Wiki: IsolaSenzaNome.it

Wiki: IsolaSenzaNome.it

Cima-Asso.it, questo sgangherato blog che è diventato il diario dei Tassi del Moregallo, compie ora 10 anni di vita. Dieci lunghi anni, più di 1700 articoli pubblicati: racconti che spaziano in quattro continenti per aggrapparsi poi alle selvagge pendici dell’Isola Senza Nome. Nel 2008 i Social Network quasi non esistevano, i cellulari non avevano una connessione ad internet e la gente si scambiava ancora SMS a pagamento. Aprire un blog, pubblicare racconti con un telefono satellitare ed un pannello solare quando nelle case entravano le prime ADSL, è stata  un’avventura nell’avventura. Non esistevano “Influencer”, “Youtuber”, “Follower” o “Marchettari”: Internet era ancora una frontiera libera, “scrivere” significava lanciare un messaggio in una bottiglia ed affidarsi alle onde. Oggi le barriere sono cadute, i limiti e le difficoltà sono svaniti, il “canale” si è riempito di rumore, di sciocchi che strillano compiacendo ego e tornaconto: gli unici a prestare davvero ascolto sono i “robot” che ci spiano e profilano a scopo di lucro. La ragnatela, che brillava come un sogno nella rugiada del mattino, ha mostrato ora il volto del ragno famelico. Sono passati dieci anni, tutto è cambiato, anche io: ma non nei sogni nè negli ideali. Non mi interessa inseguire un pubblico, dare la caccia ai “like”, procacciarmi contatti e aderenze: tutto questo mi disgusta. Una parte di me è stanca e stufa, non vuole quasi più scrivere. Ma un’altra ancora crede nel sogno delle origini: un giorno, in un futuro lontano, le storie di “cima” sopravviveranno come graffiti analogici sulle pareti di un bunker post-atomico popolato da ribelli sopravvissuti. Quello che raccontiamo oggi vivrà nel futuro, nel cuore del “domani-domani”. Tutto il resto non importa, basta questo sogno per continuare. Così, più o meno una decina di mesi fa, più o meno a Luglio, ho deciso che era tempo di fare “ordine”, di dare forma e strutture a dieci anni di esplorazione, di rispolverare uno dei sogni più potenti che nei primi anni 2000 scuotevano Internet: la wikipedia. Già, la grande enciclopedia libera, la piccola rivoluzione di Jimmy “Jimbo” Wales che ha cambiato il mondo e che oggi diamo troppo spesso per scontata. Così nel cuore di “Cima”, pasticciando con il codice e la valanga di fotografie del mio HardDisk, ho tirato in piedi una piccola enciclopedia collaborativa interamente dedicata all’Isola Senza Nome. Uno spin-off della grande enciclopedia universale che sappia raccogliere ed organizzare la “conoscenza” del nostro territorio. Sulle pareti del Bunker ora tutte le tribù potranno scrivere e narrare la propria storia. Dopo dieci anni pianto un nuovo seme, con la speranza che anche altri mi aiuteranno a farlo diventare l’albero del mondo, del nostro mondo.

“L’Isola è la nostra casa, la pianura ed i laghi segnano i suoi confini. Ragazzo guarda all’orizzonte, ad oriente verso il grigio abbagliante delle Grigne, ad occidente verso la splendente muraglia bianca del Monte Rosa. A sud le punte del Resegone ed il miraggio delle Città. A Nord, oltre il culmine del Lario, la grandezza delle Alpi. Noi non siamo circondati, no, noi siamo al centro di ogni cosa. Qui, sull’Isola, viviamo in un mondo speciale, intriso di mistero e avventura. Ed ora, ragazzo, vieni con me. C’è ancora molto da fare: dobbiamo riunire le Tribù, fondare una Nazione…” – Il viaggio del Nostromo

Visitate e contribuite all’IsolaSenzaNome

Davide “Birillo” Valsecchi

Viaggio Eroico

Viaggio Eroico

Alla fine del 2017 avevo bisogno di un “contenitore fisico” per trasportare un messaggio, una “forma tangibile” in cui infondere un’idea. Nella mia mente avevo l’immagine di Muntazar al-Zaydi, il giornalista iracheno che nel 2005 lanciò le proprie scarpe contro Bush in un estremo gesto di protesta contro l’invasione militare americana. Sì, anche io volevo qualcosa da “tirare”. Così, sfruttando i moderni mezzi di “print-on-demand”, ho creato un libro, stampabile ed acquistabile via Intranet: “Senzatrapano – Eroici Alpinismi Inutili”.

Il soggetto del libro era ovviamente l’annosa ed irrisolta diatriba sull’uso del trapano nell’arrampicata. Tuttavia, visto che non è nelle mia indole salire in cattedra, non è un libro “idiologico”, che pretende di contenere ed indicare qualche verità. No, è una raccolta di racconti, una serie di esperienze condivise da cui ognuno può trarne ciò che ritiene più opportuno. Perchè, in fondo, a me serviva solo qualcosa da “lanciare”, qualcosa per dimostrare che niente e nessuno può ringhiarmi contro e sperare di tapparmi la bocca.

Non mi interessava fosse acquistato da tante persone, che avesse successo o quant’altro, mi interessava principalmente che la sua esistenza fosse nota. Per questo ho fatto un minimo di pubblicità su alcuni forum o siti dedicati all’arrampicata. Ovviamente ero consapevole che questo mi avrebbe procurato principalmente “bordate” e critiche. Come disse qualcuno “non conviene mai disturbare l’acqua”, tuttavia lanciando un sasso nello stagno si può imparare molto osservando i cerchi allargarsi sulla superficie.

