Nanga Parbat 1970

Nanga Parbat 1970

Il Nanga Parbat, 8126metri, in Hurdo significa “montagna nuda”. Il toponimo Diamir, utilizzato localmente, significa “re delle montagne”. Gli scherpa invece la chiamano “la mangiauomini”. Oggi, ancora una volta, capeggia nelle cronache per un ennesimo incidente: Tomasz Mackiewicz, disperso ormai da giorni, ed Elisabeth Revol, scesa a valle grazie all’intervento di Jarosław Botor (capo del team), Denis Urubko, Adam Bielecki e Piotr Tomala.

Non credo spetti a me raccontarvi o commentare questa recente vicenda. Tuttavia, nonostante le enormi ed assolute differenze, ci sono similitudini e paralleli tra quanto è avvenuto ora e quanto avvenuto nel 1970, quando al Nanga Parbat diedero l’assalto i fratelli Messner. Così ho cercato tra le riviste della Biblioteca Canova articoli che, oggi come allora, raccontassero l’accaduto. L’ho fatto perchè la figura di Gunther, l’eterno secondo di cordata, il fratello più debole, ingiustamente sottovalutato dai più, mi ha sempre affascinato. Forse perchè spesso sono anche io un “secondo di cordata” o forse perchè il Reinhold che preferisco è proprio quello arrampicatore, quello non ancora famoso che con il fratello cerca di spingersi in libera oltre il VI° grado.

Una parte di me vorrebbe sperare che Tomasz, come Reinhold, sia ancora in vita da qualche parte, ai piedi della montagna, accolto dagli indigeni. Ma la speranza più credibile è che sia stato Gunther a trovarlo, accompagnandolo con gli altri della montagna nell’ultima parte del suo viaggio.

L’articolo che segue è tratto da “Rivista Alpina” del settembre 1970, a pochi mesi dalla tragedia: è un articolo che porta la firma di Armando Biancardi e si conclude con l’ultima cartolina che Gunther scrisse all’autore. 

SUPERATA LA PARETE RUPAL AL NANGA PARBAT

«L’apporto recato dai fratelli Messner alla conquista del Nanga Parbat dal versante Rupal è stato decisivo. La stampa teutonica, tuttavia, l’ba minimizzato ed ha posto maggiormente in evidenza la vittoria della cordata austro-tedesca Scholz-Kuen. I nostri lettori si renderanno qui conto, anche nei dettagli, di come questa vittoria sia avvenuta non solo lungo lo stesso itinerario aperto dai Messner, ma il giorno appresso e in uno stile eticamente discutibile. Tuttavia, se la minimizzazione può risultare alla fine anche comprensibile, rimangono invece inspiegabili almeno due fatti. Che la spedizione al completo fosse già sulla via del ritorno in patria senza aver effettuato ricerche dei fratelli Messner d’una qualche seria validità. Che una spedizione capeggiata addirittura da un medico risultasse candidamente sprovvista, sia pure sulla via del rientro, da ogni riattivante circolatorio. I congelamenti riportati da Reinhold Messner alla mano destra e ai piedi hanno poi dovuto imporre varie amputazioni alle dita dei piedi. Queste amputazioni, anche se probabilmente non impediranno al nostro Reinold la ripresa dell’attività alpinistica, non avrebbero potuto essere evitate? Sembra quindi che sotto l’insegna del Nanga Parbat, l’ormai celebre “Montagna della discordia”, onde poter rispondere alle perplessità e agli interrogativi, siano in corso regolari inchieste per l’accertamento delle relative responsabilità. Non ci rimane che esprimere al caro Reinbold e alla sua famiglia tutte le nostre più sincere condoglianze per la perdita del valoroso indimenticabile fratello ».

In queste tiepide giornate di settembre, Innsbruck è una cittadina quasi allegra. Nelle ore serene, i tetti delle case e le cuspidi delle chiese si stampano con perentorietà teutonica contro le montagne terse. E tutto intorno è un richiamo alla dinamica prepotenza della vita. Anche Reinhold Messner, che esce solo oggi dalla Chirurgische Universitàtsklinik dopo pressochè due mesi di tribolazioni, potrebbe essere confuso con un giovanotto qualsiasi. Chi si aspettasse di vederlo vacillare, di appoggiarsi al muro, di allungare una mano in cerca di aiuto rimarrebbe deluso. Anche se la carne è duramente segnata, anche se il morale è letteralmente a terra, c’è qualcosa di intangibile in questo ragazzo di ferro che si e fatto il Nanga Parbat dalla inviolata parete Sud.

IL BUHL DI OGGI
Venti anni appena sono trascorsi dal 1950. A quel tempo, Maurice Herzog (che aveva pagato anch’egli un durissimo pedaggio), era uscito vittorioso sul primo ottomila, l’Annapurna. E, in vent’anni, conquistate le vette di questi ottomila, eccoci con la tematica alpina trasferita in pieno sulla catena himalayana. Raggiunti nel 1953 gli 8125 metri del Nanga Parbat risalendone aspramente il versante Nord (memorabile la scalata solitaria di Hermann Buhl, contornata da un pazzesco bivacco sugli ottomila metri senza adeguata attrezzatura), l‘attenzione alpinistica convergeva sull’opposto versante Nord. Fatta cioè la cima, interessava la via nuova anche se ben più difficile, anzi, proprio per quello. Ma lo stesso Hermann Buhl, il cui ardimento e le cui possibilità erano in quel momento fenomenali, aveva dato della tremenda parete uno di quei giudizi che li per li fanno colpo, ma che il tempo sistematicamente si incarica di ridimensionare. A dire il vero, quella parete l’aveva vista solo dal disopra. E ogni alpinista sa che non è il modo migliore per valutaria. Era comunque stato categorico: «quattromilacinquecento metri di roccia e ghiaccio sul verticale: già il solo tentarli rappresenterebbe un suicidio». Innsbruck, Buhl, Nanga Parbat, Messner… Ecco, cercavo una pietra di paragone e mi sembra di averla trovata. Per la brillantezza delle imprese (velocità di realizzazione e solitarie incluse), soprattutto, perla ininterrotta e mai mortificata ricerca della purezza nello stile, Reinhold Messner è l’Hermann Buhl di oggi. Buhl era nato a Innsbruck, nel 1924, da padre austriaco e da madre originaria della Val Gardena. Messner, italiano, è nato in Alto Adige, e precisamente a Funes, nel 1944, da genitori altoatesini. In Buhl e in Messner, impossibile non notare come il confluire e il rafforzarsi delle qualità che distinguono la razza latina e quella teutonica.

