La Fessura dell’Albero

La Fessura dell’Albero

“Forse Ondra non ha urlato sulla via, ma Madre Natura lo  ha sicuramente fatto. Ai miei tempi, negli anni ’80, ad Apricot Dome, avevamo una regola non scritta: se spitti una fessura, ti tagliamo le gomme. Lo fai di nuovo, trasciniamo un sacco di patate in parete e giochiamo a “Colpisci il Bersaglio” mentre stai arrampicando. Il punto è: sapevi che ci sarebbero state conseguenze. Oggi, puoi trasmettere in diretta la video premier dei tuoi crimini mentre il mondo applaude. Cosa diavolo è successo all’arrampicata?” Questa è la parziale traduzione di un articolo in inglese inviatomi via WhatsUp da Gabriele: parla di un tizio, un tale CrustyTradDad58, che vuole togliere gli spit da una via del cecoslovacco con il collo lungo. Onestamente non so assolutamente nulla di questa faccenda e non ho assolutamente idea se sia una cosa seria o una provocazione. Tuttavia la faccenda delle patate mi aveva rubato un sorriso, così ho semplicemente risposto: ”Vabbè: severo ma giusto… Domani 8:15 da me? C’è una fessura che ci aspetta!!”

Così, sghignazzando, ci siamo ritorvati a far colazione in un baretto del centro a Valmadrera. Io, Josef, Ruggero e Gabriele. “Dove andate ragazzi?”. Ha chiesto il barista scambiandoci per gitanti forestieri. Così ho dato spago a questa sua impressione. “Facciamo due passi sulle montagnette qui dietro…” Il barista allora si ferma, si volta, mi squadra un secondo e mi risponde gentile ma deciso: “Non le chiamerei montagnette queste qua…”. Noi, tutti insieme, siamo scoppiati a ridere all’unisono: “Amico, con noi hai già vinto tutto!”

Quando arriviamo nella Due Pile Alta siamo fradici, il caldo è opprimente per essere Marzo ed abbiamo già asciugato le scorte d’acqua nonostante il rifornimento fatto al fontanino di Sambrosera. Il clima è da spiaggia e le prospettive sulla roccia torride.

Mentre il reparto “ricerca e sviluppo” conduce i propri esperimenti alla Chouinard su una piccola roccia, ho cercato un buon posto dove fare sosta alla base del torrione, non troppo distante dalla Torre Bifida. Il torrione, che abbiamo battezzato con semplicità “Quello della Fessura con l’Albero”,  è caratterizzato da una larga fessura verticale che, nel punto più strapiombante, è attraversata da un vecchio ma solido albero. Alla base del torrione ho travato una piccola ma solida clessidra in cui infilare un sottile cordino  per  attrezzare la sosta: un ottimo presagio di buon auspicio. Mi sono messo a manovrare le corde mentre Josef iniziava la propria salita.

La via, battezzata “Optional Tree”, è probabilmente un V+/VI- se ci si affida al provvidenziale aiuto dell’albero che la custodisce, oppure  VII+/VIII- se si decide di ignorarlo. Josef riferisce che lo strapiombo iniziale è più duro di quello di Birillo’s Crack, lo sforzo è più intenso ma più breve. La terrificante continuità di Birillo’s Crack resta però ancora insuperata.

Nota sulla Moregallo Natural Climbing Area: negli ultimi 4 anni abbiamo aperto più o meno 15 vie (…purtroppo si può arrampicare per lo più solo nei periodi invernali senza neve) ed abbiamo lasciato in via qualcosa come 6/8 chiodi da arrampicata. Il nostro obiettivo futuro, dopo una lunga riflessione, è rimuovere buona parte di questi chiodi lasciandone probabilmente solo uno o due, quelli che già in passato non abbiamo estratto per non rovinare la roccia. Vogliamo ulteriormente sforzarci nel limitare al massimo ogni segno di passaggio umano. Quindi, se volete giocare da queste parti, dovrete adeguarvi a questa linea di condotta con la consapevolezza che ogni vostra salita sarà completamente indipendente e probabilmente unica.

Davide “Birillo” Valsecchi

Nel dubbio… Karate!

Nel dubbio… Karate!

Superata la Torre Marina buttiamo gli zaini a terra ed iniziamo ad imbargarci all’attacco della Cresta del Cinquantenario. Cerco di infilarmi le scarpette ma un dolore alla spalla mi blocca. Sorpreso da quella fitta mi siedo per terra e piano piano finisco di equipaggiarmi. Conosco quel dolore e mi ruba un sorriso quasi divertito. Con me ci sono Gabriele e Ruggero: loro si prendono cura di me, io mi prendo cura di loro. Ruggero si è presentato a casa mia, all’alba, in bicicletta: i due sono in grande forma ma ne combinano davvero una più di Bertoldo… specie con le corde! Mancano di esperienza ma abbondano in talento e determinazione. Io sono invece un rottame. La caviglia mi da il tormento ed ho l’agilità di un manico di scopa spezzato. Di fatto, per come mi sento, la cresta del Cinquantenario sarebbe fuori dalla mia portata senza di loro (…anche se poi  si dimenticheranno di farmi sicura sul qualche tiro!!!). Le gambe, il fegato, la schiena, il lavoro, la Nana, il sonno mancato… sono uno abituato ad inventarsi ottime scuse, ma questa volta mi toccano solo giustificazioni più che reali. Povero me. Sono un rottame ma per come è andato l’ultimo anno è inevitabile io lo sia, quindi bene. Anzi benissimo. Poi questi due “giovinastri” (e lo dico con affetto) si occupano di me ed io mi occupo di loro: l’equilibrio vince ogni cosa. Però quel dolore alla spalla è diverso, quel dolore lo conosco e nel tempo gli ho dato anche un nome: paura. Io vivo una certa simbiosi con il mio corpo (quando non siamo litigati!) e quel dolore è il modo in cui fisicamente cerca di comunicarmi che non siamo preparati. Perchè, francamente cos’è la paura se non impreparazione?

