esplorazione?» La mattina di Pasquetta Bruna ed io eravamo andati a zonzo per le scogliere di Scarenna ed ora era lei a voler concludere l’esplorazione di quel difficile tratto di montagna. La nostra ricerca aveva avuto inizio dal “Corno di Scarenna”, un piccolo ed alto pilastro roccioso coperto di edera. Speravamo di poterlo scalare ma si è rivelato una delusione  per via della pessima consistenza della roccia. Senza perderci d’animo da quel punto siamo risaliti fin sopra i ceppi da cui, nel 2010, è crollata la grande frana di Scarenna.

Eravamo catturati dall’idea di esplorare le scogliere e così abbiamo iniziato a seguire un’esile camminamento realizzato dagli animali. Il tracciato, assolutamente terrificante, corre a ridosso del precipizio trasformandosi a tratti in un tunnel attraverso i rovi.

Quando mi sono ritrovato appollaito su un albero a sbalzo nel vuoto ho capito che la nostra esplorazione avrebbe richiesto un po più materiale ed organizzazione. Con questa consapevolezza al mattino ho infilato nello zaino due imbraghi, qualche fettuccia e sessana metri di corda. Così attrezzato credevo di essere pronto ad ogni evenienza ma la giornata aveva in serbo qualche inattesa sorpresa.

Il tracciato si è confermato terrificante così come lo ricordavo ma avendo più tempo a disposione ho potuto cercare con calma i passaggi migliori e, laddove il pericolo si faceva più che oggettivo, ho steso una corda fissa a mo’ di ferrata utilizzando piante e radici. In questo modo Bruna, utilizzando la daisy-chain, poteva precedere con ragionevole sicurezza. Nonostante la vertiginosa esposizione io ho la capacità di passare in libera, ma non ho il coraggio di guardare Bruna mentre fa altrettanto!

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Gli scenari, sebbene tremendamente selvaggi ed aerei, sono davvero strepitosi. Luoghi assolutamente sconsigliabili ma incredibilmente belli. Dopo un paio d’ore siamo giunti alla val del Buri esattamente al di sopra della grande cascata che precipita verso la “Ca Bianca”.

Spesso ho fantasticato di risalire arrampicando l’alta cascata ma vista la fragilità della roccia credo che non mi sarà mai possibile. Trovarmi in piedi sul bordo. dopo l’avventurosa traversata con Bruna, era comunque una piccola grande soddisfazione. «Goditi il panorama, Bru. Questo è uno dei posti in cui difficilmente si torna!»

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Era il momento di trovare una via d’uscita e così ho puntato sulla ripida spalla di sinistra della val del Buri, quella verso Caslino. Il piano era risalire fino al sentiero che, sempre sopra le rocce, arriva al Cimitero di Caslino. Un traccia tutt’altro che banale ma assolutamente “comoda” rispetto a quella seguita fino a quel momento.

Bruna stava scavalcando una grossa pianta caduta e per tenerla d’occhio mi sono avvicinato studiando la via migliore attraverso quello scosceso bosco di piante abbattute. Dallo zaino di Bruna ho estratto una bottiglietta d’acqua quando lo sguardo si è posato su qualcosa assolutamente fuori contesto. «Bruna, aspetta qui. La faccenda si fa esplosiva».

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In Friuli, sul fronte Italo-Austriaco, mi è capitato molto spesso di trovare reperti bellici. All’età di 11 anni ne trovai persino uno inesploso che, fortunatamente, dicise di rimanere tale anche quando cercai di raccoglierlo. Tuttavia non mi era mai capitato di trovare qualcosa di simile nelle nostre zone e così, accertatomi che fosse inoffensiva, l’ho mostrata a Bruna.

