Roda di Vaèl – Parete Rossa

Roda di Vaèl – Parete Rossa

[Alessandro Gogna – Rassegna Alpina Marzo/Aprile 1969] Nel trascorso inverno poverissimo di imprese alpinistiche, eccezionali o meno, ci è giunta desiderata la notizia della conquista invernale della via Concilio Vaticano Secondo, sulla Parete Rossa della Roda di Vael. Questa via ha appena sei anni di storia, eppure, molte sono state le avventure che vi sono state vissute. Già nel Natale 1962 i Colibrì, guidati da Peter Siegert, che pochi giorni dopo avrebbero dovuto concentrare l’attenzione dl tutti con la loro sfibrante impresa sulla Nord della Cima Grande di Lavaredo, avevano tentato la prima invernale (e prima ripetizione). Furono costretti a desistere e deviare sulla via Maestri, concludendo insieme con i monzesi Vasco Taldo e Nandino Nusdeo. Freddo intenso e scarsa attrezzatura sono stati i motivi della rinuncia.

La «prima» era stata compiuta dal 6 al 9 settembre 1962, ideata e condotta dal noto Bepi Defrancesch, con i suoi compagni Cesare Franceschetti, Quinto Romanin ed Emiliano Vuerich. La via si inserisce tra il classico itinerario «Buhl», di Lothar Brandler e Dietrich Hasse, del 1958, e il più artificiale itinerario diretto di Cesare Maestri e di Claudio Baldessari, del 1960. Fu immediatamente denominata la «superdirettissima», anche se battezzata «via del Concilio Vaticano Secondo», per continuare la tradizione della «Olympia ’60 » e di «Italia ’61» aperte sul Catinaccio e sul Piz Ciavazes. Nel 1963 Defrancesch avrebbe potuto continuare aprendo magari un nuovo itinerario del «Centenario del CAl», ma ha preferito aspettare il 1968, per il «Cinquantenario di Vittorio Veneto», sul Piccolo Vernel. Ormai tutte le vie della Parete Rossa erano state percorse d’inverno perfino la difficilissima Eisenstecken, vinta dagli altoatesini Holzer e Authier: Heini Holzer (lo «spazzacamino»), uno dei rappresentanti del fortissimo nucleo di alpinisti italiani di lingua tedesca, di cui Reinhold Messner e senza dubbio il nome più importante. Mancava solo la salita della «superdirettissima». Così, tanti sono i tentativi andati a male, d’estate e d’inverno. Claude Barbier torna indietro, ed anche Marco Dal Bianco.

I più accaniti sono Giorgio Brianzi di Cantù (da pochi giorni Accademico del CAI), e Franco Gastaldelli, detto «Califfo», di Milano. Moltissime volte si portano da Milano al rifugio Paolina. Poi all’attacco con il materiale, poi ritornano. Quando attaccano per la prima volta, al sesto tiro di corda crolla un intero terrazzino sotto i loro piedi. Rimangono fortunosamente appesi ai chiodi.

Ritornano ancora il 17 marzo 1968, con Paolo Armando e con me; bivacchiamo sulle amache dopo quattro lunghezze. Il giorno dopo ci spingiamo fino a due terzi della parete. Qui, dopo lunghe incertezze, decidiamo che le cose sarebbero ancora andate troppo per le lunghe. L’unico parere contrario è quello di Brianzi, che vorrebbe invece continuare. Così scendiamo, e traversiamo sulla via Maestri; altro bivacco, e poi giù per un diedro strapiombante, fino al tetto triangolare, tutto in artificiale, in discesa. Ormai per Giorgio Brianzi è un chiodo fisso, ed ha ragione.Troppo tempo, troppa fatica e denaro ha speso per quella via.

Il 14 giugno 1968, ritorna ancora, con il «Califfo». Questa è la volta buona per la prima ripetizione, insieme a loro però, ci sono anche due lecchesi, Aldo Anghileri e Piero Ravà, e due bolzanini, Dante Belli e Sereno Barbaceto. Con due bivacchi escono in vetta, in mezzo ad una tormenta di nevischio, e così la via che per sei anni non era stata ripetuta da nessuno, improvvisamente e stata salita da sei alpinisti.

Ma la lotta non è ancora finita. Fine dicembre 1968, il freddo eccezionale scoraggia i tentativi. Ma il 5 gennaio il tempo è ancora bello, e il freddo meno intenso. Il Califfo non è della partita perchè non è sufficientemente allenato. Compagno di Brianzi è Tiziano Nardella di Milano. I due stanno tre giorni in parete, fino al 7, costretti ad arrampicare sulla muraglia gialla e strapiombante con i guanti, ed a volte persino di notte, come alla fine del secondo giorno, per raggiungere una nicchia, l’unico posto buono per bivaccare.

Una partenza discreta la loro, senza informare alcuno, tranne un paio di amici; è il costume classico e po’ tramontato del vecchio alpinismo, schivo del clamore pubblicitario. Raggiunta l’alta val d’Ega hanno preso la seggiovia del Paolina, avvicinandosi ad una delle pareti più illustri e più «dolomitiche», cui le vicende hanno legato nomi grossi: Emilio Cornici, Toni Egger, per vincere la parete; Angelo Dibona, molti anni prima, per salire uno splendido itinerario, il solo allora possibile, tutto a destra delle placche gialle e rosse; e poi Lothar Brandler e Dietrich Hasse, e Cesare Maestri, e Otto Eisenstecken.

E ora Brianzi e Nardella, su questo appicco di 400 metri, su questa via a goccia d‘acqua, che possiamo collocare al limite delle possibilità dolomitiche, e nell‘ambito delle ascensioni classiche, indiscutibilmente fedele all’etica più pura, su cui i chiodi a pressione solo necessari e pochissimi, e molti e difficili sono i passaggi in arrampicata libera, le lunghezze «estreme». Essa soddisfa i conservatori che negano la validità delle sfilze di chiodi e nel contempo suscita il rispetto degli specialisti dell‘artificiale uno, due, e tre. Quindi il massimo di un genere. Brianzi e Nardella sono saliti in questo regno di placche e tetti gialli, incontrando neve su ogni terrazzino, e molto freddo, specie al mattino e di notte. All’uscita in vetta, verso le 16.30 del 7 gennaio, trovano ghiaccio e neve fresca, dove la parete perde la sua verticalità. Il ritorno non è stato drammatico, ma assai faticoso. I due nuotavano nella neve fresca, ed hanno impiegato sedici ore dalla vetta al rifugio. D’estate in due ore si può già essere con le gambe sotto un tavolo a bere birra a volontà.

Ad un certo momento decidono, nella nebbia più fitta, di scendere direttamente in basso, per guadagnare al più presto la carozzabile, 650 metri più in basso. Ma non è possibile scendere su quel terreno, sfondano fino alla gola, a volte sparendo improvvisamente per un buco sotto i piedi. Altro momento scoraggiante è stato quando i due, deciso di abbandonare tutto il materiale sotto un masso, incominciano a camminare, e dopo mezz’ora si ritrovano sotto lo stesso masso.

ALESSANDRO GOGNA

Claudio Bartoli

Claudio Bartoli

Sul numero 8 del bimestre gennaio-febbraio (1969) della Vostra rivista è stato pubblicato l’articolo del nostro Socio Claudio Bartoli, dal titolo: «Ciarforon, Montagna amica». Ora purtroppo il giovane Bartoli è tragicamente perito la vigilia di Pasqua, travolto da una slavina nei pressi del Rifugio «Ai Caduti dell’Adamello». Vi trasmettiamo lo stesso un suo articolo lasciando a voi il giudicare se sia il caso di riprodurlo su Rassegna Alpina. Aldo Varisco, Segretario C.A.l. Brescia

* Abbiamo qui sul tavolo la lettera con cui Claudio Bartoli offre la sua collaborazione a Rassegna Alpina, con quella dell’amico fotografo Manuel Fasani, per «far conoscere ai giovani, in un periodo in cui non si parla che di sesto grado, anche gli itinerari classici con difficoltà medie, in particolare vie, e versanti oggi poco frequentati, dove la montagna è bella e incontaminata». Questo ci scriveva Claudio Bartoli, giovanissima promessa dell’alpinismo che aveva in primo luogo captato il vero spirito della montagna. Con la quale aveva instaurato un personalissimo rapporto, che traspare schietto dalle righe del suo articolo pubblicato sul precedente numero della rivista, quale inizio della sua collaborazione: «Ciarforon, montagna amica». Ora che la montagna gli è stata così crudelmente nemica, non ci rimane che il suo ricordo ed il suo esempio da proporre agli altri giovani che verranno dopo di Lui. Il suo ultimo articolo «Thurwieser, spigolo Est» verrà pubblicato sul prossimo numero e un altro giovane collaboratore di Rassegna Alpina, Alessandro Gogna, darà l’ultimo saluto al compagno caduto nel perseguimento dell’ideale.