Così mi è venuta in mente una frase del Maestro Funakoshi “Il karate è come l’acqua: si raffredda solo quando smetti di scaldarla”. Superata la cresta del Cinquantenario e la successiva bevuta nella mia cucina, ho preso a mano un vecchio libro. “Secondo me, ci sono tre specie di disturbi che affliggono un essere umano: le malattie che causano febbre, le disfunzioni del sistema gastrointestinale e le ferite fisiche. Quasi sempre la causa di un’infermità è radicata in una condotta di vita malsana, in abitudini irregolari, ed in una circolazione povera. Se un uomo con la febbre pratica il karate, fino a che comincia a sudare, egli presto troverà che la sua temperatura si è abbassata e che la malattia è stata curata. Se un uomo con disturbi gastrici fa lo stesso, il suo sangue circolerà più liberamente ed allevierà la sua sofferenza. Le ferite sono, naturalmente, un’altra cosa, ma anche molte di queste possono essere evitate da un uomo ben allenato che si esercita con attenzione e cautela. Il Karate-do non è semplicemente uno sport che insegna come colpire e calciare; è anche una difesa contro le malattie e gli acciacchi.”

Ho fatto leggere il passaggio a Bruna che, da esperta massofisioterapista, ha confermato che ho tutte le tre patologie. Tuttavia cercava di contraddire con la sua esperienza medica l’idea che bastasse praticare Karate per guarire dai tre disturbi. Così ho cominciato a prenderla in giro rispondendo ad ogni sua domanda con “Karate!” come in uno spettacolo dei Monty Python. Hai bisogno di dimagrire? Karate! – Hai la pressione alta? Karate! – Devi portare fuori l’immondizia? Karate! Può sembrare ridicolo, ma è la verità: il Karate, nella giusta accezione, è sempre la risposta.

“Studia come un principiante, in seguito potrai stare in modo naturale.” Ora, due volte al giorno, come un politraumatizzato in riabilitazione fisioterapica, mi alleno per circa 40 minuti. Non crediate che danzi in un tripudio di calci volanti (potrei morire tentando di nuovo qualcosa di simile!!!), mi esercito in movimenti che ai più potrebbero apparire ridicoli ed inutili. Piccoli, ma densi. Tuttavia ogni restauro inizia dai dettagli e, finalmente, confido di poter tornare presto a giocare con i miei compagni sulle rocce del Moregallo.

Curiosamente, dopo anni di indisciplinato e piacevole castigo, il mio Maestro mi conferì la cintura nera proprio per meriti alpinistici, perchè nel mio andare per monti avevo dato prova di aver davvero compreso il significato del Karate-Do, la via della mano vuota. Forse questi due credono di imparare qualcosa da me, ma la realtà è che sono io ad imparare, e molto, da loro.

Ora, se vi riesci di allestire una sosta decente e chiudere queste benedette ghiere, possiamo ricominciare a salire! 😉

Davide “Birillo” Valsecchi    

TTT: Adunata!

TTT: Adunata!

“Birillo, abbiam messo uno con il trapano nella locandina perché vorremmo sia chiaro che noi non siamo contro il trapano, ma siamo contro il suo uso indiscriminato”. Leonardo Meggiolaro è un giovane arrampicatore, senza dubbio straordinariamente più forte di quanto io lo sia mai stato o possa diventarlo. Nonostante la sua giovane età è uno abituato ad affrontare grandi difficoltà, eppure nel dirmi queste cose, con un marcato e divertente accento veneto, un tantinello sembrava titubante, probabilmente preoccupato di mandarmi su tutte le furie. Invece per me non è affatto un problema. Spesso si scambia la mia determinazione per rigidità: io non ho nulla contro il trapano di per sé, ma ho il totale disprezzo per la mentalità di molte delle mani che lo impugnano. Tra l’altro questa locandina mi permette una piccola confessione a lungo trattenuta: ci sono molte persone, fra i cosiddetti attrezzisti, per cui nutro profonda e silenziosa stima. Sono taciti volontari che, investendo il proprio tempo e di tasca propria, si prendono cura delle falesie sportive anni 80/90 oggi spesso trascurate. Certo, non mi piace quel tipo di arrampicata, ma non si può abbattere una cattedrale gotica perché costruita sopra un tempio greco: quando è opportuno bisogna tentare di conservarle entrambe le testimonianze. Certo, ogni tanto combinano qualche cappellata (non mi convincerete mai con quella tamarrata dei sassi colorati con i nomi dipinti) ma apprezzo, e molto, il loro sforzo nel conservare quella porzione di storia. Mi piacerebbe parlare più spesso del loro operato, evitare incomprensioni, ma nel farlo rischierei di dare spazio a quegli scriteriati soggetti che, all’alba del 2019, cercano ancora di farsi un nome crivellando e “valorizzando” la roccia con lo stesso acume e ritmo con cui pubblicano scempiaggini sui social network. Se i primi sono preziosi custodi di un’epoca passata, questi altri sono piaghe del presente sopravvissute ad un passato di sberle mancate. Stessa cosa per chi spitta o fittona in chiave turistica le vie classiche arruffianando enti e fondi pubblici: mercanti nel Tempio!! Oppure chi apre falesie senza senso solo per accontentare lo sponsor di turno o il proprio ego agli steroidi. Altro discorso le grandi pareti, le grandi salite: se utilizzi il trapano perché insegui il grado per me puoi solo marcire all’inferno (e male), se invece lo utilizzi come momento di onesta resa in un disegno sensato più grande è facile che tu abbia il mio pieno supporto. Già queste poche righe mostrano quanto bisogno vi si sia di discutere in modo onesto ed aperto della questione. Per quanto mi riguarda io ho fatto una scelta, la più semplice, probabilmente l’unica possibile per me: senza trapano, punto. Un unica singola dannata regola. Il tempo mi darà ragione, vedrete, ma non pretendo che ora tutti comprendano: mi accontento di limitare i danni il più possibile. La mia scelta tanto semplice, ma così chiara, è ciò che mi permette di affrontare apertamente la questione ed ascoltare ogni campana, compreso e soprattutto quelle che si sentono ostili alle mie idee. Io credo che tutti, in fondo al proprio spirito, siano consapevoli che mettere mano al trapano solo perchè non si è in grado di superare o accettare il proprio limite significa fallire. Poi possiamo inventarci mille scuse, mille ponderate giustificazioni, mille comode teorie sul progresso, ma la realtà resta quella: il peccato originale degli attrezzisti è questa incapacità di abbracciare e superare la verità, questo inconfessabile fallimento portato in trionfo, spesso reso persino un vanto. Il loro peccato è però sempre più indelebile, tanto sulla roccia quanto nella cultura.