Quel tipo di bomba era usata prevalentemente nella prima guerra mondiale e porta il nome del suo inventore: Shrapnel. Un proiettile cavo d’artiglieria riempito con sfere di piombo e munito di una carica di scoppio collegata ad una spoletta a tempo. Lo si riconosce dal peso, dalla fascia di metallo più morbido inciso dalla rigatura del cannone e dalla filettatura che tratteneva la spoletta. Una vera bastarda che rimase in servizio anche nella seconda guerra mondiale fino ai tempi del Vietnam.DSCF5147

Non avevo idea di come fosse finita lì ma dopo averla trovata ho capito che anche tutti i frammenti che avevo incontrato avvicinandomi alla valle del Buri probabilmente appartenevano alla stessa famiglia. Non era certo l’unico esemplare presente nella zona! «Bene Bruna, attenzione a non scivolare, ai sassi, ai serpenti ed ora anche alle bombe». Nel triangolo lariano non ci si annoia mai!

Risalendo abbiamo finalmente incrociato il sentiero e riparato comodamente verso Caslino e quindi nuovamente a Scarenna. A cena ho chiesto a mio padre, raccontandogli della bomba, e l’arcano è stato presto risolto: «Tua nonna Berta mi ha raccontato che a cavallo delle due guerre fu organizzata a Scarenna un’esercitazione militare. Ci fu una gran quantità di fanti accampati nei prati in quei giorni. Tra le tante manovre ci furono anche le esercitazioni di tiro e cannoneggiarono appunto la Val del Buri ed i “Cepp”, quelli che tu chiami scogliere. La cosa finì in un mezzo casino perchè ad un certo punto, a furia di sparar bombe, la montagna prese fuoco ed in mezzo alle polemiche l’esercitazione militare divenne esercitazione anti-incendio. Per molti anni i pastori hanno trovato pezzi di bomba ed in alcuni casi ne è saltata fuori anche qualcuna buona.» Ecco svelato il mistero.

Io volevo fare due passi con la morosa e mi sono trovato a tirare improbabili fisse nel vuoto a ridosso delle cascate. Come se questo non bastasse sono finito in un poligono di tiro dei tempi del fascio. Spero che questo possa bastare per dissuadervi dal curiosare incautamente da quelle parti.

Davide “Birillo” Valsecchi

I Giardini d’Oriente

I Giardini d’Oriente

«Ma siete andati sabato?» mi chiede Ivan divertito mentre con Paolo siamo finalmente seduti al tavolo dell’Osteria da Edo a Valmadrera. Io mi limito ad annuire mentre lui prosegue ghignando. «In quel posto fa un freddo terribile tutto l’anno e la giornata era pessima! Paolo hai visto la foto? Fa venire freddo solo a guardarla! Per giunta ti eri allenato con il noi il giorno prima. Tutta quella fatica e l’indossifazione di non chiudere la via: perchè questa punizione auto inflitta?» Affondo i baffi nel mio boccale, poi sorrido divertito. La risposta onesta sarebbe “Per lealtà e per amicizia”, ma sarebbe fin troppo seriosa. Così faccio una smorfia da duro e sbiascico teatrale: «Mattia è il mio capo cordata. Lui dice “andiamo?” ed io rispondo “okay!”. E’ questo che fanno i Ragazzi dei Corni!». Ivan mi osserva per un istante, poi scoppia a ridere divertito mentre schiocchiamo i boccali in un altro brindisi.

Già, Sabato mattina faceva un freddo raccapricciante alla base del Corno Orientale. L’orientamento della parete ed il vento che scende da Nord attraverso il Lago rendono quell’angolo dei Corni una vera e propria ghiacciaia. Quando il 4 Maggio del 2014 abbiamo ripetuto la Luigi Paredi brillava ovunque un caldo sole primaverile, noi invece arrampicavamo battendo i denti nonostante indossassimo le mantelline, i berretti di lana ed i guanti in stoffa.

Tuttavia avevamo deciso che era arrivato il momento di attaccare la “Stellina”, il monotiro di 30 metri che da tempo volevamo tracciare sul torrione alla base della “Stella Alpina”. Avevamo a disposizione solo il mattino, poi dovevamo tornare dalle nostre famiglie, tornare a quei letti da cui eravamo sgattaiolati in silenzio nel freddo dell’alba.