Le principali critiche provenivano da persone che, apertamente, non erano interessate ad acquistare o leggere il libro. Non veniva criticato il contenuto, a loro sconosciuto, ma l’esistenza stessa di un libro “senzatrapano”. La discussione era ridotta al titolo. In particolare le critiche si focalizzavano sull’aggettivo “Eroici”. La cosa mi incuriosiva molto perchè, anche visivamente, “eroici” ed “inutili” avvolgono “alpinismi” creando un’equilibrio non privo di una certa ironia.

Sul trapano si potevano avere margini di discussione, ma “eroici” era un assoluto tabù. Era soprattutto il rimando all’alpinismo eroico a raccogliere le più aspre critiche. La parole “eroe” ed “eroismo” sembravano quasi offensive, indicative di un’ideologia superata, contestata ed archiviata come negativa: “Gli eroi sono altri…”, “Quel tipo di alpinismo fortunatamente è concluso!”. La faccenda mi incuriosiva perchè “eroismo” per me è sinonimo di coraggio, indica qualcosa di positivo, qualcosa di trasversalmente prezioso.

Così ho cercato di comprendere cosa significhi “eroico” in senso più ampio. Inevitabilmente la mia ricerca “linguistica” mi ha condotto fino alle origini del “mito dell’eroe”, uno dei pochi temi che appare pressoché identico in tutte le differenti culture del pianeta e che risale alle origini del pensiero e della conoscenza umana. Un “idea” innata nell’uomo che si è evoluta, che è spesso è stata certamente strumentalizzata, ma capace di catturare ed ispirare tanto i maggiori pensatori quanto le persone più semplici.

Oggi consideriamo eroe colui che compie uno straordinario e generoso atto di coraggio, che comporti o possa comportare il consapevole sacrificio di se stesso, allo scopo di proteggere il bene altrui o comune (wikipedia). Questo soprattutto perchè “piangere” una simile tipologia di eroe è assolutamente funzionale agli scopi utilitaristici di una qualsiasi ideologia gerarchica. Ai funerali degli eroi tutti si commuovono annuendo con il capo chino ai discorsi di chi, solo apparentemente a malincuore, in realtà li ha consapevolmente mandati a morire: gli opportunisti e gli esperti di marketing hanno talmente “marciato” sull’idea di eroe al punto da distorcerla e farla apparire come qualcosa di negativo.

Ma cosa è, nella definizione classica, un eroe? Un eroe è un individuo chiamato ad affrontare un viaggio nell’ignoto, in un territorio sconosciuto, affrontando una grande sfida e grandi rischi. In questo viaggio l’eroe è sottoposto ad una trasformazione, qualcosa di lui muore, va perduto, mentre qualcosa di nuovo emerge affinchè possa essere all’altezza della sfida che sta affrontando. La persona che fa ritorno dal viaggio eroico non è la stessa che ha intrapreso il viaggio.

L’arrampicata o sull’alpinismo sono, in quest’ottica, un viaggio eroico per definizione: un’esperienza intensa, quasi brutale, capace di trasformare colui che la compie. A qualsiasi livello. Se ci riflettete un istante, nel vostro profondo, sentirete che ciò di cui vi sto parlando è proprio quella sensazione appagante di cui siete alla ricerca, ciò che vi spinge nei territori selvaggi e vi restituisce “migliori” al ritorno. Non è per questo che inseguite il Drago? Non è questo il tesoro che cercate? La saggezza di fondersi con il Drago anziché ucciderlo non è lo scopo finale del viaggio? 
 
Ma le domande si susseguono addentrandosi in un territorio inesplorato della mente: cosa inquina il vostro personalissimo viaggio eroico rendendolo non autentico? State raccogliendo punti fragola o state trasformando e migliorando ciò che siete? Vivere è un atto eroico, qual’è il vostro viaggio?

Fatemi sapere.

Davide “Birillo” Valsecchi

Il Trasloco

Il Trasloco

“Tre traslochi equivalgono a un incendio.” (Benjamin Franklin) Una delle cose che mi ha insegnato il Karate-do è che per costruire o verificare la solidità di una squadra nulla è più efficace di un trasloco. In un giorno festivo la sveglia suona ad un orario proibitivo anche per un giorno feriale. Nella luce di un improbabile alba ti ritrovi tra gli sbadigli dei compagni d’avventura, affrontando il difficile equilibrio tra una montagna di scatoloni, mobili smontati, cinque piani di scale in discesa, tre in salita, un furgone a noleggio dotato di timer ad orologeria. “TeamWork is for boys, ‘Trasloco’ is for men!”. Il trasloco evidenzia innanzitutto la capacità organizzativa preliminare: dare vita alla “formazione”, redigere le “convocazioni”, è tutt’oggi difficile, anche nell’epoca dei Social Network o dei gruppi Whats’up. Il trasloco insegna poi come un gruppo dovrebbe “sempre” avere un’adeguata “scorta” di giovani ed entusiaste matricole da schierare. Diversamente tocca ai vecchi senatori scendere in campo: i vecchi hanno straordinarie capacità logistiche, ma un endurance ormai ridotta. Comunque sia una decina di massacranti ore di lavoro non retribuito sono sempre decisamente istruttive: sono un modo straordinario per conoscere e conoscersi. Il poveretto, quello che sta traslocando e paga la birra per tutti, è letteralmente costretto a mettere in piazza la sua vita. Tutti gli altri, gli amici, sono letteralmente costretti a prenderla in mano: uno scatolone dopo l’altro. Cinque piani di scale, dieci pianerottoli e venti curve, rigorosamente vissuti con le ante dell’armadio sollevate sopra la testa, sono una sicura prova di resistenza e dedizione. “Ma è mai possibile!? L’ultima volta che ho fatto io il trasloco tutta la mia roba ci stava in un Kangoo… Ma non possiamo fare un falò di tutte queste cianfrusaglie. Dannazione: le cose che possiedi alla fine possiedono …i tuoi amici!!”. Al primo giro con il furgone è tutto uno spasso: “Vedi, quando sei abituato ad arrampicare ti basta una piccola tacca per tener sù un mobile intero. Le prese svasate sono ingaggiose!”. Cinque ore più tardi scopri la disperazione: “Aiuto! Aiuto! Aiuto! Non mi reggono più le mani! Corri! Corri! Prendilo! Prendilo! Dai dai dai!! MI CADEEE!!!”. Dodici ore più tardi, dopo un numero imprecisato di viaggi in ascensore tra gli insulti degli altri vicini, ti rendi conto che l’ascetismo e la povertà non sono una cosa per fighetti hippie ma un pragmatico e concreto approccio pratico ad una serie di problemi più reali che filosofici. Ma, nonostante gli avambracci e la schiena protestino, alla fine riesci anche a divertirti: quella che inizialmente era una missione mandatoria in supporto di un amico, lentamente ma inesorabilmente, diventa una zingarata in cui sopravvivere fino alla fine senza accumulare troppi danni in un singolo mobile. Sì, il “TassoTrasloco” è sempre una buona occasione di fare cagnara…