Per questo ben venga lo spirito di incontro e confronto con cui è promosso il Primo Congresso TTT. Sarà un’occasione per guardare in faccia amici e nemici, un’opportunità per scoprire chi è veramente una o l’altra cosa. Io ascolterò e se utile dirò la mia, così come è giusto faccia chiunque tra i presenti. L’invito è quindi aperto a tutti:

Il primo incontro TTT è previsto per sabato 6 aprile 2019 presso la Sala Conferenze c/o Sporting Hotel San Felice (Località San Giacometto) – 37031 Illasi (VR).  Dalle ore 20 pre-incontro conviviale con rinfresco, alle ore 21 assemblea-conferenza (Ingresso con buffet 6 Euro). Per adesioni al Manifesto TTT e informazioni sulla serata scrivete a ttt.alpinismo@gmail.com.  Inormazioni sulla struttura che ospita l’evento: http://www.sportingsanfelice.com

Un sentito ringraziamento ai ragazzi del TTT per la chiara e difficile presa di posizione in un epoca in cui è per tutti più facile seguire distrattamente la corrente. Ci vediamo a Illasi!

Davide “Birillo” Valsecchi

Mummery: “by fair means”

Non vede e non vuol vedere

Non vede e non vuol vedere

Il macabro esempio di chi “non vede e non vuol vedere”
(di Monica Mazzucchi 13/01/2019)

Sembra che sia sempre più necessario cancellare quanto accaduto. Coloro che si comportano come recentemente successo sulla Fracia ma anche come fu tentato di fare all’Avorio e invece fu realizzato in modo ambientalmente disastroso a Pradello, a Giazzima, a Fiumelatte, a Piona ed ora ad Albonico, dimostrano di essere dei veri cultori del “posto fisso e sicuro nella storia” con la tipica aggressiva mentalità degli ignoranti che dichiarano “adesso ci siamo noi, chi se ne frega di quel che è successo prima”.

Togliere i chiodi trovati, ignorare chi li ha messi, che vicende ha vissuto nel farlo e nel salire, non per salire sullo specchio del proprio ego ma su una Parete che porta in cima, è probabilmente un importante alibi per poter spittare linee di salita, ottusamente innaturali che per giunta intersecano le vie Storiche.

Il macabro esempio di chi “non vede e non vuol vedere” essendo privo di quella fantasia e di quel coraggio verso l’ignoto che gli arrampicatori veramente appassionati hanno sempre avuto e avranno nell’affrontare il Nuovo.

Un penoso bisogno di dare nuovi nomi ai luoghi e ai tracciati rimuginando l’idea di vivere una storia nuova cancellando le tracce vissute da altri per sovrapporvi le “fatue” esperienze che dicono di vivere.

Un po’ come se Jean Michel Basquiat volendo dipingere per una volta su tela anziché sui muri, fosse andato al Louvre avesse preso il quadro della Gioconda, l’avesse grattato con la carta vetrata, per rendere la superficie ben liscia e darci due mani di base bianca che una volta asciugata gli permettesse finalmente di mettersi all’opera!

Non me ne voglia Basquiat per averlo scomodato dentro questa lugubre ipotesi ma proprio perché era un artista realmente creativo e una persona vitale non avrebbe mai attuato né concepito un comportamento del genere.

Nella sua purtroppo breve vita ha saputo “vedere” gli spazi smisurati da percorrere con i suoi dipinti vivendo una Storia inedita e appassionata perché era un autentico esploratore nel suo campo, come gli apritori di vie nuove lo sono stati e lo saranno sempre in montagna.

Colonizzare le pareti su cui si trovano vecchi itinerari, schiodando spittando mettendo in sicurezza con la speranza di creare dei nuovi affollati parchi per arrampicatori è la sguaiata idea di chi vuol “fare marketing in e con la Natura”.

Il Mondo, piccolo o grande che sia e che circonda ciascuno di noi, è pieno di luoghi inesplorati basta vederli.

Occorre fare chiarezza iniziando a definire le “Zone No Spit” per salvaguardare sì la Storia lì avvenuta lasciando intatte le possibilità di interagire con l’essenza della roccia e della pietra alle generazioni che verranno, ma principalmente per salvaguardare le Pareti che ne sono le protagoniste principali: “gli uomini passano Loro restano”.