«Osti, io me la ricordavo una cosa un po’ più leggera!» Già, per qualche strana ragione nella mia mente avevo già venduto la pelle dell’orso ma ora, che l’orso mi stava strapiombantemente davanti, ero più incerto sull’esito della gioranta.

La parte alta del torrione è attraversata da due grosse e profonde fessure che serpeggianti risalgono fino all’uscita. Per attaccare la “serpe” di sinistra avevamo portato con noi i friend grandi e tutto il materiale da incastro. Per raggiungere le fessure dovevamo però attraversare una quindicina di metri tutt’altro che banali e tutti da interpretare.

Chiodi e martello Mattia inzia ad alzarsi con cautela cercando di interpretare la roccia e valutare le protezioni. Come sempre si muove inesorabile e deciso ma a tratti, dove la roccia lo inchioda immobile, il freddo comincia a flagellarlo. Io, fermo alla base, tremo come una foglia seguendo con la corda i suoi corti movimenti. Guanti, cappello, mantellina: non c’è modo di difendersi, non resta che attendere restando vigili.

Mattia lavora sui chiodi, infila una piccola clessidra e sonda ogni appoggio con qualche colpo di mazzetta. La roccia è tutta da comprendere ma la sensibilità è ridotta dal freddo. «Questo chiodo è una vera schifezza! Provo a caricarlo ma dubito che regga. Tiemmi d’occhio» Mattia sposta delicatamente il peso, per un’istante sembra reggere e poi “Vraaam”: Mattia si ritrova appeso senza danno a chiodo sotto. Come due stupidi ridiamo insieme. «Tutto apposto Màttì?» Lui si raddrizza ed estrae un piccolo nat. «Sì, Sì. Aspetta… guarda che figata! Il chiodo saltando ha aperto una clessidra!» Infila il sottile cavo metallico del nat e prima che possa obbiettare lo carica «Visto?! Regge!».

Il mio socio riparte, si alza, guadagna spazio in verticale e riesce a piantare un’altro chiodo. Ormai siamo all’attacco della fessura. «Hey Mattia. Se passi oltre dovrai lavorare tutto su friend ed arrivare fino in fondo. Dubito tu possa trovare dove piantare un chiodo per tirare fiato…». Le gambe di Mattia, dopo quasi due ore, hanno iniziato a tremare visibilmente per il freddo. «Forse vale la pena tornare senza i pinguini …magari possiamo anche godercela quella fessura…»

Mattia guarda in alto, sposta il peso ed osserva sotto di sè. «Per entrare nella fessura devo usare questa presa e fare il passo deciso infilandomi subito sopra. Con questo freddo mi stanno gelando i piedi: rischia di diventare una faccenda piuttosto pericolosa in queste condizioni» Io e lui arrampichiamo insieme ininterrottamente da due anni: fulmini, grandine, pioggia, freddo, roccia marcia, nebbia, neve. Per quanto io sia migliorato lui resta comunque l’esempio da raggiungere. «Okay allora, attrezziamoci per farti scendere e spazziamoci via da questo gelo!»

Lentamente si abbassa sulla clessidra e si attacca con il “Fifi” al chiodo che riteniamo più solido. Libera le protezioni a monte mentre lo rimetto in fretta in tiro. «Okay calami!» Con calma ma con una certa sollecitudine lo faccio scendere su un singolo chiodo metre recupera gli altri rinvii. Quando finalmente raggiunge terra cessano le ostilità con le solite manate di rito.

Irrigiditi dal freddo infiliamo le corde negli zaini e camminiamo un po’ nel tentativo di scaldarci. «Comunque è davvero un posto strepitoso!» La roccia grigia e compatta che ci sovrasta rapisce lo sguardo. Sopra di noi la Paredi e la Stella Alpina: «Ma davvero siamo passati da quelle placche lassù?» La risposta, per quanto ovvia, appare ancora incredibile.

