Il pericolo di un lavoro senza senso

Il pericolo di un lavoro senza senso

Ad ogni modo, quindi abbiamo Horus e poi c’è il tizio sulla destra: Seth. Lui è il precursore della rappresentazione cristiana di Satana, infatti il ​​nome Satana sembra essere una trasformazione del nome Seth. In realtà Seth è il dio delle possibilità totalitarie, perché nella mitologia egiziana rappresenta il fratello, il fratello malvagio, del re legittimo. Colui che sta sempre complottando per rovesciarlo: Horus è quindi il suo nemico naturale. Cosa significa? Ciò che rappresenta è davvero importante: nella mia pratica clinica ho spesso persone che sono bloccate nel mezzo di una burocrazia assolutamente idiota. Posso darvene un’ esempio, un esempio che adoro. Uno dei miei clienti, che lavorava per una grande azienda sensibile ai Mormoni, è quasi impazzita per la “political correctness” che aveva infettato l’organizzazione. Per questo mi ha inviato 32 scambi e-mail che erano circolati in azienda sull’uso della parola “flipchart” (lavagna a fogli mobili, ndr). Non so se qualcuno di voi abbia mai sentito delle polemiche sulla “flipchart”, ma è stato qualcosa di piuttosto caotico. Quello che è accaduto è che qualcuno … mmm, sapete cos’è una flipchart? Un lavagna a fogli mobili, usata nelle riunioni… beh, si scopre ipoteticamente che “flipchart” è un termine dispregiativo per i filippini. Quindi hanno ritenuto che utilizzare la parola “flipchart” in una frase non fosse più accettabile perché potenzialmente offensiva per i filippini. Io scommetto che sia necessario passare al setaccio su tutto il pianeta per trovare un filippino a cui importi davvero della questione “flipchart”. E qualora quella persona esistesse avrebbe probabilmente molti problemi ben peggiori. Comunque ci sono stati 32 scambi di email, estremamente seri, su quale terminologia utilizzare al posto di “flipchart”. Ecco, ora sapete come quelle persone impegnano il tempo invece di cercare di farsi una vita o realizzare qualcosa di utile. Ovviamente questa storia la stava facendo impazzire, completamente. Pensate che hanno reso parte della politica aziendale l’uso della parola “flipchart” come inappropriato. Non ricordo poi come diavolo abbiano deciso di chiamarli… chissà. Ma il motivo per cui ti sto raccontando questa storia è che molti di voi si ritroveranno invischiati nella burocrazia. Nel bene e nel male è una delle cose che ti succederanno: qualcuno ti chiederà di fare cose stupide e ridicole. Il fatto che ti chiedono di fare cose stupide e ridicole porterà a tre cose: la prima è che distorcerà il tuo modo di essere, tanto che fingerai di essere d’accordo. La seconda è che ti demotiverà, perché comincerai a chiederti perché devi essere schiavo di questo lavoro, incastrato da idioti con regole stupide. La terza è che ti renderà risentito ed irritato, metterà anche a repentaglio la tua motivazione e renderà la tua vita miserabile. Quindi viene spontaneo chiedersi cosa dovresti fare al riguardo: la risposta è che dovresti obiettare il prima possibile! Perché prima di tutto scoprirai che se lo fai, se ti opponi a una stupidità radicale quando emerge, fai in modo che le persone diventino consapevoli del fatto che ciò che stanno facendo è radicalmente stupido, e di solito si tirano indietro …e così non ti tortureranno a morte. Certo, devi correre un rischio: “oh no, cosa succede se mi lamento di questo?”. Ma sai, questa è un’altra di quelle situazioni in cui sei dannato se lo fai e sei dannato se non lo fai. Quindi, se ti lamenti, questo causerà certamente qualche problema, sebbene di solito causi meno problemi di quanto penseresti. Perché le persone non sono generalmente molto coraggiose e se le si affronta con una certa forza, quando fanno qualcosa di assolutamente stupido, di solito si tirano indietro, perché non sanno cosa fare quando vengono sfidati. Ma in ogni caso non dovrai sopportare questa cosa per il resto della tua vita. Perché in tutti i tipi di entità burocratiche, corporazioni, istituzioni governative, organizzazioni senza scopo di lucro, qualsiasi cosa che sia al di sopra di una certa dimensione – perché non importa se è governativa o privata, è tutta la stessa sanguinosa follia quando diventa troppo grande – è che tutte tendono verso strutture totalitarie. Fa parte del loro pericolo innato associato con l’organizzazione sociale. Quindi si potrebbe osservare come per mantenere viva e dinamica l’impresa di cui si fa parte e si debba mantenere anche il comportamento di una persona ragionevole. Chi ha un orientamento adeguato deve impegnarsi in questo: la risposta corretta è non fare cose che si sanno essere stupide. Alzarsi e dire “Guarda che è stupido: non lo farò” e se ti chiedono perché allora puoi rispondere “A) penso che sia stupido B) se lo faccio diventerò irritato e risentito. Diminuirà le mie motivazioni, quindi non lo farò”. E se poi ti fanno pressioni troppo forti è probabilmente giunto il momento di trovarsi un altro lavoro. E questa potrebbe essere la cosa migliore che ti sia mai capitata, perché se la struttura in cui ti trovi va in quella direzione, e non puoi fermarla, ti conviene uscire da lì e trovare qualcos’altro. Non è così difficile trovare un lavoro quando hai già un lavoro: questa è un’altra cosa da tenere a mente. Quando lavori, soprattutto nel mondo di oggi dove il lavoro è relativamente incerto, dovresti sempre avere una via di fuga pianificata. E deve essere sempre attiva: perché se non hai una via di fuga e non puoi andartene non puoi dire di no, e se non puoi dire di no non puoi contrattare, e se non riesci a contrattare sei uno schiavo. Forse è sempre stato così, ma è qualcosa a cui devi davvero prestare attenzione. Perchè se il tuo modo di essere si oppone a qualcuno, a qualcosa che qualcuno ti sta costringendo a fare, forse hai ragione, forse non dovresti farlo. Molte persone finiscono per vivere una vita insignificante. E questo non è nemmeno un buon termine perché non esiste una vita senza significato, perché uno dei significati della vita è sofferenza. Non c’è nessun dannato modo per evitarlo. Quindi non avrai una vita senza significato, avrai semplicemente una vita che è solo sofferenza …e non te lo consiglio perché questo ti renderà una creatura miserabile. Più ti deformi attorno a te stesso più diventerai vendicativo. Quindi sì, queste cose sono davvero importanti. Sono davvero importanti.