LA PIU’ ALTA
Anche se le parole sembreranno roboanti, la parete Sud del Nanga Parbat, alpinisticamente considerata è la più alta di tutto il mondo. «Vedendola per la prima volta, mi ha scoraggiato. È alta tre volte la Nord dell’Eiger e la verticalità è incredibile per una montagna himalayana». Ecco le esatte parole di Messner, arcinoto per non essere scalatore tanto facilmente impressionabile. Nel 1963 e nel 1965 e 68, erano state gettate le prime basi per dare l’attacco a questa ormai famigerata parete. La parete del versante Rupal. Dapprima fu una spedizione esplorativa, poi, due tentativi veri e propri. I tentativi, tuttavia, si erano spinti soltanto poco sopra i settemila. Infine, l’ennesima spedizione germanica con quattordici alpinisti tedeschi, due austriaci e due italiani, guidati dal instancabile medico Karl Herrligkoffer (come molti alpinisti già sanno, fratello di latte dell’eroico Willy Merkl, organizzatore e capo di ripetute spedizioni himalayane), eccola avviarsi nell’aprile di quest’anno verso il colosso. Da ben una quarantina d‘anni, la tattica austro-germanica su questa montagna è stata palesemente tipica. Là dove un uomo cade, ecco l’imperativo ingigantire: altri dieci incalzino. Gli olocausti non sono davvero mancati. Merkl, Welzenbach, chi non li ricorda? Da solo, il Nanga Parbat ha mietuto più vittime di tutti gli altri ottomila messi assieme. C’è poco da fare, sono state un’abbondante trentina. Tuttavia, la forza solare dell‘azione e dell’affermazione se ne stropiccia delle critiche. Se andiamo al sodo, e proprio nella caparbietà dello scalatore, a qualunque nazionalità appartenga, un buon novanta per cento delle sue probabilità di successo. Con Reinhold Messner, la spedizione sembra poi essere partita con l’asso nella manica. Se non riuscirà lui che è destinato a essere l‘uomo di punta… Ma l‘invito alla partecipazione è stato esteso anche al più giovane fratello. Gunther (24 anni) compagno di Reinhold in più di una grande avventura alpinistica, tuttavia, quasi sempre da secondo di cordata.

AVVICINAMENTO
La solita trafila: Rawalpindi, Gilgit, e in sole tre giornate a piedi, ecco a quota 3.600 il campo base alla malga Tap. Il solito piccolo esercito di portatori: trecento per l‘esattezza. Poi, nevicate sempre più frequenti, sempre più cospicue. Ora un passo avanti, ora uno indietro. Ora una giornata di sereno, ora una di tormenta. E non manca di certo il contorno delle valanghe. In un mese e più di aspro lavoro, vengono via via drizzati i campi di quota sino al V a 7.200 metri, dopo aver attrezzato passaggi di difficoltà rilevante, specie nella parte superiore. Si fa presto a dire. Si, si, a collaborare ci sono quindici Hunza, i portatori per i campi alti (fino al II). Uno di loro, anzi, Isa Khan, già con la vittoriosa spedizione italiana al K2, memore dei Compagnoni e dei Lacedelli. Ma, se le soddisfazioni non mancano, la vita e il lavoro, lassù, sono durissimi e Iogoranti. Stralcio dal diario personale di Reinhold alcuni brani: (8 giugno: Campo III – quota 6.000) «Da sei giorni neve, vento, bufera… e un freddo cane. Al mattino, mezz‘ora di sole e nuova speranza. È sera adesso e, il freddo, peggiore che mai. Siamo a trenta sottozero. Alle 19,30 una slavina copre tutta la tenda. Dobbiamo uscire per alleggerirla e rimetterla in sesto». (24 giugno: Campo IV – quota 6.500) «La notte è trascorsa con un freddo intensissimo. Non abbiamo certo dormito molto. Finora ho ricercato tutti i posti per i campi… Mi ha divertito questo mestiere… Mi ha quasi entusiasmato l’erezione di una tenda… Durante tutta questa fase preparatoria, Gunther e io abbiamo battuto pista dal campo base fin qui, eccettuati forse cento metri. La via verso la cima sembra ormai libera»

RAZZO ROSSO
Dai 3.600 metri di quota, ne hanno così aspramente guadagnati altri 3.600. Con que- sto campo base, si era convenuto che sarebbe stato sparato un razzo blu se i bollettini meteorologici avessero lasciato prevedere alcuni giorni di tempo buono. Uno rosso se il maltempo fosse stato imminente. Nel primo caso, con equipaggiamento regolare, l’assalto alla vetta sarebbe stato condotto da due cordate, con maggior sicurezza per tutti. Nel secondo, soltanto Reinhold Messner, alleggerito, con azione lampo si sarebbe alzato fin dove gli fosse stato possibile ripiegando quindi con gli altri al campo base. La stagione dei monsoni si avvicinava minacciosa. Tuttavia le previsioni erano buone e il bel tempo si mantenne più o meno tale per vari giorni. Ma quando il diavolo ci mette la coda… Il razzo che avrebbe dovuto essere blu fu rosso (e il capospedizione – credo bene – disse poi che si trattò di un errore). Cosicché, ali ai piedi, toccava a Reinhold muoversi. E, dal momento che i malpensanti non mancano mai, se insinuassero che Messner non aspettasse altro che la palla al balzo, ricorderemo soltanto le parole di Marcel Kurz a proposito della battaglia condotta sul terreno himalayano: «La competizione si è ormai grandemente evoluta. Trionfa lo spirito di corpo. Un uomo solo può rappresentare l’intera spedizione e la sua personale vittoria è infinitamente migliore di una comune disfatta». Con il fratello Gunther e con Gerhard Baur, Reinhold Messner prende gli accordi: mentre avanzerà, essi dovranno attrezzare il canalone per assicurargli e facilitargli la discesa.

L’ORA PIU’ BELLA
I compagni sonnecchiano ancora quando alle due del mattino del 27 giugno, con pochissime cose, Reinhold Messner lascia la tenda del Campo V alla luce della lampada frontale. In alto, la luna fruga sulla sciabolata del Canalone Merkl. Eccolo, questo canalone, ecco i primi salti di roccia che costringono a togliere i guanti. Poi, un camino a strapiombo, ghiacciato, con l‘uscita in neve polverosa. Un tentativo diretto e la rinuncia. Aggiramento sulla destra: nuova rinuncia. Sull’orlo dell’abbandono, una scappatoia sulla sinistra che consente di superare alcuni salti prima e dei costoni rocciosi poi, ora lisci, ora rivestiti di neve e, grazie a una rampa, i pendii ghiacciati sotto la Spalla Sud. Quando Reinhold getta uno sguardo sul canalone ormai vinto ha un sussulto. Qualcuno sta salendo dietro di lui. E’ il fratello. Certo, la saggezza, ma a posteriori, dice che così, senza corda d’assicurazione, sarebbe stato meglio per entrambi tornare sui propri passi. Ma tant‘è. Gli errori si assommano e se ne fa l’inventario solo quando le cose sono andate male. Tra i fratelli non vengono scambiate molte parole: per loro è chiaro che dovranno proseguire insieme. Sembrano tesi soltanto a rinnovare i necessari miracoli di abilità tecnica, di energia, di perseveranza, di fede straordinaria. È mattino ormai, allorchè iniziano la grande traversata verso destra sotto la Spalla Sud, con l’intento di raggiungere la cresta. Avanzano adagio,uno dietro l’altro, costretti a ricercare continuamente l’itinerario meno difficile sulle rocce innevate. Nebbie al disotto e sole sfolgorante al disopra, procedono poi sulla neve molle sostando sempre più spesso, ripiegati sulle picozze per riprendere fiato, per ricacciare indietro la stanchezza delle notti insonni, per scambiarsi qualche breve incitamento. Poco sotto la cresta è persino Gunther che batte pista. Ma la vetta è ormai a due passi appena. I fratelli si apprestano a vivere sulla cima del Nanga Parbat l‘ora più bella della loro gioventù ardimentosa. L‘ora del trionfo, appena velata dalla strenua fatica e dalla preoccupazione per il ritorno.