Ma i “Giardini d’Oriente”? Bhe, visto che avevamo freddo abbiamo iniziato a camminare arrampicando sciolti tra le rocce più semplici. Così, in modo del tutto inatteso, abbiamo trovato un settore a noi completamente sconosciuto pieno di placche, diedri e solidi alberi su cui assicurarsi. Come due bambini eravamo su un terrazzino erboso e, senza troppo curarci degli ottanta metri di vuoto alle nostre spalle, guardavamo verso l’alto confabulando: «Secondo me ci stanno due o tre tiri buoni prima di uscire sulla cresta!».

E’ difficile spiegare. Questi sono i Corni di Canzo e noi, nel rispetto della tradizione, noi siamo orgogliosamente una delle loro cordate indigene: Mattia Ricci e Davide “Birillo” Valsecchi, i ragazzi dei Corni!

Davide “Birillo” Valsecchi
Ps: Un saluto a Sisso e a Barbara: è stato un vero piacere trovarvi sulla via di casa!

 

Rainy Forrest

Rainy Forrest

Le pioggie di quest’incerta estate mitigano il caldo ma al contempo impediscono di dare spazio alla fantasia tracciando lunghi itinerari attraverso i nostri monti. Domenica avevo promesso a Nicola, mio coetaneo di Cantù, che lo avrei accompagnato nel “Gran Tour dei Corni” ma il tempo instabile sconsigliava di impegnarsi in 8 ore di cammino lungo le creste. Il “tour” è infatti  il lungo percorso che costeggia tutta la Val Ravella passando delle cime di Cornizzolo, Monte Rai, Pra Santo, Corno Rat, e la traversata dei Tre Corni da Est.

Così, visto che la voglia di uscire superava la minaccia di pioggia, ci siamo comunque lanciati in una piccola esplorazione. La val Ravella si è dimostrata lo scenario ideale per compiere qualche esperimento con la macchina fotografica. Le nuvole e la vegetazione rendevano la luce abbastanza fioca per provare tempi di esposizione alti e catturare l’effetto “setoloso” dello scorrere dell’acqua. In più, la macchina di Nicola, può essere controllata via wireless attraverso il cellulare. In qualche modo tutto ciò mi ricordava la macchina fotografica radiocomandata che utilizzava Walter Bonatit nei suoi reportage.

Prima Nicola mi spediva sulle rocce, sulla riva opposta del fiume, a posizionare la macchina fotografica e poi, nuovamente insieme, manovrava il “telcomando” per realizzare un’autoscatto. Come in una foto d’epoca dovevamo rimanere immobibili per i lunghi secondi in cui l’obbiettivo rimaneva aperto catturando lo scorrere dell’acqua.

“Dai, basta giocare, andiamo ad esplorare un po’!” Superato il terz’alpe abbiamo prima fatto visita al grande Faggio, “il Fò”, per poi andare in caccia della “Fiamma”. Ciò che io chiamo la “fiamma” è un grosso monolite che spunta dalla vegetazione sul versante sud del tratto a valle della Coletta.

E’ diffcile non scorgerlo dall’alto, tuttavia raggiungerlo dal basso è stata una mezza impresa. La vegetazione si è fatta intricata e fitta, tra le piante corrono vere e proprie liane che come solide ragantele trattengono il passaggio. Una volta dentro la vegetazione è quasi impossibile vedere la “fiamma” e per orientami ho dovuto usare il gps e le immagini satellitari. Ciò che davvero stupisce non è tanto la “giugla” quanto il fatto che nelle foto degli anni ‘50 tutto quel tratto di montagna appirisse come un brullo e nudo ghiaione. Ci stupiamo della pioggia ma i cambiamenti in atto sono più evidenti e radicali di quanto si voglia credere.

La “fiamma” riservava interessanti sorprese di cui vi parlerò con calma quando avrò approfondito alcune ricerche in merito. Dal versante nord è possibile salire in modo abbastanza semplice tuttavia, visto che gli altri tre versanti offronto trenta metri di volo, non conviene avventurarsi in modo sprovveduto.