Davide “Birillo” Valsecchi

 

 

TPR – Crucifx in Lecco

TPR – Crucifx in Lecco

In questo periodo vorrei essere invisibile. Invisibile e muto, soprattutto per quanto riguarda la montagna, l’alpinismo o l’arrampicata. Sono fuori forma, demotivato, stravolto dalle delusioni, dalle liti e dai lutti. Vorrei essere un “osservatore”, esterno ed ininfluente, ma ahimè la mia natura mi impedisce di stare a guardare. Acciacchi ed ammaccature dell’anima sono lì a testimoniarlo. Ma è difficile essere malinconico quando hai sposato una bergamasca: ho cercato di accampare scuse, di declinare, ma è stata irremovibile: “Fuori di casa! Vai a vedere qualcosa di bello!”. A Lecco, per le celebrazioni dei 40 anni del Gruppo Gamma, c’è una serata con Tom Randall al Cinema Teatro Palladium. In effetti non ho ben chiaro chi sia, l’unico riferimento a mia disposizione è un commento del Guerra – “Ma neanche Randall!!!” – pronunciato fuori campo nel leggendario filmato manifesto “Asino affamato non teme bastone” degli AsenPark. Certo, può sembrare una referenza da poco, ma non lo è: quella clip è un capolavoro! Così sono salito fino alla frazione di Castello, da solo, perchè la maggior parte degli Tassi era presa in chissà cosa. Solo, demotivato, in mezzo agli scalatori lecchesi: il bello di questi eventi è la possibilità di incontrare gente, di condividere, ma come viverli questi eventi quando non hai voglia di parlare con nessuno? Ma ho i capelli corti, sono senza barba, vestito in modo anonimo. Cambio postura, mi faccio silenzioso, morbido ma rapido, sgattaiolo “un-social” dentro il teatro scivolando tra una moltitudine di facce note. Chissà, forse sono davvero diventato invisibile perchè nessuno mi riconosce, neppure gli amici. In parte mi sento in colpa, quasi sleale, ma in effetti è quasi divertente essere serenamente una nullità in incognito …anziché quello fastidioso del blog ignorante che bozza con tutti. Solo la ragazza alla cassa mi riconosce e saluta. Biglietto alla mano mi dileguo tra le tende dell’ingresso e tra le file di poltroncine scelgo quella meno probabile, in un angolo tra il muro e la balaustra. Mi siedo a testa bassa aspettando che le luci si spengano: forse ce l’ho fatta! Poi volto lo sguardo e, accanto a me appoggiato al muro, c’è un ragazzo con una bella faccia ed i capelli corti. Sorrido, mi sono piazzato proprio accanto a Tom Randall: il destino non mi lascia in pace. Lo saluto con un cenno della mano, un sorriso reciproco, ma nulla più. Quando mi giro nuovamente al suo fianco c’è anche Luca Calvi, il “traduttor cortese”. Io e lui non ci siamo mai incontrati di persona, ma da tempo mi riprometto di andare in città a conoscerlo. Quando ho saputo che avrebbe condotto la serata volevo scrivergli, ma poi avevo desistito: immaginavo che accompagnando Randall non ci sarebbe stata la giusta occasione di trovarsi. Invece era lì, a mezzo metro da me aspettando che la gente entrasse in sala. Così non ho potuto fare altro che raddrizzare le spalle, sfilarmi il “mantello dell’invisibilità” ed alzarmi in piedi: “Ciao Luca!”. Così, neanche a farlo apposta, mi sono ritrovato a chiacchierare con Luca Calvi e Tom Randall. Pasticcio con il “diesel” del mio inglese agitando le mani mentre Luca rattoppa le parole che mi sfuggono. Luca mi presenta come “uno dei più esperti delle piccole montagne al di là del lago”. Io vorrei protestare tanto per “esperto” quanto per “piccole” ma Luca conclude la sua frase con “soprattutto grande appassionato di roccia di merda”: rido, arrendendomi alla verità. Racconto loro che sono diventato papà da poco, che per questo sono praticamente “fermo” da mesi e che ho messo su quasi 15kg. Curiosamente Tom ci racconta che qualcosa di simile è accaduto anche a lui con i suoi due figli. “Ma si riesce a tornare in forma?” Lui sorride rincuorandomi “Sì, con un po’ di impegno ma ci si riesce!”. La sala comincia a riempirsi, non voglio correre il rischio di monopolizzarli: così regalo loro un adesivo dei Tassi e li saluto. Torno a sedere indossando nuovamente i panni dell’osservatore. Mi aspettavo una processione ma solo un “grande vecchio” si fa avanti accompagnato dal prevosto: ”Questo è Rusconi, dei Cinque di Valmadrera…”. Mi godo lo spettacolo di questo incontro storico. Poi passa il presidente dei Gamma ed il Panz… vorrei salutarlo, fargli complimenti per il Cerro Torre… ma non riesco: lo conosco troppo poco e sono troppo debole per affrontare la parte “difficile” di quella storia. Lascio che il tempo scorra, perchè a volte quando non si sa cosa fare conviene semplicemente non fare niente …forse. I Protagonisti salgono sul palco e partono gli