L’incontro e la montagna

L’incontro e la montagna

(LucaPenna) Tempo fa Davide mi disse “hai fatto la tua prima uscita con il vecchio, devi scrive l’articolo!”, in effetti qualche settimana è passata… forse qualche mese, ma non importa il tempo è soggettivo, dipende dalle tue emozioni e da quanti pensieri “disturbanti” attraversano la tua routine e ti danno il senso del vivere, per cui semplicemente stasera è il tempo giusto.

Comunque, facciamo qualche premessa. Non ho mai scritto i miei pensieri o raccontato le mie esperienze, per cui abbiate pazienza se esprimo con la pochezza delle parole il treno in corsa del mio vissuto.

Conosco Davide da un’altra vita, recentemente ci siamo ritrovati a mangiare e bere da amici, in quell’occasione gli raccontai del mio “ravanare” su per la “direttissima” che porta in Grignetta e lui espresse un pensiero anche mio “ma perché cavolo sei uscito dal sentiero e ti sei messo a cercare una via tutta tua?”. Bella domanda, me l’ero fatta pure io, perché non era la prima volta che “ravanavo” e in altre occasioni il rischio preso fu ben maggiore, resta il fatto che il germe di un pensiero aveva preso forma, o meglio, l’universo aveva già colto un mio bisogno e si era messo in moto.

A distanza di qualche settimana, in occasione di una pizzata sempre trascinato dal Davide, conosco il “vecchio”; mi avevano parlato di lui in altre occasioni con reverenza e rispetto, come può parlare di un grande maestro qualcuno che pratica la stessa arte, ma io, nella mia assoluta ignoranza dell’arte specifica, vidi prima di tutto la persona e decisi che forse avevo trovato il maestro che avevo chiesto per ritornare ad arrampicare.

Crescere non è un processo inconscio, si cresce quando ci si mette in ascolto, quando si decide di cercare in un altro le risposte alle domande che non sappiamo porci e come sempre in un processo di crescita, l’allevio sceglie il maestro ma il maestro sceglie l’allievo.

Fatto stà che a distanza di qualche settimana propongo al “maestro” di fare con me un salto nel passato e di tornare a riscoprire sensazioni che avevo abbandonato circa vent’anni fa e lui semplicemente accetta.

Passo a prenderlo verso le 8 del mattino ed insieme saliamo ai Piani di Artavaggio, nel frattempo ascolto quest’uomo parlare e a “vederlo”, dopo aver letto in rete un po’ delle cose che ha scritto e che ha fatto, la domanda di cosa ci facessi io ad arrampicare assieme a lui per andare ad aprire “qualche via” si faceva sempre più insistente nella mia testa.

Ma, come ho imparato nella vita, nulla accade per caso, avevo chiesto all’universo e l’universo aveva risposto, per cui non dovevo far altro che seguire la corrente dell’energia e fidarmi del maestro. Certo ogni tanto il sovrapporsi fra l’uomo e il maestro, come un’immagine sdoppiata, mi creava qualche problema di messa a fuoco e una vocina dentro di me ogni tanto sussurrava “ma che ca…o stai facendo? Manco lo conosci e gli affidi la tua vita?”. Ma, come ho detto prima, nella vita ho imparato che quello che sento a pelle, ha molto più valore di quello che riesco a capire con i limiti della mia mente razionale, per cui scendiamo dalla funivia e ci incamminiamo verso la nostra meta.

Poco prima di arrivare alla base della via che il maestro ha scelto, lungo il sentiero, mi parla di alcune vie sulle montagne di fronte a noi, di come alcune non siano mai state ripetute, intanto, in quel silenzio e nell’assoluta mancanza di rumori io penso che magari su qualcuna di quelle, “qualcuno” ci ha anche lasciato la pelle; il maestro si blocca davanti a me, mi guarda e mi dice che con la coda dell’occhio ha visto una figura in piedi sul ciglio del sentiero, 10 passi dietro di noi, un po’ più in alto.

Entrambi sappiamo che non c’è assolutamente nessuno ma la presenza la sento, come un soffio di aria gelata sulla nuca, i capelli, i pochi rimasti, sono già ritti sulla nuca; parliamo trenta secondi di quello che lui ha visto e io ho sentito, con la stessa naturalezza di due escursionisti che hanno visto una marmotta, si gira e riprende la salita. Ok, lasciamo stare la parte razionale e seguiamo solo l’istinto, ma la tentazione di ascoltare la vocina è forte. Arriviamo alla base della parete ed incominciamo a prepararci.

Tira fuori tutta l’attrezzatura, corda, martello, forse qualche chiodo, diverse fettucce e numerosi friend, che vedevo per la prima volta; qualcosa incominciavo ad intuire che “l’arrampicare” del maestro era qualcosa di diverso da quello che avevo fatto qualche secolo prima.

Assicuro la corda al mio imbrago, mi passa il suo secchiello e mi spiega come fargli sicura, dopo di ché incomincia a salire semplicemente su per la parete con attenzione, eleganza e sicurezza. La vocina è sempre li, ma la parte razionale mi dice che “se ti ha scelto come compagno di cordata e affida a te la sua vita, con l’esperienza che ha, probabilmente devi smetterla di farti mille domande”. Intanto il maestro è salito di qualche metro, facendo scendere a valle tutto quello che di “piccolo ed instabile” trova sul suo cammino, mentre mi avvisa di fare attenzione a questo e a quello quando salgo perché non ci si può affidare.

