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«A detta degli apritori la via volle essere un invito a raggiungere, per tutti i frequentatori della valle, un felice equilibrio con la natura, libero da qualsiasi desiderio eroico, competitivo e di conquista».

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CORNI: «Testa dei Fra»

CORNI: «Testa dei Fra»

Il titolo avrebbe potuto essere anche “In missione per conto di Giak” perché è stato proprio Giak “Ultratrail” Kominotti a far scattare la mia curiosità. Il mitico Giak mi aveva infatti  chiesto informazioni sulla parete rocciosa che si vede dal Terz’alpe sulla cresta ad Ovest del Corno Occidentale.

Spulciando tra le mie vecchie guide avevo ottenuto ben pochi risultati: “Seguendo la cresta che procede, dal Corno Occidentale, in direzione Ovest, si incontra una parete alta una cinquantina di metri dove esistono alcune vie. Di quelle che si svolgono sulla parete denominata Testa dei Frà, non possediamo alcuna relazione. Ci limitiamo a segnalare ai lettori la possibilità di arrampicare anche in questa zona.”

Oltre a questo due anziane glorie, Bruno e Pietro, mi hanno raccontato di avere arrampicato in gioventù su quella parete lungo una via che corre lungo una grossa fessura. Bruno mi ha anche raccontato un piccolo aneddoto su quella parete: “Avevo perso l’orologio dentro la fessura e non mi era riuscito di recuperalo. L’anno successivo, quando siamo tornati a ripetere la via, l’orologio era scivolato sul fondo della fessura e sono riuscito a riprenderlo. Purtroppo, però, non funzionava più.”

Non mi restava altro che andare lassù e vedere. Partito da casa ho percorso la cresta di Cranno fino alla Coletta e proseguendo fino a quando la cresta incontra il sentiero n° 5. Ho continuato a salire fino dove il sentiero costeggia una pineta pianeggiante, qui ho lasciato la traccia addentrandomi nel bosco verso la cresta.

Lungo il crinale, nascoste dalla vegetazione, ci sono formazioni rocciose che ricordano molto quelle dal Malascarpa e che piano piano diventano sempre più alte e strapiombanti: è un posto molto bello e selvatico. Si segue la cresta fino dove alcune radure erbose su piccole rocce permettono di vedere individuare la grande parete bianca del Testa di Fra. Guardando si è perfettamente sopra il terz’alpe a strapiombo su ripide scogliere nel bosco. Tagliando di traverso e navigando un po’ a vista si raggiunge la base della parete.

Il bosco sta letteralmente divorando la roccia. Alla base della parete si è letteralmente “staccata” una grossa “fetta di roccia” che sporge ora obliqua creando una profonda spaccatura verticale che corre lungo quasi tutta la base. Questa grande lama, in alcuni punti fragile, si innalza formando un paio di belle “fiamme” di roccia. Arrampicandomi sullo spigolo della lama ho potuto alzarmi di una decina di metri emergendo dalla vegetazione sulla parete vera e propria.

“La parete è grande! Davvero grande!” La roccia della parete è buona e ricca di piccole prese e rugosità, tuttavia è terribilmente verticale. Nel settore occidentale sulla sinistra ci sono due fessure che risalgono la parete fino alla cima. Quella più a sinistra pare abbastanza fattibile ed è la più grossa, quella più a destra invece è più piccolina e nella parte finale verticale. In entrambe le fessure ci sono dei vecchi chiodi: probabilmente sono queste le vie di cui mi hanno parlato.