applausi. Poi una nota di servizio “C’è una panda bianca, i primi numeri di targa sono N5, che deve essere assolutamente spostata” Nella sala tutti si guardano ma nessuno si muove. Poi un noto gigante biondo con gli occhiali si alza con le spalle curve e penitente si avvia verso l’ingresso mentre parte un applauso divertito. Quel ragazzone mi è sempre simpatico. L’attenzione torna sul palco dove il Presidente dei Gamma, con un gesto semplice ma carico di significato, consegna a Luca Calvi una targa come ringraziamento per l’aiuto e la competenza offerta ai Gamma in tutti questi anni. Luca, sorpreso ma onorato, ringrazia i presenti rimarcando come consideri il territorio lecchese una delle principali “Università d’alpinismo” al mondo. Sono davvero contento per Luca ed il suo discorso mi strappa un pensiero buffo. “Bene Birillo, con un’Università intera a disposizione tu ti sei iscritto per un dottorato alla facoltà ‘Rovi, Zecche e Roccia di Merda’. Come sempre ottima scelta! Bravo!”. Le luci si spengono e parte un racconto a due voci e due lingue che spazia dalla claustrofobica cantina di Tom alle incredibile architetture rocciose dello Utah. Osservo la bellezza di quel deserto: “Utah era il nomignolo dispregiativo con cui i surfisti prendeva in giro Keanu Reeves in Point Break… c’è una certa ironia in tutto questo”. Tom racconta di un episodio in cui, per necessità, è stato costretto a slegarsi per uscire dal tiro. Racconta questo aspetto, e lo rimarca, perché suggerisce a tutti di “sperimentare” il Free Solo soprattutto per padroneggiare il giusto allenamento mentale quando questa “strategia” diventa l’unica possibile per tirarsi fuori dai guai. Rimarca poi come questo suo “progetto” sia il coronamento di dieci anni di intensi allenamenti chiuso “in cantina”, di come ci stia “lavorando” da tre anni e che, se mai sarà possibile concluderlo, richiederà probabilmente altri tre anni. Lo ascolto apprezzando il valore che riesce ad attribuire al tempo, alla dedizione, alla pazienza ed alla rinuncia. Poi mi sorprende e per un secondo mi spiazza “Racconto tutto questo sopratutto perchè questa mia storia possa ispirarvi, possa aiutarvi nella vostra ricerca di qualcosa egualmente importante per la vostra vita”. Mi sfugge un sorriso consolante che risuona armonico con l’eco di qualcosa che avevo scritto tempo fa “Tu devi pensare a coloro che si infileranno tra i rovi, in qualche merdoso angolo sperduto dell’Isola Senza Nome, solo per tentare un tuo vecchio monotiro trad.… Tra vent’anni, trovandoti qui al bar, verranno speranzosi e titubanti a raccontarti di averla ripetuta, ringraziandoti emozionati per l’esempio e l’ispirazione che hai saputo regalare loro.“ . Forse sono uno stupido, ma le mie idee non sono poi tanto insensate. Chissà, forse se sapessi arrampicare anziché appendermi ai ciuffi d’erba tutto sarebbe diverso… o forse no. Le luci si accendono, i ranghi si sciolgono. Nessuno fa domande pubbliche a Tom, ma a piccoli gruppetti tutti iniziano ad avvicinarsi ansiosi di chiedere e sapere. Ora per tutti è tempo di festa, per me il momento di sparire. Conto i passi nell’atrio e sono tra le ombre dei vicoli: “Birillo? Birillo non è mai stato qui: non è mai esistito. E’ una bugia!”. Traffico con i cavi ed i fusibili, accendendo la mia Subaru scassata. Apparteneva a mia madre e a fine mese saranno dieci o undici anni che lei non è più qui. Io, Clark Kent e Bruce Wayne non siamo poi tanto bravi nel gestire i traumi emotivi: forse dovrei sbarazzarmi di questo rottame… o forse dovrei restaurarlo una volta per tutte. A volte sono presente, aggrappato nel tessuto stesso della realtà. Altre volte sono sospeso, aleggio in un vuoto confuso… Chissà, speriamo sia l’età. Lo stereo si anima mentre il solito cd, incastrato da circa cinque anni, inizia a suonare: “Life won’t wait”. No, la vita non aspetta. Forse anche per questo Andrea è nata prima del tempo: si era stancata di vedere suo padre aspettare? Silenziosamente ringrazio mia Moglie ed i Gamma per avermi spinto fuori casa. “Non c’è limite all’efficienza di un uomo con la giusta dedizione” curiosamente, attraverso cammini diametralmente opposti, siamo arrivati alla stessa conclusioneGrazie Tom: sì, sei stato di grande ispirazione. Sul Calcare dell’Isola non abbiamo fessure come le tue, i friend camminano ed i nut spaccano la roccia: ma non è questa la grande ispirazione che hai saputo regalare. Grazie Gamma: queste serate sono gioielli preziosi.

Davide “Birillo” Valsecchi

Tom Randall, Luca Calvi, Giovanni Spada (Presidente Gruppo Gamma)

Per chi comprende l’inglese questo è un bel video di Randall

Prime Avventure!