Jordan Peterson
(Traduzione Davide “Birillo” Valsecchi)

Utilizzo le clip del Professor Jordan Peterson per esercitarmi nel tradurre e trascrivere dialoghi dall’inglese all’italiano. Trovo questa attività doppiamente interessante, soprattutto perchè mi permette di confrontarmi con amici e collaboratori su argomenti solo in apparenza banali, superando una barriera linguistica spesso tutta italiana.

Esempio Archetipico

Esempio Archetipico

[Traduzione intervento YouTube di Jordan Peterson, psicologo clinico canadese, critico culturale e professore di psicologia all’Università di Toronto] Il nemico è esternalizzato, così come lo sono Batman ed il Joker. Il Joker è davvero una figura capace di incarnare il male caotico. Il Joker di Heath Ledger è uno dei migliori, raffigura il personaggio archetipico in modo completo: un avversario così straordinario che nemmeno desidera vincere. Comprendere avversari che vogliono vincere è possibile, ma comprenderne uno che desidera solo che tutti gli altri perdano è davvero difficile. Questa è la parte che ha reso il film così sorprendente e memorabile. La loro interpretazioni sono talmente convincenti che ci troviamo davanti fondamentalmente una storia basata sul confronto tra due personaggi: l’eroe ed il suo avversario. Qualcosa che può essere compreso simultaneamente su livelli diversi. Ecco perché i personaggi archetipici sono elementi fondamentali della nostra struttura cognitiva. In un processo cognitivo la prima cosa che vogliamo veramente sapere non è “cosa è cosa” ma “come comportarci”. Siamo creature mobili, non siamo seduti su una roccia filtrando acqua di mare attraverso le branchie, dobbiamo andare là fuori e confrontarci con il mondo, per questo dobbiamo sapere come farlo. Sapere come fare e come non fare. Per questo cerchiamo buoni esempi da imitare e cattivi esempi da evitare. Noi non vogliamo un piccolo buon esempio, un esempio parziale, noi cerchiamo un buon esempio che sia talmente “concentrato” da essere un eccellente esempio. Allo stesso modo vogliamo un cattivo esempio che sia un eccellente cattivo esempio. Il buon esempio sarà un personaggio in cui si fondono tutti gli aspetti positivi delle persone buone, il cattivo esempio sarà un amalgama di tutti gli aspetti negativi delle persone cattive. Più i personaggi sapranno essere “puri” nella propria essenza più la storia avrà valore come archetipo del bene contro il male. Potresti non credere nel “buono contro cattivo”, ma non importa realmente quello in cui credi quando guardi un film, perché tu lo guardi e lo devi per forza guardare come se ci credessi. Questa, direi, è una rivendicazione esistenziale. Approposito: non importa ciò che tu dici di credere, conta il modo in cui ti comporti in funzione di ciò che credi. Se davvero vuoi sapere in cosa credi non devi chiedertelo, devi osservare il modo in cui agisci e dedurre da questa tua osservazione ciò in cui davvero credi. Quindi se ritieni di non credere nel archetipico confronto tra bene e male perchè allora guardi storie come per esempio Star Wars? Come Harry Potter? Sono tutte storie archetipiche dove il bene si scontra con il male. Facciamo però un passo avanti. Immagina che abbiamo vissuto in gruppi familiari, chissà per quanto tempo …diciamo tre milioni di anni. Solo per amor di discussione diciamo che abbiamo vissuto in gruppi tribali molto più a lungo di quanto tu possa immaginare. Un gruppo tribale è qualcosa che potrebbe estendersi nel passato ancor prima degli scimpanzé. Stiamo vivendo in un una gerarchia di dominanza da molto prima dei gruppi tribali. Tuttavia possiamo immaginare di essere un gruppo familiare fin da quando siamo diventati estremamente dipendenti come infanti, da quando abbiamo