Io ascolto con un orecchio, mentre nell’altro la stupida vocina continua a sbattere come un moscone sui vetri. Piano, piano, con qualche friend qui e là, la corda sparisce fra le rocce e davanti a lei il maestro. Ogni tanto mi arriva la sua voce e diverse pietre con qualche buon consiglio che, naturalmente, non riesco assolutamente a riferire al contesto, perché non vedo assolutamente nulla di dove sia passato negli ultimi 10/15 metri.

“Molla tutto che recupero”, dopo poco la corda sale fino a quando si tende sul mio imbrago, raccolgo tutta la mia roba, metto le scarpette che, nuove e dure fanno abbastanza male, e incomincio a salire. Non c’è una via da seguire, perché non ho memorizzato nessun passaggio, solo un friend si vede qualche metro più sopra che mi indica un punto obbligato di passaggio, per il resto devo interpretare la montagna. Salgo su abbastanza velocemente, ogni tanto la corda ha un mezzo metro di lasco ma non mi preoccupo, un po’ perché in ogni caso è comunque una sicurezza che nelle ultime miei “ravanate” non possedevo, dall’altra sono concentrato a “sentire” la roccia, a fondermi con essa, ma, soprattutto, a non tirarmela addosso! Adesso incomincio ad intuire gli avvertimenti che il maestro mi gridava mentre io ero distratto dal moscone. Recupero il primo friend e continuo a salire mentre la memoria di qualcosa che era assopito dentro di me piano piano si risveglia. Forse il maestro mi grida qualcosa dall’alto ma non lo sento perché sono concentrato a sentire il mio corpo che, negli ultimi 20 anni è cambiato e la memoria dei movimenti non si adatta a quella del mio nuovo corpo. Arrivo ad un primo terrazzino e mi tiro su, la corda sparisce diversi metri più su, del maestro neanche l’ombra, provo a salire seguendo la corda che si infila dentro una spaccatura della roccia, mi elevo di forse un metro ed in posizione precaria intuisco che è impossibile salire di li a meno di essere un bambino di sei anni, tendo i muscoli per tenere la posizione, completamente dimentico che, volendo, c’è una corda a cui potrei appendermi mentre studio come passare.

Mi viene in mente qualcosa che mi aveva gridato a proposito di passare a destra di una fenditura su per un pilastrino e di fare attenzione a qualcosa di pericoloso. Guardo in basso per capire se riesco a spostare i piedi più a sinistra e mi accorgo che al fondo della corda vicino al nodo c’è un friend, probabilmente si è staccato mentre io salivo e la corda è saltata dentro la spaccatura. Mi pareva impossibile che fosse passato di li…anche se…, mi sposto a sinistra della fessura e incomincio a salire per poi accorgermi che la corda, incastrata nella spaccatura, mi impedisce di salire, in una posa precaria sposto i piedi per scaricare meglio il peso, con la sinistra mi tengo ad una presa sopra mentre con la destra cerco disperatamente di far saltare la corda mentre sento la gravità ricordarmi di far presto, ecco libera, ricomincio a salire, i battiti del cuore sono un po’ più accelerati di quello che imporrebbe il solo sforzo fisico, mi dimentico che sono in sicurezza e incomincio a voler uscire dal pilastro ed arrivare su. Ecco un po’ più in su e sono fuori, allungo la sinistra e tiro, forse mezzo secondo di resistenza e poi sento che la roccia viene verso di me, in qualche modo recupero l’equilibrio scaricando il peso sugli altri tre appoggi e blocco la caduta, lentamente rimetto a posto i circa venti kg di roccia tagliente e associo “il fai attenzione alla lama di roccia precaria” che il maestro aveva gridato con l’oggetto che ho in mano. Trovo un altro appiglio e arrivo sopra il pilastrino e intravedo il maestro che fa sicura con qualche fettuccia alla roccia. Lo raggiungo, qualche battuta, mi dice che sono salito su velocissimo e che confermavo quello che aveva intuito. Mah, la vocina è lì ma l’istinto mi ricorda che quello è il maestro per cui devi seguirlo.

Facciamo altri due tiri, in alcuni punti abbastanza semplici in altri la lotta con la gravità e l’istinto di sopravvivenza si fanno sentire. Siamo quasi in cima, c’è un ultimo tetto da cui uscire per raggiungere il maestro, che è qualche metro più sopra, sento la sua voce, mi avvisa che all’uscita del tetto ci sono delle grosse rocce instabili. Salgo circospetto e la trovo, una grossa roccia sulla sinistra, la corda va a destra ma devo uscire da li. Provo a tirare delicatamente con la sinistra e sento che se spingo in una certa direzione verso il basso tiene, se tiro più verso l’esterno e a destra si stacca tutto. Bilancio il carico, sono quasi fuori, quando il maestro mi dice ”fermati li che ti faccio una foto mentre spunti fuori”, scarico il peso sulle gambe, trovo l’equilibrio per la foto, mi rilasso cerco di sorridere e penso “dai sono fuori”.