Prime Avventure!

“Ossitocina”. L’ossitocina è un ormone presente in entrambi i sessi, semplicemente le donne ne hanno in media un 30% in più degli uomini. A cosa serve? A favorire la contrazione dell’utero durante il parto e la produzione di latte materno. Questo rende piuttosto curioso sia anche prodotta negli uomini. Ma forse non tanto visto che, ad esempio, è la responsabile durante l’orgasmo del rilascio della dopamina, l’ormone della felicità. Certo, al corso pre-parto come al solito ho fatto il buffone, ho raccontato a tutti che come mio Padre, e suo Padre prima di lui, anche io mi sarei limitato a bere Campari al bar durante il parto. Le tradizioni vanno rispettate! In realtà, come spesso accade, ho fatto diligentemente i miei “compiti a casa” e studiato il complesso “gioco di fasi ormonali” che è il travaglio. Gli ormoni sono piuttosto interessanti: sono messaggeri chimici, capaci di “mettere in movimento” processi decisamente complessi. Cosa mi ha insegnato Andrea venendo al mondo? Che siamo il risultato di un numero infinito di esperimenti evolutivi che, attraverso fallimenti e successi, ci hanno condotto ad essere ciò che siamo. Noi siamo il frutto dei successi, i fallimenti si sono estinti. La nostra razionalità è solo una minima parte di ciò che siamo, molte delle nostre scelte, dei nostri comportamenti, sono il frutto di un’intelligenza più profonda, chimica e meccanica, fatta di automatismi basati su un’assoluta conoscenza del nostro reale funzionamento. Tanto interno quanto esterno, perché questa intelligenza è soprattutto basata su un adattamento ambientale. Il reparto di Terapia Intensiva Prenatale mi ha invece insegnato che la nostra razionalità, comprendendo anche solo in parte questi processi profondi, può fare tutta la differenza del mondo. E questa differenza, mentre vi scrivo sfruttando un microprocessore in silicio connesso ad una rete globale, sonnecchia serena al sole succhiando contenta il suo ciuccio in silicone. Cosa davvero è avvenuto? E’ stato possibile trasformare potenziali fallimenti (era podalica e prematura) in potenziali successi (scoreggia già come suo padre!). Ciò è stato possibile solo attraverso un’evoluzione tecnica, sociale e culturale che su questo pianeta appartiene solo al genere umano: 5000 anni contro qualche miliardo. Incredibile. A volte credo che la nostra “intelligenza”, la nostra struttura sociale, sia semplicemente parte della naturale evoluzione e che, come tale, non sia un percorso di cui siamo pienamente consapevoli (costellato quindi prevalentemente da tentativi e fallimenti a fronte di piccoli ma fondamentali successi). Affascinante, perché questo trasforma gli individui in elementi di un progetto più grande e comune. Anni fa una psicologa, piuttosto carina in effetti, mi sottopose ad un test di intelligenza stabilendo il mio IQ come 133. All’epoca rimasi piuttosto deluso: Albert Einstein aveva 162 ed il generale Norman Schwarzkopf 168 (io ero sotto di un buon 20%!! Niente invasione lampo dell’Iraq per Birillo!!). Poi mi consolai perché, nonostante avessi risposto ai quesiti soprattutto “giggioneggiando” con la mia esaminatrice, avevo raggiunto un punteggio superiore alla media italiana. Oggi essere sopra la media non mi consola affatto, anzi, la quantità di cose che sfuggono alla mia comprensione mi fa solo sentire più stupido: “Birillo, hai tecnicamente gli strumenti ma non sai usarli e combini solo casini!!” A volte faccio scelte apparentemente irrazionali che, con grande stupore, si rivelano assolutamente azzeccate in uno scenario più ampio. La “bestia” ha quasi sempre ragione, e questo a volte mi spaventa perché mette in discussione il mio reale libero arbitrio. Quanto mi appartengono le mie scelte? Quanto è importante che davvero mi appartengono? Ma, come vi ho detto, mi sento piuttosto stupido perché non ho le risposte giusta per questi quesiti. Comunque sia… tutta questa “filippica” per una semplice riflessione: la piccola Andrea a volte si nutre al seno a volte è necessario utilizzare il tira-latte ed il biberon; Bruna nei giorni scorsi era preoccupata, a volte tanto da piangere, perché aveva la sensazione che il latte materno le stesse calando. Effettivamente ne produceva sempre meno. Io non ero molto preoccupato, oggi c’è una grande varietà di latte artificiale (ovviamente meno della varietà del cibo per cani e gatti disponibile in un qualsiasi supermercato). Il latte artificiale ovviamente costa abbastanza caro e questo, ad esempio, avrebbe comportato qualche adeguamento nelle mie scelte economiche e professionali (la nostra cultura è spesso più spietata e selettiva di quanto lo sia Darwin). Il primo effetto pratico è stato l’acuirsi di quell’opprimente dolore al fianco sinistro, appena sotto le costole. Dicono che l’intestino sia una specie di secondo cervello, un organo con capacità sensoriali e senzienti ancora non completamente comprese. “Cosa ti dice la pancia?” è la domanda che curiosamente mi pone sempre mia moglie quando sono pensieroso. Così a Pasquetta, dopo una cassa ghiacciata colma di cubetti e birre, ho riconfigurato tutte le mie priorità e, senza rendermene conto, ho attivato una sconfinata serie di trasformazioni che, ad effetto cascata, hanno stravolto lo scenario. All’improvviso mi sono ritrovato a spingere la carrozzina (prestata da mia sorella) in una magnifica giornata di sole primaverile: il monte Barro, il muro di Sormano, Spessola. La scelta più irrazionale sembra essere stata la migliore: mia figlia ride, mia moglie è felice, produce latte come una latteria, il dolore al fianco si è attenuato. Cosa mi ha insegnato tutto questo? Che ho bisogno di una carrozzina più robusta, con ruote più grandi ed ammortizzate, se voglio “esplorare” con Andrea strade nuove!!