E DOPO?
Gerhard Baur, che avrebbe dovuto attrezzare la discesa con Gunther, per un mal di gola, ha dovuto scendere dal Campo V al IV. Nel frattempo, Peter Scholz e Felix Kuen salgono dal lV al V. Ed Herligkoffer, il capospedizione, darà loro l’ordine di andare in cima. Ma all‘indomani. I Messner non si aspettano una seconda cordata. Stando al razzo rosso, il maltempo dovrebbe incombere imminente. Prima di iniziare la discesa, Reinhold cerca di rimettersi i grossi guanti norvegesi, ma risultano talmente induriti dal gelo che non riesce più a infilarli sopra le altre due paia. Ne ha ancora di riserva e li abbandona, fermandoli con alcune pietre, lungi dal- l’immaginare che guanti e ometto costituiranno poi l’unica prova del loro arrivo in vetta. È sera ormai e debbono affrettarsi a scendere. Si calano fino alla Spalla Sud e lì discutono il da farsi. Gunther trova che già la discesa, dalla Spalla all’imboccatura del Canalone Merkl, è difficile e rischiosa. Figuriamoci lo stesso canalone che può essere accostato a una Nord Cervino e presenta difficoltà di quarto e quinto. Ma solo dall’alto di questo grande canale potranno farsi sentire e chiedere aiuto. Ne raggiungono perciò l’imboccatura e, sotto uno spuntone, trovano una nicchia in cui bivaccare. Tolti gli scarponi, si avvolgono i piedi nei fogli termici in dotazione agli astronauti, e se li rimettono. È tutto lì quanto possono fare per sfuggire ai paurosi rigori di un bivacco in quelle condizioni a 7.800 metri d’altezza. Si rannicchiano su quegli scarponi e, così accovacciati, iniziano la lunga attesa. Dopo una notte agitata, più volte, verso il mattino, Gunther prega il fratello di rimboccargli le coperte… E stesso, ogni tanto annaspa con le mani come dovesse raccattare qualcosa… Le condizioni di Gunther preoccupano Reinhold. Verso le sei, perciò, quest’ultimo si mette a chiamare. Per tre ore, facendo la spola tra il posto di bivacco e un punto dal quale si domina bene il canalone, Reinhold continua a chiedere una corda.

STORIA DI UN MALINTESO
Finalmente, verso le dieci, si scorgono due uomini risalire lentamente seguendo le piste lasciate dai Messner. Sono Peter Scholz e Felix Kuen e si trovano ormai un centinaio di metri al disotto. Reinhold vede chiaramente che hanno una corda. Senza dubbio, sono saliti per accorrere in loro aiuto e, alla fine, si sente rinfrancato. Si parlano, ma siamo sugli ottomila e, con il fiato mozzo o qualche colpo di vento, non tutto è comprensibile. Sembra vogliano raggiungere a loro volta la vetta…. il percorso di salita della spedizione. Quindi, Reinhold grida, più forte che può, di salire verso di loro per poi continuare sulle tracce lasciate la qualcosa avrebbe anche abbreviato la salita. Felix chiede a Reinhold se tutto è a posto. E Reinhold… risponde di si. Altro errore, a posteriori E altro errore quello degli amici, che riprendendo a salire, aggirano sulla destra scomparendo entrambi dietro un crestone. Inutilmente, urlando a squarciagola, Reinhold cerca di far capire che a quel modo, con il fratello, sarà costretto a scendere addirittura dall’altro versante. I due proseguono, ma debbono lasciare la loro corda (quella che sarebbe servita ai Messner) sulla grande traversata che porta sulla Spalla Sud. C’è poco da fare, si tratta di passaggi molto duri. Comunque, alle 17, entrambi sono in cima, raggianti per la nuova vittoria. Anche loro senza ossigeno. Ma non proprio con tutte le carte in regola se uno di essi non ha esitato a ricorrere alla pervitina per raggiungere una mèta sportiva, allargando così l‘uso del doping da controllabili a incontrollabili campi. Faccenda discutibile semmai solo allorquando, a traguardo raggiunto (e il traguardo, lo si sa, è la vetta), ci si accorga che non si è calcolato tutto bene (il che è già grave) e si constati «in ritardo» che si è spinto il gioco troppo in là. Magari in un rischioso bivacco o in un ritorno che si è complicato oltre il prevedibile (maltempo interminabile o moribondi…) e si cerchi comunque di «sopravvivere» (e la parola presuppone già chiaramente una «sconfitta morale»). Mi sembra cioè in definitiva che con una mèta eccitante sopra il naso, si dimentichi troppo presto che si può anche indietreggiare. Un gioco deve pur sempre basarsi su una possibilità, o sbaglio? Altrimenti, meglio cercarsi qualche buLldozer… i Comunque, avere la pervitina in tasca non è forse come avere i chiodi a espansione nello zaino? E magari non usarli… Già! E fino a quando? Tuttavia, le imprese che riescono con simili garanzie anche solo psicologiche, avranno poi lo stesso valore delle altre? Di qui è fin troppo facile constatare quanto l’impegno morale dell’alpinista, che dovrebbe condurre il gioco sulle sue sole forze, vada via via scadendo. Alla Spalla Sud, Scholz e Kuen affronteranno anch’essi un durissimo bivacco. il giorno appresso, scenderanno per la stessa via di salita nel frattempo attrezzata con corde fisse da Werner Haim, Hans Saler e Gerhard Mandi. Passeranno un’altra notte al Campo IV e, il giorno dopo, rientreranno regolarmente al campo base.

IN TRAPPOLA
Per i fratelli Messner non ci sarà alternativa d’uscita se non il versante Diamir, tecnicamente assai più facile ma assolutamente privo di qualsiasi punto d’appoggio. È questo il versante occidentale del Nanga Parbat lungo il quale il celebre Mummery, nel 1895, aveva condotto il suo primo tentativo scomparendo poi, con due portatori, in circostanze oscure. Reinhold ha ben delineato in mente questo percorso così come altri mille di montagna. Più in basso, Gunther si sarebbe certamente ripreso. Ma Reinhold ha proprio qui il suo momento critico e i nervi gli saltano. Tuttavia, si tratta di un momento solo. Gunther insiste per la soluzione dello scendere comunque: afferma che non ce la farebbe assolutamente ad un secondo bivacco a quell’altitudine e, forse, neppure Reinhold. A scendere da solo per il Canalone Merkl, Reinhold probabilmente riuscirebbe, ma Gunther dovrebbe sobbarcarsi ad un‘altra notte lassù e senza assistenza per giunta. Intraprendono allora la discesa Diamir tenendosi sulla destra, lungo il crestone roccioso che scende dalla vetta. Sotto di loro si stanno scatenando violenti temporali. Poi, sono investiti dalla grandine. Trovano infine un passaggio di stretta misura tra due grandi seraccate, si destreggiano sul ghiaccio vivo, proseguono mirando alla costola rocciosa di Mummery che scende con un susseguirsi di passaggi di media difficoltà. Verso la mezzanotte si accingono al nuovo bivacco. Poi, alle tre, sorge la luna e, poiché Gunther si sente meglio riprendendosi dalla stanchezza e dal malessere, riprende anche la discesa per sottrarsi al freddo. Un buon passaggio sulla sinistra e, di primissimo mattino sono sul facili nevai a sinistra dei due costoloni interiori. Sgusciaeranno giù fra le lingue di due ghiacciai,raggiungeranno al più presto i verdi prati, sosteranno alla prima sorgente per spegnere l’arsura. Anzi, adesso, scendono ormai di corsa, sopravvanzandosi a vicenda poiché non ci sono più difficoltà.