“Ok vieni su”, lo vedo è lì su, praticamente in cima alla montagna che fa sicura con una fettuccia alla roccia, tiro con la sinistra “ca…o” tiro non spingo, la roccia si stacca, è grossa e io incomincio a cadere sotto il suo peso e sono sotto. Nella mia vita ho imparato che quando qualcosa di grosso ti colpisce invece che opporgli resistenza appoggiati e sfrutta la sua forza per cambiare direzione, la mia mente istintivamente reagisce a quello che ha imparato, mi appoggio alla roccia che scende mentre cado verso destra allontanando le gambe dal masso che cade e mi graffia superficialmente sulla caviglia sinistra che non è abbastanza veloce; faccio un pendolo per qualche metro verso destra e verso il basso, poi la corda si tende, appena riesco a fermarmi cerco di ritrovare aderenza. “Tutto bene?”, trovo nuovi appigli ed arrivo su dandomi dello scemo per aver perso la concentrazione ed essermi fatto infilare un gancio sinistro sotto la guardia.

Arrivo dal maestro che mi guarda un po’ preoccupato, io mi scuso dell’errore, lui sanguina dal ginocchio sinistro che ha sbattuto sulla roccia per frenare la mia caduta.

Mi è partita la punta del mignolo sinistro, solo un pezzettino ma sanguina un po’, la caviglia è coperta dalla calza che fa un po’ da benda. Il maestro mi passa il cerotto da arrampicata e con un fazzoletto faccio una fasciatura mostruosa al dito mentre togliamo l’attrezzatura e si torna al sentiero per scendere a bere una birra prima di riprendere la funivia.

Oggi ho aperto la mia prima via, “arrampicando” la montagna con il maestro, non “seguendo una via su artificiale”, come ho poi avuto modo di metabolizzare la sera.

Questo il breve resoconto del mio duplice “incontro”, la prima di molte altre avventure con il maestro che ogni volta mi hanno lasciato dentro e “fuori” numerosi segni ma ne parliamo una latra volta.

Il Penna.

Nota del Birillo: io so quanto il vecchiaccio detesti essere chiamato “maestro”. Sebbene “stuzzicarlo” e “contraddirlo” sia parte integrante della nostra amicizia, questa volta preferisco appuntare una precisazione. Conosco Luca da oltre vent’anni, siamo cresciuti insieme nell’ambito del Karate-do tradizionale, allievi del Maestro Dario Rainone e Maestro Roberto Vedovati, a loro volta allievi del Maestro Corbella, del Maestro Roberto Fassi e del Maestro Hiroshi Shirai. Oggi Luca è un insegnante di Karate-do, tanto per gli adulti quanto per i bambini. La parola Maestro, “Sensei”, ha quindi un grande valore per noi nonostante il suo significato sia semplice: “persona nata prima di un’altra”. Per noi diventare “Maestro” significa avere la capacità di raccogliere le proprie esperienze e quelle di coloro che sono venuti prima per offrirle in dono a coloro che saranno. Qualcosa di semplice ma anche terribilmente difficile perchè significa essere responsabili della catena del tempo. In quest’ottica l’uso che ha fatto Luca della parola Maestro è assolutamente corretto. La parola “Do” significa “via” e, come ci hanno insegnato i nostri maestri, non importa che attività pratichi: Karate, pallavolo o tennis, in ogni cosa è possibile trovare la “via”. Noi siamo semplicemente fortunati: la nostra via ci conduce attraverso le montagne…

San Martino – Ingresso Willy

San Martino – Ingresso Willy

TeoBrex – Domenica 3 Dicembre 2017. Quasi tutti puntuali al solito bar di Cuveglio (VA), presenti al primo appello: Ferruccio, Franz, Veronica, Karin, Io, Luca, Cristina, Romano e Sheila. Ci raggiungeranno poi Aldino e Stevic. Una squadra entrerà dall’ingresso principale della grotta San Martino mentre l’altra entrerà da Ingresso Willy per ultimare dei lavori di messa in sicurezza. Tutta la valle è surgelata e la temperatura è sottozero, ci cambiamo in fretta ed entro veloce ad armare il primo pozzo. Ce la prendiamo con comodo, sacche leggere e grandi risate, una gran bella compagnia di randagi. Arrivati con calma al ramo a cui abbiamo dedicato tempo, sangue, sudore, bestemmie e fatiche ci fermiamo a mangiare qualcosa, le donne della spedizione andranno dirette al fondo passando per la maledetta strettoia della chiocciola. Raggruppatasi la squadra ci raggiungono Franz e Luca, il figlio di Willy (a cui abbiamo dedicato il nuovo ingresso) e ci avviamo uno alla volta nel meandro che collega la San Martino con il suo nuovo Ingresso Willy. Ad attenderci fuori al gelo ci sono Aldino e Stevic in compagnia della moglie di Willy. Si, perché questa attraversata goliardica è stata organizzata per ricordare Willy che qualche mese fa ci ha lasciato. Abbiamo posato una targa in sua memoria ben visibile poco prima di infilarsi strisciando nel budello. Momenti toccanti e di condivisione. Fer, Karin, Io, Romano e Sheila ci avviamo a piedi verso la vetta di San Martino tagliando per i boschi, tutti si cambiano ed io rientro al volo a disarmare il primo pozzo. La giornata si concluderà in pizzeria a far casino come sempre. Abbiamo registrato alcuni video e scattato foto durante l’attraversata che serviranno come materiale per una serata che organizzeremo a Febbraio dove presenteremo le nostre esplorazioni, il rilievo, le ricerche e le future prospettive di esplorazione. Le domeniche che non si dimenticano.