La cima della “fiamma” è uno straodinario punto d’osservazione da dove studiare buona parte delle pareti e delle vie del versante Sud dei Corni. Purtroppo la foschia e la nebbia hanno reso opache e sbiadite le foto: toccherà tornarci sperando in una luce migliore.

“Bene andiamo a mangiare!” Dopo aver fatto tappa alla muraglia strapiombante sotto il sentiero che porta alla Coletta ci siamo diretti al Rifugio della Sev: Birra, gazzosa ed un panino al salame!

A farci compagnia abbiamo trovato Pietro Paredi, guida alpina emerita e grande conoscitore dei Corni di Canzo. Pietro è uno degli ispiratori delle nostre salite ai Corni ed incontralo è sempre l’occasione per aggiornarlo sui nostri progressi e per ascoltare nuove storie sulle vie che ancora ci mancano.

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Oggi gli alpinisti di punta riescono a fare cose straordinarie ma è incredibile pensare a cosa abbiano fatto le generazioni precedenti e sopratutto con quali mezzi. “Sulle staffe devi alzarti piano, strisciare sulla roccia. Non puoi tirare, i chiodi a pressione devi farli sempre lavorare. Se tiri saltano fuori. Si faceva il buco con il punteruolo, li si batteva ma  dovevano lavorare sempre ad incastro verso il basso” Mi racconta mimando i gesti “Reggono il peso ma non puoi volarci sopra, strappi tutto.” Chiedo io.

Pietro inizia a raccontare di nuovo. “Una volta eravamo sul corno Orientale, stavamo tentando la ripetizione di una via con il nome di un prete, l’Arturo Pozzi credo. Ero da secondo ed avevo lasciato andare davanti il mio compagno. Glielo dicevo di non tirare ma cominciava ad essere stanco e così, tirando le staffe per raggiungere il chiodo successivo, ha fatto saltare quello su cui era attaccato. Cadendo ha strappato otto chiodi a pressione prima che riuscissi a trattenerlo.  L’ho fermato sull’ultimo chiodo davanti alla sosta. Poi ci siamo calati e per quel giorno abbiam lasciato perdere”. Otto chiodi sono un eternità di tempo e spazio che moltiplicati per la gravità  si traducono in spaventosa velocità e forza “‘Otto chiodi! Ma se arrivava alla sosta?” chiedo stupito. Pietro ride, fa un gesto chiaro con la mano lasciandola cadere verso il basso. “Su quei chiodi non devi volare, devi andar su piano piano”

Davide “Birillo” Valsecchi

Corni: le inviolate inviolabili

Corni: le inviolate inviolabili

La Valle delle Moregge, il grande vallone che separa i Corni di Canzo dal Moregallo, è un territorio di confine, uno spazio denso di misteri noto solo a pochissime persone. Il perché di questa sua natura selvaggia e sconosciuta è presto detto: è un postaccio terribilmente pericoloso!

Il Moregallo è una montagna dal carattere davvero straordinario, una montagna dura ed indomabile che, a seconda delle opinioni, può essere magnifica o tremendamente brutta. Una volta mio padre e mia mamma provarono ad avventurarvisi passando da Oneda. Mio padre me lo ripete sempre: “Tua madre non si è mai tirata indietro ma quel giorno me lo disse chiaramente: quella montagna le faceva paura”.

Canali strapiombanti di erba paglione che si alternano in creste e salti rocciosi nel nulla più assoluto. Se sbagli rischi di precipitare a valle e di rimanere, probabilmente per sempre, sul fondo dell’orrido sottostante. Non a caso, ogni volta che facciamo canyoning, troviamo lassotto carcasse di caprioli e mufloni a conferma di quanto il posto non sia uno scherzo neppure per loro.