sviluppato un cervello sempre più grande. Non possiamo segnare una linea nel tempo, un momento preciso, perchè il nostro cervello è diventato via via più grande per un periodo di tempo abbastanza lungo. Diciamo milioni di anni. Sempre in questo periodo di tempo si è formato il tuo apparato cognitivo, il tuo apparato percettivo, il tuo apparato emozionale. Ovviamente ciò è avvenuto nell’ambiente naturale e per questo siamo portati a pesare questo ambiente immaginando la foresta. Ma l’ambiente naturale per i primati non è solo la foresta, in qualche modo, prima di tutto, noi vivevamo nella foresta con altri primati come noi. Quindi il nostro ambiente naturale era formato sì dalla foresta ma sopratutto dalle altre persone. Così possiamo delineare le categorie fondamentali di queste “altre persone”. Innanzitutto la madre. Questa è la più importante, perché la probabilità di avere una madre è del 100%  …anche se perdi la tua madre biologica al momento della nascita, se qualcuno non ricopre il ruolo archetipico della madre semplicemente non sopravviverai. Questo non significa solo provvedere al cibo, all’acqua e al riparo perché se tutto ciò che fornisci ad un bambino è cibo e acqua e riparo semplicemente muore. Devi raccoglierli, devi toccarli, devi dondolarli avanti e indietro, devi comunicare con loro. Se non gli dai attenzione fisica i loro sistemi nervosi si spengono e muoiono. Questo è parte del motivo per cui negli orfanotrofi dell’Europa orientale, prima della caduta del muro, il tasso di mortalità negli orfanotrofi, soprattutto in luoghi come la Romania, era terribilmente alto. Quelli che non morivano erano talmente psicologicamente compromessi da non avere possibilità di cura. Questo perché nessuno interagiva con loro. Quindi abbiamo bisogno che una creatura interpreti il ruolo archetipico della madre per tenerti in vita, diversamente si muore. Così “Madre” è una categoria, allo stesso modo “Padre” è un’altra categoria. Questo avviene anche se non hai un padre perché attorno a te c’è una struttura di potere maschile. Un predominio, semplificando, che agisce nel ruolo paterno… e non c’è modo di allontanarsi da quello a meno che tu non viva in una società, e se non vivi in una società semplicemente morirai perché non puoi vivere da solo. Quindi “Padre” e “Madre” sono categorie primarie, poi ci sono le categoria primarie dell’individuo. Perché, qualsiasi cosa tu sia sei una categoria e questo vale per ogni essere umano che sia mai esistito. Quindi le categorie principali sono “Madre”, “Padre”, “Individui”. Bene c’è un’altra categoria fondamentale a cui abbiamo alluso, ed è quella cosa orribile che vive in fondo a una fossa, che ti divorerà e che ha una realtà psicologica e una realtà oggettiva e che, come ho detto, è equivalente alla storia di Giona che viene inghiottito dalla balena. Non impari mai senza che qualcosa di piccolo muoia, e qualche volta, quando impari qualcosa, muore qualcosa di grosso. Allora sai che devi rimetterti insieme, raccogli i pezzi ed illeso, speranzoso, forse ti trasformi, continui. Quindi la storia dello sviluppo umano non è una marcia ascendente in modo lineare, sai che anche lentamente è forse verso l’alto, ma è punteggiata da catastrofi. Passassimo da un personaggio senza meta e disobbediente a qualcuno che è vivo sulla spiaggia ed insegue un particolare percorso. E’ un motivo comune. Ed è questo il modo in cui le persone si trasformano: sanno di aver incontrato un ostacolo di qualche tipo, che semplicemente li manda in pezzi. Scendono nelle profondità nell’abisso. Vivono per un po’ laggiù, e non piacevole, e forse imparano qualcosa mentre sono laggiù. Se sono fortunati si rialzano, ed è questa la storia dello sviluppo umano.