MA GUNTHER, DOV’È?
In basso, affermerà amaramente Reinhold, «dove il ghiacciaio forma un piccolo ripiano ai piedi delle rocce, decido di piegare a sinistra: una lunga conoide di valanga consente una veloce discesa. Giunto al sale, il ghiaccio comincia a sciogliersi e c’è acqua. Acqua! Bevo e ribevo mentre la stanchezza mi invade e mi intorpidisce. Mi volto continuamente per vedere se Gunther arriva e, non vedendolo, penso abbia continuato diritto, sotto le rocce». Un miraggio, delle voci: Reinhold si sofferma bocconi su ogni rigagnolo. «Mi spoglio, mi lavo, continuo a bere.Un’ora dopo, Gunther non è ancora arrivato. Comincio a chiamarlo: non risponde. Mi ricopro e ripercorro la morena verso monte continuando a chiamare. Gunther non c’è. Non lo vedo nemmeno presso i molti ruscelli del ghiacciaio dove lo ricerco con apprensione. Ritorno in fretta al mio posto di sosta e proseguo per un buon tratto verso valle: nessuno». «Sono di nuovo al posto di prima, e intanto si è fatto pomeriggio. Prendo la piccozza e rifaccio il cammino già percorso in discesa. Ogni fatica è dimenticata, la stanchezza è scomparsa ma è nata l‘angoscia.Chiamando, cercando, ricalco le orme del mattino. il ghiacciaio è ora una palude e mi bagno sino alle ginocchia. Lentamente, risalgo la conoide fino al ripiano dove ho visto Gunther per l‘ultima volta. Qui, non ci sono più tracce del nostro passaggio, anche le mie sono scomparse:quando siamo scesi, la neve era dura e non abbiamo lasciato orme profonde. Salgo ancora controllando minuziosamente se per caso si sia aperta una qualche buca. Chiamo disperatamente: nessuno risponde. il sole è tramontato da un pezzo quando mi decido a scendere tra i due ghiacciai dove dev’essere passato Gunther. Le tracce di una valanga mi colmano di sgomento: le risalgo e chiamo di continuo mio fratello. Ridiscendo per un buon tratto lungo il ghiacciaio, sempre chiamando. E buio ormai. Torna su a tentoni. Sbaglio strada due volte, ritrovo la valanga, cerco e chiamo accanitamente. Più volte, però, devo essermi addormentato senza accorgermene. È il freddo sferzante che mi risveglia, o sono le mie grida, o forse le grida di Gunther’? Chiamo ancora, chiamo insistentemente per tutta la notte cercando fra i solchi e le pieghe della montagna. Al mattino sto ancora chiamando, ma ormai non so più a quale scopo». È in queste notti trascorse ai cinquemila che, scarponi e calzettoni fradici. Reinhold riporta i congelamenti agli arti.

LUNGO CALVARIO
All’indomani, con la disperazione in cuore, Reinhold non sa decidersi a scendere. Poi, lentamente, deve pure rassegnarsi e trascinarsi a valle. Di quando in quando si toglie gli scarponi e immerge le estremità nel torrente. Le dita dei piedi sono ormai violacee. Di pietra in pietra, con soste sempre più frequenti, scende a valle, perde quota. Ora ricade, ora si riaddormenta. Allorché si risveglia, ha ancora delle allucinazioni. Poi, sente qualcuno che spacca della legna. Si avvia da quella parte e trova tre boscaioli. A| campo base Felix e Peter raccontano per filo e per segno delle parole scambiate all’imbocco del canalone con Reinhold e Gunther. Dicono d’aver trovato in vetta i guanti e le tracce. Se la congettura della discesa dalla parete Diamir avesse fondamento, ci sarebbe il Passo Mazeno che consentì allo stesso Mummery di trasferirsi dal versante Rupal a quello Diamir. Ma al campo base, per forza di cose. si temporeggia. il 3 luglio, finalmente, si va verso Gilgit con una jeep, tuttavia, la strada è interrotta e non si può proseguire.

PROPRIO UNA COMBINAZIONE
Reinhold impiega un‘eternità per fare intendere ai boscaioli d’aver fame. Un pezzo di pane è il suo primo cibo dopo tre giorni. All’indomani, un giovanotto lo accompagnerà fino al paese di Diamirai. Li otterrà qualche altra cosa per sfamarsi in cambio di qualche capo di vestiario. Quel che non scambia, gli verrà rubato da quella diseredata disperata gente. La piccozza in una mano, nell’altra un bastone, eccolo andarsene. Al margine dell’abitato, però, due uomini Io raggiungono. Uno di loro è addirittura armato di fucile… Ma i due gli saranno invece di grande aiuto. Quando non potrà più camminare, a turno, lo porteranno a spalle. Dove il percorso si farà difficile si arrabatterà comunque. Sulle salite ripide procederà carponi. Alla fine, sarà barellato su mezzi improvvisati. Deve assolutamente proseguire per Gilgit e l’odissea avrà un taglio solo allorquando incontrerà due militari che lo rifocilleranno e lo aiuteranno. A venti miglia dalla città, la strada è interrotta da una frana e deve attendere che l’ostacolo venga rimosso. Qui sopraggiungono il capospedizione e tutti gli altri. Hanno smontato il campo base e se ne stanno tornando a casa. «E cosi che ci ritroviamo, per caso, a notte fonda, otto giorni dopo il nostro ultimo colloquio per radiotelefono…». Sono le accorate parole di Reinhold Messner a chiusura di una sofferta esperienza, di una scontata sventura. Ma le polemiche Hermann Buhl. contro lo stesso capo e a causa di una più o meno analoga situazione, avranno un‘eco? Anche se mentre cercava disperatamente suo fratello tra i blocchi di ghiaccio, al campo base si festeggiava la vittoria di Felix e Peter.… Reinhold Messner, pur giovane com’è, sa forse sorvolare e tacere. Con la scomparsa di Gunther, la documentazione fotografica della conquista della vetta andrà perduta. Ed è questo un altro particolare del tutto trascurabile?

ARMANDO BIANCARDI

LE MIGLIORI SALITE DI GUNTHER MESSNER
La breve vita di Gunther Messner (che era nato nel 1946), si è chiusa a 24 anni appena. Compagno preferito nelle scalate del celebre fratello Reinhold, Gunther aveva messo all’attivo una serie tutt’altro che trascurabile di grandi salite nonostante la giovane età. Il modo più degno di onorare un caduto della montagna, non è forse quello di ricordare alcune delle sue migliori imprese? Ecco quindi quali furono.
Roccia: Agnèr – Nord-Est – 1a ascensione (VI-); Monte Cavallo – pilastro di mezzo – 1a ascensione (VI) e via Livanos – 1a ripetizione (VI+); Marmolada di Rocca — via Vinatzer – due volte (VI+); Rocchetta Alta di Bosconero – Nord – 1a ripetizione (VI) e spigolo Strobel – 4a salita (VI+); Cima Ovest di Lavaredo – spigolo Scoiattoli (VI) – tutta da capocorda; Cima Canali – via Buhl (V-VI) – tutta da capocorda.
Misto: Eiger – pilastro Nord (1800 m.) – 1a ascensione; Aiguille d’Argentière – Nord-Est – 1a ascensione.
Ghiaccio: Ortles – parete Nord per il seracco centrale – 1a ascensione e Via Ertl; Presanella – parete Nord per il seracco destro – 1a ripetizione; Aiguille de Triolet – Nord – via Contamina- Lachenal – 4a salita.