Spostandosi verso destra la parete si fa sempre più compatta e nuda. C’è una prima grande placca completamente vergine mentre un po’ più a destra, sopra la fiamma di roccia, c’è un’altra imponente placca liscia percorsa però da una fila di chiodi a pressione che risalgono dritti ed allineati verso la cima. Deve essere una via artificiale nello stile degli anni 70/80. Ciò che mi ha colpito è che la sosta, posta ad una ventina di metri, è stata attrezzata con un cordino e dei fix/spit (non ho capito bene) nuovi o quantomeno recenti. Forse c’è anche un rinvio abbandonato a metà. Sarei curioso di sapere chi è il “folle” che si è avventurato in artificiale su quei vecchi chiodi a pressione…

Smontando dalla lama di roccia arrampicando in discesa ho riguadagnato il bosco aggirando verso destra la parete e raggiungendo il settore orientale. Il testa dei fra è infatti un grosso pilastro che risulta staccato su tre lati dalla cresta dei corni. Alle spalle vi è infatti un canale abbastanza ampio che separa il pilastro da una seconda parete. A ridosso dello spigolo ci sono altre due vie in artificiale che risalgono superando il piccolo tetto sotto la cima della parete. Sulla destra, dove vi è una spaccatura, ci sono dei vecchi chiodi che rimontano lungo la roccia rotta e che probabilmente guadagnano la vetta sullo spigolo interno. Qui la roccia sembra meno “bella” anche perché tutto è molto più umido e friabile.

Il canale risale ripido tra le due grandi pareti di roccia, è invaso dai detriti e dalla vegetazione. Mi ci sono infilato e, avanzando con un certo sforzo, ho iniziato a dare un occhiata al settore interno. Anche qui un lato della parete è completamente liscio mentre laddove corrono delle spaccature sembra esserci la possibilità di salita. Qui non visto vecchi chiodi ma di certo questo lato è il meno appagante e quello con la roccia peggiore e friabile.

Il canale termina in una specie di ponte di roccia che permette di rimontare verso la cima. Il Testa dei Fra è quindi un grosso pilastro triangolare che solo su un angolo è a contatto con la cresta dei Corni. Salire alla cima è un affare per chi sa bene cosa sta combinando: è un passagino selvatico su rocce a lama invase dalle piante, da un lato cinquanta metri nel vuoto e sull’altro ce ne sono una buona trentina. Okkio!!

Il panorama sul Corno Occidentale è appagante anche se la vegetazione riduce la percezione dell’altezza. Guardando verso il terz’alpe ci si rende incece subito conto di quanto si è a strapiombo! La roccia è estremamente lavorata, molto compatta, densa di clessidre e canalini erosi dell’acqua e dalla chimica del carsismo. Se conserva quelle caratteristiche anche in parete potrebbe essere davvero uno spettacolo.

Sulla cima, a ridosso dell’uscita della parete, c’era uno spit/fix (forse due) ed un cordino che non sembra nemmeno troppo datato. Probabilmente l’uscita della via in artificiale vista dal basso. Dall’uscita alla cima c’è un tratto di un paio di metri non difficile, tuttavia per raggiungere quell’armo dall’alto dovevo scendere un paio di metri in libera rischiando il super tuffo nel vuoto: accontentatevi della foto con lo zoom!

Dalla cima del Testa di Fra ho riguadagnato il ponte sul canale e percorso una vecchia traccia attraverso il bosco e la cresta dei Corni che, come mi aspettavo, spunta nuovamente sul sentiero n°5 all’altezza del fontanino con la madonna.

Direi che su questo “gigante nel bosco” c’è parecchio da fare e da esplorare. Le due vie in fessura sono sicuramente interessanti mentre la placca resta roba al di fuori della mia portata. Mi aspettavo fosse abbandonata ed invece ci sono segni di vita, quantomeno abbastanza recenti, sulla via in artificiale (…che qualche “mostro” la stia studiando in arrampicata?)