Jordan Peterson
(traduzione Davide “Birillo” Valsecchi)

Questa clip proviene da: Professor Jordan Peterson: “2016 Personality Lecture 03: Elementi mitologici della storia e dell’iniziazione”. Sto esercitandomi ascoltando e traducendo direttamente dall’Inglese. Il linguaggio del professor Jordan Peterson è abbastanza lineare e chiaro, strutturato per essere diretto e comprensibili. Le sue argomentazioni sono interessanti e tutto questo rende gradevole le mie esercitazioni.  

La principessa di Saba

La principessa di Saba

[8Marzo2018] La piccola e sua madre sono ancora in ospedale: la nanerottola è ancora sotto osservazione, all’interno della sua piccola astronave di cristallo, ma ormai le hanno tolto tutti i cavetti ed i tubicini. Quella piccola creatura possiede una forza propria, un carattere capace di emergere dall’esostruttura “in sviluppo” che la ospita, con cui si sta fondendo. I suoi sensi sono ancora incerti, è totalmente vulnerabile, completamente dipendente, eppure c’è, è lì, nonostante le difficoltà. Io, d’altro canto, sono demolito: cerco di riposare ogni volta che posso ma dormo poco, sempre di corsa, cristallizzato nel momento presente, a trecentosessanta gradi nel futuro, prigioniero di una ragnatela di possibilità. La natura ha probabilmente attivato qualche “chimica” sconosciuta, perchè mi consumo senza cedere: ho accesso ad una resistenza assolutamente insolita. Non sento nulla, fatica e stanchezza sono un fattore statistico. Sono lucido, o almeno credo di esserlo. Ho gli occhi sulla palla o sto uscendo fuori partita? Sono nel deserto, in una foresta, tra le montagne: passo dopo passo, giorno dopo giorno, devo solo demolire ogni ostacolo che mi separa dall’orizzonte. I suoi capelli sono scuri, e nelle mie visioni la sua pelle è accarezzata dal tocco di un sole caldo. La mia mente è un motore immobile, ma la stanchezza allenta le catene della Bestia, le lascia abbastanza spazio per sussurrare durante la marcia: “Hai visto?! Hai voluto provare a nasconderti: l’appartamentino in provincia, in affitto con i vicini fastidiosi, l’ufficietto con le luci al neon che sembra una sgabuzzino per scope. L’asilo, gli altri genitori, la scuola vicino a casa. Hai provato a nasconderti. Hai tentato di tenermi buono lasciandomi scorrazzare sulle montagne per capre a cui sei tanto affezionato. Hai dimenticato ciò che sei: ti sei inquadrato, allineato, civilizzato, giustificandoti con un tocco naif, un ribelle a mezzo servizio. Bravo! Davvero bravo” La Bestia applaude divertita ”E cosa hai ottenuto? La nanerottola ti ha sbattuto la verità in faccia. Ha demolito i piani di tutti, ha spedito nel cesso tutte le vostre belle aspettative. Ha bruciato i tempi, è nata forte ma in anticipo, quando lo ha deciso lei. Te lo ha detto chiaro e tondo: non sarà una comparsa in una storia già scritta. Lei troverà la sua strada: è disarmata, priva di addestramento, ma sta già dando battaglia. Probabilmente è già più forte di te… Puoi darle una mano… oppure diventare uno di quei tanti noiosi ed inutili proletari borghesi che ogni adolescente deve giustamente sfanculare in gioventù. Perchè vedi, mia dolce pecorella inutile, ” – e nel dirlo la Bestia sorride compiaciuta- ”lei non ha scelto te: lei è qui per me. E’ me che è venuta a cercare! Fattene una ragione!!” Sono stanco, non posso fare altro che guardare la Bestia in silenzio: trascinarmi nel prossimo passo, verso la prossima tappa. Non ho verità da opporre alle sue. Non provo rabbia, non ho tempo per occuparmi di tutto questo. Devo avanzare, non posso fermarmi. Forse la Bestia se ne rende conto, il suo sguardo beffardo per un istante si trasforma, si acquieta, mentre si piega verso di me. “Io ti conosco. E posso ben dirlo: io ti conosco meglio di chiunque altro. Hai questa fissa di trattenerti, di contenerti, ma sei molto più, molto più di tutta questa miseria in cui ti piace sguazzare. E sarò sincero: a volte sei riuscito a spaventare anche me. Le cose si fanno decisamente pericolose quanto sei tu a tentare la sorte. Ma è quello che realmente sei.” Per un istante osservo la bestia e mi appare più umana di quanto lo sia io ora. “Questa volta non cercherò di ammazzarti, nè cercherò di liberarmi, di usurpare il tuo razionale dominio. No. Questa volta è diverso. La nanerottola mi piace, fa a me lo stesso effetto che fa a te. “– Sorride quasi affettuoso nel dirlo –”Le sue catene non mi vincolano, ma sono più forti delle tue. No. Questa volta sarà diverso: l’ego-maniaco ed il salvator-mundi dovranno darsi una mano. Questa cosa la faremo insieme. Ora Nostromo apri gli occhi: abbiamo un mondo nuovo da costruire, un regno nomade da conquistare, una principessa da incoronare!!”.