Piolet Traction anni 70

Piolet Traction anni 70

Walter Cecchinel: per il lettore questo nome evoca la “face Nord directe du Pilier d’Angle au Mount Blanc” e soprattutto la prima ascensione (e la prima invernale) del “Couloir nord-est du Petit Dru”. Pertanto, indipendentemente da questi exploit, il nome di Cecchinel resterà legato a “une remise en question” (una rielaborazione) della tecnica di salita su ghiaccio, l’elaborazione di un nuovo metodo di progressione, la messa a punto di materiale semplice ma perfettamente adattato. La “Piolet-Traction” una conquista dell’alpinismo: assicura una tecnica facilmente assimilabile, una semplice evoluzione ed un’eccellente sicurezza sul campo, apre le prospettive per performance sportive eccezionali. Queste nuove possibilità, tuttavia, non dimenticano che su un pendio a 50°, in buone condizioni, si sale e si scende, come facevano gli antichi, in piedi sulle dieci punte…

Questa l’introduzione, tradotta dal francese, di un articolo di Jean-Louis George dedicato alla Piolet Traction pubblicato nel 1977 su “La Montagne & Alpinisme”, una rivista francese tra le più prestigiose dell’epoca. Mi sono messo a spulciare tra le riviste della “Biblioteca Canova perchè Mav e Brambo, due tra i Tassi più attivi in questo inverno (loro la foto iniziale), si stanno intensamente dedicando alla salita su ghiaccio. Io, se escludiamo i prati del Moregallo, ho pochissima esperienza con le picozze da ghiaccio e così, come sono solito fare, ho ricercato nella storia le basi della tecnica.

L’articolo in questione è una guida tecnica al “Piolet Traction” realizzato con l’aiuto diretto di Cecchinel, uno suoi principali ideatori. L’articolo, come si usava nelle riviste dell’epoca, è un vero e proprio trattato che mira a divulgare al grande pubblico una tecnica ancora sconosciuta. Proverò a tradurre e riassumere qui il lungo articolo.

Tutto sembra iniziare nell’estate del 1971, sei anni prima dei questo articolo. Cecchinel racconta di alcune test condotti su nuovi materiali. Parla di picozze con l’impugnatura, che consentono di posizionare in modo diverso le dita. Parla di una nuova piccozza che assomiglia ad un martello con la “becca”. Descrive anche uno strumento artigianale e “bizzarro”, un “poignard à glace à manche”, letteralmente un “Pugnale da ghiaccio col manico” che ha utilizzato per la Nord du Pilier d’Angle in compagnia di Georges Nominé. Osserva poi come già Jacques Lagrande fosse stato un precursore sfruttando nella progressione la piccozza piantata al di sopra della testa. Tuttavia Lagrande, che utilizzava all’epoca una sola piccozza, non poteva risolvere tutti i problemi tecnici di un singolo ancoraggio. Problemi che furono poi superati introducendo l’uso del martello-picozza (e del doppio ancoraggio). Questa infatti, pare essere la sostanziale differenza iniziale tra la tecnica classica e la tecnica moderna (dell’epoca).

Dopo questa prima introduzione storica Cecchinel esplora i materiali contemporanei raccomandando la “piolet-traction” solo con picozze realizzate per tale scopo (credo che le piccozze con il manico in legno fossero ancora diffuse all’epoca). Soprattutto raccomandava l’uso obbligatorio di una “dragonne”, una cinghia, che rendesse solidale il braccio e la picozza. Era inoltre importante avere una lounge (una lunga cinghia regolabile) con cui utilizzare la picca-martello come punto di ancoraggio. (Nota. Sembra che solo il martello fosse legato all’imbrago dalla lounge, la picca restava libera e semplicemente dotata di cinghietta per il polso). Descrive poi i ramponi, riportando come le punte davanti, introdotte nei ramponi moderni solo nel 1969, siano fondamentali per la progressione. I ramponi “tecnici” dell’epoca, le cui foto sono riportate nell’articolo, assomigliano spaventosamente ai ramponi più economici in commercio oggi giorno: eppure hanno fatto la storia!

Poi inizia la descrizione vera e propria della tecnica. Tenterò una traduzione il più fedele possibile.

5.1. – La techinique de montéè.
La progressione in “piolet-traction” si effettua affrontando la pendenza utilizzando le punte davanti dei ramponi ed utilizzando due strumenti di ancoraggio tenuti a una distanza di un braccio.Assicurarsi di piantare sempre la piccozza o il martello il più in alto possibile sopra la testa (braccio esteso!). Questi vanno impugnati nella parte inferiore più estrema del manico per avere la miglior battuta possibile. E’ importante regolare di conseguenza la “dragonne de traction” (la lounge del martello).

Progressione normale:

  • Piantare molto alto, braccio teso, la picozza ed il martello, i piedi sono molto distanti (circa 50 cm) per una buona stabilità.
  • Effettuare dei piccoli passi senza superare la “posizione limite superiore” con le braccia flesse.
  • Per una buona sicurezza, su terreni molti difficoltosi, evitare di superare la “posizione limite superiore” dove la posizione del braccio flesso consente, se necessario, un bloccaggio muscolare.
  • Sposta il secondo strumento solo nella posizione che può consentire, se i piedi scivolano, di bloccarsi comunque su un unico punto di ancoraggio.

Realizzazione di una sosta (posizionamento di un chiodo):

  • Quando mancano pochi metri di corda alla fine di una lunghezza, mentre il martello è ben piantato e sicuro, realizzare un “amorce de marche” con la picozza ben alta e con il braccio teso. (Nota: non ho trovato una traduzione precisa ma, in pratica, costruisce un gradino nel ghiaccio)
  • Rimontare fino al gradino e posizionarsi con i piedi di traverso (posizione di riposo) mantenendo picozza e martello piantati a braccia tese.
  • Assicurarsi sulla cinghia della picozza con un rimando di corda. (Nota. sì, pare proprio che con un moschettone sul cinturino piazzasse un barcaiolo)
  • Posizionare un chiodo da ghiaccio (nota. Non credo esistessero le viti all’epoca, quindi doveva staccare il martello ed usarlo per piantare il chiodo).
  • Riposizionare il martello, assicurare la corda al chiodo, liberare la picozza per allargare (con la sicurezza di due punti di ancoraggio) il gradino iniziale.
  • Riposizionare la picozza per un terzo punto di ancoraggio.

5.2 La technique de descente
La piolet traction è poco comoda come tecnica di discesa, tuttavia qualora sia necessario ridiscendere è importante farlo in sicurezza. Pertanto è importante la buona qualità degli ancoraggi (picca e martello) effettuando piccoli passi senza esitare a riposizionare spesso gli attrezzi. Serve molto esercizio e molta pratica…

5.3 Problèmes de récupération des engins.
E’ evidente che il problema dell’estrazione di un attrezzo è in funzione della forza con cui è stato piantato. Se la lama utilizzata è particolarmente sottile (utile con ghiaccio duro) sarà al contempo abbastanza fragile. E’ tuttavia importante acquisire il “colpo di mano” per assicurarsi che la lama penetri in modo soddisfacente in terreni delicati (Nota: nell’articolo fa riferimento al ghiaccio duro del Couloir du Dru, spesso incastrato tra roccia). Il recupero degli strumenti deve essere quindi il più delicato possibile, senza imprimere torsioni che potrebbero danneggiare o spezzare la lama.