Al Moregallo, almeno in quei versanti, si sperimenta la solitudine, la precarietà, la lontananza da tutto. A conferma della sua natura straordinaria raggiungere la cima offre invece una sensazione totalmente opposta: sulla vetta sei accolto da un oasi verde, un pianeggiante prato affiancato da un placido bosco di faggi e betulle. Sono davvero pochi i luoghi che sappiano racchiudere tanta  pace e bellezza come la vetta del Moregallo, ma è un premio che va conquistato con fatica, qualsiasi sia il versante da cui si sale.

Forse è per questo, per la vicinanza con il Moregallo, che anche i Corni celano qui alcune delle pareti più imponenti e più nascote di tutto il gruppo. Per andare a dare un occhiata da Oneda mi sono alzato a mezza costa seguendo i piloni della corrente ed addentrandomi poi nella valle seguendo sentieri tracciati dalle bestie.

Seguire i sentieri degli animali significa due cose: prendere le pulci in estate e rischiare la pelle tutto l’anno. Le tracce infatti si addentrano superando i balzi erbosi e i canali seguendo una logica “animale” tutta da interpretare. “Qui davvero non ti ritrova più nessuno”. Ma ormai ero lì e la curiosità mi spingeva oltre ogni cresta.

Poi, sulla soglia del punto di non ritorno, ho dovuto fermarmi. Avanzare significava costeggiare la base del Ceppo della Bella Donna e l’unica via d’uscita possibile sarebbe stata risalire fino alla bocchetta. Tradotto: un altro paio d’ore “disperso” nel nulla.

Quello che mi serviva però era lì: uno scorcio chiaro delle due pareti dove poter scattare qualche foto. Credo siano davvero poche le persone che vi abbiano dato un’occhiata approfondita. La luce non era il massimo ma credo possano rendere l’idea e mostrare un angolo segreto dei Corni di Canzo.

I vecchi hanno affrontato tutte le pareti del Gruppo, tracciato vie ovunque ad eccezione di qui. Il perché è facile capirlo: l’avvicinamento è difficoltoso, l’ambiente è ostile in ogni aspetto, le pareti sono marce, fragili e spazzate dal vento. Slanci strapiombati densi di tetti e cenge pietrose. Vie impossibili, lunghe, pericolose e difficili che terminano tutte nei prati di Pianezzo ai piedi di rifugio. Credo che mai nessuno salirà da quelle parti e mi piace pensare che nel cuore dei Corni di Canzo vi sia un segreto inviolabile, un monito di roccia ad ogni vanità.

Certo, forse sulla prima parete si potrebbe tracciare una ferrata ma il livello di difficoltà sarebbe altissimo ed oltre alle problematiche tecniche per realizzarla rischierebbe di diventare un “ammazza cristiani” di prima qualità.

No, meglio restino così. Meglio resti un posto magico sopra cui portare la morosa a prendere il sole, una passeggiata pianeggiante dal vicino rifugio senza che possa comprendere  la mostruosità alpinistica su cui si è placidamente sdraiata.

Dopo le foto ho dato battaglia in salita lungo un canale emergendo finalmente sulla strada cementata che porta alla SEV:  due ore di fatiche per ritrovarmi tra i gitanti che, a passo lento, andavano a pranzo al rifugio. Non proprio avventuroso in effetti, eheh…

Il mio giro però non era ancora finito. Venerdì avevo infatti perso il “chiodo verde ad U” di Mattia e se non volevo incorrere nelle ire del socio conveniva ritrovarlo!! Avevo il sospetto di averlo perduto nel tratto in cui la via Valbrona89 incrocia la ferrate del Ventinquennale: così ho dapprima risalito la cresta del Passo della Vacca per poi infilarmi lungo sentieri segreti che portano a metà della ferrata.

La scena è stata divertente. Io ero vestito praticamente come un pastore di capre impugnando le mie racchette rigide mentre gli escursionisti, giustamente attrezzati con casco, imbrago, fettucce e moschettoni, riemergevano dalla lunga e strapiombante scala a pioli della ferrata.