Davide “Birillo” Valsecchi

Quando tua figlia ha 30 giorni di vita ed avrebbe dovuto nascere solo tra 20… ma tu sei il nostromo e la nanerottola si spara con il passeggino il “Muro di Sormano” lasciando a bocca aperta i turisti indiani con la bicicletta da corsa: Cose da Tassi…

Mister Mojo Risin’

Mister Mojo Risin’

Fletcher: «Esattamente!! Parker era un ragazzo giovane, abbastanza bravo al sax. In una sessione di taglio fa un casino e Jones quasi lo decapita lanciandogli un piatto. E Charlie ride andando fuori scena. Quella notte però, andando a dormire, piange e si dispera. Ma la mattina dopo, che cosa fa? Fa pratica. Pratica e pratica con un unico obiettivo in mente: non essere deriso di nuovo. E un anno dopo, torna a Reno e sale su quel palco, e suona il miglior fottuto assolo il mondo abbia mai sentito. Quindi, immaginate se Jones avesse solo detto: “… Beh, va bene, Charlie andava bene. Buon lavoro” e poi Charlie avesse detto a se stesso: “Beh, merda, ho fatto un buon lavoro.” Fine della storia. Nessun Bird. Questo, per me, è una tragedia assoluta. Ma questo è solo ciò che il mondo vuole ora. La gente poi si stupisce perchè il Jazz stia morendo.» Andrew: «Ma c’è una linea, un limite? Forse, se ti spingi troppo oltre, rischi di scoraggiare il prossimo Charlie Parker dal diventare un Charlie Parker?» Fletcher: «No, amico, no. Perché il prossimo Charlie Parker non si scoraggerebbe mai!!»

Alpinismo sì o no

Alpinismo sì o no

Bruna gira per casa con le tette al vento: gonfie e primitive mammelle cariche di latte che, all’aria, cercano sollievo dopo essere state avidamente addentate dalla piccola Andrea. I caloriferi, spenti per oltre due anni, sono ora ben accesi ed io, manco fossimo ai tropici, me ne sto sdraiato in mutande sul divano con la nanerottola in braccio: a buffetti sul sedere cerco di farla eruttare in sorprendenti e roboanti rutti. La osservo mentre dorme, la osservo immobile per ore. A suo modo è un piccolo mondo ed osservandola mi perdo: osservo una galassia di mondi possibili, osservo la vita. Ogni tanto, quando i gatti si fanno ruffiani e si aggirano guardinghi tra i cuscini, distolgo un istante lo sguardo verso un regalo appoggiato sul tavolino. Già, qualche giorno fa TeoBrex mi ha portato una copia di un libro molto speciale, stampato in edizione limitata e numerata: lui ha la copia numero 49, io la numero 50. Il libro si intitola “Alpinismo sì o no” ed è l’ultima pubblicazione di Giovanni Rossi, alpinista di grandissima esperienza, scrittore ed emerito Presidente del Club Alpino Accademico Italiano. Incidentalmente, qualche tempo fa, si era interessato ad alcuni miei scritti e, soprattutto grazie ad Ivan, io avevo scoperto i suoi libri e le sue numerosissime pubblicazioni. Così allungo una mano, mentre con l’altra tengo la nanerottola, e sfoglio nuovamente quel piccolo libro tanto prezioso. Poche pagine, una quarantina, ma la capacità di sintesi di Giovanni è straordinaria e le sue idee, simili a quelle nate spontaneamente ma immature nella mia testa, mi trascinano altrove consolando con esperienza e logica i miei dubbi e le mie incertezze. Ne sfoglio le pagine, ancora alla ricerca di quelle frasi che mi erano parse capaci di fissare con straordinaria chiarezza una questione spinosa.  «Gli interessi economici e l’influenza dei mass media hanno favorito sia le deformazioni sia le aggressioni piccole o grandi, individuali o collettive, alla natura delle montagne. Come nella metafora termodinamica del corpo in un termostato, il “sistema alpinismo” sembra tendere irreversibilmente all’equilibrio con la società di massa e la sua cultura» Il libro è pieno di frasi eleganti, di riferimenti azzeccati, di schegge di storia alpinistica: non ho l’esperienza per scrivere come lui. Eppure, fin dall’incipit, ho la sensazione di aver intuito qualcosa, di aver “guardato” nella direzione giusta. Forse non ho compreso, forse sono irruente ed impreciso, ma tentenno, avanzando incerto, in una direzione che pare essere la stessa dei più saggi. «L’uso invalso del trapano ha ridotto tutte le pareti di bella roccia, la roccia che invita alla scalate ma anche quella apparentemente non scalabile, a un intrico di itinerari, disseminandole di infissi con effetto deturpante. Il fenomeno è rilevato e documentato senza alcun disagio nelle pubblicazioni ufficiali dei club alpini, ormai principalmente intese a blandire le masse (che sono l’antitesi del club). L’alpinista vero e proprio vive in una crisi di cultura dimenticata (o guardata con sospetto come elitaria) e soffre di una perdita di identità (un legame storico ormai spezzato).» La nanerottola sbadiglia e sorride. Io, sospeso tra i sogni di una neonata e le riflessioni di un saggio ed anziano alpinista, mi domando quale sia il mio ruolo. Una voce sussurra: “Nessuno. Non hai nessun ruolo perché sei nessuno. Niente. Sei solo un brocco litigioso ed arrogante dell’Isola Senza Nome”. E quella voce ha perfettamente ragione. Ma un’altra voce sussurra: “Tu sei il numero 50: questa è la tua responsabilità”. Ed anche questa voce ha ragione. La mamma della nanerottola, dopo aver indossato nuovamente un reggiseno, passa accanto al divano e si riprende la piccola. Attendo un istante, poi mi alzo e mi siedo al computer iniziando a trascrivere le frasi di Giovanni che mi hanno più colpito: le trascrivo perché, parola dopo parola, possano attecchire nella mia mente. Per curiosità apro internet e cerco una fotografia di Giovanni, ma quello che trovo è un’amara notizia: Giovanni Rossi è morto questa mattina, il 28 Marzo del 2018. La notizia è pubblicata su “Lo Scarpone”: «Ci ha lasciato Giovanni Rossi, Past President del Club alpino accademico italiano. In carica dal 1991 al 2000, si prodigò molto per la tutela dell’ambiente alpinistico. Sotto la sua presidenza il CAAI diede un contributo essenziale alla preparazione e allo svolgimento del Convegno di Courmayeur su “L’alta montagna e il conflitto di interessi”, che si concluse con l’approvazione delle “Tavole della Montagna” (1995), e successivamente alla loro ratifica e divulgazione (Congresso CAI di Pesaro, 1997). Nel 1998 l’assemblea generale (al Passo della Presolana) nominò Ninì Pietrasanta socio ad honorem del CAAI e approvò a larga maggioranza un documento per la limitazione dell’uso delle protezioni fisse in montagna. Giovanni Rossi si dedicò inoltre anche alla scrittura, diventando tra gli autori più rinomati di guide delle Alpi Retiche insieme con Aldo Bonacossa.». Mi appoggio allo schienale della poltrona guardando il soffitto. Ripenso alla piccola Andrea, ad una vita che nasce. Penso a Giovanni, un lungo ed intenso cammino che si conclude. Penso a me, eternamente smarrito, con in mano la copia di un sapere che rischia di andare perduto. Ripenso all’attimo, appena trascorso sul divano, quando quel desiderio di salvare quei pensieri ha vinto la mia pigrizia. Ancora ignaro di quanto forse più profonda fosse quel intuizione incerta. Grazie Giovanni per avermi donato uno dei tuoi libri: saprò essere all’altezza del numero che mi è stato dato. Butta un’occhio a questo sciocco quando lo vedrai appeso a qualche ciuffo d’erba a picco sul lago. Buon viaggio.