Davide”Birillo” Valsecchi

Arrampicare fa male

Arrampicare fa male

Sì, arrampicare fa male, soprattutto alla scrittura. Ho ripreso in mano alcuni miei scritti di cinque o sei anni fa… e sono rimasto a bocca aperta! Una volta scrivevo decisamente meglio! Non solo il modo con cui scrivevo era migliore, ma in quelle storie si respira una libertà che oggi mi sembra inarrivabile. Storie “aperte”, spesso solo abbozzate, solo contornate, in cui ognuno era libero di smarrirsi e ritrovarsi come meglio credeva. Il lettore era parte integrante, trascinato in un viaggio ci cui non era spettatore ma a proprio modo protagonista. Scrivevo con il chiaro intento di “sequestrare” il lettore, di rapirlo, di “rubargli del tempo” per portarlo “altrove”. Oggi, troppo spesso, mi preoccupo di cosa penserà chi legge, delle sue critiche, delle sue osservazioni, di quale sarà il prossimo stronzo tanto stupido da mettere in mezzo gli azzeccagarbugli per tutelare -senza successo- le proprie marchette. La poesia sembra spazzata via: tutto va giustificato, catalogato, etichettato. L’arrampicata dovrebbe essere il reame della libertà, l’emancipazione dalla gravità, ed invece si trasforma in un meschino e costante confronto, in un mercimonio funzionale, in una competizione con il righello in una mano, il trapano nell’altra ed il sacro picio al vento.

Nella mia mente, in cerca di risposte, ho elaborato un esempio: una gara di freccette in un pub inglese. Per descrivere questa scena inizierei dall’atmosfera, dalle ombre del locale nei riflessi delle luci del bancone. Gli odori, un misto di fumo, alcol ed umanità. I suoni, il vociare, le parole della canzone di sottofondo. Racconterei del barista, delle cameriere, degli avventori ai tavoli, soprattutto di quelli nascosti negli anfratti bui. Il loro sguardo, le loro vite, si fonderebbero con la storia principale raccontandola dal suo interno. Il suono delle freccette sul bersaglio diverrebbe il suono del tamburo, martellante e profondo, con cui ritmare la realtà. Se invece fosse un racconto di arrampicata si dovrebbe descrivere l’inclinazione del gomito, la torsione del polso, se il bersaglio era regolamentare e la distanza valida, marca/modello/produttore delle freccette, quanto era ghisato, se era la prima volta in quel pub, che tipo di allenamento era stato fatto, chi certifica il punteggio finale e quali sono gli sponsor da elencare. Il primo racconto sarebbe degno di Jack London o Tarantino, il secondo andrebbe bene per un documentario a sottotitoli, in tarda serata, su un’emittente privata, per ritardati in attesa di masturbarsi con le pubblicità per chat erotiche.

Badate bene, il problema non è il tecnicismo ma quanto l’aridità! L’arrampicata ha una propria specificità che, inevitabilmente, influisce sul lessico e sull’impostazione. Il problema però è l’assoluta povertà di contenuti, che paradossalmente diventa anche più evidente laddove ci si prefigge un universalità di fruitori. Grotteschi “genialoidi” che spacciano melense ed oleose banalità da cioccolatino, ammorbandole di una grandiosità fuori luogo, presa prestito o saccheggiata al passato, infarcendo tutto con concetti “a cancelletto” stile #pace #amore #armonia #siamotantobravieonesti #sponsorA #sponsorB #sponsorizzaMi. “Thugs” che come in un film di MadMax si dipingono di bianco la faccia e, spruzzandosi i denti d’argento spray, urlano orgogliosi “Ammirami!” …ben consapevoli che sui fittoni e circondato dai fotografi praticamente non corrono alcun rischio. Bene: se questo è il “meglio del meglio” io non voglio più fare parte di questo circo di polli e capponi!

Scrivere richiede fatica. Faticare per uno scopo significa lavoro, faticare senza scopo significa ricerca. Scrivere senza secondi fini significa inseguire un’idea per il solo piacere di catturarla e condividerla. Significa catturare una farfalla con le mani, trattenerla incolume per un secondo, lasciarla libera di volare via tra lo stupore dei presenti. Questo è scrivere, questo probabilmente è anche arrampicare. Ho lasciato che impoverissero la mia scrittura, non accadrà più.