«Thurwieser, spigolo Est»
Questa non è la relazione di una «prima» su qualche spaventosa muraglia dolomitica o di qualche spedizione in terre lontane: è semplicemente il tragicomico racconto di una bella ascensione su una bellissima montagna. Protagonisti dell’ascensione sono tre individui che rispondono, oltre che a urlacci e maledizioni, anche ai nomi di Fausto il Nibelungo, così soprannominato per la sua sconcertante somiglianza con un figlio della razza ariana, cosa che ha provocato incidenti diplomatici con guidatori nazionalisti, e che è il bimbo della compagnia (18 anni); Manuel, cultore del prezioso dialetto bresciano e fotografo e il sottoscritto: i vecchi (19). Già da molto tempo avevamo nel nostro programma di ascensioni la salita della Punta Thurwieser, m. 3645, situata nello splendido gruppo dell’Ortles, salita (per lo spigolo Est) giudicata dai sacri testi alpinistici piuttosto difficile. Sicché un bel giorno, esattamente il 21 luglio, Manuel ed io, saltati, come si suol dire, nelle brache, salpiamo alla volta di Pontedilegno dove, immerso in ozi capuani ci attende Fausto. La sua mamma, con l’abituale gentilezza, ci rimpinza di casoncelli e Manuel furtivamente ne incarta uno con l’intento di portarselo in cima alla Thurwieser come viatico. Annebbiati e barcollanti saliamo sulla corrierina che ci porta fino a S. Caterina Valfurfa. Quivi entra in funzione l’«autostop» o «ditone» come icasticamente lo definiamo. Con tale mezzo eccoci a Bormio, dove iniziamo le ricerche della promessa Jeep che ci dovrebbe portare in fondo alla Val Zebrù. Per le vie di Bormio siamo ammirati come rarità zoologiche dal villeggianti inguainati in rutilanti calzoni e magliette, mentre nell’aria si spandono le dolci note di un villereccio… giradischi. Molto confortante. Finalmente, dopo lunghe e affannose ricerche di un Bar Roma, effettuate principalmente da Manuel, che essendo privo della «erre» confonde le idee ai pacifici indigeni, troviamo finalmente il guidatore della jeep che è anche guida e gestore del rifugio V Alpini che si chiama Pierino Confortola, che ci è stato di grande aiuto, persona gioviale e cortesissima. Con la macchina saliamo la suggestiva e selvaggia Val Zebrù (17 km. circa) e poi a piedi fino al piccolo e accogliente rifugio, ivi troviamo la quattrenne figlia del gestore, la quale insindacabilmente stabilisce che salirà domani con noi la Thurwieser. Il gestore ci indica l’itinerario di salita, che si nasconde dietro nuvolaglie grigie. Ma il mattino seguente ci porta la sorpresa di un cielo superbamente stellato. Ci prepariamo esultanti alla partenza. Per la subdola Vedretta dello Zebrù giungiamo al Passo dell’Ortles dopo circa due ore. Ci assale un poderoso vento che ci induce a salire rapidamente su per la cresta dei Coni di Ghiaccio scelti ieri sera come itinerario di avvicinamento alla nostra cima. La cresta si presenta difficile per la molta neve e il vetrato. Proseguiamo abbastanza svelti, ma Fausto e immerso in un sonno profondo dal quale non lo strappano nemmeno le nostre orrende maledizioni. Sorge il sole proprio quando siamo in un momento critico: un passaggio difficile. scoraggiamento serpeggiante, e Fausto che dorme. Il momento difficile è però superato, e presto ci troviamo, dopo la salita di un ripidissima canalino ghiacciato, sulla vetta dei Coni di Ghiaccio. Foto di Manuel, espertissimo in diaframmi e tempi di posa, e adesso un po’ di cioccolato. Dal mio sacco escono chiodi, martelli, un pezzo di fetentissimo gorgonzola che fa svegliare momentaneamente Fausto; calze e pedalini, ma cioccolata niente. Pazienza. In breve siamo al colletto nevoso tra Coni di Ghiaccio e Thurwieser. Di qui si slancia in alto il bellissimo ed elegante spigolo Est della nostra cima. Si tratta di una affilata lama di neve e ghiaccio, alta circa 200 metri con l’inclinazione media di 50°, e un’impennata finale sui 60°. Pausa di meditazione. Preparato il materiale, partenza. L’inizio è abbastanza agevole, la neve è durata. Sicuri ci alziamo filata dietro filata per 150 metri a cavallo tra due baratri, e Manuel borbotta qualcosa sulla parte dalla quale sarebbe più salutare cadere. Gli ultimi 50 metri sono di ghiaccio vivo. Con fatica riusciamo a piantare nella grigiastra superficie vetrosa un chiodo piuttosto malsicuro dopo 20 metri «violenti». Finalmente riusciamo ad afferrare una esile corda fissa per la quale ci inerpichiamo leggeri leggeri (c’è chi non può; leggi Manuel) per evitare ripercussioni sull’ignoto aggancio della corda. Arrivati all‘aggancio, peraltro solidissimo, ci restano 80 metri di roccette quasi verticali e della consistenza di un biscottino da tè, tutte sporche di neve fresca e poi la esile, ertissima cima della Thurwieser. Il tempo è sempre favoloso, la fortuna è con noi. La sconteremo amaramente questa fortuna alle Jorasses, al Badile, alla Tour Fionde… Dopo una breve sosta via in discesa. Alla fine della corda fissa prepariamo una «doppia» il cui allestimento in mezzo a un ingarbugliamento di chiodi, cor- dame e gambe aggrovigliate, in circa mezzo metro quadrato di terrazzino, è stato così rapido e funzionale da meritare le lodi del nostro capo istruttore signor Tullio Corbellini che adesso stiamo immaginando sperduto nelle desolate lande groenlandesi. Arriviamo festanti al colletto, poi per un ripido canalone, scivoliamo con tragiche conseguenze per il fondo dei nostri calzoni fino sulla vedretta dello Zebrù, e di qui al rifugio, dopo numerose discussioni con alcuni crepacci. Sono le quattordici. Il gestore si congratula con noi, primi salitori annuali (!!!) della Thurwieser. Ci aspetta un pomeriggio di ozio. Ma ahimè, la quattrenne figlia del gestore è assai risentita con noi perchè non l’abbiamo portata sulla Thurwieser. Ecco dunque che trascorriamo tre ore in dilettevoli giochetti di società al termine dei quali Fausto si trova legato per il collo con un cordino, mentre la piccola gioca al boia. Salviamo il compagno e dopo un lungo ed intenso pasto, ci trasferiamo nelle ospitali cuccette. Durante la notte avvengono strani fenomeni: la pila di Fausto illumina il famoso pezzo di gorgonzola che attraversa con mezzi propri la camera e sparisce sotto la porta per non farsi rivedere mai più. Al mattino siamo brutalmente svegliati alle ore 8 per scendere a S. Caterina in jeep. Il tempo brutto provoca l’egoistica contentezza di Manuel (chè bròt, ma nòtri ‘an fà nulla) (è brutto ma a noi non importa, n.d.r.). In breve siamo sul marciapiede della strada del fondo valle. Sono le nove, fino alle undici nessuno ci rimorchierà. La sofferenza è grande. Per sopportarla, inganniamo il tempo e l’attesa macinando un numero incredibile di belle banane (credo di averne mangiate sei…) acquistate presso un furgoncino di frutta. Per due ore siamo oggetto di cortese attenzione da parte di mamme e bimbi in villeggiatura (vedi Pierino? Anche tu se fai il cattivo diventerai cosi…). Finalmente alcune anime buone, di cui una guidava a 70 all’ora sulla strada del Gavia provocando sommovimenti nelle budella di Manuel particolarmente sensibile alla guida veloce, giungiamo a Pontedilegno. Pausa gastronomica e poi, lasciato Fausto, in autostop torniamo a Brescia.

CLAUDIO BARTOLI

Ricordo di Claudio Bartoli – Alessandro Gogna
Una sera di fine gennaio sono andato al CAI di Brescia per tenere una proiezione di diapositive. Non immaginavo di incontrare due ragazzi simpaticissimi, con cui fosse quasi obbligatorio stringere amicizia. Una coppia terribile, Claudio Bartoli e Manuel Fasani. Il letterato ed il fotografo, si erano divisi bene il compito, nelle «public relations». Ed ora sono costretto a scrivere queste poche righe, che vogliono essere l’ultimo saluto ad un amico troppo poco conosciuto, ma che in breve tempo si è rivelato come una delle poche promesse giovani dell’alpinismo e della letteratura alpinistica. Non so da quanto tempo andasse In montagna. Volutamente non mi sono interessato della meccanica del tragico incidente. Non conosco quali salite abbia compiuto. Di lui ricordo una grande simpatia e spontaneità immediata, un’intelligenza viva, una volontà sorprendente. Forse anche a Lui sono riuscito subito simpatico, ed è per me il più bel ricordo. Forse in me vedeva un fratello maggiore (non di tanto), con ancora le sue stesse idee, lo stesso entusiasmo. Forse io vedevo in lui ciò che ero pochi anni fa: gli autostop disperati, le marce notturne, la fame, Il portafogli vuoto, le prime conquiste a lungo sognate… «Siamo tre ragazzi, da soli, ci siamo studiati la via sulle carte, sulla guida, tutto da noi; siamo partiti e siamo qui senza il maestro che ci guida. Un po’ di paura, naturalmente». Mi sembra di leggere il mio diario. Dopo la serata, non volevamo più andare a dormire. Parlare, ridere, scherzare. Progetti. Quel suo umorismo particolare, uguale a voce e per iscritto. Poi la notizia sul giornale, qualche mese dopo, improvviso, brutale. Ci tenevo a che diventasse un ottimo alpinista (non lo era forse già?), che scrivesse, che muovesse le acque in questa palude giovanile, in cui nessuno scrive e tutti fanno il « sesto ». E così, quando ho capito che non poteva più vivere si è spezzato qualcosa anche dentro di me.