Sempre Scomodi!

Matteo “TeoBrex” Bressan

Un ultimo giro

Un ultimo giro

Il pioniere dell’arrampicata ai Corni fu Eugenio Fasana all’inizio del ‘900. Pioniere della tutela ambientale, negli anni 60, fu invece Giorgio Achermann, un giornalista di origine svizzera che per primo introdusse sul nostro territorio tali tematiche. Mia nonna, Berta Valsecchi, era molto amica del signor Achermann e tutti gli anni mi regalava, fin da quando avevo 5 anni, l’abbonamento annuale alla rivista “Natura e civiltà”, di cui Achermann era direttore, e la tessera del “Gruppo Naturalistico della Brianza”, di cui era presidente. Non erano tematiche per un bambino ma mia nonna ci teneva che imparassi a leggere e scrivere come le persone adulte che si occupano di cose importanti. Nella val Ravella esiste un sentiero geologico dedicato ad Achermann e dobbiamo soprattutto al suo esempio se oggi esiste un Ente a tutela e salvaguardia dei Corni di Canzo.

E’ strano, ho viaggiato a lungo in un sacco di posti nel mondo, ma più invecchio e più mi sembrano importanti soprattutto le cose che ho imparato da bambino. L’anno scorso, leggendo un libro – ”Il Trono Remoto” – ho scoperto che Achermann era anche un alpinista e fu l’ideatore di una vera e propria spedizione al Sasso Manduino nel 1965, effettuano in 5 giorni la seconda salita della parete Sud-Est. Achermann organizzò la spedizione mentre la salita fu compiuta da due giovani: Guido dell’Oro e Gino Mora.

Gino Mora in seguito divenne guida alpina e direttore della scuola di alpinismo, uno dei primi ad insegnarmi ad arrampicare. Ricordo una salita insieme su granito bagnato, sotto la pioggia, fradicio ed infreddolito: un ricordo vivido e terribile della mia adolescenza. Quel giorno mi disse che ero “bravo”, ma in effetti non sono stati poi molti a dirmelo di nuovo in seguito.

Questa settimana è stata difficile per me, faticosa, densa di ansie. Senza rendermene conto credo di aver chiuso un cerchio: i Corni, Fasana, Achermann, una visione ormai forse anacronistica e superata del mondo e non solo dell’arrampicata. Quelli esperti di cose tibetane direbbero forse che ho compiuto una “Kora”: un pellegrinaggio, tutto interiore, che mi ha portato lontano per poi riportarmi nello stesso punto in cui tutto ha avuto inizio. Forse irrisolto così come tutto è iniziato: mai vincitore, mai sconfitto.

Sono in viaggio da tanto tempo. Ormai sono più di dieci anni che “Cima”, questo blog, mi trascina nelle avventure più incredibili, spesso rischiose. Come “Forrest Gump” mi sento un po’ stanco, ho bisogno di riposare. Questo, per la prima volta, è quindi un saluto: mi concedo una pausa, lascio le parole e mi abbandono al silenzio. Altri, se lo vorranno, potranno raccontare qui le loro avventure.

Grazie a tutti voi, a presto.

Davide “Brillo” Valsecchi

Il Ritorno di Mazinga

Il Ritorno di Mazinga

Non è mia abitudine recensire film, specie se sono cartoni animati, ma per “Mazinga Z – Infinity” non posso che fare un’eccezione. Con Bruna e Keko, entrambi di generazioni completamente ignare della storia dei primi “Grandi Robot”, sono diventato io il “fratellino minore” accompagnato al cinema dagli adulti. Sarò chiaro: il film è costruito appositamente per annichilire fino alle lacrime i quarantenni.

Non è un film per bambini, nè un film per adulti: è un film per coloro che accettano il compromesso di abbandonarsi ad una “illusione” del loro passato, ad una favola che inconsapevolmente li ha accompagnati lungo tutta una vita. Il racconto ha tutte le “chiavi” per aprire le porte al bambino interiore, alla “piccola persona” che eravate un tempo. Vince facile, più di quanto ci si aspetti: fa leva su ricordi che nemmeno si pensava più di avere, eppure sono ancora lì, vividi e presenti in modo stupefacente. Spalanca un baule dimenticato di emozioni, speranze ed illusioni, rovesciandone il contenuto ai piedi del cinismo e del raziocinio con cui la vita vi ha reso ciò che siete oggi. Uno specchio rotto, incrinato, che mostra l’immagine sbiadita di ciò che eravamo, quasi un fantasma da un mondo parallelo.

I bambini degli anni 70 e 80 sono invecchiati e lo stesso è accaduto ai loro eroi. Come noi, ora anche loro non vivono più in un mondo “semplice”, fatto di mostri terribili ed eroismi estremi, ma in una realtà complessa, fatta di politica, di economia, di difficoltà ed opportunità quotidiane. Non sono più eroi, salvatori del pianeta: il mondo in cui vivono, ad eccezione della pubblicità, non ha più bisogno di eroi.

Poi, prevedibile come sempre, all’improvviso riappare la grande minaccia, il grande nemico dell’umanità intera: il Dottor Inferno. Ma l’umanità non è più quella della nostra fanciullezza, quella protesa verso lo spazio, la pace ed il futuro. Ora è divisa, guidata da politici spesso in disaccordo, il Dottor Inferno è bollato come “terrorista” e contro di lui si schierano gli eserciti ed i telegiornali. Il cinismo e la disillusione del Dottor Inferno vibrano pericolosamente in sintonia con il cinismo e la disillusione del quarantenne: “Se premendo un bottone poteste distruggere e ricreare l’universo intero?”