Quindi sì, tutto questo antefatto solo per un messaggio di servizio: “Andatevene affanculo!”. Rosiconi e rompipalle imbastiti di magnesite sono pregati di impegnare le porte d’uscita e, senza salutare, abbandonare la nave. Adios! A mai più rivederci! Finalmente “Cima” lascia il porto e riprende una rotta che sembrava smarrita. Chi eventualmente decidesse di restare, pochi o tanti che siano non importa, indossi il giubbotto di salvataggio e si regga forte a qualcosa: “Aye aye Signore! Alla via così! Destinazione Ignota!”

Davide “Birillo” Valsecchi

Andrea è nata

Andrea è nata

Lunedì 26 Febbraio 2018, alle ore 10:04, è nata a Lecco Andrea “Anna” Valsecchi, figlia di Davide “Birillo” Valsecchi e di sua moglie Bruna “La Bergamasca” Galli. Bruna, domenica notte, ha iniziato ad avere delle contrazioni sospette. Pensavamo fossero dolori passeggeri e così, prima di andare al lavoro, l’ho accompagnata a fare un “controllino” in ospedale. La nanerottola era già sul “sentiero d’uscita” mentre, con assoluta nonchalance, siamo arrivati in Ospedale. Quando hanno visitato Bruna è scoppiato il pandemonio: Bruna aveva stoicamente affrontato tutto il travaglio (“Mi aspettavo facesse più male!”) e la bimba poteva nascere a momenti; tuttavia, essendo podalica a travaglio quasi completo, i medici hanno dovuto correre in fretta e furia per effettuare un parto cesareo d’urgenza.

Ora, dopo una prudenziale settimana di attesa, posso darvi l’annuncio. Andrea è nata di 2.1Kg e 45cm di lunghezza. Pesci, ascendente Toro. Essendo però in anticipo sulla tabella di marcia di quasi due mesi, è necessario che entrambe “bivacchino” per un po’ in ospedale affinché tutto vada per il meglio. Voglio però tranquillizzarvi: al momento stanno entrambe molto bene. La nanerottola è davvero bellina: io e lei oggi abbiamo “pisolato” insieme per cinque ore.

Come è andata? Beh, è stata una piccola grande avventura, è davvero una vera rivoluzione. Ora però, per favore, non vogliatemene se non vi racconto molto di più: nella “tana di tassi”, nella sancta sanctorum dove è custodita la piccola Andrea, questa volta lascerò entrare solo i fidati membri della nostro sgangherato equipaggio. I tassi, in silenzio, fanno quadrato attorno ai loro cuccioli.

A presto!

Davide “Birillo” Valsecchi

Ps: Sì, sono molto felice.

Il Nostromo dei Tassi

Il Nostromo dei Tassi

A bordo di una portaerei americana vengono imbarcati alcuni cannibali, con il compito di interpreti con le popolazioni locali delle isole del Pacifico. Il comandante della portaerei riunisce i cannibali e rivolge loro un breve discorso: “Ora fate parte della Marina degli Stati Uniti: dovete quindi comportarvi civilmente e – soprattutto – vi ricordo che è PROIBITO mangiarsi i membri dell’equipaggio!”. Per alcune settimane tutto fila tranquillamente, ma un giorno il comandante convoca i cannibali e dice loro: “E’ sparito il nostromo: non è in licenza, non è in franchigia, sappiamo che non è caduto in mare e che non ha disertato. Quindi: VE LO SIETE MANGIATO VOI!”. I cannibali per un po’ cercano di negare ma alla fine – di fronte alle precise accuse del comandante – sono costretti ad ammettere che si sono mangiati il nostromo; vengono quindi congedati disonorevolmente, e cacciati a pedate giù dallo scalandrone. Mentre, mestamente, si allontanano lungo la banchina, il capo dei cannibali dice agli altri antropofagi: “Ve l’avevo detto, io, di non mangiarvi il nostromo! In tutto questo tempo ci siamo mangiati tre guardiamarina, un sottotenente di vascello, due capitani di corvetta e addirittura un capitano di fregata, e nessuno si è accorto di niente… Avete voluto mangiarvi anche il nostromo, e guardate che casino che è successo!”

Davide “Birillo” Valsecchi
Nostromo dei Tassi del Moregallo
ISN – IsolaSenzaNome

Il tuo tempo migliore

Il tuo tempo migliore

E adesso cosa resta della nostra età? Se togli la ribalta, la radio, la musica, la fama e la voglia di riscrivere daccapo una storia irrisolta. Me lo chiedi e siamo dentro a un bar, e sei davvero stanca e hai perso gli occhi in una banca. E hai un contratto nuovo come protesi. Eri più bella quando non eri di nessuno, eri più bella quando eri gratis. Eri più bella quando rischiavi, eri più bella. Eri più bella come ipotesi. E non chiedevi altro alla vita che uscirne sudata e coi polsi tremanti, le ginocchia sporche, una luce negli occhi. E non è piangere e non è urlare, ridere forte da spaccare i vetri. Rompere le cose, finché ne hai, morire di vino e soste leggere, e a pochi passi dalla fine ubriacare le paure. E risorgere tramortiti il giorno dopo, in un albergo con una vasca di squali nel cervello ed un’elica che ti solleva il petto. Stupidi come l’amore, saggi come l’incoscienza, senza più pensieri da gettare in mare. Senza più parole per abboccare. Scoprire sempre dopo che per sempre non c’è tempo. Amarsi più forte di lavorare. Avere sempre meno ore. Che davvero non c’è tempo, non c’è tempo. E sei tu il tuo tempo migliore.