Spero che la mia traduzione (suvvia, un po’ di comprensione: ho studiato francese alle medie… nel secolo scorso!) renda omaggio all’articolo originale ed ai suoi contenuti all’epoca rivoluzionari. Curiosamente ora sul mio tavolo c’è anche una guida alle salite su ghiaccio di Rebuffat: in pratica il meglio della tecnica classica. Credo ci sia molto da imparare nelle “strategie” con cui i “vecchi” ci hanno spianato (?) la strada. Un alpinismo che non comprenda il passato è un alpinismo senza futuro, specie per chi, come il sottoscritto, ha tutto l’anno la fissa del “misto-verde” sui prati del Moregallo!

Au revoir!!

Davide “Birillo” Valsecchi
Maître d’équipage du Blaireaux du Moregall
(Nostromo dei Tassi del Moregallo)

Grotte Naturali e miniere artificiali

Grotte Naturali e miniere artificiali

[TeoBrex] Veronica, Andrea (Maconi) ed io ci ritroviamo questa mattina a Strozza (Bg) per riprendere in mano la risalita interrotta la scorsa volta per mancanza di corde. Arrivati alla partenza di MC4 salgo per primo in quanto a questo giro la mia sacca risulta essere incredibilmente la più leggera, Andrea mi avverte che sul balconcino a 3/4 della risalita Felicita ha gentilmente lasciato una 70m per proseguire, salendo la porto alla partenza delle due risalite in programma. Tutti e tre di nuovo insieme decidiamo il da farsi… Avevamo lasciato un ramo che prometteva bene sulla sinistra ed un finestrone sulla destra da raggiungere con mezzi di alta tecnologia (ramponi e due picche) in quanto inclinato di circa 60° e composto per il 100% da fango. Optiamo per il rametto promettente, salgo in libera per qualche metro e non volendo sprecare fix e dovendo montare su un balconcino mi cimento nel lancio della scaletta attorno ad una concrezione: 1shot-1kill.

Sono passato ma la situazione non sembra buona. Armo doppio per far salire Veronica ed Andrea e concludiamo che non vale la pena andare oltre sprecando materiale e tempo: qualche metro piu sopra chiude! Mesti torniamo al balconcino ed Andrea si getta all’arrembaggio ed inventa un gran traversone per evitare la fangazza. Terminata la risalita prepara un ancoraggio doppio per permettere a Veronica di salire dal basso mentre io mi occuperò del disarmo del traverso in salita per recuperare corda e materiale. Ora siamo affacciati su un pozzo, sorpresa! Andrea prepara tutto e Veronica attrezza il pozzo successivo, ma in fondo tra le rocce scorgiamo un segno rosso: quindi laggiù è già stato rilevato! Ma in alto un’altra risalita ci attende…

Io scendo il pozzo e torno alla base di partenza dell’MC4 per recuperare il materiale e le corde disarmando in salita, mentre Veronica ed Andrea affrontano la risalita. Sbaglio bivio e mi ritrovo in un luogo che non ricordavo, giro i tacchi e capisco subito dove avevo stupidamente sbagliato strada. Arrivato alla base salgo e disarmo risalendo e ritornato da loro con piastrine, moschettoni e tre belle bambole di corda non proprio leggere, saliamo nel nuovo ramo in libera esplorando mentre il buon Andrea chiude le fila della truppa rilevando e prendendo appunti per la mappatura del nuovo ramo stupendamente concrezionato. Davvero un gran bel luogo, non fosse per la decina di centimetri di fangazza che ricopre quasi ogni cosa!!!

Conciatissimi anche questa volta, raduniamo il materiale e scendiamo verso il livello superiore (rispetto a dove siamo partiti) della miniera raggiunto con l’ultima calata nel vuoto.
La risalita totale MC4 si attesta attorno ai 45m, mentre la successiva ne sale una quindicina e da lì si proseguiranno le esplorazioni (magari con una corda la prossima volta ahah), mentre sommando i due pozzi arriveremo intorno alla ventina di metri di calata. Lasciamo ben armato per la prossima volta.

Altra grande giornata di condivisione, Grazie per l’invito.

Matteo “TeoBrex” Bressan

Indole Irruente

Indole Irruente

“La tua irruenza mi spaventa” – mi ha confidato una persona speciale tempo fa – ”quando invece prima conti almeno fino a 1000 allora la combini sempre giusta”. Io al contrario mi sento più spesso prigioniero della razionalità e del cinismo che mosso da un incontenibile slancio impetuoso. Tuttavia, alle volte, una parte di me sembra autonomamente rispondere ad un imperativo, ad un richiamo superiore: quasi senza volerlo mi ritrovo protagonista di uno slancio generoso, “fosse anche solo un sogno matto”. In modo piuttosto divertente credo la parte migliore di me sia quella su cui ho il minor controllo: quella irruente, quella che si accende e fa le cose semplicemente perché ritiene giusto farle.

In questo modo è nato il libro: ”Senzatrapano – Eroici Alpinismi Inutili”. Figlio di una fulminea ondata di furia, lucida ma incontrollabile, quasi irrazionale ma consapevole. Il libro, letteralmente, si è “fatto da solo”. Un atto creativo di cui sono artefice più che artista. Quasi stupito ho in mano le prime copie e, meravigliato del risultato, lo osservo come se fosse l’opera di qualcun altro: onestamente, in quest’ottica, credo sia un libro decisamente straordinario.

Sì, credo sia un libro importante, ma non perché l’ho scritto io o perché sono parte delle storie che vi sono raccontate. No, anzi. Sono un mediocre scrittore ed un mediocre alpinista, ma è proprio questo che permette al messaggio di fondo di emergere limpido ed irruente. Scomodo ma affascinante.

Non è un mistero, ho “costruito” il libro per “sistemare una faccenda” ai Corni di Canzo, ma solo dopo mi sono reso conto di come il messaggio, l’imperativo racchiuso nelle sue fondamenta, sia qualcosa di molto più importante di un semplice “regolamento di conti” tra bande. In realtà è un messaggio destinato ad orizzonti ben più grandi e che può risuonare, vibrando in una eco che si propaga, tra valli e montagne ben più ampie.

Sono racconti semplici, quasi banali. Salite senza gloria, senza importanza (anche se sono importanti per me: visto che in quasi tutte ci ho rischiato la pelle!!). Non c’è nulla di veramente speciale, o meglio: niente di “quello che c’è” dovrebbe apparire speciale. Già, è un libro su una normalità che dovrebbe essere diffusa e che invece oggi appare come atipica. Già, perché oggigiorno, soprattutto per la maggior parte dei giovani, arrampicare senza trapano, senza una relazione, senza un filotto di fittoni preconfezionati, è qualcosa di atipico, fuori dagli schemi, quasi ribelle. In realtà dovrebbe essere esattamente il contrario: anzi, è sicuramente il contrario!

Il bello del libro è proprio questo: una persona qualunque (anzi piuttosto scarsa) che fa cose normali, ma che nella visione contemporanea rischiano di apparire “stra-ordinarie”, specie se confrontate con opere di “carpenteria acrobatica” oggi tanto in voga. Leggendolo si respira una libertà scanzonata, carica di quesiti inutili, da risolvere abbandonandosi semplicemente, ma con una punta di coraggio, alla passione ed alla curiosità.

Perché credo sia un buon libro? Perché dopo averlo realizzato, dopo essermene “liberato”, si è riaccesa in me una scintilla che non sentivo da tempo: con un sorriso ho guardato le pareti all’orizzonte ed ho fantasticato sulle prossime salite, sui desideri inespressi, sulle idee bislacche e sugli slanci futuri. Fantasie magnifiche, che nemmeno sospettavo di desiderare nonostante fossero sempre state lì, davanti al mio naso, tra le pieghe nella luce obliqua del tramonto. “Ti apre nuovi occhi e ti accende i sentimenti.” Se questo libro vi donerà lo stesso effetto, beh, allora sarò ansioso di ascoltare le vostre storie!