Bisogna accettare tutti i compromessi narrativi, le esagerazioni giapponesi, l’imbarazzante eroismo dell’inossidabile “BossRobot”, barattare razionalità con emozione, scienza con fantasia: ma se ci riuscite seguirete gli eroi di allora nel loro viaggio per diventare gli eroi di oggi. Il bambino di allora mostrerà al quarantenne un’altruismo ed una speranzosa visione positiva del mondo ormai sepolta e quasi perduta.

Vi ritroverete davanti dei madornali “pipponi” sull’etica, sul coraggio, sul senso della vita e della giustizia come non ne sentivate da anni. Eppure, nonostante la loro apparente banalità, ricorderete come tutto questo sia stato parte della vostra crescita, degli ideali che hanno formato la vostra acerba morale prima di lasciarvi “corrompere” dalla realtà.

Il pilota del Mazinga stretto nella dolorosa morsa dei nemici urla senza esitazione: “Bastardi, non vi permetterò di sconfiggermi!”. Incredibile. Qual è l’ultima volta che avete sognato di battervi con tale abnegazione per un bene superiore? Quand’è l’ultima volta che avete sognato di rendere il mondo un luogo migliore? Eppure un tempo anche noi eravamo così: prima di invecchiare, prima di diventare cupi “anti-eroi”, prima di accettare senza riserve il ruolo del piccolo “Dottor Inferno”.

Il finale, la conclusione, è inverosimile così come lo è una storia di robot giganti che salvano il mondo da una minaccia demoniaca, ma il turbine di colori ed emozioni ormai vi è tutto intorno. Il bambino interiore stringe la mano al vecchio bastardo, allo sfregiato e disilluso pirata dello spazio che ha perso la sua astronave, e sorridendo gli dice: “Puoi ancora essere figo, felice come lo ero io: ma in modo nuovo…” E lì, proprio in quel momento lì, gli occhi vi si appannano ed il naso inizia a colare.

Davide “Birillo” Valsecchi

Ps: i combattimenti sono una figata pazzesca!

Pensieri nel fumo

Pensieri nel fumo

[Krulak] E’ lunedì mattina, arrivo da una notte mezza insonne, persa in mezzo a mille pensieri: sono in ferie e dovrei essere a Berlino, con una persona speciale, ma… ma nulla,  non dilunghiamoci sulle paturnie sentimentali di questo “tasso”. Guardo fuori dalla finestra, il Bolettone è offuscato dal fumo di alcuni focolai d’incendio alle sue pendici …un’altra giornata persa nei pensieri di questo periodo?  Ma poco più a oriente scorgo il profilo delle montagne che chiamo casa. Butto tutto, ma proprio tutto nello zaino, viaggio verso “casa” per ritrovare una parte di me: è stata un’annata in cui mi sono dedicato poco a me ed alle nostre (di noi Badgers) montagne. Pochissime uscite, perso dietro a sogni ed utopie. Speravo di tornare qui,  presto, con qualcuno. Non da solo: ma chissà, forse leggendo questo racconto, sentendosi chiamata in causa, forse un po’ si arrabbierà.

Non so ancora dove andrò, ma mezz’oretta e sono ad Oneda, pronto a partire. Scelgo la strada più veloce per portarmi in quota, il sole spunta a malapena dietro al Corno Centrale giocando con le ombre autunnali degli alberi spogli, donando colori a dir poco singolari, mentre la mia mente vaga in ricordi di ormai quattro anni fa. Quando un po’ per caso ho conosciuto il “Capo” della masnada dei Badgers! Due sconosciuti in montagna per la prima volta insieme a saggiare le abilità e le competenze dell’altro…

A tempo di record per il mio scarso allenamento di quest’anno sono al SEV, una breve sosta ad osservare il San Primo che ricorda un vulcano con quel pinnacolo di fumo per il vasto incendio che si sta propagando sopra Veleso. Incredibile come l’uomo sia capace di generare distruzione simile, un senso assurdo ed inconcepibile della psiche umana l’appiccare incendi. Spero che con l’aiuto del Canadair riescano a domarlo prima che si mangi ancora ettari di montagna. Immagino lo spavento negli occhi del piccolo capriolo, quella piccola creatura con cui mi sono quasi “scontrato” di notte, un anno fa:  quelle fiamme, quel fumo, chissà quanta paura. Ma ormai sarà adulto, posso solo sperare sia nascosto, abbia trovato riparo…

Mi sposto rapido sfiorando il Pilastrello, ricordando la prima volta in cui Birillo mi mostrò la forra che si nasconde alle sue spalle, le pareti di quel mondo misterioso e segreto appeso sotto un sasso incastrato. Poi su al Corno Orientale, una rapida sosta ed una pronta risalita verso la vetta del Corno Centrale. Poi mi allontano dal sentiero, in cerca di una bella sosta dove godermi i colori autunnali:  sotto i miei piedi la bianca roccia dei corni csi riscalda al caldo sole anomalo per questa fine di ottobre. Gioco a nascondino con una nuvola, non vuole saperne di farmi fare foto in pieno sole. Poi via, verso l’ultima tappa, il Corno Occidentale, teatro dei nostri auguri natalizi e di romantici tramonti… e intanto il vulcano San Primo erutta ancora…

Scendendo verso il SEV, per tornare all’auto, incontro il primo e unico essere umano della mia mattinata, un altro avventuriero dell’Isola Senza Nome con cui scambio giusto qualche parola sulla tranquillità di questa mattinata.  Non vedo l’ora di tornare a fare un bel giro con i Badgers: cosa che manca ormai da troppo tempo!