«Ciarforon, montagna amica»
Infatti, vista dal sentiero che ripidissimo conduce da Pont in Valsavarenche, Val d’Aosta, al rifugio Vittorio Emanuele II, si mostra con le linee panciute della calotta nevosa, simile a una bella testa calva; vien voglia di passarci sopra una mano per sentirne la levigatezza. E una sensazione piacevole, amica. Ma seguitiamo sul sentiero e facendo attenzione a non tagliar la strada a qualche stambecco, si nota che la calotta comincia ad alzarsi e si vedono a poco a poco i fianchi del monte. Ecco che ci si rende conto delle dimensioni: per andare ad accarezzare quella bella e tonda superficie sarebbe necessario un braccio di cinquecento metri. Domina la scena la parete N, il versante più bello di tutta la montagna. Una parete superba. Un grasso rigonfiamento brulicante di seracchi in basso. Duecento metri al di sopra, la crepaccia terminale, di cui farò ben presto la conoscenza. Una fascia di rocce a destra, un muro di ghiaccio alto da 30 a 60 metri a sinistra, che fascia tutta la parte alta. Tra rocce e muro un passaggio buio e freddo. Ai piedi della parete il ghiacciaio di Moncorvé, bianca distesa variegata. Dietro a quello una lunga morena fino al rifugio. Poi il rifugio, alta costruzione rivestita di lamiera, scintillante. Dietro il rifugio, tre giovanotti con sacchi informi, lingue penzolanti, occhi rivolti al… monte. Ovviamente siamo noi due e un nostro amico che ha la funzione di portatore a causa della sua bontà d’animo che non gli permette di protestare. In rifugio disponiamo in bell’ordine trentadue scatolette sul tavolo (tonno, carne, lingua, frutta) e ci nutriamo copiosamente. Poi,riflessioni. Eccoci arrivati da Brescia in un sol balzo con l’auto di mio padre (sono lontani i tempi in cui ogni mia partenza per l’Alpe era preceduta da invocazioni e minacce!) sotto una parete poco conosciuta e piuttosto «sulle sue», in un gruppo di montagne selvaggio e mai visto prima. Adessi ci siamo. «E domani vedremo», filosofica e lapidaria sentenza, dopo la quale ce ne andiamo a letto. 19 settembre ore 6,30. Siamo seduti sull’orlo della morena e ci allacciamo i ramponi. Il ghiaccio è solcato dalle tracce degli Alpini della Scuola di Aosta, che si sono esercitati qui ieri. Dietro alle montagne dell’alta Val d’Aosta, qualche nuvola. Là in fondo, a Pont, si dorme della grossa. A quest’ora, in montagna, sembra di stare nel vetro. In un vetro biancazzurro, freddo. Un bel silenzio, «alto» se vogliamo l’immagine poetica. Rumori di fondo: i ramponi che stridono e il mio amico fotografo che si soffia il naso arrossato dal freddo. Sosta. Gli intrugli propinatici per colazione ribollono nelle oscure profondità. Riposo. Uno sguardo di insieme su quest’angolo di mondo: il ghiacciaio è racchiuso in una conca ampia, accogliente; col sole dev’essere una meraviglia. Adesso sembra di essere sulla luna. Un livido laghetto in basso nella morena. E sempre, il rombo di un jet che riempie il cielo e una striscia di vapore rosato dietro la macchia scintillante. Siamo sulla linea Milano-Ginevra. A quest’ora, la hostess (commenti salaci) passerà con il primo caffè, caffè vero. Chissà dove va. Il rumore fa compagnia. Partenza. Mancano circa 700 metri alla cima e 400 al crepaccio terminale. Iniziamo con una lunga diagonale (nella parte in ombra della fotografia, a sinistra). Conduce il fotografo. Nuove prospettive del Ciarforon e delle zone intorno; in alto la verticalità non si nota, tutto appare schiacciato. In basso le allegre bocche dei crepacci. In fondo alla scena, la cima del Bianco occhieggia tra le nuvole. Sei occhi supplichevoli la guardano. In breve siamo al crepaccio terminale, in cui cado. La cosa mi secca e la parte del mio corpo dalla vita in giù reclama la luce. La ottiene presto. Un’occhiata in su, un colpo ai calzoni che tendono a cadere, brandisco la piccozza e parto. Gloria per tutti! il pendio è molto ripido (50°),la neve tiene. Quaranta metri, un bel chiodo a vita nel ghiaccio, colpi di piccozza per scavare una piazzola di sosta e il rituale «Parti!». Quante volte ho ripetuto questi gesti meravigliosi! Ma cui è diverso. Siamo tre ragazzi, da soli, ci siamo studiati la via sulle carte, sulla guida, tutto da noi; siamo partiti e siamo qui senza il maestro che ci guida. Un po’ di paura, naturalmente. Sale il secondo. Sono felice di starmene attaccato al ghiaccio, li in mezzo, legato a un chiodo, insolentito dal basso perchè non recupero la corda al millimetro. Mangiamo una marmellata, uno sopra l’altro, ramponi e casco a contatto. Riparto. Sempre più ripido, ma non verticale nè difficilissimo. Richiede un po’ di cautela, ecco. E un minimo di tecnica. Il canalino. La faccenda è grama, sento il ghiaccio vivo sotto i ramponi. Ma ne usciamo bene. La valle si è inabissata, lo spettacolo è bello, come sono belle le facce ridenti e spettinate dei miei compagni, la mia piccozza che fa zampillare schegge di ghiaccio dal pendio. in basso la neve si colora di arancio e poi scintilla: è sorto il sole, ma qui non lo vediamo. incidentalmente fa un freddo cane. Ultime tirate di corda su ghiaccio ripido e neve polverosa. Chiodo, attenzione, calma e parolacce. E poi sbuchiamo in cima, col sole. Noi tre, in cima al Ciarforon, saliti dalla parete N, che proprio una passeggiata non è, tant’è vero che l’ha salita anche Bonatti, figurati, e poi l’ha detto anche Carlo, ma sì, quello del Badile, quello che ha fatto la Major… Noi tre, che ieri eravamo a quest’ora a preparare i bagagli, adesso siamo qui in cima. Uno sguardo in giro. La Grivola (l’anno prossimo, da Nord Ovest) domina ad Est. Poi la favolosa parete NO del Gran Paradiso che col Kilimangiaro è il sogno del nostro secondo di cordata. La pianura lontana, luci e ombre. Il Monte Bianco, le Grandes Jorasses (un mese fa eravamo là sopra); un luogo meraviglioso, la cima spaziosa del Ciarforon nel gruppo del Gran Paradiso. Seduti sulle corde noi tre soli, mangiamo. lo fumo la pipa con grande costernazione altrui. Sbrendoli di nebbia passano via. Il tempo è bello; qui sulla nostra testona calda e candida. Bel colpo, ragazzi! Il rifugio brilla col suo rivestimento di lamiera là in fondo. Sono le 10,30: Evviva! che tanto di tempo ce n’è.

CLAUDIO BARTOLI

Giovanni Giarletta

Giovanni Giarletta

“Alla guerriera bella e senza amore un cavaliere andò ad offrire il cuore” Ho conosciuto Giovanni quando era venuto ai Corni per ripetere alcune classiche. Pensavo fosse uno dei tanti che erano giunti all’Isola in cerca di “qualcosa”, era amico di amici nel soccorso, così gli chiesi se poteva scrivere due righe sulle sue salite ai Corni. E con grande disponibilità così fece: “L’idea che mi ero fatto di questa zona era di un alpinismo diverso da quello praticato in Grignetta (montagna alla quale sono particolarmente legato perché quella che più ha contribuito con le sue guglie e le sue vie di arrampicata alla mia formazione alpinistica). Un’arrampicata classica mista artificiale, faticosa e mai scontata con una forte componente psicologica era il quadro che infatti avevo dipinto nella mia mente. Così, incuriosito e desideroso di voler verificare di persona storie/aneddoti letti e sentiti, ho accolto volentieri la proposta del mio compagno di cordata Luca di ripetere la via Stella Alpina al Corno Orientale di Canzo.”

Mi piaceva la sua visione e la sua genuinità, così gli chiesi di scrivere ancora quando aveva tempo. Ed infatti mi inviò il racconto della Cassin al Sasso Cavallo. Spesso erano poi i suoi amici ad inviarmi racconti in cui erano protagonisti con lui della salita. Leggevo quelle storie con grande piacere anche se ero consapevole che ormai “mi stava lasciando indietro”, che ormai era diventato più forte, che stava per entrare in un’altro “campionato”. Quando è partito per il Cerro Torre ero preoccupato, ma quando ho saputo che era indenne dopo la cima non potevo che essere strafelice. “Beh, Birillo rallegrati: a bagnarti il naso è uno da Cerro Torre!!”. Giovanni aveva un sorriso capace di spazzare ogni invidia: si poteva solo sostenerlo ed augurargli il meglio possibile.

L’ultima birra insieme l’abbiamo bevuta ai Resinelli a Luglio. Ci eravamo incontrati per caso. Io e Mattia eravamo sul Costanza, lui e Luca sulla Mongolfiera. Facendo come al solito il pagliaccio, sbronzo dopo una mezza birra, mi sono messo a fare autoscatti tutti insieme. Non sapevo sarebbe partito per il Cerro Torre, che avrebbe dato prova di essere un grande alpinista. Ma, chissà, forse avrei fatto comunque le boccacce…

Mi dispiace davvero che il destino ti abbia inflitto una fortuna avversa. La montagna ti ha chiamato a sè dopo averti riportato a noi incolume e vittorioso dal lato opposto del mondo. Ci ha sorpreso quando meno eravamo pronti, quando avevamo accantonato l’idea potessi lasciarci. Ovunque tu sia ora butta un occhio su noi scarsoni che siamo rimasti indietro, soprattutto su chi a lungo sentirà la tua mancanza come un peso soffocante. Per molti di noi sei l’eroe del Torre, forse per questo la Grignetta, femmina invidiosa, ti ha voluto per sè insieme al tuo amico Ezio. Forse non puoi sentirci, forse non puoi risponderci, ma nelle notti di vento, giocando tra le sue guglie, ricordale con orgoglio che non vi dimenticheremo.

Davide “Birillo” Valsecchi

Attraverso l’Onda

Cassin Sasso Cavallo

A Mani Vuote

A Mani Vuote

[Armando Biancardi – “Rassegna Alpina” 1970] Paul Preuss è stato il più grande alpinista esistito agli inizi del millenovecento. Tre ci sembrano i fatti che maggiormente hanno dato carattere alla sua azione. Il purissimo concetto dell’alpinismo. Il compimento da solo, senza alcun mezzo artificiale e in prima ascensione, delle scalate alla Est del Campanile Basso (percorsa anche in discesa) e alla Est della Piccolissima di Lavaredo (entrambe: 1911). La stupefacente quantità delle salite compiute in brevissimo tempo. Con il nascere del chiodo, Preuss aveva intuito dove si sarebbe andati a finire. La sicurezza è una cosa, l’abuso nella progressione un‘altra. Per la sicurezza, Preuss era disposto a concederne qualcuna (a se stesso, in tutte le sue salite, mai, a costo di accanite discussioni con taluni compagni e a costo di tornare indietro). Assoluta intransigenza, circa l’avanzamento, anche nei confronti dei terzi.