Credo davvero di avere purtroppo spento il loro “momento eroico”. Io ero in piedi ad un sasso cercando il mio chiodo ed ho salutato il primo della comitiva che, palesemente stupito, non capiva come fossi arrivato lì. “Ma la ferrata è finita?” “No, no. Ne avete ancora un bel pezzo e tutto verticale. Forse la parte più dura” “Ma tu hai fatto la ferrata?” “No, no …sono passato un po’ qui, un po’ là. Comunque io sono indigeno, non fate caso a me: sto solo cercando un chiodino…”. Il tipo non mi ha più parlato: ai Corni si incontra un sacco di gente strana!!

Finalmente ho ritrovato il fantomatico chiodo (Hurra!!) e dalla ferrata sono emersi anche due amici: Pietro e “il Tigre”. Loro non erano affatto stupiti di trovarmi a zonzo. Abbiamo chiacchierato un po’ facendo un po’ di rumosorsa “caciara” e, dopo esserci salutati, ognuno ha continuato per la sua strada. La vetta del Corno Occidentale era un po’ troppo affollata, così ho tagliato per un canale e sono tornato verso casa. In fondo ho ritrovato il chiodo e scattato qualche foto senza ammazzarmi: ho di che essere soddisfatto!

Davide “Birillo” Valsecchi

Ecco alcune foto non bellissime ma piuttosto insolite…

Ceppo della Bella Donna

Ceppo della Bella Donna

ceppo della bella donna“Sembra di essere al mare!” Il sole splende caldo sebbene attorno a noi gli alberi siano scossi da un vento furioso che risale dal lago. Siamo sdraiati sulla cima del Ceppo della Bella Donna, uno sperone che si innalza verticale per oltre duecento metri sulla valle delle Moregge. Siamo sdraiati sull’erba, rivolti a sud, con il sole di Marzo che ci scalda. La forma del Ceppo crea come isola quieta al centro delle raffiche di vento che, come la risacca del mare, rumoreggiano rifluendo tutto intorno a noi.

“Sembra di essere al mare!” Intorno a noi però solo le mie montagne ed alle spalle il lago. A dorso nudo lascio che il sole asciughi la pelle, che il calore lenisca i segni dell’inverno.  Davanti a me un anfiteatro, un tempio: al centro la parete Fasana, più a sinistra la grande onda del Corno Orientale e a destra, sullo sfondo, la cima del Corno Occidentale.

La neve ancora si nasconde nelle pieghe d’ombra e nei prati di Pianezzo ma sembra ormai rassegnata a cedere il passo alla primavera. In lontananza vedo le sagome di chi è salito sul Moregallo o di chi risale fino alla SEV da Valmadrera. Sul ceppo della Bella Donna ci siamo solo noi, distanti da ogni rumore, da ogni chiacchiera, da ogni sguardo.

“Non siamo al mare: sei ai Corni, sei al centro del mio piccolo mondo.”

Moregallo: Oh Johnny, I hardly knew ye.

Moregallo: Oh Johnny, I hardly knew ye.

Il resto della squadra è disperso per qualche mercatino natalizio e con me c’è solo Andrea: ventenne, 46 di piede, un paio di scarponi nuovi di pacca ed una maglietta dei DropKick Murphy. Mentre gli offro la colazione gli assesto una manata sulle spalle: «Bene socio, oggi siamo solo io e te. Questo significa che possiamo fare un po’ di baccano!» Lui ride: oggi ci divertiremo un po’.

Molliamo la macchina alla chiesetta di San Martino a Valmadrera e ci infiliamo nella valle del fiume Inferno risalendo il sentiero delle vasche. Il sole ha già iniziato a filtrare nella gola e non c’è ghiaccio sulle rocce bagnate mentre risaliamo lungo le cascate.

Tappa veloce a San Tomaso e poi rapidi verso la sorgente di Sambrosera e l’attacco del Canale Belasa. Andrea regge bene, la giornata è magnifica. Raggiunta la bastionata del “Grissino” mi viene voglia di esplorare e lascio Andrea sulla traccia per infilarmi negli infiniti canali laterali. Più mi guardo intorno e mi viene voglia: «In primavera dovrei portarci la squadra: armati di fittoni, chiodi e corde potremmo davvero divertirci a ravanare qui in mezzo!».  Il versante Sud-Est del Moregallo è un odissea di canali, cenge, creste e guglie che davvero in pochi hanno esplorato: tutti quelli che lo hanno fatto ne hanno amato la natura intimamente selvaggia.