Monica Mazzucchi


Nota del Birillo: per accompagnare il testo di Monica, scritto con delicato acume, ho scelto questa foto scattata nel 2016 sulla “Gary Hemming” al Pizzo Boga. E’ una foto indelicata, che mi è rimasta impressa a lungo e che mi ha dato l’opportunità di riflettere e di capire. Quella piastrina, inutile come miliardi simili, è una “distrazione”, un “obbligo”, una “forzatura” che abbaglia e quasi impedisce di vedere tutto il resto: la storia, le persone, la natura, se stessi. Si è “sequestrati” dal disegno e dagli intenti degli attrezzisti a batteria:  sconosciuti – spesso opportunisti umanamente squallidi – a cui dovremmo silenziosamente e ciecamente affidare tanto la pelle quanto il futuro?

Due Pile Exposed

Due Pile Exposed

“Ciao Davide, ti ho scritto ormai quasi un annetto fa per chiederti informazioni sul Moregallo… ed è praticamente per lo stesso motivo per cui ti scrivo, ma per un’altra zona: la Valle Due Pile. Domanda forse scontata: tu l’hai mai percorsa dal sentiero Sambrosera-Forcellina fino alla bocchetta di Sambrosera? Guardavo l’altro giorno mentre scendevo dopo aver fatto il Belasa con un amico e mi sembrava una ravanatina facile facile, ma guardando anche da Maps non riesco a capire se il tratto centrale si può fare o ha salti rocciosi che non si vedono. Io arrampico ma non son niente di che…quindi se si dovesse fare qualche passo oltre il III credo lascerei perdere…o troppo esposto, ma vista la conformazione del posto non credo sia il caso.”

Questi sono i messaggi che a volte ricevo e che, confesso, mi danno maggior soddisfazione. Quello che voglio fare ora è quindi raccontarvi la Valle due Pile, ma per gradi, senza “spoilerare” sorprese o colpi di scena. Io ho esplorato la valle un po’ alla volta, ma quasi sempre da solo: in questo modo ho potuto immergermi in un avventura densa di emozioni, incertezze e mistero. Infilarsi nell’ignoto è un viaggio catartico: la Valle Due Pile è letteralmente a due passi dal centro di Valmadrera ma, quando vi si entra, si è davvero fuori dal mondo. Per chi desidera affrontarla in questo modo ho un singolo consiglio: non sottovalutatela, non è docile, ma se volete godervela vi basta aprire la cartina ed affrontare il viaggio e tutti i rischi che comporta. Godetevela!

Spoiler 01: Per chi invece volesse qualche indicazione in più è per me un gran piacere raccontarvi la valle. La Due Pile termina letteralmente davanti a casa mia: nel letto del fiume abbandonato che si riversa in Piazza Fontana. Risale tutta la lunghezza del versante Sud del Moregallo fino alla Bocchetta di Sambrosera a 1160 metri di quota. Il sentiero che dalla Forcellina (717metri) attraversa fino alla Sorgente di Sambrosera divide la valle in due: Due Pile Bassa e Due Pile Alta. Per accedere alla due Pile Bassa l’ingresso migliore è il sentiero Paolo ed Eliana: imboccato il bivio sul sentiero per Sambrosera si supera un primo fiume secco (che risale appunto verso Sambrosera) per immettersi nel secondo fiume secco, che risale la Valle Due Pile. In quel punto il sentiero rimonta una piccola ma verticale cascata ed il letto del fiumiciattolo forma una piccola ma riconoscibile “marmitta del gigante” in cui c’è quasi sempre acqua. Il tratto a valle di questo passaggio attraversa la parte più antropizzata della Due Pile: si rimonta tra le baite superando impegnative cascate che, strette tra le recinzioni, non è possibile aggirare.

Spoiler 02: la Due Pile Bassa è, dal punto di vista tecnico, molto più impegnativa e rischiosa della Due Pile Alta. Nella bassa si può sboulderare liberamente senza troppi rischi fatta eccezione per tre passaggi obbligati. Questi passaggi, con un po’ di accortezza, possono essere aggirati lateralmente ma, se affrontati, sono significativamente impegnativi. Il primo potremmo battezzarlo “il salto della grotta”, il secondo “le tre cascate attraverso l’arco” ed il terzo “la cascata del grande sasso”. In tutti e tre i casi se piombate a terra è davvero un mezzo disastro! Quindi valutate bene. Io, e qui sono molto onesto, sono riuscito a risolvere quei passaggi solo quando accompagnato da qualcuno: in solitaria ho sempre avuto troppa paura di schiantarmi e diventare freddo nella solitudine della gola.

  • “il salto della grotta” è un passaggio tra diversi sassi di granito a ridosso di una nicchia a grotta nel calcare. Si entra nella nicchia, si spacca sulla roccia di granito di fronte girandosi in opposizione con le spalle alla roccia (a 2 o 3 metri di altezza). Ci si allunga e ci si rigira sull’altro lato. E’ un passo di coraggio più che di tecnica, ma se serve non sbagliarlo. Ho visto farlo anche frontalmente, senza andare in opposizione al contrario, ma è richiesta una buona tecnica su roccia fragile.
  • “le tre cascate attraverso l’arco” sono una sequenza di tre piccole cascate su calcare lavorato dall’acqua. Le prime due sono abbastanza semplici, alla base della terza si trova un curioso arco/clessidra. La terza cascata ha un “run-out” che si fa decisamente sentire, ci sono da fare parecchi movimenti per uscire e la nicchia alla base della cascata è davvero un pessimo posto in cui cadere.
  • “la cascata del grande sasso” è il tratto finale della Valle due Pile: iI mostro di fine livello. Il sentiero dalla Forcellina attraversa la valle due Pile grazie ad una specie di ponte naturale formato da un enorme masso erratico verde. La cascata sotto questo sasso è il verticale tratto finale da superare. Qui ci sono due soluzioni, la prima si sfila sulla sinistra della cascata risalendo una costola rocciosa verso sinistra e poi attraversando verso destra (questa è la soluzione che uso io). La roccia è molto friabile e c’è un sacco di roba che si muove, ma è il mio ambiente. L’altra soluzione è rimontare direttamente la cascata. La roccia in quel punto è molto lavorata e costellata da concrezioni molto invitanti. Il problema è che la cascata è DECISAMENTE alta e le concrezioni, per quanto invitanti, non danno alcuna garanzia di solidità: se cedono di botto si arriva diretti a terra. Non l’ho mai provata e credo che, quando capiterà, affiderò i miei ottanta chili alla sicura di una corda dall’alto.