Era lampante, per lui, che con l’abuso di corde e chiodi, si sarebbe precipitati nel decadimento. Decadimento della libera arrampicata, la forma più naturale e più distintiva di tutto un procedere in montagna. Decadimento morale dell’alpinista che, per misurarsi e superarsi, le difficoltà deve cercarle e non mistificarle. Decadimento, svilimento della montagna stessa presto condannata dalla ferraglia alla sorte delle palestre. L’alpinismo è il solo sport, a tutt’oggi, che non abbia regole scritte. Con l’esposizione delle sue teorie, Preuss si trovò al centro di accuse polemiche, di discussioni a non finire, addirittura di scherzosi duelli e di ponderatissimi convegni. Piaz e Dullfer furono le due personalità alpinistiche più in vista ad avversarlo. Anche se Preuss stava dietro le sue teorie come una conferma dell’effettiva possibilità di applicazione, tuttavia, più che eccezionale, l’accusa prima che gli si muoveva era che per salvare uno sport andava cercando di reclutare dei «candidati al suicidio» o di vietarlo ai più.

Il movente di Preuss era in sostanza una ricerca di maggior coscienza, di maggiore «rettitudine» così come, in sostanza, alcuni anni dopo, quella di Welzenbach con la scala delle difficoltà. Per fare piazza pulita delle frodi, bisognava per prima cosa codificare. Ma, fra Preuss e l’alpinismo moderno, c’è ormai tutta una barriera. L’alpinismo moderno non poteva accontentarsi di ricalcare le orme dei predecessori. Ha cercato l’inedito, come dire, ha bussato alle soglie dell’impossibile. Per vincere questo impossibile, che spesso si identificava con l‘assurdo, al di là del quinto e del sesto in libera, non ci si poteva buttare sopra se non con mezzi artificiali. I campioni odierni hanno vinto le pareti impossibili e gli ottomila. Ma non da soli. Con l’aiuto dei ferri, dello scalettame e del cordame, da una parte. Così come dell’ossigeno dall’altra, tanto per farla breve. Preuss ha invece raggiunto il limite massimo del possibile, nel suo tempo, ma a mani pulite. Senza chiodi, senza corda in salita, senza corda doppia in discesa, da solo e senza auto-assicurazioni, in prima ascensione, al primissimo tentativo. Anche se si togliessero fino all’ultimo quella quindicina di chiodi, destinati ad aumentare, che si trovano oggi sulle vie Preuss alla Piccolissima di Lavaredo e al Campanile Basso, si sa ormai che si può procedere… Preuss non lo sapeva. Non avesse potuto farcela avrebbe dovuto tornare indietro. E quanti oggi saprebbero, in quello stile, esserne integralmente all’altezza?

Ma, per le mutate esigenze e le mutate specializzazioni, per i sostanzialmente diversi terreni di gioco, mettere a confronto Paul Preuss con i campioni d’adesso, sarebbe un errore grossolano. Quasi come, ci si perdoni il paradosso, voler mettere a confronto una ballerina classica per la quale lo stile è tutto, con dei rulli compressori dai quali il «risultato tecnico» e l’unica cosa che ci si aspetti. Quando anche il campo delle nuove possibilità in artificiale sarà esaurito, e l’alpinista si troverà solo più di fronte all‘alternativa di una scelta per «inevitabili ripetizioni», allora, finirà per emergere la possibilità di un ritorno all’arrampicata libera. In quell’epoca, Preuss tornerà a essere il paladino di un genere di superamento, il più puro, il più bello, il più logico. Anche se non verrà tolta una preziosa spontaneità regolamentando il gioco, l’alpinista saprà allora benissimo dove indirizzare le sue preferenze.

Se nella pesantezza, manualità, aridità delle vie ferrate, sia pure a strapiombo sul vuoto, o se nell’esaltante naturalezza delle vertiginose arrampicate in libera. Solo che, dalle prime, saprà fin troppo bene che i voletti a ripetizione saranno quasi sempre senza serie conseguenze, mentre, volare dalle seconde vorrà dire purtroppo, spesso, pagare irrimediabilmente con la vita. Ma è solo allorquando si sa cosa si rischia, e in proporzione al rischio stesso, che l’alpinismo può essere utile e ineguagliabile nella formazione del carattere e della personalità. Non certamente, comunque, con gli inganni e i compromessi.

Ma la grandezza di Preuss non sta solo nell’aver toccato nel suo tempo, e in modo inequivocabile, il massimo dell’arrampicata in libera. C’è poco da fare, in tutta la già lunga storia alpinistica nessuno compì, in pochissimi anni come lui, un uguale «numero di salite. Sia d’inverno, sia d’estate, con prime ascensioni e con prime scialpinistiche (specialmente nello Zillertal, nello Stubaital, sulle catene del Grossglockner e del Gross Venediger), portò sui monti una febbrile ansia d’azione. Nel giro dei suoi ultimi quattro anni di vita effettuò più di mille difficili salite. E spaziò sull’intera catena delle Alpi: dalle Dolomiti al gruppo del Dachstein, dai gruppi del Bernina e dell’Ortles a quelli del Bianco, del Rosa e del Gran Paradiso,dal gruppo del Kaiser a quello del Gesause. Il suo diario parla chiaro, infilava una salitella al mattino e un’altra al pomeriggio (specie in Dolomiti). Raramente la pioggia lo respingeva: soltanto la neve e le bufere…

Nel 1911 raggiunse qualcosa come centosettantanove vette. Più che innata, la grandezza di Paul Preuss è stata il frutto della volontà, della costante ricerca nel perfezionarsi, dell’intensità dell’allenamento. Nato nel 1886 ad Altaussee in Stiria (Austria), da madre francese e padre ungherese, senti fin da ragazzo (dall’età di undici anni)l’attrazione irresistibile delle montagne che gli stavano tutt’attorno. Era pressoché di bassa statura e quasi «mal messo», ma ciò nonostante, versato per gli sport (all’incirca, un campione nel pattinaggio e nel tennis). Si era laureato, e con lode, nel 1912, in fisiologia delle piante. Ma della cultura d’eccezione e della geniale versatilità, Preuss lasciò sprazzi in più d’un centinaio d’articolo di montagna e più d’una cinquantina di conferenze (in francese e in tedesco).

Paul Preuss cadde per le solite «cause ignote», a soli ventisette anni, sul finire del 1913, vittima delle sue stesse teorie. Sempre da solo, aveva posto mani all’inviolato spigolo Nord del Manndlkogel (Dachstein) che aveva superato fino alla traversata d’uscita. Una corda e un chiodo di sicurezza, con un secondo vigile ed efficiente, l’avrebbero probabilmente risparmiato. Cadeva con lui un fiero proposito di onestà e di purezza. Uno di quei propositi che non possono non nobilitare la piccolezza dell’uomo. Anche nelle infuocate polemiche (così come nella vita e nell’azione, tutte improntate ad eccezionale fermezza di carattere), non si dimentichi almeno che egli non smise mai di essere un combattente cavalleresco. E, soprattutto, un combattente cui la modestia, la dignità e la coerenza non fecero mai difetto.
ARMANDO BIANCARDI

Trendy Medale anni ’70

Trendy Medale anni ’70

[Claudio Cima – “Rassegna Alpina” 1972] «Andiamo a fare un medale…» ormai si dice così. La parete che sta sopra Lecco e Malvedo è diventata familiare anche fuori dei confini lombardi: infatti sempre più sovente si incontrano alpinisti venuti «da fuori» per scalarla. È alta oltre 350 metri, ma si arriva ad una quota molto bassa, poco più di mille metri. Vi si può arrampicare sempre, specialmente d’inverno quando più in alto le vie sono intasate di neve. In genere si è confortati (o molestati) da un bel sole, con la lieta prospettiva di scendere all’osteria del «Zaccheo» e di farsi una bella mangiata (e bevuta) con gli amici.

Vi si contano ben dodici vie, di cui quattro aperte negli ultimi due anni, ma solo cinque sono quelle più percorse. La via Cassin è la normale, la più facile: le altre sono tutte di grado superiore. I primi salitori furono appunto Riccardo Cassin e Mario Dell’Oro, che stabilirono dopo una tenace lotta una delle vie più belle, comode e sicure della regione. La scalata, effettuata nel 1931, fece grande sensazione. Molto interessanti sono pure le vie Boga e Taveggia: la prima è stata aperta nel 1934 da Mario Dell‘Orto («Boga») con Tizzoni e Polvara, la seconda è stata ultimata alla fine del 1968 da Tiziano Nardella e Luigi Marini. Le altre vie qualche volta percorse sono la Bonatti (TD sup) e la Milano ”68, pure opera di Tiziano Nardella (TD sup).

lo ho salito la parete per tre vie, la Cassin, la Boga e la Taveggia: le prime due hanno rappresentato per me una tappa, percorrendole ho varcato un limite.

La Cassin la salii dietro il Domenico, al termine della stagione, in ottobre, tre anni fa. Mi ero accostato alla parete con molti patemi d’animo. Quinto grado o quarto «meno»? I romanzeschi resoconti di chi l’aveva salita mi avevano inquietato non poco: ritenevo che fare quella via costituisse un’impresa alpina veramente importante. Specialmente famigerato, tra una quantità di «passaggini» obliqui, il «traversino»: doveva trattarsi di un tratto espostissimo, in cui si dovevano fare complicati cambi di mano in piccoli buchi nella roccia, con niente per i piedi… Il traverso non mi impegnò: invece rischiai di incrodarmi poco dopo, quando salii dritto per una placca. Mi dissero che di lì non si saliva, che era «quinto». Dopo un anno, la rifeci per la seconda volta, da primo: ricavai una grande soddisfazione dal mio procedere sicuro, pur su difficoltà medie. A tutt’oggi l’avrò percorsa più di venti volte, ma mai come quel giorno. Qualche passaggio mi impegna sempre, forse anche perché io non mi ricordo dove stanno gli appigli strategici, e ogni volta mi ingegno a passare in maniera diversa.