Nicola “Krulak” Bargna

Rotoli la Corona

Rotoli la Corona

Il Corno Birone è alle mie spalle, il sole basso sull’orizzonte filtra oltre la cresta sull’erba alta. C’è un gran silenzio quando si è lontani da tutto. Mi siedo a prender fiato, mi siedo con i piedi a ciondoloni sul tronco di una betulla che il vento ha piegato tanto da costringerne la crescita quasi in orizzontale. Sono sdraiato su qualcosa che dovrebbe essere verticale, guardo il cielo sospeso sul vuoto sopra i prati. “Birillo, in Catalonia fanno la guerra civile e tu sei qui a cazzeggiare…”. L’immagine dei pompieri che si schierano a difendere la folla dalla polizia non mi esce di mente: no, è qualcosa di troppo profondo per essere ignorato.

Scintille di un cambiamento che forse non avverrà: nei porti davanti alla città hanno ammassato 10.000 militari della Guardia Civil. Il sindacato degli scaricatori di porto ha boicottato il loro attracco, ma prima o poi scenderanno nelle strade. “Bisognerebbe andare in Catalonia. Cristo santo, settanta o ottanta anni fa saremmo partiti: una guerra, un ideale, uno scopo, un avventura.” I giovani del novencento erano pronti a credere in qualcosa, erano poeti, scrittori, eroi. Oggi siamo schiavi di non si capisce cosa. “Non possiamo più uccidere il Re, perchè ci hanno detto che il Re ora siamo noi” recita la canzone: ogni battaglia è stata vinta per una generazione di sconfitti.

Davanti a me c’è il grande ed orrido camino del Bevesco: sono anni che lo osservo, che fantastico di infilarmi nelle sue tenebre per riemergerne vivo e vittorioso sulla sua cima. Un pensiero fisso tra i tanti. Ma “Andrea” scalcia nella pancia di Bruna ed una specie di epifania mi ha colpito all’improvviso: per un istante ho distolto lo sguardo dalle montagne ed ho osservato le terre degli uomini. Come svegliarsi da un lungo sonno, riaprire gli occhi destandosi dal Sogno di Smeraldo per scivolare nello sguardo di un bambino ancora non nato: “Cazzo è sta merda?! Per quanto ho dormito? Come ho potuto lasciare che tutto questo accadesse? Dove ero quando questo mondo aveva bisogno di me?”

“Gli otto dell’orchestra suonavano Jazz mentre il Titanic affondava.” La prima volta che sono stato a Parigi avevo 15 anni. Con un professore di filosofia, un ex calciatore anarchico, abbiamo visitato i mercati, bancarelle di roba usata affollate dall’umanità più improbabile. Mi ero innamorato di una giacca usata da motociclista marrone, probabilmente anni ‘60, consumata e livida di vita vissuta. Vivevo “la pace nella guerra fredda”, mai più guerre in Europa: il “Kuwait” e “la tempesta nel deserto” erano ancora lontani e sarebbero state comunque solo “Traccianti verdi nella notte di Baghdad”.

Il futuro sembrava certo così come lo sarebbe stata la pace, l’uguaglianza, la giustizia: era il tempo dei diritti per tutti, dei diritti per le minoranze, per le eccezioni. In un mondo perfetto e luminoso potevo ritagliarmi il mio spazio ai margini, viaggiare, esplorare gli ultimi spazi vuoti, gli spazi buii in cui la luce rischiava di perdersi. Ognuno di noi allora pensava di poter essere “diverso”, ora ci siamo ritrovati tutti “uguali”.

Il G7, il G8 e poi l’11/9. L’Afganistan, l’Irak. Le bombe nelle città, nei treni, gli spari ai concerti ed i camion sulla folla. La luce si è fatta opaca, il mondo delle possibilità è diventato il mondo dei limiti. Il disordine e l’ingiustizia sono diventati la nuova regola. La paura e l’incertezza ci hanno reso tutti deboli, pavidi …omologati ed incolonnati, rabbiosi ed impotenti contro tutti coloro che, per coraggio, per necessità o per opportunismo o spregiudicatezza, piegano le leggi insensate a cui non sappiamo ribellarci.