Tutti e tre i passaggi possono essere evitati “uscendo” dai prati dove la valle si fà più docile. “la cascata del grande sasso” si trova alla fine di una forra lunga 20/30 metri. Uscire direttamente sulle pareti erbose della forra (per esperienza) può risultare più ingaggioso della cascata stessa. Meglio arretrare di più ed uscire prima di entrare nella forra.

Nella Due Pile Bassa c’è un sacco di granito e numerose possibilità di bouldering. In particolare la “Bridwell’s Rock” che abbiamo superato in artificiale con friend e staffe.

Spoiler 03: la Due Pile Alta ha passaggi obbligati meno severi ma richiede una certa predisposizione alla ravanata ed un buon occhio nell’evitare i guai. C’è la libertà di arrampicare un po’ ovunque ma se si è intenzionati solo a passare conviene seguire le sagge linee dei Mufloni. Se azzeccate i passaggi il tutto si traduce in un ripido sentiero dai tratti un po’ esposti. Dal Sasso Verde potete risalire lungo le cascate rocciose oppure tenere la destra lungo i tratti più erbosi. In salita bene o male tutti i passaggi sono fattibili senza troppo difficoltà, in discesa invece conviene farsi l’occhio sul sentiero ed evitare i tratti più aggettanti. Superate le prime difficoltà si raggiunge il punto di congiunzione tra la Valle due Pile, a sinistra, ed la Valle del Bech, sulla destra.

In questo punto è possibile osservare la Torre Bifida, il Pilastro Charlie Patton e più in alto lo Zeppelin e le altre strutture rocciose che risalgono a Birillo’s Crack e poi più in alto allo Scoglio dei Tassi ed alla Bocchetta di Sambrosera. In questa zona si concentrano la maggior parte delle vie d’arrampicata realizzate nella Natural Climbing Area del Moregallo.

Nota: La Valle del Bech ha un paio di passaggi obbligati ed è ostruita da un grosso sasso nella parte alta. Serve un po’ di malizia per risalirla. L’uscita della valle interseca la parte finale del sentiero Paolo ed Eliana.

Risalire la Valle Due Pile risulta invece più semplice. Anche in questo caso c’è la possibilità di arrampicare su roccette più o meno impegnative, tuttavia è possibile aggirare queste difficoltà lungo il paglione (tenendo però presente che non sempre il paglione è la scelta meno complicata). Non vi infilate nei canali o negli scivoli erbosi a ridosso delle strutture rocciose se non avete una chiara idea della geografia generale della zona: salire è quasi sempre possibile, scendere spesso è più complicato. Tenetevi sul lato sinistro della valle in modo da avere la possibilità di raggiungere il sentiero che, superato l’attacco della OSA, ora corre nella valle a mezza quota.

Raggiunto il sentiero le difficoltà sono per lo più concluse. Se decidete di esplorare più a destra, nelle rocce alte sotto la grande parete dell’Anticima del Moregallo, fatelo con prudenza: tra le guglie tutto è molto più complicato.

Nota conclusiva: la direzione declina ogni responsabilità per le vaccate che rischiate di combinare infilandovi nella valle. La Due Pile non è certamente la valle più complicata o selvaggia tra quelle “offerte” del Moregallo, tuttavia rispetto al Belasa è decisamente un ambiente più selvaggio. Se decidete di andarci posso darvi solo qualche consiglio: andateci con qualcuno, fatela a piccoli tratti (magari la parte bassa e poi quella alta) e portatevi un caschetto ed un pezzetto di corda (meglio passare per mona che fare la fine del mona!)

Divertitevi in modo responsabile (e conservate la bellezza selvaggia del Moregallo).

Ciao!

Davide “Birillo” Valsecchi

– Bridwell’s Rock- – Il Salto della Grotta- -Le tre cascate attraverso l’arco-
-La Cascata del Grande Sasso-
-Memento Mori (Anche loro Sbagliano!)-