Il tuo tempo migliore

E mi chiedi cos’è questo bisogno di spingersi al limite. E fare sempre la scelta sbagliata per vedere che succederà. E non farsi mai andare bene quel poco di pace prima del buio. Dover lasciar vincere il vento. Mischiare la pelle ed esplodere, il cuore e ancora. Ti cerco nei giorni migliori, ti cerco nei sorrisi degli altri, che non sorridono mai. Come te. E non chiedevi altro alla vita che uscirne sudata e coi polsi tremanti, le ginocchia sporche, una luce negli occhi. E non è piangere e non è urlare, ridere forte da spaccare i vetri. Rompere le cose, finché ne hai, morire di vino e soste leggere, e a pochi passi dalla fine ubriacare le paure. E risorgere tramortiti il giorno dopo in un albergo, con una vasca di squali nel cervello ed un’elica che ti solleva il petto. Stupidi come l’amore, saggi come l’incoscienza. Senza più pensieri da gettare in mare. Senza più parole per abboccare. Scoprire sempre dopo che per sempre non c’è tempo. Amarsi più forte di lavorare. Avere sempre meno ore. Che davvero non c’è tempo, non c’è tempo. E sei tu il tuo tempo migliore. Il tuo tempo migliore. Bruciare sempre, spegnersi mai.

Cristo santo, Birillo, chiuso a quarant’anni in un loculo senza finestre non puoi piangere per una canzone… Te lo dico da amico: alla nanerottola serve un padre, non uno zombie che paga i conti. Apri quei tuoi cazzo di occhi azzurri, riaccendi quella luce violenta ed intensa che come un faro inchioda la vita. La primavera è alle porte, Birillo, la primavera è alle porte!!!  

Roda di Vaèl – Parete Rossa

Roda di Vaèl – Parete Rossa

[Alessandro Gogna – Rassegna Alpina Marzo/Aprile 1969] Nel trascorso inverno poverissimo di imprese alpinistiche, eccezionali o meno, ci è giunta desiderata la notizia della conquista invernale della via Concilio Vaticano Secondo, sulla Parete Rossa della Roda di Vael. Questa via ha appena sei anni di storia, eppure, molte sono state le avventure che vi sono state vissute. Già nel Natale 1962 i Colibrì, guidati da Peter Siegert, che pochi giorni dopo avrebbero dovuto concentrare l’attenzione dl tutti con la loro sfibrante impresa sulla Nord della Cima Grande di Lavaredo, avevano tentato la prima invernale (e prima ripetizione). Furono costretti a desistere e deviare sulla via Maestri, concludendo insieme con i monzesi Vasco Taldo e Nandino Nusdeo. Freddo intenso e scarsa attrezzatura sono stati i motivi della rinuncia.

La «prima» era stata compiuta dal 6 al 9 settembre 1962, ideata e condotta dal noto Bepi Defrancesch, con i suoi compagni Cesare Franceschetti, Quinto Romanin ed Emiliano Vuerich. La via si inserisce tra il classico itinerario «Buhl», di Lothar Brandler e Dietrich Hasse, del 1958, e il più artificiale itinerario diretto di Cesare Maestri e di Claudio Baldessari, del 1960. Fu immediatamente denominata la «superdirettissima», anche se battezzata «via del Concilio Vaticano Secondo», per continuare la tradizione della «Olympia ’60 » e di «Italia ’61» aperte sul Catinaccio e sul Piz Ciavazes. Nel 1963 Defrancesch avrebbe potuto continuare aprendo magari un nuovo itinerario del «Centenario del CAl», ma ha preferito aspettare il 1968, per il «Cinquantenario di Vittorio Veneto», sul Piccolo Vernel. Ormai tutte le vie della Parete Rossa erano state percorse d’inverno perfino la difficilissima Eisenstecken, vinta dagli altoatesini Holzer e Authier: Heini Holzer (lo «spazzacamino»), uno dei rappresentanti del fortissimo nucleo di alpinisti italiani di lingua tedesca, di cui Reinhold Messner e senza dubbio il nome più importante. Mancava solo la salita della «superdirettissima». Così, tanti sono i tentativi andati a male, d’estate e d’inverno. Claude Barbier torna indietro, ed anche Marco Dal Bianco.