«Andrea, te la senti?» Lui annuisce ed iniziamo ad arrampicarci lungo la parete erbosa che ginge il lato del Belasa seguendo una parvenza di sentiero tracciata dai mufloni. «Ci alziamo un po’ per fare due foto: occhio mi raccomando!». Superiamo una prima guglia e ci innalziamo su una cresta. Poi lo agguanto e lo tiro a me senza parlare: davanti a noi due mufloni non si sono ancora accorti della nostra presenza e pascolano nel sole. Quei due sono i primi mufloni che Andrea abbia mai visto in vita sua!!

Dall’uscita del Belasa puntiamo all’uscita della Cresta OSA. Poi, incuriosito, abbandono ancora la traccia tirandomi dietro il fidato “bocia”. Sulla parete sottostante il “ponte di pietra” trovo una lapide che non avevo mai visto. Con un po’ d’acqua metto a risalto l’incisione ormai invisibile: “Mario Vicariotto  13/12/1910 – 23/08/1971”. La montagna conserva la memoria di chi fu.

Sempre andando a zonzo trovo quello che stavo cercando da tempo: una grotta! Seguendo le tracce dei mufloni trovo infatti una nicchia incassata nella roccia. Profonda quattro metri è alta due e larga quasi altrettanto. Le bestie la usano per trovare riparo dalla pioggia e dal vento ma potrebbe starci comodamente una tenda da due oppure tre o quattro sacchi a pelo in estate. Ora anche sul quel versante ho un nuovo bivacco!!

Raggiunta la cima ci godiamo uno dei panorami migliori di tutto il triangolo lariano:

A Est: le Grigne, il Pizzo dei Tre Signori, l’Arena, Il Cancervo, il Venturosa, i Campelli, il Ponteranica ed il Resegone. A Nord: la catena del Cavregasco, la Granizirola – Gino – Bregagno- Grona, il Crocione e il Galbigia. A Ovest: le cime innevate dell’Oberland Bernese, il San Primo, Il Leone, il Generoso, i Mishabel, l’imponente Rosa, l’inconfondibile Cervino, il Palanzone, il Gran Paradiso ed i dirimpettai Corni di Canzo. A Sud: il Rai, il Cornizzolo,  il Prasanto, il Corno Birone ed il monte Barro.

Uno sguardo che spazia sulla punta di Bellagio e sui tre rami del Lago di Como, sull’Adda e sui laghetti di Annone, Pusiano e  Garlate. Il Moregallo è il Re Selvaggio del Triangolo Lariano, la grande ed inesplorata frontiera: «Vedrai, quando avrò abbastanza gente è quassù che verremo estati intere a dare battaglia!»

Scesi lungo la cresta ci infiliamo nel grande buio che avvolge il canale alla base del Corno Orientale, l’altra infinita parete dei Corni di Canzo. La leggendaria Fasana con i soi 130 metri è la principessa dimenticata, la Nord-Est dell’Orientale con i suoi 260 metri è il vero gigante silenzioso. Se quest’anno abbiamo corteggiato e conquistato la principessa, la prossima primavera sarà il momento di sfidare il gigante!!

Così il povero Andrea si ritrova ad inseguire un folletto ipereccitato scendendo lungo  un ghiaione coperto di neve a ridosso di una parete verticale e strapiombante da cui, allegramente, precipitano stalattiti di ghiaccio: un posto magnifico e terribile!!

Quando, finalmente, torniamo a San Tomaso è giusto pagare pegno: «Ti sei meritato una birra, amico mio. Grazie per avermi accompagnato in questa esplorazione! Sei stato davvero bravo!»

Davide “Birillo” Valsecchi

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