Siebenundfünfzig

Siebenundfünfzig

Josef chiama la Valle Due Pile “Moregallo Natural Climbing Area”, area di arrampicata naturale del Moregallo: è convinto che i divieti riescano solo ad ottenere l’effetto opposto di quello desiderato,  così preferisce qualcosa che sia più propositivo e positivo. I miei non sono veri e propri divieti, io li considerò più “salutari avvertimenti”, qualcosa in stile “Cum Terebro: Cave Canis” (Con il trapano attenti al cane!). Josef è un Maestro di Yoga e sul suo casco ha scritto “Pace, Amore e Rispetto”. Io sono un Pirata e sul mio c’è scritto, a gibolli, “Vis Pacem Para Bellum”. Tuttavia credo abbia ragione lui, anzi, credo siano le nostre differenze ciò che ha permesso di creare questa “cosa”, qualsiasi cosa sia. Senza di lui nessuna delle vie, ormai numerose, sarebbe stata possibile. D’altro canto Josef non fa che ringraziarmi – e questo per me è un grande piacere – per aver trovato nuove linee e per aver dato vita al nostro piccolo ma compatto gruppo di amici. Già, io mi avventuro in esplorazione per i meandri del Moregallo, su e giù per paglione e roccette, in cerca di tesori nascosti. Poi mi schiero in seconda linea, alla sicura, alla manovra delle corde, assistendo alla magia con cui Josef supera la gravità. Tutte le vie aperte fino ad ora le abbiamo aperte insieme, io e lui, ma mai soli: con noi si sono via via alternati giovani membri della nostra squadra che, in alcuni casi, sono poi diventati istruttori o membri del soccorso. Per tutti è stata un’indimenticabile esperienza autentica: una ruota che gira, solo apparentemente in modo lento, creando una spirale sempre più ampia.


La “Torre Bifida” è uno dei principali torrioni indipendenti della Valle Due Pile. Si innalza per oltre 40 metri alla biforcazione della Valle Due Pile con la Valle del Bech. Si innalza e si impenna in una curiosa torsione che culmina in una cima doppia, bifida. Josef voleva (e tutt’ora vuole!) affrontarla frontalmente, nel suo versante più alto ma anche più fragile. La roccia di quel lato, gialla e friabile, non mi convinceva molto, anzi, affatto. Così, osservando la torre così come il Colonello Troutman osservava la miniera in cui era prigioniero John Rambo, ho cercato un’alternativa… ed alla fine la Natura mi ha premiato! Sul lato orientale la torre si appoggia su alcune strutture rocciose più piccole che, quasi nascosto, formano uno scivolo erboso che rimonta, alle spalle, lo zoccolo più fragile della torre. Risalendo il canale si poteva quindi raggiungere la parte più solida (in senso relativo) della torre approcciando un’inaspettata fessura verticale che rimonta tutta la sua lunghezza. 

Così è nata Siebenundfünfzig alla Torre Bifida nella Moregallo Natural Climbing Area. Venti metri, VI+. Un chiodo lasciato in via, un cordone di calata per la doppia sulla sommità. La cima della Torre Bifida è più sottile della cime dell’Ago Teresina in Grignetta: provare per credere!

Josef Prina, Gabriele Prina, Ruggero Riva, Davide Birillo Valsecchi

Un ringraziamento a tutti i Tassi: alla loro amicizia, al loro impegno, alla loro eterna voglia di fare festa! 😉 

Albonico Original

Albonico Original

La conoscenza e il rispetto della montagna sono le condizioni indispensabili per la pratica dell’alpinismo. L’autoregolamentazione si riferisce al mantenimento o al ripristino di condizioni ambientali conformi all’essenza dello sport alpino (wilderness = solitudine in ambiente selvaggio). L’accettazione del rischio è parte integrante dell’alpinismo che è una attività che presenta rischi e chi la pratica se ne assume la responsabilità; sono soprattutto le competenze, le capacità e il livello di preparazione fisica e psichica che possiede l’individuo a stabilire il grado di prevenzione del rischio e a imporre le conseguenti azioni. La conoscenza e il rispetto della montagna uniti a un’onesta valutazione delle proprie capacità sono condizioni indispensabili per una pratica in ragionevole sicurezza dell’alpinismo. Inoltre il rischio assunto e condiviso nello spirito di cordata è un momento culturale essenziale nella pratica, dell’alpinismo dove il confronto personale dell’individuo con le difficoltà opposte dalla natura ne costituisce il fascino. Tuttavia l’eccessiva commercializzazione, alla quale anche l’alpinismo sembra non sfuggire, rischia di snaturarne sempre più l’etica…. L’apertura di nuovi itinerari di scalata dovrà basarsi sulla struttura naturale della montagna e sul rispetto delle vie logiche di salita. L’uso dei mezzi artificiali che comportano la perforazione della roccia dovrà essere evitato o limitato a casi straordinari, simili a quelli in cui essi sono stati tradizionalmente tollerati, ossia ai casi in cui essi consentono il superamento di brevissime interruzioni della linea di salita naturale, e ai casi di emergenza.

Questo è ciò che riporta il Bidecalogo del CAI fin dal 2013. Poi però, con un certo disappunto, trovi istruttori di Scuole CAI che corrono ed accorrono a farsi selfie sulle placche di Albonico, appesi alle neo-spittate linee de “L’Amico Gigante” che, incurante tanto del bidecalogo quanto delle vie originali aperte e documentate già negli anni ’90, si è messo ancora una volta a fare il “reuccio a batteria”.

Vergognatevi anziché sorridere: per quanto mi riguarda l’uso del trapano nel 2019 è come il Rohypnol, la droga dello stupro. Il più squallido della compagnia butta la pastiglia nel bicchiere della ragazza che non riesce a conquistare: stordita ed incapacitata trascina la poveretta in un angolo dove gli amici del branco, scattandosi diverti foto, ne abusano compiaciuti in gruppo vantandosene sui social. Se gli chiedi perchè lo fanno ti rispondono “Perchè meritava troppo!” “Perchè volevamo solo divertirci”, ma l’abuso lascia segni indelebili ed irreversibili. Ecco i “maniaci dell’arrampicata”: coloro che chiamano libertà la propria ossessiva e superficiale violenza.

Il “soggetto” in questione – “io faccio quello che voglio dove voglio!” – si fregia poi della patacca azzurra di Guida Alpina e questo lancia preoccupanti ombre sulla validità del monopolio di tale Istituzione e sulla natura dei compromessi ritenuti accettabili per soddisfare clientela e clientelismo.