I più accaniti sono Giorgio Brianzi di Cantù (da pochi giorni Accademico del CAI), e Franco Gastaldelli, detto «Califfo», di Milano. Moltissime volte si portano da Milano al rifugio Paolina. Poi all’attacco con il materiale, poi ritornano. Quando attaccano per la prima volta, al sesto tiro di corda crolla un intero terrazzino sotto i loro piedi. Rimangono fortunosamente appesi ai chiodi.

Ritornano ancora il 17 marzo 1968, con Paolo Armando e con me; bivacchiamo sulle amache dopo quattro lunghezze. Il giorno dopo ci spingiamo fino a due terzi della parete. Qui, dopo lunghe incertezze, decidiamo che le cose sarebbero ancora andate troppo per le lunghe. L’unico parere contrario è quello di Brianzi, che vorrebbe invece continuare. Così scendiamo, e traversiamo sulla via Maestri; altro bivacco, e poi giù per un diedro strapiombante, fino al tetto triangolare, tutto in artificiale, in discesa. Ormai per Giorgio Brianzi è un chiodo fisso, ed ha ragione.Troppo tempo, troppa fatica e denaro ha speso per quella via.

Il 14 giugno 1968, ritorna ancora, con il «Califfo». Questa è la volta buona per la prima ripetizione, insieme a loro però, ci sono anche due lecchesi, Aldo Anghileri e Piero Ravà, e due bolzanini, Dante Belli e Sereno Barbaceto. Con due bivacchi escono in vetta, in mezzo ad una tormenta di nevischio, e così la via che per sei anni non era stata ripetuta da nessuno, improvvisamente e stata salita da sei alpinisti.

Ma la lotta non è ancora finita. Fine dicembre 1968, il freddo eccezionale scoraggia i tentativi. Ma il 5 gennaio il tempo è ancora bello, e il freddo meno intenso. Il Califfo non è della partita perchè non è sufficientemente allenato. Compagno di Brianzi è Tiziano Nardella di Milano. I due stanno tre giorni in parete, fino al 7, costretti ad arrampicare sulla muraglia gialla e strapiombante con i guanti, ed a volte persino di notte, come alla fine del secondo giorno, per raggiungere una nicchia, l’unico posto buono per bivaccare.

Una partenza discreta la loro, senza informare alcuno, tranne un paio di amici; è il costume classico e po’ tramontato del vecchio alpinismo, schivo del clamore pubblicitario. Raggiunta l’alta val d’Ega hanno preso la seggiovia del Paolina, avvicinandosi ad una delle pareti più illustri e più «dolomitiche», cui le vicende hanno legato nomi grossi: Emilio Cornici, Toni Egger, per vincere la parete; Angelo Dibona, molti anni prima, per salire uno splendido itinerario, il solo allora possibile, tutto a destra delle placche gialle e rosse; e poi Lothar Brandler e Dietrich Hasse, e Cesare Maestri, e Otto Eisenstecken.

E ora Brianzi e Nardella, su questo appicco di 400 metri, su questa via a goccia d‘acqua, che possiamo collocare al limite delle possibilità dolomitiche, e nell‘ambito delle ascensioni classiche, indiscutibilmente fedele all’etica più pura, su cui i chiodi a pressione solo necessari e pochissimi, e molti e difficili sono i passaggi in arrampicata libera, le lunghezze «estreme». Essa soddisfa i conservatori che negano la validità delle sfilze di chiodi e nel contempo suscita il rispetto degli specialisti dell‘artificiale uno, due, e tre. Quindi il massimo di un genere. Brianzi e Nardella sono saliti in questo regno di placche e tetti gialli, incontrando neve su ogni terrazzino, e molto freddo, specie al mattino e di notte. All’uscita in vetta, verso le 16.30 del 7 gennaio, trovano ghiaccio e neve fresca, dove la parete perde la sua verticalità. Il ritorno non è stato drammatico, ma assai faticoso. I due nuotavano nella neve fresca, ed hanno impiegato sedici ore dalla vetta al rifugio. D’estate in due ore si può già essere con le gambe sotto un tavolo a bere birra a volontà.

Ad un certo momento decidono, nella nebbia più fitta, di scendere direttamente in basso, per guadagnare al più presto la carozzabile, 650 metri più in basso. Ma non è possibile scendere su quel terreno, sfondano fino alla gola, a volte sparendo improvvisamente per un buco sotto i piedi. Altro momento scoraggiante è stato quando i due, deciso di abbandonare tutto il materiale sotto un masso, incominciano a camminare, e dopo mezz’ora si ritrovano sotto lo stesso masso.

ALESSANDRO GOGNA

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