La Boga: altra via che credevo di non essere capace di fare. Avevo ascoltato le sentenze di certi saccenti alla base del Nibbio, i quali affermavano che sull’artificiale occorre avere resistenza e soprattutto delle braccia cosi: dato il mio fisico, mi misi il cuore in pace, tanto più che la Boga passava per un «sesto». E poi il Domenico diceva che le «vie di ciod» non erano belle. E invece il Vaschino mi ci portò: feci i numeri sulle staffe, inseguito dal Giorgio Brianzi, ma per il resto andò bene. Tre giorni dopo, salimmo lungo la via Taveggia, fin sopra la nicchia: bisognava andare a prendere un chiodo lontano, tentativi e imprecazioni di Vasco, la ritirata.

Quest’anno sono ritornato su tutte e tre le vie, per « allenarmi ». Così anche la Boga e la Taveggia sembra stiano per scivolare fra le cose consuete. Invece io continuo ad accumulare sensazioni, sia quando vado all’attacco battagliando fra i rovi e i cespugli, sia quando sosta al termine di un « tiro » impegnativo, o quando scendo a rotta di collo lasciandomi scivolare lungo il canale sassoso là dietro. Spesso misuro la mia felicità in termini di lunghezze di corda. Come su tutte le pareti, a partire da un certo punto proverò sempre il desiderio di essere «fuori». E una volta arrivato in cresta, la scalata appena compiuta mi sembrerà una cosa tutta mia, indefinita ma valida.

Relazioni tecniche delle vie Cassin, Boga e Taveggia. Avvertenze di carattere generale. Da Lecco si vada a Laorca, sobborgo verso i Piani Resinelli e la Valsassina. Si può lasciare l’auto presso la strada, oppure portarla (parcheggio limitato!) presso la chiesa, salendo per una stradina molto stretta. in dieci minuti si raggiunge l’osteria-rifugio del Medale, m 520,fino all‘anno scorso condotto dal sig. Zaccheo Adamoli. Vi si può anche pernottare. Per un sentiero attraverso bosco ceduo si va all’attacco (15-30 minuti).

All’uscita della via Cassin c’è un sentiero attrezzato con corde fisse, onde permetterne il passaggio con sicurezza anche d’inverno, che porta nel vallone sassoso a NE: per questo (sentiero) in meno di mezz’ora al rifugetto.

Le tre vie descritte sono chiodate: separatamente indicheremo il materiale da portare. Ricordo che prossimamente dovrebbe apparire una mia guida alpinistica delle Grigne, comprendente anche la Corna di Medale.

VIA TAVEGGIA
Dislivello 240 m, TD sup., ore 4-6. Bella scalata divertente e sostenuta, su roccia molto buona, che presenta la possibilità di scappare in breve qualora non si riesca a superare il passaggio chiave. La via misura 10 lunghezza per circa 300 m di 244 m di sviluppo: è chiodata, ma raccomandiamo di portare 5-6 chiodi e due cunei, più due staffe a testa, e 25 moschettoni. L’itinerario inizia salendo per il grande diedro a d. della via Cassin, interrotto da un caratteristico tetto triangolare poco prima di una fascia di arbusti. Seguendo delle tracce si arriva alla base dello zoccolo: con due facili lunghezze in mezzo a dei fastidiosi rovi si arriva verso sin. alla base del diedro. Salire per 10 m, uscire a sin. e poi percorrere la faccia sin. del diedro fino ad una piantina con vecchio moschettone (tre lunghezze,IV e IV-.L con un passo di V, 6-7 chiodi). Superare una fessura/diedro di 25 m (chiodi, A1 e uscita di IV, lV+). Si sosta su un terrazzino a sin. del gran tetto triangolare, che si è evitato. Su diritti (lll+) ad una macchia d’alberi che interrompono la parete, formando una specie di cengione, dal quale si esce agevolmente (un tratto di Ill-IV). Puntare ora ad una fascia di strapiombi bianco-neri, che costituiscono il passaggio chiave della via. Con una bella lunghezza verso sin. (chiodi, lV-V) si raggiunge una nicchia sotto gli strapiombi. Superarli, seguendo i chiodi: alla fine c’è un passaggio delicato se manca un chiodo (VI): per il resto, A1-A2. Re- cuperare su una cengia. Percorrere a d. la cengia per 8m, poi salire ad un punto di sosta (A1 e IV). Si è alla base di una bellissima placca bianca di 70 m: raggiungere dei chiodi, poi traversare delicatamente a sin. in un diedro e seguirlo finché si può uscire a sin. su un terrazzino (30 m, V e un passo in A1,8 chiodi). Continuare ancora in A1, poi per- correre un diedro (V) ed uscire a d. su dei chiodi (A1). Per un caminetto si esce in cresta, da cui si traversa orizzontalmente verso il vallone sassoso NE.

VIA CASSIN
Dislivello 330 in. D. ore 1:1/2-3. Magnifica scalata su roccia ottima, con eccellenti sicurezze arboree, poco esposta; e con targhe possibilità di sosta e di riposo. Chi non la conoscesse porti due-tre chiodi; 8-10 moschettoni bastano. La via sale lungo l’incavo un po‘ a d. del centro della parete, e consta di 11 lunghezze: circa 370 m di sviluppo. Per un sentierino frammezzo i rovi ci si porta all’attacco; 15 min. all’osteria. Salire su delle placche poco inclinate verso destra, sotto un albero andare su a sin. e recuperare su un terrazzino, chiodo. Vincere una fessuretta e poi un diedrino (III) e giungere alla base del l° diedro, alto 20 rn. Esso porta due chiodi, uno all’inizio e l‘altro a metà; percorrerlo (IV e lV+) ed uscire a sin. verso degli alberetti. Scalare una paretina (un passo di lV+, chiodo), uscire su erba, poi andare a stabilirsi su un terrazzo con chiodo. Si è alla base del 2” diedro, alto 30 m, con 4 chiodi; raggiunto il primo, ad anello, sollevarsi di qualche metro (l\/+) e appena possibile entrare nel diedro. Seguirlo fino ad un terrazzo (lV}. Raggiungere un chiodo, elevarsi un po’ ed afferrare a destra uno spigoletto (I\/+, passaggio della « radice »). Ancora a destra, due chiodi, entrare in un diedrino (IV) ed uscire sul terrazzo alberato dove bivaccò Cassin nel corso di un tentativo. Salire verso sin. e traversare su una cengetta, superare un diedrino e un canaletto, recuperare presso dei grossi rami (chiodo). Su per una breve fessura e poi obliquamente verso destra ad una macchia d’alberi su una placca. Siamo così giunti al passaggio più caratteristico e noto della scalata: il «traversino». Tra-versare per 8 m la placca liscia a sin. (2 ch., all‘ultimo momento si scorgono dei comodi buchi nella roccia!), dall‘ultimo chiodo piazzarsi (IV+) in una spaccatura, poi riprendere a traversare (IV) sin. fino ad un diedrino, da cui si esce a d. su un terrazzino con due chiodi di fermata. Con due lunghezze ora si esce dalla parete (III e III+): puntare dapprima ad un alberello, poi seguire un diedro-rampa e continuare più o meno diritti fino alla selletta, 50 in più in basso e a SE della vetta. Qui inizia il sentiero di , discesa.

VIA BOGA
Dislivello 350 m, TD, ore 3:1/2 – 5:1/2. Scalata bella e interessante, abbastanza sostenuta, su roccia buona, con qualche pericolo di pietre se vi sono delle comitive che precedono. Consta di 15-16 lunghezze per oltre 400 m di sviluppo; circa 70 chiodi in parete (una ventina di fermata). Portare 25 moschettoni e qualche cordino, 8-9 chiodi e un cuneo, più due staffe a testa. La via attacca trenta metri a destra della rampa erbosa che sale verso lo spigolo Bonatti: evidenti tracce di passaggio e sosta (1/2 ora dell’osteria). Salire per due lunghezze lungo un canale-diedro (passaggi di Ill—IV, 5-6 chiodi che indicano la via). Vincere un muretto (IV) e salire un bel diedro-camino di 20 m (IV+ e V, 3-4 chiodi). Una lunghezza a sin. in diagonale verso un canaletto (lll+), percorrerlo e traversare per 12 m a (1. su scaglie rocciose (lV+), quindi recuperare. Vincere una fessura di 7 m (IV+) e sostare all’inizio di una serie di chiodi. Seguirli (20 m, A1 con due passi di IV+), poi traversare a d. percorrendo una lama staccata in Dùlfer (IV, lV+). Arrivare su un terrazzino con albero. Una lunghezza verso destra su dei gradoni (lll / IV). Raggiungere un piccolo tetto di settanta centri- metri, superarlo, seguire dei chiodi e traversare a sinistra su una cengia (25 m, lV+ e A1). Andare leggermente a destra ed entrare nel diedro formato da una evidente costola rocciosa (35 m, III+). Si tratta ora di traversare a corda per 8m sulla faccia destra del diedro (3 ch. 9 di solito un moschettone vecchio, passaggio delicato, V). Sostare sullo spigoletto, chiodo. A d. in un diedrino di 8m, sostare ad uno spiazzo poco sopra. Ora si punta verso sin. in direzione del grande tetto nero che chiude la parete. Con due belle lunghezze di corda su parete a placche si raggiunge un posto di fermata abbastanza comodo sotto il tetto (IV e IV+, poi III+). Costeggiare a sin.il tetto, entrare in una fessura-diedro ed uscire su un terrazzino (25 m, A1, un passo in A2, uscita di lV+). Ora si può girare a sin. uno spigoletto (V- e III+), oppure salire diritti (un passo in A1, poi lll). Si esce comunque in cresta a breve distanza dalla vetta, da cui si scende per un sentiero segnalato nel vallone sassoso a NE.