Davide “Birillo” Valsecchi

Indice dei Racconti nel Libro:

1) Antefatto (2) Via Cassin Pizzo d’Eghen (3) Panzeri al Castello D’Erna (4) Terror Crest (5) Il giorno in cui Bonatti se ne andò (6) Avventura ed Esplorazione (7) Stellina (8) Onda D’Ombra (9) Cimitero di Lumachine (10) Birillo’s Crack (11) La via del Teo (12) Cuori Infrangibili (13) Indietro non si torna (14) Via Fasana Parete Fasana Corno Centrale (15) Fasana: viaggio ad occidente (16) L’epopea degli eroi di cartone (17) Figli di un Alpinismo Minore (18) Meritevole di diventare una Classica (19) L’assassinio dell’impossibile (20) La Parete del Tempo Perduto (22) Another Day in Moregallo (23) Pizzo dei Tre Signori: via del Caminetto (invernale) (24) Pace in tempo di Guerra (25) Moregallo: Via Buontempo (26) Bienvenido Hotel Cornifornia (27) I Sogni degli altri (28) Conclusioni

“SENZATRAPANO” è disponibile su Amazon.it sia in formato eBook che stampato in formato cartaceo tradizionale (copertina flessibile)

Leggende e racconti delle tribù ribelli, di coloro che si sono spinti nei territori d’avventura dell’Isola Senza Nome, le misteriose e severe montagne strette tra i due rami del lago di Como. Storie di alpinisti famosi e di giovani sconosciuti, di vita che scorre intensa scivolando tra il vuoto e la roccia. In questo libro sono raccolti i racconti di venti salite: ripetizioni eccellenti e nuove vie, tutte vissute inseguendo l’avventura nel rispetto dell’etica e della storia. 

 

Corni: Antivigilia 2017

Corni: Antivigilia 2017

«Purple haze, all in my brain. Lately things they don’t seem the same» All’inzio era un’avventura, ora è una tradizione e, come tutte le tradizioni, si inizia celebrando al bar! I Tassi fanno rendez vous alla “Taverna del Luf” a Valbrona: servono un paio di birre e del formaggio sardo per organizzare le squadre. Poi tutti su per Oneda e da qui fino al rifugio SEV. Pianezzo è un deserto fatto di tenebra e silenzio, la neve del versante Nord una lastra di ghiaccio su cui pattinare. Ma all’orizzonte la Crestina Osa è già illuminata, stessa cosa la Croce di Megna: è l’antivigilia e tutte le montagne iniziano a brillare nella notte. Noi siamo quelli dei Corni.

Il ghiaccio può essere un problema e quindi, visto che io – piacevolmente – ormai conto poco o nulla, chiamo i capitani a consiglio. Ci sono tre rappresentanti di tre diverse scuole d’alpinismo lombardo ed un membro del soccorso speleo: “Okay, io porto la batteria su per il caminetto. Sta a voi decidere se fare la ferrata o meno. Non ho idea se ci sia ghiaccio in cresta, tenete a mente che con voi avete due matricole che non l’hanno mai fatta di notte”. Un tempo dovevo ringhiare ordini, ora mi basta ascoltare le loro scelte. “Tranquillo: diamo un occhiata e decidiamo sul da farsi. Comunque ci vediamo in cima”. Sogghigno ed ammicco a Teo “Io però mi prendo lo Speleo… che da solo mi metto nei guai”. Lui se la ride ed aiuta la “Cottolz”, la matricola della mia squadra, ad infilarsi l’imbrago.

Il bosco è ghiacciato e scivoloso, ma il caminetto è pulito ed anche la cresta è libera: è la prima volta che Valentina viene in montagna con noi, avevamo preso tutte le precauzioni del caso ma è salita senza difficoltà. Attacco la batteria alle nostre “tamarre e cangianti luci a led” illuminando la Croce del Corno Occidentale. Poi, al riparo del vento, ci sdraiamo al riparo sotto la cresta, dove è possibile osservare l’uscita della ferrata.

La pianura è un oceano di luci a cui le montagne sembrano rispondere orgogliose. Cornizzolo, Megna, Moregallo, Corno Rat, Medale, Barro… lucine allineate salgono verso le cime penintenti. Noi siamo stravaccati nell’erba circondati dalle tenebre: quassù l’unica luce è la nostra.

Non fa particolarmente freddo e chiacchieriamo aspettando gli altri. Sono la “generazione delle origini”, la prima dei Tassi del Moregallo. Quando li ho conosciuti, anni fa proprio qui ai Corni, non avevano mai fatto una ferrata in vita loro nè sapevano fare un nodo di corda. Che strano viaggio abbiamo fatto insieme: ora sono pieni di “patacche” mentre io sono rimasto lo stesso strambo di sempre, ma siamo ancora qui, ai Corni, insieme. Abbastanza per rubare un sorriso compiaciuto nella notte.

Poi finalmente arrivano. “Birillo, i regalini dei tuoi amici brillano al buio” Sghignazza il primo stringendomi la mano. Rido divertito facendogli l’occhiolino “Pazienza amico mio, ci vuole pazienza in queste cose: la faccenda la chiudiamo alla luce del sole”. Volano pacche ed abbracci prima della consueta foto tutti insieme. Poi via, il gruppo scende giù per il caminetto mentre io e Brex ci attardiamo aiutando Valentina a scendere.

Un banale inconveniente rende comica la situazione. “L’ABC Teo! Mi sbagli l’ABC! Così gli altri penseranno che facciamo tardi perchè sono io quella imbranata!!” Scoppio a ridere per quella che è probabilmente la frase dell’anno mentre la giovane matricola si prende gioco con veemenza dei due veterani del gruppo! Benvenuta nei Tassi Cottolz!

Finalmente al bivacco della SEV ci trinceriamo dietro bottiglie, panettoni e fette di salame: ora è davvero natale!!

Due ore dopo, svuotate le bottiglie, la nostra brigata traballa, oscilla e barcolla affrontando al buio una “complicata” discesa. Io mi ritrovo disteso su lastra di ghiaccio infinita, aggrovigliato in cinquanta metri di corda, mentre inspiegabilmente cerco di avanzare nuotando a rana. Nel bosco luci che ridono e rotolano tra i rami cercando maldestramente di tagliare i tornanti ghiacciati. Chissà, forse questa ciurmaglia è la vergogna dell’Isola, può essere, ma di certo è il mio orgoglio. Buon Natale Tassi!

Davide “Birillo” Valsecchi

Un sentito ringraziamento alla Società Escursionisti Valmadrera che gestisce il rifugio è che ha realizzato il piccolo ma accogliente bivacco che anche quest’anno ci ha permesso di festeggiare. Grazie e tanti auguri!