«Padre mio, se questo calice non può passare da me senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà.» L’Isola Senza Nome è il mio giardino dei Getsèmani: ma io sono salito qui per pregare o per nascondermi? Il coraggio tra queste rocce solitarie e selvagge è forse solo paura? “Cosa farai Birillo? Condannerai la tua progenie ad un futuro da pirata come il tuo? Ne farai avventurieri erranti, ma esiliati, in un mondo in declino?” All’improvviso tutta la mia debolezza mi assale ed il mondo selvaggio attorno a me si piega mortificato davanti ai miei dubbi. «Gli Dei delle Montagne benedicano la Catalonia. Forse sono solo un popolo di “brianzoli” ottusi ed arricchiti, ma sono in strada, cantano insieme aspettando la marea nera dei 10.000 soldati della Corona. Cantano mentre sognano di affrontare e sconfiggere un Re, di plasmare e dare forma al proprio mondo. Il Re ed il suo Governo sbraitano contro di loro minacce ed ultimatum mentre noi, respirando il fumo dell’inceneritore, la puzza dell’ingiustizia, annuiamo a promesse e lusinghe che già conosciamo come bugie. Dio benedica i Catalani: domani forse saranno sconfitti ed incatenati, ma oggi hanno il proprio prezioso futuro stretto nelle proprie mani. Io non credo di possedere tale ricchezza…»

“Bona sort, Déu t’ajuda!”

Davide “Birillo” Valsecchi

Oggi è un anno che il ponte di Annone è crollato. Tutti hanno guadagnato qualcosa, solo uno sfortunato ha perso tutto, e dopo un anno la colpa è di nessuno. Fanculo…

Se bruciasse la città

 

La Temibile

La Temibile

[Giuseppe.D.] Partiamo da lontano: nel 2009 ho fatto la mia prima escursione, ai Pizzetti, non avendo mai sentito parlare prima di “escursioni”. Fino ad allora, io avrei detto “andare in montagna”, che per me in pratica significava prendere la bici e farsi un giro di un centinaio di km: Penice, valle Imagna, Campo dei fiori, Sestriere, a seconda di dove abitavo..

Da bambino avevo fatto qualche passeggiata sul Vesuvio, e questa era l’idea più vicina al trekking che mi ero fatto: “vai un po’ dove te pare…”. Quando poi mi sono trovato su un sentiero con bolli e cartelli, mi è sembrata una cosa strana. Un po’ alla volta ho cercato di re-interpretare tutti questi segni e di intenderli solo come dei consigli, ma anche così, mancava qualcosa di fondamentale, che Messner chiamerebbe “la libertà di andare dove voglio”.

Come diceva un tale:«Ci sono dei luoghi, credo ce ne siano diversi, che non appartengono proprio del tutto alla geografia fisica; sono dentro la carta geografica ma la topografia dice molto poco di loro. Sono i luoghi dell’ “altrove”, e i chilometri non rendono giustizia della loro distanza: sono molto più lontani della strada che bisogna fare per arrivarci. Appartengono appunto ad un altrove, e quando ci arrivi percepisci tattilmente la loro singolarità: devi adattare il tuo sguardo, la tua mente, le tue attese non semplicemente ad un paesaggio inatteso, ma a un’inattesa realtà. Ci arrivi per caso, o ci arrivi perchè quel luogo ti chiama, assai raramente perchè lo trovi su una guida turistica.» O un altro tale un po’ più conciso: «C’è ancora terreno d’avventura..». E potremmo citarne tanti altri… Perché altrimenti dovrebbe venirci in mente di andare in questi posti?

Ho visto “la temibile” pochi mesi dopo i Pizzetti, cercando una spiaggia dove nuotare lungo il lago: un posto spettacolare. Ma chi se ne intendeva mi aveva detto: “mica si può salire da lì!..”.

Poi è venuto il 50° OSA, poi il lungo periodo della valle Moregge …e poi, una cartina Kompass su cui trovo la traccia che cercavo. A ottobre 2013 ci proviamo un paio di volte, l’ultima anche da solo: le tracce degli animali in realtà sono tante, e fanno tutte paura: si arriva intorno ai 700m ma poi non si capisce dove andare. Si potrebbe salire a caso, ma senza segni “umani” e senza nessuna sicurezza di uscirne in alto, mi sembra troppo difficile…

Passa un altro anno, prima di conoscere “ItinerAlp”, un marziano che fa tranquillamente Manduino e pizzo di Prata in un fine settimana, ed organizziamo un altro tentativo: per lui è solo una variante di un giro già fatto, e con il suo aiuto salgo “facilmente”. Il Moregallo però per me rimane misterioso: ci ho capito ben poco, e tutto quello che ho visto sul lato Est rimane ancora frammentario. Faccio altre esplorazioni dall’alto, arrivo da Preguda alla casetta di “Argo”, da “Argo” scendo alla scalinata della temibile, da “Passo400” a “Preguda”, da “Argo” in traverso verso Nord… ma ogni volta la domanda è “dove diavolo sono??!”

Poi passa il tempo e un po’ alla volta non me la sento più di rifare tutto il giro partendo dal lago; fin quando Davide non arriva lì con il suo omonimo: allora decidiamo di sentirci per la prossima volta… 4 anni e 4 giorni dopo il primo tentativo!

Giuseppe.D.