CLAUDIO CIMA

Il Re del Civetta

Il Re del Civetta

[Ambrogio Bonfanti – “Rassegna Alpina” 1972] Se c’è una montagna dove i lecchesi rifulsero con le loro leggendarie scalate, questa, ancor più del Pizzo Badile, è certamente la Civetta, da tutti considerata il regno del sesto grado per eccellenza. Si tratta del Gruppo dolomitico più imponente, più ricco di storia alpinistica, la più polemica e drammatica. La sua grande muraglia, le sue colossali torri possono benissimo reggere il confronto con il Cervino e con il Monte Bianco. La Civetta è stata ed è il teatro delle più ardite, spericolate, impegnative arrampicate. Offre le pareti più vaste, gli strapiombi più aggettanti, fu la culla delle più ardue difficoltà, quelle che dettero l’avvio al grado estremo: il sesto, il mitico sesto grado ed oltre. Non v’è alpinista di valore che non si sia cimentato nella Civetta e non abbia voluto mettere la sua firma sul libro del Rifugio Vazzoler o Sonino: e tra queste firme ce ne sono tante ma tante, di alpinisti lecchesi che risolsero della Civetta, i più ardui problemi. L’epoca del sesto grado, dopo le prime conquiste, incomincia con Solleder sulla parete Nord Ovest; poi è la volta degli alpinisti della scuola di Monaco con Domenico Rudatis. Ammiriamo il capolavoro di Emilio Comici, le grandi vie tracciate da Tissi, Andrich, Foè, Gervasutti, finché arrivano i lecchesi. Nel 1935 i giovani rocciatori di Lecco organizzano il proprio campeggio in Dolomiti, nel Gruppo della Civetta. Ciò avviene in un momento particolarmente propizio, poiché mentre gli altri più noti specialisti, sono impediti per motivi vari ad impegnarsi in grandi imprese, i lecchesi giungono in forze, al culmine della loro preparazione atletica e spirituale. Quella memoranda estate del millenovecentotrentacinque si conclude per i nostri rocciatori con un consuntivo magnifico: al loro rientro dal campeggio a fine agosto nientemeno che la Banda Manzoni con Podestà in testa è alla stazione a riceverli. Quei baldi giovanotti, di cui tutti i giornali hanno parlato, scendono dal treno con negli zaini ben trentacinque ascensioni fra le quali alcune «prime» già passate, in pochi giorni, alla storia dell’alpinismo: Cassin e Ratti allo spigolo sud est della Trieste (tre giorni), Dell’Oro, Giudici, Longoni alla parete sud-sud ovest della Trieste, poi ancora Longhi e Ravasi alla Torre Venezia; Pozzi, Galbiati, Vavassori alla cima del Bancon; Longhi, Pelizzari alla Piccola Civetta. Gli elementi di punta del Gruppo sono giovani lavoratori che si sono allenati sulle guglie della Grignetta con mezzi di fortuna: si chiamano Riccardo Cassin e Mario Dell’Oro detto « Boga » cui fan seguito, Vittorio Ratti, Angelo Longoni, Giovanni Giudici, Annibale Ravasi, Pozzi, Galbiati, Vavassori, Panzeri, Ginetto Esposito, Gigi Vitali, Ugo Tizzoni. Da allora, epoca d’oro del sesto grado in cui ci si accosta alla parete con grande povertà di mezzi, le imprese dei lecchesi non si contano più: il 13 agosto 1936 è violata la parete sud della Torre Venezia per opera di Vittorio Ratti e Vittorio Panzeri, sarà ripetuta l’anno seguente da Stefano Longoni (rimasto venticinque anni dopo sull’Eiger) e Adolfo Anghileri; il 21 e 22 agosto del ’38 è vinta da Vittorio Ratti e Gigi Vitali la nord ovest della cima Su Alto.

Chiusa la parentesi della guerra, i lecchesi ritornano in Civetta e vanno …oltre il sesto grado. Trascurando le ripetizioni, a centinaia e considerate normale allenamento, incontriamo prime vie che portano nomi nuovi, di giovani destinati a divenire famosi quanto quelli dei loro maestri. Nel 1959 Giorgio Redaelli con ignazio Piussi in cinque giorni di arrampicata traccia la direttissima sud alla Torre Trieste, nel ’60 è ancora Redaelli che con Pierlorenzo Acquistapace e Corrado Zucchi vince lo spigolo sud est della Torre Venezia, nel 1961 è violata la parete est della Torre delle Mede ancora da Redaelli, Acquistapace e Giuseppe Lanfranconi. Un anno dopo è tracciata la direttissima al Pan di Zucchero: questa volta Redaelli è in cordata con Bepi Pellegrinon, Vasco Taldo, Josve Aiazzi. Nel 1967 una cordata di Ragni della Grignetta composta da Aldino Anghileri, Ernesto Panzeri e Guerrino Cariboni, cui si sono aggiunti in parete i friulani Piussi e Molin, risolvono, in tre giorni,’uno degli ultimi problemi rimasti ancora insoluti: il forzamento dello spigolo nord ovest della Cima Su Alto. Sono sempre i lecchesi Gianni e Antonio Rusconi che nel febbraio 1968 compiono in prima invernale la direttissima Redaelli-Piussi alla Torre Trieste. La loro impresa spinta ormai al limite estremo delle umane possibilità, fa parlare con ammirazione la stampa di tutto il mondo. Ma l’arrampicatore che si è specializzato nel collezionare una lunga serie di prime vie e di ripetizioni nella Civetta è senza dubbio Giorgio Redaelli nato a Mandello del Lario (pochi chilometri da Lecco) il 30 luglio 1935. Egli, in un libro scritto da Alfonso Bernardi e pubblicato la vigilia dello scorso natale da Zanichelli, è addirittura definito il «Re della Civetta». La sua attività nel famoso Gruppo dolomitico ebbe inizio nel 1955 e per un giovane all’esordio fu una vera esplosione perché portò a termine con Cesare Giudici, attuale custode del rifugio SEL ai Piani Resinelli, nientemeno che la prima ripetizione della via che Livanos aveva aperto lungo la parete nord ovest della Cima di Terranova. Ora Giorgio Redaelli diplomatosi maestro di sci al Tonale lo scorso luglio, istruttore nazio’nale di alpinismo, è custode del rifugio dell’A.N.A. Giuseppe Cazzaniga e esercita la professione ai Piani di Artavaggio. A giusta ragione quindi la Civetta dovrebbe essere considerata una montagna «lecchese ad honorem» anche se situata a qualche centinaia di chilometri dal Resegone e dalle Grigne. Perché con il Resegone e con le Grigne ha contribuito, e non poco, a rendere famoso nel mondo il nome di Lecco.

AMBROGIO BONFANTI

«La muraglia di roccia più bella delle Alpi »
(Dino Buzzati, I fuorilegge della montagna – Uomini, cime, imprese)

Parete nord-ovest (fonte Wikipedia)
Monte Civetta

  • Via Solleder-Lettenbauer – 7 agosto 1925 – Prima salita di Emil Solleder e Gustav Lettenbauer, 1250 m/VI. È considerata la prima via di VI grado.
    – 4 settembre 1952 – Prima solitaria di Cesare Maestri.
    – 28 febbraio – 7 marzo 1963 – Prima invernale di Ignazio Piussi, Giorgio Redaelli e Toni Hiebeler. Dal 4 marzo si uniscono anche Roberto Sorgato, Marcello Bonafede e Natale Menegus.
    – 14-18 gennaio 2000 – Prima solitaria invernale di Marco Anghileri.[7]
  • Via Comici-Benedetti – 4-5 agosto 1931 – Prima salita di Emilio Comici e Giulio Benedetti, 1050 m/VI, A2.
  • Via degli Amici – 30-31 luglio 1967 – Prima salita di Reinhold Messner, Heini Holzer, Sepp Mayerl e Renato Reali, 1000 m/V+, A2.
    La via sale tra la Philipp-Flamm e la Solleder.
  • Via dei cinque di Valmadrera – 16-22 marzo 1972 – Prima salita di Gianni e Antonio Rusconi, Gianbattista Crimella, Giambattista Villa e Giorgio Tessari, 1350 m/VI+, A3.
    – 6-13 febbraio 2011 – Prima solitaria invernale di Fabio Valseschini.
  • Via degli Studenti – 3 e 4 agosto 2015 (le prime sette l.c. l’8 settembre 2014) – Prima salita di Giorgio Travaglia, Martin Dejori, Alex Walpoth, Titus Prinoth e Marta Mozzati, 1175 m/IX- oppure VIII-, A1.[12]
    – 8 agosto 2016 – Prima ripetizione di Alessandro Baù e Claudio Migliorini.

Punta Tissi

  • Via Philipp-Flamm – 5-7 settembre 1957 – Prima salita di Walter Philipp e Dieter Flamm, 1130 m/VI, A2.
  • Via Martini – 17-27 luglio 1976 – Prima salita di Sergio Martini, Paolo Leoni e Mario Tranquillini, 1200 m/V,A2.
  • Kein Rest von Sehnsucht – agosto 1991 – Prima salita di Christoph Hainz e Valentin Pardeller, 1000 m/ 6c+.
  • Nuvole Barocche – estate 1999 – Prima salita di Venturino De Bona e Piero Bez, 1240 m/IX+, A2
  • W Mejico Cabrones – 2001 – Prima salita in solitaria di Venturino De Bona, 1150 m/VIII-.
  • Colonne d’Ercole – 2009-2012 – Prima salita di Alessandro Baù, Alessandro Beber e Nicola Tondini. La via è stata liberata dagli stessi il 7-8 settembre 2012, 1200 m, IX, VIII+ obbligatorio.