SENZATRAPANO

SENZATRAPANO

Eroici Alpinismi Inutili: Io vivo ai piedi delle montagne che noi indigeni chiamiamo l’Isola Senza Nome. Sono le montagne strette tra i due rami del Lago di Como, ma potrebbero essere una qualunque tra le mille montagne poco importanti che sanno essere speciali per qualcuno. Un giorno due alpinisti, due arrampicatori italiani di fama mondiale, sono venuti sulla nostra montagna. Eravamo entusiasti! Ansiosi di scoprire quali meraviglie avrebbero saputo mostrarci! Ma tutte le nostre aspettative si infransero presto. Senza chiedere niente a nessuno si sono calati dall’alto, dal sentiero delle capre, e con il trapano hanno mitragliato una povera parete di 30 metri per 30 con un’asfaltata di 40 fix. Poi sui giornali hanno scritto che quella falesia, senza anima e costruita in tre giorni di cantiere, era un regalo per noi “offerto” dal “loro” sponsor. “Senza soldi pubblici permettiamo a persone di tutte le età di arrampicare”. Questo era il loro motto. Eravamo stupiti, increduli! Prima che ci “permettessero” di arrampicare, sulla nostra montagna c’era solo roccia e vuoto: tutto ciò di cui il nostro cuore aveva davvero bisogno. Ho provato a scrivere lettere di protesta, a chiedere un dialogo, ma l’unica risposta che ho ottenuto è stata quella da parte del loro avvocato.

Trapano, Pubblicità, Avvocati. La nostra visione della montagna era ed è fatta soprattutto di rispetto. Rispetto per la natura, per gli altri alpinisti, per la storia, per le generazioni future. Un rispetto che le difficoltà trasformano in solidarietà, in fratellanza. Un rispetto che, prima di cellulari ed elicotteri, era l’unica salvezza possibile. Vedere per essere visti, salutare per essere salutati, riconoscere per essere riconosciuti. Ora l’arrampicata va di moda, va alle Olimpiadi: forse perché ora gli arrampicatori non hanno più il coraggio di scalare l’Olimpo come titani, forse perché ora inseguono oro e argento anziché un posto accanto agli Dei.

All’improvviso mi sono sentito vecchio ed ho pensato alle future generazioni ed alle loro domande: “Dove eravate voi mentre tutto questo accadeva sulle nostre montagne?!”. Così ho deciso di fare qualcosa di assolutamente anacronistico: scrivere un libro. Già, in fretta e furia, perché in qualche polverosa soffitta restasse una traccia, un segno, una testimonianza delle piccole, disperate e disperse tribù che, ognuna sulle proprie insignificanti montagne, hanno provato forse inutilmente a resistere all’invasione delle “rock-star” con il trapano a batteria.

Davide Birillo Valsecchi
Nostromo dei Tassi del Moregallo

“SENZATRAPANO” è disponibile su Amazon.it sia in formato eBook che stampato in formato cartaceo tradizionale (copertina flessibile)

Leggende e racconti delle tribù ribelli, di coloro che si sono spinti nei territori d’avventura dell’Isola Senza Nome, le misteriose e severe montagne strette tra i due rami del lago di Como. Storie di alpinisti famosi e di giovani sconosciuti, di vita che scorre intensa scivolando tra il vuoto e la roccia. In questo libro sono raccolti i racconti di venti salite: ripetizioni eccellenti e nuove vie, tutte vissute inseguendo l’avventura nel rispetto dell’etica e della storia. 

Il Primo Ministro dei Tassi

Il Primo Ministro dei Tassi

L’altra sera, finalmente, TeoBrex è venuto a cena da noi e ci ha raccontato delle mille avventure di cui è protagonista in questo ultimo periodo. Storie che al momento giusto, in accordo con gli altri protagonisti coinvolti, saprà raccontarvi con il solito entusiasmo. Per ora posso solo dirvi che Teo sta facendo davvero molto e che sono davvero felice ed orgoglioso per lui.

Quella che vedete in alto è una foto ormai abbastanza famosa: è stata pubblicata su “Il Giorno” e mostra la nuova ed incredibile grotta scoperta al Pian del Tivano: “L’abisso dei Giganti”. La foto è stata scattata dal mitico Pierluigi “Pier” Gandola e quello al centro della foto è proprio TeoBrex durante le primissime fasi esplorative. Sul caschetto blue non si vede ma c’è con orgoglio la patacca dei Tassi, quella patacca che, ahimè, il più delle volte viene scambiata per una puzzola!!

I Tassi del Moregallo sono come i pirati, tra di loro vige una strana democrazia anarchica. Forse anche per questo non esiste un vero capo ma solo goliardici titoli gerarchici. TeoBrex, che ha la straordinaria capacità di lasciarsi condurre dall’entusiasmo, è infatti il “Primo Ministro”, colui che deve ispirare e guidare il consiglio dei Tassi. Io invece, che mi lascio trascinare dall’irruenza, sono il “Nostromo” e, come tale, per lo più conduco la nostra marmaglia all’arrembaggio!

Invidio, in modo positivo, anche un’altro aspetto del carattere di TeoBrex: la capacità di sussurrare agli abissi così come parlare alle stelle. Teo infatti ci ha raccontato di come, appollaiato con un’antenna artigianale sul tetto di casa, abbia contattato radiofonicamente Luca Parmitano, il primo astronauta italiano a compiere attività extra-veicolari, durante un passaggio d’orbita dell’ISS, la Stazione Spaziale Internazionale. Questo breve contatto radio, insieme all’attività speleo, gli ha poi permesso di incontrare di persona Parmitano a Roma. Motivo per cui oggi abbiamo l’autografo di un astronauta su una nostra patacca!

Invidio il suo entusiasmo perché lo porta fin nello spazio. La mia irruenza invece mi porta sempre più spesso a fare a “testate” con gente piuttosto terra-terra… ma infondo è giusto così, io sono il Nostromo: “non accettare l’inaccettabile” è parte dei miei compiti. Purtroppo tocca a Bruna sopportarmi (e a volte trattenermi!).

Fortunatamente, mentre sono fermo nel nido aspettando nasca la piccola Andrea, osservo con grande gioia e soddisfazione il piccolo gruppo di cui faccio parte: Bravi, Bravi, Bravi!

Davide “Birillo” Valsecchi

Aggiungo qui i ringraziamenti pubblicati sul web da Fabio Bollini in modo da testimoniare i nomi di coloro che stanno conducendo questa straordinaria esplorazione: «Vorrei approfittare per ringraziare ancora una volta il presidente Angelo Zardoni, senza il quale tutto questo non sarebbe stato possibile, e poi ancora Pamela Romano, Pierluigi Gandola, Serena Riganonti, Cesare Maspes, Paolo Ramò, Teo Brex, Emanuele Citterio, Mirco Capelli, Giusi Troiani, Maurizio Zagaglia, Francesco Invernizzi, Alberto Rinaldi, Giuliano Cella e Stefano Bellomo.»

Andrea è femmina

Andrea è femmina

Bruna è ormai al sesto mese e l’ecografia ha confermato quello che la saggezza popolare suggeriva già da tempo: Andrea è femmina. Confesso che un sorriso piuttosto compiaciuto è spuntato sull’angolo sinistro del mio viso quando la ginecologa ce lo ha detto: il mio primogenito sarà una valchiria figlia delle montagne e delle foreste, del deserto e dei mari del sud, della poesia e della danza.

Quando Andrea avrà vent’anni io ne avrò sessantadue, ma per quell’epoca sarà una versione “addestrata, riveduta e corretta” tanto di Birillo quanto di Bruna, il tutto in un giovane corpo di donna caricato con l’irruenza di famiglia. Al suo fianco i futuri cadetti ed i veterani dei Tassi del Moregallo, la sua temibile famiglia allargata. Al solo pensarci scoppio a ridere divertito. Quel giorno, per un istante, mi piacerebbe poter guardare il mondo attraverso i suoi occhi: il futuro è una promessa tutta da scoprire.

Andrea, aspetterò con pazienza, ma sappi che sono ansioso di incontrati: ci sarà parecchio da divertirsi insieme!!

Davide “Birillo” Valsecchi

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