Il mio disprezzo per questa gente è ormai incontenibile e generalizzato. Scrivo queste poche livorose parole solo per mostrarvi ciò che era Albonico e che avrebbe potuto essere anche nel futuro se l’ignoranza e la presunzione non fossero state sdoganate come cultura di massa. Ecco l’arrampicata ad Albonico prima dello stupro a spit, ecco Albonico Original!

Davide “Birillo” Valsecchi

Archivio fotografico Ivan Guerini

Zucchero e Canditi

Zucchero e Canditi

“Sono andato in discarica a buttarmi via”. Avevo scritto questa frase su un post-it giallo e Bruna l’ha conservata appesa sul frigorifero per quattro o cinque anni. In qualche modo era la perfetta sintesi dell’inquietudine che mi assale in certe mattinate. Ad aggravare la situazione la cupa incertezza per Tom nelle sconsolanti notizie dal Pakistan. Così ho smesso di girare tra le dita, come una specie di santino, un adesivo dei Badger su cui Tom ci aveva lasciato un autografo, abbozzando poi il disegno di un omino che arrampica. Ho infilato le scarpe, tre magliette, una sopra l’altra, e sono uscito di casa: niente zaino, niente corda, niente idee. “Sembra la Nord Del Lyskamm” aveva detto ridendo Josef qualche settimana fa. Insieme a Ruggero stavamo risalendo il ripido crinale sul lato sinistro della valle Due Pile inseguendo la cresta del grande sperone roccioso, quello alla cui base ombreggia un evidente e buio tetto ben visibile dal sentiero che dalla Forcellina attraversa verso Sambrosera. Il crinale erboso, oltre ad essere estremamente ripido, è costellato da insidiose placche di roccia spesso poco visibili. Per riuscire a risalire è necessario fare la “giusta rotta” tra le nicchie e le guglie. Se anzichè l’erba ci fosse la neve sarebbe una salita quasi prestigiosa anzichè una modesta e bistrattata ravanata senza corda. Josef, ed ormai anche Ruggero, sono incredibilmente più forti di me sulla roccia, ma sul paglione, attraverso le labirintiche linee del Moregallo, affidano a me il compito di guidare la carovana e, intendiamoci, io lo considero un grandissimo onore. Lassù, oltre il crinale, sapevo bene cosa ci attendeva: nella valle Sambrosera la torre Quattordio si innalza creando un alta muraglia, ben nota e visibile sulla destra a tutti coloro che risalgono verso l’attacco della Crestina Osa. Tra la Muraglia del Quattordio ed il crinale che stavamo salendo vi è un’ampio anfiteatro di guglie e pinnacoli. Io conoscevo la parte bassa dell’anfiteatro perchè vi avevo cercato una vecchia via di Ivan Guerini su una di queste guglie. La via, ancora oggi, è riconoscibile per un nat incastrato nella parte più alta della fessura a cavatappi che solca la torre. Con Ruggero e Josef, raggiunto l’anfiteatro, ci eravamo abbassati rientrando verso la base del Quattordio. Avevo curiosato verso la parte alta dell’anfiteatro ma la cresta del Quattordio sembrava chiudersi in un incastro di rocce difficilmente superabili. Lungo i canali erano poi ben visibili crolli rocciosi ed alberi abbattuti: non sembrava molto invitante. Tuttavia i segni di passaggio dei Mufloni sembravano promettenti ed il mio desiderio di scoprire cosa ci fosse oltre si faceva insistente. Settimane più tardi, in un altra gita a cui si era aggiunto anche Gianni, avevamo a lungo discusso di come la cresta del Quattordio non fosse mai stata percorsa e come, nonostante le evidenti difficoltà, fosse un’idea intrigante. Così, tornando al presente, sono uscito di casa carico di pensieri mentre la caviglia, rigida e dolorante, cercava di disperatamente scaldarsi. “La via diretta”. Nella mia mente una strana linea rossa univa i sassi della parte bassa della valle Due Pile, rimontava la cascata del Grande Sasso Verde e risaliva il crinale affrontato con Josef e Ruggero, attraversava l’ignoto dell’anfiteatro e si ricollegava alla crestina Osa, da qui fino alla cima del Moregallo. “La via diretta”. Dovevo quindi scoprire cosa custodiva l’ignoto dell’anfiteatro alto. Risalendo il sentiero verso Sambrosera ho quindi deviato verso la casa abbattuta e preso il crinale che risale dritto per dritto verso l’anfiteatro. Il sole era caldo ed i miei passi lenti, sconsolatamente lenti. Due anni fa era tutto diverso: ci si rende conto del proprio livello solo quando lo si perde. Consapevole dei miei nuovi limiti faccio il mio solitario ingresso nell’anfiteatro rimontando alcune rocce rotte. Sono in un’angolo sconosciuto ed isolato del versante Sud del Moregallo: se mi giro alle mie spalle vedo casa, ma sono decisamente solo quassù. La testa segue il ritmo del respiro affannato e batte i suoi colpi a tradimento. Raggiungo il pinnacolo roccioso dove, con Josef e Ruggero, avevamo rimontato il crinale iniziando a scendere. Davanti a me ho solo l’ignoto e qualcosa nel profondo si agita. Non mi sento forte, anzi, a tenere banco sono soprattutto le mie debolezze. Per un attimo la mia incertezza diventa paura. Quindi respiro e, parlando da solo, pronuncio le regole a voce alta: “Andiamo solo fino alla base della muraglia. Facciamo un sopralluogo e se non ci ispira passare oltre torniamo indietro: missione finita, nessun problema, obiettivo raggiunto”. Potremmo chiamarlo il “metodo Gollum” ma ora che le mie regole di ingaggio sono state pronunciato l’inquietudine di perdere