Punta Civetta

  • Via Andrich-Faè – 23-24 agosto 1934 – Prima salita di Alvise Andrich ed Ermani Faè, 800 m/VI+, A1.[20]
  • Via Aste-Susatti – 26-28 luglio 1954 – Prima salita di Armando Aste e Fausto Susatti, 800 m/VI+, A1.[20]
  • Capitan Sky-hook – 1987 – Prima salita di Paolo Crippa e Dario Spreafico, 500 m/VII+, A2.[21]
  • Chimera Verticale – 2007-2008 – Prima salita di Alessandro Baù, Daniele Geremia, Alessandro Beber, Luca Matteraglia, 600 m/IX. Sale tra le vie Aste-Susatti e Andrich-Faè.[22]
  • Spigolo della Su Alto (oggi crollato) – 15-18 agosto 1967 – Prima salita Ignazio Piussi, Aldo Anghileri, Alziro Molin, Ernesto Panzeri e Guerrino Cariboni. Per i suoi 400 metri di dislivello (più 400 metri di zoccolo) vengono usati 22 chiodi a pressione che sono giustificati dall’estrema compattezza della roccia che compone lo spigolo. Siamo all’apoteosi della linea perfetta.
Il Bisogno dell’Infinito

Il Bisogno dell’Infinito

[Testo di Giusto Gervasutti – pubblicato su “Alpinisme” nell’Ottobre 1951 e riproposto su “Rassegna Alpina” nell’Agosto 1970] Ho sempre avuto il culto dell’immaginazione e del sogno. Quante volte il professore mi sorprese con lo sguardo distratto, intento piuttosto a seguire un gioco di nuvole, così bello, di fronte alla pedestre e noiosa realtà professorale! Per me, la vita è sognare. É combattere e competere per la realizzazione del sogno. Non sono, i sogni, il lievito della vita stessa?

Ma se mi volto sul passato, quanti ruderi di sogni ed illusioni vedo lungo il cammino. Dal sogno dell’amore fra gli uomini al sogno d’una spedizione in terre nuove.  Eppure, il sogno è il mio pane spirituale. Se mi fosse dato di vivere senza possibilità di sognare e di lottare per un ideale tanto bello quanto inutile, sarei un uomo finito, senza scopi e senza missione.

Davvero, non sono mai riuscito a capire quali attrattive potesse avere l’esistenza di coloro che non sanno staccarsi dalla terra, di coloro, insomma, che nella vita, come comunemente si dice, “ci sanno fare”. Ricordo d’avere sentito parecchie volte questi signori, in rifugi o in alberghi alpini, parlare con la massima disinvoltura dei loro affari, delle loro speculazioni e dei loro pettegolezzi. Nulla poteva sui loro animi inariditi la poderosa voce della natura.

Nel cielo reso straordinariamente limpido da un forte vento, il sole sta calando dietro le vette dei monti. Tra la sinfonia delle luci e l’animo dello spettatore entra in gioco una strana tensione. L’uomo si sente di colpo sbalzato in un’atmosfera irreale e tormentosi impulsi cominciano a premerlo. Vorrebbe muoversi, agire, compiere grandi imprese; fare cose mai osate. Forse, fondersi o annullarsi in quelle luci. Dinanzi a questi spettacoli; che con la loro sovrumana possanza e bellezza, con la loro trascendente realtà, ci narrano il mistero e la grandezza d’una forza onnipotente, una forza ignota s’impadronisce di noi e ci spinge, in armonia con il creato, a manifestare quale sia la nostra. Anche in noi, arde una scintilla di quell’infinita potenza che ci accosta e ci affratella alla natura. Vorremmo essere incarnati con il coraggio eroico d’un Prometeo. Ed questo divino desiderio che ha fatto scrivere all’uomo pagine incancellabili.

Dalle tenebre del Medio Evo sorgono, nella luce d’ una titanica audacia, le figure di Vivaldi e di Colombo. Sulle loro tracce si avvicendano Magellano, Caboto, Vespucci, De Gama… Cosa cercano? Gli storici rispondono: il dominio del mondo, la via delle spezie, la ricchezza… Quanta banalità! Sono risposte di miseri che non comprendono il richiamo delle solitudini.  Che nella vita, non alzeranno mai il capo per ammirare lo scintillio d’una stella.

Che cosa cercano questi audaci? Nulla, forse. Ma nell’ansia di andare oltre, essi seguono soltanto l’occulto richiamo che domina nei loro cuori.  É una disperata volontà di proiettare il proprio mondo nell’infinito.  Solo chi ha provato il senso d’ebbrezza nel trovarsi solo, sperso, quasi assorbito dalla circostante incontaminata natura può comprendere.

Ma, inseguire la bellezza del cimento nella forma più astratta, rimane pur sempre chimera di pochi. Perché i valori nell’esistenza sono falsi, come falsa tutta la morale umana. Lo vediamo nelle alte posizioni politiche, nel carattere dei conquistatori, negli uomini di mondo dove frode, falsità e calunnia sono erette a sistema di vita. Dove il cammino dell’uomo non lascia la traccia dello sci nella neve ma un’orma nel fango.

Distogliersi da questa vita bisogna; affermare a dispetto di molti l’anelito che ci sospinge verso l’alto, verso qualcosa di più grande, di più “nostro”.  L’uomo possiede molteplici mezzi per manifestare questa forza interiore. L’arte, sovrana di tutte le cose. Le grandi avventure sui mari e sui continenti. Le grandi scoperte nell’ignoto delle leggi della scienza, dello spirito, della natura.Mezzi che nella loro estrinsecazione attingono o dall’azione o dal pensiero.

Io sono per l’azione.

Riconosco però a priori come nell’alpinismo non vi sia azione sola. Ma, seppure stimolata dalla contemplazione della natura e dall’esaltazione della propria personalità, vi è pur sempre prevalentemente azione. Parecchie volte, assistendo a un concerto, ho sentito prepotente il bisogno d’essere trasportato di colpo tra i turbini d’una bufera, di lottare con i denti per riavere la vita. Quando nel tramonto in città, vedo le montagne stagliarsi in un cielo ormai verdognolo, un accorata malinconia mi invade. È allora che, maggiormente consapevole, so come il sublime valore della vita consista nel viverla in modo eroico. Stupende sono le grandi avventure sulle pareti a piombo.

La lotta silenziosa ha inizio. Quando ha di fronte la natura, l’uomo ha di fronte se stesso. E la battaglia si sublima. Si sublima per la spaventosa intensità che interamente lo assorbe. Circondato da giganti di sasso, in una solitudine senza pari, l’uomo attacca la parete. Non fanfare, non applausi, non incitamenti lo spingono; solo un intransigente volontà di combattere. In questa lotta, lontano dalla mollezza dei trascurabili quotidiani allettamenti, lo spirito si purifica nello sforzo, e nei muti colloqui con il sole, i venti, le stelle, ritrova la sua libertà.

Quel bisogno d’eroismo, oscura forza millenaria che dal tempo degli eroi greci ha tormentato palesemente l’animo umano, si soddisfa sui precipizi, nei canaloni, nel morso del gelo. È una calunnia degli uomini volti soltanto al comune meschino tornaconto, affermare che gli alpinisti sono spinti all’azione rischiosa, solo dall’avidità della fama e della ricompense… Nel più vile dei mortali c’è qualcosa di più nobile.  Il povero soldato che presta giuramento, pronto al sacrificio, ha il suo onore e il suo amore di soldato. Difficoltà, abnegazione, martirio, morte: ecco le attrattive che agiscono sul cuore.  Massime, queste attrattive, là dove la natura ha posto all’uomo il suo apparente divieto.

Invidio il pilota: egli lavora solo, per ore e ore, senza il brusio delle folle, senza il fastidio di collaboratori e dei colleghi, signore assoluto dei suoi pensieri e soprattutto della sua fantasia. L’uomo ha bisogno dell’infinito per l’infinito, di combattere nell’infinito.

L’orizzonte delimitato, la vita vissuta con visioni ristrette, non è per l’eroe. E quale miglior campo d’azione al disopra della montagna? L’asprezza della natura è presente in ogni variante: dal cirro sfilacciato alla roccia segnata dai fulmini, dagli spigoli smussati al pino ritorto, dalla frana alla slavina, tutto testimonia quali forze usino scontrarsi. Perciò, quando siamo lassù, la nostra volontà si tende in un disperato appello alla forza, essa non fa che uniformarsi al carattere ambientale della montagna. E nella lotta, appunto, ci incontriamo con la genuina e cristallina trasparenza del nostro essere. Nella lotta, abbiamo modo di svelare sempre qualche nostro intimo celato aspetto, di scoprire qualcosa che mai prima d’allora avevamo immaginato poter possedere.

E ogni volta che alla lotta torniamo, dobbiamo in noi stessi trovare la migliore disposizione per esaminarci. Così, in questo esame, bisogna essere severi ed intransigenti.

L’irrequietezza  è stato d’animo abbastanza normale in me: mi sembra sempre ci sia qualcosa che non vada, sono sempre insoddisfatto di me stesso.  Vorrei staccarmi da tutto ciò che è meschino, debole, dal corpo anche, quando non risponde, dalla società che mi obbliga di sprecare gran parte di questo tempo che passa inesorabilmente portandosi via i miei sogni migliori. Essere sempre in uno stato di grazia bisognerebbe, in un’ideale fusione dello spirito con il muscolo. Condizione indispensabile per gustare appieno tutte le gioie della passione allorché trova sfogo.

Ma questo stato di grazia è una inafferrabile utopia che si fa inseguire per anni e anni e con la giovinezza scompare senza darci I’addio. Solo gli eroi greci, forse, nella realizzazione delle loro imprese, raggiunsero una condizione simile: ma con ciò, torniamo nel mito. In questo secolo febbricitante di passioni perverse, le condizioni, cosiddette civili, ci infrolliscono e ci imprigionano. Tuttavia, per gustare a fondo l’ebbrezza dell’azione, dobbiamo sforzarci di essere sempre fisicamente e moralmente preparati. Quanti ho visto disertare la montagna perchè non sapevano tenersi quotidianamente predisposti, così come l’alpinista deve. Spesso, il vedere allievi, compagni, amici che barattavano i silenzi del monte per gli alberghi al mare, ho provato un amaro senso di delusione, di solitudine, di abbandono.

Solo io, a capofitto nei continui cimenti, perseguo un vano ideale? Quante volte mi è tornata questa domanda… Allora, un profondo scoramento mi prendeva. Fra le mie quattro mura mi sentivo un illuso, uno spostato.

Ma la montagna continuava a richiamarmi lassù, dove era più aspra, più terrificante, più spettralmente pura. Ed era lei che mi ammoniva sulla miopia degli uomìni. Sulla loro debolezza, sulla loro nevrotica incostanza in ogni amore.