Io la mia parte “esplorativa” l’ho fatta. Ora tocca ai miei soci “con il grado” aiutarmi a scoprire cosa si nasconde tra la base e la cima di quell’angolo verticale dei Corni di Canzo. 😉

Davide “Birillo” Valsecchi

Visto che voglio mostrare ai “soci” più dettagli possibile per l’occasione, oltre alle foto, pubblico anche i miei “appunti video”. Scusate il fiato corto 😉

Moregallo Sancta Sanctorum

Moregallo Sancta Sanctorum

DSCF7519Fabrizio smontava il turno alle nove e mezza. Il sole finalmente era apparso ma, ahimè, partendo così tardi restava gran poco da fare. Con pazienza mi sono rassegnato a rassettare casa aspettando che il mio socio arrivasse. L’unica consolazione sembrava essere l’appuntamento con Simone, nel pomeriggio, per far due tiri alla palestra di roccia.

Poi però, come spesso accade, i piani cambiano e cambiano in meglio: «Fabbrì: ti va di fare un paio d’ore nel cuore del mondo selvaggio? Buttiamo il naso nella valle Nord del Moregallo?» Accendiamo in MotorHead e siamo in strada.

Molliamo la macchina alla prima stanga di Oneda e dentro nel bosco. Il primo pezzo di strada è una comoda camminata all’ombra della piante con qualche scorcio panoramico sul lago. Il verde della primavera impazza ed ero felice anche solo di fare due passi. Alla svolta successiva finisce un incanto e ne inizia un altro più adatto a noi: sua eccellenza il Signore Selvaggio, sua magnificenza il Moregallo!

Sulle carte quella valle risponde al nome di “Inferno”, nella sua parte più bassa è solcata da profondi orridi dove si raccolgono tutti i piccoli torrenti che scendono dalle pendici della montagna. Il sentiero, ormai una traccia nell’erba, corre lungo ripidi pendii erbosi che sprofondano nelle scogliere sottostanti. Il numero di “Okkio, Fabbrì, mi raccomando!!” definisce la difficoltà del percorso!

Mi ero ripromesso di seguire il sentiero alto ma, alla fine, la tentazione è stata troppo forte e dopo qualche ripido passaggio ci siamo ritrovati sul corso del fiume a monte degli orridi e delle grandi cascate. Una volta laggiù è iniziato il “viaggio” in un mondo magnifico fatto di salti d’acqua, di roccia e di natura incontaminata.

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«Okkey Fabrizio, passiamo questa cascata e poi torniamo a casa!». Avrò ripetuto questa frase davanti ad ogni passaggio difficile lasciando che il successivo mi trascinasse oltre.

Poi abbiamo raggiunto il passaggio chiave della valle. Un inghiottitoio che corre sulla destra di una cascata su roccia liscia. «Niente da fare Fabrizio, è troppo bagnata non si passa. Non riesco a farlo quel passaggio, scivolo via». Era la verità ma ho fatto l’errore di dirgli anche «guarda anche tu ma non c’è molto da fare…»

Già, un errore: un minuto dopo, infatti, ero in piedi sulle sue spalle cercando di lanciare un cordino attorno ad un piccolo sperone di roccia. Al terzo lancio si aggancia: “Forse regge”. “Come forse?”. “Secondo te  come faccio a saperlo? Per ora la corda sta su” .“Fai quello che vuoi. Guarda che inizi a pesare!”. Un attimo dopo ero letteralmente in braccio a Fabrizio che, con piglio tutto siciliano, mi guardava con spavento e mal celato disappunto: “Bhe, Fabbrì, ora sappiamo per certo che non tiene!!”

Avremmo potuto aggirare l’ostacolo facendo una lunga deviazione sui prati scoscesi più sotto ma ormai si era fatta l’ora e quel “simpatico momento comico” segnava la momentanea fine della nostra esplorazione. Un’oretta più tardi eravamo in trattoria a rimpinzarci prima di andare ad arrampicare in falesia. Per essere una giornata che sembrava “bruciata” direi che è andata di gran lusso!

Davide “Birillo” Valsecchi

Quella valle è magnifica ma è adatta solo ad escursionisti esperti con un buona predisposizione a ravanare in ambienti difficili. Il cellulare non prende e tutto ciò che entra in quella valle può escirne solo sulle proprie gambe. Mi raccomando: non metteteci il naso se non fa per voi!

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