il controllo della situazione, la vera anticamera dalla paura, un po’ si acquieta. Alla base della muraglia che spezza il canale erboso ci sono due opzioni. La prima, seguita dai mufloni, rimonta sulla destra una sottile cengia di terra e sassi che rimonta la struttura rocciosa proseguendo sulla cresta della stessa. La cengia, decisamente ripida, è costellata da grossi sassi poco rassicuranti ed inoltre non conosco l’esposizione sull’altro lato di questa cresta. E’ molto probabile mi ritrovi sulla vetta dello sperone roccioso con il grande tetto alla base: decisamente una posizione vertiginosa! La seconda opzione punta alla muraglia rocciosa. Sfruttando il lato destro è possibile rimontare con facilità metà della sua altezza sfruttando poi un’albero di rubinia per avere aiuto nel vincere il tratto finale. Opto per la seconda e raggiungo l’albero di rubinia usandolo per spaccare prima sulla sinistra, entrando quindi in placca, e rimontando poi sulla destra lasciandolo alle mie spalle a modi “rete del trapezio”. Se volo, oltre la pianta, ci sono quattro/sei metri verticali che precipitano su un terrazzino pieno di sassi ammassati. La mia mente stila una lunga serie di “imprevisti e probabilità” sull’esito di un eventuale caduta. Come nota aggiuntiva riporta anche “E’ il compleanno di tuo nipote: se muori oggi rovini la festa per tutti gli anni a venire!”. Mi concentro e passo. Posso ridiscendere dalla muraglia, ma non sarebbe troppo semplice farlo, quindi ora conviene trovare una via d’uscita verso l’alto. La mia mente si agita di nuovo. E’ possibile osservare la propria mente? Non so se sia possibile ma “rilevo” che la mia testa sta facendo due cose: la prima è guardarsi intorno, sono nella parte alta dell’anfiteatro, non ho idea se vi farò mai ritorno e la mia mente sembra osservare e catalogare tutto quello che le sta intorno. Il secondo processo mentale, quasi in opposizione al primo, sembra analizzare e scartare tutto ciò che non è significativo alla ricerca di una via d’uscita. Parallelamente il mio corpo, cercando di mantenere il ritmo, continua a muoversi. Scatta quindi una strana gara tra il corpo che insiste nell’avanzare e la mente che cerca di individuare la giusta rotta. E’ una cosa decisamente curiosa, probabilmente legato a qualche istinto biologico primario. Fermarsi e guardarsi intorno, apparentemente la soluzione logica più ovvia, non sembra un’opzione plausibile: probabilmente mi arenerei in qualche movimento o in qualche pensiero. Tutto ciò che posso fare è abbassare con la respirazione il ritmo del corpo lasciando campo e tempo alla mente per decidere. Individuo due possibili e promettenti passaggi e poi scorgo qualcos’altro: un rampa franosa porta ad uno stretto diedro sulla cresta del Quattordio. Il mio schema mentale cambia ancora, forte delle due possibilità (ancora tutte da verificare) ho una linea per raggiungere la cresta, una cresta su cui forse nessuno è mai stato prima. Il piano cambia così come qualcosa nella mente e nel corpo: l’incertezza diventa una specie di eccitazione. Ci sono un sacco di sassi ammassati ed incastrati tra roccia e terra, sembra un castello di carte: mi ci infilo cercando di arrampicare sui piedi ed uso la schiena come appoggio aggiuntivo. Qualcosa cede ma avanzo bene. Con una mano afferro il bordo della cresta, ho la tentazione di alzarmi oltre, di assumere una posizione imperiosa e trionfale sulla cresta, ma la quantità di roccia fragile che mi circonda lo sconsiglia vivamente ed ho il più fondato terrore nello spingere il mio barricentro verso il vuoto sull’altro lato.  Allungo la testa e sono là, dove forse nessuno è mai stato prima. Guardo i Corni, le creste della Osa e del Cinquantenario, i canali alle spalle della Torre Marina. Conosco tutti quei luoghi ma, da quel punto di osservazione, non li avevo mai vista. “Nella vita è importante saper cambiare il proprio punto di vista”. L’inquietudine con cui ero uscito di casa è scomparsa ed al suo posto c’è qualcosa di nuovo: che sia felicità? Per un secondo lascio che la mia mente si abbuffi di immagini, poi scatto qualche foto, perchè la memoria è debole ed i piani futuri necessitano di informazioni certe. Poi, sazio, inizio la mia cauta discesa verso il canale: ora devo trovare il modo di superare la cresta più a monte e cambiare versante. Sfrutto la protezione di alcune piante rimontando in un canale verso destra. Mi allungo fino ad una sella oltre la quale trovo una breve prato in discesa alla cui base fa bella mostra di sè la palina della Cresta Osa. Sono Fuori!! I miei calcoli erano giusti: la linea de “La Via Diretta” esiste, parte dal cancello di casa mia, risale la valle Due Pile bassa fino alla cascata, rimonta il Crinale, si infila nell’anfiteatro, lo risale superando la cresta del Quattordio e si collega alla Crestina Osa fino alla Cima del Moregallo. Mille metri di avventura: ora non resta che questo vecchietto li unisca tutti insieme con una singola salita!

Davide “Birillo“ Valsecchi

Nota: la cresta del Quattordio è “zucchero e canditi”. I canditi sono i grossi ed instabili massi che la roccia fragile, lo zucchero, inspiegabilmente trattiene nel vuoto contro ogni logica di gravità.

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