Croci e Bandierine

Croci e Bandierine

La casa in cui sono cresciuto è molto vecchia, risale alla fine dell’800. L’architetto che la costruì curiosamente aveva lo stesso nome di mio padre. In un angolo della facciata, in basso nascosto tra le rose, l’architetto lasciò un “bottone” immerso, ma ben visibile, nell’intonaco rosa della casa. Una cosa in verità piuttosto curiosa. Un giorno, all’età di cinque o sei anni, litigai con i miei genitori, forse per un capriccio o per qualcosa che mi era stato negato. Mi arrabbiai a tal punto che decisi di fare qualcosa di cattivo: presi un sasso e distrussi quel bottone. “Ecco cosa posso fare! Guardate cosa posso fare quando mi fate arrabbiare! Nessuno può impedirmelo!!”. Nessuno mi vide compiere quel gesto e nessuno si accorse mai che il bottone era stato rotto. Solo io lo sapevo ma, passata la rabbia, continuavo a pensarci. Avevo distrutto il ricordo di una persona, una persona che non conoscevo e che non mi aveva fatto nulla, una persona che non esisteva neppure più, se non nel ricordo tangibile di quel bottone lasciato a testimonianza. Quel bottone aveva forse il triplo della mia età ed io avevo fatto una cosa semplicemente terribile. Pensai a quel bottone per anni e riuscii a fare pace con me stesso solo quando trovai una moneta della giusta dimensione da infilare nel “vuoto” lasciato dal bottone. Quella moneta avrebbe ripristinato il “ricordo” e sarebbe stata la testimonianza del mio errore, della lezione che avevo appreso.

In questi mesi sulle nostre montagne, soprattutto quelle ad est del lago, è nata una piccola ma intensa faida tra “croci di vetta” e “bandierine tibetane”. In realtà questi oggetti non hanno tra loro nessuna animosità, ma altrettanto non si può dire delle rispettive fazioni. In passato mi sono occupato del restauro di croci, madonnine e lapidi danneggiate o vandalizzate sulle nostre montagne. Con lo stesso entusiasmo ho dato anche vita a piccole iniziative legate alle bandiere tibetane, sia sulle montagne del lago che su quelle Himalayane. Quindi, curiosamente, entrambi i lati della contesa si sono rivolti a me in cerca di supporto per la propria causa. Io, come spesso accade, ho finito per litigare bruscamente con entrambi (non vado mai per il sottile in una contesa).

Io sono molto attento a distinguere gli aspetti spirituali da quelli religiosi e, lo confesso, le religioni sono per me più che altro una questione antropologica e sociale. Se davvero esiste un dio credo sia più interessato ai dubbi ed alla ricerca di chi si professa ateo che alle certezze di chi pensa di parlare in suo nome. Per me croci e bandierine hanno forse significati diversi ma lo stesso valore umano. Storco il naso quando una nuova croce viene issata su qualche cima, sopratutto quando grandi, ingombranti, appariscenti e trasportate con l’elicottero. Tuttavia non posso che provare affetto per le vecchie croci, che hanno resistito al tempo, che sono state lasciate (a spalla) dai nostri predecessori e che sono state testimoni di tante storie di montagna. Allo stesso modo storco il naso quando un simbolo delicato, come le bandierine del vento, viene abusato, trasformato in festoni di carnevale abbandonati con supponenza modaiola in ogni dove.

Paradossalmente il cristianesimo delle origini ha grandi similitudini e contatti con la visione del mondo buddista, più di quanto la maggior parte della gente possa essere portata a credere. Paradossalmente entrambe le filosofie apprezzerebbero più l’umiltà del mio “bottone” che le grandi cattedrali, le croci, i gompa o i templi. Anche gli umili “cavalli del vento”, quando usati in malo modo, perdono la straordinaria forza che contraddistingue lo spirito e la preghiera del “bottone”.

Ieri notte in Grignetta, teatro principe di questo scontro, è crollata la croce di vetta. Nessuno saprà mai se sia stato il vento o la mano di qualche sciocco. Le reazioni delle due fazioni sono però arrivate immediate: i “pro-bandierine” più integralisti, i rastapanda del nirvana takeaway, festeggiavano la caduta dell’idolo contestato con enfasi imbarazzante, paradossalmente simile a quella dei talebani dopo aver aver bombardato e distrutto i Buddha di Bamiyan. Ovviamente la fazione opposta, che raccoglie tanto i bacchettoni religiosi e quanto i semplici appassionati della tradizione, recriminava minacce ed accuse.

La vecchia croce è ora a terra, tradita dalla mano di qualcuno o forse piegata dalla fatica e dal tempo. Due fazioni se la contendevano e, mentre tutti erano più intenti a litigare che a prendersene cura, forse si è davvero lasciata cadere. Ora inevitabilmente arriverà una nuova croce, i rastapanda gioiranno ancora per poco perchè probabilmente sarà più grande, più solida, più imperiosa. “Hai visto? Hai visto cosa posso fare quando mi fai arrabbiare? La vedi questa? Pensi ora che il vento o una spallata potranno buttarla a terra?” Di rimando i Rastapanda faranno scaletta salendosi sulle spalle l’un l’altro per appendere le proprie bandierine più in alto, più numerose, più soffocanti. “Hai visto? Hai visto cosa faccio alla tua croce! Hai visto quante bandierine posso appendere se mi fai arrabbiare?” Il ciclo riprenderà, violento e spietato come le stagioni, mentre la vecchia croce sarà dimenticata, rottamata con i ricordi, la gioia, le testimonianze e le aspirazioni delle persone per cui “semplicemente” rappresentava la cima della Grignetta.

Questo mio fiume interminabile di parole, forse inutile ed affidato al vento, solo per ricordare la vecchia croce e sperare che il suo crollare, il suo lasciarsi andare, possa essere l’inizio per qualcosa di nuovo. Che il futuro possa essere per tutti una “moneta della misura giusta”, per ricordare e superare gli errori in una ritrovata unione.

Davide “Birillo” Valsecchi

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