Con l’andare degli anni, le gioie che la montagna largisce, consolidandosi, si fondono. Tuttavia, infinite sono le gioie che si colgono sul cammino e si rinnovano di volta in volta con ogni ascensione.  Così, infinite sono le forme di alpinismo che possono avere vita. Dare all’alpinismo un solo significato, una sola espressione, è voler cadere nella unilateralità e nell’estremismo.

A certuni patrà parere che questo nostro ansioso vagare di monte in monte rappresenti qualcosa di puerilmente o di follemente chimerico. Costoro, però, evidentemente, si fermano alla superficialità delle cose e non sanno elevarsi dalla loro grettezza. L’uomo felice è sempre stato fanciullo e, come tale, ha sempre rincorso la sua ombra. Ai primordi della nostra umanità, l’uomo che pascolava il gregge nella solitudine dell’alpeggio, sentì il bisogno di cantare, di zufolare, di suonare. Quella semplice melodia, quel monotono canto, erano l’espressione musicalmente primitiva d’un sogno della sua anima.

Passano i secoli, i millenni, progrediscono le condizioni materiali della vita e si centuplicano i sogni e le illusioni degli uomini. L’arte,l’illusione sovrana, viene dai greci portata al massimo splendore, benchè la vita che quei popoli conducevano, agli occhi d’oggi, appaia un’esistenza in cui, all’idillico, si sovrapponga l’irreale. Eppure, l’uomo ha bisogno di illusioni! Nasce e si sviluppa la mitologia, si erigono i massimi templi adorni di sculture e di pitture, si canta, si suona, si balla: un’epoca d’oro per l’uomo. Ogni suo pensiero un’avventura nell’inesplicabile che lo circonda: si sogna a occhi aperti. I Fenici, popolo ricco, cercano al di là delle colonne d’Ercole qualcosa di più bello dei pingui mercanti: lo spirito degli Argonauti li spinge in azioni sublimemente inutili.

E quando la civiltà minaccia di spegnere nell’oro e nel vizio ogni virtù e ogni sogno, giunge il Cristo ad apportare in dono all’umanità, con il perdono, la più bella realtà che trascende il sogno: la legge divina dell’amore. Sarà a questa legge che uomini di pensiero e d’azione sottometteranno le loro migliori qualità. Frattanto, il campo dello scibile umano ingigantisce celermente, il mistero viene relegato in secondo piano, e chi nel mistero voglia immergersi, per ritrovarsi fanciullo, prenderà la via del Catai, delle spezie, della circumnavigazione del globo. La scia delle caravelle di Magellano la scia sulla quale si lanceranno all’avventura gli audaci che sognano… Vasco de Gama… Cook… Pitt. Con l’invadenza d’una marea, il sapere umano dilaga inarrestabile, conosce tutto, tutto analizza, distruggendo il mistero e la poesia che un tempo albergavano sulla bocca della caverna.

Allora, coloro che alla meditazione, alla contemplazione, prediligono i fatti, si aprono una nuova strada con l’esplorazione dell’ignoto spinta alle terre estreme: i Livingston, gli Stanley, i Casati, si susseguono sulle medesime tracce. Gli ultimi angoli rimasti sconosciuti vengono ispezionati con morbosa passione e neppure il trono degli dei, la montagna, se ne salva. Ecco i Whymper, i Mummery, i Sella, i Purtscheller… La febbre dell’avventura ha perso in estensione ciò che ha guadagnato in intensità. Ma la posta in gioco sempre rimasta la stessa, perché, all’audace, la vita conta solo per viverla da audace.

Oggi, la nostra giornata è una continua lotta fra le miserie degli uomini e la loro avidità di denaro. Chi sogna qualcosa di infinitamente più nobile e più grande, passa per un perdigiorno o per uno scervellato. Ecco perché noi, uomini d’azione, non siamo riconosciuti dalla società, ecco perché la taccia di pazzi ci persegue vanamente.

Ma lassù, fra Cielo e terra, spesso fra vita e morte, il brusio della voce di chi nel piano della meschinità si affoga, non giunge più all’orecchio. Solo il baleno delle luci, dei colori, delle audaci architetture, ci sussurrano parole che restano incise nel cuore con l’assordante silenzio della verginità del ghiaccio. Lassù, tornati uomini nel senso vero della parola, udiamo solamente le pure voci della natura, di quella natura intimamente simile al nostro cuore. Lassù, sugli esili appigli, la meschinità non ci può più seguire: una gioia piena ci esalta e fa cantare in cuore l’ebbrezza della vittoria.Vittoria su noi stessi, vittoria sulle debolezze della materia. É l’affermazione della potenza interiore.

Sulle vette, alte, solitarie, austere, solenni, dove gli uomini avevano posto la dimora degli dei, il nostro “io”, purificato, naufraga nell’infinito. Non avvertiamo più limiti alle nostre ali. Siamo assorbiti da quel qualcosa che ci è infinitamente superiore.

Giusto Gervasutti 
 

Battesimo di Ghiaccio

Battesimo di Ghiaccio

[Andrea] Quando suona la sveglia fuori è ancora buio, però non faccio fatica ad alzarmi: sarà che è domenica mattina, oppure perché oggi mi attende una grandiosa giornata. Anche se è il 21 gennaio per me è come se fosse Natale, non sto più nella pelle come un bambino che aspetta di aprire i regali. Alle 6.00 sono fuori casa dei miei due compagni di “sventura” Mav e Raffa, e per fortuna siamo solo in tre se no ci sarebbe servita un’ammiraglia. Prima tappa colazione di rito a Morbegno e dopo esserci caricati si parte: destinazione Chiesa Valmalenco , più precisamente frazione di San Giuseppe. Al nostro arrivo troviamo una meravigliosa visione 20 cm di neve che ricopre tutto. Intanto che ci prepariamo sopraggiungono un paio di coppie che hanno il nostro stesso obbiettivo; qualche minuto dopo ci ritroviamo a scendere per un costone innevato con Stefano e Mattia, due ragazzi di Milano conosciuti al parcheggio, fino ad arrivare ad un ponte che attraversiamo per raggiungere il nostro obbiettivo, pochi istanti dopo però ci tocca riattraversarlo perché abbiamo sbagliato attacco.

Per accedere al nostro obbiettivo dobbiamo proseguire qualche centinaio di metri dal ponte e arrivare nei pressi di una diga, qui creiamo una piazzola dove lasciare lo zaino, indossare i ramponi e tirare fuori i nostri artigli (i miei mi sono stati prestati dal capitano Birillo). Davanti a noi si erge la Cascata Centrale di San Giuseppe.

Lasciamo andare Stefano e Mattia,in due sono più veloci, ed intanto facciamo passare le corde e ci leghiamo: 1° di cordata l’impavido Mav dopodiché sulle due estremità ci leghiamo rispettivamente la First Lady ed io. Mav attacca la diga, già perché sembra banale ma non è piacevole finire nel torrente in pieno inverno, una volta oltrepassata ci recupera e davanti a noi si estende un muraglione di ghiaccio appoggiato. Mav parte ed io gli faccio sicura, saggia il ghiaccio e vi avvita qualche vite da ghiaccio qua e là, arrivato in sosta ci fa segno di mollare tutto così da poter recuperare l’eccedenza e metterci in sicura. Parte la Raffa ed io tranquillo aspetto il mio turno, la lascio salire fino ad arrivare in sosta e finalmente posso affondare gli artigli nel ghiaccio, picca-picca rampone-rampone, i movimenti mi vengono naturali e man mano che salgo tolgo anche le viti ed i rinvii fino ad arrivare in sosta. La sosta presenta svariati chiodi uniti da due canaponi, il lato positivo è che ci troviamo su una cengia abbastanza ampia ed accogliente.

Dopo un rapido scambio di materiale e di idee Mav attacca il 2° tiro, il più delicato, attraversati i 2m di cengia bisogna scendere qualche passo e traversare a sinistra incastrando le becche delle picche in alcuni buchi presenti su una candela di ghiaccio, superato questo tratto l’arrampicata riprende normale fino ad arrivare ad un’altra sosta, questa a spit, che però sfugge alla vista di Mav che è costretto a farne una su ghiaccio con le viti. Superato il tiro delicato decidiamo di affrontare quello che sarà il nostro ultimo tiro, come al solito tira Mav e una volta giunto in sosta ci recupera.

Il 3° tiro consiste in un muro di ghiaccio abbastanza appoggiato su cui non è difficile arrampicare, giustappunto mi faccio prendere dalla foga e ci scappa la prima scivolata su ghiaccio, una becca della picca non era conficcata bene, nulla di preoccupante però perché dato che sto arrampicando da secondo faccio giusto un metro o poco più di scivolata; riprendo la scalata fino in sosta dove mi attendono Mav e la Raffa.

È tardi per tentare tutti i tiri, e siamo tutti un po’ provati, quindi decidiamo di scendere; attrezziamo quindi una calata che ci riporta alla 1° sosta e da qui ne effettuiamo una seconda fino alla base della cascata. Ritorniamo alla piazzola dove c’è lo zaino e vi riponiamo gli artigli dopodiché ci dirigiamo alla macchina. Finalmente arrivati, ci spogliamo dei vestiti pesanti e sistemiamo il materiale, e su consiglio di altri tre ragazzi, trovati in cascata, ci dirigiamo a mettere qualcosa sotto i denti al ristorante che c’è poco più avanti del parcheggio. Anche se è tardi per pranzare (ormai si sono fatte quasi le 3) l’oste ci accoglie senza problemi e ci prepara un abbondante piatto di risotto con i funghi accompagnato da una buonissima birra.

“In alto i boccali un brindisi al battesimo del ghiaccio e alla bellissima compagnia”.

Anche questa esperienza si è conclusa e si torna a casa. Grazie Mav e Raffa per la bellissima compagnia e per avermi iniziato ad una nuova attività che cercherò di coltivare il più possibile con grande gioia della mia adorata fidanza e della mia famiglia a cui mancava stare in pensiero per me mentre mi arrampico su pareti ghiacciate.

Andrea Carcano

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