Davide “Birillo” Valsecchi

ProletariaMente

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Questa faccenda della nascita è decisamente curiosa. La piccola Andrea, venendo al mondo in anticipo sulla tabella di marcia, è riuscita a scombussolare non poco i piani di tutti. Fortunatamente, nonostante il trambusto, non è successo niente di particolarmente grave o pericoloso. Anzi, l’esperienza che ne è derivata sembra essere decisamente importante e formativa nella vita di questo nuovo “trio”. Io non mi sentivo così “trascinato dalla corrente” da quella volta in cui, con Enzo, sono stato inghiottito dalla presa della diga di Sant’Anna: allo stesso modo tengo la testa fuori dall’acqua, tengo d’occhio i miei compagni d’avventura, scalcio e spingo la mia povera canoa, come sempre ribaltata, cercando di guadagnare la riva prima che ci inghiottiscano le turbine. Una sensazione strana: sono perennemente “acceso”, presente, efficiente come solo in rare e straordinarie occasioni è avvenuto. Solo ora, dopo più di 20 giorni, inizio a perdere colpi (…o forse non mi rendo conto di essere già fuori giri mangiando il metallo). Credo che qualcosa di simile possa valere anche per Bruna, ma non posso esserne certo: nell’ultimo mese abbiamo “corso e spinto”, abbiamo vissuto separati cercando di rubare gli attimi, senza poter mai discutere con calma di ciò che stava accadendo. Non abbiamo ancora avuto un vero prezioso momento di quiete. Ma infondo è sempre stato così: come coppia non ho idea quale sia il nostro valore, ma come squadra siamo “pericoloso materiale bellico”. A dire il vero anche la nanerottola sembra essersi ben inserita nel team: brucia le tappe, ignora le previsioni, sorride birbante mostrando un’indole dolce ma interessantemente determinata. Guardo indietro: la nostra storia ha avuto inizio nel Reparto di Terapia Intensiva Neonatale dell’Ospedale Manzoni di Lecco. Bruna era in una stanza, inchiodata ad un letto, con la pancia aperta e ricucita. Io, invece, davanti ad una porta attendendo per più di un’ora che si aprisse. Poi mi hanno fatto entrare, mi hanno mostrato la procedura, rigorosamente con il cronometro, per lavare le mani fino al gomito. Poi una seconda porta si aperta e mi sono trovato dentro… Lo scenario è disorientante, perchè i bambini sono avvolti in sarcofagi di cristallo e nella stanza vibrano suoni e rumori di macchine. “I bambini non nascono, vengono coltivati” recitava la famosa scena di Matrix. Medici ed infermieri ti guidano, ti portano da lei, aprono due piccoli sportelli sul lato del sarcofago e finalmente puoi infilare la mano tra i tubi ed i cavetti che la avvolgono. Finalmente puoi raggiungerla. E poi, quando la raggiungi, quando la tocchi per la prima volta, accade qualcosa di davvero strano: lei ti afferra con le sue piccole dita …ed il mondo esplode, tutto intorno, in un lampo verde di cui siete l’epicentro. Lei diviene tua figlia e tu suo padre. La mia magia, in quell’istante, è andata assolutamente fuori controllo. Qualcosa di simile è successo solo un’altra volta nel mio passato. Accadde quando mio fratello aveva 7 o 8 anni, ed io ne avevo quasi 20. Era precipitato dalle scale per oltre quattro metri. Io cercavo di trattenerlo a terra cercando di comprendere l’entità dei danni, di comprendere lo stato della sua colonna vertebrale. Anni in ambulanza, cercavo di attuare al meglio tutti i protocolli da soccorritore provando ad immobilizzarlo. Lui però, piangendo terrorizzato, riuscì a divincolarsi e mi abbracciò. Io, completamente impotente, mi arresi a quell’abbraccio e per un istante diventammo una cosa sola. Anche quella volta percepii un lampo, ma era bianco, non si dilatava ma sembrava contrarre ogni cosa in quel momento, in quello spazio. L’istante successivo la “bestia” era libera e pianificava inesorabile l’evacuazione verso l’ospedale. All’epoca ero giovane e fortunatamente mio fratello se la cavò in qualche settimana senza che ci fosse bisogno di operarlo d’urgenza alla testa. Ma forse la vità è così: si fa strana con gli strani. Non so dirvi cosa siano questi “lampi”, sono qualcosa che i miei sensi hanno percepito senza riuscire a contenere, qualcosa che è al di fuori della loro portata e che quindi viene tradotto, rielaborato, astratto attraverso similitudini accettabili. Tuttavia sono reali. Reali ed importanti se riescono a trascendere i limiti sensoriali raggiungendo la consapevolezza con tanta forza. Ma di certo quel momento è stato complesso, rapido ed intenso mentre il tempo scorreva congelato e scandito dai “bip” dei monitor. Per lo sciamano dell’Isola ritrovarsi con una bimba in quel mondo di macchine è stato davvero disorientante: ero un animale con gli occhi aperti e la mente in corsa, un primitivo rapito all’interno di un’astronave aliena. La Terapia Intensiva è un luogo concettualmente spaventoso, ma paradossalmente un luogo di una bellezza ed un’intensità straordinaria. Attorno a me, nella penombra di quel limbo intriso e governato dalla quiete, c’erano soprattutto donne. Alcune giovani, altre veterane: tutte “scienziate”, animate da una sorprendente competenza ed umanità. Le osservavo attorno a mia figlia: la piccola era una femmina, allevata ed accudita da vestali della conoscenza, ancelle e sacerdotesse di un mondo futuro. La mia magia, la magia dell’uomo, si fondeva con la loro, il sapere femminile, ed insieme davano la possibilità alla piccola di esistere, di vivere in un mondo in cui aveva scelto di lanciarsi prima del tempo. Senza di loro io non sarei stato abbastanza. Poi Bruna, sua madre, è riuscita a raggiungerci: con sforzo e determinazione ha preso il suo posto accanto alla piccola, stringendo con lei un legame “fisico”, totalmente diverso dal mio. I giorni hanno iniziato a trascorrere, tutto si è attenuato senza perdere di intensità. La TIN è davvero un posto strano, capace di attivare dinamiche per me sorprendenti. I genitori, spesso precipitati nel momento, vengono accolti, “addestrati”, resi operativi e “schierati”. Chi più, chi meno, tutti si attivano e stringono tra loro una specie di innata ed empatica collaborazione: non può essere amicizia, ma nel momento di comune difficoltà si forma un legame, una solidarietà che abbaglia in un mondo spesso fatto di egoismi. La piccola stanzetta, messa a disposizione dei genitori e dotata di cucina, diviene uno spazio vivo: il focolare di una famiglia allargata dove non esistono nomi se non “mamma di” o “papà di”. Nella TIN regna il sorriso, comunque, nonostante tutto, sempre: è affascinante. Comprendi lo straordinario valore di quel “limbo” e di chi lo presidia quando lo lasci, quando finalmente ne esci e precipiti come tutti al “Nido”: nel luogo dove normalmente arrivano i bambini appena nati. Il Nido è il pandemonio, il caos …la vita. Marmocchi che urlano, biberon che girano, gente che strilla, patelli sporchi che vengono lanciati nel secchio. Sei nel mondo reale, circondato da quei petulanti e fastidiosi genitori (e dai loro parenti) che hai cercato di evitare per tutta la vita. All’improvviso riappaiono le classi sociali, le etnie, le competizioni, le rivalità, i confronti, le piccole sleatà. Le madri si trascinano, esauste e spocchiose, come se dopo il parto avessero vinto le olimpiadi: la maggior parte di loro schiavizza scortese il marito. “Osti Bruna… tu non prendere quei vizi: non ti azzardare a dirmi una cosa del genere con quel tono…” Ma io e la bergamasca abbiamo ballato tra le incertezze per venti giorni, difficile ora cadere in certi errori: in modo curioso ciò che ci è successo ci ha formato e messo alla prova come genitori. Se la nostra storia fosse andata diversamente oggi saremmo persone diverse. Ora Andrea sta per fare il suo primo viaggio verso casa. Una bimba nata prematura che fa il suo ingresso in una casa quasi abbandonata a sè stessa da un mese: niente era pronto, noi non eravamo pronti, ma questo mi ha mostrato ciò che davvero serve, ciò che davvero è indispensabile. Osservo il passato con occhio attento cercando di leggere i segni del futuro. Credo che ora, finalmente, dormirò: ventiquattro, forse quarantotto ore. Non so. Finalmente dormirò, e poco importa se sarà a blocchi di tre ore. Truppa, zaini in spalla: andiamo a casa!

Davide “Birillo” Valsecchi

La nanerottola è davvero bellina. Io non me ne intendo ma chi ne capisce, vedendola, l’ha definita una “bambolina sorridente”. Le abbiamo fatto molte belle foto, ma non credo le pubblicherò qui: c’è una piccola trasformazione in atto nella mia mente, per ora dovrete fidarvi del mio giudizio. Sì, sono decisamente stanco al momento, ma avevo voglia di scrivere, di provare a fare ordine tra i pensieri =P

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